Il Cercatore

Dopo aver realizzato che la vita non è perfetta, che il mondo reale è diverso da quello ideale (Innocente), dopo aver toccato dolorosamente la realtà della nostra solitudine, contornata da delusioni e tradimenti vari che incontriamo nella vita (Orfano), consapevoli che dobbiamo combattere per superare ostacoli e raggiungere traguardi (Guerriero), sapendo comunque di poter contare anche su risorse esterne a noi per affrontare la vita (Angelo Custode), siamo pronti per il viaggio. Alla conquista della nostra felicità, alla conquista di una conoscenza più autentica di sé e del mondo.

Seguendo il modello di Carol Pearson (Risvegliare l’eroe dentro di noi) nella fase del viaggio vero e proprio entrano in gioco 4 archetipi, ciascuno con una propria funzione ben definita, necessaria per completare il lavoro degli altri archetipi, in direzione dello sviluppo di una personalità integrata, consapevole e responsabile.

L’archetipo è una dimensione interiore o potenzialità psicologica che può essere più o meno attiva nel governare il proprio comportamento. Ogni archetipo ha aspetti positivi e negativi.

Un primo archetipo da cui ci dobbiamo far guidare nel viaggio vero e proprio è quello del Cercatore.

La ricerca comincia da qualcosa che manca. A partire da una condizione in cui ci sentiamo insoddisfatti, alienati da noi stessi e dagli altri, vuoti d’amore e di passione, di senso e di valore. Ci sentiamo spinti interiormente verso qualcosa che non sappiamo nemmeno ben definire.

La ricerca comincia da qualcosa che desideriamo. Siamo attratti da qualcosa che apparentemente è fuori di noi, ma che esiste al nostro interno come potenzialità che aspira ad emergere, a realizzarsi. Una conquista esterna è solo il canale di passaggio per un’evoluzione interiore.

Nei miti e nelle leggende, nei racconti fantastici e nella storia dell’umanità, troviamo dappertutto esempi di uomini e donne che ad un certo punto della loro vita o per una vita intera vanno alla ricerca di qualcosa, all’inseguimento di un obiettivo, verso la realizzazione di un progetto: che sia cercare un genitore o desiderare un figlio, cercare specchi magici o talismani della felicità, ambire ad un posto di lavoro o cercare l’anima gemella, ampliare il sapere spirituale o apprendere abilità concrete, comunque alla ricerca di un tesoro, di qualcosa che arricchisce la nostra vita, che la realizza.

La ricerca è materiale e spirituale. Riguarda l’individuo come singolo, ma anche inserito all’interno dei suoi legami, da quelli più vicini fino al senso di appartenenza ad una collettività più ampia e all’intero Universo; un sé incarnato nel qui-e-ora, ma anche un sé nel tempo, espressione dell’evoluzione umana fino alla trascendenza, al divino, al mistero dell’inconcepibile.

È la ricerca che dura tutta la vita: in orizzontale, verso l’esplorazione di nuovi mondi e modalità, verso l’apprendimento di abilità e lo sviluppo dei propri talenti, verso la conoscenza di nuove persone e culture; in verticale, in profondità, verso la conoscenza del sé infinito e l’ascesa alle altezze supreme.

Il desiderio/bisogno della ricerca e l’attivazione del Cercatore dentro di noi emergono quando la confortevole sicurezza delle abitudini, delle dipendenze e delle situazioni note diventa asfissiante prigionia per la nostra naturale creatività ed energia. L’ordinario comincia a starci stretto. Emerge la spinta verso qualcosa di straordinario. Emerge il bisogno di un nuovo senso, nella sua duplice accezione: un nuovo significato e una nuova direzione.

Il cercatore è curioso, ambizioso, aperto al possibile e a trascendere i limiti del già noto. Anche nel solito cerca un nuovo significato. Nulla è scontato se non il suo ardente desiderio di ricerca. Ha una sete di conoscenza infinita, cerca la verità nelle cose e nel mondo, per sé e per l’umanità tutta. Riconosce il valore della tradizione, ma se ne differenzia, scopre se stesso mentre si differenzia dagli altri. Cerca il salto evolutivo, cerca nuove regole per la felicità. Cerca un nuovo sé possibile, pronto a lasciare la strada vecchia per quella nuova, consapevole dei rischi ma anche delle possibilità. A volte sa cosa non vuole, ma ancora non sa cosa vuole.

Più spesso nel giovane adulto, ma in qualsiasi momento della vita (lavoro o università? Single o in coppia? Matrimonio o convivenza? Separarsi o restare insieme? Lontano o vicino la famiglia? Rischiare un nuovo lavoro o tollerare quello attuale?), diventa pressante il dubbio interiore rispetto a che tipo di vita stiamo vivendo e alle scelte fondamentali che stiamo compiendo: quanto autenticamente fondate su desideri, bisogni e inclinazioni personali e quanto spalmate sui voleri e sui valori altrui, sulle aspettative di come dobbiamo essere, sui ruoli che ci imprigionano in quello che si deve e non si deve fare.

Il Cercatore ad un tratto intuisce che la vita è una e che c’è un bilancio da fare tra aspirazioni iniziali e realizzazioni attuali, tra come volevo essere e quello che sono.

La ricerca parte dalla consapevolezza, più o meno articolata, di “chi sono” e dal desiderio, più o meno chiaro, di “chi voglio essere”.

In questo momento possono o meno comparire sintomi psicologici e psicosomatici che esprimono un disagio interiore che è una chiamata all’avventura.

Oltre la maschera del sé adattato, compiacente, conformista, oltre quello che sono stato finora, oltre il “socialmente corretto” ma alienato interiormente. Oltre chi ci vuole far credere che per il nostro bene è meglio mantenere lo status quo.

Verso un nuovo sé possibile: maggiormente ancorato alle inclinazioni naturali e spontanee, spinto dall’emergere di tendenze in passato sopite o oppresse… tutto da inventare. Una nuova identità possibile: mantenendo alcuni vecchi valori e cercandone anche di nuovi, perseguendo i soliti scopi di vita e anche altri. Intraprendendo una strada nuova col bagaglio di risorse proveniente da quella vecchia. Alla ricerca di un nuovo “genitore per se stessi”, frutto della selezione intelligente di ciò che proviene dal passato: nuove autorità valoriali di riferimento, nuove guide, nuove regole, nuovi modi di essere.

 

A volte il cercatore è sterile:

  • scambia la ricerca con la fretta e l’impazienza di nuove progressive conquiste sempre uguali a se stesse, una felicità mai veramente trasformativa
  • è bulimico della “ricerca di qualcosa di indefinito” che lo lascia comunque sempre vuoto
  • accumula ossessivamente beni materiali cercando di essere “più felice” attraverso il raggiungimento di un “più” di qualche cosa: più denaro, più prestigio, più successo, più sesso, più … invece che variare le forme del benessere, invece che essere “diversamente” felice
  • cerca l’oggetto invece che l’esperienza
  • cerca distrazione dall’insoddisfazione invece che cercare nuovi valori e nuovi significati
  • ha una curiosità superficiale motivata solo dall’ostentare una facciata di rinnovamento che non corrisponde ad una reale trasformazione e serve solo al primeggiare fine a se stesso
  • ricerca la perfezione, ma non conosce veramente il senso della sua ricerca
  • ha un’ambizione eccessiva fine a se stessa, non realmente ancorata a dei valori consapevoli
  • è superbo come copertura di un vuoto di valore, non sapendo veramente cosa cercare
  • è ossessivo senza essere capace di reale impegno verso i propri valori, che non conosce chiaramente
  • confonde la ricerca autentica con la ribellione e l’anticonformismo sterili
  • privo di valori-guida, è un viandante senza meta, senza legami e senza direzione, in fuga piuttosto che sulla via di una ricerca autentica, anticonformista disperato privo di nuovi valori di riferimento, va contro ma non sa verso dove…
  • confonde l’indipendenza con l’isolamento, l’autonomia col farsi carico di ogni cosa senza saper chiedere aiuto
  • insegue una ricerca fine a se stessa che non contempla necessari momenti di sosta, sedimentazione e consolidamento di quanto raggiunto

Il Cercatore “evoluto”:

  • è curioso, nonostante la paura
  • è ambizioso rispetto ad una ricerca della “verità” che trascende l’interesse individuale per aprirsi al bene collettivo
  • ridefinisce il significato di felicità e successo: non più legati al possesso di beni materiali e al raggiungimento del prestigio sociale, piuttosto vissuti come anelito perenne alla trasformazione di sé e del mondo. La ricerca in sé diventa valore e criterio di felicità
  • cercando la via, traccia il percorso della sua realizzazione
  • non teme la rappresaglia da parte di chi non accetta il cambiamento, non teme la ritorsione da parte di chi si sente tradito
  • sa che la sperimentazione del nuovo richiede un prezzo da pagare in termini di perdite e rinunce, di smarrimento e incertezza
  • sa che la ricerca non si dirige verso il ritrovamento di una perfezione perduta (idealizzata dall’Innocente), ma piuttosto verso la ri-appropriazione di sé, verso la propria interezza perfetta (sa che la vera ricerca è sempre interiore)
  • mal sopporta le regole, ma anche l’anticonformismo e l’anarchia: l’unica sua regola è il valore supremo della ricerca e della scoperta di sé e del mistero profondo della vita
  • sa morire a se stesso per rinascere rinnovato
  • è libero dal senso di colpa, conosce il valore profondamente evolutivo dello svincolo dai condizionamenti, della differenziazione dalle origini, della ricerca della propria individualità. Accoglie la solitudine come necessario prezzo da pagare della sua ricerca, della separazione dal passato ormai stantio, dello sguardo rivolto al futuro tutto da inventare
  • visionario e affamato, va oltre le frontiere del già conosciuto per sperimentare nuovi modi di pensare, di agire, di essere
  • conosce la vera indipendenza che lascia evolutivamente il posto a momenti di dipendenza e legame, fino all’interdipendenza matura di individui in relazione anche se distinti e separati
  • sa affermarsi nel mondo cercando la propria originalità e, al tempo stesso, è disponibile a condividere la sua conoscenza per arricchire la collettività

 

Molte persone, ad un certo punto della loro vita, giovani o maturi che siano, sentono forte il richiamo all’avventura. Ma percepiscono anche intenso il conflitto con ciò che sono chiamati a lasciare, si tratti della sicurezza del giovane che è invitato ad affacciarsi fuori di casa, o dell’adulto maturo che si confronta con le sue responsabilità (figli da crescere, genitori anziani da accudire, mutuo, relazioni stabilite, lavoro, appartenenze varie). Di fronte a questo conflitto la vera responsabilità, per tutti, nessuno escluso, è quella di trovare la propria forma unica ed originale dell’avventura, della ricerca, del viaggio.

Nessuno si salva dall’attrazione dell’ignoto, che lo si immagini come la cima di una montagna, la frontiera terrestre o cosmica, o una nuova società, e che abbia come obiettivo la libertà politica o l’opportunità economica, l’espansione della coscienza o l’illuminazione o il Nirvana” (Carol S. Pearson)

 

Quando, dove, come, in che misura si esprime il Cercatore nella tua vita?

Cosa stai cercando?

Cosa deve succedere fuori e dentro di te per trovare quello che cerchi?

 

L’Angelo Custode

Quando il gioco si fa duro i duri cominciano a giocare. Quando la vita si fa difficile anche la tenerezza è fondamentale. Tra meraviglie e sogni realizzati, lungo il viaggio della vita si incontrano anche tiranni malvagi ed illusioni malefiche, ostacoli e sfide, trappole ed inganni, imprevisti e tradimenti. Le regole cambiano mentre si sta giocando: la sicurezza dei riferimenti e dei capisaldi può durare una vita, ma anche solo dal giorno alla notte. Per potercela fare l’Eroe deve accedere ad un’infinità di risorse. Deve accedere anche all’Angelo Custode. Nessuno si salva da solo. Ciascuno, in certi momenti, ha bisogno di qualcun altro.

L’Innocente vive nell’assoluta fiducia nel mondo perfetto.

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L’Orfano scopre ad un tratto l’imperfezione del mondo.

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Il Guerriero deve organizzarsi per vivere nel mondo imperfetto.

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L’Angelo Custode interviene a proteggere il cammino.

Ciascuno di noi ha un Angelo Custode dentro di sé. È il quarto archetipo del viaggio dell’Eroe.

L’archetipo è una dimensione interiore o potenzialità psicologica che può essere più o meno attiva nel governare il proprio comportamento. Ogni archetipo ha aspetti positivi e negativi. https://linofusco.wordpress.com/?s=viaggio+eroe

Gli archetipi non hanno sesso: ciascuno è presente negli uomini come nelle donne. Se il Guerriero è più facilmente associato ad un uomo, l’Angelo Custode può richiamare maggiormente qualità femminili. Di fatto ogni archetipo è presente in ciascuno di noi, come ogni individuo vive la sua vita eroica.

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L’Angelo Custode è colui che protegge, che rende possibile l’unione, il rispetto, la benevolenza reciproca e la comune azione tra le persone. È quella parte di noi attraverso cui possiamo sentirci sicuri dentro una relazione, liberi di esprimerci con autenticità rispettando l’altro, consapevoli che saremo comunque accolti, rispettati, amati, stimati.

L’Angelo Custode è la nostra capacità di “sacrificarci” con impegno consapevole e responsabile per cause e valori in cui crediamo.

L’Angelo Custode è il genitore buono che ci nutre e ci sostiene a prescindere… mentre ci guida attraverso regole ferme e, al contempo, rispettose della nostra individualità unica.

L’Angelo Custode richiama le funzioni genitoriali di amore, protezione, conforto e guida, ma anche chi non è genitore può sviluppare le qualità, presenti potenzialmente in ciascuno di noi, di empatia, comprensione e compassione.

Possiamo incontrare angeli custodi in persone reali, ma anche costruire dentro di noi quella parte capace di comprendere i nostri sentimenti e bisogni e di aiutarci a prendercene cura. È la nostra capacità di auto-accudirci mentre ci prendiamo cura anche degli altri.

L’Angelo Custode è fonte di dolcezza e tenerezza; il suo valore è nel rispetto di sé e degli altri, nella capacità di ascolto e comprensione, di accoglienza e generosità.

L’Angelo Custode è l’archetipo che ci permette di diventare “genitori di noi stessi” ovvero di prenderci cura di noi in modo responsabile, uscendo fuori dalla dipendenza da altre figure che ci infantilizzano e ci lasciano anacronisticamente “attaccati alle gonne della mamma”. Oltre il continuare ad aspettare che qualcuno si prenda cura di noi.

E, come è vero che non bisogna essere genitori per essere Angeli Custodi, è anche vero che alcuni genitori non hanno molto sviluppato e attivo il loro Angelo Custode, la loro capacità genitoriale, e instaurano relazioni invertite coi propri figli, chiedendo loro di fare da “genitori ai loro genitori…” o, in modo ancor più disfunzionale, di realizzare la vita che loro non hanno potuto realizzare.

L’Angelo Custode opera a diversi livelli: sa prendersi cura di sé, dei propri cari, dei propri affetti, del proprio lavoro, dell’ambiente in cui vive, della comunità a cui appartiene, della società più ampia, delle future generazioni, dell’universo intero.

Quando l’Angelo Custode non è attivo o sviluppato dentro di noi oppure è presente in modo distorto:

  • Restiamo dipendenti dagli altri in qualche forma e misura e non sappiamo prenderci cura di noi stessi in modo autonomo
  • Non sappiamo prenderci cura degli altri e delle nostre relazioni, non sappiamo essere “reciproci” nella relazione ovvero non sappiamo dare, ma solo prendere
  • Diventiamo cinici e severi con gli altri, incapaci di comprendere l’altro e prendercene cura
  • Diventiamo cinici e severi con noi stessi, duri, insensibili, anche spietati nel giudicarci e lasciarci senza scampo
  • Tendiamo a bloccare le nostre naturali spinte evolutive e anche ad impedire agli altri di esprimersi liberamente
  • Colpevolizziamo gli altri con cui siamo in relazione, rinfacciando le cose fatte
  • Facciamo ricatti emotivi, inducendo nell’altro un sentimento di accettazione condizionata: “vai bene per me se e solo se… mi compiaci, fai quello che io voglio”
  • Induciamo senso di colpa se l’altro non si adegua alle nostre aspettative: sbandieriamo il nostro sacrificio pretendendo che anche l’altro sacrifichi la sua autenticità per noi
  • Ci prendiamo cura degli altri in modo distorto, spesso sostituendoci all’altro fino a deresponsabilizzarlo, a non permettergli di sbagliare e imparare; a volte addirittura anticipando i bisogni dell’altro senza che questi faccia richieste esplicite
  • Permettiamo agli altri di manipolarci, sopraffarci, esaurirci in nome di presunti valori di educazione e rispetto (essendo i primi a non rispettare noi stessi)
  • Reprimiamo le nostre emozioni per non ferire l’altro, ma con ciò danneggiamo noi stessi
  • Non ci permettiamo di essere arrabbiati e di esprimere la rabbia in modo affermativo e, al tempo stesso, rispettoso dell’altro: non riusciamo a capire che la rabbia è un’emozione sana e che il modo di esprimerla può essere più o meno sano o malato, disfunzionale, inefficace e violento
  • Sopportiamo l’insopportabile perché così ci hanno insegnato, così facevano i nostri genitori (forse)
  • Siamo incapaci di essere sanamente deludenti e frustranti come ogni buon genitore, incapaci di mettere limiti al nostro dare rispetto alle richieste dell’altro a cui non riusciamo a dire no
  • Siamo vittime lamentose in attesa del salvatore che arriverà a risolvere tutti i nostri problemi, a lenire tutti i nostri dolori e a liberarci da tutte le fatiche della vita
  • Facciamo i salvatori degli altri rinunciando in modo eccessivo ai nostri bisogni
  • Non sappiamo riconoscere che mentre diamo stiamo anche ricevendo e non sappiamo apprezzare quello che riceviamo
  • Usiamo il pilota automatico della generosità e del senso del dovere, senza essere realmente connessi con i nostri bisogni e valori più profondi e autentici: siamo indaffarati intorno a mille cose invece che essere efficaci nel realizzare quelle importanti
  • Accettiamo sfide impossibili a fare tutto e subito, sentendoci onnipotenti, ma rischiando l’autodistruzione
  • Siamo generosi per soddisfare i nostri bisogni irrisolti: dando sentiamo di avere valore e compensiamo i nostri sentimenti di inadeguatezza
  • Trasformiamo la nostra capacità adulta di sacrificio nella modalità distorta del “martirio”: vivere per gli altri anche a costo della propria morte o dello spegnimento vitale oppure “sacrificarci” chiedendo all’altro di pagare il prezzo o anche “mi sacrifico per te così tu resti con me, non mi lasci solo”
  • Alimentiamo circoli viziosi passivo-aggressivi: io do sempre di più e mi aspetto un riconoscimento che non arriva, allora aumento il mio sforzo ma anche il mio risentimento; il dare non basta mai, il riconoscimento non arriva, mentre il rapporto diventa pieno di veleno, di rabbia e rancore
  • Non riconosciamo come legittimi i desideri di indipendenza e sviluppo degli altri a cui “doniamo” la nostra generosità (in genere i figli, ma non solo) e viviamo la ricerca di individuazione dell’altro come un tradimento “contro” noi stessi: è il genitore che non riconosce che “i figli sono del mondo” e non sa veramente donare loro radici e ali

L’Angelo Custode “evoluto”:

  • è capace di “dare senza manipolare, senza pretendere in cambio niente” che non sia semplicemente vedere l’altro che cresce e si sviluppa: non ha bisogno dell’approvazione narcisistica, dell’acclamazione per la propria generosità
  • è capace di sostenere e guidare aiutando al contempo l’altro a diventare autonomo e capace di camminare sulle proprie gambe: sa proteggere senza essere iperprotettivo, sa prendersi cura senza farsi carico in modo disfunzionale e deresponsabilizzante
  • è capace di essere generoso senza rinfacciare e colpevolizzare per la mancata gratitudine: sa dare senza proclamarlo ai quattro venti
  • è capace di essere disponibile senza essere “a disposizione” ovvero senza esaurire se stesso: sa dire “sì” e anche “no” alle richieste dell’altro
  • è capace di essere presente senza essere asfissiante: sa essere un riferimento senza imporre il proprio punto di vista
  • è capace di sacrificarsi e attraverso ciò vitalizzarsi: sa offrire tutte le proprie risorse senza per questo annullare la propria vita
  • è capace di esprimersi autenticamente nel rispetto di sé e dell’altro: sa affrontare i conflitti interpersonali attraverso una comunicazione efficace e non violenta

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  • è capace di rinunciare a qualcosa di buono o perdere qualcosa di importante in nome di un valore superiore di amore altruistico: sa mettere da parte i propri bisogni e desideri nutrendosi dell’alto valore di questa scelta, senza il bisogno di un riconoscimento esterno e senza un vissuto doloroso di auto-privazione
  • è capace di scegliere in base a bisogni ed emozioni consapevoli: sa rinunciare a breve termine per un valore più alto a lungo termine
  • è capace di amare se stesso (prendersi cura dei propri bisogni e desideri) mentre ama anche l’altro: sa vivere la sua vita mentre sostiene la vita dell’altro
  • è capace di riconoscere i propri limiti mentre si prende cura di sé, dell’altro, del mondo: sa che può essere generoso e, al tempo stesso, sa di non essere onnipotente, conosce il sacrificio e la rinuncia e attraverso essi realizza se stesso
  • è capace di comunicare con gli altri archetipi: conosce i bisogni dell’Innocente, sa prendersi cura della delusione dell’Orfano, sa attivare la forza, la determinazione e la disciplina del Guerriero che lotta per i suoi obiettivi

Il buon genitore è capace di amore (prendersi cura dei bisogni), protezione (rassicurare, confortare, contenere le emozioni) e guida (insegnare, indirizzare, sostenere l’apprendimento di abilità e l’imparare dagli errori).

L’Angelo Custode è quella parte di noi che tende a fare a noi stessi e agli altri quello che i nostri genitori (chi si è preso cura di noi) facevano con noi e che abbiamo interiorizzato. Quello che abbiamo vissuto lo abbiamo in qualche modo imparato (anche per contrasto), quello che non abbiamo vissuto non lo conosciamo.

Cosa succedeva quando eri preoccupato, spaventato e agitato? Come ti rassicuravano i tuoi genitori? Ti prendevano in braccio? Ti davano latte e ciambelle? Ti aiutavano a dare senso a ciò che stava succedendo? Ti insegnavano a calmarti? Quando oggi sei agitato o preoccupato o ti ritrovi di fronte ad una persona agitata e spaventata cosa fai?

Cosa succedeva quando eri triste e sconsolato? Come ti confortavano i tuoi? Ti prendevano in braccio? Cosa fai oggi quando sei sconsolato o quando qualcuno è triste e solo?

Cosa succedeva quando eri arrabbiato? Cosa facevano i tuoi per aiutarti a governare la tua rabbia? Potevi esprimerla? Se sì, come? Cosa succedeva? E oggi cosa fai quando sei arrabbiato? E quando ti trovi ad aver a che fare con chi è arrabbiato?

Quando, dove, come, in che misura si esprime l’Angelo Custode nella tua vita? Più in passato o attualmente? Lo vuoi sviluppare per il futuro? Al lavoro? In Famiglia? Con gli amici? In che modo riesci a prenderti cura di te stesso?

Conosci gli Angeli Custodi degli altri? Come si esprimono?

Cosa potresti fare per potenziare il tuo Angelo Custode nella tua vita?

Il Guerriero

La malattia e la cattiva sorte, i comportamenti malvagi e le persone scorrette, gli imprevisti e la morte appartengono alla vita. Prima o poi, più o meno grandi, incontriamo ostacoli sulla via della felicità e sfide a superare noi stessi, l’assetto abituale rassicurante quanto imprigionante. Dobbiamo farci i conti, in misura maggiore o minore, prima o poi.

Gli “invasori” sono sempre in agguato: chi pretende di cambiarci, chi ci presenta richieste impossibili, chi ci colpevolizza per qualcosa che non ci riguarda direttamente, chi tende a travisare la realtà e ci manipola, chi ci accusa di non renderlo felice, chi vuole calpestare la nostra dignità.

La sfida può nascere dall’esterno, dal dover affrontare chi ci ostacola, ci aggredisce o tenta di invaderci; ma può nascere anche dall’interno: da un desiderio di evadere dalla prigione del “dover essere autoimposto” o anche dal desiderio di emanciparsi da una condizione personale, sociale e relazionale che ci sta stretta o dal desiderio di sfidare ciò che appare scontato e incrollabile. Può essere una sfida sul posto di lavoro o il desiderio di cambiare percorso lavorativo; può essere una sfida nella coppia, per ridefinire regole e modalità dello stare insieme; può essere l’emergere di un bisogno di ricerca spirituale o “semplicemente” una nuova avventura in qualsiasi campo della nostra vita: costruire una casa, imparare un nuovo mestiere, cimentarsi in un nuovo hobby, intraprendere un viaggio da sempre desiderato, ecc..

L’Innocente vive nell’assoluta fiducia nel mondo perfetto.

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L’Orfano scopre ad un tratto l’imperfezione del mondo.

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Il Guerriero deve organizzarsi per vivere in questo mondo imperfetto.

Deve perché vuole uscire dal mondo ordinario, quello vissuto finora, per avventurarsi nel mondo straordinario, per sconfiggere draghi potenti e tiranni malvagi, per tornare con un tesoro conquistato, per ricreare un nuovo mondo ordinario impostato su nuovi presupposti e nuove regole. Ma il Guerriero potrebbe pure soccombere, non riuscire a fare il salto, morire mentre cerca di affrontare la vita…

Ciascuno di noi ha un Guerriero dentro di sé, ciascuno di noi deve essere un Guerriero in certi momenti della vita. Il Guerriero è il terzo archetipo del viaggio dell’Eroe.

L’archetipo è una dimensione interiore o potenzialità psicologica che può essere più o meno attiva nel governare il proprio comportamento. Ogni archetipo ha aspetti positivi e negativi.   https://linofusco.wordpress.com/?s=viaggio+eroe

Quando si pensa all’eroe comunemente si pensa al Guerriero, ma nella metafora del viaggio dell’Eroe questo archetipo è solo una dimensione dell’eroe. Inoltre, come per tutti gli archetipi, l’Eroe è sia maschio che femmina. Ogni individuo vive la sua vita eroica.

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Il Guerriero è capace di combattere per affermare i propri valori, diritti e bisogni, senza annientare l’altro e senza farsi schiacciare.

Il Guerriero è consapevole dei suoi valori e bisogni, di ciò che è importante per lui e si pone degli obiettivi per realizzare la vita che desidera, nonostante il mondo non sia perfetto, nonostante tradimenti e delusioni che ha incontrato lungo la sua strada. Il Guerriero conosce l’amore e anche l’odio che s’incontra nella vita.

Il Guerriero difende il suo territorio, afferma i suoi principi ed esige rispetto in merito al tipo di vita che conduce, alle scelte che compie quotidianamente, nei diversi ruoli che incarna: in famiglia, al lavoro, nelle relazioni, nel modo in cui impiega il suo tempo e le sue risorse. Se qualcuno lo vuole cambiare o fargli credere di essere sbagliato, afferma con forza e coraggio il suo diritto a tracciare personalmente i sentieri della sua vita.

Il Guerriero parte alla conquista di nuovi territori: nella quotidianità, come nei passaggi di vita più significativi, è disposto a pagare il prezzo delle sue scelte coraggiose, oltre ogni bisogno infantile di approvazione. Quando agiamo dalla posizione del Guerriero siamo disposti a restare soli, disposti ad attraversare il dolore che consegue a scelte di vita in linea con le nostre idee e i nostri valori. Integri di fronte a noi stessi prima che agli altri, in direzione della persona che vogliamo essere e della vita che vogliamo creare. Il Guerriero sa anche rinunciare in nome di un bene superiore, può sacrificare la sua vita in nome di un valore che per lui può essere superiore. E ciascuno di noi ha la propria personale scala di valori.

Il Guerriero è affidabile in quanto retto da un profondo senso di onestà morale e intellettuale, coerente rispetto ai propri valori per i quali sa combattere fino alla sfida finale.

Il Guerriero è affidabile anche perché sa mettersi in discussione dopo aver attentamente ascoltato l’altro.

Il Guerriero è la parte di noi che fa rispettare i confini e le regole di casa propria, sa dire “no” quando gli altri pretendono di fare i padroni a casa sua.

Il Guerriero ha una forte autodisciplina accanto ad un profondo rispetto per l’unicità altrui: sa cosa vuole, sa cosa deve fare e lo fa!!! E sa che l’altro è un Guerriero che ha gli stessi diritti e responsabilità.

Il Guerriero basa la sua forza sul coraggio e sull’autodisciplina ferrea, ma anche sulla capacità di accettare i propri limiti e riconoscere le proprie fragilità come primo punto di forza.

Spesso purtroppo questo valore della dimensione interiore guerriera l’abbiamo perduto.

Non stiamo in contatto col nostro Guerriero quando diventiamo aggressivi, eccessivamente rigidi, duri, severi con gli altri e con noi stessi, sfrenatamente competitivi fino alla morte, senza regole, senza rispetto, senza dignità. Perfino crudeli, intolleranti, insensibili e pieni di giudizi feroci contro “il diverso minaccioso” o contro chi intralcia la nostra strada. Quando, prepotenti e prevaricatori, non rispettiamo l’altro perché vogliamo sopraffarlo; quando non rispettiamo noi stessi perché non accettiamo la nostra debolezza. Quando indugiamo nell’eccessiva razionalità e non sappiamo ascoltare il cuore. Quando il potere diventa fine a se stesso e ci fa perdere la bussola dei nostri valori morali.

Non stiamo in contatto col nostro Guerriero quando diventiamo passivi e ci lasciamo calpestare dagli altri, incapaci di ascoltare i nostri bisogni e le nostre emozioni per farne guida nelle relazioni. Quando accettiamo apaticamente la definizione della realtà data dagli altri. Quando l’unico bisogno a prevalere è quello di approvazione e l’unica emozione da cui ci facciamo guidare è la paura che ci porta ad evitare il confronto aperto con la realtà oppure a soccombere inermi sotto il peso del volere altrui.

Il Guerriero negativo, aggressivo o passivo che sia, lotta per un bisogno di potere e superiorità distaccati dalla realtà. Non riesce a confrontarsi realmente con la paura insita nella vita, non accetta veramente i suoi limiti, la sua impotenza, la sua fragilità. Non accetta veramente il fatto che nella vita si combatte per andare avanti e conquistare ciò che per noi è importante, ma si può anche morire, si può anche soccombere senza per questo restare umiliati, si può anche cadere pronti a rialzarsi.

Un Guerriero “evoluto”, invece, sa combattere per la vita che vuole e anche morire per la vita che vuole. Sceglie le “giuste” battaglie. Sa lottare solo per ciò che veramente conta. Sa che il fallimento è un’esperienza, una lezione da imparare. Sa combattere senza essere distruttivo. Sa che la vera conquista è quella dell’interdipendenza: io vinco mentre vinci anche tu. Io vinco per me e anche per gli altri. Sa accogliere l’interpretazione della realtà data dall’altro e sa anche proporre una propria visione della realtà, combattendo per affermarla e farla rispettare, riconoscendo il conflitto come fonte di crescita, individuale e nella relazione.

L’autentico Guerriero non ha bisogno di screditare gli altri per affermare una presunta superiorità, non ha bisogno di vincere sull’altro né di “avere ragione”, desidera semplicemente creare la vita che per lui ha valore.

Il Guerriero consapevole e responsabile sa pianificare la sua lotta con determinazione e tenacia, conosce i nemici e prevede gli ostacoli, sa cercare risorse e muoversi con flessibilità, sa quando deve andare dritto e quando può anche cambiare obiettivo, strategie, strumenti. Sa lottare per ridefinire situazioni e contesti, ma sa anche accettare serenamente il limite e la sua incapacità di modificare le cose, riuscendo ad adattarsi in modo attivo e conservando la propria integrità e dignità anche in una situazione non ideale. Il Guerriero sa mettere in discussione regole e confini che fino ad ora ha accettato: ogni bambino e adolescente che si interfaccia coi propri genitori, ogni persona che cresce, ad un certo punto comincia a sentire oppressivi i limiti fino a poco tempo prima rassicuranti. Questa dinamica dura per tutta la vita, coi genitori e con tutte le forme d’autorità, tra accettazione confortante di situazioni costruite da altri per noi e assunzione di rischio e responsabilità nel costruire le cose come le vogliamo, nel darci autonomamente nuove regole, appropriate per noi in base ai nostri valori e bisogni in evoluzione.

Il Guerriero protegge i confini della propria identità in formazione (chi sono e cosa voglio) dall’abuso di potere di chi vuole imporre un’identità fittizia, regolata dall’esterno, dai desideri altrui.

Il primo passo del Guerriero spesso è proprio quello di rendersi conto della situazione stantia, asfissiante, restrittiva all’interno della quale ora sente di vivere. “Quello che andava bene fino a ieri, oggi non è più adatto a me”. Sa affermare il proprio punto di vista mentre riconosce la legittimità del punto di vista dell’altro. Non è reattivo-aggressivo rispetto all’altro, è aperto al dialogo mentre propone in modo attivo e rispettoso la propria visione delle cose e lotta per affermarla.

Il Guerriero evoluto è consapevole dei suoi bisogni e non si ferma alla protesta contro le regole imposte dagli altri, sa affermare con chiarezza e determinazione ciò che vuole e sa impegnarsi per ottenerlo. In caso di necessità sa compiere compromessi creativi. Accettando ostacoli e impedimenti che comunque incontra davanti a sé. Disposto a pagare il prezzo doloroso della rinuncia in nome di qualcosa di veramente importante, oltre i capricci di chi si lamenta senza costrutto.

Il Guerriero evoluto riconosce che molti nemici sono all’interno: la negazione della realtà, l’apatia stagnante, l’ignoranza, i bisogni infantili irrisolti, il risentimento sterile, la vendicatività distruttiva, la chiusura mentale, la disperazione senza responsabilità. Ma anche il lato oscuro di se stesso, le parti di sé represse che chiedono di essere viste, ascoltate, espresse, realizzate. Il proibito e l’oppresso che urlano per essere considerati alla pari di altre parti di sé.

Nessuno può sempre prendere tutto ciò che desidera, ma tutti possiamo e dobbiamo combattere per ciò che vogliamo.

La sfida oppone una resistenza che rafforza l’identità, ci fa capire chi siamo e chi vogliamo essere attraverso la lotta per i nostri valori, per ciò in cui crediamo. Se tutto fosse bell’apparecchiato, non sapremmo veramente se abbiamo fame a questa tavola imbandita da altri.

Il Guerriero sa comunicare in modo efficace senza sopraffare l’altro, usando la testa e il cuore. Sa perseguire l’obiettivo che realizza i suoi valori senza farsi annebbiare la vista da pseudo obiettivi e falsi valori e senza farsi guidare da bisogni immaturi mai risolti.

Il Guerriero consapevole non si lamenta per ciò che non ha, non si paralizza di fronte alle sue mancanze, focalizza la sua attenzione su ciò che lo rende unico, sulle sue qualità e risorse, per metterle a disposizione dell’azione motivata dai valori.

Il Guerriero saggio e maturo non sembra nemmeno un guerriero eppure realizza la vita che vuole; lotta per la pace e non per la guerra, mira allo scopo di crescere insieme agli altri, senza umiliare nessuno.

Il Guerriero evoluto sviluppa il potere di creare la vita che desidera, buona per sé e buona per tutti; ma non ha bisogno di un potere che controlla gli altri né ha bisogno di asservirli al proprio modo di intendere la vita.

Il Guerriero si assume la responsabilità della propria vita, delle proprie scelte e azioni e delle conseguenze che ne derivano. Non colpevolizza gli altri o la sorte per i suoi dolori. Non si lamenta in modo infantile oltre che sterile. Ogni evento, anche il più negativo, è un’opportunità per imparare, per crescere.

L’Innocente vive un sogno illusorio, l’Orfano lo sveglia e lo porta nella dura realtà, il Guerriero cerca di trasformare quel sogno in realtà, consapevole dei limiti mentre cavalca le possibilità. L’Innocente ancora non sa chi è, così fuso nella beatitudine primaria; l’Orfano comincia a sentirsi separato, distinto e perciò abbandonato, deprivato; il Guerriero aiuta a trovare i propri confini (chi sono e cosa voglio), a proteggerli da chi vuole invaderli, da chi vuole imporre la propria rappresentazione della realtà.

Il Guerriero è coraggioso perché agisce nonostante la paura. Sa riconoscere e valutare la realtà minacciosa esterna e la vulnerabilità interiore e alla luce di questa consapevolezza combatte per trasformare la realtà, esterna e interna, nella direzione dei propri valori, di una vita che per lui vale la pena di essere vissuta.

Il Guerriero, sostanzialmente, non ha veramente nemici da combattere, esterni o interni che siano. Ha solo il proprio progetto di vita da realizzare. Ha solo prove da affrontare, limiti da conoscere per superarli e integrarli nella propria personalità. È il cammino eroico verso l’integrazione di sé, verso la ri-appropriazione di tutte le parti di sé che nel percorso della vita sono andate perdute, represse, dimenticate comunque non espresse e non valorizzate.

E tu che rapporto hai col tuo Guerriero?

Quanto riesci a percorrere la tua strada con forza e disciplina, senza schiacciare gli altri e farti schiacciare?

Pensa a uno o più ruoli e ambiti della tua vita attuale e chiediti se hai bisogno di un Guerriero…

Quanti Guerrieri hai incontrato nella tua vita?

Quante volte hai dovuto essere un Guerriero, fin dall’infanzia, nella tua famiglia?

Con quanti Guerrieri ti confronti quotidianamente? Cosa ti insegnano?

Cadi sette volte e rialzati otto (antico proverbio giapponese).

L’Orfano

Prima o poi nella vita incontriamo crisi e momenti difficili, frustrazione e delusione, imperfezione, impotenza e limite. Veniamo licenziati in modo brusco e assolutamente inaspettato o quotidianamente vessati sul lavoro, un parente ci dà una fregatura, lo sguardo del partner si indirizza altrove, non è più quello di prima, veniamo a sapere che un amico ha sparlato di noi in modo completamente gratuito e molto offensivo. Gli uomini sono delusi dalle donne e le donne dagli uomini. Proviamo le emozioni più disparate: tristezza e rabbia, senso di colpa e vergogna, dolore e desiderio di vendetta. Siamo preoccupati e smarriti. Ci sentiamo vittime di torti subiti ingiustamente.

La precedente situazione di vita sicura e confortevole è perduta. La fiducia in noi stessi e nel mondo vacilla, le certezze sembrano sgretolarsi. Le persone o le situazioni in cui abbiamo riposto la nostra fiducia, a cui abbiamo affidato la nostra vita, ci tradiscono. Scopriamo che i nostri genitori (tutte le forme di autorità e guida che finora ci hanno formato e accompagnato nel mondo) non sono perfetti né onnipotenti. E ci sentiamo abbandonati a noi stessi, in balia di un mare senza confini e senza più certezze. Veniamo così gettati nel nulla, “costretti” ad abbandonare le nostre antiche illusioni di un mondo perfetto o perlomeno benevolo.

Ci hanno insegnato che il mondo dovrebbe essere in un certo modo e ci abbiamo creduto; ad un tratto il mondo si mostra diverso, ci delude, ci inganna. Ci è stato detto che si cresce solo fuori dalla zona di comfort. E ora sembra arrivato il momento di confrontarsi con l’ignoto. In un batter d’occhio l’Innocente fiducioso, entusiasta, spontaneo incontra la paura, il tradimento, l’ostilità. L’Innocente 

Nella metafora del viaggio dell’eroe siamo nell’archetipo dell’Orfano.

L’archetipo è una dimensione interiore o potenzialità psicologica che può essere più o meno attiva nel governare il proprio comportamento. Ogni archetipo ha aspetti positivi e negativi.   https://linofusco.wordpress.com/?s=viaggio+eroe

Ciascuno di noi ha un Orfano dentro di sé. È la parte di noi che ad un tratto subisce un tradimento, perde amore, protezione e guida da parte di chi fino a quel momento ha rappresentato un riferimento autorevole e benevolo o addirittura subisce violenze fisiche e psicologiche da chi dovrebbe prendersi cura di lui. La vita è dolore!!!

Tanto più grande era la fiducia in un mondo ideale dell’Innocente, tanto peggiore sarà la caduta dell’Orfano.

Stiamo nell’Orfano ogni volta che ci sentiamo trascurati, ingannati, traditi, delusi.

Spesso l’Orfano è incapace di confrontarsi con la solitudine e il farsi carico della vita. Non riesce ad accettare questo passaggio. E fugge. Si difende. Arrivano i comportamenti sintomatici. L’Orfano può cercare rifugio in sostituti dei protettori perduti: potrebbero essere altre figure a cui affidarsi indiscriminatamente per ottenere il tanto anelato accudimento incondizionato oppure potrebbe essere una fuga nelle dipendenze che rappresentano uno stordimento che non fa sentire e pensare. Droga, alcol, gioco d’azzardo, internet, social media, sesso, shopping compulsivo, materialismo sfrenato, ecc. stordiscono rispetto ad una realtà deludente percepita come insostenibile.  In attesa della magica risoluzione esterna dei problemi. Che non arriverà mai.

Nasce il dilemma: abituarsi al vuoto o continuare a cercare un nutrimento alternativo? Continuare a cercare o accettare la realtà della perdita e della privazione? Rinunciare o continuare ad aspirare al ritorno della beatitudine originaria?

A questo punto l’Orfano può sviluppare un’amara, compiacente e cinica adesione al volere altrui come modalità manipolativa per non restare solo. È grande il rischio dell’auto-tradimento, il blocco e l’inazione oltre che l’inaridimento emotivo: l’incapacità di riconoscere, sentire, esprimere i propri sentimenti e bisogni autentici.

Se l’Orfano deluso prende il sopravvento può portare a tradire gli altri e se stessi e i propri valori: mascherato agli altri e alienato da se stesso.

Per affrontare la ferita del tradimento e dell’abbandono, ci distacchiamo da noi stessi, indossiamo maschere finte, come involucri vuoti, diventiamo come vogliono gli altri nel momento in cui non sappiamo più chi siamo. Prevalgono sentimenti di rabbia e ribellione, invidia e durezza, insensibilità ed egocentrismo; il dolore diventa il lamento manipolatore di una vittima “irrisarcibile”, che si sente in credito verso la vita e gli altri, portatrice di un bisogno incolmabile, secchio bucato che non si riempie mai.

L’Orfano non riesce ad elaborare il lutto della perdita. Il paradiso è perduto, ma l’Orfano non vuole vedere, non riesca a riconoscerlo, non riesce a venirne a patti. Non riesce ad andare avanti. Se l’Innocente è un ottimista irrealistico, l’Orfano è un pessimista rassegnato, apatico, che utilizza la delusione del mondo ingiusto come alibi per la stasi e la passività rabbiosa, risentita, colpevolizzante. Criticare continuamente l’altro, che non riesce a soddisfare i suoi bisogni, è un surrogato malato di un bisogno di potere che nasce dal vuoto di autorità creato dalla delusione e dal tradimento.

L’Orfano “evoluto”, invece, sa confrontarsi con la realtà del tradimento e della delusione, si sente abbandonato eppure sa accettare la cruda realtà senza farsi distruggere. Cerca un nuovo senso e un nuovo assetto personale e interpersonale, superando la paura di essere sopraffatto, schiacciato, sfruttato, ingannato di nuovo. Invece che restare nella posizione di vittima impotente e ferita da una realtà ingiusta e aspettare passivamente qualcuno che lo salvi, impara a chiedere aiuto, impara a cercare risorse attorno a sé.

Prima o poi l’Orfano deve rimboccarsi le maniche. Accettare la sfida, rispondere alla chiamata. Prendere in mano la sua vita; con responsabilità farsi carico della propria sofferenza esistenziale e dell’angoscia quotidiana alla ricerca di un vero sé. Accettare per lasciare andare il dolore e la delusione, senza indugiare nel risentimento sterile. Sviluppando autonomia di pensiero e d’azione e, al contempo, anche la capacità di creare una rete di sostegno e cooperazione tra Orfani di una stessa realtà deludente. Rinunciare al bisogno di dipendenza e amore incondizionato per accettare l’imperfezione del mondo.

Il gruppo, il rapporto con gli altri e l’interdipendenza diventano nuovi riferimenti identitari e modelli di vita. Impara ad accettare il proprio bisogno di aiuto ed impara a chiedere invece che aspettarsi che tutto arrivi facile, senza sforzo. Sostituisce la dipendenza passiva dalle autorità con una più consapevole e responsabile interdipendenza con gli altri.

Un esempio tipico e in qualche modo inevitabile di Orfano è l’adolescente. L’Orfano rappresenta bene la dinamica adolescenziale ambivalente: le risposte degli adulti non sono più sufficienti o gradite, ma ancora non si hanno proprie risposte adeguate. Tra bisogno di autonomia e anche di dipendenza. Stammi lontano e stammi vicino. Ho bisogno di sicurezza mentre mi incammino alla ricerca della mia strada. L’Orfano ha bisogno di nuove norme e nuove forme, nuovi modelli di riferimento e nuovi principi regolatori.

L’Orfano evoluto riconosce le ferite come normative, esistenziali, intrinseche al vivere. E la ferita del tradimento come spunto per il viaggio alla ricerca di una nuova forma di beatitudine, che integra la delusione e la supera.

Come ogni adulto responsabile deve contare su di sé e può anche chiedere aiuto agli altri. Se il mondo lo delude e lo abbandona, deve farsi carico di se stesso, di chi è e vuole essere. Nuovo genitore di se stesso. La vita è meravigliosa, anche se non perfetta!!!

Quanto conosci il tuo Orfano interiore? Quanto ti ritrovi a lamentarti invece che chiedere? Come puoi trasformare il tuo lamento impotente nell’espressione della tua rabbia e del tuo dolore? Come puoi trasformare la tua critica colpevolizzante in una richiesta specifica di ciò di cui hai bisogno?

Come puoi agire per realizzare ciò che vuoi? Come puoi accettare future possibili altre delusioni senza per questo arenarti in una passività assolutamente sterile?

 

L’Innocente 

La vita ci presenta periodi di tranquillità e momenti di trambusto. In famiglia come al lavoro, nella coppia ma anche individualmente, nei diversi ruoli della nostra vita viviamo situazioni abituali, prevedibili, stabili e anche momenti critici e fasi di passaggio più o meno tumultuose. Quando si presenta una possibile nuova avventura (un nuovo lavoro, un nuovo amore, una nuova passione, una nuova idea, la necessità di prendere una decisione importante, ecc.) partiamo da una posizione che oscilla tra desiderio e paura, tra fiducia e cautela.

Ogni nuova impresa richiede un certo grado di ottimismo, apertura ed entusiasmo. Magari anche di ingenua spontaneità. Nella metafora del viaggio dell’eroe, la fase di entusiasmo e fiducia è caratterizzata dall’archetipo dell’Innocente.

L’archetipo è una dimensione interiore o potenzialità psicologica che può essere più o meno attiva nel governare il proprio comportamento. Ogni archetipo ha aspetti positivi e negativi.  https://linofusco.wordpress.com/2017/09/08/il-viaggio-delleroe/?preview=true

Ciascuno di noi ha un Innocente dentro di sé. È la parte di noi che ha fiducia in sé e negli altri, nella vita. Si fida e si affida alle persone in quanto “l’essere umano è intrinsecamente buono”. Idealista e ingenuo al tempo stesso, l’Innocente è giocoso e aperto alla vita, ottimista e pieno di speranza. È l’entusiasmo smisurato di fronte alle piccole e grandi meraviglie della vita. È la gioia di vivere.
Quando è attivo l’Innocente, viviamo nella beatitudine dei primi anni di vita in cui, in condizioni sufficientemente buone, abbiamo sperimentato l’amore e la protezione dei nostri genitori. L’amore incondizionato.

Il pensiero dell’Innocente è polarizzato, on/off: la realtà, la vita, io, gli altri sono tutto o niente; una cosa è bella o brutta, o sei buono o sei cattivo. O sei perfetto o non vali niente. Il mondo è perfettamente giusto o profondamente ingiusto.  Tipico del bambino piccolo.

L’Innocente tende quindi a negare la realtà difficile, conflittuale e dolorosa. Quando nella realtà attuale quei bei momenti sono lontani, l’aspirazione dell’Innocente è quella di recuperare una sorta di situazione primaria “perfetta” in cui ogni desiderio e bisogno sono soddisfatti, non esiste frustrazione, non esiste delusione.

Quando la coppia traballa e siamo delusi dal partner che non viviamo amorevole e desiderato come prima, quando il lavoro non offre più le stesse soddisfazioni dell’inizio, quando addirittura un fratello ci tradisce, quando noi stessi ci troviamo a riconoscere i nostri limiti e difetti, quando i figli ci mettono di fronte a realtà dolorose, insomma di fronte a qualsiasi esperienza deludente ci troviamo nella necessità di confrontarci con dei cambiamenti: tra negazione della realtà dolorosa, disillusione e necessità di metterci in gioco e spostare gli equilibri…

L’Innocente ingenuo non riconosce l’imperfezione che appartiene alla vita, ai rapporti, la propria e l’altrui imperfezione. Riconoscere l’imperfezione è vissuto dall’Innocente con angoscia insostenibile: significherebbe ammettere la propria vulnerabilità e anche entrare in contatto con la paura degli altri non sempre meritevoli di fiducia. L’angoscia è l’abbandono, la solitudine, il grande tradimento, la morte.

L’Innocente vive nell’illusione, ma prima o poi deve confrontarla con la realtà.

Quando incontra la realtà deludente e frustrante, l’Innocente può reagire con un atteggiamento negativo: inizialmente la nega, la fugge, si attacca alle abitudini, mantiene un ottimismo irrealistico; gradualmente deve confrontarsi con una realtà “non perfetta” e comincia ad entrare nel pessimismo, si sente vittima e si lamenta in modo sterile, comincia a pretendere che le cose tornino come prima, che le persone tornino ad essere come prima, fonte esterna della sua sicurezza e dipendenza (matrice originaria dei genitori verso il bambino piccolo). Ha paura, ma la sua onnipotenza egocentrica, idealista, ingenua non gli permette di riconoscerla e affrontarla. Inizia a colpevolizzare gli altri, il mondo, la sfortuna che ha rovesciato il senso delle cose.

Un Innocente “evoluto”, invece, continua a mantenere i propri ideali e i propri sogni, ma sa metterli in comunicazione con la realtà, tra sana ambizione e necessario confronto coi limiti, nel rispetto di una coerenza di sé, ma anche nella capacità di mettersi in discussione e di mettere in discussione le proprie credenze e certezze assolute.

Un Innocente evoluto si fida degli altri mentre impara a pensare in modo sanamente critico, riflessivo, autonomo. Mantiene fiducia e speranza anche dopo il tradimento e la delusione, impara a riconoscere l’imperfezione della realtà e di se stesso e a superare e integrare la disillusione. Impara ad accettare che l’altro non sta al mondo per soddisfare i suoi desideri.

Oltre i colori netti, conosce le sfumature della vita: si sente forte e vulnerabile al tempo stesso, sicuro quanto basta in un mondo pericoloso. Costruisce dentro di sé i propri genitori ideali, capaci di proteggerlo e anche di farlo confrontare con la realtà dolorosa. Comincia ad integrare il principio di piacere con il principio di realtà insieme al principio di responsabilità: “sono io il creatore della mia felicità”.

Consapevole che il confine tra sogno e realtà a volte è chiaro e netto e a volte è sfumato, l’Innocente si incammina nel viaggio per diventare nuovo genitore di se stesso. Per imparare a ritrovare un senso di fiducia rinnovato, fondato su nuovi presupposti eppure sempre aperto alla vita.

Ogni archetipo va incontrato, conosciuto, integrato nel proprio modo di stare al mondo.

Come ogni archetipo, l’Innocente può prendere il timone del nostro comportamento senza che noi ce ne accorgiamo. A volte, l’Innocente va proprio risvegliato dentro di noi perché può essere un atteggiamento utile e necessario ad affrontare il momento o situazione che stiamo vivendo. In altri casi, l’Innocente va contenuto e ridimensionato nel momento in cui le sue caratteristiche rischiano di crearci dei problemi.

E tu che rapporto hai col tuo Innocente? Come dialoghi con lui? Quando, dove, come e in che misura l’Innocente ti guida nella vita?

Sfide 

Ciascuno di noi è un eroe. Sul lavoro o in famiglia, di fronte alla necessità di prendere decisioni o nell’affrontare conflitti interpersonali, ciascuno di noi è una persona “normale” chiamata ad una “sfida”, piccola o grande che sia. Nella quotidianità o in momenti cruciali di vita, siamo chiamati a trovare una “nuova normalità” lasciandoci alle spalle ciò che provoca dolore, blocco, stagnazione. La chiamata è un invito a salire ad un livello più evoluto, a spostare gli equilibri di ciò che per noi è una vita che vale la pena di essere vissuta.

La vita di ciascuno di noi ci presenta una o più chiamate al “viaggio eroico”: una crisi personale o di coppia, un problema di lavoro o di salute, un senso di vuoto interiore o qualche perdita importante, il desiderio di mettersi in gioco o il bisogno di ricerca spirituale.

Di fronte alla sfida possiamo tentennare, indietreggiare, rifiutarla. Ma prima o poi quella sfida tornerà, in una forma o in un’altra, in un sogno o in un incubo, attraverso sintomi fisici o psicologici, in una crisi d’ansia o in down depressivi.

La sfida è portatrice di un’urgenza interiore, una spinta potente a cui prima o poi dovremo rispondere, altrimenti il rischio è l’accumularsi di dolore invadente e rabbia irrisolta o l’amplificarsi di paure e delusioni, fino alla morte reale o interiore.

E non è un viaggio organizzato, è l’emblema dell’ignoto, pieno di rischi e pericoli, ma va affrontato, altrimenti il prezzo da pagare è lo spegnimento interiore, la malattia, il vuoto e un’esistenza che va avanti senza alcuna vitalità. Rinunciare al viaggio significa rinunciare a vivere. La ricompensa del viaggio è l’avvicinamento al mistero della vita e della morte, è un dono che si fa a se stessi e a chi ci circonda, i cari più vicini e la collettività tutta.
Ecco le tre domande fondamentali per ogni consapevolezza responsabile di fronte alla chiamata:

  • Cosa provo (sentimenti, stati d’animo, emozioni)?
  • Cosa voglio (bisogni, desideri, valori)?
  • Cosa devo fare (azioni)?

L’eroismo consiste, oltre che nel trovare una nuova verità, nell’avere il coraggio di agire sulla base di quella visione interiore” (Carol Pearson).

Ogni vita merita un eroe 

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi (Marcel Proust)

Hai un problema al lavoro? Stai in crisi col tuo partner? Hai dubbi su una scelta da compiere in famiglia? Sei sempre nervoso, spento o stanco?
Ciascuno di noi prima o poi nella vita vive un disagio, un malessere, un blocco che spegne la vitalità, un momento di smarrimento e confusione rispetto a scelte di vita, valori, lettura del passato, orientamento al futuro. Quello che prima era scontato ad un certo punto non ci piace più, ci sta stretto, ci soffoca o ci inaridisce. La strada che abbiamo sempre seguito perde senso e spesso non vediamo alternative.
Qualcosa è cambiato o sta cambiando: accadimenti di vita, passaggi critici del ciclo vitale, cambiamenti negli equilibri individuali, di coppia, in famiglia. Ma molto probabilmente il fattore più importante di questo mal-essere è qualcosa che è cambiato dentro di noi, l’emergere di nuovi bisogni e desideri, non voler accettare più antiche frustrazioni e delusioni, nuovi modi di percepire e reagire alle situazioni quotidiane. Emerge il bisogno di un nuovo senso: ricerca di nuovi significati e anche di nuove direzioni.

Immersi in questa situazione emotiva ed esistenziale stiamo ricevendo una chiamata, un invito a rischiare il certo per l’incerto. E possiamo allora partire per il viaggio o restare immobili. In attesa della morte psichica.

Se decidiamo di partire sappiamo profondamente che troveremo difficoltà, paure, dolore, che rischiamo di morire, ma anche di rinascere.
Sarà una discesa agli inferi in cui troveremo noi stessi, rinnovati e diversamente figli dell’universo. Un viaggio al centro della propria essenza.
Il viaggio dell’eroe invita tutte le persone a rileggere la propria storia, a riscriverla.

PREPARAZIONE AL VIAGGIO
Finora abbiamo vissuto in un certo modo, siamo figli della nostra famiglia, della nostra storia, di quello che abbiamo respirato fin dalla nascita. “Quello che sono. Quello che sono sempre stato. Io sono così di carattere…”. Un sé “normale” in un mondo “normale”: “quello che ho sempre fatto, come ho sempre vissuto” . La realtà accettata. La zona di comfort: sicura e stagnante. Le abitudini, le dipendenze. L’abitudine sterile. Il copione. Le ferite.

In questa fase sono attivi 4 archetipi, quattro parti di noi con cui ci identifichiamo e che possono guidarci, a volte anche limitarci purtroppo.

Innocente: pieno di ottimismo e fiducia verso sé, gli altri, la vita, idealista ingenuo.

Orfano: deluso, tradito, dalla vita, dagli altri; abbandonato, non può contare su chi prima lo proteggeva e chiede aiuto ad altri.

Guerriero: si pone obiettivi personali e universali, elabora strategie per raggiungerli con coraggio e autodisciplina.

Angelo custode: si prende cura degli altri e di se stesso.

Gli archetipi della preparazione forniscono la base di partenza della persona, la sua configurazione unica e irripetibile di caratteristiche, la sua sensibilità, il dono personale, le sue sofferenze, la ferita personale, i punti forti e i punti deboli, risorse e limiti, ecc..

Ad un certo punto il futuro eroe sente la chiamata: segni, sintomi, segnali, messaggi, sfide, problemi. Blocchi. I sintomi urlano: “svegliati!!!”Qualcosa non va. Metti in discussione il tuo assetto rassicurante. È una chiamata che può emergere dal bisogno o dal sogno, è comunque un invito ad un’azione diversa “dal solito”. Verso obiettivi, mete, rischiando nuovi prezzi da pagare in nome di nuove possibilità, in questa fase solo vagamente immaginate. Verso la propria essenza e autenticità. Verso lo spirito individuale e universale.
Il Viaggio dell’Eroe è un viaggio nell’ignoto, richiede di lasciare le proprie certezze, i propri riferimenti, la propria zona di comfort. All’orizzonte c’è l’incerto, l’imprevedibile, lo sconosciuto. Dopo qualche titubanza, si tratta di accettare attivamente la chiamata, la sfida, non subirla.

VIAGGIO VERO E PROPRIO.
Verso l’ignoto, verso il mondo stra-ordinario, verso un nuovo sé possibile.
Verso la ricerca di un senso nuovo della vita. È il contatto col mistero, con l’inconcepibile, col divino. Dentro di sé. Alla ricerca di una nuova identità integrata. Il senso di vuoto e l’insoddisfazione sono l’ispirazione iniziale alla ricerca di qualcosa che ci definisce e ci trascende al tempo stesso.
Il compito fondamentale è scegliere superando le antiche decisioni intorno alle quali abbiamo organizzato la nostra identità, il nostro comportamento, il nostro modo di essere e stare al mondo.
In questa fase sono attivi 4 archetipi:

Distruttore: dobbiamo lasciarci alle spalle il vecchio…

Cercatore: verso qualcosa che è ancora indefinito, sconosciuto.

Amante: la passione, l’energia, il desiderio.

Creatore: scoprire, inventare, dare vita ad un nuovo sé.

IL RITORNO
Appropriazione di sé e nuove relazioni. Assimilazione e accomodamento: integrare il nuovo col vecchio. Integrazione mente-cuore-spirito-universo. Nuove norme a regolare la propria vita e nuove forme o modi di pensare, sentire, agire.
È la scoperta del proprio vero Sé. Il ritorno a se stessi. Un ritorno a casa. Ora siamo consapevoli di chi siamo. Padroni del nostro destino e anche guida e riferimento per altri.

In questa fase sono attivi 4 archetipi:

Sovrano: governa sul regno, sulla realtà, in modo autorevole, responsabile, in connessione col senso profondo del proprio essere e con l’intero universo.

Mago: trasforma il negativo in positivo, l’inferiore nell’evoluto.

Saggio: rivela la verità soggettiva e universale al tempo stesso.

Folle: sa cogliere l’attimo con gioia e autoironia, pronto a sovvertire in ogni momento l’ordine stabilito per dare inizio ad un nuovo viaggio.

Il viaggio dell’Eroe è sempre un viaggio di trasformazione di se stessi. Nel viaggio incontriamo persone e incontriamo noi stessi; impariamo a padroneggiare situazioni, a governare eventi, ad orientarci nel mondo, ma anche e soprattutto a sviluppare un nuovo rapporto con noi stessi, a conoscere un altro se stesso, al timone della propria vita. Il viaggio è ogni volta perdersi e ritrovare la strada, tracciare ogni volta nuovi sentieri. A ciascuno il suo viaggio…

Il viaggio dell’eroe

Alcune volte propongo al paziente un lavoro con la metafora del viaggio dell’eroe. In genere questo avviene quando la persona ha già fatto un lavoro importante su di sé, ha ridotto notevolmente la sofferenza legata ai sintomi, ha esplorato le fonti del suo malessere, ha messo a posto i pensieri più critici e regolato le emozioni fondamentali, in generale ha migliorato la sua qualità di vita, nelle relazioni, al lavoro, nella gestione del tempo, ecc. E pronto insomma per accedere ad un lavoro su di sé che va oltre la cura di una sofferenza, è una vera e propria ricerca spirituale.

Anche quando non propongo il viaggio dell’eroe in modo esplicito al paziente, il riferimento al viaggio eroico è sempre presente come filtro interpretativo del percorso di individuazione della persona.

Il viaggio dell’eroe è una traccia, una mappa, un percorso che prende spunto dal lavoro di Carol Pearson a sua volta ancorato al lavoro di Campbell sull’eroe nella mitologia occidentale e orientale e impostato sulla psicologia degli archetipi di Jung.

La letteratura, classica e moderna, come il cinema e ogni altra forma d’espressione artistica sono pieni di eroi in viaggio, di avventure “alla ricerca della verità”.

Il viaggio dell’eroe è il cammino di ciascuno di noi verso l’integrazione, l’individuazione e la riappropriazione di sé. Dura tutta la vita. È un ripetersi di passaggi, di crisi, di trasformazioni personali che definiscono la traiettoria unica della propria evoluzione. Verso la responsabilità consapevole del proprio destino. Oltre i condizionamenti interiorizzati e il rigido “io sono così … di carattere”. Oltre il copione da noi “scritto” precocemente e continuamente ripetuto. Verso la “creazione” della propria qualità di vita fondata su scelte consapevoli e responsabili. Lungo un itinerario soggettivo che conduce dalla dipendenza infantile, ferita e immatura, all’indipendenza adulta, consapevole e responsabile, fino all’interdipendenza della connessione profonda con il sé più intimo, con gli altri e al servizio del bene collettivo.

Il viaggio dell’eroe è una struttura metaforica che può essere descritta in diversi modi e ciascuna di queste rappresentazioni del viaggio comprende le altre: il viaggio non è un percorso lineare, si sviluppa piuttosto a spirale ritornando più volte in momenti e passaggi significativi.

Il viaggio dell’eroe attraversa 4 momenti:

  1. lotta col Drago
  2. liberazione della Principessa
  3. conquista del Tesoro
  4. edificazione del Regno.

Il viaggio dell’eroe si sviluppa in 3 fasi temporali:

  1. preparazione
  2. viaggio vero e proprio
  3. ritorno

Il viaggio dell’eroe si realizza attraverso l’equilibrio dinamico di 12 archetipi:

  1. Innocente
  2. Orfano
  3. Guerriero
  4. Angelo custode
  5. Cercatore
  6. Distruttore
  7. Amante
  8. Creatore
  9. Sovrano
  10. Mago
  11. Saggio
  12. Folle

Ogni fase prevede l’attivazione di specifici archetipi. Gli archetipi sono personaggi o figure interiori che intervengono in una o più fasi del viaggio a sostenere o anche ad ostacolare l’eroe. Sono immagini interiori ed universali che fungono da modelli guida a livello spirituale e comportamentale. Sono aspetti che mettiamo in gioco continuamente nella nostra vita, anche se in modo inconsapevole. Gli archetipi sono “energie universali”, modelli di comportamento che tracciano il copione di ciascuno di noi, mappe che orientano la nostra vita.

Ogni archetipo può essere più o meno attivo nella persona a determinare il suo vissuto e comportamento.

Sono dimensioni interiori, parti di sé, forze, energie, figure simboliche che fanno parte dei miti, come dei sogni e albergano nella personalità di ciascuno di noi, a livello di potenzialità più o meno espressa, manifesta, comunque come dimensioni interiori con cui prima o poi nella vita dobbiamo fare i conti, che dobbiamo incontrare, integrare.

L’avventura dell’eroe segue sempre una traccia: la separazione dal mondo precedente, l’iniziazione a qualche fonte di potere, il ritorno apportatore di vita (Joseph Campbell).

L’Eroe, insoddisfatto, deprivato, inaridito, è chiamato alla sfida verso il nuovo, ad andare oltre quello che è sempre stato e che ora è fonte di malessere. Sulla sua strada incontra il Drago. Il drago custodisce un Tesoro e una Fanciulla che deve essere salvata, una Principessa che deve essere liberata. Al ritorno dal viaggio l’Eroe può costruire il suo Regno.

Il Drago simboleggia il nostro lato oscuro, le nostre paure, le parti di noi non ancora integrate. Il salto nel buio. Il contatto profondo con le nostre emozioni più viscerali, i nostri bisogni più autentici, le angosce irrisolte. Rischiare di morire, per trasformarsi: dalla grande paura al grande cambiamento. Il Drago non è fuori di noi ma dentro: sono le nostre paure. Il Drago è lo specchio che ci rivela la nostra Ombra, le parti di noi che rifiutiamo, rinneghiamo, censuriamo. Il Drago, come i mostri dei bambini, esiste solo perché ne abbiamo paura. Il Drago è tutto ciò che sentiamo un problema, un disagio, una questione da risolvere: un conflitto di coppia, un problema al lavoro, una preoccupazione per la salute, scelte esistenziali che ci tengono bloccati perché continuiamo a ripeterle nonostante siamo consapevoli che ci fanno soffrire. Il Drago sono le difficoltà della vita, che sono sempre sfide e occasioni di crescita.

La liberazione della Principessa è il simbolo della conquista “interiore”, della liberazione dal vecchio, l’accesso alle parti di noi non ancora espresse, al nostro talento, alle nostre potenzialità. Il femminile dentro l’uomo, il maschile interno alla donna. Contatto e integrazione dell’altro da sé.

Il Tesoro rappresenta l’energia vitale, l’ampliamento di possibilità che si aprono dinanzi a noi quando abbiamo superato le nostre paure e ritrovato il sentiero autentico del nostro essere essenziale. La capacità di godere dei risultati raggiunti e dei conflitti interni risolti, delle parti integrate, di nuove consapevolezze e visioni di sé.

Il Regno è il nuovo assetto di vita, i nuovi presupposti su cui ora fondare le proprie azioni, le scelte nella vita quotidiana. E la condivisione profonda con gli altri, quasi una rivelazione che possa essere di nutrimento, stimolo e orientamento per l’intera collettività. E questo regno sarà in auge fino alla nuova crisi, fino al nuovo terremoto che richiamerà l’eroe ad un nuovo viaggio.

Lavorare col viaggio dell’eroe è uno dei modi più potenti per amplificare lo sviluppo personale. È una metafora molto fertile sia per affrontare i nodi più critici della sofferenza emotiva, sia come guida per la propria crescita personale, sia come riferimento per ogni strada che scegliamo di percorrere nella nostra vita: quando accettiamo una nuova sfida, quando rischiamo un nuovo progetto, quando esploriamo territori in precedenza tabù, quando rischiamo noi stessi nell’incontro con l’altro.