L’ardua impresa dell’accettazione

Cosa significa e cosa comporta accettare una dura realtà? Una realtà che non vorremmo fosse vera, ma che purtroppo è reale, rispetto alla quale siamo impotenti, abbiamo fatto i nostri tentativi per negarla, far finta che non fosse vera o provare a cambiarla, ma ora non possiamo fare altro che accettarla? Ecco una traccia essenziale per “accettare”.

Accettare la REALTÀ: la perdita, la separazione, il fallimento, la sconfitta, una frustrazione che si ripete, una delusione relazionale, il trauma, la malattia, il lutto, una qualche “via del non ritorno”, ciò che è accaduto, più forte e più grande di noi, delle nostre capacità di affrontarlo. Riconoscere la dura realtà è il primo passo per elaborarla, cercarne il senso e il valore, fino ad accettarla come “qualcosa che fa parte delle cose che accadono e possono accadere”.

Accettare il DOLORE e tutte le emozioni che porta con sé: tristezza, preoccupazione, paura, impotenza, angoscia, rabbia, senso di colpa, vergogna, solitudine, disperazione, ecc.. Sopportarlo, attraversarlo, viverlo, per superarlo, impararci a convivere, trasformarlo, fino a lasciarcelo alle spalle.

Accettare i CAMBIAMENTI. Adattarsi alla nuova situazione che si è venuta a creare, riorganizzare i propri comportamenti, le proprie relazioni e il proprio stile di vita. Ritrovare un senso e un valore nella vita nonostante il dolore di una realtà avversa, stressante, traumatica.

Accettare il cambiamento DELL’IMMAGINE DI SÉ. Qualcosa è cambiato all’esterno, qualcosa è cambiato all’interno, nella nostra visione del mondo, nel nostro modo di concepire noi stessi, le altre persone, la vita, il senso delle cose.

Accettare il cambiamento del PROGETTO DI VITA. Rimodulare i nostri scopi di vita. Da oggi in poi alcuni sogni e obiettivi saranno diversi. Da oggi in poi dobbiamo imparare ad investire in nuovi progetti.

Dentro questa cornice dell’accettazione c’è il percorso personale di ognuno di noi che si deve confrontare con dure realtà. Come lo facciamo orienta il nostro adattamento e benessere o lo sviluppo di malessere e sofferenza. E anche la nostra capacità di gestire le avversità in futuro, piccole e grandi frustrazioni, delusioni e stress che la vita potrà presentarci.

Pensa ad una situazione passata che hai dovuto fronteggiare o una presente che devi affrontare. Verifica i passi precedenti e nota cosa hai fatto, cosa puoi fare e cosa devi fare per confrontarti con la dura realtà… E verifica l’impatto della realtà sulle tue condizioni di benessere o malessere.

Dal letame nascono i fior. Una storia sulla perfezione e sul valore

C’era una volta un’anziana donna che aveva due grosse anfore appese alle estremità di una canna che portava sulle spalle. Una delle anfore aveva una crepa e perdeva un po’ d’acqua, mentre l’altra era perfetta e conservava sempre tutta l’acqua.
Alla fine del lungo cammino, dal fiume a casa, la vecchia donna restava con un’anfora piena solo a metà. Per due anni interi andò avanti così…
L’anfora vecchia e screpolata si sentiva umiliata e inutile, tanto più che l’anfora nuova non perdeva l’occasione di far notare la sua perfezione.

Dopo due anni, che all’anfora difettosa sembrarono un fallimento senza fine, l’anfora disse alla donna: “io mi vergogno del mio difetto e dei guai che ti procuro”.
L’anziana signora sorrise: “non hai notato che dal tuo lato della strada risplendono i fiori, ma non dal lato dell’altra anfora? Io ho messo dal tuo lato della strada dei semi di fiori, perché ero consapevole del tuo difetto. Ora tu li annaffi ogni giorno quando torniamo a casa. Per due anni ho potuto raccogliere questi meravigliosi fiori e ornare la tavola con essi. Se tu non fossi esattamente così, come tu sei, non esisterebbe questa bellezza che adorna la nostra casa”.

… … …

Come spesso accade nella nostra vita quotidiana, le cose non sempre sono proprio quello che sembrano … Le ferite, i dolori, i fallimenti, le imperfezioni possono esprimere possibilità di bellezza, nutrimento e vitalità… Basta saper guardare con attenzione… Piantare semi e prendersene cura…

La lettera del bambino ferito

Uno dei passaggi più frequenti in ogni terapia o nel percorso di crescita personale è quando la persona viene invitata a “dialogare in immaginario” con le persone che l’hanno ferita o a “scrivere loro una lettera”.

La lettera potrà o meno essere effettivamente recapitata al destinatario, è la parte meno importante. Ciò che è fondamentale è la possibilità, che forse per la prima volta la persona si concede, di dare voce al suo bambino ferito. Di esternare i propri vissuti da troppo tempo soffocati. Di scrivere una o più lettere, ad una o più persone.

È importante che la lettera parli col Tu. Può essere rivolta a uno o entrambi i genitori, può essere rivolta a qualcuno responsabile di atti violenti o a chiunque abbia provocato un qualche tipo di dolore alla persona. Solitamente è la lettera del bambino ferito che si rivolge ai genitori per quello che gli hanno fatto mancare e per quello che gli hanno fatto patire.

Da sottolineare: non è un processo di attribuzione di colpe; probabilmente, soprattutto in molti casi di lettera rivolta ai genitori, chi ci ha fatto del male… lo ha fatto in buona fede, probabilmente da una posizione di “adulto guidato internamente dal suo bambino ferito…”.  Non serve a cambiare il passato, non serve a cambiare le altre persone al presente, non serve a cancellare magicamente la sofferenza. È parte di un processo interiore attraverso cui la persona sta recuperando una prospettiva più ampia, comprensibile e sostenibile di ciò che le è accaduto. Serve a recuperare il senso della propria storia e del proprio dolore e anche il valore e l’integrità di sé come persona, soprattutto nel riconoscere quanto è stata “abusata emotivamente” (se non fisicamente), quanto era assolutamente non colpevole di ciò che le stava accadendo; abusata spesso da chi avrebbe dovuto proteggerla, accudirla, sostenerla, guidarla verso una piena realizzazione di sé.

Se è sterile attribuire ora delle colpe, se non serve a cambiare nei fatti ciò che è avvenuto, il valore di questa lettera di rivisitazione di certi accadimenti serve alla persona che la scrive per “scaricare ed elaborare”, “per dare senso a ciò che per troppo tempo sembrava non averlo”, “per cercare significati per troppo tempo nascosti o celati a se stessi”, per evidenziare chiaramente, prima di tutto a se stessi, come ci si è sentiti in relazione al comportamento dell’altro, cosa abbiamo sofferto di fronte a quanto di “sbagliato” l’altro ha fatto; per tirare fuori la tristezza, la paura e la rabbia; l’impotenza e il senso di tradimento; il vuoto e la solitudine; l’assenza dove avrebbe dovuto esserci la protezione, la frustrazione di quanto di più importante la persona aveva bisogno. Nel caso di lettere riferite dal sé bambino (quasi sempre sono di questo tipo) quanto quel bambino impotente ha dovuto subire di fronte al tradimento dei grandi e come “ha imparato a cavarsela pieno di dolore, solitudine e rabbia”.

A cosa serve effettivamente? Comincia a scrivere …

  • quando tu hai fatto … io mi sono sentito
  • quando tu facevi … io provavo …
  • quella volta in cui… io ho vissuto un grande dolore… vuoto… solitudine
  • ogni volta che tu… io …

E via liberamente… libera-mente…

Mantra della ferita

Quando ti senti assalire dal dolore più disperato per come si è comportato un tuo genitore o un altro adulto che ti ha maltrattato o abusato in qualche modo e grado … o quella volta in cui …

Quando ti senti preda della rabbia più intensa ricordando quella volta in cui tua madre ti lasciò da solo… tuo padre ti rinchiuse nella stanza al buio … o quella volta in cui …

Quando ti senti tremare dalla paura più agghiacciante che ti riporta a quando da bambino vedevi i tuoi genitori litigare ferocemente… o quella volta in cui …

Quando ti senti avvolgere da una cupa tristezza ripensando ai tuoi genitori che non si prendevano affatto cura di te … o quella volta in cui …

Quando l’angoscia pervade tutto il tuo corpo rievocando l’impotenza che vivevi di fronte alla violenza dei grandi … o quella volta in cui …

Quando ti senti umiliato e pieno di vergogna come quando da piccolo i tuoi genitori parlavano davanti a tutti delle tue “piccole debolezze da bambino” … o come quella volta in cui …

Quando ti senti in colpa se fai qualcosa che non piace a qualcuno a cui vuoi bene in maniera simile a tante tante volte in cui eri terrificato dallo sguardo rimproverante di tua madre e di tuo padre … o come quella volta in cui …

Quando ti senti vittima del destino che ti ha regalato quel padre e quella madre…

Comincia a recitare come un mantra purificatore “NON CE L’HA FATTA… ERA IL SUO LIMITE!”

NON CE L’HA FATTA a comportarsi come avrebbe dovuto… ERA IL SUO LIMITE!

NON CE L’HA FATTA a proteggermi … ERA IL SUO LIMITE!

NON CE L’HA FATTA a prendersi cura di me … ERA IL SUO LIMITE!

NON CE L’HA FATTA a rispettarmi … ERA IL SUO LIMITE!

NON CE L’HA FATTA a riconoscere e considerare il mio punto di vista … ERA IL SUO LIMITE!

NON CE L’HA FATTA a guidarmi e sostenermi … ERA IL SUO LIMITE!

NON CE L’HA FATTA … ERA IL SUO LIMITE!

Recita il mantra tutte le volte che vuoi e senti l’effetto che fa …

Recita il mantra su tutte le sensazioni, le emozioni, i ricordi che vuoi e senti l’effetto che fa …

Oltre ogni giudizio e colpevolizzazione, oltre ogni vittimismo e impotenza, questo mantra può fornirti un accesso molto utile per te alla tua ferita… per riconoscerla… legittimarla… curarla…

Mille lacrime. Per superare quel dolore che tende a tornare

Ecco una traccia per un lavoro con la propria ferita, traccia da seguire quando ti senti di trasformare il tuo dolore e liberarti della tua sofferenza. Quando ti senti di tirare fuori l’ultima lacrima delle mille che ogni dolore profondo porta con sé …

Questa traccia percorre un ponte tra le situazioni che ti fanno soffrire oggi e quelle originarie di sofferenza in cui hai imparato ad essere sensibile a certi fatti ed esperienze.

Individua una esperienza dolorosa del passato, più o meno remoto, infantile, ma non necessariamente, di cui puoi avere un ricordo nitido (come fosse ieri) o più vago (la nostra memoria a volte riesce a proteggerci dal dolore con l’oblio). Può essere un’esperienza singola, un episodio specifico o piuttosto una serie di esperienze ripetute che si assomigliano. Ad esempio, può essere una perdita di una persona cara (per morte o separazione) o può essere il ricordo di come i genitori ti educavano e/o ti facevano rispettare le regole e/o ti punivano. Può essere un episodio in cui ti sei sentito umiliato, ad esempio un’esperienza di bullismo, o una serie di esperienze simili tra loro che hai vissuto come fallimenti, autosvalutazioni, senso di inadeguatezza, impotenza, paura, rabbia.

Individua quando, ancora oggi, ti capita di sentirti così, come ti sei sentito a quel tempo. Possono essere circostanze attuali, nei più svariati ambiti della tua vita, al lavoro e in famiglia, con gli amici o in esperienze solitarie, in cui torni a sperimentare quello che hai vissuto allora: senti qualcosa di simile a ciò che vivesti allora, pensi come pensasti, agisci come facesti all’epoca o tendevi a fare in quelle occasioni “dolorose” o “traumatiche”. Ad esempio, ogni circostanza attuale in cui una persona importante “si allontana da te”, tu tendi a vivere “un’angoscia di abbandono” simile a quando in passato vivesti “quella” perdita significativa. Ogni episodio di aggressività o sopraffazione attuale, che ti riguardi direttamente o meno, ti riporta comunque allo stesso “vissuto angosciante” di quando tua madre ti “rimproverava” severamente o tuo padre ti “umiliava” picchiandoti.

Nota quello che successe o spesso succedeva allora, che ha creato la tua sensibilità a certi temi ed eventi: perdita, separazione, abbandono, violenza, sopraffazione, giudizio, critica, fallimento, esclusione, isolamento, ecc. … Nota “chi” faceva “cosa”; cosa facevi tu, cosa provavi, cosa pensavi, di cosa avevi bisogno …

Nota quello che succede oggi, i fatti reali e come tendi a viverli ripresentando a te stesso il vissuto della vecchia ferita. Nota “chi” fa “cosa”; cosa fai tu, cosa provi, cosa pensi, di cosa hai bisogno …

Nota quali bisogni avevi allora e cosa hai fatto per tentare di soddisfarli… cosa hai fatto per rassicurarti dalla paura… per proteggerti dal pericolo… per consolarti dalla solitudine… per lenire il tuo dolore … per contenere la tua angoscia… per governare la tua rabbia …

Nota quali bisogni hai ora e cosa puoi fare per soddisfarli … per affrontare la situazione “da una posizione adulta” … per esprimere i tuoi pensieri e le tue emozioni in modo utile…

Per quanto la tua sensibilità attuale “assomigli” molto a quello che hai vissuto e hai imparato a vivere in passato, tu oggi sei un adulto, “diverso” dal bambino ferito che ti porti dentro, un adulto con maggiore consapevolezza di sé ed esperienza del mondo, con la possibilità di attribuire significati diversi alle cose che accadono, con la capacità quindi di vivere certe esperienze in modo emotivamente meno drammatico, doloroso o traumatico, con maggiori risorse personali e strategie per fronteggiare il ripresentarsi di certi scenari dolorosi, che oggi comunque possono risultare per te più sostenibili e affrontabili…

Oltre il dolore persistente che tende a ripresentarsi…

Verso un nuovo sé capace di “attraversarlo” senza farsi distruggere!!!

L’abuso e la cura

I disturbi della personalità e molti tra i più gravi sintomi psicologici e psicosomatici in generale sono l’espressione dell’adattamento che la persona ha trovato ad una storia di relazioni stressanti, spesso a partire da relazioni precoci traumatiche; la soluzione, anche se disfunzionale, per padroneggiare lo stress/ trauma emotivo e interpersonale; le strategie che la persona fin da bambino ha adottato per governare qualcosa di emotivamente troppo grande e potente da gestire per cercare di non esserne turbato profondamente.
La persona, bambina, è stata sopraffatta da situazioni più grandi di lei, imprevedibili, emotivamente soverchianti, perciò ingestibili per le risorse limitate di un bambino che a volte ha subito un vero abuso sessuale, spesso da persone vicine, altre volte ha subito un abuso sotto forma di violenza fisica, altre ancora ha dovuto confrontarsi con modalità di relazione e trascuratezza che possono ben definirsi come “abuso psicologico o emozionale”.
Queste diverse forme di abuso e di incapacità genitoriale di prendersi cura in modo adeguato del figlio (di proteggerlo, amarlo, guidarlo, sostenerlo, aiutarlo a costruire una sana autostima, ad avere fiducia negli altri e a trovare senso e valore alla vita) hanno lasciato ferite profonde difficili da rimarginare. In particolare, hanno ostacolato l’apprendimento da parte del bambino di sane capacità di auto-rassicurazione e auto-regolazione emotiva utili per affrontare momenti stressanti, frustranti e dolorosi che la vita ci presenta. Crescendo, quel bambino poi adolescente quindi adulto, avrà trovato altre soluzioni “patologiche” per lenire i suoi dolori, affrontare gli stress quotidiani e le delusioni affettive. Nei momenti di difficoltà, frustrazione e delusione, invece che accedere a sane risorse interne di autoconsolazione e autoconforto, invece di cercare adeguato supporto affettivo tra parenti e amici, tenderà ad utilizzare modalità distorte e francamente malate per far fronte a quelle emozioni dolorose, intense, sovrastanti. Se nessuno gli ha insegnato qualcosa di buono avrà probabilmente trovato qualche sistema per cavarsela in contatto col suo dolore, avrà trovato purtroppo comportamenti problematici e sintomatici come tentativi fallimentari per gestire il dolore, comportamenti disfunzionali tra i più disparati: dipendenze e compulsioni varie, comportamenti alimentari disturbati, atti autolesivi come modo per sentire dolore fisico al posto di quello emotivo oppure autolesionismo per sentire i confini del corpo, sessualità abnorme, comportamenti pericolosi e violenti, sintomi dissociativi, ecc.
Queste diverse forme patologiche in terapia forniscono un “canale di accesso” fondamentale per rivisitare, comprendere, elaborare e “risolvere” la storia traumatica della persona. Quello che la persona sperimenta oggi offre un “ponte” per curare le ferite antiche, per riprendere contatto col bambino solo, “abusato”, ferito, addolorato che ancora vive nell’adulto e che ha bisogno di essere “curato” come non è stato possibile al tempo. Nella relazione terapeutica accogliente e “riparativa”, il paziente può finalmente “chiudere i conti” col suo passato doloroso e riprendere la strada di uno sviluppo felice interrotto o forse mai iniziato…

Quando lo hai imparato e a cosa ti è servito…

Molta parte della SOFFERENZA PSICOLOGICA deriva da una storia di TRAUMI INTERPERSONALI, una storia di vita caratterizzata da figure di riferimento, genitori in primis, che non hanno adeguatamente protetto, accudito, sostenuto, guidato, aiutato il bambino a dare senso alle esperienze. Sulla “BASE INSICURA” di queste carenze relazionali e affettive, la persona non ha potuto sviluppare un’adeguata capacità di PENSARE in modo sano e realistico né una capacità di regolazione delle EMOZIONI né la capacità di adottare COMPORTAMENTI efficaci alla soddisfazione dei propri bisogni e alla realizzazione degli obiettivi personali di vita.
Un modello di psicoterapia che lavora specificamente sui traumi, sia quelli legati ad esperienze devastanti di stress estremo (abusi, catastrofi, terremoti, incidenti a rischio mortale, lutti innaturali, ecc.) sia quelli legati ad una storia di vita interpersonale traumatica caratterizzata da una traumatizzazione relazionale costante, è l’EMDR, un intervento di Desensibilizzazione e Rielaborazione dei traumi.
I traumi possono essere stati evidenti e chiaramente ricordati dalla persona oppure essere meno eclatanti, ma parimenti devastanti, anche perché spesso restano nascosti in una sorta di “memoria traumatica silente”.
Un modo per andarli a scovare, con delicatezza e determinazione allo stesso tempo, soprattutto quelli che originano nella storia di relazioni affettive problematiche, per poterli quindi affrontare nel contesto sicuro della relazione terapeutica, è quello di seguire una semplice domanda, anzi due: QUANDO HAI IMPARATO a pensare quello che pensi, a sentire quello che senti, a fare quello che fai? A COSA TI È SERVITO?
Prova a farlo come esercizio di auto-esplorazione personale, mettendoci i tuoi contenuti… I tuoi pensieri che ti creano problemi, le tue emozioni dolorose, i tuoi comportamenti inefficaci e disfunzionali… Ad esempio…
Quando hai imparato ad aver paura di sbagliare? A cosa ti è servito?
Quando hai imparato ad evitare invece di affrontare? A cosa ti è servito?
Quando hai imparato a sentirti colpevole?
Quando hai imparato a sentirti inadeguato e non all’altezza?
Quando hai imparato a sentirti indegno e non amabile?
Quando hai imparato a compiacere gli altri e sottometterti?
Quando hai imparato a dover essere perfetto e ineccepibile?
Quando hai imparato ad autosvalutarti e sentirti inferiore?
Quando hai imparato a sentirti escluso e diverso dagli altri?
Quando hai imparato a sentirti fragile, debole e vulnerabile?
Quando hai imparato a farti schiacciare e invadere dagli altri?
Quando hai imparato a tenere tutto sotto controllo?
Quando hai imparato ad essere sempre insoddisfatto?
Quando hai imparato ad isolarti dagli altri?
Quando hai imparato ad essere diffidente e aggressivo?
Quando hai imparato a dirti che non vali niente e tutti sono migliori di te?
Quando hai imparato a dirti che non ce la fai né ce la farai mai?
Quando hai imparato a non permetterti piaceri e divertimento?
Quando hai imparato a sentirti vittima della volontà altrui e privo della capacità di scegliere autonomamente?
QUANDO HAI IMPARATO E A COSA TI È SERVITO?

Le domande che ti ho suggerito già potrebbero esserti utili, ma sono comunque solo uno spunto iniziale. Impara a cercare tra le pieghe nascoste dei tuoi tipici, ripetitivi modi di pensare, sentire, agire, creare relazioni…
Se cerchi le risposte a queste domande o ad altre per te più efficaci e sensibili, avrai già un ottimo punto di partenza per PRENDERTI CURA DELLE TUE FERITE DOLOROSE …