Il senso e l’esperimento

Quello che fai ti serve, ma rappresenta spesso anche un problema. Alcuni tuoi comportamenti soddisfano certi tuoi bisogni, ma ti creano anche difficoltà emotive e interpersonali. Ecco alcuni esempi.

Stai chiuso in casa per evitare il giudizio della gente, ma così ti precludi di incontrare persone e creare relazioni.

Per essere apprezzato e per apprezzarti insegui la perfezione di ogni tua prestazione lavorativa, ma così facendo esaurisci completamente e continuamente ogni tua risorsa e non ti lasci spazio per altro, oltre a restare quasi sempre insoddisfatto e addirittura non riuscire a fornire prestazioni eccellenti, sul lavoro.

Hai bisogno di essere apprezzato, amato, ben voluto, ma adotti comportamenti così goffi e affettati che finisci per mostrarti ridicolo e ciò ti fa sprofondare dalla vergona e ti fa sentire il rifiuto o il disprezzo degli altri.

A volte, lo riconosci chiaramente, sei consapevole di quello che fai e anche a cosa ti serve; alcune volte, lo riconosci appena il tuo comportamento e intuisci vagamente quale bisogno soddisfa; altre volte, lo ignori completamente, ma comunque quello che fai è qualcosa che ha sempre uno scopo, svolge una funzione per te, ha un senso e un valore, altrimenti non lo faresti. Al tempo stesso, e spesso, quello che fai ti crea anche problemi, è controproducente, ha un costo elevato, tanto ti dà e tanto ti toglie. Ecco qualche altro esempio di “comportamento finalizzato” di cui puoi essere più o meno consapevole di quando, come e perché lo metti in atto:

  • mettere in ordine, pianificare e organizzare in modo eccessivo;
  • procrastinare fino all’inazione completa;
  • essere costantemente iperattivo;
  • sedurre in modo compulsivo;
  • reagire sempre in modo impulsivo e aggressivo;
  • essere servizievole, iper-disponibile e auto-sacrificale, oltre ogni umana misura;
  • ritirarsi in un proprio mondo fantastico evitando i contatti reali con gli altri;
  • essere intransigente, severo e spietato nei giudizi, nelle critiche e nella colpevolizzazione, con se stessi e con gli altri;
  • manifestare atteggiamenti di chiusura affettiva e intima; controllare in modo maniacale la propria immagine sociale.

Tutti i comportamenti dipendenti, inoltre (sostanze, anche alcol e cibo, gioco d’azzardo, internet, social media, tecnologia, iper-lavoro), possono rientrare in questa categoria di strategie, di cui sei più o meno consapevole, ma che sicuramente sono attività finalizzate ad uno scopo, in generale a governare o regolare stati emotivi dolorosi.

Per aiutarti a comprendere meglio scopo, funzione, senso e valore di quello che fai…

Per aiutarti a comprendere quando i costi e gli effetti controproducenti sono maggiori degli scopi che soddisfi e dei risultati che ottieni…

Per aiutarti a comprendere quali strade alternative esistono per raggiungere quegli scopi senza pagare un prezzo troppo elevato (nei termini dei problemi che ti procurano quei comportamenti quasi automatici e sempre pronti a scattare) …

Esiste una strategia che puoi cominciare ad applicare. Un esperimento: PROVA A NON FARLO!!!

Quando ti rendi conto di esserci ricaduto, di adottare quel comportamento che tanto ti dà e molto di più ti toglie, che ti fornisce benefici a caro prezzo… PROVA A NON FARLO… Non devi riuscirci… devi provarci e vedere cosa succede… cosa succede dentro di te e nelle reazioni degli altri… cosa provi, cosa pensi, cosa fai, cosa fanno gli altri, se ti dicono qualcosa, se leggi in loro delle intenzioni, ecc.

SE CI RIESCI avrai ottenuto il risultato di ridurre un tuo comportamento problematico e probabilmente di capire molto meglio a cosa ti serve e con cosa puoi sostituirlo…

SE NON CI RIESCI avrai ottenuto, comunque, delle informazioni sul tuo funzionamento personale e nelle relazioni; quindi potrai essere motivato ulteriormente a proseguire l’esperimento per comprendere ancora meglio, magari fino ad ottenere un cambiamento per te importante.

 

Irrealizzabile e percorribile

Esistono alcuni pensieri e comportamenti attraverso i quali molte persone tentano di risolvere i loro problemi ed eliminare ogni stress emotivo, ma paradossalmente finiscono per mantenere, se non addirittura alimentare, la stessa sofferenza che vorrebbero allontanare.
In particolare, alcune idee finiscono per generare ASPETTATIVE IRREALISTICHE e COMPORTAMENTI AUTO-FRUSTRANTI.

1. L’idea di CONTROLLARE GLI ALTRI per riuscire a risolvere i propri problemi. Cambiare gli altri per stare meglio. Per ottenere la soddisfazione completa dei propri bisogni e desideri.
2. L’idea di prendere DECISIONI PERFETTE in cui tutti i bisogni e desideri sono realizzati oppure tutte le persone coinvolte sono soddisfatte.
3. L’idea che sia possibile ELIMINARE COMPLETAMENTE dalla propria vita SOFFERENZA, frustrazione e delusione in tutte le sfumature con cui si presentano: emozioni dolorose, rimorsi, rimpianti, senso di fallimento, senso di mancanza, ecc.
4. L’idea che la vita attuale, in varie forme e modalità, possa o debba RESTITUIRCI ciò che non abbiamo avuto durante l’infanzia, dai nostri genitori e nel nostro passato in genere.

A fronte dei suddetti obiettivi irrealistici ci sono alcune STRADE che sono invece realmente e REALISTICAMENTE PERCORRIBILI per governare e ridurre la sofferenza emotiva e i problemi interpersonali.

1. Non puoi controllare gli altri, puoi AGIRE affinché gli altri possano COMPRENDERE meglio i tuoi pensieri e bisogni ed eventualmente fare qualcosa per aiutarti a realizzarli.
2. Ogni DECISIONE implica una RINUNCIA. Ogni scelta è una scelta del prezzo da pagare per ottenere ciò che vuoi. Puoi impegnarti a compiere scelte guidate dai tuoi valori consapevoli, anche se mai perfette.
3. Puoi LIBERARTI dalla PRETESA della FELICITÀ PERFETTA e assoluta imparando a prevenire il più possibile i meccanismi (pensieri, comportamenti, abitudini, ecc.) che generano la sofferenza e soprattutto imparando a convivere con e tollerare quote di sofferenza, frustrazione e delusione ineliminabili.
4. Puoi RICONOSCERE, ACCOGLIERE e prenderti CURA delle tue FERITE, dei tuoi traumi, dei tuoi dolori IRRISOLTI, delle tue cocenti delusioni. Puoi cercare oggi di non ripetere errori del passato, puoi essere attento a non cadere ancora oggi in relazioni pesantemente frustranti, in cui ti senti trascurato invece che amato, disprezzato invece che stimato, frenato invece che incoraggiato. Al tempo stesso è fondamentale che tu impari a lasciare il passato nel passato, imparando ad accettare la frustrazione antica del “bambino ferito” che ti porti ancora dentro, a tollerare quella parte ineliminabile al presente, imparando in maniera fondamentale a sviluppare la parte adulta, consapevole, autonoma e responsabile, capace di farsi carico della propria angoscia/dolore come della propria felicità e autorealizzazione.

Qual è il problema!? La vera natura dei problemi

Conosci la storiella zen dei due monaci e la ragazza?

Il problema non è quello che ti succede, ma quello che ci fai con quello che ti succede.
Sono veramente pochi gli eventi realmente traumatici, catastrofici, distruttivi. Anzi, probabilmente, anche l’evento più nefasto può essere vissuto, rivissuto, rielaborato dalla mente e dal corpo in modo da renderlo meno traumatico possibile, da viverlo come doloroso, ma senza farsene distruggere. Da lasciarlo nel passato, antico o recente che sia, per renderlo meno disturbante possibile, per lasciarlo seppellito nella propria storia, ma ormai pressoché innocuo.
Non è facile ovviamente. Non sempre. Non per tutti. Molto dipende dal tipo di evento traumatico: morte violenta di un caro, abusi fisici subiti da parte dei propri cari, grave trascuratezza emotiva, essere vittime di disastri naturali, sviluppare handicap rilevanti, solo per fare qualche esempio di grave traumaticità. Molto dipende dalle risorse di cui la persona può disporre o che può attivare: personali e affettive, sociali e ogni altra modalità o strumento utile a sostenere la persona.
Resta il principio generale che ciascuno di noi può fare qualcosa con ciò che gli è capitato. E cosa facciamo fa certamente la differenza.

Il problema è l’evento o come lo rendi stressante in base a come lo interpreti e lo interiorizzi?

Il problema è l’evento o come lo rendi stressante in base a come lo pensi e lo ripensi?

Il problema è l’emozione negativa che vivi (ansia, paura, preoccupazione, tristezza, rabbia, senso di colpa, vergogna, ecc.) o come la tratti (la neghi, la reprimi, la soffochi, la nascondi, la fai diventare malattia fisica, ecc.)?

Il problema è la frustrazione e la delusione o come continui a farle vivere dentro di te?

Il problema è il dolore per essere stato lasciato o come lo trasformi in senso di fallimento e angoscia?

Il problema è il tradimento o come lo guardi e riguardi nella tua mente alla moviola?

Il problema è la critica che ricevi o come continui a farla rimbombare dentro di te?

Il problema è il giudizio negativo su di te che ti hanno instillato fin da ragazzino o il modo in cui ci hai creduto e continui a crederci?

Il problema è l’auto-svalutazione o come la metti alla guida della tua vita?

L’EMDR è una forma di psicoterapia specializzata nel trattamento e scioglimento dei traumi: permette alla persona di desensibilizzarsi dal trauma e dalle sue conseguenze perduranti al presente aiutandola a lasciare il passato nel passato.
In generale, tutte le forme di psicoterapia aiutano a fare i conti con “la vera natura dei problemi”…

Tanzan ed Ekido erano due monaci zen che camminavano lungo una strada fangosa. Poco prima di un villaggio incontrarono una ragazza che stava cercando di attraversare la strada. Il suo kimono dorato avrebbe subito danni irreparabili bagnandosi. Tanzan, senza pensarci su, prese in braccio la ragazza e la portò dall’altra parte della strada. Poi entrambi i monaci continuarono il loro cammino. Qualche ora dopo Ekido sbottò, incapace di reggere a quello che sentiva dentro. “Perché hai portato quella ragazza? Noi monaci zen non facciamo cose di questo tipo”. Tanzan rispose: “Ho portato la ragazza qualche ora fa; tu invece la stai ancora portando”.

Ciò che rende problematico un problema

Un problema comune a molte persone è rappresentato dalle proprie “idee positive” riguardo ai propri problemi. Ad esempio, le persone con comportamenti dipendenti (dipendenza affettiva, da sostanze, da gioco d’azzardo, da internet, da social media, da lavoro, da attività fisica, ecc.), le persone con sintomi ossessivi o chi organizza la sua vita attraverso innumerevoli evitamenti di persone e situazioni, così come le persone continuamente impegnate a rimuginare su minacce eventuali, a ruminare su errori del passato o su torti subiti.
Queste persone credono che questi comportamenti “sintomatici” siano “utili” ad ottenere qualche scopo, in maniera a volte consapevole, a volte inconsapevole, ad ottenere lo scopo di: raggiungere un sollievo emotivo e regolare le proprie emozioni; controllare o prevedere la realtà; stare a posto con la coscienza; farsi rispettare; prevenire un futuro infausto; espiare colpe o altri scopi ancora.
A causa di queste “convinzioni sull’utilità dei propri comportamenti problematici”, nonostante paghino prezzi elevatissimi per i suddetti comportamenti, in termini di impiego di risorse personali (mentali, emotive, di tempo, di salute, di soldi, ecc.) e di problemi interpersonali (abbassamento delle prestazioni in ogni ambito di vita, lavorativa, affettiva, personale, con aumento di sentimenti di incomprensione reciproca con gli altri e conflittualità), le persone manifestano una grande resistenza al cambiamento, una grande difficoltà ad abbandonare i comportamenti fonte di sofferenza. Il pensiero più o meno consapevole rispetto al proprio comportamento è “ancora non ha funzionato, ma funzionerà!” Oppure: “anche se alla lunga le cose non cambiano, almeno provo un momento di sollievo!”
Per questo in terapia le persone devono lavorare su:
1. Riconoscere il costo elevato dei propri comportamenti e sintomi
2. Riconoscere queste convinzioni sull’utilità degli stessi come credenze di fatto disfunzionali e irrealistiche
3. Legittimare gli scopi a cui tendono i comportamenti
4. Rivisitare i criteri per sentire di aver raggiunto gli scopi e sentirsi soddisfatti
5. Abbandonare alcuni scopi, che hanno un senso per la persona, ma sono palesemente irrealistici e irrealizzabili. L’esempio tipico è lo scopo di controllare tutto e tutti.
6. Trovare strategie veramente utili, efficaci e meno costose per raggiungere gli scopi e soddisfare i bisogni individuati.

I nostri problemi. Tre motivi, un’unica soluzione

Siamo abituati a pensare che i nostri problemi dipendano dallo stress, dagli eventi che ci troviamo a vivere, dalle situazioni che ci capitano, dalle sfortune che incontriamo, dalle circostanze avverse di varia natura. Stress, dunque, diversamente inteso ovvero causato da severità e arroganza del capo, negligenza dei collaboratori, divergenze e liti tra fratelli, dal governo ladro e incompetente, da pressioni incalzanti del partner che chiede e vuole, vuole e pretende o atteggiamenti freddi del partner che “non mi fa le coccole come una volta”. Oppure stress da mancanza di tempo, per stare coi figli o con il partner, coi genitori o con gli amici. Oppure stress perché devo restare a casa… Del resto, ha un suo fondo di verità pensare che quello che ci capita, ad esempio, una pandemia virale, condizioni in maniera più o meno potente e massiccia quello che viviamo, la sofferenza come la gioia.

Vero è anche che molto del nostro stato d’animo e del nostro modo di reagire dipende dai nostri pensieri su ciò che ci accade. Dalle nostre interpretazioni. Dalle nostre letture e prospettive sull’evento, più o meno condizionate dalla nostra storia di vita, dalla nostra sensibilità unica, dalla nostra ferita profonda.

Al tempo stesso, e in maniera fondamentale, di fronte a pensieri negativi, emozioni dolorose, preoccupazioni e angosce, rabbia e delusione, tristezza e solitudine, è un nostro specifico atteggiamento che può mantenere e alimentare la sofferenza emotiva. Il nostro pensare continuamente e rimuginare incessantemente su ciò che è successo e su come lo abbiamo vissuto. Restare, insomma, imprigionati dalle catene dei pensieri sui pensieri che pongono il faro su o soffiano sul fuoco di preoccupazioni, sensazioni e pensieri… Ingigantendoli, rendendoli più vivi e dolorosi alla nostra consapevolezza, continuando a lasciarli qui e ora, invece che lasciarli andare, via, per sempre.

Alla fine la soluzione è sempre la stessa: ci vuole CONSAPEVOLEZZA DELLE SCELTE che stai facendo, dei motivi o scopi per cui continui a fare quello che pure ti fa stare male, del continuare a indugiare nel vortice di pensieri apparentemente sensati e finalizzati a risolvere il problema, ma che di fatto di fanno ulteriormente sprofondare nella sofferenza e nell’impotenza.
E ci vuole RESPONSABILITÀ di agire in prima persona, in modo nuovo, smettendo di aspettare soluzioni o cambiamenti dall’esterno, al limite cercare di stimolarli; confrontarsi prima di tutto su cosa noi dobbiamo pensare e fare o non dobbiamo più pensare (rimuginare, ruminare) e fare, abbandonando vecchie abitudini dannose e cominciando a sperimentare nuove azioni, nuove scelte, nuovi modi per governare la nostra sofferenza emotiva.
Se questi due elementi non sono sufficienti e la persona non riesce da sé o con le risorse personali e interpersonali a sua disposizione a fare cambiamenti effettivi e rilevanti, può essere necessario l’apprendimento di uno o più METODI, strategie e tecniche di cambiamento che possono essere apprese all’interno di un percorso terapeutico.

Passato presente futuro

Il tuo passato è doloroso e tende a tornare…
Il tuo presente è doloroso, ma lo puoi tollerare!!!
Il tuo futuro è radioso quando lo inizi a creare…

Questa è in estrema sintesi una parte importante del lavoro terapeutico. Dell’idea condivisa tra paziente e terapeuta del viaggio dalla sofferenza alla serenità.
La persona viene accolta, rispettata, compresa, legittimata nei suoi drammi dolorosi. Al tempo stesso, gradualmente, viene aiutata a lasciare il passato nel passato. Al presente, a liberare la mente da intrusioni dolorose. A lasciare in pace la mente. A lasciarle l’energia per procedere nella direzione dei suoi valori e scopi e dei suoi progetti per il futuro.

Il lavoro sul passato persegue l’obiettivo, condiviso, di comprendere quando la persona ha imparato a funzionare in un certo modo che le ha garantito la sopravvivenza psicologica oltre che fisica. Quando, dove, cosa, con chi e perché ha dovuto trovare modalità mentali e regole di comportamento per cavarsela, per ottenere il più possibile la soddisfazione dei bisogni primari di protezione, sicurezza, amore e stima.

Il lavoro sul presente è incentrato in buona parte sul riconoscere la differenza tra credenza e realtà. Tra pensieri e fatti. Ad esempio, se finora hai creduto di essere stupido (debole, incapace, difettoso, sbagliato, colpevole, indegno, non amabile, ecc.) da ora in poi puoi riconoscere che ciò che credi è differente da ciò che è. Ciò che credi è solo un’idea, una convinzione, che puoi continuare a seguire come guida del tuo stare al mondo (come fai da una vita) o puoi anche decidere di non seguire per cominciare a farti guidare da altre convinzioni e possibilità.

Il lavoro sul futuro è conseguente. Nonostante per una vita tu abbia “creduto vere certe verità” e seguito certe strategie mentali e regole di comportamento, da oggi in poi puoi cominciare a pensare ed agire in modo differente. Seguendo i tuoi valori consapevoli ed impegnandoti concretamente per realizzarli. Cosa è veramente per te importante? Cosa devi fare per cominciare a realizzarlo?

Distanza di sicurezza. La differenza che fa la differenza

Quando ti dici “sono stupido” (incapace, fallito, fragile, sfortunato, ecc.) stai parlando molto di più della tua mente (dialogo interno) che di te e del tuo comportamento.
Quando pensi che gli altri siano “cattivi” (sbagliati, ingiusti, non comprensivi, ecc.) stai parlando dei giudizi della tua mente prima o piuttosto che delle persone a cui ti riferisci.
Quando qualcuno ti dice sei “antipatico” (o qualche altro appellativo simpatico) sta esprimendo la sua idea su di te ma non sta descrivendo la realtà della persona che sei.
Insomma, hai capito. Una cosa sono i pensieri (interpretazioni, giudizi, critiche, etichette, ecc.) un’altra cosa sono le persone e il loro comportamento (te in primis). Una cosa sono le idee sulla realtà, un’altra cosa è la realtà. Sembra filosofia astratta, in realtà è il valore molto concreto della capacità (o difficoltà) a “differenziare”. Quindi? 4 passi strategici.
1. Prendi il pensiero e mettilo a distanza ovvero consideralo come tale ovvero trasforma “io sono incapace” in “io sto avendo il pensiero io sono incapace” e ancora “io noto che sto avendo il pensiero io sono incapace”. E nota l’effetto della distanza di sicurezza…
2. Prendi il pensiero (idea, giudizio, interpretazione) e valutalo, mettilo in discussione, a confronto con la realtà. Può essere “vero” oppure no o forse solo un po’…
3. Prendi la realtà e cerca di agire per modificarla nella direzione del tuo bisogno o desiderio. Ad esempio, correggi i tuoi errori, impegnati a migliorare dove sei carente, affronta i problemi e le incomprensioni con l’altra persona, chiedi ciò che vuoi, impara ad accogliere anche un no.
4. Impegnati con azioni concrete a creare il valore che vuoi mettere nella tua vita, a costruire concretamente cosa per te è importante.
Certo non sarà un percorso in discesa… Ma è il tuo percorso utile.