Quante A ha la tua felicità?

Sai quante A ha la tua felicità?
Una serie di strade da percorrere…

AUTOCONSAPEVOLEZZA. Riconoscere i tuoi stati mentali. Cosa provi. Cosa pensi. Cosa desideri. Cosa fai nelle situazioni della tua vita, quelle serene e gioiose e quelle dolorose e stressanti. Quando succede qualcosa, rintraccia le tue sensazioni, emozioni e pensieri in quella situazione. Sono il canale di accesso ai tuoi bisogni, per chiarire cosa vuoi e devi fare per affrontare quella situazione.

AGENTIVITÀ. Riconoscere, sviluppare e praticare la capacità di agire sui tuoi stati mentali. Ad esempio, regolare ed esprimere in modo sano le tue emozioni, governare i tuoi impulsi, esprimere in modo adeguato i tuoi pensieri, comportarti in modo coerente coi tuoi valori, saper mantenere la direzione e la motivazione anche di fronte alla frustrazione.

ATTENZIONE A SÉ. Invece che all’altro. Spostare la tua attenzione dall’altro (presunta fonte di stress) e concentrarti su te stesso, sul tuo funzionamento, sui tuoi modi di pensare, di agire e di reagire (reale fonte di sofferenza… E potenzialmente di gioia).

APPRENDERE ABILITÀ. Le abilità sono tutti quegli strumenti e quelle risorse che ti permettono di aggiustare le cose, risolvere problemi, affrontare ostacoli, riparare relazioni, superare paure. Abilità pratiche e di comportamenti, abilità emotive e di relazione, abilità di pensiero.

ATTIVARE STATI DI BENESSERE. Generare condizioni di pienezza, attività gratificanti, esperienze di piacere, incontri significativi e nutrienti. Riempire il tuo tempo di attività, persone ed esperienze che veramente ti procurano ciò che desideri.

ALLENARE CIÒ CHE TI FA STARE BENE. Che sia un modo di pensare o di agire, è importante che cerchi di ‘sostare’ il più possibile in quelle attività ed esperienze che ti procurano stati positivi in cui senti di realizzare una vita la più vicina possibile a come la desideri.

AAAAAAA. 7 A. Mantieni il focus sui bisogni fondamentali di ciascuno di noi:
ATTACCAMENTO. Bisogno di cure, di affetto, di protezione, di sicurezza. E il bisogno complementare di accudire, prendersi cura.
APPREZZAMENTO. Bisogno di stima. Di ambire, di scalare, di competere, di vincere.
AUTONOMIA. Bisogno di esplorare e di sperimentarsi. Di giocare, di curiosare, di creare, di cercare con passione ed entusiasmo.
APPARTENENZA. Bisogno di avere relazioni e far parte di gruppi. Di sentirsi inclusi, dentro. Di riconoscersi in un’identità comune.
AMORE. Bisogno di legami intimi, sensuali e sessuali. E tutte le forme d’amore che conosci… E puoi cercare…
ALLEANZA. Aiuto reciproco. Cooperazione, collaborazione, ricerca di alleanza in direzione di mete comuni e condivise.

AL SICURO. Scannerizzare pericoli all’integrità fisica per salvare la pelle…

Alla fine… Carpe Diem. Anzi, ATTIMO. Cogli l’attimo… Per tutto ciò che può voler dire per te…

Non è una ricetta per la felicità. Né un ‘come fare’. È una serie di strade da percorrere… Buon cammino…

… … …

Consigli bibliografici, sempre per la felicità. Se sei un tecnico in ambito psi, ti invito a leggere i lavori di Liotti e di Dimaggio. Se sei curioso e appassionato, ma non tecnico, allora leggi UN ATTIMO PRIMA DI CADERE. Di Giancarlo Dimaggio.

Quando soffri e quando… UN ATTIMO PRIMA DI CADERE

Soffri quando stai vivendo una vita vuota di ciò che vorresti e piena di ciò di cui faresti volentieri a meno. Dal generico allo specifico: soffri quando ti manca l’entusiasmo, l’eccitazione, la curiosità, l’amore, in tante delle sue forme, la fiducia, in te e negli altri, la speranza, il coraggio. E soffri quando lo stress prende la forma di esperienze fallimentari, relazioni deludenti, paura e dolore, tristezza e rabbia, sensi di colpa, di inadeguatezza, d’angoscia.
Se ti dice bene ti rendi conto di stare male, di avere bisogno di aiuto, specialistico (non basta più l’affetto e il sostegno di chi ti sta vicino, ammesso che tu ce l’abbia) e riesci a chiederlo. Arrivi in terapia…
“Perché è qui? Come posso aiutarla?”
Cominci ad esprimere, come ti riesce, il tuo dolore, la tua frustrazione, la tua delusione. Il tuo corpo che si lamenta. Il tuo senso di fallimento e impotenza. Il tuo blocco, la tua rassegnazione. Che altro? Un corteo di convinzioni, che sembrano scritte nella roccia, su quanto sei stupido, incapace, fallito, sfortunato, cretino… E la certezza, parimenti assoluta, che gli altri siano brutti, sporchi, cattivi all’interno di un mondo pieno di schifo e vuoto di senso. Pieno di giudizio. Vuoto d’amore. Pieno di niente. Vuoto per te…
Nelle forme più diverse e sulle strade più disparate, inizia un nuovo cammino. Per riprendere la speranza e la fiducia di potercela fare… Un attimo prima di ripetere il solito modo illusoriamente protettivo, certamente dannoso, di rispondere al dolore (UN ATTIMO PRIMA DI CADERE, di Giancarlo Dimaggio; versione romanzata del saggio/manuale teorico-pratico CORPO IMMAGINAZIONE E CAMBIAMENTO, sempre di Dimaggio e colleghi del centro TMI di Roma).
Per costruire nuove possibilità sulle macerie della disperazione e dell’impotenza. Un attimo prima di rinunciare… Compiacere… Aggredire… Sottometterti… Cercare di essere perfetto… Stordirti… Evitare… Isolarti… Un attimo prima di ri-cadere nei soliti meccanismi che fissano il dolore mentre cercano di allontanarlo…
La psicoterapia dunque!
Per diventare prima consapevoli di cosa sta succedendo nella propria vita. Cosa la vita mi propone e come solitamente rispondo. Fino a stare male…
Per comprendere l’origine dei propri problemi, le regole apprese in famiglia e nel percorso di formazione della personalità. Trascuratezza e maltrattamenti. Invisibilità e giudizio. “Mamma mi ha sempre fatto sentire… Papà mi ha sempre detto… A scuola ero sempre quello che… E con gli amici… E senza amici… E coi ‘nemici’…”.
Per comprendere che quelle regole continui a seguirle nel presente, senza pensare minimamente di metterle in discussione. “Mi hanno convinto di essere incapace e debole e continuo a crederci… Mi hanno convinto che è inutile provarci e sto ancora fermo al palo… Mi hanno convinto di essere speciale e vado in giro per il mondo a pretendere tale trattamento… Mi hanno instillato la paura e mi nascondo ancora oggi… Ho imparato a non fidarmi e continuo a stare solo…”. Tanto per fare qualche esempio…
Per arrivare a confrontarsi con queste credenze, convinzioni, verità ritenute vere e modalità di comportamento che continuano a ripetersi sempre uguali a se stesse, sempre e sempre più fonte di malessere.
Per provare a non farlo e a farlo. Per provare… Ci devi provare almeno…
Per iniziare a non fare più ciò che ti ha portato dolore e ti rinnova quotidianamente frustrazioni e delusioni.
Per cominciare a fare qualcosa di più vicino ai tuoi desideri autentici, sani, vitali che gradualmente puoi imparare a svestire delle paure che da sempre li accompagnano. La paura di essere rifiutato quando cerchi amore e cure. Di essere giudicato ferocemente quando cerchi apprezzamento e stima. La paura di essere boicottato quando cerchi di esplorare il mondo. Di essere escluso quando cerchi compagnia. La paura di sentirti sbagliato quando cerchi la tua felicità.
Lungo questi sentieri si svolge il percorso di cura. Ciascuno lo può percorrere… Ciascuno a suo modo… Passando per i rivoli più tortuosi della propria mente e attraversando le parti ‘incarnate’ del proprio dolore.
E tu cosa hai imparato? Cosa ti hanno fatto credere fosse verità assoluta? Quale verità continui a seguire, anche se ti procura sofferenza? Cosa vuoi fare?

Ragione. Emozione. Azione. La sostanza della psicoterapia in tre fasi

Se fin da piccolo hai imparato un certo modo di stare al mondo, oggi puoi capire razionalmente che esistono per te altre possibilità da praticare e risorse da sviluppare. Ad esempio, hai imparato a dire sempre sì (per sentirti protetto, amato, stimato, sostenuto), oggi puoi imparare anche a dire no, anche no. E questo inizialmente lo capisci con la ragione…
Poi nella relazione terapeutica (accogliente, sicura, non giudicante) hai la possibilità di sperimentare emotivamente che è proprio così. Puoi, ad esempio, imparare a dire no e sentirti comunque sicuro e protetto, superando angosce antiche di rifiuto e abbandono. Anche l’emozione ti dice che un altro modo è possibile…
Terzo. Non ti resta che sperimentare quanto appreso (con la testa e col cuore) nelle tue relazioni reali, nelle tue scelte quotidiane, nelle tue azioni concrete. Ad esempio, cominci gradualmente a dire no e vedi l’effetto che fa, cosa succede con l’altro reale e nel tuo mondo interno di pensieri, emozioni e sensazioni. Ti sperimenti, raccogli l’informazione che proviene dal tuo nuovo modo di agire, correggi il tiro e cominci ad allenare (praticare ripetutamente) le tue nuove abilità e risorse. Fino a quando avrai sviluppato le tue nuove abitudini sane, al servizio del tuo benessere, di relazioni appaganti e di scelte sempre più consapevoli e utili rispetto ai tuoi bisogni, desideri e valori.

UN ATTIMO PRIMA DI CADERE

Questo sono stato. Sì!
Questo sono. Sì!
Questo sarò. Sì… E anche no!
La psicoterapia aiuta la persona ad agire al presente, per rileggere il passato e (ri)-scrivere il futuro. Riscrivere il copione anticamente scritto…
Immaginando prima una realtà diversa. Agendo quindi in modo diverso nella realtà. Facendo la spola tra agire e riflettere, riflettere e agire. Muoversi per capire. Comprendere per spostare le cose.
Questo è, in estrema sintesi, il lavoro terapeutico.
Questa è la psicoterapia descritta in UN ATTIMO PRIMA DI CADERE, romanzo di Giancarlo Dimaggio, psicoterapeuta, che racconta storie di vita di pazienti, che si incrociano con la storia personale dell’autore e la sua evoluzione professionale. Un libro per tutti in cui la tecnica terapeutica viene romanzata quanto basta a catturare il lettore che può leggere probabilmente in alcuni passaggi anche pezzi della sua storia di vita.
Gli incontri, gli incidenti, le relazioni, le fortune, le scelte, insomma la nostra storia, scrivono direttamente ‘nel corpo’ una trama, con una serie di personaggi, che abitano la nostra mente e agiscono in noi, nelle nostre scelte, nelle nostre relazioni, a plasmare i nostri pensieri, a disegnare le nostre emozioni.
Il corpo vitale esprime gioia, fierezza, orgoglio, eccitazione, ma purtroppo, a volte o spesso, il corpo è corazza che porta anche dolore, cupezza, rifiuto e angoscia.
Affrontando le proprie paure, i propri ‘luoghi oscuri’, consapevole che “chi fa sbaglia, chi non fa sbaglia due volte”, il terapeuta mette al servizio della cura la sua ‘risonanza emotiva’ col dolore del paziente.
Il paziente racconta, più o meno chiaramente, i suoi vissuti di angoscia, paura, umiliazione, violenza, tradimento, esclusione, abbandono, rifiuto, svalutazione, colpa, solitudine.
Con disciplina interiore che la metà non basta, il terapeuta sta lì, con lui, respirando la stessa puzza, per riscrivere da qui, ora, una possibilità diversa. Per immaginarla… Per attraversarla con tutto il corpo… Per portarla nella realtà, attraverso azioni nuove, tutte da inventare, tutte da testare, tutte da affinare, fino a scrivere un finale diverso di vecchie storie, l’inizio di una nuova vita…

Togliersi dal centro

Hai presente quei quadri in cui il soggetto sembra sempre guardare te anche se ti sposti? E che succede se un’altra persona sta guardando contemporaneamente quello stesso quadro?
La nostra mente è naturalmente egocentrica. Fin da bambini abbiamo il bisogno e la propensione ad essere al centro dell’attenzione. Ciascuno di noi è al centro del proprio mondo. L’egocentrismo è psicologicamente “normale”.
I problemi, soggettivi e interpersonali, nascono quando non riusciamo a riconoscere “l’egocentrismo dell’altro” cioè il fatto che l’altro è un’altra persona, con il suo modo di percepire le cose, guardare il mondo, con i suoi valori, i suoi scopi, le sue credenze, il suo modo di considerare le cose. La sua prospettiva unica sul mondo. Come unica è la nostra.
Ti sarà certamente capitato di pensare: ma come fa quella persona a pensare quello che pensa e ad agire come agisce? Implicitamente significa: ma come fa ad essere così diversa da me?
La capacità di riconoscere e comprendere la mente dell’altro come un punto di vista unico e quindi, in misura maggiore o minore, diverso dal nostro è la capacità di “decentramento”. Togliersi dal centro del mondo.
I problemi nascono quando non riusciamo a decentrarci e proviamo sofferenza personale (tristezza, rabbia, dolore, paura, frustrazione, delusione, senso di colpa, vergogna, umiliazione, senso di inadeguatezza, ecc.) nel contesto di problemi interpersonali, di incomprensioni, di rifiuto, di distanza, di derisione, di giudizio negativo, ecc.
Quanto ti ritrovi in questo quadro?

Vorrei, ma… Dolorose profezie…

Vorresti essere amato, ma senti di non meritarlo. Allora non chiedi l’affetto che vorresti per timore di non riceverlo… E finisce che non lo ricevi…

Vorresti coccole, ma credi che non ci siano persone disponibili per te… Tanto vale stare soli… E le coccole non arrivano…

Vorresti essere apprezzato, ma sotto sotto non ci credi nemmeno tu; per questo ti stai impegnando al massimo, ma non sei mai soddisfatto di te per cui rinvii il lavoro, la presentazione del tuo lavoro, la condivisione dei tuoi sforzi e quindi non ti arriva l’apprezzamento tanto desiderato…

Vorresti essere stimato, ma credi di non valere; ogni segno di stima, che pure ti arriva dall’esterno, dagli altri, dai buoni risultati effettivi che raggiungi, non attecchisce, boicottato dall’immagine negativa di te che ti porti dentro…

Vorresti cimentarti in un’impresa, ma temi di non essere supportato e per questo rinunci e resti al palo…

Vorresti andare a vivere da solo, ma ti senti in colpa immaginando le reazioni dei tuoi genitori (li lasci soli? Li abbandoni? Li preoccupi?) e quindi resti a casa raccontandoti una qualunque storia di auto-sabotaggio…

Vorresti invitare quella persona ad uscire, ma credi di non essere alla sua altezza, sono mesi che vorresti chiederle un appuntamento e… intanto quella persona esce con altre persone…

Vorresti farti valere sul lavoro, ma temi di essere giudicato per la tua timidezza o criticato perché non parli bene in pubblico; cerchi allora di non farti notare ed effettivamente per gli altri risulti invisibile, ti ignorano e non notano le tue qualità…

Vorresti far parte del gruppo dell’ufficio che va a mensa insieme, tutti i giorni, ma ti immagini incapace di stabilire una buona comunicazione con loro, e continui così a mangiare in solitudine…

Vorresti andare in palestra, ma ti senti goffo, impacciato e temi di essere deriso… Non ci vai e resti solo… E non in forma…

Vorresti far parte di un gruppo, ma ti senti diverso e hai paura di essere giudicato ed escluso per le tue stranezze… Rinunci… Nessuno ti può conoscere perché eviti ogni possibile contatto con i membri di questo gruppo… Resti solo…

Hai altri esempi che riguardano la tua vita e le tue relazioni? Ti sei mai trovato in quelle situazioni dove, purtroppo, la profezia dolorosa si avvera? Cosa deve succedere per bloccare questi cicli interpersonali dolorosi?
In psicoterapia si lavora anche su questo: per valorizzare i tuoi legittimi desideri di relazioni sane e nutrienti; per intercettare le credenze auto-sabotanti, a cominciare dalle convinzioni negative che hai su te stesso; per trovare strategie funzionali ad affrontare la frustrazione e la delusione che incontri; per comprendere meglio la tua esperienza interna (desideri, bisogni, sensazioni somatiche, emozioni, pensieri); per comprendere le interpretazioni distorte che ti portano a vivere esperienze dolorose nelle relazioni interpersonali; per iniziare quindi ad agire in modo diverso ed ottenere risultati soddisfacenti nei tuoi rapporti con le persone. Per ridurre la sofferenza e aumentare il benessere.

Caricare e andare liscio: quanto tempo, energie e sforzi stai impiegando per far correre una lumaca?!

Quanto tempo, energie e sforzi stai impiegando per far correre una lumaca?

Succede che incontri qualcuno: il capo, il partner, un genitore, un figlio, un amico, un estraneo, un altro partner; e succede qualcosa che ti fa soffrire: ricevi una critica, un rimprovero, un attacco, una minaccia, una delusione, qualcosa insomma che ti crea emozioni negative quali rabbia, tristezza, paura, preoccupazione, senso di colpa, vergogna, addirittura senso di solitudine, rifiuto, abbandono, angoscia. Può succedere… Succede… Ma non ti basta!!! Inizia il mulinello dei pensieri negativi: sono cattivo o sbagliato; è cattiva l’altra persona o sbagliata; me lo merito, non me lo merito; è giusto, anzi è ingiusto; perché è successo? Perché lo ha fatto? Perché si è comportato così? Comincia una vera e propria catena di pensieri, di domande, di riflessioni, più o meno consapevoli, che, apparentemente “dovrebbero” risolvere la questione, trovare un senso e un significato, ma che di fatto ti lasciano fermo al palo e ancora più stressato, teso, agitato, depresso, ansioso, arrabbiato, triste, solo, sconsolato, frustrato, deluso, impotente. E che fai? Continui ad alimentare questo circolo vizioso di riflessioni che non sfociano mai in azioni effettive e concrete. Insomma rimugini e rumini, rumini e rimugini, invece di passare all’azione efficace a risolvere il problema o per lo meno a provarci o per lo meno a comprendere meglio la situazione e la relazione. Magari ci aggiungi qualcosa da bere (qualcosa di forte) e da mangiare (qualcosa di pesante) o qualche altro comportamento “scomposto”, qualche abitudine nociva che certamente non mancherà nel tuo repertorio di tentativi fallimentari, più o meno consapevoli, di autoconsolazione (te la prendi con chi non c’entra niente, ti fai del male, vai a giocare d’azzardo, ti butti in qualche attività per non pensare e non sentire, con l’illusione che qualcosa cambierà). Insomma l’esito è che ti senti sempre più frustrato, sfiduciato, senza speranza e pieno di pensieri auto-svalutanti, del tipo: “che scemo” (o coglione se preferisci). Conosci?

Allora è importante che inizi a distinguere ciò che arriva non invitato, inaspettato, da ciò che decidi di farci.

È normale, comune, umano, universalmente condivisibile reagire a certi eventi con certe emozioni negative e pensieri negativi. Anzi è anche utile perché ci permette di cogliere i nostri bisogni frustrati e organizzarci di conseguenza con azioni efficaci per cercare di soddisfarli.

È normale per la tua storia di vita, per la tua sensibilità personale acquisita, per dove sei cresciuto e per ciò che hai imparato a fare per cavartela. La buona notizia è che: come hai imparato, puoi disimparare. Nessuno è schiavo della propria storia di “bambino ferito”. Ciascuno di noi può attivare il proprio “adulto consapevole e responsabile” che può ri-scegliere rispetto a ciò che sceglie da una vita…

Allora diventano “veramente utili” alcune domande auto-esplorative: dove e quando hai imparato (a tenere tutto sotto controllo, a stare sempre in allerta, a crederti scemo, a disprezzarti con questi giudizi negativi, a rimuginare per risolvere, a credere che ogni dubbio è un pericolo, a credere di non poter sbagliare, a dover piacere a tutti, a fare sempre il buono, a stare in silenzio, a parlare in continuazione)? Chi ti ha insegnato a indossare queste maschere? Quando ti sei sentito così nel tuo passato?

Domande e risposte per arrivare a comprendere che: ciò che ti è servito ed era normale allora non è più normale ora, non ti è più utile e ti crea più problemi di quanti te ne risolva. In particolare, rimuginare non è una strategia efficace per risolvere i problemi e ridurre la sofferenza (Rimuginio. Teoria e terapia del pensiero ripetitivo, 2017, Caselli, Ruggiero, Sassaroli).

Cosa mantiene la sofferenza emotiva nel qui-e-ora? Restare agganciati ai pensieri e alle emozioni negative e continuare a portarli con sé. Il rimuginio li ferma e li blocca invece che lasciarli passare da soli.

Il problema non sono i pensieri negativi in sé, ma il continuare ad alimentarli pensandoci sopra all’infinito…

Il problema non è essere tristi o arrabbiati quando qualcuno ci critica o ci tradisce, ma continuare ad alimentare queste emozioni negative attraverso il pensiero ripetitivo su di esse…

Il problema non è primariamente ricevere un giudizio negativo, ma continuare a portarselo appresso attraverso il pensarci continuamente…

Il problema, nei rapporti interpersonali, non è tanto quello che hanno fatto o detto gli altri (o faranno e diranno), ma il nostro volerli controllare, volerli cambiare, e il nostro pensare e ripensare a come governare il loro comportamento (invece che la nostra reazione al loro comportamento).

Quanto tempo, energie e sforzi stai impiegando per far correre una lumaca? Il problema non è che una lumaca procede lentamente, ma che noi pretendiamo che la lumaca abbia il passo che a noi più piace (e il problema raddoppia se pensiamo che ciascuno di noi è lumaca per qualcun altro). La soluzione non è far correre la lumaca, ma cercare persone con cui condividere il tuo viaggio…

Cosa cambierebbe se riducessi il tempo che sprechi a rimuginare su ciò che di fatto non puoi controllare né risolvere col rimuginare?

Forse la tua propensione al rimuginare è una strategia appressa in passato che ti è servita… Forse la tua sensibilità emotiva è un condizionamento del passato che hai appreso senza consapevolezza né controllo. Forse resterà sempre la tua sensibilità e non la puoi cambiare. Ciò che puoi cambiare è il tempo che dedichi al rimuginare…

Dalla minaccia alla sicurezza

Ti propongo un piccolo esercizio di “attenzione auto-esplorativa” per comprendere la tua sensibilità antica o ferita emotiva legata alla frustrazione di bisogni emotivi e interpersonali fondamentali come il bisogno di calore, protezione e sicurezza; il bisogno di stima e amore; il bisogno di stimolazione e incoraggiamento; il bisogno di appartenenza e inclusione sociale.

Per imparare a comprendere come la tua mente sia “impostata in origine” per cogliere “certi segnali di minaccia interpersonale” e per amplificare certi stati d’animo legati alla frustrazione di bisogni importanti nelle relazioni.

Nota, nelle tue relazioni interpersonali, i segnali che cogli nell’altro e le domande, i pensieri e le riflessioni che fai per entrare in ansia o per alimentare la tua ansia e renderla persistente

Nota, nelle tue relazioni interpersonali, i segnali che cogli nell’altro e le domande, i pensieri e le riflessioni che fai per sentirti depresso o per alimentare il tuo stato angoscioso e renderlo duraturo

Nota, nelle tue relazioni interpersonali, i segnali che cogli nell’altro e le domande, i pensieri e le riflessioni che fai per sentirti arrabbiato o per alimentare la tua frustrazione e delusione e mantenerle sempre presenti…

Nota, nelle tue relazioni interpersonali, i segnali che cogli nell’altro e le domande, i pensieri e le riflessioni che fai per sentirti in colpa, sbagliato, inadeguato e fallito o per alimentare questi stati dolorosi fino a cronicizzarli…

Nota, nelle tue relazioni interpersonali, i segnali che cogli nell’altro e le domande, i pensieri e le riflessioni che fai per sentirti continuamente indegno, non amabile o alimentare questi tuoi vissuti e renderli sempre attivi dentro di te…

Nota, nelle tue relazioni interpersonali, i segnali che cogli nell’altro e le domande, i pensieri e le riflessioni che fai per sentirti ovunque e comunque fragile, debole, vulnerabile o alimentare queste percezioni di te e renderle il tuo unico vestito…

Nota, nelle tue relazioni interpersonali, i segnali che cogli nell’altro e le domande, i pensieri e le riflessioni che fai per sentirti sempre strano, diverso dagli altri ed escluso alimentando questi vissuti fino a mantenere un profondo ritiro dagli altri e dalla vita

Nota, nelle tue relazioni interpersonali, i segnali che cogli nell’altro e le domande, i pensieri e le riflessioni che fai per entrare in qualunque altra tua condizione stressante emotivamente o tendere ad alimentarla e a renderla stabile e onnipresente…

Ora che hai notato la tua tendenza automatica a focalizzare l’attenzione su stimoli per te sensibili, ti invito ad aver fiducia di poter de-automatizzare qualcosa che finora hai ritenuto da te incontrollabile, ti invito a spostare la tua attenzione da quegli stimoli “minacciosi”, “dolorosi”, “sensibili” ad altri stimoli per te “neutri” o anche “positivi”; ad esempio:

  • quando ti accorgi di essere concentrato sullo sguardo giudicante dell’altra persona… inizia ad osservare come è vestita, i colori che porta, le scarpe che indossa, ecc.;
  • quando ti accorgi di essere concentrato sui bisogni dell’altro… inizia a notare come tu sei vestito, colori, scarpe, ecc.;
  • quando ti accorgi di essere concentrato sulle pretese dell’altro… inizia a pensare a cosa mangerai stasera a cena;
  • quando ti accorgi di essere concentrato sugli atteggiamenti arroganti e svalutanti dell’altro… inizia a concentrarti sul film che guarderai stasera;
  • quando ti accorgi di essere concentrato su come appari agli occhi dell’altra persona… inizia a trovare nomi di oggetti per ogni lettera dell’alfabeto…

In sintesi: riconosci dove solitamente tendi a focalizzare la tua attenzione… sposta la tua attenzione su stimoli neutri … E verifica l’effetto che fa su di te questo spostamento dell’attenzione… dalla minaccia alla sicurezza…

Se inizi a praticare con costanza questo “spostamento dell’attenzione” diventerai probabilmente più capace di regolare i tuoi stati emotivi, riducendo quelli angosciosi e aumentando quelli più leggeri e sereni…

Inizia e procedi … Procedi senza aspettarti risultati magici e miracolosi… Continua con fiducia e determinazione e gradualmente acquisirai questa importante abilità di autoregolazione emotiva…

Due caratteri

Immagina questo dialogo… Potrebbe avvenire tra partner o amici o in ambito lavorativo o in altre relazioni…
“Ciao… Io sono così di carattere… Se ti sta bene… bene… altrimenti addio. Oppure no… Se vuoi avere a che fare con me… dovresti cambiare… Io sono fatto così… Non posso farci niente…”
E l’altro:
“Ciao… Io sono così di carattere… Se ti sta bene… bene… altrimenti addio. Oppure no… Se vuoi avere a che fare con me… dovresti cambiare… Io sono fatto così… Non posso farci niente…”
Potrebbe essere un dialogo reale, proprio con queste parole o simili. O potrebbe essere sottinteso nell’incontro tra due persone.
Cosa ti fa pensare? Ti ritrovi in qualcosa del genere? Molta parte della sofferenza individuale e dei problemi interpersonali è legata all’incapacità di uno o entrambi gli individui di uscire dai “limiti” di questo dialogo. Di uscire dalla pretesa che sia l’altro a dover cambiare per migliorare la relazione. E quindi?
“Se vuoi avere ragione devi essere disposto ad avere torto” diceva qualcuno. Se vuoi costruire e migliorare una relazione devi prima di tutto riconoscere come funzioni tu in quella relazione (cosa provi, cosa pensi, cosa vuoi, cosa fai, cosa ti fa arrabbiare, cosa ti spaventa, cosa ti piacerebbe, come ti comporti solitamente), devi riconoscere il tuo contributo a ciò che succede nella relazione, devi essere disposto a metterti in discussione e devi essere disposto a fare qualcosa di diverso da quello che hai sempre fatto. E poi quasi tutto sarà possibile…

Lo scopo dello scopo

Perché è importante quello che fai? Qual è lo scopo di quello che fai?
Perché è importante quello scopo? A cosa ti serve inseguire quello scopo?

In queste domande si racchiude l’essenza del processo esplorativo di sé.
Lo si fa in un percorso terapeutico che la persona ha intrapreso per curare la sua sofferenza emotiva, per affrontare lo stress quotidiano, per risolvere i suoi problemi comportamentali e per superare le sue difficoltà nelle relazioni.
Lo puoi cominciare a fare anche da solo, seguendo alcuni passaggi specifici e l’esempio concreto che ti espongo (ansia sociale) come guida per un’effettiva auto-esplorazione.

1. Individua un tuo problema
2. Individua la strategia che stai adottando per tentare di risolverlo
3. Individua lo scopo che stai perseguendo con questa strategia, oltre un generico “perché voglio risolvere il mio problema” ovvero a cosa mira questa strategia, a cosa ti serve
4. Individua lo scopo dello scopo ovvero perché per te è importante perseguire quello scopo
5. Quale prezzo paghi con questo tuo “comportamento strategico”
6. Effetto della strategia per risolvere il problema
7. Come posso rimodulare lo scopo
8. Come posso rimodulare lo scopo dello scopo in modo che sia meno irrealistico
9. Quali nuovi scopi e nuovi effetti ottengo

Esempio.
1. Ho ansia sociale, timore del giudizio degli altri, del loro giudizio negativo, ad esempio di essere giudicato brutto, grasso, goffo, incapace, strano o altro
2. Sto evitando di uscire
3. Miro ad evitare di espormi allo sguardo degli altri ed essere giudicato negativamente
4. Non posso sostenere di essere giudicato negativamente, è troppo doloroso, “sarebbe” troppo doloroso. È la mia ferita, la mia sensibilità a sentirmi “sbagliato… Incapace… Inadeguato… Difettoso…”. È la mia storia, la storia di una vita. Vorrei nessuna ansia, nessun dolore…
5. Il prezzo che pago (per evitare persone, temuti giudizi, temuta intollerabilità del dolore del giudizio e tutte le sensazioni legate alla mia ferita dolorosa che tende a riemergere) è la solitudine, la mancanza di relazioni che pure desidero (amici, partner, vita sociale), la difficoltà a lavorare con serenità.
6. L’effetto è una sofferenza emotiva legata ad una povera o stressante vita sociale, affettiva e lavorativa.
7. Posso imparare ad affrontare lo sguardo e l’incontro con gli altri, l’eventuale giudizio negativo e l’ansia da giudizio negativo.
8. Posso imparare a sostenere il dolore connesso all’eventuale giudizio negativo temuto.
9. Il mio nuovo scopo non è evitare, ma cercare. Cercare ciò che desidero. Anche rischiando l’emergere della mia dolorosa sensibilità al giudizio. Riesco gradualmente a sperimentarmi in situazioni sociali, sto conoscendo nuove persone, riesco a vivere buoni momenti con gli altri, riesco a tollerare anche momenti di ansia legata alle mie paure di essere giudicato, posso stare con gli altri senza dover necessariamente piacere a tutti o essere simpatico a tutti i costi, mi sono creato la mia piccola ma importante cerchia di frequentazioni; anche al lavoro riesco a concentrarmi meglio in quello che devo fare senza preoccuparmi troppo di cosa vede e pensa l’altro di me.

Ciò che rende “problematico il problema” è che, in genere, il nostro scopo è realistico, sufficientemente realizzabile, ma è sorretto da uno “scopo dello scopo” alquanto irrealistico, al limite dell’impossibile, con criteri elevatissimi per sentirlo soddisfatto. Nell’esempio su esposto: puoi raggiungere lo scopo di evitare situazioni sociali giudicanti e l’ansia conseguente (pur pagando costi emotivi elevatissimi), ma non puoi evitare completamente o eliminare totalmente dalla tua vita ansia, dolore, frustrazione (i costi che paghi stanno peraltro a dimostrarlo: per evitare il dolore da giudizio paghi col dolore da solitudine e restringimento delle tue aree vitali).
Credo che tu sia ora pronto per l’auto-esplorazione…
Trova un tuo problema, segui i passaggi, verifica l’effetto che ottieni: cosa comprendi e cosa intraprendi da ora in poi…