La fonte della verità

Quando siamo bambini i nostri genitori sono la fonte della verità. Dipendiamo da essi da un punto di vista fisico ed emotivo, sono la fonte della nostra sicurezza ed autostima, da essi dipendono le fondamenta di chi siamo e chi diventeremo.

Studi scientifici decennali e trasversali a diverse discipline (psicologia, biologia, antropologia) hanno trovato che la motivazione ad una relazione sicura e confortevole, protettiva e amorevole, è primaria rispetto ad ogni altra motivazione, anche quella del nutrimento: prima salva la pelle dai predatori attraverso la presenza di un adulto protettivo e poi pensa a mangiare!!! Il bambino, dunque, ha bisogno di costruire una relazione prevedibile, controllabile, sicura. Per raggiungere questo obiettivo utilizza ogni strategia possibile e necessaria: osserva attentamente come sono, quello che fanno e cosa dicono i genitori, cosa piace loro e cosa detestano, come trascorrono il loro tempo, a cosa danno importanza, cosa solitamente gli chiedono, cosa si aspettano da lui e come reagiscono ai suoi comportamenti e movimenti.

Il bambino, in generale, cerca di fare di tutto per compiacerli secondo l’idea, più o meno chiara per lui, che “se mi comporto e sono come mi vogliono i miei genitori allora essi mi ameranno e proteggeranno”. Se crede di averli delusi o se nasce un conflitto coi suoi genitori, il bambino tende a sentirsi “colpevole” o “sbagliato” e a proteggere “l’immagine buona” dei genitori al fine di garantirsi comunque protezione e amore da parte loro. Anche in caso di genitori palesemente disturbati e trascuranti, il bambino “preferisce” pensare di essere “cattivo in un mondo di buoni” piuttosto che “buono in un mondo di cattivi” in cui non sopravvivrebbe. Quindi tanto più è piccolo tanto più tende a vedere i genitori buoni e portatori della verità e della giustizia. In questo modo ciò che proviene dai genitori diventa anche la fonte del codice morale di condotta: cosa è buono e giusto e cosa è cattivo e sbagliato.

Il bambino non ha la capacità di relativizzare: ciò che pensano, fanno e dicono i suoi genitori è ciò che pensano, dicono e fanno tutte le persone e quindi rappresentano anche il modello di ciò che è sano, buono e giusto, come bisogna essere, cosa bisogna pensare e cosa bisogna dire e fare. Come le cose sono e come devono essere.

Inoltre, in base a come i genitori lo trattano, il bambino costruisce un’immagine di sé che tenderà a confermare per tutta la vita; ad esempio, se i genitori lo picchiano, egli “crede” di meritare di essere picchiato perché “cattivo”; se i genitori lo trattano in modo speciale e unico, oltre ogni ragionevole contatto con la realtà e i limiti, impara a “credere” di essere speciale e superiore rispetto agli altri, fuori dalle regole di convivenza comune e da grande tenderà a riproporre questa immagine di sé nei rapporti interpersonali.

Inoltre, attraverso l’osservazione dei genitori che interagiscono con gli altri, il bambino impara a rapportarsi alle altre persone, tendendo a trattarle come i genitori trattano solitamente le persone.

Tanto più sono piccoli tanto più i bambini hanno difficoltà a sviluppare prospettive diverse dalla loro visione egocentrica della realtà. E ciò ha un enorme impatto sulla loro tendenza a sentirsi in colpa per ciò che accade: secondo il pensiero onnipotente egocentrico del bambino, anche se piove potrebbe essere causato da lui oppure “se papà sta male è colpa mia che mi sono arrabbiato con lui”, “se mamma è triste e stanca è per colpa mia, per quello che faccio e dico”.

I bambini hanno bisogno sempre di salvare gli adulti per salvare se stessi. Inoltre questo pensiero magico onnipotente si accompagna a una tendenza a generalizzare per cui la loro esperienza diventa modello di come vanno le cose per tutti. O anche un singolo errore viene “scambiato” per errore globale: “se io ho sbagliato io sono sbagliato”. E anche questo può avere enormi ripercussioni sul modo in cui il bambino impara a pensare a se stesso e rischia di nutrire un’autostima “distorta” o troppo svalutata e sminuita o troppo pompata e idealizzata.

Molte delle sofferenze che le persone portano in terapia hanno origine da processi di pensiero nati nell’infanzia, radicati profondamente nell’inconscio, che continuano ad agire oggi nei rapporti adulti, fino a condizionare un modo “onnipotente” di vedere la realtà interiore e interpersonale in termini eccessivamente responsabilizzanti e auto-colpevolizzanti.

I bambini imparano ciò che vivono.

Se un bambino vive nella critica impara a condannare.

Se un bambino vive nell’ostilità impara ad aggredire.

Se un bambino vive nell’ironia impara ad essere timido.

Se un bambino vive nella vergogna impara a sentirsi colpevole.

Se un bambino vive nella tolleranza impara ad essere paziente.

Se un bambino vive nell’incoraggiamento impara ad avere fiducia.

Se un bambino vive nella lealtà impara la giustizia.

Se un bambino vive nella disponibilità impara ad avere una fede.

Se un bambino vive nell’approvazione impara ad accettarsi.

Se un bambino vive nell’accettazione e nell’amicizia impara a trovare l’amore nel mondo.

Doret’s Law Nolte

 

La terapia aiuta le persone a diventare consapevoli delle credenze disfunzionali di origine infantile e a trovarne altre maggiormente aderenti alla realtà attuale adulta, per farne guida di comportamenti più sani e adattivi.

Oggi è il primo giorno del resto della nostra vita

Tanto più siamo piccoli tanto più ci confrontiamo con la vita che ci capita piuttosto che avere la possibilità di sceglierla.

Tutti noi abbiamo avuto i genitori che ci sono capitati. Dai nostri genitori quando siamo piccoli e dipendenti dipende la costruzione di quella che per noi è la verità e la realtà: la rappresentazione della realtà che si rivela attraverso le credenze, più o meno adattive o disfunzionali e più o meno radicate e rigide. Questa rappresentazione della realtà è come l’acqua per il pesce: ovvia, implicita.

In terapia la persona arriva col suo “adattamento infantile”, un copione o piano di vita fatto di modi di agire e pensare, modi di governare le emozioni e di cavarsela nella vita quotidiana, modi di incontrare l’altro e di scontrarsi con l’altro che gli si presenta davanti nella forma del partner, del capo, dell’amico, del figlio, ecc.. In particolare, il piano di vita di ciascuno di noi contiene alcune credenze “se… allora…”. Da bambini, nelle relazioni con chi si si è preso cura di noi e ha forgiato la nostra personalità (genitori e nonni, insegnanti ed educatori vari), abbiamo imparato a costruirci “rappresentazioni della realtà” organizzate da pensieri del tipo:

  • “se esprimo ciò che penso, sento e voglio verrò punito o ferirò l’altro che mi abbandonerà…”
  • “se cerco di seguire le mie ambizioni qualcuno resterà male e mi metterà i bastoni tra le ruote o gli altri mi lasceranno solo”
  • “se esprimo il mio disaccordo da una persona importante, verrò sicuramente criticato, rifiutato e perderò la persona…”;
  • “se non faccio ciò che vogliono le persone care le ferirò irrimediabilmente”
  • “se ho più successo di mio padre egli si sentirà fortemente umiliato per colpa mia”
  • “se mi prendo cura di me sono un egoista, sarò criticato, svalutato, rifiutato o farò soffrire gli altri”
  • “se mi dedico a qualcosa di mio interesse, mia madre si sentirà trascurata e soffrirà per colpa mia”
  • “se avrò più successo di mia sorella lei ne rimarrà distrutta”
  • “solo se mi mostro brillante, spietato, capace, forte, energico posso ottenere stima e ammirazione”
  • “se mi mostrerò bisognoso sarò ferito e umiliato”
  • “se sono… se faccio… se esprimo… allora ferirò i miei genitori” (per estensione generalizzante ferirò l’altro)
  • “se sono e mi mostro vivace i miei si preoccupano, si ammalano per colpa mia”
  • “se affermo il mio punto di vista mio padre resta sconvolto, terrorizzato, umiliato”
  • “se sono determinato deludo mia madre che mi vuole remissivo e pacato”
  • “se ambisco a mete elevate i miei si preoccupano che poi mi metto nei guai”
  • “se vado via di casa (se mi separo da loro, fisicamente e psicologicamente) allora i miei genitori ne soffriranno moltissimo”.

Se agisco in modo autentico ovvero basato sui miei pensieri, bisogni e desideri, sani e adattivi, metto in pericolo me, le persone a me care e la relazione con loro”. Questa può essere la formulazione base a cui si associano credenze simili e connesse: “se aspiro al mio desiderio e obiettivo sano e adattivo di essere autonomo, facendo una scelta non approvata dai miei, ad esempio volendo andare a vivere in un’altra casa o in un’altra città, o scegliendo uno sport che a loro non piace, o un fidanzato che a loro non piace, i miei genitori saranno dispiaciuti o preoccupati o si sentiranno soli o si arrabbieranno oppure io mi sento in colpa perché faccio loro del male o non mi prendo cura di loro…”.

Queste credenze possono avere radici a livelli più o meno profondi e inconsci: sono come il motore dell’automobile che la fa andare, ma il cui funzionamento può essere anche inconsapevole per il guidatore; è l’essenziale invisibile agli occhi, l’implicito che funziona senza che noi lo conosciamo, è memoria inscritta nel corpo.

Al di là di ogni dato di realtà, le credenze sono vissute dalla persona con un senso assoluto di certezza e verità incontrovertibile. Le credenze “distorte”, come sviluppate e consolidate negli anni, hanno lo scopo di preservare i legami significativi anche rinunciando al proprio benessere e alla realizzazione dei propri obiettivi. Queste credenze, quasi completamente inconsapevoli, da una vita organizzano il comportamento e portano la persona, in grado maggiore o minore, a limitare le sue azioni e le sue possibilità perché solitamente queste credenze esitano in vissuti angosciosi: come posso esprimermi autenticamente e pagare il prezzo della solitudine? Come posso cercare il mio successo serenamente se poi gli altri ne soffriranno?

Fin da bambini, per garantirci amore, protezione e cura, abbiamo imparato ad assecondare i desideri altrui (o quelli che noi credevamo fossero i desideri degli altri) al costo di rinunciare alle nostre inclinazioni, aspirazioni e potenzialità. Oppure abbiamo agito assecondando i nostri bisogni e desideri con enormi sensi di colpa. Sentendoci brutti, sporchi e cattivi.

Tanto più siamo adulti tanto maggiore è la nostra capacità di scegliere la vita che vogliamo.

Oggi è il primo giorno del resto della nostra vita e la terapia ci aiuta a riscrivere il nostro copione o piano di vita per essere felici nel mondo da ora in avanti… Della serie “chi mi ama mi segua”. La terapia diventa un porto sicuro da dove ripartire per realizzare il proprio unico progetto esistenziale, i propri talenti e inclinazioni, la propria autostima. Un porto sicuro a cui poter tornare ogni volta che si ha bisogno di fare rifornimento affettivo, curarsi le ferite, rigenerarsi per ripartire…

La terapia aiuta a scoprire o riscoprire e comprendere quali sono i propri obiettivi sani e le credenze distorte che bloccano la loro realizzazione. Per imparare ad agire in modo che si possano realizzare, elaborando angosce di rifiuto e sensi di colpa.

8 strategie per affrontare i sensi di colpa 

Il senso di colpa solitamente fa riferimento ad alcune situazioni tipiche:
• Hai trasgredito una norma o regola

• Hai danneggiato qualcuno

• Hai fatto degli errori

• Non hai fatto ciò che avresti potuto e dovuto fare

• Hai fatto ciò che non avresti dovuto fare

Ecco alcune strategie (distinzioni fondamentali) per affrontare i sensi di colpa:

1. Distingui il “mi dispiace” dal “mi sento in colpa”. Puoi essere dispiaciuto per qualcosa che è successo a te o a qualcun altro di caro senza per questo doverti far carico necessariamente dell’accaduto.

2. Distingui il “senso di colpa” dalla “responsabilità”. Il senso di colpa ha quasi sempre un’origine infantile legata al confronto tra ciò che siamo (e facciamo) e ciò che dovremmo essere (e fare) per andare bene agli altri o per rispondere a regole interne rigide e persecutorie nei nostri confronti (tiranno interiore). La responsabilità è dell’adulto che rielabora oggi il senso di quel codice di condotta originato nell’infanzia. L’adulto che quindi si assume l’onere di governare una certa situazione in modo più consapevole e libero rispetto a dettami rigidi che potevano avere un senso allora ma non lo hanno più adesso; che si assume l’onere di regolare il proprio comportamento in relazione ai suoi bisogni tenendo conto anche dei bisogni degli altri e della realtà.

3. Distingui i pensieri dalle azioni. Pensieri brutti, sporchi, cattivi sconvenienti, aggressivi, violenti possiamo farli tutti, li facciamo tutti. Diverso è l’agire concreto, reale, che traduce un pensiero “colpevole” in un comportamento “colpevole”. Chi non ha peccato scagli la prima pietra diceva qualcuno. Il peccato è del pensiero o dell’azione? Se pensiamo pensieri colpevoli abbiamo il potere di dare loro un senso evolutivo (realtà interna o soggettiva); se facciamo azioni danneggianti, errori o infrazioni a codici di condotta “buoni e giusti” o qualche azione “riprovevole” allora dobbiamo fare i conti con le conseguenze concrete nella realtà.

4. Distingui le regole di condotta “buona e giusta” stabilite dagli altri dalle tue regole interiori di cosa è buono e giusto. Ciò non significa che ciascuno di noi ha le sue regole private e tutto diventa legittimo o scusabile. Ma nemmeno significa che il nostro comportamento deve essere regolato da ciò che va bene agli altri anche se molto lontano dalle nostre esigenze.

5. Distingui il rimorso inevitabile dall’autocritica tirannica evitabile. Ovvero assumiti la responsabilità di quello che hai fatto e cerca di “riparare”, ma non indugiare in auto-rimproveri inutili che ti bloccano in autopunizioni fini a se stesse e non ti aiutano a capire e superare la situazione.

6. Distingui la ripetizione del passato dalla situazione attuale. È possibile che l’autoflagellazione dei sensi di colpa abbia a che fare con qualcosa che hai imparato a fare quando eri più giovane e che è diventato nel tempo un modo di abusare di te stesso di cui sei diventato esperto, ma che attualmente non ti aiuta a comprendere la situazione e ad affrontarla in modo consapevole e responsabile. È fondamentale, invece, individuare cosa ha motivato il tuo comportamento “colpevole” ora, quali situazioni scatenanti, quali pensieri ti sei fatto rispetto a quelle situazioni, cosa dovevi sapere e prevedere e cosa non potevi sapere, quali emozioni hai provato, quali bisogni sono entrati in gioco. Solo attraverso questo processo di autoconsapevolezza puoi aiutarti a superare il senso di colpa assumendoti la responsabilità adulta e matura di quello che hai fatto e di cosa puoi fare per recuperare: esprimere il tuo dispiacere, chiedere scusa o “perdono”, riparare il danno, correggere l’errore, dare senso alla trasgressione per trovare un altro modo utile per esprimere i bisogni da essa veicolati, condividere emotivamente con l’altro coinvolto il senso di quello che è successo, “pagare” le conseguenze delle tue azioni sia che si tratti di un danno materiale sia che riguardi la perdita di stima o affetto da parte di altri, speriamo temporanea, ecc..

7. Distingui le pretese con cui gli altri si rivolgono a te dal tuo diritto di dire “no”. Se l’altro pretende e tu dici “no” l’altro si arrabbia e forse tu ti senti in colpa se non riconosci il tuo diritto a rifiutare una richiesta; quando vorresti dire “no” ma dici sì, non provi senso di colpa, ma probabilmente rabbia verso te stesso e verso l’altro che ha fatto una richiesta che tu consideri una pretesa ingiusta. Se affermi il tuo “no” in modo convinto e l’altro si arrabbia … è un problema suo (speriamo non tuo). Del resto, spesso sei tu a credere di non poter dire “no” mentre l’altro ti ha fatto solo una richiesta e può mettere in conto un rifiuto della stessa senza per questo arrabbiarsi.

8. Distingui la responsabilità dell’altro dalla tua. Noi non stiamo al mondo per realizzare le aspettative altrui. Se dopo un tuo “no” l’altro ha reagito “male” (quando mi hai detto “no” sono andato su tutte le furie e ho preso a calci lo sportello che si è rotto), si è messo nei guai (tu non c’eri e non ho avuto altra scelta che ubriacarmi) o ha fatto qualcosa di “sbagliato” (avevo bisogno di te… tu non c’eri e io sono cascata nella braccia di un altro…), colpevolizzandoti per la tua mancata presenza allora devi chiaramente affermare a te stesso e all’altro che ciascuno è responsabile di quello che fa e ne affronta le conseguenze… almeno tra adulti liberi e consapevoli.

Autostima e giudice interiore 

“Sei cattivo! Non sei capace! Sei stupido! Gli altri sono migliori di te!  Che figuraccia!  Non hai fatto ciò che dovevi fare!  Hai fatto solo il tuo dovere! Sono deluso da te! Non è abbastanza!  Se fai il cattivo mamma è triste!  Sei sbagliato! Potevi fare di più! Non sei come dovresti essere! Quello che hai fatto mi fa stare male! Se urli papà si arrabbia! Non sei all’altezza!” 

Queste sono solo alcune frasi che abbiamo sentito pronunciare dai nostri genitori ed educatori e/o abbiamo letto nel loro sguardo giudicante, critico, rimproverante, rifiutante.

Queste parole veicolano giudizi su come dovremmo essere e non siamo!!!

Sentite sistematicamente, fin dai primi anni di vita, quando la mente è una spugna che assorbe la “verità” presentata dalle nostre figure di riferimento, soprattutto se accompagnate da toni emotivi “drammatici” e “assolutistici”, queste parole affossano l’autostima generando sentimenti di insicurezza e avidità d’approvazione. Il bambino ha un bisogno assoluto di sentirsi “nelle grazie” di chi deve amarlo e proteggerlo.

Gradualmente, nel corso degli anni, queste parole riecheggiano nella mente sempre più frequentemente e in modo strutturato sotto forma di regole rigide su cosa dobbiamo e non dobbiamo essere… per andare bene ai grandi, per sentirci amati e stimati. Si crea così nella nostra mente un giudice interno capace di elargire approvazione o dissenso in relazione a quello che facciamo, pensiamo e sentiamo. 

Spesso questo giudice interno è severo, spietato, cinico, duro, intransigente, perfino persecutorio. 
IL GIUDICE INTERNO SEVERO, ESIGENTE, PUNITIVO, IL GENITORE “CATTIVO”:

pone obiettivi irrealistici e fa richieste al limite del possibile

instilla aspettative eccessive sul comportamento giusto e sbagliato, buono e cattivo

non è mai soddisfatto (non è mai abbastanza, manca sempre qualcosa)

manda messaggi d’incompetenza, inutilità, scarso valore

sminuisce sistematicamente, e a prescindere, nel confronto con gli altri

manda messaggi confusivi su come dover essere

ricorda i fallimenti e scorda i successi

svaluta sempre e non gratifica mai

usa generalizzazioni e non considera la specificità

sottolinea e ingigantisce i difetti

attribuisce alla persona la colpa degli insuccessi

attribuisce alla fortuna la causa delle cose che vanno bene (che sono sempre poche)

  

Gli imperativi categorici del giudice interno sono: 

devi essere perfetto… oltre ogni limite

devi essere la persona (l’uomo, la donna) che piace a me… anche se non piaci a te 

devi sforzarti… e sforzarti di sforzarti… per raggiungere… 

devi essere forte… ogni segno di debolezza è severamente vietato

devi sbrigarti… sempre e comunque… chi va piano è difettoso ed insano 

devi lavorare sodo… anche se scoppi

non devi mollare mai… anche quando hai finito

devi fare subito ciò che ti chiedo

devi sempre … e non basta comunque
Spesso gli imperativi categorici del giudice interno funzionano da vere e proprie missioni impossibili o richieste di onnipotenza che in quanto tali hanno scarso rapporto con la realtà. 

In terapia, si lavora sull’obiettivo di “emancipazione” dal genitore interno:

imparare a dare risposte diverse ai diktat interiori

imparare a creare le proprie regole a guida del proprio agire

rimodellare e riscrivere i messaggi e le indicazioni che arrivano dall’interno sul modo migliore di pensare, sentire, agire e vivere la vita

creare un genitore interno “buono” che sa essere guida autorevole ed empatica, che sa sostenerci nell’esprimere la nostra unicità autentica e, contemporaneamente, aiutarci a stare in contatto con la realtà e con gli altri  
IL GENITORE INTERNO AMOREVOLE E SAGGIO, IL GENITORE BUONO CHE SOSTIENE L’AUTOSTIMA:

ci insegna a individuare il nostro prossimo obiettivo di crescita a partire da quello che non sappiamo ancora fare 

ci ricorda che fare errori è parte integrante e naturale dell’apprendere

quando non capiamo ci fornisce sostegno e guida invece che una punizione

sa che l’incompetenza non è generalizzata ma prevede aree su cui migliorare e abbiamo sempre margini di miglioramento

non giudica la persona, valuta la prestazione

sa che i nostri limiti non riguardano il valore di noi come persona

ci aiuta a definire in maniera precisa cosa vogliamo, cosa significa per noi successo e benessere

fissa mete realistiche e motivanti, senza per questo ingaggiarci in sfide impossibili

aumenta gradualmente le difficoltà

stabilisce compiti adeguati per arrivare alla meta

aiuta ad affrontarli gradualmente

nota, sottolinea e gratifica per i risultati positivi  

è comprensivo senza essere indulgente
Il lavoro di emancipazione dal genitore interno dura tutta la vita in un cammino progressivo verso la riscrittura delle norme e delle forme del nostro stare al mondo… 

Nuovi genitori di se stessi 

Il modo in cui il bambino vive le interazioni coi genitori reali forma e organizza il suo mondo interiore. In particolare, il bambino “vive” due minacce estreme: minaccia “percepita” di privazione dell’amore genitoriale se non corrisponde a ciò che vogliono i genitori (mamma e papà non mi vogliono bene); “sentirsi” privo di valore se non corrisponde agli standard o aspettative genitoriali (mamma e papà non mi apprezzano). Di fronte a queste due minacce così percepite, il bambino cerca di trovare la via d’uscita. E sviluppa vari tentativi per liberarsi da questa minaccia incombente. Questi tentativi si organizzano sotto forma di regole del comportamento mosse dal sentimento inconscio di accettazione condizionata: mi sentirò accettato, amato e di valore (degno d’amore e stima) “se e solo se” … sarò perfetto, mi sforzerò, sarò forte, starò zitto, mi sbrigherò, non chiederò, compiacerò, farò da solo, non esprimerò i miei bisogni, lavorerò sodo, non disturberò, sarò impassibile, non mostrerò i miei sentimenti, non esprimerò la mia rabbia e ogni altro possibile tentativo di via d’uscita che può organizzare in modo rigido il comportamento del bambino che ritiene queste regole rigide come il modo per esistere, per sopravvivere psichicamente, per sentirsi amato e stimato. Il modo migliore di stare al mondo ed ottenere ciò che è più prezioso: amore, protezione, stima.

L’aspetto drammatico di questo funzionamento è che il bambino allora e l’adulto ora organizzano il loro comportamento esclusivamente intorno ad alcuni limitati modi di essere che sentono utili e indispensabili, sempre necessari e mai realmente sufficienti, per sentirsi ok, per sentirsi a posto con se stesso e con gli altri (amato, stimato, protetto, adeguato, all’altezza, degno, di valore). Quindi la persona organizza il suo comportamento e la sua identità intorno a principi identitari del tipo:

sono perfetto dunque sono…
sono insensibile dunque sono…
non chiedo (e non devo chiedere mai) dunque sono …
aiuto gli altri dunque sono…
dico sempre sì dunque sono.
Evidentemente la rigidità di tali modi, gli unici che la persona sente a sua disposizione per sentirsi sereno, finisce per risultare solo in tentativi dessere destinati a fallire.
Inoltre, questi meccanismi quasi mai sono consapevoli, sono piuttosto annidati nel consueto comportamento quotidiano, nel modo di porsi con gli altri, in come la persona dedica tempo, energia e attenzione a certe attività invece che ad altre.
I genitori reali allora gradualmente hanno lasciato il posto a un “genitore interiore” che da dentro regola il nostro pensare, il nostro sentire e il nostro comportamento.

Crescere allora significa diventare “nuovi genitori di se stessi” ovvero sviluppare un nuovo genitore interno, al di là dei genitori reali che abbiamo avuto, del passato che abbiamo avuto, delle esperienze vissute e di come queste hanno forgiato il nostro attuale “modo di essere”. L’obiettivo della trasformazione è la formazione di un nuovo genitore interno rimodellato sul precedente (fatte salve situazioni eccezionali di abuso emozionale intrafamiliare, i genitori reali ci hanno anche insegnato in modo sano e amorevole come stare al mondo), conservandone gli aspetti positivi, utili e sani per noi ed eliminando gli aspetti negativi oppressivi distruttivi.

Essere e dover essere

La relazione genitori-figli è il modello di tutte le future relazioni fiduciarie, orienta il modo in cui la persona tenderà a creare legami e a governare le relazioni interpersonali.

Quando siamo piccoli ci affidiamo inevitabilmente all’adulto che si prende cura di noi. Il bisogno del piccolo è di essere amato incondizionatamente, senza se e senza ma. Il piccolo implicitamente chiede all’adulto di essere all’altezza delle sue aspettative di fiducia che si sostanziano fondamentalmente nella richiesta inconsapevole: “riconoscimi e accettami per quello che sono, unico e irripetibile, degno d’amore e stima a prescindere” (amore e accettazione incondizionati). “Aiutami a crescere, insegnami a stare al mondo, ad essere autonomo nella testa e nel cuore, ad essere felice”. “Dammi regole e modelli, orienta il mio comportamento, insegnami il bene e il male, ciò che è giusto e sbagliato, buono e cattivo, mentre accogli totalmente il mio modo di essere”. “Aiutami ad essere autonomo e anche ad affidarmi agli altri, a creare legami”.

Le ferite, con cui faremo i conti per tutta la vita, si creano quando il genitore “tradisce” queste aspettative implicite e comincia a proporre modelli e regole che non riconoscono e non accettano l’individualità, la giudicano, la disapprovano, la svalutano, la colpevolizzano, la mistificazione.

Le ferite del resto sono inevitabili. Il mestiere di genitore è veramente il più difficile del mondo: quanto sono elevate le aspettative di “come dover essere genitore” capace di rispondere ad una richiesta di fiducia assoluta? Dove sono i confini della fiducia e quindi del tradimento? Quanto la richiesta è di essere un genitore perfetto? Non solo: ciascun genitore è stato a sua volta figlio e porta dentro le personali ferite del bambino che è stato.
In situazioni “normali” i genitori agiscono in buona fede con l’idea di educare il figlio secondo valori e principi sani e buoni. Purtroppo la buona fede non immunizza dagli errori, molte scelte sono fatte “per il bene del figlio”, ma incapaci di “guardare” con attenzione i bisogni di chi hanno davanti, ancora imbrigliati nel proprio passato del figlio che sono stati e dei genitori che hanno avuto.
Il genitore esterno reale concreto che, attraverso rimproveri, disapprovazioni, critiche, ha tradito le aspettative di fiducia del figlio, gradualmente diventa genitore-giudice interno, presentandosi a sua volta con un certo grado di severità, rimbombando nel mondo interiore con una voce gigantesca: NON SEI COME DOVRESTI ESSERE, NON FAI QUELLO CHE DOVRESTI FARE. Un Giudice Interno che per tutta la vita continuerà a chiedere un dover essere spesso dai confini illimitati e confusi … per cui alla fine “sentiamo che non va bene mai… che non siamo mai abbastanza!!!”.

In nome dell’amore-accettazione di cui ha bisogno, il bambino arriva al tradimento di se stesso e ad un grado, più o meno massiccio, di compiacenza e falso sé: “devo essere come vogliono i miei genitori”. “Se non faccio ciò che li rende felici e tranquilli non mi ameranno più”.

Nel vissuto del piccolo, il prezzo da pagare di una coerenza pura, ideale alla propria autenticità sarebbe l’impossibilità di un abbraccio accogliente dell’altro… la solitudine, il non sentirsi amati. Inconcepibile per il cuore di ogni umano. Sicuramente non possibile per il bambino piccolo e indifeso che ha bisogno di un adulto che lo conduca con amore verso la vita.

Si crea in questo modo un circolo vizioso: il piccolo “chiede” al genitore di essere perfetto e a sua volta il genitore “chiede” al figlio di essere perfetto secondo regole del dover essere che sfuggono a una “realistica” definizione e finiscono inevitabilmente per essere “irrealistiche”, “irraggiungibili” (una missione impossibile). Si viene a creare, in tale dinamica, un terreno fertile per la frattura della fiducia, per le ferite interne da una parte e per sentirsi dolorosamente imperfetti dall’altra.

In terapia ci si trova prima o poi a fronteggiare il giudice interiore. A seconda della propria storia personale, il lavoro col giudice sarà più o meno importante, faticoso e profondo. Come con i nostri genitori reali dobbiamo imparare a riconoscere gli aspetti positivi del giudice: ci guida, ci orienta, ci pone sani limiti per confrontarci con la realtà e per questo possiamo essergli grati. Del resto può essere molto severo, rigido, punisce e pretende l’impossibile. Per questo possiamo arrabbiarci col giudice perché ci sentiamo pressati a corrispondere alle sue aspettative, perché temiamo di perdere la sua fiducia, stima e amore se non facciamo sempre ad ogni costo quello che pretende da noi. Se non ci adeguiamo alle sue pretese il suo giudizio è spietato e ci sentiamo rifiutati, abbandonati, non amati. Oggi come ieri la lotta è la stessa, tra autenticità e dover essere…
Gratitudine e rabbia ci aiutano a ridefinire la persona che vogliamo essere oggi, quanto vogliamo mantenere e valorizzare di ciò che ci hanno trasmesso, quanto vogliamo scartare e lasciarci alle spalle perché non va più bene per noi.
La terapia aiuta a diventare nuovi genitori di se stessi…

Sentirsi in colpa e non sentirsi all’altezza. La libertà dal dover essere

Sentirsi in colpa e non sentirsi all’altezza sono due emozioni, due facce della stessa medaglia: “non sono come dovrei essere”. Il messaggio è antico: “hai fatto qualcosa o sei qualcosa che mi fa stare male”! “Non hai fatto ciò che dovevi fare o non sei come dovresti essere”! E oggi quel messaggio lo portiamo dentro nella forma di aspettative perfezioniste e missioni impossibili che chiediamo​ a noi stessi. Aspettative a cui dobbiamo rispondere in diversi ruoli sociali, professionali, intimi. E l’ansia e la depressione fanno capolino.

Sentirsi in colpa e non sentirsi all’altezza originano da pensieri del tipo: “no questo no”, “rifiuto questa parte”, “questo non va bene”, “questo non è adatto o conforme, è brutto, sporco, cattivo, indegno, non amabile, non di valore”. E tutto ciò che è sbagliato in noi è tale in quanto non corrisponde completamente alle aspettative altrui e all’immagine di perfezione che gli altri proiettano su di noi, un ideale in quanto tale destinato a non essere mai raggiunto, una missione impossibile fonte di sentimenti di colpa e inadeguatezza. Un ideale che all’inizio è esterno, proviene da chi si è preso cura di noi quando eravamo piccoli, e che progressivamente è stato interiorizzato fino a formare una voce critica e giudicante, dentro di noi, che continuamente ci assedia ricordandoci che “non siamo abbastanza” o che “siamo brutti sporchi cattivi”.

Oggi come allora chi stabilisce le regole del dover essere? Chi stabilisce cosa è giusto o sbagliato, buono o cattivo, lecito o proibito? La risposta è nella consapevolezza di emozioni, bisogni e valori personali. E nell’agire per realizzarli “nonostante” la paura, i sensi di colpa o il sentirsi non all’altezza.

In terapia si lavora per recuperare la libertà perduta rispetto agli imperativi interiori del dover essere.