Se lo conosci … lo cerchi

Quello che abbiamo vissuto nella relazione coi nostri genitori è diventato la nostra realtà: quello che conosciamo bene e che tendiamo a ricercare.

Quando le esperienze primarie sono state positive e abbiamo ricevuto cure adeguate, stima, affetto e sostegno, guida e incoraggiamento all’autonomia, da adulti avremo a nostra disposizione un ampio ventaglio di strumenti e risorse personali per gestire lo stress, risolvere i problemi e creare buone relazioni interpersonali.

Quando le esperienze primarie sono state distorte (per carenza o per eccesso di amore, stima e protezione), da adulti tenderemo a riproporre quello che abbiamo sperimentato nell’infanzia, secondo modalità rigide di trattare gli altri e farci trattare dagli altri. Tendiamo a ripetere quanto abbiamo interiorizzato, con scarsa o nessuna flessibilità nei modi di pensare, sentire, agire ed entrare nelle relazioni. Siamo maestri della ripetizione. Ovvero tendiamo inconsapevolmente ad “aspettarci”, “prevedere” e “cercare” quello che conosciamo meglio, anche se continua, come in origine, ad essere per noi fonte di sofferenza e incomprensione nei rapporti interpersonali. Ecco alcuni esempi.

Se non sono stato amato tenderò a cercare persone che non amo veramente e/o che non mi amano e/o da cui non riesco a sentirmi amato. Quando invece troverò qualcuno disposto ad amarmi come mai ho sperimentato prima… molto probabilmente tenderò ad allontanarlo …

Se sono cresciuto con genitori e parenti tutti che mi hanno ingolfato di lodi e approvazioni oltre ogni mio ragionevole merito e capacità, probabilmente tenderò a cercare solo persone che mi applaudano, mi sforzerò di essere perfetto oltre ogni ragionevole limite e avrò estrema difficoltà ad accettare di deludere gli altri e di non essere necessariamente la persona “grandiosa” che ho sempre creduto di essere. Difficilmente riuscirò a creare relazioni basate su una reale autenticità e intimità emotiva.

Se ho avuto genitori estremamente severi, critici e giudicanti ogni mio passo e movimento, praticamente mai soddisfatti di ciò che facevo, in ogni campo della vita, probabilmente tenderò a cercare, mio malgrado, persone critiche, svalutanti e che mi rimanderanno in un modo o nell’altro il mio essere difettoso, sbagliato, fallito. Ogni mia relazione, sentimentale come professionale, sarà lì a ricordarmi che ho qualcosa che non va …

Se sono cresciuto con genitori diffidenti di ogni situazione e persona tenderò a vedere l’inganno e il tradimento dappertutto ed ogni relazione duratura sarà di fatto impossibile per me perché prima o poi mi sentirò fregato, non rispettato, umiliato, ingannato. Troverò forse mai qualcuno da cui sentirmi semplicemente amato senza stare sempre sul chi va là del possibile tradimento?

Se sono stato cresciuto da genitori iperprotettivi che hanno fatto sempre le cose al posto mio e mi hanno praticamente impedito di sbagliare ed imparare, da grande vivrò profondi sentimenti di insicurezza e bassa autostima e soprattutto mi sentirò incapace di fare ogni cosa o sempre timoroso del nuovo o scarsamente ambizioso per timore di sbagliare. Quando incontrerò sfide e opportunità che la vita presenta a tutti, tenderò quasi sempre ad appoggiarmi agli altri o ad evitare il confronto con la realtà, incapace di tollerare ogni minima frustrazione.

Nella “palestra emotiva” della relazione terapeutica, la persona si apre alla possibilità di “un’esperienza correttiva” per imparare a:

  • riconoscere gli schemi in azione con tutto il corteo di emozioni dolorose e bisogni insoddisfatti
  • diventare consapevole delle loro origini nelle relazioni antiche e dei loro effetti nelle relazioni attuali
  • “sfidare” i propri schemi, mettendoli alla prova con nuovi pensieri e nuove azioni
  • modificare le proprie convinzioni, aspettative e previsioni sugli esiti delle relazioni ovvero imparare “dal vivo” che “non sempre deve necessariamente andare come è sempre andata…”
  • sperimentare nuove azioni nelle relazioni per verificare nuovi effetti
  • accedere a una nuova immagine di sé, più positiva e realistica rispetto a quella delle origini …
  • strutturare nuove strategie interpersonali basate sulla consapevolezza e sull’utilizzo responsabile delle proprie risorse
  • assumersi veramente in prima persona la responsabilità adulta (che è molto diversa dal sentimento di colpa del bambino) di far andare le cose come vorrebbe che andassero.

Per imparare a sentirsi al sicuro anche fuori dal recinto di quello che è sempre stato …

Per imparare a rinunciare ad un po’ di sicurezza a favore di un bel po’ di libertà …

Le vie della manipolazione sono infinite

La manipolazione è quell’insieme di MODALITÀ COMUNICATIVE e INTERPERSONALI DEVIATE e DISTORTE, quasi completamente inconsapevoli o perlomeno automatiche ormai nel nostro repertorio di scelte ed opzioni, attraverso cui esprimiamo le nostre richieste in modo subdolo, tentiamo di gratificare la nostra autostima in modo velato e mascherato, tentiamo di affossare la stima altrui per avere il dominio della relazione, vogliamo controllare l’altro per ottenere la soddisfazione dei nostri bisogni e desideri, cerchiamo di avere un “potere” nella relazione piuttosto che soccombere al potere dell’altro.
Esistono molteplici modi attraverso cui TUTTI quanti noi MANIPOLIAMO o siamo oggetto di manipolazione da parte di altre persone.
Ecco un elenco, “non esaustivo”, accompagnato da frasi tipiche che rivelano un dialogo manipolativo.
COLPEVOLIZZARE l’altro, accusarlo, giudicarlo, svalutarlo, “non sei riuscito a combinare un bel niente”, “dovresti vergognarti per quello che hai fatto”.
Criticarlo con OFFESE dirette o sarcastiche, “sei proprio bravo a farti i fatti tuoi mentre io qui faccio tutto quello che avresti dovuto fare tu”…
Usare RICATTI diretti, MINACCE velate, ritorsioni “se non fai quello che ti ho chiesto considerami un ex amico”.
Essere AGGRESSIVI fisicamente e/o verbalmente, “sei sempre il solito guastafeste che rovina tutto”.
PRETENDERE come un bambino viziato e capriccioso “mi prendi… Mi dai… Mi fai…”. Anche se il rapporto non è quello tra un capo e un subordinato, la relazione sembra proprio organizzata da un potere gerarchico di chi pretende e chi dovrebbe (o si sente obbligato a) eseguire.
Rivendicare in modo ARROGANTE, “me lo devi per tutto quello che ho fatto per te”.
LAMENTARSI, mostrarsi sempre fragili e bisognosi e fare la VITTIMA per indurre l’altro al “soccorso”, “senza di te come farei”, “certo se potessi contare su di te riuscirei a stare meglio e riuscirei anche a lavorare”.
COMPIACERE, essere remissivo, non dire mai no “ok… Va bene… Certo…”, salvo poi accumulare emozioni non espresse che rischiano di prendere strade negative come esplosioni d’ira incontrollate e fuori luogo e fuori tempo oppure accumulo di tensione somatica che si esprime in disturbi del corpo.
FALSA MODESTIA , “non mi devi ringraziare chiunque l’avrebbe fatto”.
Fare o essere ISTRIONICO ESIBIZIONISTA … fino a mettersi al centro dell’attenzione in ogni occasione oppure usando risposte del tipo “tu?! Perché io…”.
PASSIVITÀ senza energia né entusiasmo né coinvolgimento affettivo, passività che esprime AGGRESSIVITÀ sottoforma di battute o semplici espressioni verbali appuntite e spigolose.
IDEALIZZARE l’altro, “credo che tu sia una dei migliori nel tuo campo” spesso accompagnato da comportamenti vischiosi e pressanti verso la persona idealizzata.
Fare il SALVATORE COMPULSIVO, “ci penso io… Non ti preoccupare… Io sto qui per questo…”.
Falsamente aperto e SCARSAMENTE AUTENTICO né intimo, persona piena di parole eleganti e pompose, ma vuote di contenuti e di sentimenti.
AUTOSUFFICIENZA COMPULSIVA: non saper chiedere aiuto per timore di ricevere un no e sentirsi rifiutato, non fermarsi mai altrimenti ci si sente non amati, favorire la dipendenza dell’altro perché si dipende dall’altro bisognoso.
Quali altre possibilità manipolative conosci?
E quali sei solito praticare?
Per certi versi è “NORMALE MANIPOLARE” perché lo abbiamo imparato da bambini quando abbiamo dovuto trovare modi per noi accessibili per ottenere ciò che volevamo. E non sempre eravamo capaci di fare richieste dirette o esprimere apertamente pensieri ed emozioni. Da piccoli è comprensibile.
Se queste modalità, di origine infantile, persistono da adulti sono non appropriate, esitando sostanzialmente in problemi interpersonali (conflitti, distanza, non autenticità, inganno, ecc.) e procurando un’effettiva insoddisfazione a lungo termine sia in termini di mancanza di reale stima di sé sia nelle relazioni che finiscono o si deteriorano o restano finte e basate sulla menzogna.
Del resto, se esiste un manipolatore esiste anche un manipolabile, manipolato e che si lascia manipolare (e anche questa a sua volta è una manipolazione) ovvero per creare relazioni, siano esse felici o disfunzionali, bisogna essere sempre in due, ciascuno col proprio contributo patologico alla relazione fonte di sofferenza o problemi per entrambi. Se ad un primo sguardo sembra esserci uno forte e uno che soccombe a lungo andare la relazione è malata per entrambi perché basata sull’espressione distorta dei rispettivi sentimenti e bisogni. Ad esempio, prima o poi il manipolatore apparentemente “vincente” dovrà confrontarsi con le espressioni dirette o indirette di quanto il manipolato si è tenuto dentro per troppo tempo…
Il problema non è l’utilizzo di manipolazioni, è semmai l’utilizzo rigido delle stesse modalità, sempre e con tutti. Tutti quanti noi a volte usiamo certe strategie indirette per ottenere un qualcosa. Il problema sorge quando ne siamo inconsapevoli e soprattutto quando non abbiamo altre frecce al nostro arco e un repertorio limitato di possibilità relazionali di chiedere e cercare di raggiungere in modo sano ciò che desideriamo.
In psicoterapia, la persona impara a rendersi conto delle sue modalità manipolative. Impara a riconoscerne il valore originario di strategie di sopravvivenza relazionale, la loro legittimità in quanto forme che il bambino ha trovato allora per riuscire a cavarsela (ottenere amore, stima e soddisfazione dei bisogni) in un ambiente interpersonale altrimenti frustrante o traumatizzante. Impara a trasformare queste modalità, patologiche per un adulto, in nuovi modi di agire e comunicare, più consapevoli e autentici, rispettosi di sé e dell’altro, oltre che più efficaci a lungo andare per creare e mantenere relazioni positive e gratificanti.

Circoli interpersonali viziosi

Luca da sempre è stato un ragazzo timido e introverso. I genitori sono stati sempre distratti nel prendersi cura di lui, troppo occupati coi personali problemi (più infantili del figlio, occupati con le personali ferite emotive e conflitti irrisolti della loro infanzia). Le interazioni col figlio erano fredde, aride e distaccate, veicolando implicitamente un messaggio del tipo “non disturbare coi tuoi problemi”, “non essere pesante con le tue richieste”. Luca ha fin da piccolo sviluppato un’idea di sé come “non importante, non interessante”. Progressivamente ha cominciato ad avere problemi con gli altri fino a ritirarsi da scuola quando aveva 16 anni. Successivamente non è mai riuscito a mantenere un lavoro per poco più di qualche mese. Ciò ha contribuito a rafforzare anche un’immagine interiore di sé come “incapace, non all’altezza”. Il suo è stato un progressivo ritiro dai rapporti interpersonali, pur desiderando, nel più profondo di sé, di avere amici o una fidanzata. Guidato dal pensiero, più o meno consapevole, che “è meglio evitare i rapporti con gli altri perché troppo dolorosi emotivamente”. Le difficoltà a lavorare e ad avere relazioni significative hanno affossato la sua autostima con pesanti vissuti di fallimento ed esclusione sociale. È arrivato a chiedere aiuto per una depressione diventata quasi inevitabile.
In casi come questo o simili, una parte importante del lavoro per ridurre la sofferenza psicologica è l’intervento sui PROBLEMI di RELAZIONE del paziente. La persona può avere problemi in ambiti specifici delle sue relazioni, più o meno circoscritti (al lavoro o in famiglia, nelle relazioni di coppia o con gli amici, coi superiori o coi subordinati, con le persone del proprio o del sesso opposto, e via così) oppure vivere un disagio, più o meno intenso, in tutte le relazioni interpersonali, un po’ con tutti insomma, spesso o quasi ogni volta.
La persona ha imparato ad indossare, metaforicamente, un paio di occhiali con le lenti colorate e tende a vedere tutto e tutti dello stesso colore. Quello delle origini. Fuor di metafora, l’individuo tende a percepire gli altri tutti uguali tra loro e se stesso in un unico, rigido modo autosvalutante. In particolare, si sente “trattato” da tutti allo stesso modo, tipicamente negativo. Le altre persone, attraverso i suoi occhiali, nella sua mente, sono tutti ostili, giudicanti, sprezzanti, umilianti, pericolosi, immorali, irrispettosi, ingrati, ecc.. La persona, sentendosi trattata allo stesso modo un po’ da tutti, tende a reagire allo stesso modo un po’ a tutti. Queste immagini interiori o idee rigide di sé e degli altri attivano “circoli interpersonali viziosi” che esitano sempre in emozioni negative (tristezza, rabbia, paura, senso di colpa, vergogna, ecc.) e incomprensione reciproca, fino alla rottura dei rapporti o a relazioni che continuano, ma sempre più insoddisfacenti, deludenti e conflittuali.
Individuati questi circoli viziosi nel loro dispiegarsi concreto (quello che fa una persona, come risponde l’altra, quali emozioni vivono entrambi e come esita l’incontro), in terapia tre passaggi possono essere utili per comprendere e cambiare. Tre spunti di riflessione, azione e cambiamento di prospettiva nell’incontro interpersonale.
1. Come, quando e perché la persona ha “costruito nella sua mente un’idea” di sé e di come sono gli altri… Idee che guidano il suo comportamento nelle relazioni.
2. Come, quando e perché la persona “tende a costruire nella sua mente gli altri attuali” (a vederli proprio come sono gli altri originari, i genitori interiorizzati) e ad interagire con loro guidato da quelle idee e immagini interiori.
3. Come, quando e perché “può cominciare a costruire nella sua mente e percepire gli altri e sé in modo più realistico e utile” a creare relazioni interpersonali più serene e gratificanti.
Il lavoro terapeutico può essere lungo, faticoso, doloroso e… anche molto trasformativo. Cambiano le immagini interiori che attivano nuovi comportamenti e quindi nuove possibilità sia nelle relazioni sia come sentimenti di autostima e fiducia nelle proprie capacità.

Il triangolo drammatico

Molte delle nostre relazioni sembrano seguire un copione organizzato secondo un cosiddetto “triangolo drammatico” (Stephen Karpman) dove esistono tre personaggi o ruoli che a rotazione chiunque può incarnare. Ad esempio, a volte ci sentiamo VITTIME impotenti. Degli altri o di circostanze sfortunate rispetto alle quali l’unica cosa che sentiamo di poter fare è quella di subire passivamente e aspettare che passi, che arrivino tempi migliori o intenzioni e comportamenti più benevoli da parte degli altri. “Altri” che viviamo come PERSECUTORI e carnefici malevoli nei nostri confronti oppure possibili sostegni fondamentali e imprescindibili per superare momenti difficili, veri e propri SALVATORI che accorrono in nostro soccorso al momento del bisogno.
A volte, invece, sembriamo noi, più che altro agli occhi altrui, dei veri e propri PERSECUTORI, privi di scrupoli o cattivi o poco comprensivi o distanti affettivamente o semplicemente deludenti. Non siamo e non facciamo quello che gli altri si aspettano da noi. Altre persone si sentono VITTIME addolorate rispetto ai nostri presunti o effettivi comportamenti “da CARNEFICE”.
Alcune volte è, invece, possibile che veniamo cercati come SALVATORI, per aiutare gli altri, per “salvarli”, per tirarli fuori dai guai o dai dolori. Veniamo considerati (e/o tendiamo a considerarci) gli unici capaci di risolvere quel problema, affrontare quella situazione, sostenere quella persona.
Gli incroci possibili tra questi ruoli sono molteplici; ciò che si ripete è la DRAMMATICITÀ DI RELAZIONI dove c’è una vittima e un persecutore e anche un salvatore, a volte presente, altre volte solo desiderato e fantasticato dalla vittima.
Un lavoro fondamentale in terapia è quello di rendere consapevole il paziente di questo DRAMMA INTERPERSONALE e farlo uscire fuori dalla gabbia di rappresentazioni di sé e degli altri troppo rigide e generali, spesso cristallizzate in visioni semplificate rispetto alla realtà complessa delle relazioni interpersonali. In particolare, il paziente viene aiutato a rendersi conto di come costruisce le immagini di sé e degli altri nei termini del triangolo drammatico ovvero di come tende a vivere le relazioni interpersonali come fossero interazioni tra sé e l’altro rigidamente percepiti in modo alternato come vittima, persecutore e salvatore.
La persona viene aiutata a valutare in modo specifico il contesto interpersonale in cui avviene l’interazione; l’azione viene considerata relativa a quel momento e a quello scambio e non come proveniente da un presunto rigido assetto della persona sempre uguale a se stessa in ogni occasione.
L’obiettivo che si persegue in modo condiviso nella relazione terapeutica è quello di una rivisitazione dell’immagine di sé rispetto ad un senso di sé negativo fondato unicamente su un limitato modo di percepirsi. Per “smontare” questa immagine monolitica di sé del paziente e “rimontare” una struttura personale più articolata e positiva.
La persona viene aiutata ad analizzare la specificità di episodi di vita piuttosto che a raccontarsi la solita storia di sé ormai frutto di ritornelli che non hanno un corrispettivo nella realtà e originano solo da relazioni antiche disturbate e ferite dolorose.
Al di fuori del contesto terapeutico, il triangolo drammatico può essere anche una metafora che possiamo usare tutti nella quotidianità per comprendere molti dei nostri scambi interpersonali. Quando ti senti e ti comporti da vittima o persecutore o salvatore? Con chi? A casa o fuori casa? Se inizi a rispondere a queste domande potrai farti un’idea alquanto utile di cosa succede nelle tue relazioni, quando ti trovi in una posizione e quando in un’altra, come questi ruoli tendono a spostarsi anche in breve tempo e nella stessa situazione. Pensa, ad esempio, alle tue relazioni sentimentali, quando ti senti vittima della freddezza del partner e diventi carnefice quando lo tradisci. E chi può intervenire a “salvarvi”? Oppure sul posto di lavoro quando un po’ tutti, soprattutto quando si lavora in gruppo, possono transitare facilmente da una posizione all’altra. Pensa ad altri rapporti… E scopri se tendi a trovarti o metterti più facilmente in un ruolo o in un altro. E come era qualche tempo fa? E cambiato qualcosa? Se sì, cosa ha generato questo cambiamento?
Altre due considerazioni in conclusione, preludio per ulteriori approfondimenti futuri: nessuna posizione è migliore di altre, perché trovarsi nel triangolo è fonte di sofferenza o problemi per tutte le persone coinvolte, prima o poi.
Questo triangolo descrive molto bene non solo le relazioni interpersonali, ma anche le relazioni tra “parti interne” dentro ciascuno di noi, quando abbiamo diversi bisogni in conflitto, diverse intenzioni tra cui scegliere, diverse possibilità di agire… E la necessità di scegliere consapevoli che ogni scelta non è perfetta, che c’è sempre una rinuncia da fare, un prezzo da pagare, qualcosa che curiamo e qualcos’altro che trascuriamo.
Occhio al triangolo…

Storie di vita in trasformazione

Oggi ti presento una traccia in alcuni passaggi attraverso cui le storie di vita degli altri possono offrirti spunti per la tua personale trasformazione.

ASCOLTA le SENSAZIONI CORPOREE, smettendo di sopprimere, soffocare, reprimere, evitare. “Focalizza” il messaggio che il corpo ti invia, invece che distrarti o anestetizzarti con sostanze e comportamenti che ti allontanano da te stesso. Le sensazioni fisiche sono l’espressione fisiologica del sentire emotivo e le emozioni ti segnalano cosa sta succedendo in te e nella situazione che stai vivendo, in te e nelle tue relazioni, in te rispetto ai tuoi progetti.
Esempi. Mario da settimane avverte un irrigidimento a livello delle spalle … Agata ormai da anni “convive” con un dolore alle ginocchia di cui non riesce a liberarsi… Florinda da mesi non conosce più il piacere sessuale anche se cerca di rincorrerlo in svariati modi insieme al suo fidanzato…

ACCOGLI e ACCETTA i tuoi PENSIERI e le tue EMOZIONI, per COMPRENDERE. Sii consapevole: del tuo dolore emotivo che ti viene a trovare diverse volte nell’arco della giornata o che non ti lascia proprio mai; delle tue aspettative irrealistiche che ti lasciano sempre insoddisfatto; dei tuoi giudizi feroci e sprezzanti, verso gli altri e verso te stesso, che ti fanno stare sempre in tensione; delle tue pretese fallimentari rispetto a come dovrebbero essere le cose e le persone e anche tu, che aumentano solo la distanza e l’incomprensione tra te e gli altri o che amplificano la frustrazione della realtà o che ti fanno sentire sempre sbagliato e fallito. Mario non si ferma mai, non si può fermare, deve dare sempre il massimo che non è mai abbastanza… Agata non ce la fa più, sempre più depressa, non trova niente nella sua vita di cui essere soddisfatta. Florinda non riesce a parlare veramente col suo fidanzato, non riesce a parlare intimamente, si zittisce da sola per paura di essere rifiutata.

IMPARA a COGLIERE il SENSO. Il significato dei comportamenti e la direzione a cui tendono. Ogni comportamento, anche il più insensato o francamente patologico, esprime un significato; ogni sintomo, anche il più misterioso o bizzarro, può essere decodificato come segnale di qualcosa che riguarda la persona che lo presenta, un significato sempre relazionale riguardante sé e i propri rapporti interpersonali, sé in relazione ai propri progetti, sé rispetto alle proprie ferite e fragilità. Tu che cerchi di realizzare la vita che vuoi, ma non ci riesci. Anche un comportamento inaccettabile, violento, va sempre “compreso”. Non giustificato, ma compreso in modo consapevole e responsabile ovvero inquadrato nel suo senso per la persona che lo adotta, cercandone il valore di espressione di un messaggio e di adattamento, malato e inadeguato, ad un contesto. Cogliere il senso equivale a cogliere il bisogno che si esprime attraverso il comportamento problematico.
Mario ha bisogno di alleggerirsi di pesi e di trovare un nuovo equilibrio tra doveri e piaceri. Agata ha bisogno di sentirsi amata e sostenuta per imparare a reggersi sulle sue gambe. Florinda ha bisogno di chiarire a se stessa, prima che agli altri, cosa vuole e cosa non vuole, di cosa ha bisogno e cosa invece non va bene per lei.

IMPARA a RICONOSCERE CIÒ CHE SI OPPONE DENTRO DI TE, ciò che resiste, ciò che è in conflitto. Ad esempio. Voglio dimagrire ma il cibo è consolazione. Non vado in palestra, ma uso il tempo per… Sto sempre chiuso in casa, ma uscire fuori per me è un andare incontro al tormento del giudizio… Mario vorrebbe diventare più capace di giocare e divertirsi, ma il suo giudice interiore, come suo padre quando era piccolo, glielo proibisce, prima il dovere… Agata fantastica di dire quello che non ha mai detto, ma si spaventa immaginando come potranno reagire gli altri. Florinda quando immagina di esprimersi spontaneamente è angosciata di perdere l’amore di chi le sta vicino.

IMPARA a RISPETTARE quindi i BISOGNI IN CONFLITTO e a dar loro un qualche tipo di soddisfazione, a TROVARE una FORMA EQUILIBRATA tra ciò che vuoi e ciò che eviti. Cogliere il bisogno significa aprirsi la strada verso un’altra possibilità. Cercare un modo diverso, sano, rispettoso di sé e degli altri, per raggiungere ciò che si vuole. O anche comprendere che al momento quel bisogno può restare insoddisfatto, può essere una frustrazione da accettare ed integrare nell’ordine delle cose. Può essere una gratificazione da rimandare a quando sarà possibile. O addirittura può essere qualcosa che seppure ardentemente vogliamo e fortemente ne abbiamo bisogno, potremmo dover accettare come mancante. Una rinuncia. Una perdita. Un vuoto. Un lutto. Mario sta cercando di ridefinire i suoi progetti di vita familiare e professionale, vuole stare più vicino ai suoi cari e per questo dovrà rinunciare ad un po’ di ambizione personale sul lavoro. Agata finalmente sta imparando a chiedere quello di cui ha bisogno. Non sempre lo ottiene, comunque è più serena rispetto ai suoi vuoti mentre riesce a sentirsi più autentica con alcune persone della sua famiglia. Florinda ha appena abbozzato un nuovo modo di stare in relazione con il fidanzato, ma anche con la sorella e la madre, a cui oggi sa comunicare quello che vuole e sa anche accettare i loro limiti.

E poi… Continua… Ciascuno di fronte al personalissimo compito di creare da oggi in poi il proprio personale cammino…

Traccia per il tuo cambiamento

La persona che arriva a chiedere aiuto porta con sé uno stato di SOFFERENZA e chiede di guarire. La GUARIGIONE può essere intesa in tanti modi, sicuramente in primis come riduzione, fino all’eliminazione completa, della sofferenza. Per arrivare a questo obiettivo, la persona deve intraprendere diversi CAMBIAMENTI, nel modo di pensare e agire, nel modo di gestire lo stress e le emozioni, nel modo di governare il tempo e le relazioni. Un cambiamento fondamentale che ha un impatto trasformativo su ogni altro cambiamento è quando il paziente acquisisce l’abilità di “DIFFERENZIARE” ovvero diventa capace di osservare il proprio mondo interno (pensieri, emozioni, sensazioni, bisogni, ricordi, fantasie, desideri, aspettative, comportamenti, abitudini, schemi ripetitivi, ecc.) e di comprendere il suo impatto sulla percezione del mondo esterno (comportamenti degli altri e relazioni interpersonali sostanzialmente).
L’individuo che riesce a differenziare ha la capacità di “svincolarsi” da un unico modo di percepire, interpretare e vivere gli eventi che gli accadono. Soprattutto nelle relazioni interpersonali diventa più “libero” rispetto al modo di percezione e reazione abituale “imposto” dagli schemi interni di origine infantile. Ad esempio, ecco una “POSSIBILITÀ DI CAMBIAMENTO” raggiunta da un paziente che riferisce: “quando i colleghi mi criticano tenderei a reagire, COME HO SEMPRE FATTO, sentendomi umiliato e offeso e ritirandomi in un silenzio pieno di vergogna, tristezza e rabbia. Questa è la mia sensibilità acquisita in tanti anni in cui ho subito i rimproveri feroci di mio padre senza fare altro che stare zitto. Riconosco che oggi mi aspetto questo dagli altri, in particolare dalle figure di autorità o che io vivo come tali; mi aspetto, e tendo a percepire un po’ dappertutto, critiche e rimproveri, anche quando nessun altro li percepirebbe e che io stesso oggi riconosco come inesistenti”.
Una donna, invece, dopo tanto lavoro sulla sua dipendenza affettiva e pratica dal partner, come da altri uomini in passato, mi dice: “ho finalmente realizzato, con le viscere oltre che con la testa, che sono io che tendo a mettermi in condizioni tali da essere sfruttata, trattata male, non rispettata dal mio compagno, perché tendo a percepirmi incapace di difendermi e di cavarmela da sola o troppo angosciata di rimanere sola. Questo l’ho imparato, “indirettamente”, da mamma che così si faceva trattare da papà e da lui che ha sempre preferito mio fratello in quanto maschio rispetto alle femmine considerate solamente fragili e bisognose. Oggi conosco questo mio modo di stare con il mio partner e so che devo essere io a pormi in modo differente per farmi considerare diversa, DA COME MI SONO SEMPRE SENTITA E SONO SEMPRE STATA CONSIDERATA”.
Questi due esempi rivelano la capacità acquisita dal paziente di “uscire fuori” dal proprio schema e riconoscere il proprio potere di CONTINUARE a stare nei soliti modi (avrà evidentemente un senso rispetto a certi bisogni e paure) oppure di ATTIVARE POSSIBILITÀ DIVERSE attraverso azioni diverse, imparando ad affrontare quelle paure e soddisfare in modo diverso quei bisogni che tenderebbero a lasciarlo nel “copione che si ripete”.
Ti propongo allora di seguire questa TRACCIA PER IL TUO CAMBIAMENTO, per verificare la tua capacità di “differenziare” e uscire fuori dagli schemi, per superare la tendenza inconsapevole a ritrovarti sempre negli stessi vecchi scenari interpersonali.
Individua cosa VORRESTI mentre interagisci con un’altra persona (potrebbe essere il tuo partner, il tuo capo o un collega, un amico o un semplice conoscente, tuo padre o tuo figlio). In particolare come vorresti essere trattato…
Individua cosa TENDERESTI A FARE per realizzare questo tuo bisogno o desiderio…
Individua cosa TI ASPETTI, prevedi o immagini che sarà il comportamento dell’altra persona di fronte al tuo modo di agire…
Renditi conto di QUELLO CHE EFFETTIVAMENTE FAI rispetto a quello che vorresti fare… E quale RISULTATO raggiungi, cosa pensi e quali emozioni provi…
Cerca di capire i MOTIVI o le PAURE che ti hanno portato ad agire come hai agito…
E ricomincia il giro…

La sofferenza alla prova dei fatti

Conosci la storia del martello?! Quando sei “convinto” che GLI ALTRI CE L’ABBIANO CON TE finisci per “sentire” ostilità dappertutto e ti ritrovi ad essere osteggiato dalle persone o perlomeno a risultare antipatico. Come quella persona che si sente e SI CONSIDERA INCAPACE e finisce per ottenere risultati pessimi che confermano questa idea di sé. O come chi SI CREDE DEBOLE e non riesce a portare a termine nessun compito senza appoggiarsi a qualcuno o dipendere dal sostegno pratico ed emotivo di un’altra persona, fino a rinforzare questa idea di sé vulnerabile e bisognoso.
Quello che PENSIAMO di noi stessi (convinzioni, immagini o rappresentazioni di sé, spesso inconsapevoli) orienta quello che FACCIAMO. Quello che facciamo influenza le RISPOSTE degli altri. Al tempo stesso, come si comporta un’altra persona influenza come noi REAGIAMO ovvero quali emozioni proviamo, quali pensieri ci girano in testa e quali azioni mettiamo in atto.
Tutto questo si può sintetizzare in: QUELLO CHE PENSIAMO, IN MODO PIÙ O MENO CONSAPEVOLE… È SOLO QUELLO CHE PENSIAMO… E NON CORRISPONDE NECESSARIAMENTE E INEVITABILMENTE ALLA REALTÀ DEI FATTI.
In terapia, la persona impara a distinguere il VISSUTO (ciò che pensa e sente) dai FATTI. Impara a comprendere che sugli stessi fatti altre persone possono avere vissuti, idee, convinzioni ed emozioni differenti. Impara ad acquisire una DIVERSA PROSPETTIVA sui fatti, più flessibile e utile ai propri scopi di vita e alla gestione delle relazioni interpersonali. Esempi: l’idea di essere sempre sotto giudizio in quanto incapaci è solo un’idea… L’idea di essere sempre meritevoli di essere rifiutati è solo un’idea… L’idea di essere sempre sfortunati è solo un’idea… L’idea di essere sempre e da tutti trattati male è solo un’idea… L’idea di non farcela ad affrontare una certa situazione è solo un’idea… L’idea di essere speciali e privilegiati è solo un’idea… L’idea di essere sempre sbagliati o colpevoli è solo un’idea… E via così…
E se non fosse solo un’idea?
In terapia, la persona impara a “testare” le sue idee. A “verificare” quanto crede e quanto potrebbe credere diversamente. Per poter imparare a “costruire significati” più utili nelle sue relazioni. Dopo aver individuato le convinzioni più disadattive e fonte di problemi e dopo aver messo in conto la possibilità che alcune idee, proprio quelle più disfunzionali, siano lontane dai fatti, la persona inizia a SPERIMENTARE CONCRETAMENTE nuove azioni per mettere alla prova “REALMENTE”, all’interno delle sue relazioni significative, ciò di cui è convinto… La prova dei fatti fornirà utili informazioni per CONFERMARE certe idee e soprattutto per FALSIFICARE altre convinzioni. A quel punto, nuovi, più sani ed utili pensieri saranno la base per azioni più efficaci e relazioni più serene… Conosci la “vera” storia di Babbo Natale?

Ossigeno per la psiche

Quando vorresti essere e sentirti AMATO dovresti “cercare” qualcuno a cui “chiedere” coccole, affetto, calore, carezze. Spesso, invece, ti ritrovi ad agire diversamente perché hai “paura” che il tuo desiderio d’amore non incontri la disponibilità dell’altro. Tendi ad avvicinarti cauto, con “tentativi” tiepidi, in attesa di capire se l’altro veramente ti può e vuole dare quello che vuoi tu. Inoltre, se hai “un’immagine di te negativa”, la convinzione più o meno consapevole di non essere amabile, se ti percepisci pieno di difetti e magari “tendi a percepire gli altri” come estremamente critici o freddi o disinteressati a te, molto probabilmente invece che avvicinarti tenderai a “chiuderti”. Oppure, invece che avvicinarti in modo amorevole, tenderai a stare “sulla difensiva”, ad essere diffidente o addirittura ostile ad un approccio interpersonale. E ciò di certo non favorirà la realizzazione del tuo desiderio iniziale d’amore. “L’esito” potrebbe essere proprio una serie di stati d’animo negativi legati alla frustrazione del desiderio: tristezza, rabbia, solitudine, senso di colpa o altro. Quello che resta è la “conferma dell’immagine di te negativa” (che non meriti amore) o la conferma dell’idea che “gli altri siano brutti, sporchi e cattivi” o di entrambe le convinzioni che ti fanno sentire sempre più frustrato e più solo.

Quando vorresti essere APPREZZATO come persona o per alcune tue capacità o competenze dovresti far emergere agli occhi degli altri quanto da te realizzato, ad esempio, far conoscere alcuni tuoi risultati lavorativi oppure far vedere alcune tue qualità personali come la simpatia, la generosità, l’intelligenza, la disponibilità, ecc.. Molto spesso, però, ti ritrovi a nasconderti invece che farti vedere, ti ritrovi a proteggerti dallo sguardo “giudicante” dell’altro invece che mostrarti per quello che sei e che fai. Hai paura di essere criticato o disprezzato fino addirittura ad essere rifiutato. Quello che è implicito e governa il tuo agire da dentro è ancora una volta un’immagine negativa di te, in questo caso come difettoso e incapace. Vorresti essere apprezzato, ma per timore di non esserlo finisci proprio per creare le condizioni negative perché gli altri non ti apprezzino. Ti nascondi o agisci guidato dall’ansia o da un sentirti non all’altezza. Gli scambi interpersonali “ansiosi, timorosi, incerti, anche goffi” tenderanno a confermare l’immagine interiore di te negativa e anche un’immagine degli altri come critici e sprezzanti oppure indisponibili e non interessati. L’esito è sempre una serie di emozioni dolorose e sentimenti di autosvalutazione e bassa stima di te stesso.

Essere amato e apprezzato esprimono i due bisogni fondamentali che ciascuno di noi si porta dentro fin dalla più tenera età, fin da quando sentirci amati e stimati erano ossigeno per la nostra psiche e quando mancavano ci sentivamo angosciati, letteralmente privati della possibilità di respirare, di vivere. Senza amore e senza stima… Da parte di chi si prende cura di noi… Non possiamo sopravvivere.
Molto del lavoro in psicoterapia agisce a questo livello. Per sostenere un’immagine positiva di sé, un sentimento di essere al sicuro, protetto, amato e stimato. Per potenziare conseguentemente un comportamento adattivo sia nei rapporti interpersonali sia come possibilità di creare una vita quotidiana realizzata in base ai propri sogni, valori e bisogni.

La sfida del cambiamento

Se è vero che “se continui a fare e pensare sempre allo stesso modo continuerai ad ottenere sempre le stesse conseguenze“, allora possiamo dire che la terapia aiuta la persona a favorire un certo cambiamento nel modo di pensare e di fare per ottenere risultati differenti. E uno degli strumenti fondamentali di questo cambiamento è METTERE IN DISCUSSIONE SE STESSI! Uno strumento, un atteggiamento, una regola, comunque l’ingrediente base per attivare un vero cambiamento trasformativo.
Il terapeuta, attento anche a ciò che succede nella relazione terapeutica in corso, funziona come uno SPECCHIO che rimanda al paziente il suo modo di essere, pensare, agire, entrare nelle relazioni. Il paziente è invitato a prendere CONSAPEVOLEZZA di ciò che solitamente fa con gli altri e nelle sue scelte quotidiane. Questa consapevolezza significa rendersi conto del modo in cui, attivamente o indirettamente, sempre in buona fede e senza colpa, tende a contribuire agli esiti negativi. La persona inizia a comprendere in che modo i suoi SCHEMI INTERNI (pensieri, immagine di sé, desideri, paure e comportamenti, ecc.) tendono a farla agire in un certo modo che favorisce una specifica reazione dell’altra persona fino al crearsi di un CICLO INTERPERSONALE che esita solitamente nella conferma delle immagini negative che il paziente ha di sé, degli altri, del mondo, della vita. Questa consapevolezza può attivare non il senso di colpa, ma l’assunzione di RESPONSABILITÀ cioè riconoscersi il potere di intervenire nel circolo interpersonale fonte di sofferenza per cambiare qualcosa e attivare un CIRCOLO VIRTUOSO laddove prima ce n’era uno patologico. Ecco un esempio concreto: una persona ha il desiderio di essere amata e stimata, purtroppo nutre anche l’aspettativa che riceverà critiche e giudizi negativi al posto di attenzione amorevole e approvazione. Per questo può provare emozioni di vergogna e paura che la portano a chiudersi per evitare il dolore di sentirsi criticata e umiliata. Evitando i rapporti interpersonali si preclude la possibilità di cambiare le sue idee negative che vengono confermate e consolidate.
In terapia, la persona impara a “rischiare” la possibilità che le sue idee non siano scolpite nella pietra, può prendere il coraggio di fare qualcosa di diverso dall’evitare o dal ripetere i soliti comportamenti, può superare la paura per andare incontro alla speranza di ricevere proprio quello che desidera, essere amata e stimata, ricevere attenzioni benevole e apprezzamento.
E per arrivare a questa trasformazione emotiva e comportamentale esistono due strade fondamentali, presenti sostanzialmente in ogni percorso terapeutico:
1. Sfidare, per trasformarle, le solite modalità di percezione, interpretazione ed elaborazione della realtà.
2. Sfidare, per abbandonarli, i propri comportamenti evitanti, rischiando di fronte alla propria paura, provando proprio a fare ciò che teme di fare…
La relazione terapeutica, accogliente, protettiva, non giudicante può fornire quelle sensazioni di rassicurazione e forza che possono rendere la persona pronta per queste sfide, per queste speranze, per queste nuove possibilità…