Contributi alla qualità della vita

Quando ti ritrovi a vivere SITUAZIONI e RELAZIONI insoddisfacenti e stressanti, è fondamentale che tu cerchi di capire cosa le rende tali per te e perché. Ad esempio, se pensi alla tua famiglia, ai tuoi rapporti interpersonali, ai ruoli che incarni ogni giorno, al tuo lavoro, agli ambiti di vita per te significativi. Come puoi intuire, la qualità della tua vita è direttamente connessa alla qualità e quantità di relazioni ed esperienze soddisfacenti.
Quindi, cerca di esplorare quali EMOZIONI e STATI D’ANIMO vivi in quelle situazioni, ad esempio, tristezza, rabbia, preoccupazione, angoscia o se ti senti, in certe relazioni, non ascoltato, non compreso, addirittura escluso e rifiutato. Sono certamente situazioni per te fonte di una sofferenza più o meno grande a seconda di quanto quelle situazioni e le persone coinvolte sono importanti per il tuo benessere, per la tua autostima, per la tua realizzazione. Come ben sai, le emozioni che viviamo sono un importante termometro della qualità della nostra vita.
Quindi, è importante che rintracci i PENSIERI che girano nella tua testa quando vivi quelle situazioni e quando ci pensi e ripensi. Avrai capito che quello che pensi è fortemente condizionante quello che vivi. Ferme restando alcune situazioni palesemente drammatiche e traumatiche e alcuni condizionamenti rispetto ai quali siamo veramente impotenti, molta della nostra felicità alberga nel modo in cui pensiamo.
Giunto a questo livello di consapevolezza, non ti resta che individuare i tuoi COMPORTAMENTI in quelle situazioni stressanti individuate fin dall’inizio. Spesso, in maniera quasi completamente inconsapevole, le nostre azioni e reazioni, in certe situazioni, forniscono un contributo massiccio al modo in cui si svolgono i fatti. Insomma, chiediti qual è il tuo contributo alle tue relazioni stressanti, frustranti, deludenti. Soprattutto rispondi con attenzione e sincerità. Non per colpevolizzarti o auto-svalutarti né per sentirti uno scemo o un masochista. Piuttosto per riconoscere il tuo potere. Per renderti conto di cosa fai solitamente in quelle situazioni “incriminate” (e cosa pensi e vivi emotivamente) e di cosa potresti fare (e pensare e sentire) di diverso per farle evolvere in modo positivo.
Non è facile, ma mi sento di assicurarti che la svolta potrebbe essere per te molto rilevante.

La cura del passato al presente

Nelle nostre difficoltà quotidiane tendiamo a rivivere il passato, a riprovare sofferenze antiche che si ripetono nelle nostre vite attuali. Per imparare a lasciare il passato nel passato, tuttavia, non possiamo ignorarlo, non possiamo evitarlo; cacciato dalla finestra butterebbe giù la porta per tornare a disturbare la nostra vita. Dobbiamo, invece, incontrarlo, guardarlo in faccia per imparare a governarlo, a dare alla nostra vita e a ciò che abbiamo vissuto un senso e un valore differente. Questo è il lavoro sulla ferita.
Ecco una traccia per un esercizio di consapevolezza e cura della ferita.
1. Succede qualcosa oggi che ti stressa, ti fa soffrire, ti fa provare emozioni dolorose quali tristezza, dolore, rabbia, paura, angoscia, ansia, preoccupazione, senso di colpa, vergogna, senso d’inferiorità, solitudine, abbandono, rifiuto, disgusto, disprezzo, rimorso, rimpianto, ecc. Queste emozioni e i pensieri che le accompagnano funzionano da innesco che fa scattare una serie di vissuti, stati d’animo e pensieri.
2. Provi uno stato mentale, emotivo e fisico che ti riporta alla tua esperienza di bambino in cui venivi considerato e trattato come ti senti adesso, in questa attuale situazione per te fonte di sofferenza.
3. Accedi alla consapevolezza di come hai affrontato la situazione originaria, le decisioni che inconsciamente hai preso per adattarti a quello che succedeva; strumenti, modalità e risorse che hai utilizzato, tenendo conto che tu eri piccolo di fronte ai grandi. Sii consapevole che, comunque, una strada l’hai trovata, con un prezzo da pagare, più o meno elevato, in termini di repressione, auto-privazione, sviluppo di sintomi, tensione accumulata, rinuncia all’espressione autentica di te stesso.
4. Cerchi nuove risorse, nuove possibilità, nuove decisioni, nuovi permessi che ti puoi dare, cominciando ad adottare, gradualmente e concretamente, nuove azioni, nuovi modi di pensare e agire, nuovi modi per regolare i tuoi stati d’animo e le tue emozioni dolorose, nuove modalità per interagire con gli altri, per esprimere le tue emozioni, per comunicare i tuoi bisogni, per comportarti in modo da soddisfarli.

Esempio concreto.
1. Provo tristezza e rabbia e mi sento trasparente quando mio marito prende decisioni riguardanti la famiglia senza confrontarsi con me oppure ignorando le mie esigenze e le mie proposte che ha solo fatto finta di ascoltare.
2. Da bambina, i miei genitori non mi guardavano affatto; ciò che provavo, pensavo e volevo non è stato mai importante e considerato in tutte le decisioni, anche quelle riguardanti me.
3. Ho così imparato progressivamente a tenere tutto per me, a chiudermi nel silenzio, a non esprimere ciò che pensavo e volevo, temendo che se lo avessi fatto avrei fatto arrabbiare i miei genitori che mi avrebbero lasciato ancora più sola, incompresa e spaventata. Per me è stata la soluzione migliore possibile che al momento era a mia disposizione. Anche se tutto questo non lo sapevo consapevolmente.
4. Oggi posso fare qualcosa di diverso. Oggi posso scegliere le persone con cui stare e come interagire con loro. Oggi posso imparare a comunicare in modo più efficace ed assertivo con mio marito, per farmi ascoltare e per valorizzare anche il mio punto di vista, i miei bisogni e le mie preferenze. Posso imparare anche a litigare, se necessario e utile. Posso prendermi anche il rischio di mettere in discussione la relazione con lui. Posso scegliere di pagare un prezzo diverso da quello della rinuncia a me stessa. So che NON È FACILE e so anche che POSSO FARCELA. Forse non ad ottenere tutto ciò che vorrei, ma posso certamente impegnarmi ed iniziare un nuovo modo di comunicare e stare con mio marito… Non escludendo nessuna possibilità, anche quella di chiudere il rapporto.

Impegnativo, anche molto difficile, certamente possibile!!!

Senso di colpa e rabbia: due facce della stessa moneta dell’amore

Quando siamo PICCOLI impariamo un meccanismo di relazione e comunicazione con gli altri, spesso coi nostri genitori, che ci porteremo APPRESSO per TUTTA LA VITA. Almeno fino a quando non lo riconosciamo e decidiamo di metterlo IN DISCUSSIONE.
L’altro dice o fa qualcosa per cui ci sentiamo trattati ingiustamente o criticati aspramente, aggrediti o rimproverati ferocemente, ostacolati nei nostri desideri o trascurati nei nostri bisogni, ingannati o danneggiati, messi in difficoltà o addirittura in ridicolo. Per questo proviamo RABBIA, spesso accompagnata da dolore, tristezza, solitudine, anche paura. La nostra tendenza naturale sarebbe quella di esprimere queste emozioni, in particolare la rabbia, mettendo la persona al proprio posto o mandandola a quel posto o esprimendo chiaramente che non vogliamo più essere trattati in quel modo e vogliamo essere assolutamente rispettati. Solo che siamo bambini, spesso al cospetto dei nostri genitori che rappresentano per noi la fonte della verità oltre che di amore e stima, protezione e guida. Quindi l’esito è alquanto diverso da quello che sarebbe naturale…
Per garantirci vicinanza e protezione, apprezzamento e stima, guida e presenza, finiamo inconsciamente per bloccare le nostre reazioni naturali e sane. Invece di ribellarci al trattamento ingiusto finiamo per sottometterci, restare in silenzio, chiusi in noi stessi, guidati dalla paura della nostra reazione, dalla paura della nostra rabbia che, immaginiamo, potrà ferire le altre persone (a cui vogliamo bene), potrà farle soffrire o arrabbiare e per questo temiamo la ritorsione, temiamo di essere abbandonati, lasciati soli, rifiutati, non più amati né protetti né apprezzati, non più guidati e aiutati a crescere e capire il mondo. Siamo bambini e questo ci dicono la testa e il cuore. E non possiamo permetterci di restare soli e abbandonati. Almeno questa è la grande paura nella mente del bambino.
Quelle volte che abbiamo provato a farci sentire e rispettare siamo stati rimproverati e colpevolizzati, ci siamo SENTITI IN COLPA all’idea di aver fatto soffrire le persone a cui vogliamo bene.
Questo meccanismo, quasi completamente inconscio, ripetuto innumerevoli volte, coi genitori in particolare, ma non solo, finisce per diventare uno scenario che tendiamo a riproporre per tutta la vita, in tutte le relazioni fino all’età adulta. Fino a quando almeno questi schemi diventano fonte di eccessiva sofferenza, portano la persona a sviluppare sintomi e la portano a chiedere un aiuto psicoterapeutico.
In terapia, la persona impara a riconoscere, comprendere l’origine e il significato attuale di questi schemi e a vederli in tutto il loro impatto, generatore di sofferenza emotiva e problemi nelle relazioni. Quindi a mettere in discussione questi automatismi: comincia a sfidarli, comincia ad introdurre qualche novità per verificare se oggi da adulto, che si porta quel bambino dentro, ma che non è più quel bambino spaventato di allora, può agire in modo più salutare e in sintonia coi propri bisogni e desideri autentici. Ad esempio, per comprendere, forse per la prima volta, che ciascuna persona ha il diritto di farsi rispettare, che ciascuna persona è responsabile di quello che pensa, prova e fa e che nessuno è responsabile delle emozioni che prova un’altra persona… Come quel bambino ha creduto per una vita…

La sostanza dei problemi nelle relazioni

Possiamo pensare a quattro fondamentali tipi o categorie di bisogni che muovono le relazioni:
essere ACCUDITO, amato, protetto, ascoltato, compreso, avere qualcuno che si prenda cura di te;
essere APPREZZATO, valorizzato, stimato, per quello che fai, per le tue abilità, per i tuoi traguardi, per le tue scelte;
essere PARTE DI UN LEGAME, di una relazione più o meno vicina e intima, una relazione di coppia, di gruppo, un’amicizia, un legame speciale;
essere SOSTENUTO nei tuoi PROCESSI di AUTONOMIA, esplorazione, iniziativa, creatività, affermazione di te.
Allora tu fai o cerchi di fare qualcosa per ottenere la soddisfazione di un bisogno, la realizzazione di un desiderio, il raggiungimento di uno scopo.
Spesso, purtroppo, a fronte dei tuoi tentativi di raggiungere i tuoi scopi, ricevi delle risposte frustranti, molto lontane da quelle desiderate:
vieni o ti senti ignorato, TRASCURATO, deprivato rispetto alle attenzioni amorevoli che vorresti;
vieni o ti senti criticato, GIUDICATO, colpevolizzato, svalutato rispetto all’apprezzamento che desideri;
vieni o ti senti ESCLUSO, allontanato, emarginato invece che accolto in una relazione o in gruppo che tanto desideri;
vieni o ti senti OSTACOLATO, boicottato, scoraggiato rispetto alle tue iniziative autonome in cui tanto vorresti essere sostenuto o addirittura accompagnato.
Di fronte a queste risposte frustranti, le tue reazioni (emotive, di pensieri e di comportamenti) possono essere le più disparate. Il tuo modo di reagire sarà influenzato dal contesto in cui ti trovi e dall’importanza della relazione per te, oltre che dalle tue caratteristiche di personalità e dalla tua storia di vita che hanno generato la tua “IMPRONTA RELAZIONALE”, il tuo stile o schema tipico di interagire con gli altri. Puoi così reagire con rabbia e aggressività, con tristezza e ritiro, con un doloroso silenzio e una chiusura dei rapporti, con paura ed evitamento, con vergogna e fuga, con senso di colpa e agitazione, con un mix di queste reazioni e in molteplici altri modi che a loro volta saranno l’innesco di un nuovo CICLO INTERPERSONALE in cui a fronte dei tuoi desideri e dei tentativi di realizzarli ricevi risposte frustranti a cui rispondi al solito modo doloroso e “AUTOPERPETUANTE IL CICLO STESSO”. Purtroppo così funziona la ripetizione incessante, quasi del tutto inconsapevole, di relazioni tossiche, disfunzionali, patologiche.
In psicoterapia, si lavora per diventare CONSAPEVOLI di questi schemi che tendono a mantenere la sofferenza relazionale e per cercare di introdurre quei CORRETTIVI a livello di pensiero e azione che possano far “girare” le interazioni in modo reciprocamente vitalizzante.

Passaggi chiave del cambiamento. Esercizio

Ti suggerisco un esercizio che puoi usare per diventare consapevole di come funzioni nelle situazioni problematiche, per cambiare i tuoi comportamenti che non ti piacciono e per farti un’idea generale di come funziona un percorso psicoterapeutico e di crescita personale.

Avvertenza non scontata: ogni esercizio ti è utile se lo fai… Se lo fai veramente…

Osserva i tuoi AUTOMATISMI. Quelli che sono utili, necessari e positivi e soprattutto quelli di cui ti senti prigioniero, quegli schemi di pensiero, quelle abitudini e quelle tendenze all’azione che ripeti continuamente e che sono “apparentemente” inutili, controproducenti, fonte di sofferenza. Ecco alcuni esempi di “ripetizioni negative“. Tendi a colpevolizzare e colpevolizzarti, a giudicare e rimproverare, te stesso e gli altri. Tendi “sempre” a soccorrere “tutti” in nome di un atteggiamento servizievole di estrema disponibilità fino all’autosacrificio. Tendi a dire “sempre” sì, “mai” no, fino ad esaurirti fisicamente e psicologicamente. Tendi a fare tutto alla perfezione e a cacciarti in missioni impossibili che ti sfiancano e ti lasciano comunque deluso e insoddisfatto. Tendi a farti schiacciare senza proferir parola. Tendi a schiacciare gli altri invece che farti valere in modo sano e rispettoso. Tendi ad accondiscendere gli altri a parole, ma nei fatti non porti mai a termine gli impegni presi. Tendi a vedere tutto negativo e tutti cattivi. Tendi a vedere tutto positivo e tutti buoni. Tendi a pretendere, ma non sai chiedere. Tendi a lamentarti senza attivarti.

Osserva cosa SENTI nel CORPO, cosa provi EMOTIVAMENTE e cosa PENSI quando diventi consapevole dei tuoi automatismi dolorosi che suonano come autoinganni. Cerca di intuire a cosa ti serve tutto ciò, quali BISOGNI soddisfi anche quando sembra che gli automatismi siano solo fonte di dolore.

PROVA A CAMBIARE QUALCOSA. E verifica cosa succede. Verifica cosa riesci a modificare e cosa, invece, non riesci proprio ad abbandonare. Nota cosa senti, provi e pensi quando non riesci a cambiare… Verifica come reagiscono gli altri quando hai fatto qualcosa di diverso e come reagisci tu: cosa senti, cosa provi, cosa pensi, cosa vorresti e cosa fai successivamente…

Cerca UN SIGNIFICATO, UN SENSO a quello che è successo e sta succedendo. Traine un insegnamento per capire meglio te stesso e gli altri. E UNA DIREZIONE PER L’AZIONE, per comprendere cosa c’è da fare, cosa puoi fare e cosa devi fare per abbandonare schemi dolorosi e imparare nuove modalità di pensiero e azione più efficaci nel generare i risultati che vuoi, personalmente e nelle relazioni.

Il bambino padre dell’adulto. Esercizio per essere protagonista del proprio cambiamento

Pensa alla tua vita… alla tua storia di vita… a diversi periodi della tua vita… in particolare presta attenzione alle tue relazioni interpersonali e affettive … e completa queste frasi, anche più volte ciascuna se vuoi:

  • Credo di aver avuto sempre problemi di …
  • Credo di aver avuto sempre paura di …
  • Ho sempre creduto che gli altri fossero …
  • Ho sempre creduto di me che …
  • Il tema dominante e ripetitivo della mia vita è …
  • Se dovessi dare un nome alla storia della mia vita potrei chiamarla …
  • Se dovessi esprimere la mia storia personale attraverso un motto o un aforisma …
  • Qual è la verità fondamentale e fondante della mia vita e di me stesso …

Completando queste frasi avrai potuto trovare informazioni sulla tua “ferita”, sul “bambino ferito” che sei stato e sul “bambino sofferente” che ti porti ancora dentro e che, dall’interno, “guida” il comportamento e l’esperienza dell’adulto che sei oggi.

La nostra ferita esprime la nostra “sensibilità emotiva e relazionale”, anticamente acquisita nei rapporti primari e continuamente consolidata negli anni attraverso le esperienze di vita con figure emotivamente importanti, figure di autorità, coetanei, gruppi di appartenenza e di identificazione.

Questa personalissima sensibilità orienta il nostro modo soggettivo di percepire le situazioni, interpretare gli eventi, creare significati, considerare se stessi e gli altri, vivere i rapporti affettivi e le relazioni. Quando questa sensibilità è troppo “rigida” ci impedisce di creare e mantenere buone relazioni perché tendiamo, inconsapevolmente, ad incasellare gli altri e noi stessi dentro “le solite etichette negative” che non ci consentono di vivere gli eventi in modo sereno ed equilibrato. Ad esempio, consideriamo e viviamo gli altrisempre” pericolosi, giudicanti, imprevedibili, inaffidabili, malevoli, sprezzanti, ingannevoli, da sottomettere, da manipolare, ingrati, ecc.. E noi stessi “sempre” fragili, inadeguati, fregati, traditi, ingannati, superiori, speciali, colpevoli, sottomessi, incapaci, ecc..

Quando il “bambino ferito” arriva in terapia nella veste di “adulto con i suoi stati di stress e sofferenza”, può cominciare per la persona una nuova fase del rapporto con questo bambino, con il dolore che si porta appresso dall’infanzia. Comincia la cura della ferita.

La psicoterapia e il percorso di crescita personale in essa implicito richiedono un accesso al dolore per trasformarlo in liberazione e recupero delle potenzialità di felicità originariamente negate, represse, inibite.

Dopo tanto lavoro su se stessi, e periodicamente allora, si possono completare le frasi suesposte e verificare l’emergere di nuove consapevolezze. Le iniziali sensazioni, indefinite, nebulose, oscure, diventano consapevolezza più chiara e precisa di sé, dei rapporti con gli altri, della propria storia di vita, del proprio destino “segnato” dalle vicende infantili e “creato” continuamente in progress negli anni dalle proprie scelte, dai propri schemi, dalla personale sofferenza e dalla consapevolezza maturata che aiuta a cambiare.

Se il bambino è il padre dell’adulto… L’adulto può essere nuovo genitore di se stesso… Un se stesso diverso, progressivamente più libero dalle trappole infantili e più consapevole e responsabile di scelte attuali diverse dal passato, che non ripetono la ferita e sono maggiormente in linea con i propri bisogni, desideri, aspirazioni e valori autentici e vitali.

Mostri e draghi

A volte abbiamo bisogno di affetto, vicinanza e tenerezza e, invece, riceviamo freddezza o distanza o spigolosità. A volte va così…
A volte abbiamo bisogno di essere apprezzati e stimati e, invece, riceviamo critiche e disapprovazione, anche molto dure e severe. A volte va così…
A volte abbiamo bisogno di essere sostenuti e incoraggiati nei nostri progetti e, invece, riceviamo ostacoli o impedimenti. A volte va così…
La vita non sempre soddisfa i nostri bisogni e desideri, una quota di frustrazione e delusione è parte del vivere quotidiano. Dobbiamo metterlo in conto e affrontare questi momenti difficili, imparando a godere dei momenti soddisfacenti e delle cose buone che appartengono alla nostra vita.
Certo è differente se a volte viviamo questi momenti dolorosi o se, invece, gran parte della nostra esperienza quotidiana attuale e della nostra storia di vita è (stata) costellata da eventi drammatici, trascuratezza, violenze, costrizione, impedimenti e traumi ripetuti. In questi casi, la nostra resilienza, la capacità di adattamento e di farcela nonostante tutto, e la nostra capacità di accettazione della realtà sono messe veramente a dura prova. Ognuno cerca di farcela con tutte le risorse a propria disposizione, personali e relazionali.
A volte, invece, succede che tutto questo, prima o piuttosto che stare nella realtà, sta nella nostra testa (che genera la nostra percezione della realtà) e tendiamo a percepire dappertutto esperienze dolorose, angosciose, traumatiche.
Molto lavoro terapeutico si svolge su questi schemi interni che ci portano a percepire mostri dappertutto, siano trascuranti o sprezzanti oppure ostacolanti, e a sentirci sempre in lotta, sempre sul punto di soccombere e morire di fronte a qualcuno o qualcosa più grande di noi.
Il lavoro trasformativo lavora allora su due grandi obiettivi.
Primo. Rendere la percezione della realtà più flessibile e funzionale, imparando ad affrontare i draghi reali.
Secondo. Ri-costruire un’immagine di sé più forte, capace, autonoma, in grado di farcela anche in mezzo alla tempesta.