Quando finalmente ce la fai…

Quando finalmente ce la fai … A darti quel permesso!!!
Da una vita abbiamo imparato un modo per stare al mondo. Uno schema che ripetiamo. Un copione che recitiamo da quando eravamo piccoli, seguendo le indicazioni, dirette e indirette, di chi, gli adulti, ci ha detto, trasmesso e insegnato che le cose funzionano in un certo modo e devono funzionare in un certo modo. Queste indicazioni le abbiamo fatte nostre come ‘regole rigide’: ciò che dobbiamo e ciò che non dobbiamo. Esempi. Non devi piangere… Non devi chiedere… Devi essere il migliore, sempre… Devi essere impassibile… Non devi essere ambizioso… Devi assolutamente ottenere il successo… Gli esempi evidenziano che imperativi e divieti possono essere anche molto diversi tra loro, addirittura opposti, ognuno ha interiorizzato i propri nella propria storia di vita. Trova i tuoi…
Le regole possono essere anche direttive interiori che fin da bambini abbiamo creduto fossero la migliore guida per cavarcela nel mondo, per stare bene (o almeno ridurre al minimo la sofferenza), per vivere le relazioni, per fare scelte, per avere a che fare con gli adulti che ci sono capitati, a cominciare dai genitori. Esempi. È meglio che non esprimo la rabbia… Devo essere sempre razionale… Devo controllare ogni mia possibile reazione… Devo evitare ogni manifestazione spontanea… Non devo deludere mai nessuno… Trova i tuoi…
Ma cosa sono questi permessi?
Il permesso è quella scelta che fai e che è diversa dalle solite scelte che ripeti da una vita. Esempi. Posso mostrarmi in difficoltà… Mi permetto di dire no… Scelgo di riposarmi… Oppure:
Solitamente tieni duro… Ti permetti di mollare!
Solitamente fai da solo… Ti permetti di chiedere aiuto!
Solitamente trattieni le tue emozioni… Ti permetti di esprimerle!
Solitamente reagisci d’impulso… Ti permetti di riflettere un po’ meglio prima di agire!
Solitamente non esprimi il tuo pensiero per paura del giudizio… Ti permetti di dire la tua!
Solitamente accondiscendi alle richieste altrui anche quando sono eccessive… Ti permetti di dire no e sì in base ad una tua valutazione specifica della situazione!
TROVA IL TUO SOLITO … E DATTI IL TUO PERMESSO!
“Finalmente ce la fai…” perché è veramente la fatica di una vita quella di cambiare ciò che da una vita siamo abituati a fare!!!
Trova l’abitudine di una vita… E prova il permesso per iniziare oggi una nuova vita!
Provando a cambiare ciò che hai sempre fatto, avrai modo di capire perché per te è difficile, perché tendi a ripetere gli stessi schemi da una vita, perché hai paura di cambiare, perché è fondamentale iniziare a fare qualcosa di diverso al fine di migliorare la qualità della tua vita, delle tue scelte, delle tue relazioni.
È proprio necessario cambiare? È proprio necessario darsi questi permessi? Certo che no. È sempre una scelta… Del resto, alcuni modi di essere, pensare e agire che ci portiamo da una vita ancora oggi orientano in modo utile le scelte che facciamo. Quando, allora, è l’ora di nuovi permessi? Quando arriva la sofferenza, quando la vita ci chiede flessibilità, quando le circostanze esterne cambiano in modo significativo, quando stiamo trascurando i nostri bisogni, quando cominciamo ad avere problemi interpersonali importanti, quando siamo confusi, quando arrivano sintomi e malesseri fisici e psicologici ad invitarci a rivisitare il rapporto tra “ciò che devo”, “ciò che non devo”, “ciò che posso”. Se non ce la facciamo da soli, la psicoterapia può essere d’aiuto.

Riparare il riparabile

Traumi, dolori, ferite, angosce tendono a tornare e forse lo faranno per sempre. Noi possiamo imparare a governarli al meglio ovvero riconoscerli e disinnescare la sofferenza che generano. La sofferenza che noi generiamo col ‘mantenerli in vita’ oltre la loro tendenza a ripresentarsi.
Quello che si può fare in terapia è:
1. Riconoscere la sofferenza attuale: ansia, depressione, sintomi vari, problemi di relazione, ecc.
2. Comprendere cosa genera e mantiene questa sofferenza: le situazioni che viviamo, le emozioni che proviamo, i pensieri che facciamo, come ci comportiamo
3. Rivedere la nostra storia dolorosa connessa alla sofferenza attuale
4. Mettere in discussione se stessi e gli altri. Errori e colpe sono punti di partenza per modificare il modificabile
5. Attribuire nuovi significati a ciò che abbiamo vissuto
6. Trarre ora sollievo emotivo e riduzione del dolore da questa rivisitazione
7. Individuare ora nuove azioni e nuovi modi di reagire ed agire di fronte al passato doloroso che ritorna al presente

Il tutto sempre in contatto con le emozioni che proviamo: riconoscere, legittimare, ascoltare, prendersi cura delle emozioni che viviamo mentre guardiamo e riguardiamo la nostra storia. Cogliere i bisogni che emergono da quelle emozioni, perché ogni emozione dolorosa conduce ad un bisogno frustrato. Fare qualcosa di utile, sano e adattivo con quel bisogno. Per imparare a ridurre la frustrazione e/o a gestirla meglio che in precedenza.
Un esempio per illustrare.
1. Sono sempre impulsivo, reattivo, scatto con rabbia per ogni minima cosa, ciò mi fa stare sempre in tensione e spesso sentire in colpa.
2. Mio padre mi ha detto ‘ironicamente’ che ancora non ha capito cosa voglio fare nella vita… Mi sono sentito criticato, svalutato, non ascoltato, non compreso. Ho provato rabbia, ho pensato di non meritare battute del genere perché prima di tutto per me è difficile questa situazione di incertezza a 30 anni. Gli ho dato una rispostaccia aggressiva (…), credo di averlo offeso.
3. Mio padre è sempre stato così. So che mi vuole bene e vuole il mio bene, ma davanti a questo suo modo di fare ho sempre reagito stizzito e rabbioso.
4. Credo sarà utile comprendere meglio questa mia sensibilità e reattività e al tempo stesso iniziare a comunicare con mio padre in modo diverso, voglio imparare a dire cosa penso e cosa provo quando lui si comporta il quel modo. Voglio cercare di farmi ascoltare e comprendere rispetto alle situazioni che mi fanno soffrire.
5. Probabilmente se inizio a parlare io diversamente a mio padre, le sue risposte e reazioni mi aiuteranno a capire meglio il suo punto di vista e il nostro rapporto. Ciò mi permetterà, spero, di vivere certi scambi con lui in modo più sereno, anche accettando i suoi eventuali limiti nel comprendermi e i miei limiti nel governare queste situazioni in cui mi arrabbio e scatto…
6. Spero di stare meglio inquadrando il tutto in modo nuovo. Forse alcune frustrazioni andranno via, altre riuscirò a capirle e gestirle meglio.
7.  Potrò continuare così a lavorare sulla mia ferita dolorosa, sul modo in cui ho imparato a reagire in questo modo e come posso imparare a trovare modi più utili, sani e adattivi per fare i conti col dolore antico che tende a tornare.

Prendi la tua personalità

Prendi la tua personalità, in particolare alcuni tratti tipici, ciò che ti caratterizza. Ad esempio, sei tendenzialmente: una persona mite o burrascosa, impulsivo o riflessivo, inibito emotivamente o notevolmente espressivo, ritirato e chiuso o sempre espansivo e al centro dell’attenzione. Sei perfezionista, tendi a controllare tutto, sei severo con te stesso e con gli altri. Sei compiacente verso ciò che gli altri si aspettano e ti chiedono, sottomesso rispetto alle pretese altrui.  Sei arrogante e pretenzioso o invece dipendente, volto al sacrificio in nome dei bisogni e delle esigenze degli altri. Conosci altri tratti caratteristici che vedi in te stesso o anche in altre persone?
Probabilmente solo per alcune, molto poche, di queste caratteristiche che definiscono il tuo stile di personalità puoi dire che ci sei nato. La maggior parte le hai apprese da piccolo e consolidate nel tempo. Perché proprio quelle? Perché hai scoperto che servivano, ti servivano, svolgevano una funzione per te importante, magari ti permettevano di sentirti amato e di sentire soddisfatti altri tuoi bisogni di apprezzamento, protezione, appartenenza, ecc. Così hai imparato ad essere proprio in quel modo. In parte è diventato automatico, in parte è qualcosa che scegli, scegli strategicamente di comportarti in un certo modo quando credi ti serva a soddisfare certi tuoi bisogni.
A volte, però, succede che questi tratti di personalità e modi tipici di comportarti diventino rigidi, eccessivi, non adattivi per te, disfunzionali. Finiscono per crearti frustrazione e stress, problemi nelle relazioni e magari ti portano a sviluppare sintomi psicopatologici: ansia, panico, depressione, ossessioni, dipendenze, ecc.
Quando la sofferenza diventa eccessiva e non riesci a lenirla, quando riconosci che alcuni tuoi comportamenti ti creano problemi, ma non riesci a modificare niente delle tue azioni, è probabile che tu abbia bisogno di un lavoro psicoterapeutico. Questo lavoro di cura di te a quel punto si basa su una domanda guida: perché faccio quello che faccio nonostante il prezzo che pago sia ormai maggiore dei benefici che ne traggo?
Inizia l’esplorazione, anche prima di iniziare una terapia. Quali bisogni stai cercando di soddisfare con quel tuo rigido comportamento? Quali credenze, idee, pensieri e scopi possono rendere ragione dei tuoi comportamenti? Puoi trovare alternative di comportamento più sane per raggiungere i tuoi scopi? O forse devi modificare alcuni scopi che cerchi di raggiungere e i pensieri che li sostengono?
In ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, troverai diversi esercizi e attivazioni che ti aiuteranno a conoscere meglio il senso di alcuni tuoi comportamenti ripetitivi e a trovare alternative oggi per te più utili a raggiungere i tuoi scopi e soddisfare i tuoi bisogni.

Momenti e momenti

In un certo momento della nostra vita abbiamo vissuto certe esperienze che ci hanno indotto ad utilizzare certe strategie per adattarci a quelle condizioni. Ad esempio, se tuo padre ti picchiava quando urlavi, di gioia o di entusiasmo o anche di rabbia e paura, è possibile che tu abbia imparato a non urlare come strategia di sopravvivenza fisica ed emotiva cioè per ottenere il massimo possibile, date quelle condizioni, di vicinanza, calore, protezione, amore, approvazione, stima, sostegno, incoraggiamento. Se, invece, quando esprimevi la tua vitalità, tua madre si mostrava ansiosa, dopo qualche volta hai probabilmente scelto di spegnere la tua energia vitale. Sempre per ottenere amore, approvazione, supporto.
Sia in condizioni palesemente traumatizzanti che in altre meno estreme, abbiamo imparato tutti a comportarci e pensare e intrattenere relazioni che nel tempo sono diventate automatismi, tendenze a ripetere lo stesso schema precocemente trovato, inventato, appreso. Questa ripetizione schematica è diventata nel tempo il nostro marchio di fabbrica, ‘il nostro carattere o personalità o modo di essere tipico ‘, in cui ci riconosciamo e siamo abituati ad essere riconosciuti…
I problemi sorgono quando, prima o poi, ciò che è stato adattivo allora non è più funzionale oggi. Quando oggi, per adattarci e per risolvere problemi e per vivere buone relazioni, sarebbe utile pensare ed agire in modi che però allora scegliemmo di ‘seppellire’ perché non erano approvati da chi si è preso cura di noi. Li avremmo delusi. Temevamo di deluderli. Quindi imparammo a utilizzare certe strategie ma non altre, decidemmo di reprimere ciò che oggi ci sarebbe invece d’aiuto.
Questo stato delle cose oggi porta, prima o poi, a stare male, a sviluppare sintomi, ad avere problemi nelle relazioni, a farci rifugiare in comportamenti di dipendenza. E potrebbe essere necessario chiedere un aiuto terapeutico.
In psicoterapia, nella diversità evidentemente di ogni situazione di vita personale, si cercherà prima di tutto di diventare consapevoli dei meccanismi ripetitivi fonte di sofferenza. Non necessariamente, ma quasi certamente si cercherà di inquadrare questi schemi all’interno della propria storia evolutiva, entro la quale possono acquisire un senso. E si cercherà di liberare ciò che è rimasto bloccato, per imparare a praticare modi più utili per vivere la vita oggi.

Storia e attualità: la mappa delle tue aspettative

Quello che facciamo oggi è stato formato dalla nostra storia di vita. Ciò che abbiamo incontrato ha modellato le nostre aspettative su ciò che incontreremo. Le nostre aspettative, più o meno consapevoli, orientano il nostro comportamento.
Cosa succedeva allora, a casa e fuori casa, da bambino e un po’ più grande, quando eri fragile e bisognoso e cercavi aiuto, vicinanza, rassicurazione e conforto?Cosa desideravi? Cosa hai incontrato e ricevuto? Cosa hai imparato? Quali sono le tue aspettative oggi quando ti senti impaurito o triste o solo o vulnerabile?
Cosa succedeva allora, a casa e fuori casa, da bambino e un po’ più grande, quando cercavi riconoscimento del tuo valore e apprezzamento? Cosa desideravi? Cosa hai incontrato e ricevuto? Cosa hai imparato? Quali sono le tue aspettative oggi quando cerchi di essere stimato e apprezzato?
Cosa succedeva allora, a casa e fuori casa, da bambino e un po’ più grande, quando prendevi l’iniziativa per fare cose nuove e creative, con curiosità e voglia di conoscere, guidato dal tuo desiderio di esplorazione e autonomia? Cosa desideravi? Cosa hai incontrato e ricevuto? Cosa hai imparato? Quali sono le tue aspettative oggi quando hai voglia di fare qualcosa che senti importante e vitalizzante per te?
Cosa succedeva allora, a casa e fuori casa, da bambino e un po’ più grande, quando cercavi legami, di essere incluso ed essere parte di relazioni e gruppi? Cosa desideravi? Cosa hai incontrato e ricevuto? Cosa hai imparato? Quali sono le tue aspettative oggi quando senti il desiderio di stare in relazioni sentimentali e amicali o anche sul lavoro?
Le risposte che hai incontrato, ripetutamente, hanno creato la mappa delle tue aspettative verso gli altri, più o meno consapevoli, che oggi guidano i tuoi comportamenti quando sorge in te un desiderio o un bisogno di vicinanza e cura, apprezzamento e stima, supporto e incoraggiamento, appartenenza e inclusione.
L’attualità ti porta nella storia, l’esplorazione della tua storia ti permette di comprendere meglio cosa succede oggi, come cerchi la soddisfazione dei tuoi bisogni e desideri, come affronti le frustrazioni e le delusioni che inevitabilmente incontri. Far dialogare attualità e storia è fondamentale per la tua crescita personale, come scoprirai ancora meglio leggendo ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line.

“Il diavolo prenda l’ultimo. La fuga del narcisista”.

Il narcisista è un tiranno e non solo. Tratta male gli altri, fino al disprezzo. Ma, controintuitivamente, è soprattutto un bambino ferito. Una ferita da trascuratezza, da mancato accudimento. È arrabbiato per qualcosa che avrebbe dovuto ricevere in origine e non ha ricevuto.
Ha paura. Prova dolore. Un dolore nucleare, profondo, di vergogna: si sente non amato e privo di valore. Ha costruito nel tempo una corazza di arroganza a protezione della sua vulnerabilità, un guscio grandioso per schermarsi dal giudizio che colpisce chi si è sentito non amato, non apprezzato e ha imparato a credere di sé di non essere amabile né degno di stima. Un misto di arroganza e vergogna, bisogno di essere ammirati e invidia, pretesa e paura. Il tutto indossato con la più falsa delle maschere: si crede di essere, consapevolmente, chi sente di non essere, inconsapevolmente. Per questo il narcisista è ostile e aggressivo, soprattutto verso chi lo critica; ostile oltre ogni ragionevole misura: a nessuno piace essere criticati, sì poi magari impariamo ad usare la critica in modo costruttivo, ma per il narcisista sentirsi criticato equivale ad aprire la botola che lo farà precipitare nel buio più oscuro della perdita d’amore e di valore.
Il disprezzo verso l’altro è la reazione che maschera il proprio senso di profonda insicurezza. Che invita alla competizione sfrenata e ad inseguire il perfezionismo, per tentare inutilmente di lenire il dolore, dove la competizione si svolge su un campo minato, dove “non esiste qualcosa come il secondo posto, esiste il primo e l’ultimo”. Col diavolo ad aspettarti… Anzi a rincorrerti… Per cui scappi e scappi e scappi e corri e corri e corri e cerchi il primato perfetto per sfuggire al tiranno del “non sei come dovresti essere”. Di origine infantile.
Tiranneggiato in origine. Tiranno degli altri oggi. E tiranno di se stesso. Una maschera che copre una fragilità vestita di disprezzo per gli altri, quasi sempre, ma anche una facciata schiva, altre volte. Che schiva il contatto con l’altro e con se stesso, come un fiume carsico che aspetta solo il momento giusto per rivelarsi in tutto il suo disprezzo.
Questo è il narcisista che si incontra in terapia, quando ci viene, quando ce l’hanno mandato; questa la fragilità vestita di grandiosità che chiede di essere svelata, quando il narcisista rimane in terapia e i lavori sono effettivamente in corso; questo il volto della paura, del dolore e della vergogna che chiedono di essere riconosciuti, quando la cura funziona.
Questo è il narcisista che fugge, narrato da Giancarlo Dimaggio, terapeuta esperto di narcisisti, nella sua ultima opera narrativa: ‘Il diavolo prenda l’ultimo. La fuga del narcisista’ (Baldini e Castoldi). In cui l’autore, con umile competenza e vivace ironia, narra storie di vita incontrate della stanza di terapia.
Il narcisista è portatore insano di una moltitudine di sfaccettature, un misto che è un mistero, succulento da svelare per chi ha voglia di capirci di più, di comprendere la ferita dietro la barricata della pretesa: “la pretesa di essere venerati intrecciata al timore di essere presi a sputi e pietre”. Paura! Di cosa? Del caldo che diventa freddo. Anzi scoprire che forse è sempre stato solo tiepido. Meglio allora fuggire. Fuggire sì, ma dove? Da cosa, soprattutto? 
Fuggire dal dolore, dalla vergogna, dalla vulnerabilità. Prelibatezza per il diavolo. Quelli esterni di diavoli, ma soprattutto quello interiore.
Fuggire dalla paura di non essere riconosciuti se non come oggetti al servizio dell’altro, dell’altro che controlla, che manipola o che è indifferente o poco più che tollerante.
Fuggire dal senso di colpa che il narcisista vive quando prova ad immaginare una vita piena di iniziativa che però fa soffrire l’altro.
Fuggire… Prima del precipizio dell’angoscia di non conoscere l’amore. Non averlo forse mai sentito. Prima dell’abisso: sentire quel dolore di chi si sente privo di valore.
Insomma… Libro consigliatissimo… Per tutti… Per chi narciso non sa di esserlo… Per chi non riesce  ad allontanarsi dal narcisista o difficilmente potrebbe farlo… Per un regalo, della serie ” che avrà voluto dirmi!?”. Per ogni terapeuta che voglia veramente capirci qualcosa di questo dolore e del suo potere distruttivo. E anche delle possibilità reali di trattamento efficace.

Quando i tuoi problemi dipendono dagli altri!?

Sarà capitato anche a te di ritrovarti pieno di delusioni, lamentele e critiche.
Se tutti o tanti o troppi ti hanno deluso…
Se le tue lamentele iniziano il primo e finiscono l’ultimo giorno dell’anno, per poi ricominciare…
Se per ogni persona della tua vita hai diverse critiche e rimproveri da fare…
Probabilmente è l’ora di diventare consapevole di:
– cosa vorresti dagli altri…
– cosa chiedi agli altri…
– cosa ti aspetti dagli altri…
– cosa pretendi dagli altri…
– quali bisogni frustrati vivi con gli altri…
– quali obiettivi non riesci a raggiungere nei rapporti con gli altri…
– quali convinzioni guidano i tuoi rapporti con gli altri…
Non è una consapevolezza facile da raggiungere, anche perché probabilmente associata a emozioni di dolore, rabbia, tristezza e altre ancora; né sono facili da accettare certe scoperte o ‘verità’, anch’esse accompagnate da emozioni spiacevoli. Tuttavia, fare chiarezza su questi aspetti e comprendere alcune tue modalità di relazione con le persone è già un cambiamento importante nella direzione di una vita di maggiore qualità, serenità e benessere.
Quando questa consapevolezza interpersonale è difficile da ottenere o ardua da accettare, magari vivendo un malessere consistente con sintomi di sofferenza emotiva, potrebbe essere utile chiedere un aiuto alla psicoterapia.
La psicoterapia è un’esperienza in cui, senza essere giudicato né colpevolizzato, puoi trovare il senso di tante frustrazioni e delusioni, per imparare a ridurle sperabilmente, a governarle quando possibile, ad accettarle quando necessario, imparando comunque a mantenere l’impegno determinato verso la creazione della tua qualità di vita nonostante ciò che non è perfetto e ciò che va in un certo modo anche se vorresti andasse in un altro.
In ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, la protagonista, ciascuno di noi, impara a navigare tra frustrazioni e delusioni, mantenendo la rotta verso la destinazione che ha per sé valore.

Il tuo stile di reattività alla frustrazione

Tutti viviamo frustrazioni perché tutti incontriamo uno scarto tra ideale e reale, tra i nostri desideri e bisogni e l’effettiva possibilità di realizzarli e soddisfarli. A volte sono piccole frustrazioni, altre volte sono frustrazioni dolorose che lasciano ferite.
A parità di frustrazione, tuttavia, ciascuno di noi la affronta in maniera diversa e ne esce fuori in maniera diversa.
Ferma restando la necessità di distinguere da situazione a situazione e fermo restando che ciascuno di noi non sempre reagisce allo stesso modo alle frustrazioni e alle delusioni, è però utile individuare una nostra ‘tendenza tipica’ di reagire e governare quello scarto tra ciò che vorremmo e ciò che otteniamo, tra ciò che avremmo voluto e ciò che abbiamo ottenuto.
Questa diversità è rintracciabile a partire dall’osservazione del dialogo interiore della persona, i pensieri che le girano in testa.
Ad esempio, una frustrazione abbastanza comune, di rilevanza diversa a seconda dei casi, è quando ‘qualcuno fa un ritardo che ci crea difficoltà’. Intanto è utile comprendere quale difficoltà e quanto importante per noi ovvero quanto ha minacciato o pregiudicato i nostri bisogni. Ritardo di 5 minuti o di mezz’ora? Ritardo ad un caffè o ritardo sul lavoro o per prendere un treno?
A questo punto il dialogo interiore potrebbe focalizzarsi in diversi punti e assumere diverse forme. Reazioni possibili (pensieri, stati d’animo e azioni) sono: arrabbiarsi e manifestarlo direttamente oppure tenere dentro la rabbia e mettere il broncio; sentirsi non considerati e restare in silenzio a ruminare su quanto poco importanti siamo per l’altra persona; non sentirsi rispettati e ‘fare la morale’; cercare di comprendere e giustificare l’altra persona, magari invitandola ad essere più puntuale la prossima volta; non notare affatto il ritardo e non sentire la frustrazione; sentire rabbia e dispiacere, ma mantenere un comportamento accondiscendente; giudicare pesantemente la persona per la grave mancanza di rispetto; ecc. È ovvio che potrei continuare all’infinito con esempi di reazioni possibili tenendo conto della diversa importanza che quella frustrazione riveste per la persona e per il rapporto interpersonale.
Queste varie modalità, soprattutto quando sono tipiche della persona, originano nella storia dell’individuo. Quando hai imparato a reagire come reagisci? A cosa ti è servito? A cosa ti serve oggi? Potresti reagire in altri modi? Perché no? Se sì, perché non lo fai?
Quando una persona mi chiede aiuto, nella diversità dei problemi e delle situazioni riportate, lavoro per aiutarla a comprendere il suo ‘stile di reattività alla frustrazione’, per cercarne il senso e il valore per quella persona ed eventualmente per cercarne un altro più utile in termini di adattamento alla realtà, efficacia personale e serenità nei rapporti interpersonali. Verso un comportamento più maturo, consapevole e responsabile.
Le miserie che viviamo un po’ tutti nella quotidianità (‘Alice nel paese delle miserie’ è il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line) possono essere intese anche come difficoltà che incontriamo a fronteggiare le frustrazioni che ogni giornata ci presenta.

Un’idea sulla psicoterapia

La persona arriva a chiedere un aiuto psicoterapeutico perché da sola o con le risorse del suo contesto sociale e affettivo non è riuscita ad alleviare la sua sofferenza.
Arriva in terapia con sintomi e malesseri vari, fisici, emotivi, interpersonali. È più o meno consapevole dei motivi della sua sofferenza e ancora meno consapevole del ‘manuale di istruzioni’ che segue per arrivare a soffrire.
È un manuale appreso chissà quando, consolidato nel tempo e che prevede alcuni modi tipici di pensare, agire, intrattenere relazioni e gestire lo stress fisico ed emotivo.
La terapia prevede tre fasi o tre aspetti tra loro interconnessi e che si richiamano continuamente:
1. Conoscere il manuale di istruzioni.
2. Riscrivere alcune parti di questo manuale di istruzioni.
3. Mettere alla prova le nuove regole fino a consolidarne di nuove e più utili al proprio benessere.
Soprattutto nelle relazioni interpersonali, che tanta parte giocano nella sofferenza, la persona arriva con un manuale del tipo:
– Ho un desiderio o bisogno
– Cerco di soddisfarlo
– Incontro la frustrazione e la delusione
– Tento di reagire in modo utile a ridurre frustrazione e delusione
– Finisco, mio malgrado, per mantenerle ed alimentarle.
All’inizio, dunque, terapeuta e paziente cercano di comprendere nel dettaglio come funziona questo ‘manuale di sofferenza’.
Per arrivare a scrivere un ‘manuale di soddisfazione’, serenità e benessere che funziona così:
– Ho un desiderio o bisogno
– Cerco di soddisfarlo
– A fronte della solita frustrazione e delusione
– Inizio io a dare risposte diverse a questi stati di insoddisfazione
– Agendo diversamente, ottengo probabilmente risposte diverse dall’esterno, comunque ottengo informazioni e sulla base delle nuove informazioni raccolte agirò di conseguenza, fino a raggiungere la massima soddisfazione possibile, cambiando ciò che posso cambiare e accettando ciò che devo accettare.
In sintesi: a fronte del tuo desiderio/bisogno frustrato e delle tue aspettative deluse, inizia a fare qualcosa di diverso dal solito, perlomeno provaci e verifica cosa succede, ad esempio:
– affronta invece di evitare
– confrontati invece di ritirarti
– apriti invece di chiuderti
– dì no, invece che compiacere
– parla invece di restare in silenzio
– comunica in modo rispettoso invece che violento
– esprimi i tuoi pensieri invece che nasconderti
– cerca di restare lucido invece che stordirti
– mantieni il contatto con le tue emozioni invece che fuggirle
– arrabbiati sanamente invece che sottometterti
– affronta con fiducia nei tuoi mezzi invece di rimuginare
– risolvi invece di ruminare
–  agisci invece di fantasticare.
Hai qualche altro esempio?
Provando a cambiare qualcosa certamente cambia qualcosa. E dalla consapevolezza che potrai acquisire da questi cambiamenti scaturiranno nuove possibilità per il tuo benessere…

Chi lascia la strada vecchia…

Certamente anche tu ti confronterai quasi quotidianamente, anche più volte al giorno, con quella che qualcuno chiama la ‘verità del piffero’: se continui a fare ciò che hai sempre fatto o che fai da tempo immemore, continuerai ad ottenere i soliti esiti. Se vuoi eliminare la frustrazione e alleviare il dolore, ma continui a comportarti sempre allo stesso modo, finirai per mantenere e addirittura alimentare proprio ciò che vuoi combattere e allontanare dalla tua vita. Esempi.
Ti arrabbi e spacchi tutto, nella realtà o nella fantasia (di vendetta e di rivalsa).
Cerchi di alzare ancora e ancora e ancora di più il livello delle tue prestazioni e dei tuoi sforzi.
Cerchi di essere sempre più ineccepibile, senza macchia, lindo e pinto.
Vai in giro con scritto in fronte ‘zerbino’: servizievole, sottomesso, compiacente, al limite del sacrificio.
Pensi, in maniera ripetitiva quanto sterile, a ciò che poteva essere e non è stato.
Pensi, in maniera ripetitiva quanto sterile, a ciò che potrebbe essere, ma su cui nessuno ti può dare risposte certe e totalmente rassicuranti.
Fai tutto e sempre da solo e non riesci a riconoscere i tuoi bisogni e chiedere aiuto quando serve (non sia mai).
Lavori 48 ore al giorno e sei costantemente iper-affaccendato, che tu sia il presidente di una multinazionale o una casalinga o un tuttofare iper-disponibile.
Eviti di frequentare persone, ti ritiri in casa, ti chiudi in te stesso, nel tuo mondo fantastico, che forse tanto fantastico non è.
Pratichi qualche forma di dipendenza: alcol, droghe, cibo, gioco d’azzardo, shopping, sesso, social media, attività fisica compulsivi.
Hai altri esempi?
La soluzione, allora, tu mi dirai, è presto fatta: comincia a cambiare qualcosa del tuo modo di pensare e di comportarti e così arriveranno risultati diversi, finalmente riuscirai ad eliminare la tua sofferenza o perlomeno a battere una strada nuova per iniziare a sconfiggere ciò che ti fa soffrire. Giusto! In teoria. In pratica, cambiare richiede di accedere al proprio sano coraggio per affrontare la paura del cambiamento. Perché se a parole incontriamo il nostro desiderio (a volte, a dire il vero, nemmeno a parole), nei fatti ci viene a trovare la paura di perseguire quel desiderio. L’abbiamo appresa nella nostra storia di vita…
Consapevoli di ciò, ti suggerisco l’inizio della strada nuova… Che sta a due passi:
1. Individua il comportamento fallimentare attraverso cui tenti inutilmente di fronteggiare frustrazione, delusione e sofferenza. E anzi finisci per alimentarle. Ti ho dato qualche suggerimento…
2. Prova a non metterlo in atto. Prova ad astenerti. Non ci devi riuscire, ma ci devi provare. Che tu ci riesca o meno e per quanto tempo eventualmente, sarà comunque utile a raccogliere informazioni preziose su di te. Su cosa è successo nella tua mente: cosa hai pensato, quali emozioni e sensazioni hai provato. E su cosa è successo nella realtà esterna, nelle tue relazioni, come hanno reagito altre persone coinvolte. Informazioni fondamentali per comprendere come funzioni e come puoi cambiare alcuni modi di pensare e agire, effettivamente ed efficacemente, in direzione del tuo benessere soggettivo e interpersonale.

Se sei ancora più curioso del rapporto tra strada vecchia e nuova, ti suggerisco la lettura di ‘Alice nel paese delle miserie’ (Lino Fusco, youcanprint, 2021).

Per i lettori tecnici e colleghi che volessero approfondire, suggerisco la lettura di “Corpo, immaginazione e cambiamento” di Dimaggio e colleghi (Raffaello Cortina, 2019).

È andata così… Ma almeno ci hai provato… E tanto hai imparato…