Cronicamente in-felice

Fin da piccolo hai imparato e hai deciso che invece di… È meglio che… Completa a piacimento…
Così imparando divieti e obblighi… Ciò che non devi… Ciò che devi… Trova i tuoi…
Così imparando a realizzare le aspettative degli altri invece che a rendere conto ai tuoi bisogni e desideri autentici… Puoi elencare per ogni aspettativa che hai scelto di compiacere un bisogno e un desiderio che hai finito per trascurare…
Così imparando a vivere tra espressioni proibite e comportamenti leciti… Decidendo che fossero gli altri a decidere cosa fosse per te giusto e cosa sbagliato… Avrai certamente qualche esempio di questo…
Così imparando ad adattarti alle condizioni che hai incontrato e anche a sacrificare parti di te che hai soffocato, represso, messo a tacere, mandate nel dimenticatoio…
Così pagando salato il prezzo dell’amore, dell’approvazione, del sostegno e rinunciando a parti vitali di te che non piacevano a chi aveva il potere di elargire quell’amore…
E oggi?
E oggi spesso è un copione che reciti a memoria per cui però non vincerai l’Oscar.
E quindi?
E quindi il tuo percorso di crescita, comunque tu scelga di farlo, ti richiede di andare a ripescare ciò che hai smarrito per strada e a darti il permesso di recuperare tante potenzialità di benessere che nel tempo hai imparato a sacrificare sull’altare dell’adattamento confuso con la felicità.

Io non so cosa fare

Io non so cosa fare… Non so cosa fare di veramente utile all’evoluzione della specie o almeno del sistema umano che stiamo vivendo…
La morte di Willy ci ha portato a contattare le parti più disparate di noi stessi. Nelle conversazioni private e in quelle social, ciascuno di noi, chi più chi meno, si è espresso in tanti modi.
Col cuore, con le emozioni, con la tristezza, lo sconcerto, la rabbia, l’indignazione, la vergogna, anche il senso di colpa e altro ancora. Sentimenti individuali più o meno in risonanza con quelli collettivi.
Con la testa, cercando di capire l’incomprensibile, di spiegare per l’ennesima volta la bestia che è parte viva del genere umano.
Con la pancia, con la paura che diventa violenza, con violenza sulla violenza, con il desiderio di vendetta e giustizia in un mondo che è ingiusto, ma non solo nella morte di Willy.
E poi i rimandi ad una società malata che ha cresciuto figli malati. La storia, in realtà, ci insegna che è sempre stato così, bestie siamo dentro. E la bestia va governata. La comunicazione e la condivisione era diversa un tempo. E oggi le storture della comunicazione rischiano di nutrire ancora di più la bestia…
E poi la politica e la strumentalizzazione politica, da Nord a Sud, da Est a Ovest di ogni paesaggio politico. E la critica al sistema giudiziario (contemporaneamente alla morte di Willy non è tornato in prigione Johnny lo zingaro, chissà com’è?).
E la retorica della politica e dell’antipolitica dei politici.
E quante altre ancora ne ho sentite e ne ho pensate.
E chissà quanto ancora diremo e potremo dire, e potremmo dire. . Così solo per sfogarci un po’…magari dimenticando tra un po’… Per l’ennesima volta!
Allora per non dimenticare veramente, forse è utile che ciascuno di noi, nessuno escluso, cominci a fare più che a dire. A dire per agire. Ad agire conseguentemente e coerentemente a quanto pensato, a quanto espresso e a quanto non espresso perché “politicamente e socialmente scorretto”.
Io non so ancora cosa fare che sia veramente utile a spostare realmente le cose. Perché anche un discorso, un pensiero condiviso che smuove le coscienze, ma non muove nient’altro, rischia di restare un puro atto intellettuale e narcisista.
Dopo l’espressione della propria parte distruttiva (rabbia, indignazione, violenza, ipocrisia, ecc.), cerchiamo dentro ognuno di noi qualcosa da costruire. E anche qualcosa a cui rinunciare veramente, se serve a dare a qualcun altro o a coinvolgere altri in un movimento trasformativo…
Io non so cosa fare… O forse lo so ma non lo posso dire… O forse lo so ma non lo posso fare… Magari non ho ancora il coraggio di farlo… Ci vuole coraggio per spostare veramente le cose. Poche parole e azioni pesanti.
A cosa siamo disposti a rinunciare per andare verso ciò che dichiariamo di volere?
Il rischio è di alimentare il vuoto inconsistente di una collettività troppo impiantata su apparire per piacere, di una collettività non collettiva, piuttosto formata da individui anonimi l’un l’altro impegnati a piacere agli altri tanto più non piacciono a se stessi.
Il rischio è diventare carnefici dei carnefici e vittima dei propri stessi processi di espressione rabbiosa quanto inconcludente di fronte ad un’impotenza che resta tale se non accompagnata da scelte consapevoli e azioni responsabili. Quali? Non lo so.
Riconosco che potrebbe sembrare rassegnazione disperata. È consapevolezza che non so cosa effettivamente fare per incidere in modo tale da trasformare questa impotenza in reale potere di trasformazione.
Non ci resta che provare… Agire… Raccogliere gli effetti e tentare di capire per aggiustare il tiro alla ricerca di reali azioni sociali per una collettività tutta da inventare.
A cosa siamo disposti a rinunciare per andare verso ciò che dichiariamo di volere?
Chi ha consigli, suggerimenti, indicAzioni?

Al sicuro… ma non troppo al sicuro.

La terapia, come la vita, è sempre una danza tra sicurezza e capacità di rischiare (in modo sufficientemente sano e appropriato), tra comfort e coraggio di sfidare (con gradualità e tenacia al tempo stesso), tra controllo e imprevedibilità (provando ad aumentare il primo andando incontro alla seconda), tra sentirsi incapaci ed essere competenti (trovando l’equilibrio e la pace), tra essere limitati e potercela fare (imparando a cercare le risorse dove stanno e a rispettare i limiti che non si riescono a superare).

La terapia, come la vita, ci invita ad ampliare progressivamente e continuamente ciò che per noi è tollerabile, sostenibile emotivamente, confortevole. Ovvero ad allargare la nostra zona di comfort, a starci comodi in questi nuovi confini (nuovi modi di pensare e agire), ad essere pronti a superarli di nuovo e anche ad essere capaci di accettarli per sempre.

Laddove la tua storia ti ha portato a credere una serie di cose su te stesso, sugli altri, sul mondo e sulla vita, la vita stessa, anche grazie a percorsi di terapia e crescita personale, ti porta a mettere in discussione queste credenze, per confermarne alcune e trasformarne altre, fino ad ampliare (recuperare) il ventaglio delle possibilità a tua disposizione per impegnarti a creare la vita piena, degna, felice che vorresti.

Fin da piccolo ti sei fatto una serie di aspettative su come vanno le cose, su come dovrebbero andare, su come vorresti che andassero; su queste aspettative, a volte consapevoli, a volte meno, hai basato le tue azioni e le tue scelte. Pagando il prezzo della rinuncia, dei rimorsi per le scelte fatte e dei rimpianti per quelle non fatte. Una banalità fondamentale che è bene ricordare dice che “non esistono scelte perfette”. Da oggi in poi puoi rivisitare queste aspettative, queste azioni, queste scelte, scegliendo di curare ciò che finora hai trascurato. Consapevole che non sei onnipotente (ricordati anche che devi morire) e che qualche cosa resterà comunque trascurato. Qualcuno ci resterà male (frustrato, deluso, triste, arrabbiato, dispiaciuto, angosciato, ecc.) e qualcun altro resterà contento, appagato, soddisfatto. Conosci altre possibilità per stare al mondo? Altre possibilità concretamente realizzabili?

Il viaggio e la musica

“Ahimé per coloro che non cantano mai, ma muoiono con tutta la loro musica dentro” (Oliver Wendell Holmes).
Per goderci appieno le infinite possibilità che la vita ci offre dobbiamo avventurarci fuori dalla zona di comfort. Morire senza avere intonato il proprio canto è una tragedia e la colpa è nostra, siamo noi a ridurci al silenzio. A trattenerci là dentro è la tipica debolezza moderna: il bisogno di gratificazione immediata. La comfort zone ci fa sentire bene in quel momento cosa importa quanto ci costerà!?!? Ma verrà il giorno in cui dovremo saldare il conto. E allora ci toccherà il dolore peggiore di tutti: la consapevolezza di avere sprecato la nostra vita (Phil Stutz, Barry Michels, Il metodo).

La crescita personale è un viaggio eroico, comune a tutti eppure così straordinario, che, in nome della Vita, ti chiede di incontrare paura e dolore. Solo quando incontri paura e dolore probabilmente stai vivendo veramente…

Tu che viaggio stai facendo?

La borsa e la corsa

Un uomo molto ricco era alla ricerca della beatitudine, della verità o qualsiasi altro nome tu voglia dare alla “ricerca”. Era ricchissimo e disposto ad offrire qualsiasi compenso a chiunque fosse in grado di aiutarlo a trovarla. Andò da un insegnante all’altro, ma nessuno fu in grado di dargli alcuna felicità. Era disposto a pagare qualsiasi prezzo. Se ne andava in giro portando con sé una borsa piena di diamanti ed era solito mettere quella borsa di fronte al maestro di turno dicendogli: “prendi tutto, è tutto tuo, ma dimmi qual è il segreto della beatitudine”. Alla fine arrivò da un maestro sufi. Il maestro se ne stava seduto sotto un albero, il ricco si presentò a lui sul suo cavallo con questa famosa borsa e la depose di fronte al maestro dicendo: “sono alla ricerca della felicità, sono disposto a pagare qualsiasi prezzo. Ecco dei miei diamanti, valgono milioni, li puoi prendere, ma dammi la felicità”. Il maestro sufi si limitò ad afferrare quella borsa e a darsela a gambe. Per un istante il ricco rimase allibito. Poi si rese conto di ciò che era accaduto per cui si mise a urlare e a rincorrerlo, ma il maestro conosceva ogni stradina di quel villaggio, ne conosceva ogni angolo. Il ricco lo rincorreva urlando: “sono stato derubato… l’intero tesoro frutto di una vita mi è stato rubato… questo è un ladro… catturatelo, non è più un maestro, è un delinquente. Mi ha ingannato…” E urlava senza smettere di rincorrerlo; ma non riuscì a prenderlo perché il maestro conosceva l’intero dedalo di vie.
L’intera cittadina accorse e tutti si affiancarono al ricco dicendogli: “non ti preoccupare”. Ma lui replicava: “cosa dite? Sono completamente rovinato, tutti i miei averi erano in quella borsa e quell’uomo è fuggito dopo avermela sottratta…” E piangeva, si lamentava, non si era mai sentito così infelice. Alla fine di tanto girovagare ritrovò il maestro di nuovo seduto sotto il suo albero e la borsa si trovava esattamente nello stesso posto in cui il ricco l’aveva appoggiata mentre lì di fianco il suo cavallo continuava a pascolare. Il ricco si precipitò sulla sua borsa, la strinse al petto ed emise un profondo respiro di sollievo dicendo grazie a Dio. A quel punto il maestro sufi disse: “sei felice o no? Questa è la chiave della felicità. Sei felice o no? Dimmelo!” E l’uomo disse: “lo sono di certo, non sono mai stato così felice”. (Racconto sufi).

Sei felice o no? Di cosa è fatta la tua felicità?
Cosa devi fare per sentirti felice?

Mi ha fatto tanto ridere…

In un regno antico viveva un uomo conosciuto ovunque per la sua saggezza. All’inizio dava consigli solo ai suoi familiari e agli amici più cari.
La sua fama, tuttavia, crebbe a tal punto che lo stesso sovrano iniziò a chiamarlo spesso per chiedergli consiglio.
Ogni giorno giungevano molte persone per ricevere i suoi preziosi consigli. Il saggio notò che molte di queste si recavano ogni settimana a raccontare sempre gli stessi problemi, ricevevano sempre lo stesso consiglio, ma non lo mettevano in pratica.
Un giorno il saggio riunì tutte quelle persone che chiedevano spesso consiglio e raccontò loro una barzelletta molto divertente, tanto che quasi tutti scoppiarono a ridere.
Dopo aver aspettato un po’, raccontò di nuovo la stessa barzelletta. Continuò a raccontarla per tre ore. Alla fine nessuno rideva più.
Allora il saggio disse loro: “perché non potete ridere tante volte della stessa barzelletta ma potete piangere migliaia di volte per lo stesso problema?”.

Il problema non è tanto il problema, è piuttosto come tu affronti il problema.

I tre setacci

Un giorno una persona andò a trovare il grande filosofo Socrate e gli disse: “Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?” “Un momento”, rispose Socrate, “prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.” “I tre setacci?” “Ma sì”, continuò Socrate. “Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci”.

“Il primo setaccio è la VERITA’. Hai verificato se quello che mi dirai è vero?” “No, ne ho solo sentito parlare.” “Molto bene. Quindi non sai se è la verità”.

“Continuiamo col secondo setaccio, quello della BONTA’. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?” “Ah no! Al contrario.” “Dunque”, continuò Socrate, “Vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere”.

“Forse puoi ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello dell’UTILITA’. È utile che io sappia ciò che mi vorresti dire su questo mio amico?” “No, davvero.” “Allora”, concluse Socrate, “se ciò che volevi raccontarmi non è né vero né buono né utile, io preferisco non saperlo; e consiglio a te di dimenticarlo”.

… … …

Tu come stai messo coi setacci?

Alcuni giudizi sono veri: descrivono realisticamente il “comportamento” di una persona. I giudizi possono essere buoni: offrono una valutazione del “comportamento” di una persona che può favorire i suoi processi di consapevolezza, cambiamento e crescita, si tratti di comportamenti personali, relazionali o in ambito lavorativo. Inoltre, i giudizi possono essere molto utili se forniti alla persona che li può utilizzare per correggere alcuni suoi “comportamenti” e renderli più adattivi o adeguati rispetto a contesti, situazioni, relazioni.
Del resto, esistono anche gli autogiudizi, quelli che siamo soliti dare a noi stessi, magari eco di giudizi che siamo abituati da sempre e molto spesso a ricevere dall’esterno. È fondamentale che questi giudizi rivolti a se stessi siano veramente rivolti al proprio comportamento, più che alla persona che siamo, in modo da fornire indicazioni realistiche, positive e utili al cambiamento consapevole e responsabile e alla crescita personale.

Tu come stai messo coi giudizi?

La colpa è Mia

Ti senti in colpa quando deludi qualcuno. Ti senti libero quando non deludi te stesso.
La colpa è Mia. La colpa è mia. La colpa sono io. Sono io il responsabile portatore (sano? Sano!) di emozioni, sensazioni, insoddisfazioni. Aspettative e frustrazioni. Quello che ci metti tu è di essere ciò che sei. Di agire come agisci. Potrei giudicare in molteplici modi e con infiniti aggettivi il tuo comportamento e il tuo modo di essere. Ma sarebbe utile? Forse né utile né giusto. Se la colpa è mia. Sono io che scelgo e devo scegliere. Scegliere il solito o scegliere altro. “Occorre che faccia qualcosa, mi devo mettere in discussione, devo rimettere tutto in discussione” dice Mia pensando alla pigrizia di Alessandro rispetto al pensare il loro rapporto. Che per Mia ha bisogno invece di parole, pensieri, emozioni condivise. Autenticamente. “Prima di tutto devo capire io da che parte voglio andare” dice Mia. Se restare o andare. Se restare, come? Se andare, dove? Suggerisce il lettore.
Questa è la traccia di “La colpa è Mia”, libro appena uscito del mio amico Paolo Basili, che scrive “dalla voce di una donna”… Che invito tutti ad ascoltare, a leggere.
Nella coppia portiamo noi stessi, con le nostre parti vere e le nostre maschere. Anzi nella vita. Mischiamo tutto con l’altro. E ne usciamo fuori un po’ diversi e un po’ uguali, ancora più uguali a prima. Quanto diversi? Chissà quanta autenticità? Quante maschere? Quante parti oscure illuminate e quante luci spente…
L’altro è quello che è… Il disorientamento di fronte all’altro è nostro. Le emozioni contrastanti sono nostre. I dubbi sono nostri. L’indecisione è nostra.
E il manuale della coppia comincia a scriversi…
Di fronte al desiderio posso chiedere… Ed essere veramente disposto ad accogliere ogni risposta, ascoltando le mie emozioni davanti al sì e davanti al no…
Di fronte al desiderio posso aspettarmi che l’altro lo esaudisca… E che io non mi esaurisca ad aspettare ciò che “dovrebbe” arrivare anche senza chiederlo…
Di fronte al desiderio posso pretendere che l’altro sia proprio come lo voglio, come lo voglio io. L’altro “deve”, senza se e senza ma… Ma quasi mai questo scenario ha un esito felice… Anzi togliamo il quasi!
“Dove inizio io per lui?” si chiede Mia. E quindi dove inizia lui per te? Suggerisce il lettore.
E poi la libertà!!! La libertà da cosa? La libertà per cosa? La libertà dai vincoli esterni (la malattia, il tempo inesorabile, il potere degli altri)… La libertà dalle proprie “strettoie mentali”. La libertà dalle scelte fatte da altri su noi e che abbiamo dovuto subire. Abbiamo scelto di subire. Insomma la libertà è la libertà dalle nostre scelte, prima che delle nostre scelte. Dalle nostre scelte precedenti. Da ciò che crediamo le uniche scelte a nostra disposizione. Da ciò che crediamo l’unica possibilità di scelta. La libertà è insomma inventare nuove possibilità… “Sono prigioniera delle mie scelte” dice Mia. E questa è una consapevolezza fondamentale, suggerisce il lettore. E il papà di Mia, invaso dalla demenza, ma soprattutto dalla saggezza, le dice (o a lei piacerebbe le dicesse?): “noi siamo le strade che percorriamo e le persone che incontriamo, dai genitori in poi… Le scelte che facciamo, ma a volte non sappiamo scegliere… Da una strada ci si può spostare su un’altra perché molte di queste vie prima o poi si incrociano… Questi incroci sono delle opportunità. Crediamo che la vita sia un percorso immodificabile. Non è mai così”.
Quindi sorge necessaria la curiosità. La curiosità di altro… Di un altro. Un altro da me. Un altro me! La curiosità tra eccitazione e paura…
Attraverso una coincidenza. E una poesia. Una coincidenza? Jung la chiama sincronicità. Un destino da scegliere? E il momento del coraggio… Che scema… O non arriva mai!
Perché siamo tutti irrisolti, abbiamo tutti qualcosa da risolvere… Da sempre persi nella ricerca dell’amore tra gli amori apparenti. Perdendo l’amore per se stessi. Semmai lo si è avuto, trovato, coltivato…
E poi c’è Serenella, l’amica di Mia, suo grillo parlante. Ma anche una parte di sé capace di stare sopra le righe, dentro le righe e soprattutto tra le righe, di comprendere quello che non tutti sanno cogliere. Di capire che sono le emozioni a dettare le regole… E che il controllo di sé e degli altri spesso è solo un’illusione della mente… La logica è perfetta, tutto il resto no.
Ma come può una vita regolare diventare improvvisamente così scellerata? Ecco una bella domanda per tutti noi. A cui tutti siamo chiamati a rispondere… Grazie Mia per mostarci la tua via… Una, tra le infinite possibili… Grazie Paolo!

Presto!!! Presto!!! Tardi!!! Tardi!!!

C’era una volta un bambino per il quale nulla era abbastanza veloce: mentre mangiava la minestra chiedeva già il budino, il sole non era ancora tramontato che voleva già vedere la luna, il primo giorno di scuola si informava sulle vacanze e a Natale già gioiva per la Pasqua. Dei libri leggeva sempre solo l’ultima pagina e poiché parlava più in fretta di quanto potesse pensare, i suoi stessi genitori lo ritenevano un vero e proprio balbuziente. Nella fretta metteva i piedi così sbadatamente uno davanti all’altro che inciampava in continuazione e naturalmente non desiderava nulla più ardentemente che diventare finalmente adulto.
Una notte venne a trovarlo in sogno un mago che gli disse: “ti faccio crescere e aggiungo anche tre desideri se in cambio mi dai 50 anni della tua vita!”. Il bambino non indugiò un momento e disse: “voglio diventare ricco e potente e poi anche famoso”. E così accadde …
E quando l’uomo ricco guardò nello specchio vide che era vecchio … E quando l’uomo potente guardò nello specchio vide che era solo … E quando l’uomo famoso guardò nello specchio, la sua fronte era solcata da rughe di preoccupazione. Allora si spaventò e chiamò sua madre e lei si avvicinò al letto e posò la mano sulla sua fronte. Il bambino si svegliò e disse lentamente e distintamente: “mi devo alzare o ho ancora tempo?”. (Favola tedesca)

Il tempo è quello che scegli (desideri, bisogni, scopi) e quello a cui scegli di rinunciare (altri desideri, altri bisogni, altri scopi)…
Banale… Quanto fondamentale consapevolezza per guidare la tua azione verso la creazione della vita che vuoi…

Il cavallino e il fiume

Un cavallino viveva nella stalla con la madre e non si era mai allontanato dal suo fianco protettivo. Un giorno la madre gli disse: “è ora che tu esca e che impari a fare piccole commissioni per me. Porta questo sacchetto di grano al mulino!” Con il sacco sulla groppa, contento di rendersi utile, il puledro si mise a galoppare verso il mulino.

Dopo un pò incontrò sul suo cammino un fiume gonfio d’acqua. “Che cosa devo fare? Potrò attraversare?” Si fermò incerto sulla riva. Non sapeva a chi chiedere consiglio. Si guardò intorno e vide un vecchio bue che brucava lì accanto. Il cavallino si avvicinò e gli chiese: “Zio, posso attraversare il fiume?” “Certo, l’acqua non è profonda, mi arriva appena al ginocchio, vai tranquillo”.

Il cavallino si mise a galoppare verso il fiume, ma quando stava proprio sulla riva in procinto di attraversare, uno scoiattolo gli si avvicinò saltellando e gli disse tutto agitato: “Non passare, non passare! È pericoloso, rischi di annegare!” “Ma il fiume è così profondo?” Chiese il cavallino confuso. “Certo, un amico ieri è annegato” raccontò lo scoiattolo con voce mesta.

Il cavallino non sapeva più a chi credere e decise di tornare a casa per chiedere consiglio alla madre. “Sono tornato perché l’acqua è molto profonda” disse imbarazzato “non posso attraversare il fiume”. “Sei sicuro? Io penso invece che l’acqua sia poco profonda” replicò la madre. “È quello che mi ha detto il vecchio bue, ma lo scoiattolo insiste nel dire che il fiume è pericoloso e che ieri è annegato un suo amico”. “Allora l’acqua è profonda o poco profonda? Prova a pensarci con la tua testa”. “Veramente non ci ho pensato”. “Figlio mio, non devi ascoltare i consigli senza riflettere con la tua testa. Puoi arrivarci da solo. Il bue è grande e grosso e pensa naturalmente che il fiume sia poco profondo, mentre lo scoiattolo è così piccolo che può annegare anche in una pozzanghera e pensa che sia molto profondo”.

Dopo aver ascoltato le parole della madre, il cavallino si mise a galoppare verso il fiume sicuro di sé. Quando lo scoiattolo lo vide con le zampe ormai dentro il fiume gli gridò: “Allora hai deciso di annegare?” “Voglio provare ad attraversare”. E il cavallino scoprì che l’acqua del fiume non era né poco profonda come aveva detto il bue, né troppo profonda come aveva detto lo scoiattolo.

Che bella storia sulla differenza!!! Anzi sulla differenziazione: l’abilità di riconoscere la propria idea solo come la propria idea e non come rappresentazione corretta ed unica della realtà.

Come ti può aiutare questa storia, soprattutto nei rapporti interpersonali?

Cos’altro ti fa pensare?