Anche nelle migliori famiglie

I bambini, si sa, hanno bisogno di attenzioni. Hanno bisogno di essere accuditi, protetti, curati, stimolati, incoraggiati, sostenuti, apprezzati. Hanno bisogno di genitori con uno “sguardo attento”, capaci di rispondere in modo sollecito e adeguato ai bisogni dei figli e anche di fornire una giusta dose di frustrazione dei bisogni, in modo che il bambino crescendo sappia anche vivere l’esperienza che non tutto è ottenibile, né subito, né sempre facilmente. E ciò lo fortifica e lo prepara alla vita.

Purtroppo a volte succede che i genitori (per una serie svariata di motivi) non abbiamo quella giusta capacità di dare ai figli le giuste e sane attenzioni… E allora i figli devono imparare un modo per ottenere la soddisfazione dei loro bisogni di amore, vicinanza, conforto, sostegno e via dicendo. Questo modo, quando funziona, viene ripetuto, fino a consolidarsi e diventare il proprio modo di stare al mondo e di stare nelle relazioni interpersonali per ottenere la gratificazione dei bisogni. Da bambino come da adulto. E questo modo può essere più o meno sano oltre che più o meno consapevole. Allora abbiamo il perfezionista schizzato, il narcisista borioso, il controllante esaurito, l’istrionico disperato, l’evitante distaccato, il rabbioso cronico, il passivo ritirato, l’ossessivo ossessionato, l’eccentrico sulla luna, il dipendente sanguisuga, il ragioniere delle relazioni, l’ingegnere dell’intimità, e via dicendo. Tanto per usare “etichette semplificanti” che aiutino a capire come ciascuno di noi può essere un tipo di questi e ciascuno di noi può essere circondato da questa “strana gente”. 
Spesso le persone arrivano a chiedere aiuto per la loro sofferenza emotiva e nei rapporti con gli altri perché quel modo, anticamente trovato e ripetuto, oggi è diventato così rigido e inflessibile da creare molti più problemi di quanti bisogni riesce a soddisfare.
La persona, in terapia o con altri strumenti, deve lavorare sulle sue “maschere”, sui suoi “ruoli sclerotizzati”, sulle sue “ferite ancora sanguinanti”, sulle sue “modalità ripetitive di manipolare” gli altri. Per sviluppare una maggiore flessibilità per chiedere, in modo sano, consapevole, adulto, responsabile, ciò di cui ha bisogno, per re-imparare a governare la frustrazione e la delusione che si incontrano nelle relazioni, per fare scelte felici ed efficaci diverse da quelle del passato, anche se mai perfette.

‘P – factor’. Un viaggio

Il dolore fa crescere e anche la paura, anche se probabilmente un po’ tutti vorremmo crescere senza incontrarne più di tanto. Crescere ti richiede di mettere ordine nel caos e nell’imprevedibilità che ti arrivano, prima o poi, tanto o poco, anche se un po’ tutti vorremmo crescere sperando di schivare il più possibile la sofferenza e imparando a cogliere le opportunità. Così è la vita… Certo è meglio la serenità che la tragedia, diremmo tutti.
La nostra vita ci fornisce sostanzialmente interrogativi a cui noi “dobbiamo” rispondere, siamo chiamati ad affiancare punti esclamativi.
La nostra vita si svolge tra ciò che troviamo e ciò che non troviamo. Tra ciò che lasciamo e ciò che troviamo. E ogni tanto ci interroghiamo sulla distanza che esiste tra ciò che siamo e ciò che vorremmo e avremmo voluto essere. Ma anche tra ciò che siamo stati e ciò che non siamo più. E a volte questi temi ci procurano gioia, molto più spesso dolore.
Chi veramente fa i conti con dolore, paura, malattia, perdita, disillusione (tutti noi?) deve necessariamente cercare la luce dentro al buio… Per non sprofondare nell’oscurità, qualunque forma essa possa assumere…
E quindi ognuno ha il suo viaggio da compiere… Eroico o meno che sia… Di cui conosciamo, forse, l’inizio, ma la cui fine dobbiamo cercare di inventare…
Viaggio che si svolge sempre tra regole e immaginazione, tra testa e cuore, tra ragione e sensazioni.
Viaggio in cui devi saperti muovere dentro le certezze rassicuranti e i confini che delineano il percorso, per imparare gradualmente a sfidare i tuoi limiti, imposti e autoimposti, senza mai perdere la testa, qualità che ti permette di perderla solo al momento giusto…
Viaggio che ciascuno compie col personale bagaglio. Di predisposizioni caratteriali ed esperienze precoci, di tendenze innate e di abilità acquisite. Doti naturali e percorsi evolutivi. Bagaglio di dolore e paura e di strategie che abbiamo inventato per cavarcela. Bagaglio di risorse e di limiti personali. Bagaglio in cui ognuno ha messo anche un po’ di certezze su cui poggiarsi e un po’ di imprevisti da imparare a governare.
Fino a quando non funziona qualcosa. Qualcosa non funziona più. Il controllo che, anche solo inconsapevolmente, hai avuto finora lascia il posto a qualcosa che sfugge, che ti sfugge. L’imprevisto diventa ingovernabile.
Prima alcuni segni che non sempre riesci ad interpretare… Poi segnali più chiari, che magari vedi, riconosci come anomalie, ma che tendi a trascurare… Quindi i sintomi, stai male, esprimi una qualche forma e grado di malessere: sei sempre stanco e deconcentrato, il lavoro diventa sempre più “l’attesa del fine settimana”, ciò che fino a ieri ti appassionava ora lo vivi in modo spento, demotivato. Sei costantemente annoiato, quasi sempre incazzato, anche tristezza e ansia ti vengono a trovare sempre più spesso. Ogni relazione ne risente, a casa, al lavoro, in coppia, coi figli, con gli amici. I pilastri in cui ti sei finora riconosciuto e identificato sembrano scricchiolare. Ti senti diverso dal solito, diverso da come sei sempre stato e anche gli altri, più o meno vicini, cominciano a vedere che qualcosa non va nel tuo modo di stare al mondo, nelle relazioni, nella quotidianità.
Il tuo corpo si lamenta, la tua mente si lamenta, tu ti lamenti. Lamenti che hanno bisogno di ascolto. Lamenti che sembrano inascoltabili.
Gradualmente insidiosa, una “parte malata” sta invadendo la tua personalità. Malessere fisico, emotivo, relazionale. Qualcosa è cambiato, si è rotto, si è inceppato o qualcosa del genere. Lo smarrimento che altre volte hai incontrato lungo il viaggio e che hai sempre superato con un senso di sfida, evoluzione, potenza e controllo, oggi è uno smarrimento in cui ti senti “profondamente” perso…
Ora comincia un altro viaggio. In almeno tre tappe, da percorrere necessariamente, anche se, come sempre, ciascuno a suo modo.
Prima. Sto male…
Seconda. Ho bisogno di aiuto…
Terza. Devo farmi aiutare…
Il resto è tutto da percorrere… in infinite forme possibili…
Grazie Luca per il tuo insegnamento…
Grazie Luca per il tuo libro, che invito tutti a leggere e diffondere: ‘P-Factor. La variabile Parkinson nella mia vita’. (Luca Berti. Youcanprint Edizioni).
Grazie per aver condiviso con noi la tua esperienza, il viaggio che stai facendo, forse unico e diverso da altri viaggi, forse simile al viaggio che ciascuno di noi compie…

Io non so cosa fare

Io non so cosa fare… Non so cosa fare di veramente utile all’evoluzione della specie o almeno del sistema umano che stiamo vivendo…
La morte di Willy ci ha portato a contattare le parti più disparate di noi stessi. Nelle conversazioni private e in quelle social, ciascuno di noi, chi più chi meno, si è espresso in tanti modi.
Col cuore, con le emozioni, con la tristezza, lo sconcerto, la rabbia, l’indignazione, la vergogna, anche il senso di colpa e altro ancora. Sentimenti individuali più o meno in risonanza con quelli collettivi.
Con la testa, cercando di capire l’incomprensibile, di spiegare per l’ennesima volta la bestia che è parte viva del genere umano.
Con la pancia, con la paura che diventa violenza, con violenza sulla violenza, con il desiderio di vendetta e giustizia in un mondo che è ingiusto, ma non solo nella morte di Willy.
E poi i rimandi ad una società malata che ha cresciuto figli malati. La storia, in realtà, ci insegna che è sempre stato così, bestie siamo dentro. E la bestia va governata. La comunicazione e la condivisione era diversa un tempo. E oggi le storture della comunicazione rischiano di nutrire ancora di più la bestia…
E poi la politica e la strumentalizzazione politica, da Nord a Sud, da Est a Ovest di ogni paesaggio politico. E la critica al sistema giudiziario (contemporaneamente alla morte di Willy non è tornato in prigione Johnny lo zingaro, chissà com’è?).
E la retorica della politica e dell’antipolitica dei politici.
E quante altre ancora ne ho sentite e ne ho pensate.
E chissà quanto ancora diremo e potremo dire, e potremmo dire. . Così solo per sfogarci un po’…magari dimenticando tra un po’… Per l’ennesima volta!
Allora per non dimenticare veramente, forse è utile che ciascuno di noi, nessuno escluso, cominci a fare più che a dire. A dire per agire. Ad agire conseguentemente e coerentemente a quanto pensato, a quanto espresso e a quanto non espresso perché “politicamente e socialmente scorretto”.
Io non so ancora cosa fare che sia veramente utile a spostare realmente le cose. Perché anche un discorso, un pensiero condiviso che smuove le coscienze, ma non muove nient’altro, rischia di restare un puro atto intellettuale e narcisista.
Dopo l’espressione della propria parte distruttiva (rabbia, indignazione, violenza, ipocrisia, ecc.), cerchiamo dentro ognuno di noi qualcosa da costruire. E anche qualcosa a cui rinunciare veramente, se serve a dare a qualcun altro o a coinvolgere altri in un movimento trasformativo…
Io non so cosa fare… O forse lo so ma non lo posso dire… O forse lo so ma non lo posso fare… Magari non ho ancora il coraggio di farlo… Ci vuole coraggio per spostare veramente le cose. Poche parole e azioni pesanti.
A cosa siamo disposti a rinunciare per andare verso ciò che dichiariamo di volere?
Il rischio è di alimentare il vuoto inconsistente di una collettività troppo impiantata su apparire per piacere, di una collettività non collettiva, piuttosto formata da individui anonimi l’un l’altro impegnati a piacere agli altri tanto più non piacciono a se stessi.
Il rischio è diventare carnefici dei carnefici e vittima dei propri stessi processi di espressione rabbiosa quanto inconcludente di fronte ad un’impotenza che resta tale se non accompagnata da scelte consapevoli e azioni responsabili. Quali? Non lo so.
Riconosco che potrebbe sembrare rassegnazione disperata. È consapevolezza che non so cosa effettivamente fare per incidere in modo tale da trasformare questa impotenza in reale potere di trasformazione.
Non ci resta che provare… Agire… Raccogliere gli effetti e tentare di capire per aggiustare il tiro alla ricerca di reali azioni sociali per una collettività tutta da inventare.
A cosa siamo disposti a rinunciare per andare verso ciò che dichiariamo di volere?
Chi ha consigli, suggerimenti, indicAzioni?

Al sicuro… ma non troppo al sicuro.

La terapia, come la vita, è sempre una danza tra sicurezza e capacità di rischiare (in modo sufficientemente sano e appropriato), tra comfort e coraggio di sfidare (con gradualità e tenacia al tempo stesso), tra controllo e imprevedibilità (provando ad aumentare il primo andando incontro alla seconda), tra sentirsi incapaci ed essere competenti (trovando l’equilibrio e la pace), tra essere limitati e potercela fare (imparando a cercare le risorse dove stanno e a rispettare i limiti che non si riescono a superare).

La terapia, come la vita, ci invita ad ampliare progressivamente e continuamente ciò che per noi è tollerabile, sostenibile emotivamente, confortevole. Ovvero ad allargare la nostra zona di comfort, a starci comodi in questi nuovi confini (nuovi modi di pensare e agire), ad essere pronti a superarli di nuovo e anche ad essere capaci di accettarli per sempre.

Laddove la tua storia ti ha portato a credere una serie di cose su te stesso, sugli altri, sul mondo e sulla vita, la vita stessa, anche grazie a percorsi di terapia e crescita personale, ti porta a mettere in discussione queste credenze, per confermarne alcune e trasformarne altre, fino ad ampliare (recuperare) il ventaglio delle possibilità a tua disposizione per impegnarti a creare la vita piena, degna, felice che vorresti.

Fin da piccolo ti sei fatto una serie di aspettative su come vanno le cose, su come dovrebbero andare, su come vorresti che andassero; su queste aspettative, a volte consapevoli, a volte meno, hai basato le tue azioni e le tue scelte. Pagando il prezzo della rinuncia, dei rimorsi per le scelte fatte e dei rimpianti per quelle non fatte. Una banalità fondamentale che è bene ricordare dice che “non esistono scelte perfette”. Da oggi in poi puoi rivisitare queste aspettative, queste azioni, queste scelte, scegliendo di curare ciò che finora hai trascurato. Consapevole che non sei onnipotente (ricordati anche che devi morire) e che qualche cosa resterà comunque trascurato. Qualcuno ci resterà male (frustrato, deluso, triste, arrabbiato, dispiaciuto, angosciato, ecc.) e qualcun altro resterà contento, appagato, soddisfatto. Conosci altre possibilità per stare al mondo? Altre possibilità concretamente realizzabili?

La colpa è Mia

Ti senti in colpa quando deludi qualcuno. Ti senti libero quando non deludi te stesso.
La colpa è Mia. La colpa è mia. La colpa sono io. Sono io il responsabile portatore (sano? Sano!) di emozioni, sensazioni, insoddisfazioni. Aspettative e frustrazioni. Quello che ci metti tu è di essere ciò che sei. Di agire come agisci. Potrei giudicare in molteplici modi e con infiniti aggettivi il tuo comportamento e il tuo modo di essere. Ma sarebbe utile? Forse né utile né giusto. Se la colpa è mia. Sono io che scelgo e devo scegliere. Scegliere il solito o scegliere altro. “Occorre che faccia qualcosa, mi devo mettere in discussione, devo rimettere tutto in discussione” dice Mia pensando alla pigrizia di Alessandro rispetto al pensare il loro rapporto. Che per Mia ha bisogno invece di parole, pensieri, emozioni condivise. Autenticamente. “Prima di tutto devo capire io da che parte voglio andare” dice Mia. Se restare o andare. Se restare, come? Se andare, dove? Suggerisce il lettore.
Questa è la traccia di “La colpa è Mia”, libro appena uscito del mio amico Paolo Basili, che scrive “dalla voce di una donna”… Che invito tutti ad ascoltare, a leggere.
Nella coppia portiamo noi stessi, con le nostre parti vere e le nostre maschere. Anzi nella vita. Mischiamo tutto con l’altro. E ne usciamo fuori un po’ diversi e un po’ uguali, ancora più uguali a prima. Quanto diversi? Chissà quanta autenticità? Quante maschere? Quante parti oscure illuminate e quante luci spente…
L’altro è quello che è… Il disorientamento di fronte all’altro è nostro. Le emozioni contrastanti sono nostre. I dubbi sono nostri. L’indecisione è nostra.
E il manuale della coppia comincia a scriversi…
Di fronte al desiderio posso chiedere… Ed essere veramente disposto ad accogliere ogni risposta, ascoltando le mie emozioni davanti al sì e davanti al no…
Di fronte al desiderio posso aspettarmi che l’altro lo esaudisca… E che io non mi esaurisca ad aspettare ciò che “dovrebbe” arrivare anche senza chiederlo…
Di fronte al desiderio posso pretendere che l’altro sia proprio come lo voglio, come lo voglio io. L’altro “deve”, senza se e senza ma… Ma quasi mai questo scenario ha un esito felice… Anzi togliamo il quasi!
“Dove inizio io per lui?” si chiede Mia. E quindi dove inizia lui per te? Suggerisce il lettore.
E poi la libertà!!! La libertà da cosa? La libertà per cosa? La libertà dai vincoli esterni (la malattia, il tempo inesorabile, il potere degli altri)… La libertà dalle proprie “strettoie mentali”. La libertà dalle scelte fatte da altri su noi e che abbiamo dovuto subire. Abbiamo scelto di subire. Insomma la libertà è la libertà dalle nostre scelte, prima che delle nostre scelte. Dalle nostre scelte precedenti. Da ciò che crediamo le uniche scelte a nostra disposizione. Da ciò che crediamo l’unica possibilità di scelta. La libertà è insomma inventare nuove possibilità… “Sono prigioniera delle mie scelte” dice Mia. E questa è una consapevolezza fondamentale, suggerisce il lettore. E il papà di Mia, invaso dalla demenza, ma soprattutto dalla saggezza, le dice (o a lei piacerebbe le dicesse?): “noi siamo le strade che percorriamo e le persone che incontriamo, dai genitori in poi… Le scelte che facciamo, ma a volte non sappiamo scegliere… Da una strada ci si può spostare su un’altra perché molte di queste vie prima o poi si incrociano… Questi incroci sono delle opportunità. Crediamo che la vita sia un percorso immodificabile. Non è mai così”.
Quindi sorge necessaria la curiosità. La curiosità di altro… Di un altro. Un altro da me. Un altro me! La curiosità tra eccitazione e paura…
Attraverso una coincidenza. E una poesia. Una coincidenza? Jung la chiama sincronicità. Un destino da scegliere? E il momento del coraggio… Che scema… O non arriva mai!
Perché siamo tutti irrisolti, abbiamo tutti qualcosa da risolvere… Da sempre persi nella ricerca dell’amore tra gli amori apparenti. Perdendo l’amore per se stessi. Semmai lo si è avuto, trovato, coltivato…
E poi c’è Serenella, l’amica di Mia, suo grillo parlante. Ma anche una parte di sé capace di stare sopra le righe, dentro le righe e soprattutto tra le righe, di comprendere quello che non tutti sanno cogliere. Di capire che sono le emozioni a dettare le regole… E che il controllo di sé e degli altri spesso è solo un’illusione della mente… La logica è perfetta, tutto il resto no.
Ma come può una vita regolare diventare improvvisamente così scellerata? Ecco una bella domanda per tutti noi. A cui tutti siamo chiamati a rispondere… Grazie Mia per mostarci la tua via… Una, tra le infinite possibili… Grazie Paolo!

Il principe che pensava di essere un tacchino

Il principe era impazzito e razzolava tutto il giorno per terra nudo raccogliendo le briciole sotto il tavolo. I medici di corte avevano fatto di tutto per curarlo ma invano. Infine si fece avanti un vecchio saggio che disse al re di lasciarlo fare a modo suo. Il re disperato accettò il suo aiuto. Allora il saggio si spogliò andò sotto il tavolo iniziò anche lui a razzolare come un tacchino e così fece amicizia col principe. I due iniziarono a intendersi a meraviglia e per alcuni mesi tutto andò avanti così. Ora la corte del re aveva due tacchini che razzolavano briciole sotto il tavolo. Un giorno il saggio si mise un paio di calzoni: “perché ti metti i calzoni?” chiese il principe stupito. “Beh uno può benissimo indossare i calzoni e continuare ad essere un tacchino” rispose il saggio. Così il principe decise di indossare anche lui i calzoni come il suo amico. Dopo diverso tempo il saggio si mise una camicia, il principe lo guardo stupito e il saggio disse: “ognuno può indossare una camicia e continuare ad essere un tacchino”. A poco a poco, con naturalezza, senza che venisse fatta alcuna violenza alle sue convinzioni, il principe adottò un comportamento più adeguato alla realtà. Passò altro tempo e il saggio lo invitò a sedere su una sedia e a mangiare a tavola: “si può essere un tacchino e mangiare a tavola”. Con l’andare del tempo il principe dimenticò di essere un tacchino e cominciò a pensare ed agire con qualità e facoltà degne di un principe.

(Brushan M. Moretti. La promessa di ciò che puoi essere)

Quante ispirazioni puoi trarre da questa storia?!?!

Certo puoi sempre scegliere di essere un tacchino, magari ti conviene, magari è una strada che hai trovato per essere felice o forse per cavartela tra tacchini che si credono principi. O forse sei semplicemente “impazzito”…

Certo puoi anche scegliere di andare oltre il tacchino che sei sempre stato e finalmente decidere di accedere ad altre potenzialità, di percorrere altre strade…

Certo puoi scegliere e riscegliere… Con consapevolezza e responsabilità… Due attributi fondamentali…

La matita

Il bambino guardava la nonna che stava scrivendo la lettera. A un certo punto, le domandò: “Stai scrivendo una storia che è capitata a noi? E che magari parla di me.” La nonna interruppe la scrittura, sorrise e disse al nipote: “È vero, sto scrivendo qualcosa di te. Tuttavia, più importante delle parole, è la matita con la quale scrivo. Vorrei che la usassi tu, quando sarai cresciuto.” Incuriosito, il bimbo guardò la matita, senza trovarvi alcunché di speciale. “Ma è uguale a tutte le altre matite che ho visto nella mia vita!”. “Dipende tutto dal modo in cui guardi le cose. Questa matita possiede cinque qualità: se riuscirai a trasporle nell’esistenza sarai sempre una persona in pace col mondo.”

“Prima qualità: puoi fare grandi cose, ma non devi mai dimenticare che esiste una Mano che guida i tuoi passi. ‘Dio: ecco come chiamiamo questa mano! Egli deve condurti sempre verso la Sua volontà.”

“Seconda qualità, di tanto in tanto, devo interrompere la scrittura e usare il temperino. È un’azione che provoca una certa sofferenza alla matita ma, alla fine, essa risulta più appuntita. Ecco perché devi imparare a sopportare alcuni dolori: ti faranno diventare un uomo migliore.”

“Terza qualità: il tratto della matita ci permette di usare una gomma per cancellare ciò che è sbagliato. Correggere un’azione o un comportamento non è necessariamente qualcosa di negativo: anzi, è importante per riuscire a mantenere la retta via della giustizia.”

“Quarta qualità: ciò che è realmente importante nella matita non è il legno o la sua forma esteriore, bensì la grafite della mina racchiusa in essa. Dunque, presta sempre attenzione a quello che accade dentro te.”

“Ecco la quinta qualità della matita: essa lascia sempre un segno. Allo stesso modo, tutto ciò che farai nella vita lascerà una traccia: di conseguenza impegnati per avere piena coscienza di ogni tua azione.” (Paulo Coelho).

Ecco 5 importanti virtù esistenziali:

Fiducia… Accettazione… Impegno… Consapevolezza… Responsabilità…

Ne conosci altre?

Quali ti appartengono di più?

Il tuo potere

“La nostra paura più profonda non è di essere inadeguati. La nostra paura più profonda è che siamo potenti oltre ogni limite. È la nostra luce non la nostra oscurità che più ci spaventa. Ci chiediamo: chi sono io per essere brillante, pieno di talenti e favoloso? In realtà chi sei tu per non esserlo. Tu sei un figlio di Dio. Il nostro giocare in piccolo non serve al mondo. Non c’è nulla di illuminato nello sminuire se stessi cosicché gli altri non si sentano insicuri attorno a te. Siamo tutti nati per risplendere, come fanno i bambini. Siamo nati per rendere manifesta la gloria di Dio che è dentro di noi. Non solo in alcuni di noi, è in ognuno di noi. E quando permettiamo alla nostra luce di risplendere, inconsapevolmente diamo agli altri il permesso di fare lo stesso. Come siamo liberi dalla nostra paura, la nostra presenza automaticamente libera gli altri”.
Marianne Williamson

Come ti può ispirare questo brano?
Quale chiave ti offre per il tuo potere?
Come può spingerti ad azioni concrete per il tuo sviluppo personale?

543210 conto alla rovescia per la tua trasformazione

Oggi uno sfizio di esercizio… Carta e penna… Scrivi…

5 Persone importanti per te oggi… Partner, figli, genitori, amici, colleghi, ecc.

4 Frasi, espressioni, parole, proverbi, motti, aforismi che dipingono il vostro rapporto (fallo per ogni persona, concentrato, una persona alla volta)…

3 Motivi per cui vorresti modificare alcune cose o aspetti del vostro rapporto. Vorrei cambiare questo… Perché…

2 Desideri e/o bisogni che hai rispetto a questa persona e alla relazione con lei…

1 Azione da mettere subito in pratica per realizzare bisogni, desideri e cambiamenti rispetto a questa persona… E, come sempre, raccogli l’informazione utile che segue la tua azione concreta per regolare il comportamento successivo… Ricorda: le azioni sono come le ciliegie…

0 Ricomincia il giro con un’altra persona…

Probabilmente, fin dalla scelta iniziale delle persone hai cominciato a trasformarti, a capire meglio te stesso e gli altri, e, spero, a trovare giovamento per governare in modo sereno i rapporti interpersonali con le persone più importanti per te…

Sei pronto?

Schiavi e padroni della propria storia di vita

Noi siamo figli della nostra storia. L’adulto è figlio del bambino che siamo stati. Ciò che pensiamo e facciamo oggi origina da ciò che abbiamo vissuto e attraverso cui abbiamo imparato a pensare e a comportarci in certi specifici modi, più o meno sani e utili.
Quello che resta della nostra storia di vita, una volta esplorata e compresa, è, tra le altre cose, la consapevolezza delle profonde frustrazioni e delusioni che abbiamo vissuto. La consapevolezza dello scarto tra ciò che “avremmo dovuto” ricevere nella nostra infanzia e nella nostra adolescenza (cura, amore, stima e anche sostegno verso l’emancipazione, la differenziazione e il diventare individui autonomi) e ciò che di fatto è successo. La consapevolezza dello scarto tra i nostri bisogni vitali per una crescita sana e la nostra situazione effettiva, più o meno soddisfacente. Questa è la ferita.
Ma la nostra storia di vita, tra acciacchi e dolori, ci ha permesso anche di diventare ciò che siamo oggi con le nostre risorse e potenzialità, con la nostra parte forte e sana, oltre a quella addolorata e problematica.
Con questa consapevolezza, più o meno dolorosa, dobbiamo e possiamo farci qualcosa. Per superare il senso di essere schiavi del nostro passato e degli “altri cattivi”, per impegnarci a diventare padroni del nostro presente e futuro.
Concretamente… Oltre ogni retorica sentimentale, romantica, vittimistica, eroica.
Imparando ad “attraversare il dolore” per superarlo ed accettare ciò che è andato come è andato.
Impegnandoci, concretamente, attraverso progetti consapevoli e azioni responsabili, verso la vita che vogliamo costruire.