Quante A ha la tua felicità?

Sai quante A ha la tua felicità?
Una serie di strade da percorrere…

AUTOCONSAPEVOLEZZA. Riconoscere i tuoi stati mentali. Cosa provi. Cosa pensi. Cosa desideri. Cosa fai nelle situazioni della tua vita, quelle serene e gioiose e quelle dolorose e stressanti. Quando succede qualcosa, rintraccia le tue sensazioni, emozioni e pensieri in quella situazione. Sono il canale di accesso ai tuoi bisogni, per chiarire cosa vuoi e devi fare per affrontare quella situazione.

AGENTIVITÀ. Riconoscere, sviluppare e praticare la capacità di agire sui tuoi stati mentali. Ad esempio, regolare ed esprimere in modo sano le tue emozioni, governare i tuoi impulsi, esprimere in modo adeguato i tuoi pensieri, comportarti in modo coerente coi tuoi valori, saper mantenere la direzione e la motivazione anche di fronte alla frustrazione.

ATTENZIONE A SÉ. Invece che all’altro. Spostare la tua attenzione dall’altro (presunta fonte di stress) e concentrarti su te stesso, sul tuo funzionamento, sui tuoi modi di pensare, di agire e di reagire (reale fonte di sofferenza… E potenzialmente di gioia).

APPRENDERE ABILITÀ. Le abilità sono tutti quegli strumenti e quelle risorse che ti permettono di aggiustare le cose, risolvere problemi, affrontare ostacoli, riparare relazioni, superare paure. Abilità pratiche e di comportamenti, abilità emotive e di relazione, abilità di pensiero.

ATTIVARE STATI DI BENESSERE. Generare condizioni di pienezza, attività gratificanti, esperienze di piacere, incontri significativi e nutrienti. Riempire il tuo tempo di attività, persone ed esperienze che veramente ti procurano ciò che desideri.

ALLENARE CIÒ CHE TI FA STARE BENE. Che sia un modo di pensare o di agire, è importante che cerchi di ‘sostare’ il più possibile in quelle attività ed esperienze che ti procurano stati positivi in cui senti di realizzare una vita la più vicina possibile a come la desideri.

AAAAAAA. 7 A. Mantieni il focus sui bisogni fondamentali di ciascuno di noi:
ATTACCAMENTO. Bisogno di cure, di affetto, di protezione, di sicurezza. E il bisogno complementare di accudire, prendersi cura.
APPREZZAMENTO. Bisogno di stima. Di ambire, di scalare, di competere, di vincere.
AUTONOMIA. Bisogno di esplorare e di sperimentarsi. Di giocare, di curiosare, di creare, di cercare con passione ed entusiasmo.
APPARTENENZA. Bisogno di avere relazioni e far parte di gruppi. Di sentirsi inclusi, dentro. Di riconoscersi in un’identità comune.
AMORE. Bisogno di legami intimi, sensuali e sessuali. E tutte le forme d’amore che conosci… E puoi cercare…
ALLEANZA. Aiuto reciproco. Cooperazione, collaborazione, ricerca di alleanza in direzione di mete comuni e condivise.

AL SICURO. Scannerizzare pericoli all’integrità fisica per salvare la pelle…

Alla fine… Carpe Diem. Anzi, ATTIMO. Cogli l’attimo… Per tutto ciò che può voler dire per te…

Non è una ricetta per la felicità. Né un ‘come fare’. È una serie di strade da percorrere… Buon cammino…

… … …

Consigli bibliografici, sempre per la felicità. Se sei un tecnico in ambito psi, ti invito a leggere i lavori di Liotti e di Dimaggio. Se sei curioso e appassionato, ma non tecnico, allora leggi UN ATTIMO PRIMA DI CADERE. Di Giancarlo Dimaggio.

UN ATTIMO PRIMA DI CADERE

Questo sono stato. Sì!
Questo sono. Sì!
Questo sarò. Sì… E anche no!
La psicoterapia aiuta la persona ad agire al presente, per rileggere il passato e (ri)-scrivere il futuro. Riscrivere il copione anticamente scritto…
Immaginando prima una realtà diversa. Agendo quindi in modo diverso nella realtà. Facendo la spola tra agire e riflettere, riflettere e agire. Muoversi per capire. Comprendere per spostare le cose.
Questo è, in estrema sintesi, il lavoro terapeutico.
Questa è la psicoterapia descritta in UN ATTIMO PRIMA DI CADERE, romanzo di Giancarlo Dimaggio, psicoterapeuta, che racconta storie di vita di pazienti, che si incrociano con la storia personale dell’autore e la sua evoluzione professionale. Un libro per tutti in cui la tecnica terapeutica viene romanzata quanto basta a catturare il lettore che può leggere probabilmente in alcuni passaggi anche pezzi della sua storia di vita.
Gli incontri, gli incidenti, le relazioni, le fortune, le scelte, insomma la nostra storia, scrivono direttamente ‘nel corpo’ una trama, con una serie di personaggi, che abitano la nostra mente e agiscono in noi, nelle nostre scelte, nelle nostre relazioni, a plasmare i nostri pensieri, a disegnare le nostre emozioni.
Il corpo vitale esprime gioia, fierezza, orgoglio, eccitazione, ma purtroppo, a volte o spesso, il corpo è corazza che porta anche dolore, cupezza, rifiuto e angoscia.
Affrontando le proprie paure, i propri ‘luoghi oscuri’, consapevole che “chi fa sbaglia, chi non fa sbaglia due volte”, il terapeuta mette al servizio della cura la sua ‘risonanza emotiva’ col dolore del paziente.
Il paziente racconta, più o meno chiaramente, i suoi vissuti di angoscia, paura, umiliazione, violenza, tradimento, esclusione, abbandono, rifiuto, svalutazione, colpa, solitudine.
Con disciplina interiore che la metà non basta, il terapeuta sta lì, con lui, respirando la stessa puzza, per riscrivere da qui, ora, una possibilità diversa. Per immaginarla… Per attraversarla con tutto il corpo… Per portarla nella realtà, attraverso azioni nuove, tutte da inventare, tutte da testare, tutte da affinare, fino a scrivere un finale diverso di vecchie storie, l’inizio di una nuova vita…

Anche nelle migliori famiglie

I bambini, si sa, hanno bisogno di attenzioni. Hanno bisogno di essere accuditi, protetti, curati, stimolati, incoraggiati, sostenuti, apprezzati. Hanno bisogno di genitori con uno “sguardo attento”, capaci di rispondere in modo sollecito e adeguato ai bisogni dei figli e anche di fornire una giusta dose di frustrazione dei bisogni, in modo che il bambino crescendo sappia anche vivere l’esperienza che non tutto è ottenibile, né subito, né sempre facilmente. E ciò lo fortifica e lo prepara alla vita.

Purtroppo a volte succede che i genitori (per una serie svariata di motivi) non abbiamo quella giusta capacità di dare ai figli le giuste e sane attenzioni… E allora i figli devono imparare un modo per ottenere la soddisfazione dei loro bisogni di amore, vicinanza, conforto, sostegno e via dicendo. Questo modo, quando funziona, viene ripetuto, fino a consolidarsi e diventare il proprio modo di stare al mondo e di stare nelle relazioni interpersonali per ottenere la gratificazione dei bisogni. Da bambino come da adulto. E questo modo può essere più o meno sano oltre che più o meno consapevole. Allora abbiamo il perfezionista schizzato, il narcisista borioso, il controllante esaurito, l’istrionico disperato, l’evitante distaccato, il rabbioso cronico, il passivo ritirato, l’ossessivo ossessionato, l’eccentrico sulla luna, il dipendente sanguisuga, il ragioniere delle relazioni, l’ingegnere dell’intimità, e via dicendo. Tanto per usare “etichette semplificanti” che aiutino a capire come ciascuno di noi può essere un tipo di questi e ciascuno di noi può essere circondato da questa “strana gente”. 
Spesso le persone arrivano a chiedere aiuto per la loro sofferenza emotiva e nei rapporti con gli altri perché quel modo, anticamente trovato e ripetuto, oggi è diventato così rigido e inflessibile da creare molti più problemi di quanti bisogni riesce a soddisfare.
La persona, in terapia o con altri strumenti, deve lavorare sulle sue “maschere”, sui suoi “ruoli sclerotizzati”, sulle sue “ferite ancora sanguinanti”, sulle sue “modalità ripetitive di manipolare” gli altri. Per sviluppare una maggiore flessibilità per chiedere, in modo sano, consapevole, adulto, responsabile, ciò di cui ha bisogno, per re-imparare a governare la frustrazione e la delusione che si incontrano nelle relazioni, per fare scelte felici ed efficaci diverse da quelle del passato, anche se mai perfette.

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Anche se tu fossi cresciuto nella Casa del Mulino Bianco (espressione di perfezione che non esiste, di famiglia che non esiste nella realtà, di genitori ideali, quindi non reali), avresti comunque dovuto fare i conti con un certo grado di frustrazione. E questo sarebbe stato sano, buono, giusto, utile insegnamento per stare al mondo. Ovvero anche se hai avuto genitori che ti hanno amato, apprezzato e sostenuto nei tuoi sforzi per capire come funziona il mondo e per imparare a viverci, hai dovuto comunque confrontarti con esperienze, dentro e fuori la famiglia, non perfettamente positive e con un certo grado di bisogni non soddisfatti. E questo è normale, la norma, la regola comune. Anche se qualcuno fa parte delle eccezioni ovvero ha dovuto imparare a cavarsela fronteggiando un livello piuttosto elevato di frustrazioni, bisogni non ascoltati, amore non ricevuto, critiche feroci, mancanza di sostegno e vicinanza. “È andata così” dice il saggio… Ma non solo…
Ciò che ti ha permesso di cavartela, le risorse e gli strumenti che hai appreso per crescere e andare avanti, oggi sono a tua disposizione. Solo che a volte restano risorse, altre volte diventano limiti. Mi spiego con qualche esempio.

Se hai avuto genitori molto esigenti nei tuoi confronti, potresti aver imparato ad eccellere, a sforzarti sempre di più, a non accontentarti mai. E queste modalità fino ad un certo punto ti aiutano ad ottenere risultati importanti, in uno o più ambiti di vita, ma a volte rischiano anche di aumentare, in modo progressivamente insostenibile, lo stress, la fatica, il malessere fisico ed emotivo, la rinuncia al relax e al piacere, ecc..

Se hai avuto genitori fortemente impegnati sul lavoro (magari per non farti mancare niente) e che ti hanno fatto mancare la loro presenza, probabilmente sei diventato molto capace di cavartela da solo, ma questa risorsa potrebbe anche portarti all’esaurimento psicofisico e all’incapacità di riconoscere i tuoi bisogni e chiedere aiuto quando serve…

Se hai avuto genitori spaventati dei tuoi desideri o critici verso le tue preferenze e i tuoi interessi, potresti aver imparato a compiacere i tuoi genitori per non deluderli, a mettere in soffitta le tue inclinazioni naturali, a diventare un bravo bambino prima e un bravo adulto poi che dove lo metti sta… Ma pagando quale prezzo? 

Se i tuoi genitori avevano paura del successo perché temevano l’eventuale successiva caduta dall’alto, probabilmente hai imparato ad essere umile, ma anche poco ambizioso; capace di goderti le piccole cose, ma anche incapace di sognare…

Se i tuoi genitori erano spesso malati e bisognosi o ti chiedevano di aiutarli e sostenerli, probabilmente oggi sei esperto di soccorso e accudimento, ma non riesci a fare altro, ti prendi cura di tutti, non sai dire no e non sai chiedere (o accettare) che qualcuno si prenda cura di te…

Sostanzialmente ogni risorsa può diventare limite se portata all’eccesso. Il lavoro di crescita personale e di cura di sé prevede di imparare a riconoscere quando avviene questo e di trovare modalità più flessibili, rispetto a quelle anticamente apprese, per pensare, agire e stare nelle relazioni.
Non si tratta di abbandonare ciò che ci caratterizza da una vita, ma di ampliare la nostra cassetta degli attrezzi per affrontare la vita. A volte potremo ancora utilizzare vecchi attrezzi e altre volte avremo a disposizione anche nuovi utili strumenti per soddisfare i nostri bisogni, raggiungere i nostri obiettivi, creare relazioni soddisfacenti, sentirci realizzati. Hai qualche esempio personale?

Togliersi dal centro

Hai presente quei quadri in cui il soggetto sembra sempre guardare te anche se ti sposti? E che succede se un’altra persona sta guardando contemporaneamente quello stesso quadro?
La nostra mente è naturalmente egocentrica. Fin da bambini abbiamo il bisogno e la propensione ad essere al centro dell’attenzione. Ciascuno di noi è al centro del proprio mondo. L’egocentrismo è psicologicamente “normale”.
I problemi, soggettivi e interpersonali, nascono quando non riusciamo a riconoscere “l’egocentrismo dell’altro” cioè il fatto che l’altro è un’altra persona, con il suo modo di percepire le cose, guardare il mondo, con i suoi valori, i suoi scopi, le sue credenze, il suo modo di considerare le cose. La sua prospettiva unica sul mondo. Come unica è la nostra.
Ti sarà certamente capitato di pensare: ma come fa quella persona a pensare quello che pensa e ad agire come agisce? Implicitamente significa: ma come fa ad essere così diversa da me?
La capacità di riconoscere e comprendere la mente dell’altro come un punto di vista unico e quindi, in misura maggiore o minore, diverso dal nostro è la capacità di “decentramento”. Togliersi dal centro del mondo.
I problemi nascono quando non riusciamo a decentrarci e proviamo sofferenza personale (tristezza, rabbia, dolore, paura, frustrazione, delusione, senso di colpa, vergogna, umiliazione, senso di inadeguatezza, ecc.) nel contesto di problemi interpersonali, di incomprensioni, di rifiuto, di distanza, di derisione, di giudizio negativo, ecc.
Quanto ti ritrovi in questo quadro?

Dialogo per un alloggio

Qualunque monaco girovago può fermarsi in un tempio Zen, a patto che sostenga coi preti del posto una discussione sul Buddhismo e ne esca vittorioso. Se invece perde, deve andarsene via.
In un tempio nelle regioni settentrionali del Giappone vivevano due confratelli monaci. Il più anziano era istruito, ma il più giovane era sciocco e aveva un occhio solo.
Arrivò un monaco girovago e chiese alloggio, invitandoli secondo la norma a un dibattito sulla sublime dottrina. Il fratello più anziano, che quel giorno era affaticato dal molto studio, disse al più giovane di sostituirlo. «Vai tu e chiedigli il dialogo muto» lo ammonì.
Così il monaco giovane e il forestiero andarono a sedersi nel tempio.
Poco dopo il viaggiatore venne a cercare il fratello più anziano e gli disse: «Il tuo giovane fratello è un tipo straordinario. Mi ha battuto».
«Riferiscimi il vostro dialogo» disse il più anziano.
«Be’,» spiegò il viaggiatore «per prima cosa io ho alzato un dito, che rappresentava Buddha, l’Illuminato. E lui ha alzato due dita, per dire Buddha e il suo insegnamento. Io ho alzato tre dita per rappresentare Buddha, il suo insegnamento e i suoi seguaci, che vivono la vita armoniosa. Allora lui mi ha scosso il pugno chiuso davanti alla faccia, per mostrarmi che tutti e tre derivano da una sola realizzazione. Sicché ha vinto e io non ho nessun diritto di fermarmi». E detto questo, il girovago se ne andò.
«Dov’è quel tale?» domandò il più giovane, correndo dal fratello più anziano.
«Ho saputo che hai vinto il dibattito».
«Io non ho vinto un bel niente. Voglio picchiare quell’individuo».
«Raccontami la vostra discussione» lo pregò il più anziano.
«Accidenti, non appena mi ha visto lui ha alzato un dito, insultandomi con l’allusione che ho un occhio solo. Dal momento che era un forestiero, ho pensato che dovevo essere cortese con lui e ho alzato due dita, congratulandomi che avesse due occhi. Poi quel miserabile villano ha alzato tre dita per dire che tra tutti e due avevamo soltanto tre occhi. Allora ho perso la tramontana e sono balzato in piedi per dargli un pugno, ma lui è scappato via e così è finita».

Una storia sul potere e sul valore dell’interpretazione nei rapporti interpersonali. E quindi nel determinare serenità o sofferenza.

Una storia per illustrare l’importanza di essere attenti ai propri contenuti mentali senza considerarli gli unici possibili, sul valore di comprendere il punto di vista dell’altro, sulla capacità di mettere insieme il tutto nel dialogo consapevole e intimo, l’unico veramente efficace per comprendersi.

La colpa è Mia. Ancora

La colpa è Mia. Ancora uno sguardo attento alla lettura del nuovo libro del mio amico Paolo Basili, il suo terzo libro.
Mia è la protagonista. Mia potremmo essere un po’ tutti noi, protagonisti delle nostre vite tra sentieri soliti, non necessariamente solidi, e nuove possibilità. Tra regole protettive e rassicuranti e la vita che ti invita a superarle per non morire di frustrazioni e delusioni. Tra sentieri battuti di relazioni sempre uguali a se stesse e zone di comfort, affettive e lavorative che però sono lontane dal fornire reale benessere e vitalità.
Una lettura tutta d’un fiato e, al tempo stesso, pagine dense di emozioni e sensazioni su cui tornare più volte.
Scorrevole, intrigante, progressivamente appassionante. Pieno di spunti. Notevoli per sentire e riflettere. E per identificarsi, ora con questo, ora con quel personaggio. Come è per tutte le opere artistiche. Spunti di vario genere, diversi in base al focus che scegli di approfondire, ad esempio: una coppia in crisi o forse semplicemente che ha smesso di essere coppia da un pezzo; ma anche con la possibilità di reinventarsi come coppia, mischiando in modo diversamente creativo gli ingredienti fondamentali della passione (erotica e non solo), del progetto su cui investire a lungo termine (un figlio, ma anche altro, se un figlio non c’è), dell’intimità, l’essere vulnerabilmente nudi l’uno di fronte al cuore dell’altro. Focus possibile anche sul rapporto tra una personalità narcisistica e una dipendente, dove la relazione perversa prende le forme molteplici che può assumere la lotta di potere nelle relazioni. Fino a comportamenti estremi… E poi il rapporto tra una madre “fatta così” e una bambina ferita dentro l’adulta. Perché quella madre è sempre stata solo dalla propria parte e mai da quella della figlia. O focus sull’amore padre-figlia, che la malattia contribuisce ad amplificare fino alla convergenza dei cuori che non hanno bisogno di parole. E sull’amicizia, quella vera, quella della presenza al bisogno e senza richiesta. Quella che sa fornire le giuste dosi di cazzeggio e saggezza. Il tutto condito da un’atmosfera sociale e culturale che, ancora in questi anni, forse sempre più, perché nascosta ad occhi distratti, inquadra i rapporti umani dentro cornici piene di pregiudizi sociali e facili verità da inventare e vendere a buon prezzo sui social…
Semplicemente da leggere e condividere… Ancora grazie Paolo!

La colpa è Mia

Ti senti in colpa quando deludi qualcuno. Ti senti libero quando non deludi te stesso.
La colpa è Mia. La colpa è mia. La colpa sono io. Sono io il responsabile portatore (sano? Sano!) di emozioni, sensazioni, insoddisfazioni. Aspettative e frustrazioni. Quello che ci metti tu è di essere ciò che sei. Di agire come agisci. Potrei giudicare in molteplici modi e con infiniti aggettivi il tuo comportamento e il tuo modo di essere. Ma sarebbe utile? Forse né utile né giusto. Se la colpa è mia. Sono io che scelgo e devo scegliere. Scegliere il solito o scegliere altro. “Occorre che faccia qualcosa, mi devo mettere in discussione, devo rimettere tutto in discussione” dice Mia pensando alla pigrizia di Alessandro rispetto al pensare il loro rapporto. Che per Mia ha bisogno invece di parole, pensieri, emozioni condivise. Autenticamente. “Prima di tutto devo capire io da che parte voglio andare” dice Mia. Se restare o andare. Se restare, come? Se andare, dove? Suggerisce il lettore.
Questa è la traccia di “La colpa è Mia”, libro appena uscito del mio amico Paolo Basili, che scrive “dalla voce di una donna”… Che invito tutti ad ascoltare, a leggere.
Nella coppia portiamo noi stessi, con le nostre parti vere e le nostre maschere. Anzi nella vita. Mischiamo tutto con l’altro. E ne usciamo fuori un po’ diversi e un po’ uguali, ancora più uguali a prima. Quanto diversi? Chissà quanta autenticità? Quante maschere? Quante parti oscure illuminate e quante luci spente…
L’altro è quello che è… Il disorientamento di fronte all’altro è nostro. Le emozioni contrastanti sono nostre. I dubbi sono nostri. L’indecisione è nostra.
E il manuale della coppia comincia a scriversi…
Di fronte al desiderio posso chiedere… Ed essere veramente disposto ad accogliere ogni risposta, ascoltando le mie emozioni davanti al sì e davanti al no…
Di fronte al desiderio posso aspettarmi che l’altro lo esaudisca… E che io non mi esaurisca ad aspettare ciò che “dovrebbe” arrivare anche senza chiederlo…
Di fronte al desiderio posso pretendere che l’altro sia proprio come lo voglio, come lo voglio io. L’altro “deve”, senza se e senza ma… Ma quasi mai questo scenario ha un esito felice… Anzi togliamo il quasi!
“Dove inizio io per lui?” si chiede Mia. E quindi dove inizia lui per te? Suggerisce il lettore.
E poi la libertà!!! La libertà da cosa? La libertà per cosa? La libertà dai vincoli esterni (la malattia, il tempo inesorabile, il potere degli altri)… La libertà dalle proprie “strettoie mentali”. La libertà dalle scelte fatte da altri su noi e che abbiamo dovuto subire. Abbiamo scelto di subire. Insomma la libertà è la libertà dalle nostre scelte, prima che delle nostre scelte. Dalle nostre scelte precedenti. Da ciò che crediamo le uniche scelte a nostra disposizione. Da ciò che crediamo l’unica possibilità di scelta. La libertà è insomma inventare nuove possibilità… “Sono prigioniera delle mie scelte” dice Mia. E questa è una consapevolezza fondamentale, suggerisce il lettore. E il papà di Mia, invaso dalla demenza, ma soprattutto dalla saggezza, le dice (o a lei piacerebbe le dicesse?): “noi siamo le strade che percorriamo e le persone che incontriamo, dai genitori in poi… Le scelte che facciamo, ma a volte non sappiamo scegliere… Da una strada ci si può spostare su un’altra perché molte di queste vie prima o poi si incrociano… Questi incroci sono delle opportunità. Crediamo che la vita sia un percorso immodificabile. Non è mai così”.
Quindi sorge necessaria la curiosità. La curiosità di altro… Di un altro. Un altro da me. Un altro me! La curiosità tra eccitazione e paura…
Attraverso una coincidenza. E una poesia. Una coincidenza? Jung la chiama sincronicità. Un destino da scegliere? E il momento del coraggio… Che scema… O non arriva mai!
Perché siamo tutti irrisolti, abbiamo tutti qualcosa da risolvere… Da sempre persi nella ricerca dell’amore tra gli amori apparenti. Perdendo l’amore per se stessi. Semmai lo si è avuto, trovato, coltivato…
E poi c’è Serenella, l’amica di Mia, suo grillo parlante. Ma anche una parte di sé capace di stare sopra le righe, dentro le righe e soprattutto tra le righe, di comprendere quello che non tutti sanno cogliere. Di capire che sono le emozioni a dettare le regole… E che il controllo di sé e degli altri spesso è solo un’illusione della mente… La logica è perfetta, tutto il resto no.
Ma come può una vita regolare diventare improvvisamente così scellerata? Ecco una bella domanda per tutti noi. A cui tutti siamo chiamati a rispondere… Grazie Mia per mostarci la tua via… Una, tra le infinite possibili… Grazie Paolo!

Una pietra in regalo

Una donna saggia che viaggiava attraverso le montagne trovò una pietra preziosa in un ruscello. Il giorno dopo trovò un altro viaggiatore che stava morendo di fame e la donna saggia aprì la borsa per condividere il suo pasto. L’affamato viaggiatore vide la pietra preziosa e chiese alla donna se gliela dava. La donna lo fece senza esitare. Il viaggiatore partì, compiacendosi della sua buona fortuna. Sapeva che la pietra valeva sufficientemente per dargli sicurezza per tutta la vita. Ma qualche giorno più tardi tornò a restituire la pietra alla donna saggia. “Ho riflettuto” disse “sul valore della pietra, ma te la restituisco con la speranza che tu mi possa dare qualcosa di ancora più prezioso”. Poi aggiunse: “Dammi quello che hai dentro di te che ti ha permesso di regalarmi la pietra”.

Cosa ti ispira questa storia?

Cosa ti fa pensare rispetto alle tue relazioni interpersonali?

Dove trovi la vera ricchezza?

 

Il carattere. Il quadro e la cornice

Quante volte hai detto “io sono così di carattere” o “questo è il mio carattere” o “io sono fatto così”?
Se ora ti chiedessi dimmi tre “caratteristiche” del tuo carattere, diresti: io sono… E sono… E sono anche…
Il carattere è l’insieme dei tuoi modi di essere, pensare e agire. Ad esempio: impulsivo, generoso, razionale, preciso, confusionario, competitivo, volubile, affidabile, spigoloso, accondiscendente, burrascoso. O anche un pezzo di pane, per il quieto vivere, una roccia, solare, tenebroso, una testa calda, un pezzo di ghiaccio.
Il carattere è l’insieme delle strategie che hai trovato per sopravvivere nelle condizioni in cui sei cresciuto. Ad esempio, hai imparato fin da piccolo e sei diventato esperto in mediare i conflitti, compiacere gli altri, non disturbare, fare tutto da solo, accudire gli altri, startene in disparte, competere in modo sfrenato, essere al centro dell’attenzione, dipendere dal sostegno altrui.
Il carattere è spesso quello che ti crea problemi perché è diventato un modo rigido di pensare, agire e reagire della serie “Io sono fatto così e non ci posso fare niente…”. Ad esempio, io sono impulsivo… Remissivo… Introverso… Io sono fumino… Io sono accomodante… Io sono vendicativo… Io sono generoso… Io trattengo e poi esplodo… Io tendo a somatizzare ansia e stress… Io mi chiudo per sempre con chi mi ha deluso… Io tendo a rimuginare sopra le cose… Io sono per il quieto vivere… Io sono uno che ha bisogno che le cose siano fatte alla perfezione… Io non sopporto i ritardatari…
Dunque, siamo abituati a concepire il carattere di una persona come un’etichetta identificativa, una serie di strategie e competenze interpersonali e un insieme di modi di fare che fino ad un certo punto rappresentano una qualità e una risorsa e, “superato un confine”, diventano limiti e fonte di stress e sofferenza per sé e per gli altri con cui abbiamo a che fare.
Le persone che arrivano a chiedere un aiuto psicologico riportano sintomi psicofisici (ansia, panico, depressione, ossessioni, dipendenze) e problemi nelle relazioni (al lavoro e in famiglia). Quasi sempre si arriva a lavorare anche sul carattere e sul modo di stare al mondo e con gli altri. “Chi sei” o “chi ti credi di essere” o ” come ti vedono gli altri” spesso determina cosa ti fa stare bene e cosa ti fa soffrire. La cura deve tenere conto, quasi sempre, di come il quadro dei sintomi di cui soffre l’individuo sta dentro la cornice della sua personalità.