Un tizio entra in un caffè… Splash

Tizio incontra Caio ed entra in depressione. Una storia comune…
Che ti viene da pensare? Per esempio, che Caio porta sfortuna o che Tizio è molto sensibile? Che altro?
È proprio ciò che pensiamo che fa la differenza. E poi depressione a cosa ti fa pensare? Che immagine ne hai?
Ho usato appositamente espressioni generiche come Tizio, Caio e depressione. Potresti essere tu sia Tizio sia Caio. E potresti essere tu depresso o ansioso o stressato. O portatore insano di altri disagi psicologici; anche quest’ultima è un’espressione generica, può voler dire tante cose.
Tutto questo per ricordarti cio che già molti altri prima di me hanno detto: non sono le cose e le persone a farci stare male (e bene), ma sono i SIGNIFICATI che noi diamo alle cose.
Vediamo più da vicino. Che ha fatto Caio? Che ha pensato Tizio? Di cosa è fatta la depressione di quest’ultimo? Forse Caio è il fratello di Tizio e stamattina non lo ha chiamato al telefono. Doveva chiamarlo? Era questo il loro accordo? Era quello che si aspettava Tizio? Lo pretende ogni mattina? E seppure non lo avesse salutato, disattendendo un accordo più o meno esplicito, cosa significherebbe ciò per Tizio? Per il loro rapporto? Cosa spiega la sua depressione? E ancora: in che modo è depresso Tizio? È triste? Arrabbiato? Spento? Demotivato? Insonne? Senza energia? Senza volontà e interessi? Come vedi potrei continuare ancora molto a lungo a RIEMPIRE i VUOTI di SIGNIFICATO tra i FATTI e i VISSUTI.
I fatti (Caio non ha chiamato Tizio…) sono ciò che vedrebbe una telecamera (ma anche due telecamere in posizioni diverse ‘vedrebbero’ sfaccettature differenti).
Le interpretazioni dei fatti sono le cose che noi vediamo nei fatti; ma è sicuro che si è svegliato? E se dormisse ancora? E se fosse morto? E se avesse il telefono scarico? In realtà, ha provato a chiamarmi ma non c’era campo. Avrà pensato che io non voglio rispondergli, che sono arrabbiato con lui o chissà che altro potrebbe addirittura pensare Tizio di cosa pensa Caio.
Spesso succede che leggiamo il comportamento dell’altro in modo autoriferito: se non mi ha chiamato dipende certamente da me. Forse non mi vuole bene. Forse non sono importante per lui.
Spero di averti dato l’idea di come può generarsi la nostra sofferenza a partire da alcune situazioni iniziali apparentemente neutre dal punto di vista emotivo, innocue in teoria, in pratica fonte attivante delle nostre distorsioni di pensiero che ci conducono a stare male. Puoi rintracciare qualche esempio che ti riguarda?
Ieri il mio capo mi ha chiamato a fine giornata. Mi sono preoccupata…
Ieri il mio capo mi ha chiamato a fine giornata. Che emozione!
Ieri il mio capo mi ha chiamato a fine giornata. Lo avrei preso a schiaffi…
Domani è prevista pioggia. Che fico…
Domani è prevista pioggia. Sono proprio sfortunato!
Domani è prevista pioggia. A me non cambia nulla.
Quelle due mi stanno guardando. Devo sembrare ridicolo…
Quelle due mi stanno guardando. Ora mi avvicino…
Quelle due mi stanno guardando. Avranno sbagliato persona…
Caio incontra Tizio e prova ansia… Come te lo spieghi?

Faccio quello che mi pare!?

Da sempre combattiamo tra chi siamo e chi dobbiamo essere, tra cosa vorremmo autenticamente e cosa dobbiamo fare per rispondere ad una serie di aspettative. Tra sentimenti di esclusione e bisogno di appartenenza. Tra originalità individuale e un necessario processo di adattamento sociale.
Le aspettative all’inizio provengono dall’esterno e gradualmente le facciamo nostre.
In questo conflitto possiamo fare scelte polarizzate che creano problemi.
Sul polo del fare ciò che vogliamo, sempre e comunque, a prescindere da tutto e da tutti.
Sul polo di seguire in maniera rigida e acritica le direttive provenienti dall’esterno o direttive di comportamento interne altrettanto rigide.
Un percorso di consapevolezza e responsabilità ci conduce ad integrare i due poli aiutandoci a fare scelte che tengano conto in maniera equilibrata di ciò che vogliamo autenticamente (i nostri desideri vitali, sentiti col cuore e col corpo, legati al piacere e alla realizzazione dei propri valori) e di ciò che è giusto fare secondo la nostra coscienza personale, le nostre sane ambizioni, ma anche ciò che è giusto fare tenendo conto della nostra coscienza etica e sociale che disegna i confini del nostro rapporto con gli altri, che esistono coi loro desideri, bisogni e valori altrettanto legittimi dei nostri.
La sofferenza nasce quando non riesci a trovare il tuo equilibrio. Quando sei troppo sbilanciato su ciò che vorresti e non riesci a tener conto dei tuoi limiti e dell’esistenza degli altri. Quando sei troppo sbilanciato sulle aspettative degli altri e sulle loro esigenze fino a perderti il contatto con ciò di cui tu hai bisogno e desideri.
Per uscire da questo pantano doloroso è utile farti aiutare dalle tue emozioni. Se le riconosci e le ascolti ti offrono una bussola fondamentale per trovare la direzione del tuo equilibrio.
Rabbia, tristezza, paura, vergogna, senso di colpa sono le 5 emozioni più frequenti che ci forniscono la misura dei nostri bisogni insoddisfatti e dei nostri conflitti interni e interpersonali. Da questa consapevolezza puoi ricavare le azioni da mettere in campo per trovare la tua giusta misura tra gli eccessi del fare ciò che vuoi e fare ciò che vogliono gli altri.

Alla base dello stress

Alla base dello stress troviamo…
Prova a rispondere a partire dalla conoscenza del tuo stress, di cosa è stressante per te, di quanto è quale stress è presente nella tua giornata, nella tua vita…
Ti fornisco una traccia per esplorare e comprendere il tuo stress e magari per ridurlo e iniziare a governarlo.
Le nostre giornate sono piene di attività e di impegni, di cose che facciamo e che dobbiamo fare; piene di relazioni, di persone che incontriamo, di persone che vorremmo incontrare e di persone che temiamo di incontrare. Insomma, la nostra giornata è piena di emozioni. Gioia, felicità, paura, preoccupazione, vergogna, senso di colpa, tristezza, solitudine, rabbia, disgusto, gelosia, invidia, sorpresa, entusiasmo, pace. E tante altre ancora.
Purtroppo, come ti sarai reso conto dall’elenco precedente, ma soprattutto da una diffusa comune esperienza quotidiana, abbiamo molte più parole ed espressioni per le emozioni negative che per quelle positive. È una questione di evoluzione della specie. Le emozioni dolorose sono state più utili per garantirci la sopravvivenza come singoli e come gruppi. Ad esempio, la paura per proteggerci, per cercare aiuto, per fuggire la minaccia, per attaccarla. La tristezza per cercare vicinanza, conforto, consolazione; la rabbia per farci rispettare e mettere barriere a chi si vuole approfittare di noi e viene a rompere i confini…
Le emozioni negative o stressanti sono importanti perché ci segnalano che qualcosa non va, va storto, diversamente da come dovrebbe andare o vorremmo che andasse. Le emozioni ci invitano a guardare i bisogni insoddisfatti, a renderci pienamente conto di cosa è avvenuto e perché per noi è così stressante, frustrante, doloroso.

Allora, per iniziare a capire, chiediti: quello che è successo in che modo minaccia di mandare all’aria o ha già compromesso un mio scopo importante? Qual è la posta in gioco? Ecco alcuni esempi.

Le hai chiesto di uscire, ma lei preferisce altro, qualcun altro. Ti senti rifiutato, un po’ triste e un po’arrabbiato, preoccupato di rimanere solo, per tutta la vita, “nessuna mi vuole e mi vorrà mai” ti ritrovi a pensare. Il tuo bisogno di relazione e di un legame importante è fortemente a rischio di fallimento, almeno questa sembra la tua paura più forte. Ti senti fortemente abbattuto e temi di restare solo per sempre.

Altro esempio: vorresti uno spostamento di ufficio, hai bisogno di sperimentarti in altro, ma non riesci a chiederlo, mandi segnali indiretti per farti apprezzare, ma i responsabili non sembrano coglierli, non riesci proprio a chiederlo in modo più deciso. Ti senti una nullità, ti autosvaluti per la situazione demotivante che vivi e per la tua inefficacia nel superarla. Provi tristezza, rabbia con te stesso e un grande senso di incapacità. Credi che resterai un mediocre, “per tutta la vita” pensi “mentre gli altri si fanno avanti…”. “Sono un fallito” è un altro pensiero pesante…

Terzo esempio: hai detto ai tuoi che vuoi trasferirti a Verona dove un’amica potrebbe ospitarti per qualche mese e dove hai già trovato un lavoro dentro uno studio di architettura, stai finendo di laurearti e questa potrebbe essere una grande occasione. In attesa di capire se può andare per te ed eventualmente trasferirti in modo definitivo. La loro reazione è di critica manifesta e sconforto velato: “ma dove vai? È pericoloso, non sei ancora pronta, poi qui hai diverse possibilità, anche Luca, il tuo ragazzo, non sarà felice…”. Ti senti semplicemente bloccata. Piena di rabbia, tristezza, ma anche molto insicura. Ti aspettavi un po’ di sostegno, ti è arrivato qualcosa tipo “ci tradisci, ci lasci soli, peraltro senza alcun futuro certo…”. La rabbia è sempre più forte, ma anche l’indecisione. Rimandi in attesa di capire, ma intanto temi che il treno buono stia andando via…

Trova ora tu altri esempi, altre risposte…
Se ti bocciano, qual è l’emozione? Quale il bisogno frustrato? Quale il vero fondamentale scopo compromesso o minacciato?
Se il capo ti dice no, qual è l’emozione? Quale il bisogno frustrato? Quale il vero fondamentale scopo compromesso o minacciato?
Quando il capo, ti ‘chiede’ di lavorare ancora un’altra ora, qual è l’emozione? Quale il bisogno frustrato? Quale il vero fondamentale scopo compromesso o minacciato?
Quando lui si dimentica di ciò che gli avevi chiesto, qual è l’emozione? Quale il bisogno frustrato? Quale il vero fondamentale scopo compromesso o minacciato?
Quando lei è sempre indaffarata con la casa o con le amiche, qual è l’emozione? Quale il bisogno frustrato? Quale il vero fondamentale scopo compromesso o minacciato?
Quando tuo figlio non ascolta la tua ennesima richiesta di mettere a posto la sua stanza, qual è l’emozione? Quale il bisogno frustrato? Quale il vero fondamentale scopo compromesso o minacciato?
Quando vedi i tuoi genitori invecchiare, qual è l’emozione? Quale il bisogno frustrato? Quale il vero fondamentale scopo compromesso o minacciato?
Quando il tuo amico ti ha dato buca, qual è l’emozione? Quale il bisogno frustrato? Quale il vero fondamentale scopo compromesso o minacciato?
Se sei costretto a restare a casa, qual è l’emozione? Quale il bisogno frustrato? Quale il vero fondamentale scopo compromesso o minacciato?
In tutte queste situazioni e tante altre simili, qual è la vera importante posta in gioco per te?
Trovato lo scopo, hai più chiarezza su cosa vuoi, devi e puoi fare per governare quelle emozioni e quello stress…

Di che colore sono le tue relazioni?

Tu puoi scegliere che tipo di rapporti avere con gli altri, ma tu non puoi cambiare gli altri.

Pensa ad alcuni tuoi rapporti e nota cosa noti…
Da quali emozioni sono solitamente caratterizzati… Cosa ti fa arrabbiare… Cosa ti rende felice in quel rapporto… Cosa ti rattrista… Cosa ti preoccupa in quel rapporto…
Le emozioni sono il colore del rapporto.
Le emozioni ti segnalano cosa va e cosa non va nel rapporto. Cosa vorresti cambiare, cosa vorresti migliorare, cosa vorresti potenziare in quel rapporto. Cosa vorresti… E cosa dovresti fare per colorare quel rapporto come più ti aggrada… Cosa dovresti fare tu e cosa non dovresti fare … Cosa puoi fare e cosa non puoi fare … Ad esempio, puoi parlare, puoi dire come ti senti, puoi esprimere cosa ti piacerebbe, puoi proprio fare una richiesta specifica: io vorrei… E poi ti devi fermare e aspettare la risposta dell’altra persona.
Aspetta la risposta, ma attento alle tue aspettative verso l’altra persona. Le aspettative e le sorelle cattive, le pretese, possono essere per te e per la relazione piuttosto pericolose… Lo sai: aspettarsi è lecito come anche rispondere in modo diverso dalle aspettative altrui… Pretendere è sempre rischioso, perché di fatto stai obbligando l’altro a darti ciò di cui hai bisogno; pochi rapporti funzionano bene se basati su chi obbliga e chi esegue. Possono funzionare a breve termine, ma a lungo andare la relazione si avvelena.
Allora, consapevole che tu hai abbastanza controllo su ciò che fai, ma scarso potere su ciò che fa l’altro, inizia a notare le tue aspettative e le tue pretese e trasformale in “semplici” espressioni di desideri, bisogni e richieste. E soprattutto, mentre speri di ricevere risposte positive, mettiti anche nella giusta disposizione d’animo per accettare anche quelle negative…
Il futuro di quella relazione sarà una conseguenza di questo tuo atteggiamento…

Tu non puoi cambiare gli altri, ma tu puoi scegliere che tipo di rapporti avere con gli altri.

Autoregolazione

Un problema che molto spesso mi riferiscono le persone è l’esaurimento psicofisico da sovraccarico. Sovraccarico di attività, compiti, impegni, doveri. Ad esempio, le situazioni più diffuse: un genitore coi figli, un dipendente/collaboratore col capo, una persona remissiva e compiacente con un’altra invadente e richiedente… A volte anche un figlio coi genitori o tra partner o tra amici. A volte, ancora, con noi stessi siamo molto esigenti, pieni di pretese perfezionistiche, non ci accontentiamo mai delle nostre prestazioni.
Ecco allora tre strategie concrete e coordinate per ridurre il nostro esaurimento e migliorare il nostro benessere.
1. CAPIRE TUTTI, MA NON FARSI CARICO DI TUTTI E DI TUTTO. Comprendere la legittimità del bisogno altrui, imparando contemporaneamente a legittimare i propri bisogni, prima di arrivare all’esaurimento.
2. METTERE CONFINI. Esterni (agli altri) e interni (le pretese che abbiamo verso noi stessi). Riconoscere il proprio limite prima di esaurirsi e scoppiare. Dire qualche no in più, imparando a sciogliere i sensi di colpa.
3. IMPARARE A CHIEDERE oltre che a dare, a prendersi cura di sé oltre che degli altri, a prendersi cura di certi nostri bisogni e piaceri trascurati oltre che dei soliti bisogni legati al dovere.
Insomma, alla fine, si tratta di cominciare a riscrivere, in modo consapevole e responsabile, le regole della tua vita, le regole nelle relazioni e nei tuoi comportamenti.
Oddio! E poi che succederà?
Quello che succederà… Lo affronterai… Imparerai ad affrontarlo forte delle energie recuperate…

E che avrò detto mai!?

Spesso succede qualcosa e reagiamo in modo aggressivo. Se non fisicamente, almeno psicologicamente, ad esempio esprimiamo critiche feroci, giudizi severi, rimproveri sprezzanti a chi ci ha detto o fatto qualcosa.
A volte, è chiaro l’accaduto e anche come lo abbiamo vissuto: qualcuno ci ha offeso o insultato o danneggiato o per prima criticato ingiustamente o svalutato o minacciato o deluso o qualcos’altro che può rendere alquanto comprensibile il senso della nostra reazione di contrattacco e di difesa, di autoprotezione fisica e psicologica. Ci vogliamo far rispettare e non accettiamo che qualcuno ci tratti in quel modo.
In altri casi, la questione è un po’ più misteriosa, enigmatica. Né noi né l’altro sappiamo spiegarci in maniera chiara cosa è successo, cosa ha determinato la nostra reazione che sembra spropositata. Siamo impazziti? Abbiamo perso il controllo? Siamo permalosi fino alla sospettosità paranoica?
“E che ti ho detto cotica!?” si dice dalle mie parti… Probabilmente in altri luoghi esistono altri modi e linguaggi, ciascuna persona ne può trovare uno almeno, per esprimere sconcerto, a volte sdegnoso, a volte paura e rabbia, di fronte alla reazione eccessiva e di primo acchito incomprensibile.
In questi casi, è utile interrogare il nostro mondo interiore. Cosa mi ha attivato quello che l’altra persona ha detto o fatto? Cosa ho provato, quali emozioni e sentimenti? Cosa ho pensato? Quali bisogni ho sentito frustrati? Quali scopi ho immaginato compromessi? Qual è stata la ‘minaccia’ che ho vissuto?
Queste domande e simili, trova le tue, possono veramente illuminare ciò che all’inizio era completamente oscuro e soprattutto possono aiutare la persona a governare meglio quella frustrazione all’interno della relazione. Ad esempio, imparando a dire come si è sentita, cosa avrebbe desiderato, come avrebbe voluto essere trattata…

Visto

Ciascuno di noi ha bisogno di essere ‘visto’. Come quel bambino che siamo stati aveva bisogno di ‘attenzione’. Ma essere visto e avere bisogno di attenzione sono espressioni così generiche che vanno specificate per coglierne un significato utile e un valore nella pratica delle relazioni interpersonali.
Puoi ricevere attenzioni positive e negative, così come puoi essere visto in modi per te appaganti o frustranti.
Puoi essere visto ovvero amato, protetto, curato, rassicurato. Ma puoi essere anche non visto e quindi trascurato, dimenticato, spaventato, lasciato solo.
Puoi essere visto ovvero apprezzato, stimato, valorizzato. Ma anche criticato, rimproverato, disprezzato.
Puoi essere visto ovvero sostenuto, incoraggiato, stimolato. Ma anche inibito, bloccato, frenato, ostacolato.
Puoi essere visto ovvero cercato e desiderato e incluso all’interno di una relazione e di un gruppo. Ma puoi essere anche rifiutato, escluso, isolato.
Insomma hai capito: il nostro bisogno di essere importanti per un’altra persona può andare incontro ad esiti molto diversi, gratificanti o molto dolorosi.
E tu stesso verso gli altri puoi assumere questi atteggiamenti così opposti e polarizzati: desiderare, amare, apprezzare, sostenere, cercare l’altro oppure trascurarlo, essere indifferente, anche molto critico e rifiutante.
Tra queste polarità si trova gran parte del benessere o del malessere di una persona.
Inizia ad osservare da ora in poi cosa succede dentro di te (quali emozioni vivi, quali pensieri ti fai, quali sensazioni sperimenti, quali ricordi affiorano) nella tua vita quotidiana, nelle tue relazioni. Cosa succede dentro te, come influenza i tuoi comportamenti, le tue relazioni e il tuo benessere o malessere…

Il vero eroe moderno nei rapporti interpersonali

Vulnerabilità, fragilità, errore, limite, debolezza, paura, dolore, bisogno d’aiuto, confusione, imperfezione, delusione, prima o poi ti vengono a trovare. Tanto o poco che siano, è fondamentale che tu abbia la capacità di accoglierli come parte integrante del tuo essere umano, della tua esperienza di vita, dei tuoi rapporti interpersonali e della tua idea di te stesso. La capacità di accoglierli e il coraggio di integrarli dentro l’idea che hai di te stesso. Tu sei forte e fragile. Sei buono e sei cattivo. Sei imperfetto e perfetto così come sei.
Buono e cattivo sono giudizi. Sono i giudizi per eccellenza, con cui tutti siamo stati nutriti, forse intossicati, da cui discendono tutti gli altri giudizi. Il vero eroe moderno, capace di entrare in contatto intimo e di ascoltare profondamente l’altra persona, sa abbandonare la nostra umana naturale tendenza a giudicare (naturale quanto rinforzata dell’apprendimento educativo), sa essere presente all’esperienza dell’altro invece di criticarlo, sa comprenderlo invece di etichettarlo, sa condividere sofferenza e storia comune, invece che colpevolizzare ed ergersi a portatore di verità migliori.
Che non significa porgere l’altra guancia, mostrando un’accettazione di facciata che nasconde paura e pavidità, rabbia e risentimento. Che non significa giustificare chi ha ferito e disseminato dolore.
Quando ascolti profondamente l’altra persona, riesci a comprendere i motivi della sua storia e contemporaneamente la aiuti a prendersi la responsabilità delle sue azioni. Delle conseguenze di ciò che il suo comportamento ha provocato. La aiuti a diventare consapevole delle emozioni e dei bisogni che lo hanno spinto verso quel comportamento. E questo è fondamentale non solo per comprendere ciò che è avvenuto, ma anche per prevedere, con maggiore consapevolezza e responsabilità, il proprio comportamento futuro.
Colpevolizzare chi ha sbagliato è più facile, permette di scaricare la rabbia e la frustrazione, ma, nei fatti, non migliora il comportamento e nemmeno la relazione. Aiutare l’altra persona a prendersi la responsabilità significa aiutarla a confrontarsi con le conseguenze dei propri errori per prevenirne il più possibile in futuro. E questo permette un salto in avanti per la prestazione o il comportamento e per la relazione.
Prova ad applicare queste idee ai tuoi rapporti quotidiani. Tra genitori e figli. Tra partner sentimentali. Sul posto di lavoro. O nella comunità più ampia.

Puoi sintetizzare queste idee in:
– Trasforma il giudizio in comprensione. In particolare, distinguendo la valutazione del comportamento rispetto a ciò che può aver motivato l’altra persona.
– Trasforma la tua critica nell’espressione delle tue emozioni e dei tuoi bisogni. Cosa hai provato. Cosa avresti voluto.
– Trasforma l’accusa colpevolizzante in incoraggiamento all’assunzione di responsabilità. Non si tratta di colpevolizzare e odiare l’altra persona. Si tratta di aiutarla a farsi carico degli esiti delle sue azioni.
Provaci… Vedi quanto ci riesci e quanto no e perché… E verifica cosa succede in te e nelle relazioni con gli altri…

Quante A ha la tua felicità?

Sai quante A ha la tua felicità?
Una serie di strade da percorrere…

AUTOCONSAPEVOLEZZA. Riconoscere i tuoi stati mentali. Cosa provi. Cosa pensi. Cosa desideri. Cosa fai nelle situazioni della tua vita, quelle serene e gioiose e quelle dolorose e stressanti. Quando succede qualcosa, rintraccia le tue sensazioni, emozioni e pensieri in quella situazione. Sono il canale di accesso ai tuoi bisogni, per chiarire cosa vuoi e devi fare per affrontare quella situazione.

AGENTIVITÀ. Riconoscere, sviluppare e praticare la capacità di agire sui tuoi stati mentali. Ad esempio, regolare ed esprimere in modo sano le tue emozioni, governare i tuoi impulsi, esprimere in modo adeguato i tuoi pensieri, comportarti in modo coerente coi tuoi valori, saper mantenere la direzione e la motivazione anche di fronte alla frustrazione.

ATTENZIONE A SÉ. Invece che all’altro. Spostare la tua attenzione dall’altro (presunta fonte di stress) e concentrarti su te stesso, sul tuo funzionamento, sui tuoi modi di pensare, di agire e di reagire (reale fonte di sofferenza… E potenzialmente di gioia).

APPRENDERE ABILITÀ. Le abilità sono tutti quegli strumenti e quelle risorse che ti permettono di aggiustare le cose, risolvere problemi, affrontare ostacoli, riparare relazioni, superare paure. Abilità pratiche e di comportamenti, abilità emotive e di relazione, abilità di pensiero.

ATTIVARE STATI DI BENESSERE. Generare condizioni di pienezza, attività gratificanti, esperienze di piacere, incontri significativi e nutrienti. Riempire il tuo tempo di attività, persone ed esperienze che veramente ti procurano ciò che desideri.

ALLENARE CIÒ CHE TI FA STARE BENE. Che sia un modo di pensare o di agire, è importante che cerchi di ‘sostare’ il più possibile in quelle attività ed esperienze che ti procurano stati positivi in cui senti di realizzare una vita la più vicina possibile a come la desideri.

AAAAAAA. 7 A. Mantieni il focus sui bisogni fondamentali di ciascuno di noi:
ATTACCAMENTO. Bisogno di cure, di affetto, di protezione, di sicurezza. E il bisogno complementare di accudire, prendersi cura.
APPREZZAMENTO. Bisogno di stima. Di ambire, di scalare, di competere, di vincere.
AUTONOMIA. Bisogno di esplorare e di sperimentarsi. Di giocare, di curiosare, di creare, di cercare con passione ed entusiasmo.
APPARTENENZA. Bisogno di avere relazioni e far parte di gruppi. Di sentirsi inclusi, dentro. Di riconoscersi in un’identità comune.
AMORE. Bisogno di legami intimi, sensuali e sessuali. E tutte le forme d’amore che conosci… E puoi cercare…
ALLEANZA. Aiuto reciproco. Cooperazione, collaborazione, ricerca di alleanza in direzione di mete comuni e condivise.

AL SICURO. Scannerizzare pericoli all’integrità fisica per salvare la pelle…

Alla fine… Carpe Diem. Anzi, ATTIMO. Cogli l’attimo… Per tutto ciò che può voler dire per te…

Non è una ricetta per la felicità. Né un ‘come fare’. È una serie di strade da percorrere… Buon cammino…

… … …

Consigli bibliografici, sempre per la felicità. Se sei un tecnico in ambito psi, ti invito a leggere i lavori di Liotti e di Dimaggio. Se sei curioso e appassionato, ma non tecnico, allora leggi UN ATTIMO PRIMA DI CADERE. Di Giancarlo Dimaggio.

UN ATTIMO PRIMA DI CADERE

Questo sono stato. Sì!
Questo sono. Sì!
Questo sarò. Sì… E anche no!
La psicoterapia aiuta la persona ad agire al presente, per rileggere il passato e (ri)-scrivere il futuro. Riscrivere il copione anticamente scritto…
Immaginando prima una realtà diversa. Agendo quindi in modo diverso nella realtà. Facendo la spola tra agire e riflettere, riflettere e agire. Muoversi per capire. Comprendere per spostare le cose.
Questo è, in estrema sintesi, il lavoro terapeutico.
Questa è la psicoterapia descritta in UN ATTIMO PRIMA DI CADERE, romanzo di Giancarlo Dimaggio, psicoterapeuta, che racconta storie di vita di pazienti, che si incrociano con la storia personale dell’autore e la sua evoluzione professionale. Un libro per tutti in cui la tecnica terapeutica viene romanzata quanto basta a catturare il lettore che può leggere probabilmente in alcuni passaggi anche pezzi della sua storia di vita.
Gli incontri, gli incidenti, le relazioni, le fortune, le scelte, insomma la nostra storia, scrivono direttamente ‘nel corpo’ una trama, con una serie di personaggi, che abitano la nostra mente e agiscono in noi, nelle nostre scelte, nelle nostre relazioni, a plasmare i nostri pensieri, a disegnare le nostre emozioni.
Il corpo vitale esprime gioia, fierezza, orgoglio, eccitazione, ma purtroppo, a volte o spesso, il corpo è corazza che porta anche dolore, cupezza, rifiuto e angoscia.
Affrontando le proprie paure, i propri ‘luoghi oscuri’, consapevole che “chi fa sbaglia, chi non fa sbaglia due volte”, il terapeuta mette al servizio della cura la sua ‘risonanza emotiva’ col dolore del paziente.
Il paziente racconta, più o meno chiaramente, i suoi vissuti di angoscia, paura, umiliazione, violenza, tradimento, esclusione, abbandono, rifiuto, svalutazione, colpa, solitudine.
Con disciplina interiore che la metà non basta, il terapeuta sta lì, con lui, respirando la stessa puzza, per riscrivere da qui, ora, una possibilità diversa. Per immaginarla… Per attraversarla con tutto il corpo… Per portarla nella realtà, attraverso azioni nuove, tutte da inventare, tutte da testare, tutte da affinare, fino a scrivere un finale diverso di vecchie storie, l’inizio di una nuova vita…