Agenti, sorgenti, miserie e meraviglie

Noi esseri umani siamo agenti attivi dei nostri processi di pensiero e dei nostri comportamenti. È dentro di noi che sorgono stati emotivi e sensazioni corporee generate dai nostri pensieri, siamo noi la fonte delle nostre decisioni. Siamo portatori, più o meno sani, di credenze, convinzioni, scopi, valori, obiettivi, azioni. Siamo noi ad avere il controllo di cosa facciamo con ciò che ci succede.
Sì, è vero tutto questo… e anche no.
Abbiamo il controllo, ma non il totale controllo. Siamo consapevoli di cosa viviamo e cosa scegliamo, ma non del tutto. Qualcuno lo chiama inconscio, qualcuno la chiama conoscenza implicita, qualcuno la chiama memoria corporea tacita. Qualcuno parla di “essenziale invisibile agli occhi”.
Io ti sto parlando di come, molto spesso, il nostro comportamento è guidato da automatismi inconsapevoli che fanno scattare in noi reazioni (emotive, di pensiero e di azione) su cui abbiamo inizialmente poco o alcun controllo. E questo accade soprattutto quando siamo coinvolti in relazioni interpersonali. Come, ad esempio, in alcune ‘miserie’ tipiche nella nostra mente.
Quando, senza rendercene conto:
– vogliamo controllare ciò che non è in nostro potere controllare
– vogliamo cambiare pensieri e comportamenti dell’altra persona
– giudichiamo gli altri perché sono per noi brutti sporchi e cattivi
– giudichiamo noi stessi perché non siamo come vorremmo e dovremmo essere
– ci lamentiamo in modo sterile senza mai passare ad un’azione risolutiva che provi a risolvere il problema per cui ci lamentiamo
– ci sentiamo vittime degli altri e delle circostanze avverse e non sappiamo assumerci la responsabilità del nostro cambiamento
– cerchiamo in tutti i modi di accontentare gli altri per restare sempre insoddisfatti e stressati
– non sappiamo riconoscere i nostri bisogni
– non sappiamo legittimare i nostri bisogni anche quando li abbiamo riconosciuti
– non sappiamo chiedere per i nostri bisogni che pure sentiamo legittimi
– non sappiamo dire no alle richieste degli altri che sentiamo eccessive
– agiamo in modo impulsivo senza riflettere
– rimuginiamo all’infinito senza mai rassicurarci
– ruminiamo su quanto accaduto senza mai trovare pace
– ci aspettiamo o addirittura pretendiamo che gli altri pensino e agiscano come noi
– pretendiamo dagli altri invece di farci carico di ciò che vogliamo ottenere
– vogliamo ottenere tutto e subito ma finiamo per sentirci sempre insoddisfatti e impotenti
– corriamo appresso al tempo ma il tempo non ci basta mai
– aggiungiamo sensi di colpa, vergogna e fallimento ad un dolore che non riusciamo ad accettare
– vogliamo cambiare senza cambiare…

L’esito comune a questi automatismi disfunzionali inconsapevoli e miserevoli è un grado più o meno elevato di frustrazione, delusione, ansia, rabbia, tristezza, sensi di colpa e inadeguatezza, vergogna, fallimento, ecc.

Il lavoro di crescita personale e cura di sé parte proprio dalla consapevolezza dei nostri automatismi, spesso disfunzionali e invisibili ad un occhio non attento. Imparare a notare le nostre tendenze automatiche sia del pensiero sia del comportamento e conseguentemente nell’emozione che proviamo, è un primo  passaggio fondamentale per migliorare il nostro benessere individuale e interpersonale.
Non ti resta a questo punto che andare in libreria (anche on line) e ordinare ‘Alice nel paese delle miserie’, il libro che propone un viaggio di crescita personale che prima o poi tutti dobbiamo compiere…

Tre tipi di perfezionismo patologico

Esiste un perfezionismo sano che è quello che ti permette di alzare il livello delle tue ambizioni e dei tuoi standard, che ti permette di crescere nei risultati che ottieni in uno o più ambiti della tua vita, che ti permette di godere dei risultati raggiunti, apprezzarli, assaporarli, gustarli fino in fondo e che ti permette anche di fermarti quando proprio non ce la fai o ti rendi conto che oltre non puoi andare e riesci ad accettare questo come parte fondamentale della tua crescita ed evoluzione.
Esistono poi tre tipi di perfezionismo patologico.
1. Verso te stesso
2. Verso gli altri
3. Verso la realtà
In tutti i casi è il tuo giudizio a dominare la tua esperienza emotiva.
PERFEZIONISMO PATOLOGICO è sinonimo di PRETESA. Ovvero di OBBLIGO.
Tu DEVI essere…
Gli altri DEVONO essere…
La realtà DEVE essere…
SOLO ED ESCLUSIVAMENTE IN UN UNICO MODO.

1. Pretendi da te stesso SOLO ED ESCLUSIVAMENTE la perfezione, il massimo. Altre possibilità non sono contemplate. E quando questo avviene, perché avviene di non raggiungere sempre il top, ti maltratti con giudizi feroci e spietati, ti senti in colpa e ti vergogni o peggio ti arrabbi con qualcosa di esterno a te (eventi e persone) perché profondamente ti senti così fragile da non riuscire ad accettare qualcosa di meno che perfetto né riesci a metterti realmente in discussione.

2. Pretendi dagli altri SOLO ED ESCLUSIVAMENTE la perfezione. Magari verso i figli o verso i collaboratori, addirittura verso gli amici o gli estranei: non riesci a confrontarti con un comportamento degli altri che sia ‘meno’ di quanto dovrebbe essere, avrebbe dovuto essere, deve essere. E quando succede, perché succede che ti senti deluso dai ‘risultati’ degli altri, invece di mettere in discussione in modo sano e condiviso le tue aspettative e quelle dell’altra persona, magari per rimodulare in modo sano i comportamenti da adottare, finisci solamente per arrabbiarti fino a minare la bontà della relazione. A volte o spesso diventando aggressivo verso l’altra persona, con giudizi sprezzanti e critiche feroci. Rifiuti estremi e punizioni sostanzialmente sempre inefficaci.

3. Pretendi dalla realtà SOLO ED ESCLUSIVAMENTE la perfezione. Non contempli affatto che le cose, gli eventi, le situazioni siano minimamente diverse da come dovrebbero essere, da come te le aspetti, da come desideri. E quando inevitabilmente succede che si realizzi uno scarto tra realtà e ideale allora provi le emozioni dolorose più svariate: frustrazione, rabbia, tristezza, angoscia.

Diventare consapevoli di quale perfezionismo ci appartenga, capendone il senso, il valore, la funzione, è il primo passo per abbandonarlo, verso una maggiore flessibilità nel proprio comportamento e nelle personali strategie per affrontare il proprio dolore e i problemi nelle relazioni interpersonali. Insomma un primo passo del viaggio dalle miserie alle meraviglie…

Conosci il libro ‘Alice nel paese delle miserie’? Ci puoi trovare una serie di strumenti di consapevolezza e di cambiamento al servizio della tua crescita personale flessibile. Puoi ordinarlo in libreria o sul sito dell’editore youcanprint.it o su Amazon.

Tre strade per fronteggiare frustrazione e sofferenza

Molta parte della nostra sofferenza nasce nei rapporti interpersonali. Conflitti, incomprensioni, silenzi, grida. A casa, al lavoro, nei più disparati ambiti.
Per affrontare questa sofferenza, con l’idea di alleviarla, ridurla, anche eliminarla, perlomeno governarla e renderla più sostenibile, possiamo seguire tre strade, tra loro integrate.

COMPRENDERE. La situazione, la posta in gioco, i motivi dei problemi interpersonali e delle rispettive frustrazioni, la nostra e quella dell’altro. Entrambi siamo insoddisfatti e vorremmo qualcosa di diverso.
Comprendere i nostri bisogni, cosa per noi è importante e ci manca in questa situazione.
Comprendere, quindi, la ‘mappa’ dell’altro, la sua prospettiva: i suoi bisogni e desideri, i suoi pensieri, i suoi valori, le sue emozioni, cosa sta provando, cosa sta cercando e cosa sta tentando di fare per ottenerlo.

COMPORTARSI IN MODO EFFICACE. Agire per cercare di modificare la situazione. Comportarsi in modo tale da ottenere la soddisfazione dei nostri bisogni e desideri, se possibile integrati con quelli dell’altro.
A volte agire vuol dire comunicare in modo efficace, ascoltare l’altro, cercare una comprensione reciproca, fare richieste.
A volte ciò che facciamo risulta effettivamente efficace e riusciamo a realizzare ciò che volevamo, altre volte no. Quasi sempre un po’ siamo contenti, un po’ restiamo insoddisfatti. Un po’ o un bel po’, dipende dai casi ovviamente.

ACCETTARE. La terza necessaria strada. Accettare, intanto, le emozioni che ci vengono a trovare e che ci segnalano l’andamento della situazione, il grado di soddisfazione raggiunto. Potremmo provare gioia, orgoglio, gratitudine, soddisfazione di sé oppure tristezza, rabbia, disgusto, preoccupazione, inadeguatezza se la situazione non è migliorata di molto per noi. Comunque dobbiamo accogliere queste emozioni, cercarne il senso e il valore per andare avanti, per gioire e patire, per modificare ciò che dobbiamo cambiare per ottenere ciò che vogliamo.
Dobbiamo secondariamente accettare la diversità dell’altro da noi: non vuole le nostre stesse cose, non ha i nostri stessi pensieri e valori, spesso è un ostacolo alla nostra soddisfazione, ma più di tanto non ci possiamo fare. Abbiamo adottato una serie di strategie, alcune sono state utili ed efficaci, altre sono servite a migliorare la nostra situazione, altre non sono state utili perché hanno incontrato ostacoli e impedimenti messi dall’altro con le sue intenzioni e i suoi bisogni diversi dai nostri. Ecco quindi che una parte dell’accettazione riguarda anche la nostra impotenza, i nostri limiti. Anche se non ci piace, spesso non possiamo fare altro che dire, a noi stessi, prima di tutto: “è andata così! Ce l’ho messa tutta… Ho cambiato alcune cose, ma non ho raggiunto totalmente ciò che volevo… Anzi ho ottenuto poco…. È andata così!”

Tra la mia e la tua pretesa è possibile l’intesa

Probabilmente sarà capitato anche a te, nelle tue relazioni, di riconoscerti in reazioni scomposte ed eccessive a situazioni attuali che non sembrano giustificare la tua risposta emotiva e comportamentale. L’altro (partner, figlio, collega, capo, genitore, amico) dice o fa qualcosa e tu reagisci in maniera esagerata…
Siamo semplicemente dentro un’altra miseria comune: la pretesa.
La nostra pretesa origina dalla nostra ferita ovvero dalla nostra storia di bambini (siamo tutti esseri umani feriti, più o meno grandemente). Come siamo stati trattati dalle persone significative della nostra storia, soprattutto se questo trattamento ci ha procurato dolore, ha creato in noi un condizionamento per cui oggi tendiamo a reagire a certe situazioni per noi sensibili come se venissimo trattati in modo simile all’originario. Anche se nei fatti non è così, anche se non è nelle intenzioni dell’altro, ciò che conta è come noi ci sentiamo quando l’altro ha detto o fatto qualcosa.
Se sono stato sempre fortemente criticato dai miei genitori, tenderò a percepire critiche dappertutto…
Se sono stato trattato ingiustamente, troppo spesso e troppo ferocemente, vivrò oggi quasi tutto e quasi sempre come un’ingiustizia nei miei confronti…
Se sono stato abbandonato, facilmente oggi mi sentirò abbandonato anche solamente se un mio amico decide di uscire anche con un altro suo amico…
Se ‘lì e allora’…
Oggi ‘qui e ora’ …
Completa a tuo (s)piacimento…
Il nostro dolore del momento deriva da una fonte che va oltre questo momento.
Le nostre reazioni possono sembrare agli altri e a noi stessi irrealistiche e irrazionali, ma il nostro dolore è molto molto reale e fa molto molto male…
I nostri pensieri, le nostre azioni e i nostri sentimenti ‘qui e ora’ non sono quelli dell’adulto, sono quelli del ‘bambino ferito dentro di noi’ che continua ad aspirare, ad aspettarsi, a cercare, a pretendere ciò che non ha ricevuto ‘lì e allora’…
Dietro molta della nostra sofferenza personale e nelle relazioni esiste questo funzionamento interiore… Questo ‘bambino ferito’ che governa da dentro l’adulto…

Quale cura?
Cominciare a riconoscere quel bambino ferito in azione…
Riconoscere le sue emozioni come valide e legittime, comprensibili, sensate…
Riconoscere i bisogni frustrati che esprimono quelle emozioni… Semplicemente il bisogno di essere amato e curato, apprezzato e valorizzato, sostenuto e incoraggiato, incluso e desiderato…
Riconoscere i comportamenti problematici attuali e provare ad interromperli… Provare significa fare qualcosa di diverso ma anche prevedere che probabilmente alcuni comportamenti sarà difficile abbandonarli semplicemente con uno sforzo di volontà… Provare a cambiarli, a non metterli in atto ci permette, comunque, di comprendere quali sono le difficoltà, le paure e altre emozioni che rendono difficile il cambiamento… In questo modo sarà possibile esplorare in modo sempre più accurato la ferita fino a quando alcuni cambiamenti cominceranno ad emergere come possibili, reali, effettivi…

Questo è sostanzialmente ciò che avviene in un percorso di cura della ferita in psicoterapia… Meglio se condito da un atteggiamento di compassione verso di sé e verso gli altri ovvero dentro una cornice di ‘saggia gentilezza amorevole’ verso di sé e verso gli altri, di riconoscimento che le umane miserie accomunano tutti quanti noi e che il cambiamento efficace e duraturo comincia dall’accettare la nostra sofferenza, la nostra storia e le nostre (e altrui) umane imperfezioni…

Quando il bambino ferito di ciascuna persona è riconosciuto, compreso e curato, i problemi attuali nella relazione possono essere affrontati in modo più sano, consapevole, libero e responsabile…

Chi lascia la strada vecchia…

Certamente anche tu ti confronterai quasi quotidianamente, anche più volte al giorno, con quella che qualcuno chiama la ‘verità del piffero’: se continui a fare ciò che hai sempre fatto o che fai da tempo immemore, continuerai ad ottenere i soliti esiti. Se vuoi eliminare la frustrazione e alleviare il dolore, ma continui a comportarti sempre allo stesso modo, finirai per mantenere e addirittura alimentare proprio ciò che vuoi combattere e allontanare dalla tua vita. Esempi.
Ti arrabbi e spacchi tutto, nella realtà o nella fantasia (di vendetta e di rivalsa).
Cerchi di alzare ancora e ancora e ancora di più il livello delle tue prestazioni e dei tuoi sforzi.
Cerchi di essere sempre più ineccepibile, senza macchia, lindo e pinto.
Vai in giro con scritto in fronte ‘zerbino’: servizievole, sottomesso, compiacente, al limite del sacrificio.
Pensi, in maniera ripetitiva quanto sterile, a ciò che poteva essere e non è stato.
Pensi, in maniera ripetitiva quanto sterile, a ciò che potrebbe essere, ma su cui nessuno ti può dare risposte certe e totalmente rassicuranti.
Fai tutto e sempre da solo e non riesci a riconoscere i tuoi bisogni e chiedere aiuto quando serve (non sia mai).
Lavori 48 ore al giorno e sei costantemente iper-affaccendato, che tu sia il presidente di una multinazionale o una casalinga o un tuttofare iper-disponibile.
Eviti di frequentare persone, ti ritiri in casa, ti chiudi in te stesso, nel tuo mondo fantastico, che forse tanto fantastico non è.
Pratichi qualche forma di dipendenza: alcol, droghe, cibo, gioco d’azzardo, shopping, sesso, social media, attività fisica compulsivi.
Hai altri esempi?
La soluzione, allora, tu mi dirai, è presto fatta: comincia a cambiare qualcosa del tuo modo di pensare e di comportarti e così arriveranno risultati diversi, finalmente riuscirai ad eliminare la tua sofferenza o perlomeno a battere una strada nuova per iniziare a sconfiggere ciò che ti fa soffrire. Giusto! In teoria. In pratica, cambiare richiede di accedere al proprio sano coraggio per affrontare la paura del cambiamento. Perché se a parole incontriamo il nostro desiderio (a volte, a dire il vero, nemmeno a parole), nei fatti ci viene a trovare la paura di perseguire quel desiderio. L’abbiamo appresa nella nostra storia di vita…
Consapevoli di ciò, ti suggerisco l’inizio della strada nuova… Che sta a due passi:
1. Individua il comportamento fallimentare attraverso cui tenti inutilmente di fronteggiare frustrazione, delusione e sofferenza. E anzi finisci per alimentarle. Ti ho dato qualche suggerimento…
2. Prova a non metterlo in atto. Prova ad astenerti. Non ci devi riuscire, ma ci devi provare. Che tu ci riesca o meno e per quanto tempo eventualmente, sarà comunque utile a raccogliere informazioni preziose su di te. Su cosa è successo nella tua mente: cosa hai pensato, quali emozioni e sensazioni hai provato. E su cosa è successo nella realtà esterna, nelle tue relazioni, come hanno reagito altre persone coinvolte. Informazioni fondamentali per comprendere come funzioni e come puoi cambiare alcuni modi di pensare e agire, effettivamente ed efficacemente, in direzione del tuo benessere soggettivo e interpersonale.

Se sei ancora più curioso del rapporto tra strada vecchia e nuova, ti suggerisco la lettura di ‘Alice nel paese delle miserie’ (Lino Fusco, youcanprint, 2021).

Per i lettori tecnici e colleghi che volessero approfondire, suggerisco la lettura di “Corpo, immaginazione e cambiamento” di Dimaggio e colleghi (Raffaello Cortina, 2019).

È andata così… Ma almeno ci hai provato… E tanto hai imparato…

La compassione e la meraviglia

Una delle miserie in cui siamo tutti più frequentemente incastrati è quella per cui vogliamo cambiare le altre persone. Ti è mai successo? Certe volte vorresti cambiare il partner perché proprio non ti capisce e vai su tutte le furie o sprofondi nella tristezza … Certe volte è il capo o il collaboratore o il collega che si permette di non essere proprio come tu vorresti che fosse… Altre volte è tuo figlio o tua madre o tua sorella che non si rende conto di quello che dice, che pensa e che fa… A volte capita anche con gli amici e perfino con gli sconosciuti o col fruttivendolo che dovrebbe essere esattamente come tu lo vuoi…
“Ma come si permette ‘questa gente’, vicina e lontana, di essere per me fonte di frustrazione e delusione?” Con questi pensieri spesso accompagni le tue giornate stressanti…
Qui si rende evidente un’altra nostra tipica miseria di esseri umani imperfetti: la pretesa. Pretendiamo che tutto (tutto… tutti…) sia esattamente come noi lo vogliamo… “E perché dovrebbe essere diversamente?” Forse esagero… Forse no…
Fermo restando che ogni caso è a sé e consapevole del rischio di generalizzare, ti invito a riflettere su alcune questioni e soprattutto ad esplorare cosa succede dentro di te quando ti ritrovi vittima di te stesso e delle tue miserie…
Pensa ad una tua relazione, più o meno importante e significativa: coppia, lavoro, figli, genitori, suoceri, generi, fratelli, amici, fruttivendoli, parrucchieri, automobilisti, personaggi famosi, personaggi social, ecc.; come vedi la relazione può essere molto reale, intima e quotidiana o anche più immaginaria e in teoria ‘leggera’…
Pensa ad un episodio specifico: una lite col partner, un problema col figlio,un disappunto nel traffico o una foto su Instagram…
Individua cosa l’altro ha detto e fatto… Cerca di essere specifico e concreto descrivendo il comportamento ‘visibile’ dell’altro e non la tua interpretazione (che comunque esiste)…
Individua cosa tu hai provato e pensato… Qui puoi tirare fuori tutte le tue interpretazioni,i tuoi pensieri, i tuoi giudizi e tutto il corteo di emozioni che si portano dietro… Ad esempio: “ma come ha fatto l’altro a fare quello che ha fatto”? (pensieri)… “Provo rabbia, tristezza, confusione, sconcerto, ansia, preoccupazione, senso di colpa, delusione”… ecc. (emozioni)…
Nota cosa è successo tra voi e dentro di te per cui sei passato dal vedere cosa l’altro ha detto e fatto a fare quei pensieri e sentire quelle emozioni… Probabilmente questo è lo spazio della tua ‘ferita emotiva’: ciò a cui sei particolarmente sensibile e che ti genera queste reazioni che sono in te abbastanza tipiche… Tutti quanti noi abbiamo delle ‘aree sensibili’ che fanno scattare certe reazioni in modo ricorrente… Ad esempio: ti sei sentito umiliato o criticato o rifiutato o hai sentito di perdere il controllo (di te, dell’altro, della situazione) o ti sei sentito abbandonato o non ascoltato o non compreso o non riconosciuto nei tuoi bisogni o non rispettato per le tue emozioni o chissà cos’altro…
Tutti abbiamo queste ‘ferite che nascono dalla nostra storia, recente o antica’… tutti abbiamo vissuto eventi e abbiamo costruito relazioni che hanno lasciato in noi questa ‘sensibilità dolorosa o cicatrice’…
Ogni volta che scatta la ferita (magari a partire da ciò che l’altro ha detto e fatto), cerca di cogliere cosa sta succedendo dentro di te: emozioni, pensieri, sensazioni fisiche, ricordi, immagini…
Nota la ‘tua tendenza a reagire al solito modo’: tendi a incolpare l’altro, a giudicarlo; tendi a sentirti in colpa e criticarti; pretendi che l’altro sia diverso da come è, pretendi da te stesso di essere diverso da come sei…
Sono le tue ‘miserie’ in azione ma ciò non significa che tu sia ‘miserevole’ o debba condannarti per questo tuo modo di sentire, pensare e reagire… Sei semplicemente umano, sensibile, fallibile, imperfetto… come tutti quanti noi su questa terra…
Hai allora l’opportunità di trasformare la tua miseria nella tua meraviglia… Come?
Sviluppando ‘compassione verso di te’ innanzitutto… Come?
1. Riconosci che sei parte di un’umanità imperfetta. A tutti capita di fare errori e di reagire in modo ‘eccessivo. Tutti abbiamo la nostra personale ferita…
2. Accogli e accetta le tue reazioni, soprattutto le tue emozioni e i tuoi bisogni frustrati…
3. Sii gentile e comprensivo verso te stesso… In modo da ‘calmare e confortare il tuo dolore’… Puoi usare tutte le strategie sane e utili che sono a tua disposizione…

Lo so che è difficile: sviluppare compassione verso di sé (ancora più che verso gli altri) è un comportamento a cui non siamo abituati. Ma puoi iniziare sempre a sviluppare un’abitudine, semplicemente iniziando a praticare quel comportamento che potrà diventare abitudine…

Essere compassionevoli non significa farci andar bene tutto del nostro e dell’altrui comportamento; significa piuttosto predisporci ad affrontare meglio problemi, stress, frustrazioni, delusioni e sofferenza. Sviluppare compassione, verso sé come verso gli altri, ci permette di affrontare i problemi, i conflitti e le incomprensioni in modo più utile e proficuo. Tutti noi abbiamo la responsabilità di affrontare i nostri problemi e di scegliere in modo consapevole e utile… Farlo attraverso un atteggiamento compassionevole può fornire possibilità migliori per favorire il nostro benessere e la qualità delle nostre relazioni, quindi anche il benessere altrui…

Oggi è la giornata mondiale della frustrazione

Un giorno ti svegli e vorresti che la tua giornata fosse semplice e lineare. “Voglio questo, ottengo questo”. Facile facile. Se non facile, almeno possibile, alla tua portata. E a volte è così. Evvai…
Quasi mai è così. Quasi sempre tra desiderio (o bisogno) e sua realizzazione incontri ostacoli. Impedimenti naturali, ambientali, come quando piove il giorno che avevi deciso di andare al mare… Succede! Molto spesso gli ostacoli sono interpersonali: qualcuno non vuole agevolare il tuo percorso verso la soddisfazione. A casa come al lavoro, nel traffico e anche con gli amici e in ogni altra circostanza in cui l’altro ‘umano’ non si è svegliato con i tuoi stessi desideri e bisogni e anzi ne ha alcuni proprio in conflitto coi tuoi. Potrai certamente trovare innumerevoli esempi di questa frustrazione e delusione quotidiana: le cose e gli altri non sono esattamente come tu vorresti. Succede!
Alcune strade, allora, ti si presentano all’orizzonte.
Potresti sperare nel vento favorevole…
Potresti aspettare che l’altro capisca la situazione per te frustrante e ti agevoli nel percorso verso la tua soddisfazione. Spesso aspettare risulta un’eternità…
Potresti chiedere se per cortesia l’altro possa fare dei cambiamenti che tu desideri e che puoi anche indicargli, proprio per aiutarlo a capire e cambiare. A volte funziona, non sempre, non spesso, quasi mai, quasi mai quando è qualcosa per te importante.
Potresti addirittura pretendere che l’altra persona faccia ciò che deve fare per renderti contento, insomma potresti obbligarlo. Non è proprio la strada più fruttuosa, può a volte farti ottenere qualcosa nell’immediato, ma pagherai quasi sempre un deterioramento della relazione.
Potresti impegnarti a trovare un’altra strada in direzione dei tuoi desideri, bisogni e valori, una strada alternativa dove non incontri quegli ostacoli. Chissà…
Ricordati comunque che oggi è la giornata mondiale della frustrazione… Qualunque sia l’oggi in cui stai leggendo… Ma tu hai infinite possibilità per andare dalla tua situazione attuale ad una più desiderata… Così come a volte devi mettere in conto la rinuncia e l’accettazione di ciò che non è andato come avresti voluto… Siamo umani… Meravigliosamente limitati e imperfetti…

La differenza

Oggi un esercizio breve breve e tanto potente.
Pensa ad una tua relazione importante: coppia, lavoro, amicizia, genitore-figlio, ecc.
Inizia a riflettere o addirittura ruminare su ‘cosa non va’ in questa relazione: bisogni frustrati, aspettative deluse, aspri conflitti, desideri inconciliabili, torti subiti, senso di ingiustizia, assenza di reciprocità, sentirti incompreso, non sostenuto, non rispettato, quasi ‘solo’ all’interno di questa relazione.
Nota quali emozioni scaturiscono da questi pensieri, più o meno ripetitivi; rabbia, tristezza, preoccupazione, disgusto, dolore, solitudine, sensi di colpa, sensi di inadeguatezza, impotenza, fallimento, vergogna, ansia, angoscia, disperazione, ecc.
Ora pensa alla stessa relazione e a ‘cosa va’ in questa relazione, in particolare focalizza la tua attenzione sui ‘momenti buoni’ tra voi, sulla disponibilità dell’altro, sulla sua premura e attenzione ai tuoi bisogni e desideri, sulla reciproca soddisfazione, sul sentirvi connessi, anche intimi a seconda della relazione, sull’altro comprensivo e gentile, supportivo, vicino.
Nota, quindi, quali emozioni scaturiscono da questa tua focalizzazione dell’attenzione: gioia, serenità, pienezza, amore, orgoglio, nutrimento, felicità, appagamento, entusiasmo, gratitudine, ecc.
E quindi?!
Due insegnamenti. Almeno due.
È importante individuare ciò che ‘non va’ e impegnarsi con azioni concrete a trasformare la frustrazione in soddisfazione (ogni scelta comportando un rischio)…
È importante imparare a focalizzare l’attenzione su ciò che ‘va’ per nutrirsene, per godere della soddisfazione che già è a disposizione nella relazione…
Almeno due insegnamenti. Aspetto i tuoi suggerimenti…

Quando e quando

Quando sei nel giudizio, stai nella rabbia e/o nella colpa, verso te stesso e verso gli altri…
Quando sei compassionevole verso te stesso e gli altri, ti comprendi e ti vuoi bene come comprendi e sei amorevole verso gli altri…
Quando sei nel giudizio verso te stesso, ti accusi spietatamente e resti bloccato…
Quando sei compassionevole verso te stesso, ti motivi alla responsabilità di agire per provare a cambiare ciò che puoi cambiare…
Quando giudichi gli altri e li colpevolizzi mettendoli all’angolo, ottieni un doppio effetto negativo: alimenti la loro impotenza e la loro rabbia…
Quando sei compassionevole con gli altri, li inviti a prendersi la loro responsabilità di riparare torti e danni e di creare nuove possibilità…

Sei compassionevole quando:
– sei in contatto con la tua esperienza qui e ora, riconosci ciò che provi, ciò che pensi e ciò che senti in tutto il tuo corpo
– sei in contatto con la tua sofferenza qui e ora, la riconosci, la accogli, la accetti, è parte di te
– sei consapevole di essere umano tra gli umani, consapevole che non sei solo, anche altri vivono o hanno vissuto un’esperienza simile alla tua
– sei gentile e amorevole, con te stesso e con gli altri, consapevole che la gentilezza è una potenzialità già a tua disposizione ed è una scelta che puoi cominciare a praticare.

La strada del giudizio, praticata automaticamente giorno per giorno, fin dal primo dei nostri giorni, alimenta ciò che vorrebbe scacciare…
La gentilezza, allenata giorno per giorno, quando decidi di iniziare, è lo strumento più potente per la felicità, propria e dell’intera umanità…

Compagni di viaggio

Purtroppo siamo abituati ad essere i peggiori nemici di noi stessi. Forse non sempre e nemmeno spesso, forse sì. Forse è una generalizzazione eccessiva, forse no. Forse funzioniamo così, ma non sempre ce ne rendiamo conto.
Di fronte alle difficoltà quotidiane spesso siamo autocritici fino al disprezzo di noi stessi quando non riusciamo a raggiungere i nostri obiettivi. Quasi sempre siamo più comprensivi verso gli altri che vivono le nostre stesse esperienze o avversità. Ma trattiamo male noi stessi per non essere all’altezza di ciò che pretendiamo di dover essere.
Forse non è sempre così, probabilmente però ciascuno di noi si è trovato in questo stato d’animo in cui, invece che sostenerci e incoraggiarci, ci buttiamo ancora più fango addosso e sprofondiamo nella vergogna, nel senso di colpa, nella svalutazione di noi stessi fino a sentirci falliti che non meritano altro che miseria. A volte arriviamo a forme, più o meno consapevoli e più o meno intense, di autopunizione e autolesionismo. Mi riferisco anche alle varie forme di abuso di sostanze (droghe, tabacco, alcol, cibo) e alle dipendenze comportamentali (gioco d’azzardo, Internet e social media, shopping compulsivo, dipendenza da pornografia, ecc.) in cui, in modo quasi sempre inconsapevole, usiamo tali comportamenti come tentativi di automedicazione del dolore emotivo, evidentemente tentativi che non solo non risolvono, ma finiscono per amplificare il dolore e i vissuti di fallimento.
Insomma, è importante rendersi conto di cosa viviamo e di come ci trattiamo, spesso aggiungendo sofferenza ulteriore al dolore originario.
Forse è il momento, proprio ora, e da ora in poi, di cominciare a trattarti in un altro modo.
Sei sempre con te stesso… Allora è il caso che ti alleni a trattarti bene…
Come?
Sviluppando la compassione ovvero la sensibilità alla sofferenza propria e altrui. Non pena né vittimismo né deresponsabilizzazione. Piuttosto il desiderio profondo di alleviarla concretamente con un impegno quotidiano. Magari anche prevenirla rispetto ad una futura situazione.
In tre direzioni, come ci insegnano diverse pratiche orientali e occidentali (Gilbert, Neff, Salzberg, Tich Nath Hanh, tanto per invitarti a qualche approfondimento pratico):
1. Verso gli altri
2. Verso se stessi
3. Dagli altri
Esistono diversi metodi e percorsi per sviluppare la compassione. Anche in psicoterapia si può imparare a sviluppare il sé compassionevole…

Buon viaggio…