Un genitore sufficientemente perfetto

Ecco cosa significa il mestiere più difficile del mondo. Spesso, nel mio lavoro, mi chiedono consigli su come essere un buon genitore, su come comportarsi in questa o quest’altra situazione coi figli. Sono genitore anch’io e professionista dei rapporti umani! Non è sufficiente. Cosa rende il mestiere di genitore un lavoro ben fatto? Figli sani e liberi, sereni e felici, educati e rispettosi, capaci ed efficienti, consapevoli e responsabili? Chi più ne ha più ne metta… E che vuol dire? Che vuol dire per te? Ognuno deve cercare nella propria vita, nella propria storia, nella propria quotidianità il modo migliore possibile per essere un genitore che cresce i figli. La consapevolezza di sé del proprio essere (essere stato) figlio dei genitori che si hanno (avevano) è un passaggio fondamentale. Per avere indicazioni su come si fa (e su come non si fa) il genitore. Ma soprattutto come bacino di informazioni preziose sul ruolo complesso, sfaccettato, misterioso e anche meraviglioso di genitore che accompagna i figli nel mondo, a cercare il loro posto nel mondo.
Quali sono le caratteristiche di un figlio sano? Cosa rende un figlio, un individuo autonomo, libero? Da cosa è composta la serenità? Qual è la tua ricetta della felicità con cui nutrire i tuoi figli?
Forse per molti sarebbe auspicabile un ricettario, come si fa a … Quando… In questa o quest’altra situazione. Regole e indicazioni specifiche per ogni istante della vita insieme ai figli. Dove si trova questo “manuale del genitore che dovresti essere”?
Per imparare a fare il genitore è importante confrontarsi con altri genitori, è utile leggere libri così come ascoltare esperti, ma resta fondamentale il lavoro di esplorazione e consapevolezza di sé, della propria storia di figlio almeno tra 4 generazioni, passando quindi attraverso i nostri nonni e i nostri genitori, nel nostro vissuto di figlio e in quello attuale di genitore. Ad esempio, per aiutare questo viaggio interiore e intergenerazionale si può seguire questa traccia. Come sono stati come genitori i miei nonni? Come sono stati come figli i miei genitori? Già solo fino a qui si è aperto un mondo. Nonni materni e paterni? Nonno e nonna? In che modo simili in che modo differenti? Quanti figli? Figlio unico?
In modo ancora più operativo e concreto possiamo chiederci: quando ero bambino che significava per i miei essere “sano”? Mangiare, dormire… E far di conto?! Cosa significa per me oggi come genitore crescere un figlio sano? Cosa posso conservare dei valori e dell’insegnamento dei miei? Cosa voglio scartare perché non lo condivido? Quando ero bambino che significava per i miei essere “libero”? Respirare, giocare e fare puzzette?! Cosa significa per me oggi come genitore crescere un figlio libero? Cosa posso conservare dei valori e dell’insegnamento dei miei? Cosa voglio scartare perché non lo condivido? Quando ero bambino che significava per i miei essere “sereno, felice, educato, rispettoso, capace, efficiente, consapevole, responsabile”? Come è per me oggi che sono genitore?
Questo non è un ricettario di regole specifiche sempre valide e di indicazioni buone per ogni figlio in ogni circostanza. È piuttosto una griglia di orientamento valoriale, solo una tra le possibili, ciascun genitore può costruirsi la propria con i personali valori e orientamenti con cui vuole crescere i figli. Ed ogni risposta alle precedenti domande non diventa immediatamente una soluzione ad un problema. Ogni risposta va fatta decantare dentro di sé, va compresa appieno nel senso profondo che racchiude.

Infine, tre considerazioni che meritano la massima attenzione:

1. Le domande, le risposte e le riflessioni che attivano sono sempre e comunque parziali perché capire come essere genitore deve attingere anche al piano inconsapevole di sé, del proprio modo di pensare, sentire e agire.

2. Diventa fondamentale riconoscere che dentro due adulti genitori agiscono sempre due bambini feriti con le loro rispettive angosce antiche e i loro dolori da curare.

3. Last but not least, quanto incide la presenza di problemi nella coppia, di dolori e rancori irrisolti? Quanto rischiamo inconsapevolmente  di usare i figli per risolvere problemi tra partner?

Ecco che significa il mestiere più difficile del mondo…

Sei capace a dire no?

Nei diversi contesti di vita, nelle relazioni e nei ruoli che incarniamo ogni giorno ci confrontiamo con continue “richieste” che ci vengono fatte (dal capo, dall’amico, dal partner, dal figlio, dal genitore, dallo sconosciuto, dal fruttivendolo, ecc.) e anche noi facciamo “richieste a noi stessi” nella forma di pensieri, più o meno consapevoli, su come dovremmo comportarci in questa o quella situazione.

È vitale saper dire sì e no a queste richieste in modo tale che la nostra risposta sia utile e sana per noi invece che essere fonte di tensione, stress, insoddisfazione, rabbia, senso di colpa, ecc.. “Saper dire no” è un’abilità fondamentale per preservare il nostro equilibrio psicofisico e può essere appresa.

Il punto di partenza è l’auto-esplorazione: cosa provi (sensazioni, emozioni, stati d’animo) quando vorresti dire no e finisci per dire sì? Cosa provi quando dici no?

Immagina uno o più contesti e ruoli … e le richieste che ti sono state fatte … una richiesta specifica e tu: cosa provi? Cosa pensi? Cosa fai?

Come reagirebbero gli altri se dicessi no? E tu come reagiresti alle loro reazioni? cosa proveresti? Quale prezzo paghi se dici no? Quale prezzo paghi se dici sì? Costa di più l’autenticità (la fedeltà a se stessi) che ci allontana dagli altri o la compiacenza verso gli altri (essere come ci vogliono) che ci fa tradire noi stessi?

Cosa ti impedisce di dire no? Di cosa hai paura?

  • del giudizio degli altri da cui temi di essere criticato, rifiutato, abbandonato, non amato, non stimato (originario scenario infantile)
  • del giudizio interiore che ti porta a sentirti in colpa, brutto, sporco, cattivo, sbagliato, ingrato, egoista, aggressivo, menefreghista, e chissà ancora quante altre cose negative …
  • di ferire gli altri, di non prenderti cura dei loro bisogni e della loro felicità
  • di restare solo in quanto deludente e traditore
  • di fare una brutta figura perché “non ci si comporta così…”

Ogni paura di dire no può essere espressa anche nella forma di una credenza disfunzionale “se… allora…”:

  • se dico no allora l’altro mi giudicherà in qualche modo per me sgradevole …
  • se dico no allora sono/mi sentirò cattivo, egoista, menefreghista, riprovevole, balordo, matto, anormale, ecc..
  • se dico no allora mi considereranno aggressivo
  • se dico no allora potrò ferire l’altro
  • se dico no allora verrò criticato
  • se dico no allora verrò rifiutato
  • se dico no allora mi sento in colpa
  • se dico no allora resterò solo
  • se dico no allora deludo l’altro
  • se dico no allora chissà cosa mi farà l’altro
  • se dico no allora l’altro si arrabbia, si rattrista, si spaventa, si vergogna
  • se dico no allora me ne pentirò
  • se dico no allora farò una brutta figura
  • se dico no allora vuol dire che sono un mostro …
  • se dico no allora non vado bene per me e per gli altri
  • se dico no allora entro in conflitto con l’altro

Da piccoli ci hanno insegnato che i bisogni degli altri sono più importati dei nostri e da adulti non riusciamo a riconoscere i nostri bisogni e desideri tanto meno a legittimarli come sani e giusti né sappiamo esprimerli.

Oggi non diciamo “no” per paura che si verificherà qualcosa di tremendo, una sciagura, una catastrofe che noi non saremo in grado di sostenere né affrontare. IN REALTÀ:

  1. spesso la reazione temuta non si verifica…
  2. se si verifica sappiamo comunque affrontarla e riusciamo comunque a sostenerla…

Vuoi IMPARARE A DIRE NO?

Trasforma ogni pensiero “se… allora…” come lo hai formulato in un possibile pensiero alternativo del tipo “posso anche dire no e non succederà niente di tragico … sarò comunque in grado di sostenere tutto ciò che accadrà … affrontarlo, governarlo, superarlo …”

Ci credi? Credi in te stesso e in questa tua nuova possibilità di pensare e agire? Come puoi mettere in atto questo nuovo modo di pensare? Puoi sperimentarti nel cominciare a dire no laddove prima finivi quasi sempre per dire sì?

Ogni cambiamento richiede sempre:

  • una comprensione concettuale del problema (Perché dico sì quando vorrei dire no?)
  • un’elaborazione emotiva del problema (Cosa succede se comincio ad agire diversamente? Cosa provo? Come mi sento?)
  • una pratica costante del nuovo comportamento sperimentato per renderlo abituale o comunque agevole da mettere in atto.

Quando iniziamo a cambiare, a fare qualcosa di nuovo, anche piccolo, incontriamo quasi inevitabilmente frustrazione, difficoltà, paure … da cui dobbiamo farci incoraggiare invece che frenare, da cui trarre nuova linfa per il nostro desiderio di cambiamento invece che restare bloccati di fronte al primo ostacolo; ad esempio, facendoci aiutare da domande quali: cosa ottengo dicendo sì? Cosa ottengo a breve termine dicendo sì e cosa mi precludo a lungo termine dicendo sì? Cosa otterrò dicendo no? Quale prezzo a breve termine per un grande vantaggio a lungo termine dicendo no? In che modo cominciando a dire no mi muovo nella direzione della persona che voglio essere?

Dire “no” e dire “sì” sono scelte e ogni scelta quasi sempre fa riferimento ad un conflitto, ad un bivio, a prendere una strada sapendo che si rinuncia all’altra, si perde qualcosa, si paga comunque un prezzo. Certo che non è facile cambiare… certo che non è facile imparare a dire no… Sono la consapevolezza delle parti in gioco e la responsabilità di fare scelte non perfette che ci possono aiutare a cominciare a dire no in qualche ambito di vita dove fino a ieri dicevamo sempre sì…

Del resto, non tutti i no sono uguali da dire e da imparare: alcuni sono facili, altri difficili; di alcuni siamo convinti, altri si tramutano facilmente in sì; altri ancora sanno di “nì” di compromesso, “no, ma ti offro un’altra soluzione”; “no, per ora”…

La vita quotidiana può essere concepita come una serie di richieste a cui dobbiamo rispondere e a cui scegliamo di rispondere. E la scelta che facciamo di dire no e sì a certe richieste determina il nostro stress e la qualità della nostra vita.

 “Dire no” in modo fermo, onesto e rispettoso, come “chiedere” in modo chiaro, limpido e autentico sono modi fondamentali attraverso cui definiamo noi stessi e la relazione con l’altro, chiarendo a noi stessi e all’altro, limiti e confini, questo sì e questo no, questo sono io, questa è la relazione che voglio con te. L’altro potrà in questo modo fare i conti chiaramente con ciò che noi esprimiamo in modo autentico e rispettoso.

L’altro ha tutto il diritto di chiedere … noi abbiamo tutto il diritto e la responsabilità di dire NO!!!

Impara a dire no: impara a mantenere nella tua vita solo quegli obiettivi e quelle attività ad essi connesse che ti danno veramente pienezza e valore, che sono in linea coi tuoi valori e scopi primari, con la persona che vuoi essere.

Impara a dire no agli altri e alle cose non importanti per te.

Impara a dire sì a te stesso, ai tuoi bisogni e desideri, ai tuoi valori e scopi, al tuo progetto esistenziale: chi voglio essere e diventare, cosa voglio realizzare, cosa voglio lasciare, cosa mi riempie.

Impara a perseguire il tuo sano egoismo ed affermare te stesso e le tue esigenze (bisogni, desideri, valori, obiettivi) senza calpestare quelle degli altri.

Esci dalla trappola auto-imposta di lasciare agli altri, all’esterno, alla fortuna e alle circostanze il governo della tua vita.

Assumiti la responsabilità delle azioni necessarie per soddisfare le tue esigenze e diventare la persona che vuoi essere. O essere la persona che vuoi diventare. Agisci da subito come la persona che vuoi diventare… sii semplicemente ora la persona che vuoi essere. In questo modo ti assumi la responsabilità, il carico e la pienezza di tracciare concretamente il tuo destino, di crearlo attraverso le azioni che compi, le attività che svolgi, come concretamente fai quello che devi fare perché lo vuoi fare. Per te prima di tutto. Ed esci fuori dalla trappola degli opposti, quella dell’onnipotenza infantile irrealistica del tipo “faccio tutto ciò che mi pare e non guardo affatto gli altri” e del suo opposto della compiacenza annichilente del tipo “faccio ciò che vuoi tu e dimentico me stesso, non mi guardo, non mi ascolto, non mi sento, non esisto, esisto solo per te…”.

 

Anno nuovo …

“L’autodisciplina pesa grammi, il rimpianto pesa tonnellate” (Jim Rohn).

Questa è una delle massime più note nel campo della crescita personale e nel lavoro sugli obiettivi. Il miglior augurio che possiamo fare a noi stessi è proprio quello di “interiorizzare” questo principio e farne “profondamente” guida del nostro agire quotidiano. Farlo veramente nostro. Prima di ogni buon proposito. Come sopravvivere ai buoni propositi Prima di ogni pianificazione strategica degli obiettivi per l’anno appena iniziato. Prima di ogni piano concreto di azioni per raggiungere i risultati desiderati in qualsivoglia campo della nostra vita (salute e forma fisica, lavoro e denaro, relazioni e affetti, spiritualità e tempo libero, ecc.). GOAL

Autodisciplina significa darsi delle regole e seguirle con costanza. Ma prima che essere un sistema di regole e strategie, l’autodisciplina prende forza dalla consapevolezza accurata dei nostri valori, di cosa è veramente importante per noi. Senza direzione consapevole sprechiamo tempo ed energie a vuoto. Cosa stai aspettando per essere felice?

Il rimpianto è lo stato d’animo che nasce dalla consapevolezza di ciò che non abbiamo fatto anche se avremmo voluto e dovuto fare nella direzione dei nostri valori.

Per essere disciplinati (voglio e faccio) e lasciarsi alle spalle il rimpianto (volevo, ma non ho fatto) sono fondamentali le risposte a tre domande banali (può essere un esercizio da fare, con disciplina, per iscritto, quotidianamente, almeno due volte al dì… col tuo quadernino… cartaceo o elettronico poco importa):

  1. Quanto sono disposto a sacrificarmi ora, giorno per giorno (dolore a breve termine) in direzione della persona che voglio essere tra uno, tre, cinque, venti anni (piacere a lungo termine)?
  2. Quanto sono disposto a sacrificarmi per creare un “nuovo stile di vita” in ciascuna delle aree importanti della mia vita?
  3. Quali paure e conflitti interni mi impediscono di creare nuove abitudini sane e vitali nelle diverse aree della mia vita?

Le risposte, mai definitive, come sempre, daranno il via all’esplorazione interiore …

Nonna e il presidente 

Che si tratti di fare le polpette, di dirigere una nazione o di leggere un post, sempre col tempo abbiamo a che fare: mettere una serie di attività all’interno di un arco temporale. Rispondere ad una serie di richieste che la quotidianità e noi stessi ci poniamo in modo da essere felici ed efficaci: raggiungere i nostri obiettivi con il minor stress possibile (o tollerabile) e con la massima soddisfazione. Come si fa? DISTINGUI CIÒ CHE È IMPORTANTE DA CIÒ CHE È URGENTE. 

È URGENTE qualcosa di oggettivamente legato a una scadenza; entro quando dobbiamo fare una certa attività. È IMPORTANTE qualcosa di soggettivamente legato ai propri valori, obiettivi e ruoli. Una specifica attività da fare quanto vale per me a lungo termine? In che modo e misura mi permette di raggiungere i miei obiettivi e di essere la persona che voglio in quello specifico ambito o ruolo? L’attività urgente è importante invece a breve termine, se non si è pianificata bene la propria attività ovvero ci si è ridotti all’ultimo minuto per fare cose che avremmo potuto fare in precedenza.

Urgente e importante si possono incrociare tra loro in maniera diversa ottenendo categorie diverse di attività ed esperienze.

Quando dedichiamo il nostro tempo, la nostra attenzione e le nostre energie alle attività NON URGENTI e NON IMPORTANTI, stiamo cercando probabilmente distrazioni dallo stress, dai problemi e dalle difficoltà ed evitamenti di cose più importanti. È la classica perdita di tempo, ma può essere anche tempo impiegato bene se non indugiamo eccessivamente in questo tipo di attività che ci distraggono da quelle più importanti. Esempi: so che devo fare una cosa importante, ad esempio una telefonata o un incontro “emotivamente impegnativo”, di lavoro, con un amico, col partner, ecc. e … mi metto a guardare Facebook o qualsiasi altra applicazione distraente, insomma rimando con l’idea, più o meno consapevole, che ciò ridurrà il mio stress per quella cosa importante che devo fare. Mi allontano da ciò che mi stressa… ma è solo un’illusione. Altro esempio: stai studiando o lavorando piegato sulla scrivania e all’improvviso … vai a rovistare nel frigo  o ti rechi alla macchinetta distribuisci snack, senza neanche avere fame. Ti stai allontanando, distraendo da una cosa che in quel momento ti mette in difficoltà. Piuttosto che stare su qualcosa di impegnativo, anche la notifica del meteo in Polonia è più interessante per te. Tutto è buono per distrarsi: guardare la tv, ascoltare la musica, fare una telefonata non importante in quel momento. Magari tutte cose che possono essere importanti … ma in altri momenti. Guardare la TV o FB, uscire con gli amici o fare shopping, chattare o giocare alla PS, ecc. sono attività non urgenti, né importanti, in quel momento che ci aiutano a rilassarci ma, se prolungate, rischiano di diventare inutili sprechi di tempo. Possono essere importanti, ma vanno fatte al momento opportuno e per distendersi, non per evitare il confronto con la realtà di quello che “dobbiamo” fare in quel momento.

Altri esempi: pausa caffè (spesso allungata), controllo internet, FB, mail (cinque minuti diventano un’ora), sistemare la scrivania, fare pulizia del computer, telefonare all’amico, visitare il collega, giocare con lo smartphone (importanti …  ma non adesso!); telefonata a mia sorella (necessaria?), portare fuori il cane (per la tredicesima volta!), controllo frigorifero, tanto per … (e poi come va a finire!?!), zapping, pisolino … allungati!

Quali sono le attività con cui ti distrai, ti sfoghi, di alleggerisci dei carichi pesanti? Quante volte figliolo? 

Quando dedichiamo tempo alle attività URGENTI ma NON IMPORTANTI siamo nel pieno dello stress in quanto facciamo attività di corsa e nemmeno troppo gratificanti. Resta tensione, fisica ed emotiva, rabbia, frustrazione e delusione, disorganizzazione e demotivazione, inefficacia ed inefficienza. Esempi: quando ti riduci all’ultimo momento per consegnare un lavoro o preparare la cena o fare quella cosa che il tuo amico ti aveva chiesto o riordinare l’armadio semplicemente perché chissà dove si è nascosta la maglia che tuo figlio vuole mettere proprio oggi. Spesso sono le cose che facciamo per gli altri quando non sappiamo dire no alle richieste che ci sono state fatte, per svolgere attività importanti forse per gli altri, ma solo urgenti per noi, che non aggiungono reale valore alla nostra qualità di vita! A meno che non vogliamo considerare il bisogno che soddisfiamo ogni volta che diciamo sì in modo da risultare impeccabili, generosi, corretti, affidabili, buoni… per gli altri, ma non per noi! È la differenza tra essere realmente impegnati a raggiungere un proprio obiettivo di valore ed essere affaccendati e avere tante cose da fare ma non veramente fondamentali per i nostri obiettivi, valori e ruoli e per la persona che vogliamo essere.

Quali attività hai fatto nell’ultima settimana consapevole che fossero urgenti ma meno importanti rispetto ad altre che hai tralasciato?

Quando dedichiamo tempo alle attività URGENTI e IMPORTANTI siamo sotto pressione. Sono attività che a volte compaiono improvvise, importanti, non delegabili, richiedono di agire immediatamente. E se è vero che per molti agire sotto pressione significa attivare risorse che credevamo di non possedere e rendere al meglio, è anche vero che vivere in condizioni estreme può avvenire una volta ogni tanto, non può essere il modo abituale di gestire le proprie attività, che si tratti di fare la spesa per la cena di Natale, di scrivere un post, di correre al pronto soccorso dove hanno portato nostro figlio o di consegnare il progetto dello stadio!!!

Cosa hai fatto di importante nell’ultima settimana e in condizioni di urgenza?

Quando dedichiamo il nostro tempo alle attività IMPORTANTI ma NON URGENTI vuol dire che abbiamo pianificato bene, in anticipo il nostro tempo, senza il fiato sul collo legato alle scadenze: stiamo effettivamente creando una vita di qualità e di valore a lungo termine. Sono tutte quelle attività che ci fanno crescere e ci avvicinano a realizzare una vita proprio come la vogliamo, orientata dai nostri valori, da chi vogliamo essere. Può essere qualcosa che riguarda la nostra crescita personale: partecipare ad un corso di formazione, leggere, studiare, imparare un mestiere, imparare dal contadino e dal saggio; pianificare la nostra carriera, cosa dovrà contenere il nostro lavoro tra un anno, tra tre anni, tra cinque anni; lavorare su un progetto col proprio gruppo di lavoro, ben pianificato, senza pressioni. Può essere dedicare tempo a se stessi, alla propria forma fisica (fare sport) o al benessere spirituale (passeggiare nel bosco, fare meditazione, ricercare la verità …); può essere dedicare il tempo ai propri cari, al gioco con i figli, al cinema col partner, al bar con gli amici, al calduccio con la nonna. Fare la spesa, e di qualità, prima di trovare frigo e credenza vuoti o dover mangiare robaccia che troviamo all’ultimo. Dedicare tempo e importanza al pasto piuttosto che ridursi al solito panino al volo. Concentrare le commissioni numerose ma brevi in un unico spazio settimanale, ad esempio una mattina per andare alla posta e in banca, fare spesa settimanale, recarsi in Municipio, sbrigare scartoffie, ecc. Dedicare tempo alle relazioni perché siano di cura e attenzione reciproca prima che diventino di incomprensione, distanza, astio.

Paradossalmente le attività importanti e non urgenti sono le prime ad essere accantonate quando ci troviamo nell’urgenza di dover svolgere altre attività. Ma sono veramente quelle che fanno la differenza nella nostra vita e quando le facciamo siamo soddisfatti e realizzati, consapevoli e responsabili della direzione che stiamo dando alla nostra vita.

Quando pianifichiamo la nostra giornata o settimana, insomma la nostra vita, dobbiamo focalizzarci sul FARE IL PIÙ POSSIBILE COSE NON URGENTI, MA IMPORTANTI.

Cosa hai fatto in settimana nonostante non fosse urgente, scegliendo di farlo perché sapevi che era importante? 

Essere consapevoli del modo in cui si impiega il proprio tempo è fondamentale per accedere ad una consapevolezza di sé ampia e profonda. Scegliere il tempo è scegliere la propria qualità di vita.
Quando in terapia aiuto le persone ad ottimizzare il loro tempo si arriva sempre ad un’esplorazione in profondità in cui le apparentemente banali scelte sul tempo e le priorità fanno emergere i valori profondi della persona, le paure caratteristiche, gli imperativi morali che segue, i sensi di colpa e di inadeguatezza, il senso di quelle scelte all’interno della storia di vita di quella persona, scelte che all’inizio sembrano consapevoli, ma che acquistano senso nell’inconscio della persona, nei suoi bisogni più attivi ed importanti.

Il tempo non è altro che la cornice entro cui noi disegniamo la nostra vita.

Cronache dalla psiche

Ecco uno schema di domande che orienta il processo creativo e conoscitivo, la soluzione dei problemi e la scrittura giornalistica, ma anche i racconti che si possono fare ad un amico, come pure l’esplorazione del mondo interno, la consapevolezza di sé volta a favorire processi di cambiamento. Si può seguire il noto procedimento del giornalismo americano basato sulle cosiddette 5 W (più 1), dall’inglese What, Who, Where, When, Why, e hoW che a loro volta hanno preso spunto dagli antichi latini.

What. Cosa è successo? La descrizione dei fatti è sempre soggettivamente filtrata ovvero ciascuna persona nel raccontare “lo stesso fatto” può focalizzarne aspetti differenti. Posso raccontare i pensieri che ho fatto in quella situazione, le sensazioni che ho provato, le azioni che ho messo in atto, ecc..

Who. Chi è coinvolto nella vicenda? Ero coinvolto direttamente o riguarda altre persone e me indirettamente? Ero da solo o con altre persone? Solitamente le vicende per noi importanti, fonte di benessere o sofferenza, hanno per protagoniste le persone a noi care o comunque significative in qualche modo: genitori, parenti, coetanei, altre figure di “autorità e saggezza” che in qualche grado hanno plasmato la nostra personalità quando eravamo bambini o sono attualmente influenti su quello che pensiamo, proviamo e facciamo. Chi è responsabile di che cosa?

Where. Dove si svolge o si è svolta o si svolgerà la vicenda? A volte il luogo può essere irrilevante, altre volte è fondamentale per determinare il significato della vicenda; ad esempio, a scuola davanti ai miei compagni… in giardino mentre stavo giocando… in camera da letto … in cameretta mentre i miei litigavano …

When. Quando è successo? Passato, presente, futuro immaginato. La persona può raccontare un fatto accaduto, un evento, una situazione, attuale o antica, desiderata o temuta. Per come la ricorda e per come l’ha vissuta, per come la immagina o la prevede: i fatti “storici” o “oggettivi” e quelli “soggettivamente incamerati” o “interpretati” o “anticipati”.

Why. Perché? Qual è il senso di ciò che è successo? Quali bisogni sono stati soddisfatti? A che scopo le persone hanno agito come hanno agito?

HoW. Come si è svolto l’evento, ma anche come ho reagito io all’evento, come posso ora considerare quell’evento, come posso assumermi la responsabilità di dare senso a quell’evento e agire di conseguenza.

Quantum. Quanto? L’intensità dell’esperienza, l’intensità, ad esempio, degli stati d’animo provati. In terapia, come nelle normali situazioni di vita quotidiana, è fondamentale poter fare una misurazione dell’intensità di ciò che si prova, quanto si prova, soprattutto per quanto riguarda gli stati di sofferenza soggettiva; usando un riferimento da 0 (poco o assente) a 10 (enorme) è diversa una tristezza 3 da una tristezza 8, è diversa un’ansia 4 da un’ansia 10, un conto è provare rabbia 2 un conto è essere arrabbiati 9. A volte questa semplice misurazione rende molto più chiaro alla persona cosa sta succedendo dentro di sé, cosa sta vivendo e cosa ci può fare.

Quibus auxiliis. Con quali mezzi? Esprime un principio fondamentale di cambiamento: spesso le persone arrivano in terapia portando modi disfunzionali per soddisfare bisogni sani e legittimi. La terapia aiuta le persone a trovare strade alternative più sane ed efficaci per soddisfare quei bisogni importanti e legittimi. Ad esempio, se vuoi soddisfare il bisogno legittimo di essere visto e riconosciuto puoi imparare un modo diverso dal fare la pipì a letto o dall’ubriacarti tutte le sere o dal postare su instagram ogni tuo respiro… Se hai bisogno di essere valorizzato nella tua forza puoi trovare anche altre strade dal picchiare tutti i giorni qualcuno … Se hai bisogno di affetto la cioccolata è un’illusione che offre qualche riempimento al limite solo a breve termine …

Esistono molteplici modi per andare da una stanza all’altra” (Milton Erickson)

Le cinque O della crescita personale

Un processo di consapevolezza e cambiamento personale può seguire un’esplorazione guidata dai seguenti punti chiave:

  1. OBIETTIVI. Definire obiettivi, valori e bisogni. Cosa vuoi ottenere nella tua vita? Cosa è importante per te per essere felice? Come immagini la vita che vuoi? Cosa deve essere presente nella vita che vuoi? Cosa vuoi raggiungere nei vari ruoli della tua vita per sentirti soddisfatto e realizzato? Di cosa hai bisogno per vivere la vita come la vuoi?
  2. OSTACOLI. Cosa rende difficile la soddisfazione dei bisogni, il raggiungimento degli obiettivi e la realizzazione della tua vita fondata sui valori per te importanti? Quali pensieri disfunzionali, convinzioni limitanti, credenze patogene, sensi di colpa e sensi di inadeguatezza ti bloccano? Quali inibizioni, proibizioni e divieti dai a te stesso che ti impediscono di agire per realizzare la vita che vuoi? Quali motivi interni personali boicottano o sabotano le tue scelte nella direzione della vita che vuoi?
  3. ORIGINI. Quando hai imparato a pensare ed agire in questo modo auto-invalidante? In quali situazioni della tua vita, in quali relazioni importanti, in quali episodi significativi o quali scenari interpersonali ripetuti hai vissuto che ti hanno portato a sviluppare i tuoi modi di pensare e agire autolimitanti e auto-sabotanti?
  4. ORA. Osserva come i comportamenti attuali ripropongono comportamenti appresi in passato, in infanzia e in adolescenza, nelle relazioni primarie coi genitori e coi fratelli e in altri rapporti significativi (nonni, zii, insegnanti, educatori, coetanei). Solitamente e quasi sempre inconsciamente mettiamo in atto dei comportamenti che ripetono quello che abbiamo visto fare (imitazione, identificazione) oppure comportamenti opposti (contro-identificazione, ribellione) o ancora tendiamo ad impostare, sempre inconsapevolmente, le relazioni attuali invertendo i ruoli che abbiamo vissuto in passato: se ci siamo sentiti feriti tendiamo a ferire, se ci siamo sentiti in colpa tendiamo a colpevolizzare, ecc..
  5. OGGI. Oggi è il primo giorno del resto della tua vita. Individua nuove letture, interpretazioni e rappresentazioni della realtà, modifica credenze e convinzioni più o meno radicate in profondità, trova alternative ai pensieri automatici disfunzionali. Attiva nuove azioni e comportamenti: fai qualcosa di diverso per ottenere risultati diversi nei vari ambiti della tua vita, nei rapporti con gli altri e nella regolazione dei tuoi stati emotivi. Quello che è stato valido un tempo oggi può essere fonte di problemi e deve essere messo in discussione e cambiato… 

 

L’Orfano

Prima o poi nella vita incontriamo crisi e momenti difficili, frustrazione e delusione, imperfezione, impotenza e limite. Veniamo licenziati in modo brusco e assolutamente inaspettato o quotidianamente vessati sul lavoro, un parente ci dà una fregatura, lo sguardo del partner si indirizza altrove, non è più quello di prima, veniamo a sapere che un amico ha sparlato di noi in modo completamente gratuito e molto offensivo. Gli uomini sono delusi dalle donne e le donne dagli uomini. Proviamo le emozioni più disparate: tristezza e rabbia, senso di colpa e vergogna, dolore e desiderio di vendetta. Siamo preoccupati e smarriti. Ci sentiamo vittime di torti subiti ingiustamente.

La precedente situazione di vita sicura e confortevole è perduta. La fiducia in noi stessi e nel mondo vacilla, le certezze sembrano sgretolarsi. Le persone o le situazioni in cui abbiamo riposto la nostra fiducia, a cui abbiamo affidato la nostra vita, ci tradiscono. Scopriamo che i nostri genitori (tutte le forme di autorità e guida che finora ci hanno formato e accompagnato nel mondo) non sono perfetti né onnipotenti. E ci sentiamo abbandonati a noi stessi, in balia di un mare senza confini e senza più certezze. Veniamo così gettati nel nulla, “costretti” ad abbandonare le nostre antiche illusioni di un mondo perfetto o perlomeno benevolo.

Ci hanno insegnato che il mondo dovrebbe essere in un certo modo e ci abbiamo creduto; ad un tratto il mondo si mostra diverso, ci delude, ci inganna. Ci è stato detto che si cresce solo fuori dalla zona di comfort. E ora sembra arrivato il momento di confrontarsi con l’ignoto. In un batter d’occhio l’Innocente fiducioso, entusiasta, spontaneo incontra la paura, il tradimento, l’ostilità. L’Innocente 

Nella metafora del viaggio dell’eroe siamo nell’archetipo dell’Orfano.

L’archetipo è una dimensione interiore o potenzialità psicologica che può essere più o meno attiva nel governare il proprio comportamento. Ogni archetipo ha aspetti positivi e negativi.   https://linofusco.wordpress.com/?s=viaggio+eroe

Ciascuno di noi ha un Orfano dentro di sé. È la parte di noi che ad un tratto subisce un tradimento, perde amore, protezione e guida da parte di chi fino a quel momento ha rappresentato un riferimento autorevole e benevolo o addirittura subisce violenze fisiche e psicologiche da chi dovrebbe prendersi cura di lui. La vita è dolore!!!

Tanto più grande era la fiducia in un mondo ideale dell’Innocente, tanto peggiore sarà la caduta dell’Orfano.

Stiamo nell’Orfano ogni volta che ci sentiamo trascurati, ingannati, traditi, delusi.

Spesso l’Orfano è incapace di confrontarsi con la solitudine e il farsi carico della vita. Non riesce ad accettare questo passaggio. E fugge. Si difende. Arrivano i comportamenti sintomatici. L’Orfano può cercare rifugio in sostituti dei protettori perduti: potrebbero essere altre figure a cui affidarsi indiscriminatamente per ottenere il tanto anelato accudimento incondizionato oppure potrebbe essere una fuga nelle dipendenze che rappresentano uno stordimento che non fa sentire e pensare. Droga, alcol, gioco d’azzardo, internet, social media, sesso, shopping compulsivo, materialismo sfrenato, ecc. stordiscono rispetto ad una realtà deludente percepita come insostenibile.  In attesa della magica risoluzione esterna dei problemi. Che non arriverà mai.

Nasce il dilemma: abituarsi al vuoto o continuare a cercare un nutrimento alternativo? Continuare a cercare o accettare la realtà della perdita e della privazione? Rinunciare o continuare ad aspirare al ritorno della beatitudine originaria?

A questo punto l’Orfano può sviluppare un’amara, compiacente e cinica adesione al volere altrui come modalità manipolativa per non restare solo. È grande il rischio dell’auto-tradimento, il blocco e l’inazione oltre che l’inaridimento emotivo: l’incapacità di riconoscere, sentire, esprimere i propri sentimenti e bisogni autentici.

Se l’Orfano deluso prende il sopravvento può portare a tradire gli altri e se stessi e i propri valori: mascherato agli altri e alienato da se stesso.

Per affrontare la ferita del tradimento e dell’abbandono, ci distacchiamo da noi stessi, indossiamo maschere finte, come involucri vuoti, diventiamo come vogliono gli altri nel momento in cui non sappiamo più chi siamo. Prevalgono sentimenti di rabbia e ribellione, invidia e durezza, insensibilità ed egocentrismo; il dolore diventa il lamento manipolatore di una vittima “irrisarcibile”, che si sente in credito verso la vita e gli altri, portatrice di un bisogno incolmabile, secchio bucato che non si riempie mai.

L’Orfano non riesce ad elaborare il lutto della perdita. Il paradiso è perduto, ma l’Orfano non vuole vedere, non riesca a riconoscerlo, non riesce a venirne a patti. Non riesce ad andare avanti. Se l’Innocente è un ottimista irrealistico, l’Orfano è un pessimista rassegnato, apatico, che utilizza la delusione del mondo ingiusto come alibi per la stasi e la passività rabbiosa, risentita, colpevolizzante. Criticare continuamente l’altro, che non riesce a soddisfare i suoi bisogni, è un surrogato malato di un bisogno di potere che nasce dal vuoto di autorità creato dalla delusione e dal tradimento.

L’Orfano “evoluto”, invece, sa confrontarsi con la realtà del tradimento e della delusione, si sente abbandonato eppure sa accettare la cruda realtà senza farsi distruggere. Cerca un nuovo senso e un nuovo assetto personale e interpersonale, superando la paura di essere sopraffatto, schiacciato, sfruttato, ingannato di nuovo. Invece che restare nella posizione di vittima impotente e ferita da una realtà ingiusta e aspettare passivamente qualcuno che lo salvi, impara a chiedere aiuto, impara a cercare risorse attorno a sé.

Prima o poi l’Orfano deve rimboccarsi le maniche. Accettare la sfida, rispondere alla chiamata. Prendere in mano la sua vita; con responsabilità farsi carico della propria sofferenza esistenziale e dell’angoscia quotidiana alla ricerca di un vero sé. Accettare per lasciare andare il dolore e la delusione, senza indugiare nel risentimento sterile. Sviluppando autonomia di pensiero e d’azione e, al contempo, anche la capacità di creare una rete di sostegno e cooperazione tra Orfani di una stessa realtà deludente. Rinunciare al bisogno di dipendenza e amore incondizionato per accettare l’imperfezione del mondo.

Il gruppo, il rapporto con gli altri e l’interdipendenza diventano nuovi riferimenti identitari e modelli di vita. Impara ad accettare il proprio bisogno di aiuto ed impara a chiedere invece che aspettarsi che tutto arrivi facile, senza sforzo. Sostituisce la dipendenza passiva dalle autorità con una più consapevole e responsabile interdipendenza con gli altri.

Un esempio tipico e in qualche modo inevitabile di Orfano è l’adolescente. L’Orfano rappresenta bene la dinamica adolescenziale ambivalente: le risposte degli adulti non sono più sufficienti o gradite, ma ancora non si hanno proprie risposte adeguate. Tra bisogno di autonomia e anche di dipendenza. Stammi lontano e stammi vicino. Ho bisogno di sicurezza mentre mi incammino alla ricerca della mia strada. L’Orfano ha bisogno di nuove norme e nuove forme, nuovi modelli di riferimento e nuovi principi regolatori.

L’Orfano evoluto riconosce le ferite come normative, esistenziali, intrinseche al vivere. E la ferita del tradimento come spunto per il viaggio alla ricerca di una nuova forma di beatitudine, che integra la delusione e la supera.

Come ogni adulto responsabile deve contare su di sé e può anche chiedere aiuto agli altri. Se il mondo lo delude e lo abbandona, deve farsi carico di se stesso, di chi è e vuole essere. Nuovo genitore di se stesso. La vita è meravigliosa, anche se non perfetta!!!

Quanto conosci il tuo Orfano interiore? Quanto ti ritrovi a lamentarti invece che chiedere? Come puoi trasformare il tuo lamento impotente nell’espressione della tua rabbia e del tuo dolore? Come puoi trasformare la tua critica colpevolizzante in una richiesta specifica di ciò di cui hai bisogno?

Come puoi agire per realizzare ciò che vuoi? Come puoi accettare future possibili altre delusioni senza per questo arenarti in una passività assolutamente sterile?

 

Molteplicità

Quando aiuto i pazienti ad affrontare i loro problemi e disagi seguo uno schema essenziale, per divenire consapevoli dell’attuale situazione insoddisfacente e agire in direzione del cambiamento desiderato. Questo schema è fondamentalmente un modello che tutti possiamo applicare in ogni situazione in cui esiste questo scarto tra una situazione attuale e situazione desiderata. Prevede tre passaggi, solitamente molto semplici da comprendere e che nell’applicazione pratica si rivelano fonte di molteplici informazioni e  consapevolezze su di sé, creando le basi per l’azione efficace:

  1. Cosa provo? Quale emozione sto vivendo in relazione ad un evento, fatto o situazione accaduta? La risposta deve essere molto specifica, non basta un generico sto male, sono a disagio, sono stressato, sto in ansia…
  2. Cosa vorrei? Quale bisogno emerge in me in relazione alle emozioni che sto vivendo nel qui-e-ora di questa situazione specifica? Anche in questo caso, è importante esprimersi in modo specifico rispetto a “ciò che vorrei”, “ciò che mi piacerebbe”. Più siamo specifici e maggiori informazioni otteniamo ai fini di un’azione utile.
  3. Che cosa posso fare e che cosa devo fare per prendermi cura della mia emozione e soddisfare il mio bisogno?

Facciamo un esempio: torna mio figlio da scuola e mi dice che la maestra gli ha messo una nota perché lo ha trovato ad azzuffarsi con un compagno. Questo è il fatto, l’antecedente, l’evento scatenante chiamiamolo così. Allora mi chiedo: che cosa provo? E posso rendermi conto che provo sorpresa, dispiacere, rabbia e anche un po’ di preoccupazione. Posso essere sorpreso perché è una cosa che non mi aspettavo da mio figlio, posso essere dispiaciuto perché non credo che sia questo il modo migliore per affrontare i problemi o i conflitti tra bambini, posso essere arrabbiato perché vorrei trasmettere a mio figlio altri valori diversi da quelli della violenza o della zuffa; posso essere anche preoccupato perché penso “andando avanti così dove andremo a finire?!?!” o qualche pensiero del genere.

Secondo passaggio: di che cosa ho bisogno? Intanto ho bisogno di tranquillizzarmi, rassicurarmi rispetto a quella mia preoccupazione, ho bisogno di affrontare il mio dispiacere, la mia rabbia e soprattutto in tutto questo emerge il bisogno di fare chiarezza rispetto all’accaduto e rispetto al comportamento di mio figlio.

Terzo: che cosa posso fare? Posso chiedere a mio figlio di parlare dell’accaduto per fare chiarezza in me e per aiutare lui a capire cosa è successo e le varie implicazioni della faccenda …

Quando cominciamo ad agire, a fare qualcosa per la nostra emozione ed il nostro bisogno, non abbiamo solamente una possibilità a nostra disposizione. In questo esempio, posso dire “mettiti seduto e parliamone” oppure impulsivamente, nonostante i valori di cui sopra, dare uno schiaffo a mio figlio oppure metterlo in punizione oppure dire “non ti voglio ascoltare” oppure “domani vado dal preside” ecc., ecc.. Abbiamo diverse opzioni a nostra disposizione, diverse scelte e sceglieremo di mettere in atto una o più di queste azioni possibili, quella che riteniamo migliore o più praticabile, in base ad una serie di ragionamenti o anche semplicemente perché siamo stati assaliti dall’impulso.

In base all’azione che mettiamo in atto riceveremo un qualche tipo di reazione da parte dell’interlocutore: nell’esempio da parte di mio figlio che nel momento in cui lo invitassi a sedersi per fare chiarezza potrebbe dire “no, lascia perdere papà”,  oppure “no in questo momento non ho voglia” oppure dire “ma non è giusto, mi hanno fregato” oppure dire “le botte se le meritava non devo chiarire niente” o semplicemente sedersi e affrontare con me la questione. Di conseguenza a mia volta avrò altre possibilità a mia disposizione per agire e reagire rispetto alle cose che ha detto e fatto mio figlio.

Tutto qui.

Queste sono le tre fasi o passaggi fondamentali della consapevolezza e dell’azione utile rispetto agli accadimenti e alle interazioni interpersonali.

Solitamente quando mi ritrovo a lavorare con questi passaggi e invito le persone ad applicarli nella loro vita quotidiana ottengo alcune tipiche risposte:

  • non ci sono riuscito
  • è stato proprio utile ed efficace
  • ho scoperto tante cose
  • non è facile

È solo l’inizio di un’esplorazione in profondità. Le emozioni e i bisogni sono legittimi e fondamentali, le azioni possono cambiare.

Esistono infiniti modi per andare da una stanza all’altra” (Milton Erickson)

 

Interrogare gli attacchi di panico

Gli attacchi di panico sono manifestazioni estremamente diffuse a livello sociale. La persona che soffre di panico vive un’esperienza soggettiva devastante dal punto di vista psicologico e fisico. L’attacco di panico si è presentato come paura di morire, di perdere il controllo, di impazzire, di non essere più se stessi. Successivamente al primo (a volte unico) attacco di panico, la persona comincia ad aver paura di risperimentare quella paura originale e finisce per organizzare il suo comportamento intorno a massicci e progressivi evitamenti di situazioni, luoghi, persone. La vita diventa estremamente limitata e insoddisfacente. La depressione fa capolino per lo stravolgimento di vita che la persona subisce.

Quando la persona arriva in terapia sta portando un’intera esperienza di vita segnata dal panico. Ovviamente la sua richiesta è di “guarigione”, di eliminazione del sintomo e della sofferenza.

Ogni approccio terapeutico ha un suo modo di concepire e affrontare il panico, più o meno condiviso e integrabile con altri approcci. La ricerca scientifica va nella direzione di validare maggiormente alcuni approcci (cognitivo-comportamentale, strategico breve, integrazione della farmacoterapia) focalizzati primariamente sulla riduzione sintomatica, anche se poi in questi “casi risolti” sono frequenti “spostamenti” dell’area della sofferenza, per cui una persona riduce certi aspetti sintomatici sicuramente invalidanti solo che la sua qualità di vita migliora in minima parte sul piano affettivo e interpersonale. A quel punto appare necessario integrare altri interventi terapeutici che, oltre alla riduzione sintomatologica, invitino ad un lavoro su di sé a livello esistenziale, relazionale.

La persona assediata dal panico ha una visione del mondo come pericoloso e un senso di sé come debole e incapace di affrontare le potenziali esperienze minacciose; focalizza e ingigantisce esperienze e scenari catastrofici immaginati, ha difficoltà a dare la giusta rilevanza alle esperienze che vanno in una direzione contraria al pericolo. Tipicamente il panicato manifesta un certo grado di incapacità a “leggere” le proprie emozioni; in particolare, le sensazioni fisiologiche dell’emozione “paura” (tachicardia, sudorazione eccessiva, rossore, tremori, mancanza d’aria, ecc.) le interpreta in modo distorto: non come segnali del timore che qualcosa accada, ma come prova che tale terribile minaccia sia proprio in corso. In tale quadro, la persona avvolta e stesa dal panico interpreta come gravemente minaccioso per la propria sopravvivenza ogni evento o stimolo in grado di attivare il funzionamento neurovegetativo. Mantiene un’osservazione ossessiva di controllo sulle proprie sensazioni fisiche e psichiche e interpreta ogni movimento interno ed esterno come minaccia potenziale.

La persona panicata adotta comportamenti che ricercano rassicurazione e di fatto finiscono per alimentare il vissuto di insicurezza e le credenze di auto-svalutazione e vulnerabilità di fronte a qualcosa di insormontabile. Ogni tentativo di raccogliere fonti di sicurezza esterne finisce per confermare un vissuto di sé incapace di governare da solo il proprio stato, la propria vita.

La persona in preda al panico, con l’obiettivo di non risperimentare la paura di perdere il controllo e morire, organizza la sua vita sull’evitamento. Ma ciò non garantisce di fatto una sensazione di reale rassicurazione (nucleo centrale dell’ansia patologica rispetto all’ansia “normale” in cui la persona riesce a trovare e utilizzare fonti di rassicurazione) e finisce solo per restringere il proprio spazio vitale ed espressivo.

La terapia può aiutare la persona a cercare qualcosa di più del pur legittimo desiderio di eliminare il sintomo. La persona può essere guidata a superare la cura del sintomo per imparare prendersi cura di sé, non solo eliminare il disagio e la limitazione, ma farsi carico in toto delle proprie angosce quotidiane, di come si sta affrontando la vita, di quali scelte stanno determinando il proprio malessere e di quali altre possibilità ci sono per creare una vita veramente calata sui propri bisogni e valori.

È possibile allora portare il paziente a sviluppare ed elaborare una lettura diversa sul senso dell’esperienza panico. Un modello di lettura simbolico-relazionale-esistenziale valido per gli attacchi di panico e, più in generale, per le forme del mal-essere psichico.

L’attacco di panico, così come ansia e depressione, altre etichette diagnostiche di cui si fa un ab-uso “troppo generalizzato e generico” (dagli studi dei medici di base fino alla diffusione nei mass media), richiamano l’importanza di un atteggiamento di decodifica del “messaggio espresso dai sintomi”. Sono segnali del mal-essere di una persona, espressioni del suo modo di condurre la vita di sofferenza, disagio, limitazione e perdita di creatività e vitalità.

L’attivazione fisiologica del sistema nervoso autonomo ha un corrispettivo specifico nella formazione dei sintomi che appartengono all’esperienza (sensazioni soggettive vissute) del panico e questi appaiono fenomeni simbolici rispetto al mondo affettivo e relazionale della persona.

Il messaggio “esistenziale” fondamentale del mal-essere è: “guarda che qualcosa nella tua vita non va, qualcosa nella tua vita va messo in discussione, qualcosa nella tua vita va modificato”.

Il panico segnala ed esprime una crisi del proprio modo abituale di essere, di stare al mondo e nelle relazioni, richiama alla necessità di un superamento di sé, quindi invita a seguire le opportunità che la crisi contiene, gli elementi di “rottura” per “re-impostare” la direzione della propria vita.

Il panico è un richiamo alla propria liberazione: inizialmente può sembrare solo portatore di sofferenza, di fatto offre l’indicazione di una o più strade percorribili verso un rinnovato ben-essere, per uscire fuori da gabbie e prigioni auto-imposte, oltre vecchie norme e forme di sé, oltre vecchi ruoli, oltre vecchi imperativi interiorizzati sul dover essere e dover fare.

I sintomi tipici dell’attacco di panico, come riconosciuti e definiti a livello internazionale, offrono spunti esplorativi ad uno sguardo attento alle dinamiche affettivo-relazionali.

La sensazione generale di chi vive il panico è di un attacco sconvolgente di paura. La paura è l’emozione che sperimenta ogni organismo animale di fronte alla percezione di un pericolo o di una minaccia e prepara ad affrontare quel pericolo allo scopo di favorire la sopravvivenza e l’adattamento. Come tutte le emozioni, la paura è associata all’emergere di un bisogno fondamentale rispetto a cui funziona da segnale per attivare i comportamenti necessari a rispondere a quel bisogno. La paura attiva un bisogno di protezione a cui l’organismo risponde con una reazione di attacco o fuga rispetto al pericolo e con la ricerca di vicinanza ad una figura di attaccamento e protezione.

Da un punto di vista simbolico-relazionale, attraverso l’uso di domande specifiche che focalizzano l’attenzione su aspetti di vita sensibili, il terapeuta guida il paziente ad adottare uno sguardo esplorativo sul suo mondo interno (pensieri, emozioni) e su come gestisce attualmente la sua vita quotidiana (relazioni, famiglia, lavoro, tempo, ecc.). Ad esempio, si accompagna la persona che soffre di “paura della paura” con queste domande: di cosa ho paura in questo momento della mia vita? Cosa mi stressa? Cosa rappresenta una minaccia per me nelle mie relazioni attuali? Quali richieste eccessive sento di dover fronteggiare, al lavoro, in famiglia, in altri ruoli o situazioni? Quali mie relazioni rappresentano un carico di richieste e prestazioni “al limite del possibile”?

Per rispondere a queste richieste del quotidiano, del momento di vita attuale o recente (richieste altrui e richieste “auto-imposte”) l’individuo deve attivarsi, ha bisogno di energia; il suo corpo si attiva attraverso un aumento della frequenza respiratoria che garantisce l’ossigeno necessario: la sensazione soggettiva è la “fame d’aria”, quasi un senso di soffocamento. Quali miei spazi vitali sento “soffocati” attualmente? Quali relazioni sono “soffocanti” per me oggi? In quali strettoie mi sono messo nei vari contesti di vita quotidiana?

La percezione di pericolo attiva nell’organismo una necessità di “fronteggiare” a cui di fatto non corrisponde una minaccia reale (come poteva esistere per i nostri antenati). Le “sfide” della vita, gli “alti standard” che poniamo a noi stessi richiedono quindi un’attivazione psicofisiologica a cui non corrisponde una reale possibilità di “espressione e scarica”: da cosa mi sento pressato? In che cosa sto perdendo l’equilibrio? In che cosa sono disorientato e smarrito?

Le aumentate necessità di ossigeno dell’attacco-fuga attivano il funzionamento del cuore che deve aumentare i carichi di lavoro per pompare il sangue con maggiore frequenza e intensità per garantire un afflusso significativo dell’ossigeno ai distretti corporei interessati al maggior fabbisogno, in particolare i muscoli periferici per essere pronti alla competizione e il cervello per governare adeguatamente il comportamento: il correlato fisiologico di questo lavoro extra del cuore è la sensazione di tachicardia, le palpitazioni. In che cosa e da che cosa mi sento oppresso e costretto? Cosa vorrebbe uscire e non riesce ad uscire? Cosa non mi sto permettendo in questo momento?

Ancora seguendo le vie simboliche indicateci da altri sintomi del panico: in che modo sto perdendo contatto con la realtà? Con la realtà delle piccole grandi cose del quotidiano? In che modo tutto questo sconquassa il mio senso d’identità, ciò che so di me stesso e chi credo di essere? In che modo stanno traballando alcune mie certezze? In che modo sono sollecitato a cambiare alcuni miei atteggiamenti fondamentali? Sollecitato da chi? Da quali mie esigenze emergenti? In che modo sto rivisitando o devo rivisitare la gerarchia dei miei bisogni, delle mie priorità, dei miei valori?

Con chi devo “combattere”? Da chi e da cosa devo “fuggire”? Quanto sto indossando o ho indossato una maschera di efficienza che non corrisponde ad una sensazione interna di sicurezza e solidità? In che modo sto indossando una maschera che non corrisponde ai miei moti interni più autentici e ai miei bisogni più importanti ora? Come sto “manipolando” le mie relazioni per apparire ciò che non sono?

Cosa non mi va giù? Cosa non riesco a digerire? Cosa mi crea tensione? Da quali pesi sono gravato? Da cosa sono appesantito? Di cosa è necessario che io mi alleggerisca? Cosa devo lasciare indietro? Cosa devo abbandonare per andare avanti in maniera efficace?

Quali sono i rami secchi che devo togliere dalla mia vita? Relazioni aride? Rapporti stantii? Ripetizioni sterili di situazioni e rapporti?

Cosa sto focalizzando in questo momento della mia vita? A cosa devo prestare veramente attenzione? Cosa mi mette in allarme? In che modo sono focalizzato su esperienze che distolgono la mia attenzione da cose veramente significative per il mio benessere? In che modo devo cambiare e ho paura di cambiare? Quali conflitti assalgono la mia esistenza ora?

In sintesi: di fronte a un pericolo reale, realizzato o incipiente, l’attivazione corporea è necessaria per approntare la risposta che garantisce la sopravvivenza e l’attacco o la fuga rappresentano le naturali azioni di sfogo dell’attivazione fisiologica. Il soggetto tendente al panico, invece, interpreta erroneamente, in senso catastrofico, le fisiologiche temporanee modificazioni dell’equilibrio psicofisico legate alle necessità di far fronte alle evenienze stressanti della vita. L’attivazione somatica non trova un reale pericolo da fronteggiare e resta “bloccata in se stessa” fino ad alimentare un circolo vizioso di amplificazione dell’attivazione fisica che sfocia nell’attacco di panico come sfogo necessario e utile per scaricare l’accumulo di energia e attivazione.

Che fare?

Seguendo un approccio integrato al mal-essere esistenziale del panico esistono diverse linee evolutive della cura, diversi ambiti di intervento sempre presenti, diverse aree di sé cui prestare attenzione:

  • cura dei sintomi: integrazione del farmaco se necessario, tecniche di respirazione e rilassamento, esposizione graduale alla paura e alle situazioni temute
  • relazioni di attaccamento primarie e rappresentazioni interne: lavoro sul copione di vita per “ri-scrivere” modi fondamentali di stare al mondo e governare se stessi nelle relazioni. Cura delle ferite antiche e recupero di un assetto di personalità adulto che sa stare nella realtà, consapevole dei propri valori e bisogni, responsabile di agire in base ad essi
  • cura e sviluppo dell’intelligenza emotiva: capacità di conoscere ed esprimere in modo adeguato le proprie emozioni
  • ristrutturazione del dialogo interno: pensieri disfunzionali e convinzioni limitanti
  • training di comunicazione efficace nelle relazioni: imparare a fare richieste e a dire no
  • approccio motivazionale focalizzato sull’azione: la persona è guidata più direttamente ad agire in maniera diversa dal solito, a modificare concretamente atteggiamenti, comportamenti e stili relazionali, a sperimentare specificamente nuove modalità di comportarsi.

Il panico come metafora del restringimento vitale ed espressivo richiama in generale ad un concetto trasversale ad ogni percorso di crescita: quando indossiamo certe “maschere” le nostre parti “tras-curate” reclamano soddisfazione. Noi siamo sostanzialmente conflittuali per cui ogni scelta prevede una soddisfazione e un “prezzo da pagare”, parti di noi soddisfatte e parti di noi a cui dobbiamo rinunciare. Queste parti “sacrificate” vanno comunque “curate”, dobbiamo prendercene cura anche perché in un modo o nell’altro, in una forma o nell’altra, con un certo grado d’intensità, più o meno imperioso, reclamano soddisfazione, chiedono di essere riconosciute, guardate, ascoltate, curate.

Infine, se è vero che il messaggio “esistenziale” fondamentale del mal-essere è “guarda che qualcosa nella tua vita non va, va messo in discussione, va modificato”, è, in particolare, vero che questo è un invito diretto alla persona a prendersi cura di sé: a chiedere aiuto e sostegno affinché qualcuno si prenda cura di sé. Al tempo stesso, è un invito alla responsabilità personale di mettere in discussione i propri assetti abituali, ad agire concretamente per modificare certi sentieri comportamentali, relazionali, affettivi.

L’Ombra e le maschere della vita quotidiana 

“L’Ombra e le maschere della vita quotidiana” è una metafora che spesso uso per leggere e scrivere insieme al paziente il suo piano di cura e soprattutto il suo progetto esistenziale. Il rapporto tra le parti “presentabili” e quelle “oscure” di sé offre al paziente una cornice per inquadrare il suo disagio e per sostenerlo nei suoi movimenti evolutivi.

“L’Ombra e le maschere della vita quotidiana” è un percorso.

L’Ombra, con la maiuscola, è un concetto cardine della psicologia analitica di Carl Gustav Jung. L’Ombra è il regno degli impulsi, dei desideri e dei pensieri più autenticamente umani e naturali. È tutto ciò che è nelle nostre potenzialità e che abitualmente non utilizziamo. L’Ombra è il contenitore del censurato e del rimosso, di ciò che è inaccettabile per la cultura e la società, per la famiglia e per il gruppo a cui apparteniamo. L’Ombra è sempre con noi, a volte è fonte di divertimento, spesso spaventa. È la faccia scura della luna, la nostra stanza segreta, non sempre facilmente accessibile. È il lato oscuro di ognuno di noi. È la notte, la parte nascosta. Racchiude i lati dolorosi, penosi e angosciosi, minacciosi ma anche, attraenti e affascinanti. È fonte d’inquietudine e potenzialmente di un’enorme ricchezza. È quella parte di noi che non ci siamo permessi di esprimere “per non deludere” chi elargiva nell’infanzia amore e protezione, per garantirci l’amore e la stima di chi ci ha cresciuto al prezzo però di rinunciare a parti vitali di noi stessi … Un tesoro a cui oggi possiamo imparare ad attingere.

L’Ombra può assumere forme diverse. Forme sane nella creatività vitale e nella gioia di vivere che si fa espansione di sé; forme malate nei sintomi, nei sentimenti di oppressione, nell’aridità emotiva, nel blocco progettuale.

L’Ombra è un richiamo di opposti, polarità in cui ogni estremo assume significato in relazione all’altro estremo: il pieno e il vuoto, il coraggio e la paura, la delusione e la gratitudine, il bene e il male, la vita e la morte.

Recuperare le parti nascoste di noi stessi non è un obbligo, ma certamente una possibilità.

Integrare l’Ombra dentro di sé vuol dire incamminarsi in un percorso verso territori inesplorati di sé: entrare in contatto con la propria profondità per comprender-sé e sperimentare nuovi modi e nuove forme di sé.

Le maschere della vita quotidiana sono le immagini di facciata, le abitudini radicate che ci proteggono e c’ingabbiano, prevedibili e limitanti, note e per ciò troppo aride rispetto ad un’espressione più spontanea e creativa di sé.

Toccare l’Ombra significa entrare in contatto con le proprie immagini di facciata per divenire consapevoli e padroni delle parti oscure di sé che da blocco della vitalità diventano spinte all’autorealizzazione e alla ricerca della propria unicità perduta.

Prendere coscienza delle proprie maschere vuol dire allora spingersi verso la ricerca di un modo di essere, di pensare, di sentire, di comportarsi più autentico rispetto alla propria complessità, alla propria unicità, ai propri bisogni e desideri, ai propri valori e inclinazioni. Un modo di essere tutto da inventare e che deve fare i conti con quello che abbiamo appreso in famiglia e, più in generale, nella storia delle nostre relazioni che hanno forgiato il nostro modo di essere, sentire, agire ed entrare in relazione.