L’aiuto dello psicologo

Spesso le persone che arrivano dallo psicologo hanno l’idea che lo psicologo dia dei consigli ovvero fornisca indicazioni precise su quali siano le scelte migliori da fare, su come comportarsi in una certa situazione, su quale sia l’atteggiamento o comportamento giusto con l’amico piuttosto che col partner, su cosa sia meglio fare, cosa sia giusto fare, cosa sia buono fare, ecc. In realtà, generalmente, lo psicologo si pone in modo diverso rispetto a queste aspettative dei pazienti. In particolare:

  • è vero che lo psicologo gradualmente conosce la persona, ma è anche vero che la persona, per molti aspetti, resta la massima esperta di se stessa, ci sono delle cose che sono conosciute o sono conoscibili solamente dal “di dentro”. Ci sono informazioni che sfuggono, nessi che possono emergere e  “impliciti” che non sono facilmente identificabili e che, durante l’esplorazione in seduta, possono essere resi più chiari ed evidenti e con ciò favorire una scelta più consapevole da parte del paziente
  • ognuno è figlio della propria storia attraverso la quale ha imparato un certo modo di stare al mondo, sviluppato preferenze e gusti che vanno conosciuti, rispettati e utilizzati come riferimento per le proprie scelte; lo psicologo può avere dei valori di riferimento che possono essere anche molto diversi da quelli del paziente, per cui le scelte che farebbe una persona non sono le stesse che farebbe un’altra. Lo psicologo aiuta la persona a chiarire i suoi valori e i suoi bisogni e sulla base di questi a fare scelte più consapevoli, autonome, responsabili
  • ogni persona è diversa rispetto al tipo e al grado di disponibilità a pagare un certo prezzo per certe scelte; ogni persona è disposta a prendersi certi rischi piuttosto che altri; quello che potrebbe essere sano, buono e giusto per lo psicologo potrebbe non esserlo per il paziente
  • lo psicologo, più che dire cosa è giusto e cosa non lo è, aiuta il paziente ad immaginare e a riflettere intorno ad alcune domande: “se facessi questo che cosa otterrei?” “E se facessi questo lo farei per ottenere cosa?” “Che cosa immagino possa succedere se facessi questa azione piuttosto che quest’altra?” “Che cosa desidererei accadesse?” “Qual è l’effetto che vado a cercare?” e così via. Domande di questo tipo aiutano il paziente a riflettere sul senso e sul valore di fare una scelta piuttosto che un’altra…
  • è importante aiutare il paziente a decidere da solo perché il paziente possa sentire di avere la giusta dose di autonomia e di responsabilità, la capacità di prendere delle decisioni sapendo che comunque ogni decisione è imperfetta, ogni decisione ha un prezzo da pagare, nessuno ha la palla per prevedere il futuro e, comunque, le variabili in gioco potrebbero essere molte perché quello che potrebbe succedere può dipendere dalla scelta della persona, ma può dipendere anche dalla reazione dell’interlocutore, può dipendere dal tipo di situazione, dal tipo di contesto, eccetera.

All’inizio, la persona che arriva a chiedere aiuto può aver un bisogno più o meno grande di essere guidata e accompagnata; gradualmente viene aiutata a prendersi carico di sé in maniera sempre più autonoma e responsabile, quindi anche a scegliere assumendosi pienamente la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni.
Quando il paziente capisce il valore di queste considerazioni rispetto al fare delle scelte, smette di chiedere consigli e diventa consigliere di se stesso. Maggiormente centrato su se stesso: cosa provo in questa situazione? Cosa penso? Di cosa ho bisogno? Cosa mi piacerebbe? Cosa sarebbe meglio fare? Meglio rispetto a quali bisogni, desideri e obiettivi? Quale conflitto sto vivendo tra diversi miei bisogni tra loro inconciliabili? Quale prezzo pago facendo questa scelta? A cosa devo rinunciare per ottenere quello che voglio? Cosa devo fare? Quando? Quale il primo passo necessario?

Una volta che la persona ha deciso ovvero ha fatto un primo passo, la realtà offrirà delle risposte utili ad aggiustare il tiro...

5 STRATEGIE PER FRONTEGGIARE IL LOGORIO DEI TEMPI MODERNI …

Ansia, panico, stress, depressione, sensi di colpa, senso di inadeguatezza sono parole abusate nel linguaggio comune, sono espressioni linguistiche di un mal-essere originato dalle vicissitudini quotidiane in questi “tempi moderni”.
Queste “parole carrozzone” contengono il riferimento, quasi sempre inconsapevole, a stati d’animo negativi ed emozioni tossiche che ci assediano da più parti. Lo stress delle corse quotidiane, il tempo che non basta mai, la coperta sempre troppo corta, la gente che non si rende conto di come agisce, chi parla senza connettere lingua e cervello. Tutte espressioni e immagini che fanno riferimento al nostro comune stress quotidiano. E progressivamente corpo e mente si ammalano. Cominciamo a sviluppare piccoli grandi acciacchi a livello somatico (stanchezza diffusa e permanente, difficoltà di respirazione e sospiri continui, tachicardia, mal di testa costante, disturbi gastrointestinali, incapacità di rilassarsi, tensione muscolare in diversi distretti corporei), piccole e grandi lacerazioni dell’anima (irritabilità, agitazione, suscettibilità, ansia continua o facilmente attivabile, sfiducia, insoddisfazione, malcontento, bassa autostima, senso di impotenza e impossibilità al cambiamento), abitudini malsane (sonno disturbato, alimentazione dis-regolata, difficoltà a concentrarsi e a prendere decisioni, incapacità di risolvere i problemi, continua corsa appresso al tempo, incapacità di dedicarsi o di godere di attività di svago e relax, tendenza all’autoisolamento sociale) associate a conflitti nelle relazioni, frustrazioni all’ordine del minuto e delusioni sempre dietro l’angolo perché, ahinoi, stiamo scoprendo solo oggi che la realtà non è sempre (o quasi mai) come la vorremmo.
In particolare, un elemento problematico è il conflitto che nasce dalle energie, mentali e fisiche, che dedichiamo a curare l’immagine esteriore a discapito della cura del mondo interiore.
La necessità, soggettivamente avvertita, “socialmente orientata”, più o meno consapevolmente perseguita, di corrispondere ai modelli sociali, culturali e storici di “come dover essere” per essere “vincenti” ci procura:
stress – esaurimento di energie fisiche ed emotive con sviluppo di sintomi somatici e psichici, compresi abuso di sostanze e dipendenze varie
ansia – la prestazione deve essere sempre al limite dell’impossibile
panico – aiuto!!! Sto perdendo il controllo, sto impazzendo, sto morendo, sto perdendo me stesso
senso di inadeguatezza – sarò mai all’altezza?
senso di colpa – sono “out”, “dislike”, “pollice verso”, incapace, brutto, sporco, cattivo, perdente
depressione – non ce l’ho fatta, sono un fallito
calo dell’autostima – non valgo niente
solitudine – senso di esclusione e rifiuto, distacco e chiusura verso il contatto autentico e vitale con il mondo, con gli altri e con se stessi.
Sei consapevole di quello che “scegli”?
Quali risposte necessarie, utili e percorribili a questo progressivo ammalarsi?
Quale terapia? Quale prevenzione? Quali modelli educativi? Quali modelli di crescita “per adulti”? Quali strategie concrete?
Qual è l’atteggiamento corretto rispetto ai suddetti stress della vita quotidiana?
Cosa possiamo fare?
Ecco 5 strategie fondamentali:
1. Rallentare, fermarsi, stare. Imparare a stare nel qui-e-ora, semplicemente per vivere appieno quello che ci sta accadendo, al centro di noi stessi e della nostra vita, senza fuggire nel futuro delle cose da fare e nel passato degli errori commessi che ci perseguitano con sensi di colpa e di fallimento
2. Ascoltare le nostre emozioni, i nostri bisogni, i nostri valori. La nostra paura, il nostro dolore, la sensazione di essere alienati dalla nostra natura più squisitamente umana. Ciò che ci rende più vivi e vitali
3. Riconoscere i nostri pensieri distorti, deleteri, disfunzionali, le modalità tossiche che abbiamo di percepire il mondo e noi stessi
4. Individuare azioni più a misura “umana”, diverse da tutti quei comportamenti francamente malati (esistono altri termini per definirli?) che riempiono la nostra quotidianità di “corri e scappa”, “devi e resisti” e che ci fanno arrivare a fine giornata quasi sempre con la sensazione di frustrazione, insoddisfazione, esaurimento, “non ancora abbastanza”.

5. Governare il proprio tempo in modo più consapevole. Equilibrare le attività di dovere con quelle di piacere. Le attività solitarie con quelle che prevedono l’incontro “reale” con gli altri.

In terapia aiuto le persone a declinare “operativamente” queste cinque strategie: cosa fare? In linea con quali valori personali? In vista di quali scopi e obiettivi? Quali azioni concrete e specifiche? Quando? Dove? Con chi? In che situazioni? Sfidando quali abitudini? Affrontando quali paure? Prendendo quali rischi? Con quale prezzo da pagare?

Come puoi creare il tuo destino?!?!

Se è vero che oggi è il primo giorno del resto della tua vita comincia a creare il tuo destino partendo dalla fine, dall’ultimo al primo giorno del resto della tua vita
Vai a lezione dalla morte
• per iniziare a vivere la vita che vuoi basata sui tuoi valori, bisogni e desideri autentici e non come reazione alle aspettative altrui, non per compiacere gli altri, non per cercare spasmodicamente l’approvazione come fossi ancora quel bambino che sei stato…
• per scegliere in modo consapevole come impiegare il tuo tempo, il tempo per te e per le persone che ami, il tempo per te e per le attività che ami, tempo per il dovere e tempo per il piacere, tempo per lavorare e tempo per amare, tempo per produrre e tempo per giocare, tempo per stare in compagnia e tempo per stare soli…
• per esprimere, a te stesso e al mondo, chi sei, cosa vuoi, cosa pensi, in cosa credi, per cosa combatti
• per imparare dai rimorsi e dai rimpianti, per non incappare nei soliti automatismi disfunzionali, per non ripetere i soliti errori, per iniziare a fare quello che non hai fatto ma avresti voluto fare, per iniziare a vivere partendo dal centro di te stesso (pur senza dimenticare un rapporto adeguato con la realtà) …
• per cominciare veramente a costruire la felicità come tu la intendi: ciò che ti dà piacere, ciò che ti nutre e ti riempie profondamente, ciò che ti fa evolvere; a parte il rispetto di un rapporto con la realtà materiale e interpersonale, solo tu (e nessun altro) puoi autorizzare la tua felicità …

Cosa significa per te vivere una vita ben vissuta? Com’è la tua vita ideale? E la vita che non vorresti cambiare con niente altro?
Ti offro qualche suggerimento:
• quella nella quale esprimi al massimo il tuo potenziale…
• quella in cui svolgi attività che ti appassionano…
• quella in cui passi il tempo con le persone che ami…
• quella in cui giochi…
• quella in cui …
• e quella in cui …

Ed è tua la responsabilità di fare tutto il possibile per creare questa vita per te, una vita nella quale sei tu a decidere quello che vuoi profondamente. Rispondendo alla tua bussola interna e non ai molteplici condizionamenti sociali e pressioni alle quali tutti siamo sottoposti.

Allora … Carta e penna. Immagina di essere al tuo funerale e di vederlo dall’esterno. I tuoi cari ad onorarti e ad apprezzarti. Prenderanno la parola quattro persone:
 un congiunto molto vicino, figlio, genitore, partner
 il tuo migliore amico, la persona che ti conosceva meglio
 un collega di lavoro
 un membro dell’associazione o gruppo di cui hai fatto parte o il fruttivendolo sotto casa …

Cosa ti piacerebbe che ciascuna di queste persone dicesse di te e della tua vita?
In ogni ruolo (partner, figlio, genitore, amico, collega, ecc.) che tipo di persona vorresti apparire attraverso le loro parole? In che modo vorresti aver influito sulla loro vita?
Dalle risposte a queste domande otterrai la tua direzione di vita ideale, la tua visione.
Inizia oggi ad avere l’immagine della tua morte come quadro di riferimento della tua vita, di come interpretare le cose, il mondo, te stesso, gli altri. Della tua vita come la vuoi vivere: cosa conta di più per te, quali sono i tuoi valori più profondi.
Partendo dalla chiarezza su come vorresti essere ricordato alla fine dei tuoi giorni puoi valutare ogni tua azione da ora in avanti per quanto e come soddisfa le cose veramente importanti per te, puoi valutare ogni tua azione come ogni tuo giorno per quanto contribuisce alla visione che hai della tua vita.
Sapere la tua destinazione ti permette di compiere ogni passo in quella direzione. Sapere cosa vuoi veramente nel profondo ti permette di impegnarti ad ottenere quello che veramente per te è importante, piuttosto che essere iper-affaccendato a raggiungere obiettivi e a fare cose che non ti soddisfano e che anche quando raggiunti non ti offrono le esperienze e le emozioni che veramente desideri.
Ogni tua azione a breve termine “deve” avere come riferimento il “tuo” progetto “finale” a lungo termine.
Per andare oltre un progetto “iniziale” inconsapevole creato da altri per te o scelto da te inconsapevolmente quando eri bambino, guidato dal tuo bisogno di amore, approvazione, accettazione, stima e appartenenza che ti ha portato a fare “scelte precoci” e a recitare copioni scritti da altri per te e che hai inconsapevolmente accettato e “deciso” che andava bene per te.
Oggi, da adulto, hai il potere e la responsabilità di riappropriarti di quei copioni, di quelle scelte precoci, delle abitudini che ne sono derivate per ri-decidere, per riappropriarti della creazione del tuo progetto di vita e per la strutturazione da oggi in poi di nuove azioni consapevoli in relazione ai bisogni antichi legittimi e fondamentali e anche in relazione a nuovi bisogni emergenti.
Partire dalla fine equivale ad una dichiarazione di missione personale. La tua filosofia di vita, il tuo credo esistenziale, il senso (il significato e la direzione) della vita per te. Ciò che voglio essere e ciò che voglio fare. La tua dichiarazione di intenti esistenziali. È la tua “costituzione” personale da cui discendono le altre regole di vita. È il fondamento, il criterio, l’orientamento, il presupposto, il perno, un nucleo quasi immutabile che definisce la tua identità e intorno a cui ruotano cambiamenti e mutamenti più esterni o periferici. Ciò che dà ordine e senso a ciò che fai. Ogni decisione e azione viene, più o meno consapevolmente, da te valutata e governata in relazione a questa dichiarazione di valori e scopi personali.
La vita ci chiede continuamente: che vuoi farne di me? E noi dobbiamo rispondere con la nostra responsabilità, con la consapevolezza dei nostri principi ispiratori che ci permettono di integrare piacere e realtà e creare la nostra vita e noi stessi.
E la nostra mission è sempre in progress negli anni…
Questa dichiarazione di intenti personale può essere fatta globalmente e anche pensando per obiettivi specifici in ogni ruolo della propria vita. In ogni ruolo in cui sei impegnato (figlio, partner, genitore, amico, lavoratore, studente, ecc.) puoi accedere alla tua capacità di guidare la tua azione in direzione dei valori profondi che ti orientano.
Chiediti per ogni ruolo: quali valori mi guidano? Cosa voglio ottenere? Che persona voglio essere rispetto a questo specifico ruolo? Cosa debbo fare per realizzare ciò che voglio in base ai miei valori guida?
È fondamentale trovare un equilibrio nel tempo, nell’energia, nell’attenzione che dedichiamo ai diversi ruoli senza sbilanciamenti eccessivi in una direzione e senza trascurare alcuni ruoli. Per ogni ruolo chiediti: quali obiettivi a lungo termine?
Specifica tre obiettivi a lungo termine per ogni ruolo e ottieni già un senso di direzione chiaro e specifico su cui impostare un piano e le azioni conseguenti.

Un obiettivo efficace è focalizzato sui risultati che vuoi ottenere piuttosto o prima che sulle attività che devi fare:
• dove sono? (Situazione Attuale)
• dove voglio essere? (Situazione Desiderata)
• cosa debbo fare per arrivarci? (Attività e azioni specifiche)

Pronti… partenza… via

Piccole suggestioni per grandi cambiamenti

Diventa consapevole che alcuni tuoi comportamenti e/o evitamenti, quali fumare, mangiare in modo insano, trattenere le emozioni, evitare di affrontare conflitti relazionali a casa o al lavoro, evitare di chiedere ciò di cui hai bisogno, difficoltà a mettere limiti alle richieste altrui, ecc., rispondono a certi tuoi bisogni come restare calmo e tranquillo, mantenere rapporti equilibrati, non perdere relazioni importanti, non perdere la stima di te stesso, regolare le emozioni, lenire il dolore emotivo, evitare le angosce di rifiuto e abbandono, ecc.. e, al tempo stesso, hanno tutti un prezzo da pagare nella forma di qualche sofferenza fisica, emotiva, relazionale, sintomatica, ansiosa, depressiva, ecc..

Quando hai deciso di contrastare questi comportamenti deleteri per il tuo equilibrio psicofisico individua nuovi comportamenti più sani e adeguati (comunicare in modo efficace e non aggressivo, trovare forme di regolazione emozionale basate sull’espressione emotiva invece che sulla repressione, imparare a dire no, imparare a fare richieste, sostituire fumo e cibo in eccesso con comportamenti alternativi come regolatori emotivi dell’ansia e della depressione, ecc.), che siano in grado di soddisfare gli stessi bisogni in maniera più efficace e meno autodistruttiva.

Focalizza almeno tre nuovi comportamenti alternativi per soddisfare i tuoi bisogni:

Verifica interiormente la tua disponibilità effettiva ad assumerti l’impegno e la responsabilità di mettere in atto i nuovi comportamenti.

Interpella le parti di te che mostrano resistenza al cambiamento: quali paure? Quali conseguenze catastrofiche immaginate e temute? Quale prezzo da pagare? Quale comfort da abbandonare? Per cosa e da chi temi di essere giudicato se cominci ad agire in modo differente?

Chiama a raccolta le parti di te che ti sostengono in questo cambiamento: cosa ne puoi ricavare dall’abbandono di vecchie abitudini nocive? In che modo migliorerebbero le tue relazioni? In che misura si potenzierebbe la tua auto-stima e quella che gli altri hanno di te?

Immagina di interloquire con ciascuna di queste parti, quelle frenanti e quelle incoraggianti, fino a quando sarai sufficientemente sicuro di iniziare a fare qualcosa di diverso da ciò che hai sempre fatto… anche piccolo, ma comunque nuovo e potenzialmente utile.

Agisci nell’immaginazione. Immagina mentre sei alle prese coi tuoi bisogni emergenti e pressanti, immagina che metti in pratica i tuoi nuovi comportamenti individuati. Immagina che stai nel solito scenario… solo che invece dei soliti vecchi comportamenti negativi metti in atto le tue nuove azioni, scegli diversamente. Nell’immaginazione… sperimenta i benefici che ne trai, ascolta le sensazioni che avverti. Immagina più scene che puoi e sperimenta il maggior numero di nuove azioni possibili che hai individuato essere a tua disposizione e per le quali hai tutto il sostegno e la collaborazione delle parti alleate del tuo cambiamento…

Probabilmente le voci interiori bloccanti ti metteranno in guardia sui benefici secondari associati al vecchio comportamento. Cosa ti dicono? Cosa stai perdendo? Sei disposto a pagare il prezzo del nuovo comportamento? È importante che tu faccia chiarezza su questo altrimenti il vecchio tenderà a tornare. Come deve essere il nuovo comportamento per offrirti i benefici del vecchio senza portare con sé gli aspetti dannosi? Quanto sei disposto a rinunciare a dei benefici parziali in nome di benefici maggiori e più ampi per te e per il tuo benessere?

Ora è il momento di agire concretamente. Metti in atto le tre azioni in precedenza focalizzate e da cui vuoi cominciare il percorso di nuove possibilità per te …

Verifica i risultati che ottieni … Come rispondono gli altri? Cosa provi? Cosa ottieni coi nuovi comportamenti? 5 passi verso la felicità

Le maschere

Le maschere del disagio quotidiano sono tutte quelle forme attraverso cui manifestiamo il nostro mal-essere. I vari sintomi e disagi che affliggono le persone sono spesso leggibili come segnali che qualcosa nel proprio modo di condurre la vita va rivisto e regolato in modo più sano ovvero il sintomo chiama la persona a gettare la maschera, perlomeno a prenderne coscienza, verso la ricerca di un modo di essere, di pensare, di sentire di comportarsi che sia più autentico rispetto ai propri bisogni e ai propri desideri.

Le maschere che esprimono il disagio psichico sono le più svariate e hanno a che fare con l’impossibilità avvertita soggettivamente di uscire fuori da ruoli rigidi, di svincolarsi da copioni antichi, di emanciparsi da relazioni dannose.

L’ansia, da cui tutti, chi più chi meno, prima o poi, siamo assaliti, è una forma di auto-tortura, il segnale di un blocco profondo che ingabbia la nostra esistenza. L’ansia, nelle sue varie forme, è un segnale che richiama l’attenzione sul modo in cui stiamo conducendo la nostra vita. L’ansia segnala che stiamo fuggendo da noi stessi. L’ansia segnala che la persona ha incanalato la sua energia vitale in percorsi obbligati legati al “dover essere” e lontani da un reale contatto coi propri bisogni.

L’ansia è un segnale che invita ad andare oltre le proprie maschere per mettersi in contatto con la propria autenticità ovvero chiama la persona a confrontarsi con le sue scelte, con le sue ripetitività fonte di sofferenza, con la sua emotività compressa che chiede di essere ascoltata.

L’ansia è un invito all’ascolto di sé, a prendere confidenza con i propri stati d’animo e con le proprie emozioni come richiami ai bisogni, ai desideri, alla vitalità inespressa, al piacere, alla spontaneità.

L’ansia lascia intravedere la possibilità di un altro sé, tutto da costruire. L’ansia è un invito a cambiare, a rinnovarsi, a distaccarsi da vecchie abitudini e modalità.

L’ansia esprime la paura di vivere “pericolosamente” ed è un invito a rischiare; ad esplorare territori sconosciuti, a liberarsi da modelli ingabbianti; a tradire, a ribellarsi, ad emanciparsi da vincoli rigidi. A re-inventarsi. A creare una nuova forma di sé e una nuova norma per sé (riscrivere i propri “comandamenti”). A creare uno spazio personale di espressione e creatività in cui costruire continuamente la propria identità in trasformazione ed evoluzione.

Il processo di costruzione di sé, che dura tutta la vita, può essere concepito come un processo di continue identificazioni e disidentificazioni rispetto a ruoli, modelli e maschere che vengono gradualmente assimilate e interiorizzate.

Questo processo può svilupparsi attraverso un’adesione passiva, acritica, totale e totalizzante a una “maschera” (ideologie, ruoli sociali, modelli di comportamento, stili di vita) o invece come possibilità di costruzione attiva di una propria unicità e singolarità all’interno di quella “maschera”: un processo di costruzione attiva del proprio modo unico di essere al mondo.

Da un punto di vista sociale, le maschere servono alla persona per assumere ruoli e per avere un riconoscimento, mentre su un versante intrapsichico chiamano la persona ad una continua spola tra aspetti di sé autentici e aspetti di sé più di “facciata”. Il Falso sé espresso dalle maschere si struttura a partire dall’infanzia come risposta “adattiva” alle richieste dell’ambiente non sintonizzato sui bisogni del bambino, ambiente incapace di rispettarne l’unicità e di offrire un contesto favorevole allo sviluppo delle sue potenzialità innate (esperienze di non riconoscimento).

Ogni persona ha uno spazio interiore autentico, potenzialmente infinito, che nel tempo ha imparato a nascondere dietro maschere sociali, consapevoli o inconsapevoli, culturalmente condivise e avvertite come necessarie, pena il rifiuto e la disapprovazione. Oltre questa facciata c’è la propria profondità vitale che può essere ricercata affrontando la paura della solitudine e dell’incomprensione.

Il problema non è indossare una maschera, ma confondersi totalmente con essa fino a smarrire la propria identità genuina.

Le maschere nascono da come siamo abituati a vederci e a farci vedere, a essere trattati, ad essere visti in un certo modo che crea una maschera ingabbiante (lo scapestrato, il preciso, la mantide, il salvatore, il timido, la crocerossina, il malvagio, la bambola, ecc. ) che oggi ci sta stretta ma che non riusciamo o non vogliamo buttare.

Le maschere possono essere abitudini in cui ci si identifica (abiti), che danno sicurezza e orientamento, un senso di continuità e identità, ma racchiudono anche la persona in una ripetitività sempre uguale a se stessa. Un ruolo abitualmente giocato offre prevedibilità, ma limita la possibilità di accedere alla propria originale unicità. Diventiamo così schiavi di “abitudini padrone” che ci svuotano della nostra autenticità.

Le maschere, del resto, possono essere recitate consapevolmente o adottate inconsciamente. “Recitare” maschere significa anche poter accedere a diverse parti di sé, ogni maschera esprimendo un qualche aspetto di sé di cui ci si può “appropriare” in maniera più consapevole. Un gioco tra il sé che “dobbiamo essere”, il sé che “vorremmo essere” e il sé che nella realtà di fatto esprimiamo… Questo sono io, io sono la mia maschera… Questo è il mio carattere… io sono fatto così… io sono sempre stato uno che… io sono sempre io… tra maschere a cui ci sentiamo “costretti” e difficoltà a prendere contatto, conoscere e integrare diverse parti di sé che possono piacere o non piacere.

Nel percorso di crescita personale, questo io rigido e fissato su abitudini e mascheramenti vari, sempre uguale a se stesso, che offre prevedibilità e sicurezza, ma mette le catene in una sorta di auto-ingabbiamento, può gradualmente lasciare il posto ad un io multidimensionale, libero e creativo, capace di esporsi nella propria spontanea verità e rischiare giudizio e disapprovazione, rifiuto e scherno, in nome di un ampliamento delle possibilità di espressione e realizzazione di sé.

Indossare le maschere per scelta consapevole e con lo sguardo attento a come si va in giro per il mondo, con la propria maschera, può essere una strada per accedere alle diverse possibilità di espressione di sé, del proprio essere, per dare vita agli infiniti personaggi che abbiamo dentro. E questo non significa nascondersi dietro la maschera, ma “svelare. Per conoscersi e farsi conoscere. Non avere paura di sé, essere presenti a se stessi con la propria nuda essenza, con la propria interiorità profonda.

Dalla richiesta di aiuto al progetto di cura  

Quando una persona arriva in terapia evidentemente si trova in uno stato di disagio e sofferenza che non ha saputo superare in altro modo. PER CHI E PER COSA È UTILE LA PSICOTERAPIA?

All’inizio può portare una generica richiesta di aiuto per uno stare male non ben definito oppure può presentare diversi sintomi ansiosi, depressivi o di altro tipo progressivamente sempre più disturbanti il suo equilibrio psichico e la sua vita quotidiana; o anche può riferire un episodio di panico recente da cui è rimasto fortemente spaventato o può presentare problemi di coppia, sul lavoro, in altre relazioni o anche dubbi su scelte importanti che si ritrova a dover fare senza riuscirci. PERCHÉ È UTILE LA PSICOTERAPIA?

La persona manifesta alterazioni e segni più o meno gravi di sofferenza psicologica e fisica quando gli stimoli stressanti della sua vita superano le sue capacità di adattamento, quando le sue risorse personali e interpersonali non riescono a far fronte alle richieste e ai doveri del vivere quotidiano, quando il carico di ansia e angoscia presenti nella vita quotidiana sovrastano la capacità di affrontarle. S.T.R.E.S.S.

Al di là della diversità di ogni situazione, è possibile considerare una sorta di griglia orientativa delle aree della persona il cui malfunzionamento genera sofferenza:

  • Comportamenti problematici: sintomi fisici di un corpo malato, sintomi psichici di una mente ansiosa o depressa, dipendenze varie (sostanze, alcool, gioco d’azzardo, internet, social media, ecc.), alimentazione dis-regolata, comportamenti antisociali, comportamenti autodistruttivi (pensieri suicidari, tentativi di suicidio, atti di autolesionismo), ecc..
  • Pensieri distorti: credenze disfunzionali, convinzioni che portano ad un’erronea valutazione della realtà
  • Dis-regolazione delle emozioni: la persona ha qualche tipo di deficit in ambito emotivo; non riesce a sentire, riconoscere e individuare le emozioni che prova, non riesce ad esprimerle in modo adeguato, non riesce a coglierne il valore di comunicazione al servizio dell’adattamento Confidenza con se stessi 
  • Malessere relazionale: difficoltà a creare e mantenere adeguate relazioni amicali, sentimentali e lavorative; conflitti interpersonali distruttivi, separazioni, continue rotture relazionali, ecc… Come si fa a cambiare gli altri?!?!?
  • Incapacità di essere padroni del proprio tempo e di creare la propria qualità di vita. “Non ho mai tempo per …”, “la mia vita sarebbe migliore se avessi al giorno 48 ore…” La qualità del tempo di vita
  • Dubbi sulla propria identità Io sono così di carattere 

In realtà, la casistica è alquanto ampia e variegata e gli esempi riportati sono solamente una rappresentazione di massima. Gradualmente la persona va aiutata a definire i contorni della sua sofferenza in modo tale da poter concordare insieme gli obiettivi di cambiamento e le strategie più adatte per ottenere gli esiti desideratiCOSA SI FA IN PSICOTERAPIA?

Il disagio che la persona porta in terapia è sempre una comunicazione, a se stessi e al mondo, una comunicazione che va decodificata. Le emozioni ci segnalano i nostri bisogni insoddisfatti

Il disagio ha un senso nella storia del soggetto, nel suo momento di vita attuale e nei suoi nessi con le modalità anticamente apprese di stare al mondo, di pensare, di sentire, di agire, di entrare in relazione. La fonte della verità Per certi versi il malessere espresso dalla persona è una soluzione, disfunzionale, che la persona ha comunque trovato al suo dolore, alle sue angosce, alle sue difficoltà. La forma del suo stare male nasconde e rivela, al tempo stesso, cosa la persona sta vivendo in questo momento della sua vita, con cosa sta combattendo. Perché le persone si ammalano e … come possono guarire

Ma cosa chiede di fatto la persona che arriva a chiedere un aiuto terapeutico? Cosa si aspetta? Cosa immagina? Cosa prevede? Ovviamente vuole “guarire”, vuole “stare bene”, “stare meglio”, vuole tornare a “stare come prima”. Vuole “ristabilire il precedente assetto”, vuole “recuperare l’equilibrio perduto”, ecc.. In maniera controintuitiva, invece, i sintomi segnalano alla persona che qualcosa va cambiato. Quanto vuoi continuare? 

Un primo obiettivo quindi di ogni percorso di cura di sé è la valutazione della situazione attuale così come si è delineata nei diversi ambiti di vita della persona: non si cerca la diagnosi di una malattia, non si etichetta la persona come depresso, ansioso, schizofrenico, ossessivo, dipendente, ecc.. Si va, piuttosto, alla ricerca di una descrizione articolata del malfunzionamento della persona in una o più aree significative della sua vita: difficoltà al lavoro, momenti critici nella coppia, sensi di colpa e inadeguatezza nel ruolo di genitore, relazioni problematiche in genere (ad esempio, non riuscire a farsi rispettare, avere pochi amici e soffrire di solitudine), difficoltà a governare il proprio tempo tra stress quotidiano e interessi che non si riesce a coltivare come si vorrebbe (tra piaceri stentati e doveri sovrastanti, tra caratteristiche personali e ambienti di vita particolarmente esigenti, tra limiti e necessità di far fronte agli impegni), ecc…

La persona non viene inquadrata attraverso un nome che la fissa per sempre “dentro al suo problema”, viene piuttosto accolta e guardata nella sua complessità fatta di risorse e limiti, di problemi attuali e anche di possibilità di superarli. Cronache dalla psiche

Solo dopo un’adeguata valutazione di questo tipo che ha messo al centro dell’attenzione i bisogni e i valori della persona che chiede aiuto, è possibile concordare un progetto di cura, di cambiamento, di sviluppo personale in cui siano definibili in maniera chiara, specifica e valutabile nel tempo, gli obiettivi che si vogliono raggiungere, il processo che si seguirà, le strategie che verranno adottate. Tenendo conto ovviamente che questa idea di percorso è in progress in base a ciò che emergerà strada facendo: risultati raggiunti e ostacoli incontrati, tempi stimati rispetto all’evoluzione delle esigenze, cosa ha funzionato e cosa deve essere modificato in corso d’opera, ecc…

Perché le persone si ammalano e … come possono guarire

Ciascuno di noi alla nascita presenta “naturalmente” caratteristiche sane, positive, “buone”. L’essere umano è dotato di propensioni all’adattamento evolutivo, tendenze innate a cavarsela e a creare un ambiente adatto alle proprie esigenze, orientamenti fondamentali alla vita e all’evoluzione, spinte interne a proteggersi e sentirsi sicuri, a crescere, ad imparare, a creare legami, ad affermarsi nel mondo e a realizzare la propria natura e le proprie inclinazioni potenziali. Di fronte all’ambiente familiare, sociale e culturale, queste disposizioni di fondo trovano maggiore o minore accoglienza e vengono più o meno agevolate nella loro espressione naturale piuttosto che frustrate, bloccate, inibite, represse. Figli della propria famiglia, tra lecito e proibito

La crescita personale, attraverso la psicoterapia o anche attraverso altri strumenti, metodi e vie, è sostanzialmente un recupero di queste potenzialità perdute, una sorta di “liberazione” del bambino naturale che eravamo in origine, ovviamente all’interno di un processo sano di adattamento alla realtà dei contesti in cui ci troviamo a vivere. L’Ombra e le maschere della vita quotidiana

Il bambino è “naturalmente” giocoso, curioso, vitale, energico, eccitato, entusiasta, ecc.. Quando viene frustrato dall’ambiente affettivo in cui cresce (famiglia e anche scuola), diventa più o meno deviato, sottomesso, adattato, represso, a seconda dell’intensità della frustrazione. Il bambino naturale “trascurato”, “non visto”, “non ascoltato”, “non considerato”, insomma frustrato nei bisogni fondamentali di crescita, impara a stare al mondo in base alle condizioni ambientali, affettive e materiali che ha incontrato. La scelta più intelligente che hai fatto È sulla ferita infantile che quel bambino impara a sentirsi non amato e non meritevole, a sentirsi colpevole e sbagliato, a non dare valore a ciò che pensa, a non legittimare ciò che prova, a non saper esprimere le proprie emozioni e i propri pensieri, a non agire per soddisfare i propri bisogni e desideri, che ha imparato a credere non importanti. Il bambino ferito Questi sentimenti antichi, in particolare l’angoscia di rifiuto e abbandono che il bambino ha vissuto per paura delle conseguenze nel caso avesse agito in modo “naturale”, determinarono in lui una “selezione inconscia” di ciò che era possibile e ciò che non era consentito, di cosa poteva dire e cosa non poteva dire, di cosa poteva fare e cosa no.

Tanto più la frustrazione del bambino è precoce tanto maggiori saranno le difficoltà che incontrerà come adulto in futuro. Il repertorio comportamentale attuale si è creato in quelle condizioni e successivamente consolidato negli anni. Più la ferita è stata precoce e intensa e maggiormente ha sollecitato reazioni problematiche di adattamento che sono nel tempo diventate “automatismi inconsapevoli” presenti anche nei comportamenti adulti. I comportamenti autosabotanti

Le metodologie terapeutiche (individuale, coppia, famiglia, gruppo) agiscono a diversi livelli di profondità per andare a rintracciare le origini antiche della ferita primaria. In particolare, la persona in terapia viene aiutata a “ricontattare” la sofferenza antica, proprio a “risentire qui e ora ciò che sperimentò lì e allora”. Per “darsi il permesso interiore” che i propri genitori non le diedero, non diedero al bambino che è stato. Per “riscrivere le decisioni” prese allora sul modo migliore per cavarsela. Guarire le ferite dell’infanzia

Il cambiamento è possibile proprio grazie al rivivere, nel contesto protetto e sicuro della relazione terapeutica, certe esperienze emotive in cui quelle decisioni antiche vennero prese. Solo ricontattando quel nocciolo emotivo la persona riesce veramente a cambiare, a sentire che ce la può fare, a fare qualcosa di diverso, a superare la paura di agire come non ha mai fatto per timore di ciò che poteva accadere.

Messa così sembra la solita retorica dei genitori colpevoli di figli di un’infanzia infelice. In realtà, tranne alcune situazioni di palese disturbo psicopatologico del genitore e conseguente comportamento trascurante e negligente (violenza o assenza o distorsione di una funzione genitoriale sana), ricontattare il bambino ferito per prendersene cura (in terapia e poi nella vita quotidiana) non significa colpevolizzare i propri genitori o il passato in genere. Riprendere contatto con la ferita antica rischierebbe di essere solo uno sterile sfogo nemmeno troppo catartico, nemmeno troppo soddisfacente, sicuramente poco efficace per curare la ferita. 3 tipi di lamentela Significa, piuttosto, accettare ciò che è successo come … ciò che è successo. È andata così…

Se possiamo rintracciare effettivamente alcune carenze dei nostri genitori, che sono stati iperprotettivi o poco presenti, indulgenti o eccessivamente severi, senza regole o troppo rigidi, possiamo comunque anche realizzare che ci hanno amato come sapevano fare, ci hanno amato come ci hanno amato.

Per una cura della ferita realmente trasformativa in terapia, accanto a sentimenti dolorosi di tristezza, angoscia, rabbia, paura, ecc. che vanno visti e affrontati affinché la persona possa finalmente “chiudere conti in sospeso” (e spesso questo non ha bisogno necessariamente di un confronto reale con il proprio genitore, che può essere anche morto), è anche importante far emergere sentimenti di profonda comprensione e gratitudine per come i nostri genitori hanno svolto il loro ruolo con amore. Amore…

Per chi ha la fortuna di essere genitore probabilmente è anche più “facile” comprendere come sono stati i propri genitori, quello che ci hanno dato, come ci hanno cresciuto, come ci hanno aiutato ad essere la persona che siamo… Un genitore sufficientemente perfetto Possiamo ricordare diverse esperienze negative, quando ci siamo sentiti incompresi o giudicati, non considerati o maltrattati, ma probabilmente ciascuno di noi, anche la persona più ferita, addolorata e rancorosa coi propri genitori, accanto al necessario processo di lutto per il genitore di cui aveva diritto e bisogno e che forse non ha mai avuto, può accedere anche a ricordi di momenti piacevoli e gesti d’amore, durezza insieme a tenerezza, distanza e anche calore…

Integrare dentro di sé questo genitore “buono” col genitore “cattivo” ci apre la strada ad una maggiore compassione verso il nostro bambino ferito, ma anche verso la ferita dei nostri genitori, e ciò ci permette di liberarci anche di tante catene di odio, rancore, risentimento, ingiustizia che per troppo tempo ci siamo portati dietro…

Ricordati che devi morire

Come esseri umani siamo sostanzialmente orientati alla soddisfazione dei bisogni, alla realizzazione dei desideri, al vivere secondo valori che ci permettono di dare un senso alla nostra vita. 5 passi verso la felicità Quando questo accade ci sentiamo felici (proviamo gioia, contentezza, entusiasmo, senso di soddisfazione, appagamento, eccitazione, pienezza, godimento, realizzazione, ecc.), quando non accade ci sentiamo infelici (proviamo tristezza, malinconia, angoscia, apatia, rabbia, paura, ma anche vergogna, senso di colpa, ecc.) Cosa stai aspettando per essere felice? Ovviamente felici o infelici in misura maggiore o minore in relazione al grado di scostamento tra il mondo ideale (come lo vorremmo) e il mondo reale (l’esperienza di vita con la sua dose quotidiana di frustrazione e delusione). Quando la realtà ti delude
Sentirsi protetti e al sicuro, mangiare gustoso e prelibato, dormire sereni e svegliarsi riposati, sentirsi pieni di energia e vigore, giocare e curiosare, fare l’amore e creare legami solidi e nutrienti, esprimere la propria individualità attraverso il proprio movimento naturale e creativo, imparare cose nuove, sviluppare abilità, realizzare ciò che abbiamo immaginato e desiderato, sperimentare nuove possibilità in tutti gli ambiti di vita al servizio di un’evoluzione continua verso nuovi modi di essere individuali e della collettività intera, sono tutte esperienze che ci procurano piacere, gioia, felicità. La felicità esiste Vivere di stenti, stare sempre in tensione, sentirsi sempre in allarme e minacciati, sentirsi inibiti e costretti, stare soli e deprivati di stimoli, appassire su abitudini sclerotizzate, essere ostacolati nel proprio cammino evolutivo mentale e spirituale, sono invece esperienze che generano dolore, angoscia, tristezza, senso di impoverimento.
Le nostre esperienze di vita ci portano lungo un perenne divenire: alla soddisfazione per un risultato raggiunto segue un senso di mancanza e di desiderio che attiva l’esplorazione necessaria a perseguire un nuovo obiettivo, il tutto all’interno di un orientamento personale mosso dai propri valori, da ciò che per ciascuno di noi è importante e rende la vita degna di essere vissuta. E il ciclo continua… sempre e per sempre… lungo un’ideale linea infinita, verso il raggiungimento di stati di soddisfazione e modi di essere sempre più progrediti, evoluti. Le cinque O della crescita personale Ciascuno di noi sperimenta questo ciclo continuo in cui si alternano stati di pienezza del bisogno e appagamento del desiderio e stati di vuoto fertile, la quiete prima della nuova tempesta desiderante.
Purtroppo non sempre le cose vanno come nelle favole… prima o poi l’appagamento lascia il posto alla frustrazione, l’unione ideale si trasforma in un qualche grado di delusione, la sicurezza si alterna al pericolo, la tranquillità alla minaccia, la salute ci presenta la malattia, la bellezza della vita ci ricorda l’inevitabile conclusione.
Se è vero che dobbiamo ricordarci che prima o poi toccherà a tutti… allora non ci resta che vivere…

Il momento presente è l’unico che esiste, quindi impariamo ad essere pienamente presenti all’esperienza immediata: cosa vedo, sento, assaporo, tocco e annuso qui e ora, cosa sto provando qui e ora, cosa sto pensando qui e ora, di cosa ho bisogno qui e ora, cosa sto facendo qui e ora, cosa posso fare qui e ora, cosa devo fare qui e ora… Il momento presente è il punto di partenza per creare la vita che vogliamo e quella che possiamo.
Una vita che vale la “pena” di essere vissuta deve necessariamente essere “piena” di esperienze di soddisfazione, piacere e realizzazione di sé. Banale? Scontato? Certo… se hai ancora la vista per vedere un tramonto ogni volta che vuoi, se il cuore e la schiena ti accompagnano ancora, se hai due spiccioli per viaggiare, se hai ancora una persona cara da abbracciare, se hai un figlio che vuole giocare con te e un partner che ti desidera. Banale quanto fondamentale … se hai la possibilità di viverlo.
Una vita piena è quella “guidata dai nostri valori” consapevoli (cosa per noi è importante) e dall’assunzione di “responsabilità in prima persona” rispetto ad essi: quello che noi dobbiamo fare per realizzare la vita che vogliamo, orientata da ciò che per noi “ha valore” Oggi è il primo giorno del resto della nostra vita
Una vita “reale” è una vita “non ideale”, non perfetta, non sempre felice, non sempre piena di piacere, non sempre priva di dolore
Una persona “reale” ha bisogno di:

  • sentirsi sicura, protetta, curata, di fidarsi e di affidarsi;
  • sentirsi amata, stimata, desiderata, di amare e di essere amata;
  • crescere, di sviluppare talenti e abilità, di creare continuamente nuove norme e nuove forme, di curiosare, di giocare, di evolvere, di salire di livello spirituale;
  • realizzare la persona che è e di dare un senso al mistero della vita e della morte, di rendere attuali le potenzialità, di rendersi individuo, differenziato, unico, autonomo, di diventare ciò che è nel suo essere essenziale e di offrire il proprio contributo al mondo, al servizio della vita.

Non ci resta che …

A lezione dalla morte

Guarire le ferite dell’infanzia

All’inizio tutto è perfetto. Abbiamo tutto ciò che vogliamo. O perlomeno così sembra. È il grembo materno. Appena nati iniziamo a piangere… dobbiamo respirare da soli e fa pure freddo … il paradiso è perduto.

Quando siamo piccoli siamo nel pieno delle nostre potenzialità, nel pieno della nostra innocenza, nel pieno della nostra spontaneità. Siamo piena fiducia, amore, gioia, vitalità, innocenza, eccitazione, calma e rilassamento. Un qualunque neonato è puro istinto, pura impulsività, pura tendenza spontanea ad esprimere ciò che sente, ad esprimere ciò che vuole; cerca, in qualche modo, gratificazione ai suoi bisogni, cerca di ottenere “tutto e subito”.

All’inizio il bambino non conosce la frustrazione, non conosce gli ostacoli, non conosce qualcosa di diverso dalla sensazione di “quiete” quando il bisogno è soddisfatto e dalla sensazione di “tensione” quando il bisogno non è soddisfatto. Attraverso il pianto, il neonato “invita” i genitori a correre per soddisfare i suoi bisogni. Ad un certo punto, anche in situazioni “normali”, anche all’interno di una “normale” e tranquilla famiglia, i genitori devono “fornire” al piccolo anche “una certa quota di frustrazione” rispetto alla gratificazione immediata del bisogno. All’inizio il bambino ha fame, piange e dopo un secondo arriva mamma a porgergli il latte… Adesso mamma lo fa aspettare 2 minuti; o se prima il bambino bastava che piangesse e veniva preso in braccio adesso mamma ha capito che in alcune occasioni è semplicemente un capriccio; se prima mamma si occupava immediatamente di cambiare il pannolino, di mettergli una copertina o cose del genere adesso mamma, anche perché è più tranquilla, può “posticipare” un pochino la gratificazione del bisogno. Questo tipo di comportamento genitoriale è, in qualche modo, funzionale ad aiutare il bambino che sta crescendo a fare i conti con la frustrazione, col fatto “reale” che non sempre le cose vanno come vorremmo che andassero e che incontriamo degli ostacoli nella soddisfazione completa e perfetta del nostro bisogno e del nostro desiderio. Un insegnamento precoce fondamentale.

Questa “certa quota di frustrazione”, quindi, è normativa, appartiene allo sviluppo di ogni individuo, può essere più o meno grande e favorisce la crescita. Quando è troppo grande diventa traumatica, fino al punto di minare l’originaria gioia e vitalità del bambino, fino al punto di fargli perdere la fiducia in se stesso e negli altri, fino al punto che viene vissuta con così tanto dolore e paura che queste emozioni lasceranno in lui una traccia indelebile, una ferita, un senso di profonda vulnerabilità con cui quel bambino dovrà fare i conti per tutta la vita. Il bambino ferito Con cui ciascuno di noi farà i conti per tutta la vita visto che, anche in condizioni normali, è impossibile non subire un qualche grado o tipo di ferita emotiva. “Tutto e subito” è solo un’illusione. Il paradiso è perduto nel momento in cui era solo un’illusione. I genitori sono solo “sufficientemente” perfetti… Un genitore sufficientemente perfetto

La paura e la vulnerabilità appartengono al bambino ferito dentro di noi; ciascuno di noi è stato allevato da genitori inconsapevoli delle loro ferite di bambini, non sanate, che hanno trasmesso ai propri figli attraverso le pressioni inconsapevoli ad essere la risposta alle loro ferite infantili. L’educazione e la socializzazione ci spingono a diventare quello che gli altri si aspettano e pretendono da noi e così veniamo progressivamente alienati dal nostro sé autentico. Diventiamo sempre più sospettosi, diffidenti, insicuri, apatici, depressi, ansiosi, aggressivi. Diventiamo delle persone ferite. Proviamo paura, isolamento, vergogna. Impariamo l’amore condizionato: ci sentiamo amati, stimati e protetti se e solo se ci adattiamo alle pressioni di chi ci vuole conformare ad un dover essere molto lontano dalla nostra autenticità naturale. Essere e dover essere

La ferita è composta di varie paure intorno a cui il bambino prima e l’adulto poi si sono organizzati per sopravvivere ed essere “sufficientemente felici”. La paura:

  • di essere abbandonati, di perdere i genitori e altre figure importanti
  • di non essere più amati dalle persone che amiamo
  • di essere disapprovati e rifiutati
  • di essere giudicati, criticati e puniti in quanto “cattivi”
  • di entrare in conflitto e di arrabbiarsi
  • la paura di essere autentici
  • di perdere il controllo di sé e di poter distruggere se stessi e gli altri
  • di esporsi ed essere umiliati in quanto brutti, sporchi e cattivi
  • di essere invasi, manipolati, traditi, abusati
  • di essere intimi, vicini
  • di fallire e di riuscire se questo incontra la disapprovazione
  • del dolore e della vulnerabilità
  • di restare soli
  • di morire

Per tutta la vita dobbiamo fronteggiare queste paure. Le paure “non riconosciute”, ricacciate in “cantina”, messe nel “freezer”, tenute in “soffitta”, diventano angoscia inquietante che condiziona dall’interno la nostra vita, conducendoci spesso a scelte distruttive per noi stessi e per gli altri. L’Ombra e le maschere della vita quotidiana Restiamo imprigionati nel bisogno di approvazione e schiacciati dalla ricerca di amore sempre “condizionato”: “vado bene se e solo se… sono come mi vogliono gli altri, come dovrei essere …”. L’insegnamento della cacca

Rispetto a questi attacchi alla nostra natura più libera e naturale, ciascuno di noi, da bambino, ha “deciso” inconsciamente come cavarsela, cominciando ad adottare varie strategie “protettive” che negli anni hanno formato la nostra vulnerabilità ferita composta di tanti sentimenti dolorosi: vergogna, paura, dolore, rabbia, vuoto, tristezza, solitudine, impotenza, tradimento, disperazione e altri sentimenti negativi associati “all’abuso emozionale subito”: non essere stati visti né riconosciuti, repressi e trascurati, non accettati né apprezzati, non ascoltati né compresi.

Strategie, compensazioni, meccanismi di difesa, comportamenti volti a proteggere la nostra vulnerabilità ferita sono il nostro copione organizzato intorno alle decisioni precoci sul modo migliore per cavarsela nelle condizioni di vita in cui siamo cresciuti.

Queste strategie sono molteplici:

  • comportamenti di evitamento
  • repressione della propria energia vitale
  • dipendenze da sostanze (droga, alcol) o comportamenti (gioco d’azzardo, internet, pornografia, social media)
  • compiacenza accondiscendente
  • assunzione di ruoli e maschere fittizi (falso sé)
  • manipolazione e seduzione che lascia nel vuoto di affetto
  • fuga nel fare, per non sentire
  • ricerca sfrenata del successo (copertura del vuoto interiore)
  • ribellione e ostilità cronica, senza reale costrutto
  • alienazione affettiva e anestesia emozionale
  • ritiro in se stessi, chiusura, ripiegamento

Purtroppo il prezzo che paghiamo per proteggere il nostro bambino ferito è quello di allontanarci dal nostro sé autentico. Questi comportamenti ci offrono l’illusione di evitare ulteriori paura e dolore, sembrano utili per proteggerci, da noi stessi, dalle nostre emozioni, dalle relazioni tossiche, ma, di fatto, hanno efficacia a breve termine, purtroppo rappresentano tentativi inadeguati che prima o poi lasceranno scoperta la ferita.

Da bambini avevamo bisogno di proteggere la nostra vulnerabilità e abbiamo trovato il nostro stile unico di protezione, affinato nel tempo anche attraverso comportamenti “problematici”. Ci ha permesso di sopravvivere e di non impazzire. Solo che nel tempo è diventato così parte di noi, ci siamo così fortemente e inconsciamente identificati in esso che oggi non ci rendiamo conto di assumere quel tipo di atteggiamento o strategia (ego sintonico). È diventato il nostro modo di essere rigido, sclerotizzato, abituale, inconscio. Il nostro copione di vita. Come ogni scudo, è protettivo e limitante al tempo stesso, trattiene la nostra energia vitale, ci blocca nell’espressione di noi stessi, ci aliena dai nostri sentimenti e dalla nostra vitalità creativa.

La finalità o tendenza ideale di ogni cammino di crescita personale, da praticare concretamente nella realtà quotidiana, oltre che obiettivo di ogni lavoro terapeutico, è:

  • Liberare la nostra natura essenziale, autentica, spontanea, naturale dalla prigione dell’amore condizionato, del rigido dover essere
  • Guarire le ferite del bambino che siamo stati e che ci portiamo dentro
  • Ampliare il ventaglio delle possibilità a nostra disposizione “per sentirci felici”, superando i vecchi schemi di comportamento che finora abbiamo creduto gli unici a nostra disposizione per soddisfare i nostri bisogni e realizzare i nostri desideri

Un genitore sufficientemente perfetto

Ecco cosa significa il mestiere più difficile del mondo. Spesso, nel mio lavoro, mi chiedono consigli su come essere un buon genitore, su come comportarsi in questa o quest’altra situazione coi figli. Sono genitore anch’io e professionista dei rapporti umani! Non è sufficiente. Cosa rende il mestiere di genitore un lavoro ben fatto? Figli sani e liberi, sereni e felici, educati e rispettosi, capaci ed efficienti, consapevoli e responsabili? Chi più ne ha più ne metta… E che vuol dire? Che vuol dire per te? Ognuno deve cercare nella propria vita, nella propria storia, nella propria quotidianità il modo migliore possibile per essere un genitore che cresce i figli. La consapevolezza di sé del proprio essere (essere stato) figlio dei genitori che si hanno (avevano) è un passaggio fondamentale. Per avere indicazioni su come si fa (e su come non si fa) il genitore. Ma soprattutto come bacino di informazioni preziose sul ruolo complesso, sfaccettato, misterioso e anche meraviglioso di genitore che accompagna i figli nel mondo, a cercare il loro posto nel mondo.
Quali sono le caratteristiche di un figlio sano? Cosa rende un figlio, un individuo autonomo, libero? Da cosa è composta la serenità? Qual è la tua ricetta della felicità con cui nutrire i tuoi figli?
Forse per molti sarebbe auspicabile un ricettario, come si fa a … Quando… In questa o quest’altra situazione. Regole e indicazioni specifiche per ogni istante della vita insieme ai figli. Dove si trova questo “manuale del genitore che dovresti essere”?
Per imparare a fare il genitore è importante confrontarsi con altri genitori, è utile leggere libri così come ascoltare esperti, ma resta fondamentale il lavoro di esplorazione e consapevolezza di sé, della propria storia di figlio almeno tra 4 generazioni, passando quindi attraverso i nostri nonni e i nostri genitori, nel nostro vissuto di figlio e in quello attuale di genitore. Ad esempio, per aiutare questo viaggio interiore e intergenerazionale si può seguire questa traccia. Come sono stati come genitori i miei nonni? Come sono stati come figli i miei genitori? Già solo fino a qui si è aperto un mondo. Nonni materni e paterni? Nonno e nonna? In che modo simili in che modo differenti? Quanti figli? Figlio unico?
In modo ancora più operativo e concreto possiamo chiederci: quando ero bambino che significava per i miei essere “sano”? Mangiare, dormire… E far di conto?! Cosa significa per me oggi come genitore crescere un figlio sano? Cosa posso conservare dei valori e dell’insegnamento dei miei? Cosa voglio scartare perché non lo condivido? Quando ero bambino che significava per i miei essere “libero”? Respirare, giocare e fare puzzette?! Cosa significa per me oggi come genitore crescere un figlio libero? Cosa posso conservare dei valori e dell’insegnamento dei miei? Cosa voglio scartare perché non lo condivido? Quando ero bambino che significava per i miei essere “sereno, felice, educato, rispettoso, capace, efficiente, consapevole, responsabile”? Come è per me oggi che sono genitore?
Questo non è un ricettario di regole specifiche sempre valide e di indicazioni buone per ogni figlio in ogni circostanza. È piuttosto una griglia di orientamento valoriale, solo una tra le possibili, ciascun genitore può costruirsi la propria con i personali valori e orientamenti con cui vuole crescere i figli. Ed ogni risposta alle precedenti domande non diventa immediatamente una soluzione ad un problema. Ogni risposta va fatta decantare dentro di sé, va compresa appieno nel senso profondo che racchiude.

Infine, tre considerazioni che meritano la massima attenzione:

1. Le domande, le risposte e le riflessioni che attivano sono sempre e comunque parziali perché capire come essere genitore deve attingere anche al piano inconsapevole di sé, del proprio modo di pensare, sentire e agire.

2. Diventa fondamentale riconoscere che dentro due adulti genitori agiscono sempre due bambini feriti con le loro rispettive angosce antiche e i loro dolori da curare.

3. Last but not least, quanto incide la presenza di problemi nella coppia, di dolori e rancori irrisolti? Quanto rischiamo inconsapevolmente  di usare i figli per risolvere problemi tra partner?

Ecco che significa il mestiere più difficile del mondo…