L’abuso e la cura

I disturbi della personalità e molti tra i più gravi sintomi psicologici e psicosomatici in generale sono l’espressione dell’adattamento che la persona ha trovato ad una storia di relazioni stressanti, spesso a partire da relazioni precoci traumatiche; la soluzione, anche se disfunzionale, per padroneggiare lo stress/ trauma emotivo e interpersonale; le strategie che la persona fin da bambino ha adottato per governare qualcosa di emotivamente troppo grande e potente da gestire per cercare di non esserne turbato profondamente.
La persona, bambina, è stata sopraffatta da situazioni più grandi di lei, imprevedibili, emotivamente soverchianti, perciò ingestibili per le risorse limitate di un bambino che a volte ha subito un vero abuso sessuale, spesso da persone vicine, altre volte ha subito un abuso sotto forma di violenza fisica, altre ancora ha dovuto confrontarsi con modalità di relazione e trascuratezza che possono ben definirsi come “abuso psicologico o emozionale”.
Queste diverse forme di abuso e di incapacità genitoriale di prendersi cura in modo adeguato del figlio (di proteggerlo, amarlo, guidarlo, sostenerlo, aiutarlo a costruire una sana autostima, ad avere fiducia negli altri e a trovare senso e valore alla vita) hanno lasciato ferite profonde difficili da rimarginare. In particolare, hanno ostacolato l’apprendimento da parte del bambino di sane capacità di auto-rassicurazione e auto-regolazione emotiva utili per affrontare momenti stressanti, frustranti e dolorosi che la vita ci presenta. Crescendo, quel bambino poi adolescente quindi adulto, avrà trovato altre soluzioni “patologiche” per lenire i suoi dolori, affrontare gli stress quotidiani e le delusioni affettive. Nei momenti di difficoltà, frustrazione e delusione, invece che accedere a sane risorse interne di autoconsolazione e autoconforto, invece di cercare adeguato supporto affettivo tra parenti e amici, tenderà ad utilizzare modalità distorte e francamente malate per far fronte a quelle emozioni dolorose, intense, sovrastanti. Se nessuno gli ha insegnato qualcosa di buono avrà probabilmente trovato qualche sistema per cavarsela in contatto col suo dolore, avrà trovato purtroppo comportamenti problematici e sintomatici come tentativi fallimentari per gestire il dolore, comportamenti disfunzionali tra i più disparati: dipendenze e compulsioni varie, comportamenti alimentari disturbati, atti autolesivi come modo per sentire dolore fisico al posto di quello emotivo oppure autolesionismo per sentire i confini del corpo, sessualità abnorme, comportamenti pericolosi e violenti, sintomi dissociativi, ecc.
Queste diverse forme patologiche in terapia forniscono un “canale di accesso” fondamentale per rivisitare, comprendere, elaborare e “risolvere” la storia traumatica della persona. Quello che la persona sperimenta oggi offre un “ponte” per curare le ferite antiche, per riprendere contatto col bambino solo, “abusato”, ferito, addolorato che ancora vive nell’adulto e che ha bisogno di essere “curato” come non è stato possibile al tempo. Nella relazione terapeutica accogliente e “riparativa”, il paziente può finalmente “chiudere i conti” col suo passato doloroso e riprendere la strada di uno sviluppo felice interrotto o forse mai iniziato…

Come ti prendi cura del tuo mal-essere

Lo psicologo non dà risposte preconfezionate utili per tutti. In un percorso di sviluppo psicologico e crescita personale puoi imparare a conoscere te stesso, puoi apprendere strumenti per regolare i tuoi stati d’animo e per dirigere il tuo pensiero, puoi imparare a rilassarti e a meditare, puoi capire come contribuisci a creare le relazioni interpersonali, quelle felici e quelle stressanti, puoi imparare ad agire in modo utile e finalizzato a realizzare i tuoi scopi, bisogni e desideri.

Lo psicologo non dà risposte, fa domande e aiuta ciascuno a trovare le proprie risposte. Le strategie, le tecniche, gli strumenti e tutto quanto altro puoi apprendere attraverso diversi percorsi di crescita personale ti serviranno solo ed esclusivamente a trovare le tue risposte, quelle che ti aiutano a trovare senso e a dare senso alla tua vita, a dare significato alla tua storia, direzione alle tue azioni, valore al tuo passato, presente e futuro. E questo ti porterà a decidere, a scegliere, ad agire prendendoti finalmente, forse come non hai mai fatto, la responsabilità di quello che ti appartiene, di quello che pensi, delle emozioni che vivi dei comportamenti che metti in atto. Questa è la “cura”, la “guarigione”, l’evoluzione.

Elaborazione e liberazione

Pur esistendo numerosissimi approcci psicoterapeutici anche molto diversi tra loro, per non dire su posizioni polarizzate, per i presupposti di partenza e per gli obiettivi a cui tendono, ogni terapeuta incontra la persona che “chiede aiuto”, chiede di “stare meglio”, vuole “guarire”, vuole “eliminare i suoi sintomi”, vuole “ridurre la sua sofferenza emotiva”, vuole “abbandonare i suoi comportamenti problematici”, vuole “migliorare l’accesso alle sue risorse personali”, vuole “sviluppare nuove risorse” e desidera “acquisire o potenziare la piena espressione delle potenzialità personali”, al fine di costruire una vita di qualità, piena di esperienze piacevoli quali relazioni gratificanti, un lavoro appagante, tempo libero per lo svago, salute, ricchezza, abbondanza, ecc.. Terapeuta e paziente insieme ridefiniscono questa richiesta di aiuto, la esplorano, la chiariscono, la elaborano e stilano degli obiettivi terapeutici e di crescita personale.

Oltre alla ridefinizione della richiesta di aiuto ai fini di un piano di trattamento consapevole e condiviso negli obiettivi, nei tempi e nei modi per realizzarli, un altro elemento sempre presente in ogni percorso terapeutico, è il principio dell’ELABORAZIONE. In alcuni casi è esplicitato, in altri è implicito: l’elaborazione è quel processo attraverso cui paziente e terapeuta (ma in realtà ogni persona nella sua vita), a partire dalle richieste di aiuto e dai bisogni del primo, rivisitano il senso delle esperienze del paziente, presenti e passate, al fine di ricavare indicazioni utili per vivere le stesse esperienze e quelle future in modo più fruttuoso e meno doloroso e per imparare ad agire in modo più utile alla soddisfazione dei propri bisogni e alla realizzazione del proprio progetto di vita.

Un tipo specifico di elaborazione è quello che si realizza attraverso l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing): desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari.

L’EMDR è una metodologia terapeutica che può essere applicata da ogni terapeuta specificamente formato, indipendentemente dal modello di partenza; una metodologia che lavora sui traumi e sulle esperienze stressanti particolarmente intense e devastanti, affrontando i “ricordi traumatici non elaborati” per portarli ad una risoluzione più funzionale e adattiva.

L’elaborazione, come intesa nell’EMDR, è quel processo che integra gli eventi disturbanti con informazioni adattive o positive ovvero che “trasforma i ricordi dolorosi fino a privarli della loro carica traumatica” ovvero che permette alla persona di “liberarsi del suo passato” di angoscia, dolore, impotenza, vulnerabilità, vergogna e colpa. Liberarsi del passato non vuol dire cancellarlo. Evidentemente non è questa onnipotenza irrealistica che è perseguita. Questa “liberazione” avviene a diversi livelli.

  • Dal punto di vista sintomatologico: la persona si libera di sintomi e malesseri che scompaiono o si riducono in maniera notevole
  • Dal punto di vista emotivo: la persona si libera, si alleggerisce di carichi indigesti e trova pace
  • Dal punto di vista somatico: la persona si libera di tensioni corporee, rigidità e sensazioni fisiche disturbanti che gravavano sul suo corpo da tempo immemore
  • Dal punto di vista mentale: la persona si libera di convinzioni negative su di sé, sul mondo e sul futuro fino a sviluppare nuove convinzioni positive che ampliano il ventaglio delle sue possibilità di azione gratificante.

L’elaborazione, non avvenuta direttamente al momento dell’esperienza negativa originaria, può avvenire attraverso l’EMDR: processo di elaborazione dei ricordi non elaborati. Facciamo qualche esempio.

Un’esperienza infantile in cui ci siamo sentiti umiliati, vittima di un bullo prepotente, può essere stata già allora elaborata grazie all’interconnessione con altre informazioni positive e pensieri del tipo: “molti mi rispettano”, “molti mi vogliono bene”, “il problema è del bullo”, “quel bullo esprime con la violenza e la prepotenza la sua fragilità”, “sono stato confortato”, “ho avuto tanti amici dalla mia parte”, “ho avuto modo di farmi valere per le mie capacità”, ecc.. Se, invece, quella stessa esperienza infantile all’epoca non ha trovato il sostegno di altre informazioni ed esperienze positive e adattive, allora può essere rimasta come “ricordo non elaborato” che da adulto potrà essere affrontato con l’EMDR, portando la persona a “liberarsi del carico emotivo” portato per tanti anni, a “fare pace” con quel senso di sé negativo, sopraffatto, impotente, debole, ecc., fino a trovare “nuove convinzioni positive su di sé”, a “ridefinire quell’evento in modo più adattivo”, adulto, integrato, “emotivamente scaricato”.

A scuola può esserti capitato di vivere un’esperienza di vergogna: magari per un insegnante poco discreto e aggressivo che non risparmiava i suoi commenti critici e giudicanti sul tuo comportamento, sul tuo profitto o addirittura sul tuo aspetto; magari perché eri timido e i compagni si prendevano gioco di te, forse in modo scherzoso e amorevole, forse no, un gioco da te vissuto con sentimenti di esclusione, vergogna, rabbia, tristezza. Anche in questo caso è possibile che queste esperienze negative tu le abbia potute integrare con altre positive di amore, rispetto, affetto, stima che ti hanno offerto la possibilità di dare un senso a quell’esperienza dolorosa (l’insegnante ha i suoi problemi, l’insegnante non si rende conto, forse non dovrebbe fare questo mestiere, magari vuole spingermi a migliorare, anche se usa mezzi violenti, ecc. o nel secondo caso: gli amici mi vogliono bene e me lo hanno dimostrato, la mia timidezza a volte è proprio esagerata, ho avuto altri modi e ambiti per farmi valere, la mia autostima dipende da tanti altri fattori e posso sentirmi bene anche se a volte mi prendono in giro, ecc.) senza viverla come traumatica o comunque modulandone la carica emotiva negativa proprio in virtù di altre esperienze positive.

Spesso papà mi urlava in faccia che “sei un incapace, uno stupido, cretino e deficiente” e mamma non prendeva mai le mie parti, vittima del timore verso papà.

Quando stavo male mamma si arrabbiava, quando ero triste mi rimproverava, quando ero spaventato mi prendeva in giro … e non ho mai potuto esprimere le mie emozioni sentendomi ascoltato perché per mamma le emozioni erano solo segno di “debolezza” e andavano accantonate, anzi proprio non provate, a favore di una capacità di risolvere i problemi pratici senza troppe “smancerie e frivolezze” …

Chissà se anche in questi ultimi due scenari quel bambino (che sei stato) ha avuto la possibilità di dare un senso a quelle esperienze e di integrarle con altre positive o con una spiegazione che rendesse quei sentimenti dolorosi, ma non traumatici?

Un evento doloroso o disturbante, se trova un conforto, una rassicurazione, una possibile dotazione di senso, non diventa traumatico. Può essere elaborato al momento per essere lasciato alle spalle. Ma quando l’evento è troppo sconvolgente e la persona si trova “sola” ad affrontarlo, non vista, non compresa, non rassicurata, non confortata, non contenuta, senza un aiuto che la sostenga nel modulare l’emotività e nel dare senso all’accaduto, può restarne sopraffatta; quell’evento disturbante diventa allora un trauma e viene immagazzinato nel cervello come “RICORDO O TRAUMA NON ELABORATO”. In momenti successivi della propria vita, qualche fattore scatenante (difficoltà, problema) si aggancerà a quell’evento traumatico, incapsulato e congelato nella mente, lo riattiverà con tutto il carico di emozioni devastanti, sensazioni dolorose, pensieri disturbanti, convinzioni negative su di sé, ecc..

La rielaborazione EMDR permette ai ricordi non elaborati e ai traumi non risolti di trovare una soluzione adattiva e alla persona di raggiungere un senso di “liberazione” emotiva e comportamentale. Una volta “sciolto” il nodo antico, la persona recupera una serie di risorse e potenzialità da tempo tenute bloccate dal trauma e può ricominciare a vivere la sua vita in maniera più leggere e libera, a creare i suoi progetti di vita più in sintonia coi valori personali sentendosi meno vittima delle ferite del passato.

Oltre gli automatismi. La terapia EMDR per curare i traumi

Quando siamo piccoli, in base alle esperienze vissute, ci facciamo un’idea del mondo e di noi stessi, un’idea degli altri, di come funzionano le cose e i rapporti interpersonali. Sia che abbiamo vissuto esperienze drammatiche e traumatiche sia che apparteniamo ad una famiglia sufficientemente serena e tranquilla, la nostra esperienza delle origini ha “installato” in noi credenze e convinzioni che nel tempo si sono radicate e consolidate fino a creare una rete di informazioni o una “memoria storica” dentro il nostro cervello che “guida l’esperienza attuale in modo quasi completamente automatico”. Le situazioni e le persone che attualmente ci troviamo ad incontrare sono da noi vissute in base a quegli schemi formatisi nell’infanzia che “DAL PASSATO” continuano ad agire “AL PRESENTE” condizionando il modo in cui pensiamo, agiamo e reagiamo emotivamente.

Questi modi automatici di reagire sono in una certa misura “utili” perché ci permettono di vivere il mondo in modo prevedibile e controllabile, ci consentono di gestire situazioni nuove in base alla conoscenza e all’esperienza pregresse di come vanno le cose, di come governare certi rapporti, di come affrontare certe situazioni.

In altri casi, la previsione che ci fornisce lo schema è “controproducente”: soprattutto in quei casi in cui lo schema si è originato da esperienze molto intense dal punto di vista emotivo, fortemente stressanti e perfino “traumatiche” cioè che hanno sovrastato la nostra capacità di farvi fronte, lasciandoci in balia di angosce e pensieri da noi non elaborabili, da paure e dolori a cui non siamo riusciti a dare senso e conforto.

La psicoterapia aiuta la persona a potenziare il valore e l’utilità degli schemi e a DISINNESCARE LA RIPETIZIONE AUTOMATICA DISFUNZIONALE. In particolare, l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un modello terapeutico che permette di lavorare sui ricordi traumatici. Sia sui cosiddetti Traumi con la T maiuscola che sui traumi con la t minuscola.

T: Lutti, Malattie gravi, Disastri naturali (terremoto, tsunami), Attentati terroristici, Eventi scioccanti (crollo ponte di Genova), Abuso sessuale infantile, Stupro, Violenza episodica estrema, Incidente grave, Guerra, ecc.

t: Attaccamento infantile problematico, Sviluppo distorto, Relazioni interpersonali traumatiche, infantili e adulte, ecc.

“SINGOLI TRAUMI”, dall’impatto emotivo devastante, vissuti in età infantile o anche adulta ed “ESPERIENZE RELAZIONALI TRAUMATICHE” con ripetute occasioni di “abuso fisico ed emozionale” (mancato accudimento, trascuratezza, violenza, sopraffazione, negligenza, abbandono, rifiuto, ecc.) vanno a costruire nella mente della persona una “MEMORIA TRAUMATICA” pronta a riattivarsi in ogni occasione che scatena quell’inferno originario, vissuto e interiorizzato.

Questa memoria traumatica contiene immagini, pensieri, credenze, convinzioni, emozioni, sensazioni che sono rimaste in qualche modo “congelate” al momento del “fatto originario” o dell’esperienza relazionale traumatica ripetuta.

Il ricordo “non elaborato” è stato immagazzinato nel cervello con le stesse emozioni, sensazioni fisiche e convinzioni vissute in origine e condiziona “dal passato” quello che accade “nel presente”, portando la persona a reagire “automaticamente” o “inconsapevolmente” alle situazioni attuali “qui e ora” come ha imparato a reagire “lì e allora”.

Ad esempio, la situazione “traumatica” vissuta a 5 anni quando sono entrati i ladri in casa (paura, dolore, angoscia, terrore, sensazione di impotenza e di vulnerabilità, congelamento fisico, immagini di pericolo e di morte, convinzioni di non farcela, di non cavarsela, ecc.) può rappresentare “oggi” l’origine della tua sensibilità alle situazioni anche solo lontanamente fonte di pericolo e di minaccia.

Altro esempio: se “da bambina” hai avuto genitori poco attenti a quello che ti succedeva o poco propensi ad intervenire in tuo aiuto, soprattutto quando provavi spavento, dolore e tristezza, genitori che ti hanno “lasciata sola” senza rassicurarti e confortarti, probabilmente “da adulta” vivrai le relazioni interpersonali e affettive attraverso quell’antica sensibilità interiorizzata da bambina; potrai, ad esempio, aver “deciso allora” che è meglio non legarsi a nessuno oppure che è meglio legarsi stretti e avvinghiarsi a riccio oppure credere che tanto siamo soli e rimarremo sempre soli … Queste ed altre credenze, più o meno consapevoli, condizionano il modo in cui vivi le tue relazioni attuali, quando vanno bene e quando vanno male.

Ancora: se sei stato vittima di un terremoto che ti ha lasciato scioccato, che ti ha portato via persone care e sicurezze materiali, lasciato in preda ad un cosiddetto “stress post-traumatico”, probabilmente dentro di te si sarà installata una sensibilità a “rivivere” il trauma in molteplici situazioni della vita quotidiana anche solo lievemente stressanti.

La psicoterapia aiuta la persona a “DISINNESCARE L’AUTOMATISMO” tra memoria traumatica e funzionamento attuale, fino a portarla a costruirsi “un senso di sé positivo”:

  • adeguato, capace, degno di amore e stima
  • sicuro, capace di prendersi cura di sé, di rassicurarsi di fronte alle paure, di lenire i dolori e confortarsi
  • forte, capace di affrontare il mondo, di prevedere e governare gli eventi della vita quotidiana

 

Per saperne di più sulla psicoterapia basata sull’EMDR puoi consultarmi o consultare intanto alcuni libri fruibili anche ai non addetti ai lavori:

  • Lasciare il passato nel passato. Francine Shapiro (ideatrice della metodologia)
  • Traumi psicologici, ferite dell’anima. Isabel Fernandez
  • EMDR Revolution. Tal Croitoru

Cosa si fa in terapia?

Chi arriva in terapia presenta almeno tre aspetti fondamentali, con un grado di consapevolezza che può variare da persona a persona:

  1. riconosce di “stare male” o di avere desiderio di “stare meglio”
  2. riconosce di aver “bisogno di aiuto” per raggiungere uno stato “desiderato” differente da uno stato “attuale”
  3. identifica la “psicoterapia come strumento” e modalità adatti al raggiungimento di questi scopi.

Cosa si fa in terapia? Sono presenti, in maniera ogni volta differente, due processi:

  1. Cura delle parti “malate”, “bisognose”, “fragili”; cura delle frustrazioni e delle delusioni, delle angosce antiche e delle “ferite”
  2. Sviluppo delle “risorse”, dei “talenti”, delle parti “sane”, “vitali”; generare, riconoscere, esprimere, sviluppare il proprio talento creativo, le proprie passioni, la propria unicità, il proprio potenziale.

In terapia ti avvicini al nucleo più intimo di te stesso, alla tua parte più naturale e genuina, per imparare a “sentirti Ok”, oltre ogni giudizio, incondizionatamente!

In terapia puoi imparare ad uscire dalla gabbia auto-imposta del rigido “dover essere”…

In terapia puoi riappropriarti della responsabilità della tua personale “direzione di vita”.

In terapia impari a “mettere in discussione le rigide regole” (di pensiero e di azione) che anticamente ti sei dato (e che continui a seguire nonostante ti facciano soffrire) per stare al mondo, per sentire di valere, per sentirti degno di amore e stima.

La psicoterapia è uno strumento che, attraverso una relazione accogliente, protetta, affidabile, non giudicante, si prende cura della “soggettività unica della persona”, si occupa della parte malata e della parte sana, con l’obiettivo di ridurre i sintomi e di “rivisitare” alcuni aspetti della personalità.

La psicoterapia mira ad aiutare la persona nel suo processo quotidiano di “scelta consapevole” di una propria collocazione nel mondo, accompagna la persona nell’esplorazione, nella comprensione e nello sviluppo delle varie componenti dell’esperienza soggettiva.

Oltre il vecchio modo di stare al mondo, la terapia favorisce un adattamento creativo alla realtà inteso come percorso verso “nuove norme e nuove forme di sé”, nuove modalità di pensiero, un nuovo stile emotivo, nuove abilità comportamentali, nuovi effetti relazionali, un nuovo senso di sé e della propria identità, della propria storia, della propria progettualità.

In terapia puoi imparare a governare il tuo comportamento in base ai tuoi bisogni più autentici e genuini.

In terapia ti riappropri della responsabilità di costruire la tua personalissima felicità.

Il terapeuta non propone valori e norme esterne o soluzioni calate dall’alto, piuttosto accompagna la persona nel processo di “sperimentazione della propria autonoma capacità decisionale“, aiutandola a prendersi carico della conseguenze delle proprie azioni, a pagare il prezzo e a riscuotere i benefici del cambaimento.

La psicoterapia, in definitiva, offre la possibilità di costruire una nuova storia di sé, più soddisfacente e “piena”.

Chi va in terapia non è più un semplice “attore” “passivo” di un “copione scritto da altri” nel passato, impara piuttosto ad essere “attore e autore”, consapevole e responsabile, del proprio “progetto di vita”.

3 passi per togliere una piccola grande dipendenza. Esercizio

Ogni emozione conduce al cibo o a qualche altra forma di “dipendenza”, qualcosa che facciamo per rispondere a quella emozione. Sono triste e mangio (o fumo o bevo o divento violento o gioco d’azzardo o vado su facebook o vado su internet o mi compro un vestito o … ), sono arrabbiato e mangio… (o tutto il resto) sono preoccupato e mangio o tutto il resto… sono angosciato e… sono solo e … mi sento in colpa e… mi sento una schifezza e… mi sento un fallito e… chi più ne ha più ne metta, sia di stati d’animo negativi “attivatori” del comportamento problematico sia di comportamenti “critici” “abituali” da cui ormai siamo dipendenti.

Le dipendenze, intese in tal modo, non sono altro che “canali abituali attraverso cui rispondiamo alle emozioni dolorose”. Abitudini ormai consolidate e divenute inconsapevoli itinerari che ci portano ad alimentare la sofferenza invece che a trovare modi utili per rispondere allo stato d’animo generatore iniziale.
Quando decidi di farci qualcosa è importante che inizi a guardarti dentro con domande semplici, chiare, essenziali. Le risposte che troverai amplieranno la tua consapevolezza e le possibilità di cambiamento.

1. “Quando mi ritrovo nel mio comportamento dipendente o compulsivo o abituale e nocivo cosa sto provando emotivamente?

2. E quando hai identificato le tue emozioni: sono triste, sono arrabbiato, sono angosciato, mi sento vuoto, mi sento in colpa, mi vergogno, mi annoio, ecc. … chiediti: di cosa ho bisogno (che solitamente mi illudo, più o meno consapevolmente, di soddisfare con quel comportamento dipendente o abitudine malsana)? “Di cosa ho bisogno veramente che non può trovare risposta efficace nel comportamento dipendente?”

3. Identificato quel bisogno (essere rassicurato, protetto, consolato, confortato, essere in compagnia invece che solo, vitalizzarmi, placare il mio dolore, farmi rispettare, difendere il mio spazio, valorizzare i miei pensieri, legittimare i miei bisogni, ecc.) chiediti: “cosa posso fare di veramente efficace ed utile per questo mio bisogno?” Quale azione sana (invece che il mio solito abituale comportamento dannoso) posso mettere in pratica per ottenere o realizzare ciò di cui ho veramente bisogno?

E poi ancora una volta tocca a te …

Pratica pratica pratica fino a rendere questi 3 passi le tue nuove abitudini mentali e comportamentali.

L’aiuto dello psicologo

Spesso le persone che arrivano dallo psicologo hanno l’idea che lo psicologo dia dei consigli ovvero fornisca indicazioni precise su quali siano le scelte migliori da fare, su come comportarsi in una certa situazione, su quale sia l’atteggiamento o comportamento giusto con l’amico piuttosto che col partner, su cosa sia meglio fare, cosa sia giusto fare, cosa sia buono fare, ecc. In realtà, generalmente, lo psicologo si pone in modo diverso rispetto a queste aspettative dei pazienti. In particolare:

  • è vero che lo psicologo gradualmente conosce la persona, ma è anche vero che la persona, per molti aspetti, resta la massima esperta di se stessa, ci sono delle cose che sono conosciute o sono conoscibili solamente dal “di dentro”. Ci sono informazioni che sfuggono, nessi che possono emergere e  “impliciti” che non sono facilmente identificabili e che, durante l’esplorazione in seduta, possono essere resi più chiari ed evidenti e con ciò favorire una scelta più consapevole da parte del paziente
  • ognuno è figlio della propria storia attraverso la quale ha imparato un certo modo di stare al mondo, sviluppato preferenze e gusti che vanno conosciuti, rispettati e utilizzati come riferimento per le proprie scelte; lo psicologo può avere dei valori di riferimento che possono essere anche molto diversi da quelli del paziente, per cui le scelte che farebbe una persona non sono le stesse che farebbe un’altra. Lo psicologo aiuta la persona a chiarire i suoi valori e i suoi bisogni e sulla base di questi a fare scelte più consapevoli, autonome, responsabili
  • ogni persona è diversa rispetto al tipo e al grado di disponibilità a pagare un certo prezzo per certe scelte; ogni persona è disposta a prendersi certi rischi piuttosto che altri; quello che potrebbe essere sano, buono e giusto per lo psicologo potrebbe non esserlo per il paziente
  • lo psicologo, più che dire cosa è giusto e cosa non lo è, aiuta il paziente ad immaginare e a riflettere intorno ad alcune domande: “se facessi questo che cosa otterrei?” “E se facessi questo lo farei per ottenere cosa?” “Che cosa immagino possa succedere se facessi questa azione piuttosto che quest’altra?” “Che cosa desidererei accadesse?” “Qual è l’effetto che vado a cercare?” e così via. Domande di questo tipo aiutano il paziente a riflettere sul senso e sul valore di fare una scelta piuttosto che un’altra…
  • è importante aiutare il paziente a decidere da solo perché il paziente possa sentire di avere la giusta dose di autonomia e di responsabilità, la capacità di prendere delle decisioni sapendo che comunque ogni decisione è imperfetta, ogni decisione ha un prezzo da pagare, nessuno ha la palla per prevedere il futuro e, comunque, le variabili in gioco potrebbero essere molte perché quello che potrebbe succedere può dipendere dalla scelta della persona, ma può dipendere anche dalla reazione dell’interlocutore, può dipendere dal tipo di situazione, dal tipo di contesto, eccetera.

All’inizio, la persona che arriva a chiedere aiuto può aver un bisogno più o meno grande di essere guidata e accompagnata; gradualmente viene aiutata a prendersi carico di sé in maniera sempre più autonoma e responsabile, quindi anche a scegliere assumendosi pienamente la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni.
Quando il paziente capisce il valore di queste considerazioni rispetto al fare delle scelte, smette di chiedere consigli e diventa consigliere di se stesso. Maggiormente centrato su se stesso: cosa provo in questa situazione? Cosa penso? Di cosa ho bisogno? Cosa mi piacerebbe? Cosa sarebbe meglio fare? Meglio rispetto a quali bisogni, desideri e obiettivi? Quale conflitto sto vivendo tra diversi miei bisogni tra loro inconciliabili? Quale prezzo pago facendo questa scelta? A cosa devo rinunciare per ottenere quello che voglio? Cosa devo fare? Quando? Quale il primo passo necessario?

Una volta che la persona ha deciso ovvero ha fatto un primo passo, la realtà offrirà delle risposte utili ad aggiustare il tiro...