Cosa succede nella stanza della terapia

Molte persone hanno un’immagine distorta del lavoro psicoterapeutico o quantomeno un’idea semplicistica. Spesso hanno “immagini polarizzate”: di una persona che va in terapia solo ed esclusivamente per “sfogarsi” e lo psicoterapeuta completamente silenzioso che ascolta e permette al paziente di “vomitare” quanto di indigesto la vita gli propone. Un’altra immagine sarebbe, invece, quella di un paziente completamente “passivo e dipendente,” infantile e immaturo, incapace di vivere la propria vita, alla ricerca di un terapeuta “santone onnisciente” ed esperto del segreto della vita, pronto ad elargire consigli magici e direttive straordinarie su cosa fare e cosa non fare per prendere la via della felicità. In mezzo a questi due estremi, sono diffuse altre immagini o idee più o meno realistiche di cosa significa fare una psicoterapia, un lavoro su se stessi di cura, guarigione e crescita personale. Rispetto a queste immagini un po’ “cinematografiche” c’è una realtà ben diversa.
Senza pretendere di esaurire in poche righe un argomento così delicato e complesso, posso fornire un’idea del senso e del valore di un percorso terapeutico e di una relazione d’aiuto.
Il terapeuta aiuta la persona a districarsi nei meandri delle sue frustrazioni, delusioni e stress quotidiani affinché la persona arrivi a prendere decisioni autonome, consapevoli e responsabili per risolvere i suoi problemi, ridurre la sua sofferenza, creare il suo benessere e creare le condizioni per realizzarsi.
Il terapeuta aiuta ad esplorare il mondo interno e le circostanze esterne che rappresentano il problema della persona, per arrivare a trovare una soluzione che emerge dal processo condiviso di riflessione ed elaborazione.
Le circostanze esterne sono i fatti, gli eventi, cosa è successo, cosa le persone coinvolte in una situazione specifica hanno detto e fatto.
Il mondo interno è costituito dalle emozioni della persona, dai suoi stati d’animo e dall’intensità di questi; dai pensieri della persona, dalle sue credenze e convinzioni, alcune già chiare ed evidenti, altre implicite, più nascoste e che pure governano, in modo rilevante, la condotta della persona e i suoi vissuti emotivi; dalle disposizioni all’azione o impulsi che la persona ha in quelle circostanze, cosa la persona vorrebbe fare e dire; dalle azioni effettive che la persona adotta, cosa concretamente la persona dice e fa; dai bisogni, desideri e valori che sono in ballo nella questione specifica, eventualmente in conflitto dentro la persona o in conflitto coi bisogni, desideri e valori delle altre persone coinvolte.
A volte, l’analisi di una situazione attuale nei contorni così definiti può essere sufficiente per aiutare la persona a trovare la sua strada. Altre volte, quasi sempre in realtà, le questioni attuali conducono la persona a visitare e rivisitare alcuni aspetti della sua storia di vita, di come fin da piccola ha imparato a cavarsela nel mondo.
Da questa esplorazione congiunta, la persona che ha chiesto aiuto può ricavare una serie di elementi di conoscenza per agire nella realtà cercando di risolvere problemi e realizzare se stessa.
Imparando a riconoscere ed accettare che quasi mai esistono soluzioni facili o indolori.
Imparando quindi ad apprezzare il valore delle proprie scelte, oggi come ieri, tra le migliori possibili per una parziale soddisfazione, più o meno grande.
Imparando comunque ad essere grata per ciò che appartiene alla propria vita, per ciò che riceve dagli altri e ciò che può donare agli altri.

L’abuso e la cura

I disturbi della personalità e molti tra i più gravi sintomi psicologici e psicosomatici in generale sono l’espressione dell’adattamento che la persona ha trovato ad una storia di relazioni stressanti, spesso a partire da relazioni precoci traumatiche; la soluzione, anche se disfunzionale, per padroneggiare lo stress/ trauma emotivo e interpersonale; le strategie che la persona fin da bambino ha adottato per governare qualcosa di emotivamente troppo grande e potente da gestire per cercare di non esserne turbato profondamente.
La persona, bambina, è stata sopraffatta da situazioni più grandi di lei, imprevedibili, emotivamente soverchianti, perciò ingestibili per le risorse limitate di un bambino che a volte ha subito un vero abuso sessuale, spesso da persone vicine, altre volte ha subito un abuso sotto forma di violenza fisica, altre ancora ha dovuto confrontarsi con modalità di relazione e trascuratezza che possono ben definirsi come “abuso psicologico o emozionale”.
Queste diverse forme di abuso e di incapacità genitoriale di prendersi cura in modo adeguato del figlio (di proteggerlo, amarlo, guidarlo, sostenerlo, aiutarlo a costruire una sana autostima, ad avere fiducia negli altri e a trovare senso e valore alla vita) hanno lasciato ferite profonde difficili da rimarginare. In particolare, hanno ostacolato l’apprendimento da parte del bambino di sane capacità di auto-rassicurazione e auto-regolazione emotiva utili per affrontare momenti stressanti, frustranti e dolorosi che la vita ci presenta. Crescendo, quel bambino poi adolescente quindi adulto, avrà trovato altre soluzioni “patologiche” per lenire i suoi dolori, affrontare gli stress quotidiani e le delusioni affettive. Nei momenti di difficoltà, frustrazione e delusione, invece che accedere a sane risorse interne di autoconsolazione e autoconforto, invece di cercare adeguato supporto affettivo tra parenti e amici, tenderà ad utilizzare modalità distorte e francamente malate per far fronte a quelle emozioni dolorose, intense, sovrastanti. Se nessuno gli ha insegnato qualcosa di buono avrà probabilmente trovato qualche sistema per cavarsela in contatto col suo dolore, avrà trovato purtroppo comportamenti problematici e sintomatici come tentativi fallimentari per gestire il dolore, comportamenti disfunzionali tra i più disparati: dipendenze e compulsioni varie, comportamenti alimentari disturbati, atti autolesivi come modo per sentire dolore fisico al posto di quello emotivo oppure autolesionismo per sentire i confini del corpo, sessualità abnorme, comportamenti pericolosi e violenti, sintomi dissociativi, ecc.
Queste diverse forme patologiche in terapia forniscono un “canale di accesso” fondamentale per rivisitare, comprendere, elaborare e “risolvere” la storia traumatica della persona. Quello che la persona sperimenta oggi offre un “ponte” per curare le ferite antiche, per riprendere contatto col bambino solo, “abusato”, ferito, addolorato che ancora vive nell’adulto e che ha bisogno di essere “curato” come non è stato possibile al tempo. Nella relazione terapeutica accogliente e “riparativa”, il paziente può finalmente “chiudere i conti” col suo passato doloroso e riprendere la strada di uno sviluppo felice interrotto o forse mai iniziato…

Come ti prendi cura del tuo mal-essere

Lo psicologo non dà risposte preconfezionate utili per tutti. In un percorso di sviluppo psicologico e crescita personale puoi imparare a conoscere te stesso, puoi apprendere strumenti per regolare i tuoi stati d’animo e per dirigere il tuo pensiero, puoi imparare a rilassarti e a meditare, puoi capire come contribuisci a creare le relazioni interpersonali, quelle felici e quelle stressanti, puoi imparare ad agire in modo utile e finalizzato a realizzare i tuoi scopi, bisogni e desideri.

Lo psicologo non dà risposte, fa domande e aiuta ciascuno a trovare le proprie risposte. Le strategie, le tecniche, gli strumenti e tutto quanto altro puoi apprendere attraverso diversi percorsi di crescita personale ti serviranno solo ed esclusivamente a trovare le tue risposte, quelle che ti aiutano a trovare senso e a dare senso alla tua vita, a dare significato alla tua storia, direzione alle tue azioni, valore al tuo passato, presente e futuro. E questo ti porterà a decidere, a scegliere, ad agire prendendoti finalmente, forse come non hai mai fatto, la responsabilità di quello che ti appartiene, di quello che pensi, delle emozioni che vivi dei comportamenti che metti in atto. Questa è la “cura”, la “guarigione”, l’evoluzione.

Elaborazione e liberazione

Pur esistendo numerosissimi approcci psicoterapeutici anche molto diversi tra loro, per non dire su posizioni polarizzate, per i presupposti di partenza e per gli obiettivi a cui tendono, ogni terapeuta incontra la persona che “chiede aiuto”, chiede di “stare meglio”, vuole “guarire”, vuole “eliminare i suoi sintomi”, vuole “ridurre la sua sofferenza emotiva”, vuole “abbandonare i suoi comportamenti problematici”, vuole “migliorare l’accesso alle sue risorse personali”, vuole “sviluppare nuove risorse” e desidera “acquisire o potenziare la piena espressione delle potenzialità personali”, al fine di costruire una vita di qualità, piena di esperienze piacevoli quali relazioni gratificanti, un lavoro appagante, tempo libero per lo svago, salute, ricchezza, abbondanza, ecc.. Terapeuta e paziente insieme ridefiniscono questa richiesta di aiuto, la esplorano, la chiariscono, la elaborano e stilano degli obiettivi terapeutici e di crescita personale.

Oltre alla ridefinizione della richiesta di aiuto ai fini di un piano di trattamento consapevole e condiviso negli obiettivi, nei tempi e nei modi per realizzarli, un altro elemento sempre presente in ogni percorso terapeutico, è il principio dell’ELABORAZIONE. In alcuni casi è esplicitato, in altri è implicito: l’elaborazione è quel processo attraverso cui paziente e terapeuta (ma in realtà ogni persona nella sua vita), a partire dalle richieste di aiuto e dai bisogni del primo, rivisitano il senso delle esperienze del paziente, presenti e passate, al fine di ricavare indicazioni utili per vivere le stesse esperienze e quelle future in modo più fruttuoso e meno doloroso e per imparare ad agire in modo più utile alla soddisfazione dei propri bisogni e alla realizzazione del proprio progetto di vita.

Un tipo specifico di elaborazione è quello che si realizza attraverso l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing): desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari.

L’EMDR è una metodologia terapeutica che può essere applicata da ogni terapeuta specificamente formato, indipendentemente dal modello di partenza; una metodologia che lavora sui traumi e sulle esperienze stressanti particolarmente intense e devastanti, affrontando i “ricordi traumatici non elaborati” per portarli ad una risoluzione più funzionale e adattiva.

L’elaborazione, come intesa nell’EMDR, è quel processo che integra gli eventi disturbanti con informazioni adattive o positive ovvero che “trasforma i ricordi dolorosi fino a privarli della loro carica traumatica” ovvero che permette alla persona di “liberarsi del suo passato” di angoscia, dolore, impotenza, vulnerabilità, vergogna e colpa. Liberarsi del passato non vuol dire cancellarlo. Evidentemente non è questa onnipotenza irrealistica che è perseguita. Questa “liberazione” avviene a diversi livelli.

  • Dal punto di vista sintomatologico: la persona si libera di sintomi e malesseri che scompaiono o si riducono in maniera notevole
  • Dal punto di vista emotivo: la persona si libera, si alleggerisce di carichi indigesti e trova pace
  • Dal punto di vista somatico: la persona si libera di tensioni corporee, rigidità e sensazioni fisiche disturbanti che gravavano sul suo corpo da tempo immemore
  • Dal punto di vista mentale: la persona si libera di convinzioni negative su di sé, sul mondo e sul futuro fino a sviluppare nuove convinzioni positive che ampliano il ventaglio delle sue possibilità di azione gratificante.

L’elaborazione, non avvenuta direttamente al momento dell’esperienza negativa originaria, può avvenire attraverso l’EMDR: processo di elaborazione dei ricordi non elaborati. Facciamo qualche esempio.

Un’esperienza infantile in cui ci siamo sentiti umiliati, vittima di un bullo prepotente, può essere stata già allora elaborata grazie all’interconnessione con altre informazioni positive e pensieri del tipo: “molti mi rispettano”, “molti mi vogliono bene”, “il problema è del bullo”, “quel bullo esprime con la violenza e la prepotenza la sua fragilità”, “sono stato confortato”, “ho avuto tanti amici dalla mia parte”, “ho avuto modo di farmi valere per le mie capacità”, ecc.. Se, invece, quella stessa esperienza infantile all’epoca non ha trovato il sostegno di altre informazioni ed esperienze positive e adattive, allora può essere rimasta come “ricordo non elaborato” che da adulto potrà essere affrontato con l’EMDR, portando la persona a “liberarsi del carico emotivo” portato per tanti anni, a “fare pace” con quel senso di sé negativo, sopraffatto, impotente, debole, ecc., fino a trovare “nuove convinzioni positive su di sé”, a “ridefinire quell’evento in modo più adattivo”, adulto, integrato, “emotivamente scaricato”.

A scuola può esserti capitato di vivere un’esperienza di vergogna: magari per un insegnante poco discreto e aggressivo che non risparmiava i suoi commenti critici e giudicanti sul tuo comportamento, sul tuo profitto o addirittura sul tuo aspetto; magari perché eri timido e i compagni si prendevano gioco di te, forse in modo scherzoso e amorevole, forse no, un gioco da te vissuto con sentimenti di esclusione, vergogna, rabbia, tristezza. Anche in questo caso è possibile che queste esperienze negative tu le abbia potute integrare con altre positive di amore, rispetto, affetto, stima che ti hanno offerto la possibilità di dare un senso a quell’esperienza dolorosa (l’insegnante ha i suoi problemi, l’insegnante non si rende conto, forse non dovrebbe fare questo mestiere, magari vuole spingermi a migliorare, anche se usa mezzi violenti, ecc. o nel secondo caso: gli amici mi vogliono bene e me lo hanno dimostrato, la mia timidezza a volte è proprio esagerata, ho avuto altri modi e ambiti per farmi valere, la mia autostima dipende da tanti altri fattori e posso sentirmi bene anche se a volte mi prendono in giro, ecc.) senza viverla come traumatica o comunque modulandone la carica emotiva negativa proprio in virtù di altre esperienze positive.

Spesso papà mi urlava in faccia che “sei un incapace, uno stupido, cretino e deficiente” e mamma non prendeva mai le mie parti, vittima del timore verso papà.

Quando stavo male mamma si arrabbiava, quando ero triste mi rimproverava, quando ero spaventato mi prendeva in giro … e non ho mai potuto esprimere le mie emozioni sentendomi ascoltato perché per mamma le emozioni erano solo segno di “debolezza” e andavano accantonate, anzi proprio non provate, a favore di una capacità di risolvere i problemi pratici senza troppe “smancerie e frivolezze” …

Chissà se anche in questi ultimi due scenari quel bambino (che sei stato) ha avuto la possibilità di dare un senso a quelle esperienze e di integrarle con altre positive o con una spiegazione che rendesse quei sentimenti dolorosi, ma non traumatici?

Un evento doloroso o disturbante, se trova un conforto, una rassicurazione, una possibile dotazione di senso, non diventa traumatico. Può essere elaborato al momento per essere lasciato alle spalle. Ma quando l’evento è troppo sconvolgente e la persona si trova “sola” ad affrontarlo, non vista, non compresa, non rassicurata, non confortata, non contenuta, senza un aiuto che la sostenga nel modulare l’emotività e nel dare senso all’accaduto, può restarne sopraffatta; quell’evento disturbante diventa allora un trauma e viene immagazzinato nel cervello come “RICORDO O TRAUMA NON ELABORATO”. In momenti successivi della propria vita, qualche fattore scatenante (difficoltà, problema) si aggancerà a quell’evento traumatico, incapsulato e congelato nella mente, lo riattiverà con tutto il carico di emozioni devastanti, sensazioni dolorose, pensieri disturbanti, convinzioni negative su di sé, ecc..

La rielaborazione EMDR permette ai ricordi non elaborati e ai traumi non risolti di trovare una soluzione adattiva e alla persona di raggiungere un senso di “liberazione” emotiva e comportamentale. Una volta “sciolto” il nodo antico, la persona recupera una serie di risorse e potenzialità da tempo tenute bloccate dal trauma e può ricominciare a vivere la sua vita in maniera più leggere e libera, a creare i suoi progetti di vita più in sintonia coi valori personali sentendosi meno vittima delle ferite del passato.

Oltre gli automatismi. La terapia EMDR per curare i traumi

Quando siamo piccoli, in base alle esperienze vissute, ci facciamo un’idea del mondo e di noi stessi, un’idea degli altri, di come funzionano le cose e i rapporti interpersonali. Sia che abbiamo vissuto esperienze drammatiche e traumatiche sia che apparteniamo ad una famiglia sufficientemente serena e tranquilla, la nostra esperienza delle origini ha “installato” in noi credenze e convinzioni che nel tempo si sono radicate e consolidate fino a creare una rete di informazioni o una “memoria storica” dentro il nostro cervello che “guida l’esperienza attuale in modo quasi completamente automatico”. Le situazioni e le persone che attualmente ci troviamo ad incontrare sono da noi vissute in base a quegli schemi formatisi nell’infanzia che “DAL PASSATO” continuano ad agire “AL PRESENTE” condizionando il modo in cui pensiamo, agiamo e reagiamo emotivamente.

Questi modi automatici di reagire sono in una certa misura “utili” perché ci permettono di vivere il mondo in modo prevedibile e controllabile, ci consentono di gestire situazioni nuove in base alla conoscenza e all’esperienza pregresse di come vanno le cose, di come governare certi rapporti, di come affrontare certe situazioni.

In altri casi, la previsione che ci fornisce lo schema è “controproducente”: soprattutto in quei casi in cui lo schema si è originato da esperienze molto intense dal punto di vista emotivo, fortemente stressanti e perfino “traumatiche” cioè che hanno sovrastato la nostra capacità di farvi fronte, lasciandoci in balia di angosce e pensieri da noi non elaborabili, da paure e dolori a cui non siamo riusciti a dare senso e conforto.

La psicoterapia aiuta la persona a potenziare il valore e l’utilità degli schemi e a DISINNESCARE LA RIPETIZIONE AUTOMATICA DISFUNZIONALE. In particolare, l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un modello terapeutico che permette di lavorare sui ricordi traumatici. Sia sui cosiddetti Traumi con la T maiuscola che sui traumi con la t minuscola.

T: Lutti, Malattie gravi, Disastri naturali (terremoto, tsunami), Attentati terroristici, Eventi scioccanti (crollo ponte di Genova), Abuso sessuale infantile, Stupro, Violenza episodica estrema, Incidente grave, Guerra, ecc.

t: Attaccamento infantile problematico, Sviluppo distorto, Relazioni interpersonali traumatiche, infantili e adulte, ecc.

“SINGOLI TRAUMI”, dall’impatto emotivo devastante, vissuti in età infantile o anche adulta ed “ESPERIENZE RELAZIONALI TRAUMATICHE” con ripetute occasioni di “abuso fisico ed emozionale” (mancato accudimento, trascuratezza, violenza, sopraffazione, negligenza, abbandono, rifiuto, ecc.) vanno a costruire nella mente della persona una “MEMORIA TRAUMATICA” pronta a riattivarsi in ogni occasione che scatena quell’inferno originario, vissuto e interiorizzato.

Questa memoria traumatica contiene immagini, pensieri, credenze, convinzioni, emozioni, sensazioni che sono rimaste in qualche modo “congelate” al momento del “fatto originario” o dell’esperienza relazionale traumatica ripetuta.

Il ricordo “non elaborato” è stato immagazzinato nel cervello con le stesse emozioni, sensazioni fisiche e convinzioni vissute in origine e condiziona “dal passato” quello che accade “nel presente”, portando la persona a reagire “automaticamente” o “inconsapevolmente” alle situazioni attuali “qui e ora” come ha imparato a reagire “lì e allora”.

Ad esempio, la situazione “traumatica” vissuta a 5 anni quando sono entrati i ladri in casa (paura, dolore, angoscia, terrore, sensazione di impotenza e di vulnerabilità, congelamento fisico, immagini di pericolo e di morte, convinzioni di non farcela, di non cavarsela, ecc.) può rappresentare “oggi” l’origine della tua sensibilità alle situazioni anche solo lontanamente fonte di pericolo e di minaccia.

Altro esempio: se “da bambina” hai avuto genitori poco attenti a quello che ti succedeva o poco propensi ad intervenire in tuo aiuto, soprattutto quando provavi spavento, dolore e tristezza, genitori che ti hanno “lasciata sola” senza rassicurarti e confortarti, probabilmente “da adulta” vivrai le relazioni interpersonali e affettive attraverso quell’antica sensibilità interiorizzata da bambina; potrai, ad esempio, aver “deciso allora” che è meglio non legarsi a nessuno oppure che è meglio legarsi stretti e avvinghiarsi a riccio oppure credere che tanto siamo soli e rimarremo sempre soli … Queste ed altre credenze, più o meno consapevoli, condizionano il modo in cui vivi le tue relazioni attuali, quando vanno bene e quando vanno male.

Ancora: se sei stato vittima di un terremoto che ti ha lasciato scioccato, che ti ha portato via persone care e sicurezze materiali, lasciato in preda ad un cosiddetto “stress post-traumatico”, probabilmente dentro di te si sarà installata una sensibilità a “rivivere” il trauma in molteplici situazioni della vita quotidiana anche solo lievemente stressanti.

La psicoterapia aiuta la persona a “DISINNESCARE L’AUTOMATISMO” tra memoria traumatica e funzionamento attuale, fino a portarla a costruirsi “un senso di sé positivo”:

  • adeguato, capace, degno di amore e stima
  • sicuro, capace di prendersi cura di sé, di rassicurarsi di fronte alle paure, di lenire i dolori e confortarsi
  • forte, capace di affrontare il mondo, di prevedere e governare gli eventi della vita quotidiana

 

Per saperne di più sulla psicoterapia basata sull’EMDR puoi consultarmi o consultare intanto alcuni libri fruibili anche ai non addetti ai lavori:

  • Lasciare il passato nel passato. Francine Shapiro (ideatrice della metodologia)
  • Traumi psicologici, ferite dell’anima. Isabel Fernandez
  • EMDR Revolution. Tal Croitoru

Cosa si fa in terapia?

Chi arriva in terapia presenta almeno tre aspetti fondamentali, con un grado di consapevolezza che può variare da persona a persona:

  1. riconosce di “stare male” o di avere desiderio di “stare meglio”
  2. riconosce di aver “bisogno di aiuto” per raggiungere uno stato “desiderato” differente da uno stato “attuale”
  3. identifica la “psicoterapia come strumento” e modalità adatti al raggiungimento di questi scopi.

Cosa si fa in terapia? Sono presenti, in maniera ogni volta differente, due processi:

  1. Cura delle parti “malate”, “bisognose”, “fragili”; cura delle frustrazioni e delle delusioni, delle angosce antiche e delle “ferite”
  2. Sviluppo delle “risorse”, dei “talenti”, delle parti “sane”, “vitali”; generare, riconoscere, esprimere, sviluppare il proprio talento creativo, le proprie passioni, la propria unicità, il proprio potenziale.

In terapia ti avvicini al nucleo più intimo di te stesso, alla tua parte più naturale e genuina, per imparare a “sentirti Ok”, oltre ogni giudizio, incondizionatamente!

In terapia puoi imparare ad uscire dalla gabbia auto-imposta del rigido “dover essere”…

In terapia puoi riappropriarti della responsabilità della tua personale “direzione di vita”.

In terapia impari a “mettere in discussione le rigide regole” (di pensiero e di azione) che anticamente ti sei dato (e che continui a seguire nonostante ti facciano soffrire) per stare al mondo, per sentire di valere, per sentirti degno di amore e stima.

La psicoterapia è uno strumento che, attraverso una relazione accogliente, protetta, affidabile, non giudicante, si prende cura della “soggettività unica della persona”, si occupa della parte malata e della parte sana, con l’obiettivo di ridurre i sintomi e di “rivisitare” alcuni aspetti della personalità.

La psicoterapia mira ad aiutare la persona nel suo processo quotidiano di “scelta consapevole” di una propria collocazione nel mondo, accompagna la persona nell’esplorazione, nella comprensione e nello sviluppo delle varie componenti dell’esperienza soggettiva.

Oltre il vecchio modo di stare al mondo, la terapia favorisce un adattamento creativo alla realtà inteso come percorso verso “nuove norme e nuove forme di sé”, nuove modalità di pensiero, un nuovo stile emotivo, nuove abilità comportamentali, nuovi effetti relazionali, un nuovo senso di sé e della propria identità, della propria storia, della propria progettualità.

In terapia puoi imparare a governare il tuo comportamento in base ai tuoi bisogni più autentici e genuini.

In terapia ti riappropri della responsabilità di costruire la tua personalissima felicità.

Il terapeuta non propone valori e norme esterne o soluzioni calate dall’alto, piuttosto accompagna la persona nel processo di “sperimentazione della propria autonoma capacità decisionale“, aiutandola a prendersi carico della conseguenze delle proprie azioni, a pagare il prezzo e a riscuotere i benefici del cambaimento.

La psicoterapia, in definitiva, offre la possibilità di costruire una nuova storia di sé, più soddisfacente e “piena”.

Chi va in terapia non è più un semplice “attore” “passivo” di un “copione scritto da altri” nel passato, impara piuttosto ad essere “attore e autore”, consapevole e responsabile, del proprio “progetto di vita”.

3 passi per togliere una piccola grande dipendenza. Esercizio

Ogni emozione conduce al cibo o a qualche altra forma di “dipendenza”, qualcosa che facciamo per rispondere a quella emozione. Sono triste e mangio (o fumo o bevo o divento violento o gioco d’azzardo o vado su facebook o vado su internet o mi compro un vestito o … ), sono arrabbiato e mangio… (o tutto il resto) sono preoccupato e mangio o tutto il resto… sono angosciato e… sono solo e … mi sento in colpa e… mi sento una schifezza e… mi sento un fallito e… chi più ne ha più ne metta, sia di stati d’animo negativi “attivatori” del comportamento problematico sia di comportamenti “critici” “abituali” da cui ormai siamo dipendenti.

Le dipendenze, intese in tal modo, non sono altro che “canali abituali attraverso cui rispondiamo alle emozioni dolorose”. Abitudini ormai consolidate e divenute inconsapevoli itinerari che ci portano ad alimentare la sofferenza invece che a trovare modi utili per rispondere allo stato d’animo generatore iniziale.
Quando decidi di farci qualcosa è importante che inizi a guardarti dentro con domande semplici, chiare, essenziali. Le risposte che troverai amplieranno la tua consapevolezza e le possibilità di cambiamento.

1. “Quando mi ritrovo nel mio comportamento dipendente o compulsivo o abituale e nocivo cosa sto provando emotivamente?

2. E quando hai identificato le tue emozioni: sono triste, sono arrabbiato, sono angosciato, mi sento vuoto, mi sento in colpa, mi vergogno, mi annoio, ecc. … chiediti: di cosa ho bisogno (che solitamente mi illudo, più o meno consapevolmente, di soddisfare con quel comportamento dipendente o abitudine malsana)? “Di cosa ho bisogno veramente che non può trovare risposta efficace nel comportamento dipendente?”

3. Identificato quel bisogno (essere rassicurato, protetto, consolato, confortato, essere in compagnia invece che solo, vitalizzarmi, placare il mio dolore, farmi rispettare, difendere il mio spazio, valorizzare i miei pensieri, legittimare i miei bisogni, ecc.) chiediti: “cosa posso fare di veramente efficace ed utile per questo mio bisogno?” Quale azione sana (invece che il mio solito abituale comportamento dannoso) posso mettere in pratica per ottenere o realizzare ciò di cui ho veramente bisogno?

E poi ancora una volta tocca a te …

Pratica pratica pratica fino a rendere questi 3 passi le tue nuove abitudini mentali e comportamentali.

L’aiuto dello psicologo

Spesso le persone che arrivano dallo psicologo hanno l’idea che lo psicologo dia dei consigli ovvero fornisca indicazioni precise su quali siano le scelte migliori da fare, su come comportarsi in una certa situazione, su quale sia l’atteggiamento o comportamento giusto con l’amico piuttosto che col partner, su cosa sia meglio fare, cosa sia giusto fare, cosa sia buono fare, ecc. In realtà, generalmente, lo psicologo si pone in modo diverso rispetto a queste aspettative dei pazienti. In particolare:

  • è vero che lo psicologo gradualmente conosce la persona, ma è anche vero che la persona, per molti aspetti, resta la massima esperta di se stessa, ci sono delle cose che sono conosciute o sono conoscibili solamente dal “di dentro”. Ci sono informazioni che sfuggono, nessi che possono emergere e  “impliciti” che non sono facilmente identificabili e che, durante l’esplorazione in seduta, possono essere resi più chiari ed evidenti e con ciò favorire una scelta più consapevole da parte del paziente
  • ognuno è figlio della propria storia attraverso la quale ha imparato un certo modo di stare al mondo, sviluppato preferenze e gusti che vanno conosciuti, rispettati e utilizzati come riferimento per le proprie scelte; lo psicologo può avere dei valori di riferimento che possono essere anche molto diversi da quelli del paziente, per cui le scelte che farebbe una persona non sono le stesse che farebbe un’altra. Lo psicologo aiuta la persona a chiarire i suoi valori e i suoi bisogni e sulla base di questi a fare scelte più consapevoli, autonome, responsabili
  • ogni persona è diversa rispetto al tipo e al grado di disponibilità a pagare un certo prezzo per certe scelte; ogni persona è disposta a prendersi certi rischi piuttosto che altri; quello che potrebbe essere sano, buono e giusto per lo psicologo potrebbe non esserlo per il paziente
  • lo psicologo, più che dire cosa è giusto e cosa non lo è, aiuta il paziente ad immaginare e a riflettere intorno ad alcune domande: “se facessi questo che cosa otterrei?” “E se facessi questo lo farei per ottenere cosa?” “Che cosa immagino possa succedere se facessi questa azione piuttosto che quest’altra?” “Che cosa desidererei accadesse?” “Qual è l’effetto che vado a cercare?” e così via. Domande di questo tipo aiutano il paziente a riflettere sul senso e sul valore di fare una scelta piuttosto che un’altra…
  • è importante aiutare il paziente a decidere da solo perché il paziente possa sentire di avere la giusta dose di autonomia e di responsabilità, la capacità di prendere delle decisioni sapendo che comunque ogni decisione è imperfetta, ogni decisione ha un prezzo da pagare, nessuno ha la palla per prevedere il futuro e, comunque, le variabili in gioco potrebbero essere molte perché quello che potrebbe succedere può dipendere dalla scelta della persona, ma può dipendere anche dalla reazione dell’interlocutore, può dipendere dal tipo di situazione, dal tipo di contesto, eccetera.

All’inizio, la persona che arriva a chiedere aiuto può aver un bisogno più o meno grande di essere guidata e accompagnata; gradualmente viene aiutata a prendersi carico di sé in maniera sempre più autonoma e responsabile, quindi anche a scegliere assumendosi pienamente la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni.
Quando il paziente capisce il valore di queste considerazioni rispetto al fare delle scelte, smette di chiedere consigli e diventa consigliere di se stesso. Maggiormente centrato su se stesso: cosa provo in questa situazione? Cosa penso? Di cosa ho bisogno? Cosa mi piacerebbe? Cosa sarebbe meglio fare? Meglio rispetto a quali bisogni, desideri e obiettivi? Quale conflitto sto vivendo tra diversi miei bisogni tra loro inconciliabili? Quale prezzo pago facendo questa scelta? A cosa devo rinunciare per ottenere quello che voglio? Cosa devo fare? Quando? Quale il primo passo necessario?

Una volta che la persona ha deciso ovvero ha fatto un primo passo, la realtà offrirà delle risposte utili ad aggiustare il tiro...

5 STRATEGIE PER FRONTEGGIARE IL LOGORIO DEI TEMPI MODERNI …

Ansia, panico, stress, depressione, sensi di colpa, senso di inadeguatezza sono parole abusate nel linguaggio comune, sono espressioni linguistiche di un mal-essere originato dalle vicissitudini quotidiane in questi “tempi moderni”.
Queste “parole carrozzone” contengono il riferimento, quasi sempre inconsapevole, a stati d’animo negativi ed emozioni tossiche che ci assediano da più parti. Lo stress delle corse quotidiane, il tempo che non basta mai, la coperta sempre troppo corta, la gente che non si rende conto di come agisce, chi parla senza connettere lingua e cervello. Tutte espressioni e immagini che fanno riferimento al nostro comune stress quotidiano. E progressivamente corpo e mente si ammalano. Cominciamo a sviluppare piccoli grandi acciacchi a livello somatico (stanchezza diffusa e permanente, difficoltà di respirazione e sospiri continui, tachicardia, mal di testa costante, disturbi gastrointestinali, incapacità di rilassarsi, tensione muscolare in diversi distretti corporei), piccole e grandi lacerazioni dell’anima (irritabilità, agitazione, suscettibilità, ansia continua o facilmente attivabile, sfiducia, insoddisfazione, malcontento, bassa autostima, senso di impotenza e impossibilità al cambiamento), abitudini malsane (sonno disturbato, alimentazione dis-regolata, difficoltà a concentrarsi e a prendere decisioni, incapacità di risolvere i problemi, continua corsa appresso al tempo, incapacità di dedicarsi o di godere di attività di svago e relax, tendenza all’autoisolamento sociale) associate a conflitti nelle relazioni, frustrazioni all’ordine del minuto e delusioni sempre dietro l’angolo perché, ahinoi, stiamo scoprendo solo oggi che la realtà non è sempre (o quasi mai) come la vorremmo.
In particolare, un elemento problematico è il conflitto che nasce dalle energie, mentali e fisiche, che dedichiamo a curare l’immagine esteriore a discapito della cura del mondo interiore.
La necessità, soggettivamente avvertita, “socialmente orientata”, più o meno consapevolmente perseguita, di corrispondere ai modelli sociali, culturali e storici di “come dover essere” per essere “vincenti” ci procura:
stress – esaurimento di energie fisiche ed emotive con sviluppo di sintomi somatici e psichici, compresi abuso di sostanze e dipendenze varie
ansia – la prestazione deve essere sempre al limite dell’impossibile
panico – aiuto!!! Sto perdendo il controllo, sto impazzendo, sto morendo, sto perdendo me stesso
senso di inadeguatezza – sarò mai all’altezza?
senso di colpa – sono “out”, “dislike”, “pollice verso”, incapace, brutto, sporco, cattivo, perdente
depressione – non ce l’ho fatta, sono un fallito
calo dell’autostima – non valgo niente
solitudine – senso di esclusione e rifiuto, distacco e chiusura verso il contatto autentico e vitale con il mondo, con gli altri e con se stessi.
Sei consapevole di quello che “scegli”?
Quali risposte necessarie, utili e percorribili a questo progressivo ammalarsi?
Quale terapia? Quale prevenzione? Quali modelli educativi? Quali modelli di crescita “per adulti”? Quali strategie concrete?
Qual è l’atteggiamento corretto rispetto ai suddetti stress della vita quotidiana?
Cosa possiamo fare?
Ecco 5 strategie fondamentali:
1. Rallentare, fermarsi, stare. Imparare a stare nel qui-e-ora, semplicemente per vivere appieno quello che ci sta accadendo, al centro di noi stessi e della nostra vita, senza fuggire nel futuro delle cose da fare e nel passato degli errori commessi che ci perseguitano con sensi di colpa e di fallimento
2. Ascoltare le nostre emozioni, i nostri bisogni, i nostri valori. La nostra paura, il nostro dolore, la sensazione di essere alienati dalla nostra natura più squisitamente umana. Ciò che ci rende più vivi e vitali
3. Riconoscere i nostri pensieri distorti, deleteri, disfunzionali, le modalità tossiche che abbiamo di percepire il mondo e noi stessi
4. Individuare azioni più a misura “umana”, diverse da tutti quei comportamenti francamente malati (esistono altri termini per definirli?) che riempiono la nostra quotidianità di “corri e scappa”, “devi e resisti” e che ci fanno arrivare a fine giornata quasi sempre con la sensazione di frustrazione, insoddisfazione, esaurimento, “non ancora abbastanza”.

5. Governare il proprio tempo in modo più consapevole. Equilibrare le attività di dovere con quelle di piacere. Le attività solitarie con quelle che prevedono l’incontro “reale” con gli altri.

In terapia aiuto le persone a declinare “operativamente” queste cinque strategie: cosa fare? In linea con quali valori personali? In vista di quali scopi e obiettivi? Quali azioni concrete e specifiche? Quando? Dove? Con chi? In che situazioni? Sfidando quali abitudini? Affrontando quali paure? Prendendo quali rischi? Con quale prezzo da pagare?

Come puoi creare il tuo destino?!?!

Se è vero che oggi è il primo giorno del resto della tua vita comincia a creare il tuo destino partendo dalla fine, dall’ultimo al primo giorno del resto della tua vita
Vai a lezione dalla morte
• per iniziare a vivere la vita che vuoi basata sui tuoi valori, bisogni e desideri autentici e non come reazione alle aspettative altrui, non per compiacere gli altri, non per cercare spasmodicamente l’approvazione come fossi ancora quel bambino che sei stato…
• per scegliere in modo consapevole come impiegare il tuo tempo, il tempo per te e per le persone che ami, il tempo per te e per le attività che ami, tempo per il dovere e tempo per il piacere, tempo per lavorare e tempo per amare, tempo per produrre e tempo per giocare, tempo per stare in compagnia e tempo per stare soli…
• per esprimere, a te stesso e al mondo, chi sei, cosa vuoi, cosa pensi, in cosa credi, per cosa combatti
• per imparare dai rimorsi e dai rimpianti, per non incappare nei soliti automatismi disfunzionali, per non ripetere i soliti errori, per iniziare a fare quello che non hai fatto ma avresti voluto fare, per iniziare a vivere partendo dal centro di te stesso (pur senza dimenticare un rapporto adeguato con la realtà) …
• per cominciare veramente a costruire la felicità come tu la intendi: ciò che ti dà piacere, ciò che ti nutre e ti riempie profondamente, ciò che ti fa evolvere; a parte il rispetto di un rapporto con la realtà materiale e interpersonale, solo tu (e nessun altro) puoi autorizzare la tua felicità …

Cosa significa per te vivere una vita ben vissuta? Com’è la tua vita ideale? E la vita che non vorresti cambiare con niente altro?
Ti offro qualche suggerimento:
• quella nella quale esprimi al massimo il tuo potenziale…
• quella in cui svolgi attività che ti appassionano…
• quella in cui passi il tempo con le persone che ami…
• quella in cui giochi…
• quella in cui …
• e quella in cui …

Ed è tua la responsabilità di fare tutto il possibile per creare questa vita per te, una vita nella quale sei tu a decidere quello che vuoi profondamente. Rispondendo alla tua bussola interna e non ai molteplici condizionamenti sociali e pressioni alle quali tutti siamo sottoposti.

Allora … Carta e penna. Immagina di essere al tuo funerale e di vederlo dall’esterno. I tuoi cari ad onorarti e ad apprezzarti. Prenderanno la parola quattro persone:
 un congiunto molto vicino, figlio, genitore, partner
 il tuo migliore amico, la persona che ti conosceva meglio
 un collega di lavoro
 un membro dell’associazione o gruppo di cui hai fatto parte o il fruttivendolo sotto casa …

Cosa ti piacerebbe che ciascuna di queste persone dicesse di te e della tua vita?
In ogni ruolo (partner, figlio, genitore, amico, collega, ecc.) che tipo di persona vorresti apparire attraverso le loro parole? In che modo vorresti aver influito sulla loro vita?
Dalle risposte a queste domande otterrai la tua direzione di vita ideale, la tua visione.
Inizia oggi ad avere l’immagine della tua morte come quadro di riferimento della tua vita, di come interpretare le cose, il mondo, te stesso, gli altri. Della tua vita come la vuoi vivere: cosa conta di più per te, quali sono i tuoi valori più profondi.
Partendo dalla chiarezza su come vorresti essere ricordato alla fine dei tuoi giorni puoi valutare ogni tua azione da ora in avanti per quanto e come soddisfa le cose veramente importanti per te, puoi valutare ogni tua azione come ogni tuo giorno per quanto contribuisce alla visione che hai della tua vita.
Sapere la tua destinazione ti permette di compiere ogni passo in quella direzione. Sapere cosa vuoi veramente nel profondo ti permette di impegnarti ad ottenere quello che veramente per te è importante, piuttosto che essere iper-affaccendato a raggiungere obiettivi e a fare cose che non ti soddisfano e che anche quando raggiunti non ti offrono le esperienze e le emozioni che veramente desideri.
Ogni tua azione a breve termine “deve” avere come riferimento il “tuo” progetto “finale” a lungo termine.
Per andare oltre un progetto “iniziale” inconsapevole creato da altri per te o scelto da te inconsapevolmente quando eri bambino, guidato dal tuo bisogno di amore, approvazione, accettazione, stima e appartenenza che ti ha portato a fare “scelte precoci” e a recitare copioni scritti da altri per te e che hai inconsapevolmente accettato e “deciso” che andava bene per te.
Oggi, da adulto, hai il potere e la responsabilità di riappropriarti di quei copioni, di quelle scelte precoci, delle abitudini che ne sono derivate per ri-decidere, per riappropriarti della creazione del tuo progetto di vita e per la strutturazione da oggi in poi di nuove azioni consapevoli in relazione ai bisogni antichi legittimi e fondamentali e anche in relazione a nuovi bisogni emergenti.
Partire dalla fine equivale ad una dichiarazione di missione personale. La tua filosofia di vita, il tuo credo esistenziale, il senso (il significato e la direzione) della vita per te. Ciò che voglio essere e ciò che voglio fare. La tua dichiarazione di intenti esistenziali. È la tua “costituzione” personale da cui discendono le altre regole di vita. È il fondamento, il criterio, l’orientamento, il presupposto, il perno, un nucleo quasi immutabile che definisce la tua identità e intorno a cui ruotano cambiamenti e mutamenti più esterni o periferici. Ciò che dà ordine e senso a ciò che fai. Ogni decisione e azione viene, più o meno consapevolmente, da te valutata e governata in relazione a questa dichiarazione di valori e scopi personali.
La vita ci chiede continuamente: che vuoi farne di me? E noi dobbiamo rispondere con la nostra responsabilità, con la consapevolezza dei nostri principi ispiratori che ci permettono di integrare piacere e realtà e creare la nostra vita e noi stessi.
E la nostra mission è sempre in progress negli anni…
Questa dichiarazione di intenti personale può essere fatta globalmente e anche pensando per obiettivi specifici in ogni ruolo della propria vita. In ogni ruolo in cui sei impegnato (figlio, partner, genitore, amico, lavoratore, studente, ecc.) puoi accedere alla tua capacità di guidare la tua azione in direzione dei valori profondi che ti orientano.
Chiediti per ogni ruolo: quali valori mi guidano? Cosa voglio ottenere? Che persona voglio essere rispetto a questo specifico ruolo? Cosa debbo fare per realizzare ciò che voglio in base ai miei valori guida?
È fondamentale trovare un equilibrio nel tempo, nell’energia, nell’attenzione che dedichiamo ai diversi ruoli senza sbilanciamenti eccessivi in una direzione e senza trascurare alcuni ruoli. Per ogni ruolo chiediti: quali obiettivi a lungo termine?
Specifica tre obiettivi a lungo termine per ogni ruolo e ottieni già un senso di direzione chiaro e specifico su cui impostare un piano e le azioni conseguenti.

Un obiettivo efficace è focalizzato sui risultati che vuoi ottenere piuttosto o prima che sulle attività che devi fare:
• dove sono? (Situazione Attuale)
• dove voglio essere? (Situazione Desiderata)
• cosa debbo fare per arrivarci? (Attività e azioni specifiche)

Pronti… partenza… via