UN ATTIMO PRIMA DI CADERE

Questo sono stato. Sì!
Questo sono. Sì!
Questo sarò. Sì… E anche no!
La psicoterapia aiuta la persona ad agire al presente, per rileggere il passato e (ri)-scrivere il futuro. Riscrivere il copione anticamente scritto…
Immaginando prima una realtà diversa. Agendo quindi in modo diverso nella realtà. Facendo la spola tra agire e riflettere, riflettere e agire. Muoversi per capire. Comprendere per spostare le cose.
Questo è, in estrema sintesi, il lavoro terapeutico.
Questa è la psicoterapia descritta in UN ATTIMO PRIMA DI CADERE, romanzo di Giancarlo Dimaggio, psicoterapeuta, che racconta storie di vita di pazienti, che si incrociano con la storia personale dell’autore e la sua evoluzione professionale. Un libro per tutti in cui la tecnica terapeutica viene romanzata quanto basta a catturare il lettore che può leggere probabilmente in alcuni passaggi anche pezzi della sua storia di vita.
Gli incontri, gli incidenti, le relazioni, le fortune, le scelte, insomma la nostra storia, scrivono direttamente ‘nel corpo’ una trama, con una serie di personaggi, che abitano la nostra mente e agiscono in noi, nelle nostre scelte, nelle nostre relazioni, a plasmare i nostri pensieri, a disegnare le nostre emozioni.
Il corpo vitale esprime gioia, fierezza, orgoglio, eccitazione, ma purtroppo, a volte o spesso, il corpo è corazza che porta anche dolore, cupezza, rifiuto e angoscia.
Affrontando le proprie paure, i propri ‘luoghi oscuri’, consapevole che “chi fa sbaglia, chi non fa sbaglia due volte”, il terapeuta mette al servizio della cura la sua ‘risonanza emotiva’ col dolore del paziente.
Il paziente racconta, più o meno chiaramente, i suoi vissuti di angoscia, paura, umiliazione, violenza, tradimento, esclusione, abbandono, rifiuto, svalutazione, colpa, solitudine.
Con disciplina interiore che la metà non basta, il terapeuta sta lì, con lui, respirando la stessa puzza, per riscrivere da qui, ora, una possibilità diversa. Per immaginarla… Per attraversarla con tutto il corpo… Per portarla nella realtà, attraverso azioni nuove, tutte da inventare, tutte da testare, tutte da affinare, fino a scrivere un finale diverso di vecchie storie, l’inizio di una nuova vita…

FACCI CASO

Oggi la mia sintesi del libro del collega Gennaro Romagnoli: FACCI CASO Come non farti distrarre dalle sciocchezze e dare attenzione a ciò che conta davvero nella vita. Che potremmo anche chiamare: la meditazione alla portata di tutti! Un libro che consiglio: per gli interessanti concetti espressi; per la sua forma ‘pragmatica’ (a tratti anche divertente), pieno di esercizi che invitano alla sperimentazione concreta per capire ‘con tutto se stessi’ cosa abbiamo letto e capito con la testa; perché è molto vicino al mio modo di intendere sia la crescita personale sia la psicoterapia. Per essere veramente ‘attenti’ a come portiamo avanti la nostra quotidiana impresa alla ricerca di ciò che vogliamo!

Perché tutti abbiamo ‘bisogno di attenzione’… L’attenzione è ‘stare presente’ a quello che stai facendo. È un dono che puoi fare a te stesso e agli altri, la base iniziale del prendersi cura. È un ‘dono’ nel momento in cui ti permette di funzionare efficacemente (a qualunque cosa tu ti stia dedicando) e di essere veramente presente all’esperienza con l’altro. Sei stato attento finora a quello che hai letto? Potresti ripeterlo a qualcuno?

L’attenzione è un processo, attivo e passivo, di selezione delle informazioni. È ‘catturata’ e orientata da:

  • curiosità, interessi, passioni
  • conoscenze possedute, esperienze di vita, cultura di appartenenza
  • valori, scopi e obiettivi
  • bisogni e desideri, più o meno consapevoli

Esiste un’attenzione esplicita (volontaria, intenzionale, controllata) e una implicita (involontaria, automatica). La prima è consapevole, la seconda lo diventa facilmente nel momento in cui siamo ‘catturati’ da stimoli rilevanti per la nostra sopravvivenza e più in generale per i nostri bisogni, interessi e valori. Ad esempio, quando il sibilo di un serpente cattura la tua attenzione mentre stai prendendo il sole in giardino.

L’attenzione guida il comportamento. La qualità della tua attenzione determina la qualità della tua consapevolezza e, per estensione, la qualità delle tue scelte e della tua vita… In queste poche parole, a mio parere, c’è l’essenza dell’insegnamento fondamentale del libro. Facci caso!

L’attenzione è un’abilità allenata ‘evolutivamente’. Focalizzare cose negative e pericolose è stato fondamentale per garantirci la sopravvivenza. Per questo siamo ancora oggi abituati ad essere più facilmente catturati dalle informazioni negative. Siamo mossi prima dalla paura (bisogno di protezione, sicurezza, evitamento del dolore) e poi dalla ricerca del piacere. Prima salviamo la pelle e poi cerchiamo la felicità… Chi comunica “cattura la paura”, ad esempio chi crea slogan pubblicitari o politici.

È una risorsa limitata: non puoi essere attento a tutto, ma puoi essere attento in modo volontario, consapevole. E anche no. Esiste infatti una parte di attenzione ‘implicita’ che monitora costantemente l’ambiente in cui sei immerso, per notare eventuali pericoli o cambiamenti ‘potenzialmente minacciosi’. Di fatto, le informazioni che ci circondano sono infinite, ma l’attenzione, per essere efficace, deve selezionare, filtrare, dare priorità, in base alla rilevanza degli scopi attivi al momento.

L’attenzione è un ‘muscolo’: più la usi, più la alleni, meglio funziona, meglio la puoi utilizzare. È un processo di ‘focalizzazione intenzionale’. Il focus può essere diretto al mondo esterno (esperienza sensoriale basata sui 5 sensi) e al mondo interno (pensieri, emozioni). ‘Allenare l’attenzione’ come abilità di spostamento volontario del focus o ‘fascio di luce attentivo’ è una strategia fondamentale per governare il proprio comportamento in direzione di risultati desiderati.

Esiste l’attenzione volontaria e consapevole e anche gli automatismi, ad esempio la guida. Guidi in automatico, senza necessaria attenzione consapevole, ma se stai guidando in mezzo ad un forte temporale devi riprendere il ‘controllo consapevole e attento’ della guida…

Gli automatismi sono delle ‘mappe’ del mondo che facilitano il nostro muoverci nel mondo, ad esempio l’automatismo ‘guida’ (paradossalmente chi ha imparato a guidare col cambio manuale può dover imparare a guidare col cambio ‘automatico’) o l’automatismo ‘il fuoco brucia non toccarlo’. O l’automatismo ‘linguaggio parlato e scritto’ che ti permette antana spirillo di leggere o conversare in modo sufficientemente automatico fino a quando ti accorgi di qualcosa che non quadra, che viola le tue aspettative rispetto all’automatismo.

Il nostro comportamento è pieno di automatismi appresi grazie all’esercizio ripetuto. L’esercizio è il padre e la ripetizione è la madre di ogni nostro apprendimento quindi anche del modo che, attraverso innumerevoli ripetizioni, ci ha permesso di imparare come stare al mondo, cosa aspettarci dagli altri, come comportarci.   

Le nostre mappe del mondo non sono fotografie del mondo, ma sono nostre ipotesi e interpretazioni che vanno sempre confrontate con la realtà, soprattutto quando ‘il mondo tradisce la mappa’.  La mappa è un filtro che seleziona informazioni il più possibile coerenti con la mappa stessa. La mappa è uno schema che il cervello usa per risparmiare energia, per non dover ogni volta analizzare la singola situazione nei dettagli. Lo schema quindi è una convinzione acquisita su se stessi, sugli altri, su come funziona il mondo; è dunque una previsione che aiuta, ma che a volte porta fuori strada arambombò ed è importante che tu te ne accorga altrimenti potresti finire nel burrone… Sarebbe stato uguale se avessi detto ‘terminare nel grande burro’? Insomma, affidiamoci agli automatismi schematici, ma con attenzione!!! Gli automatismi ci permettono di risparmiare energie, esempio di attenzione, ma a volte ostacolano proprio l’attenzione al mondo circostante.
‘Prestare attenzione’ vuol dire notare, osservare, sentire, senza giudicare, ciò su cui stiamo portando la nostra attenzione.

Ecco allora uno schema essenziale per allenare l’attenzione, la consapevolezza, il ‘non giudizio’:

respira in modo consapevole… (consapevole di tutte le sensazioni che avverti mentre respiri, a cominciare dal percepire l’aria che entra e l’aria che esce)… Senza interferire, in modo intenzionale e notando tutti i giudizi e i commenti che emergono dalla tua mente (pensieri sostanzialmente: “non ci riesco”, “è difficile”, “è una perdita di tempo”, “stasera devo lavorare”, “sono in ritardo”, “chissà se le sono piaciuto”, “domani sarà una giornata infinita”, “mi sembro uno scemo” e via così…). Quando li noti devi metterli da parte, gentilmente: il compito più importante è notare proprio quando la tua mente inizia a vagare, è quello il momento centrale dove stai davvero allenando la tua attenzione. Focalizzi il respiro, noti le distrazioni e, con gentilezza, ritorni al tuo respiro, ogni volta, ancora e ancora e ancora…” 

Paradossalmente, per allenare l’attenzione devi diventare esperto nell’essere capace di notare (prestare attenzione) a quante volte perdi l’attenzione. Inizia a leggere, con attenzione… e nota quando perdi l’attenzione… Più volte perdi l’attenzione, più volte lo noti, più la recuperi e maggiore è la tua abilità di prestare ‘attenzione in modo sostenuto’.
Non devi cercare di spiegare la perdita di attenzione (i motivi possono essere vari e dipendono dal tuo rapporto “interessato” o meno con l’oggetto della tua attenzione, oltre che da altri fattori fisiologici, ad esempio la stanchezza); devi ‘semplicemente’ riportare la tua attenzione sul focus scelto. Meglio se il focus è su una sensazione fisica, ad esempio, le sensazioni che provengono dalle mani e dai piedi. È fondamentale che, di fronte alla tua perdita di attenzione, tu adotti un modo gentile (auto-compassionevole invece che auto-rimproverante) di notarlo e riporti l’attenzione dove hai scelto di focalizzarti. La distrazione non è un fallimento in quest’ottica: è un apprendimento di abilità.

Più noti la tua distrazione o perdita di attenzione, più gentilmente lo noti e riporti l’attenzione su ciò che stavi facendo e maggiore diventa l’abilità di essere attento e di usare l’attenzione come strumento. Strumento al servizio di? Ovvero: a che mi serve tutto ciò? Secondo paradosso: più ti alleni a prestare attenzione al tuo focus, a recuperarla con gentilezza e mantenerla anche se la perdi, più la tua attenzione vagherà alla ricerca di stimoli. La nostra mente è naturalmente curiosa e ciò favorisce il nostro essere esploratori del mondo, esterno e interiore. Esploratori, conoscitori, abili nell’arte di padroneggiare sempre meglio porzioni del mondo sempre più ampie. Ecco il superpotere dell’attenzione sostenuta. E tra i tanti benefici di una consapevole abilità di prestare attenzione c’è l’acquisizione e l’affinamento progressivo della capacità di essere consapevoli di sé, del proprio mondo interno e del mondo esterno in cui viviamo, ‘momento per momento’. La base per la conoscenza di sé e quindi della capacità di prendersi cura di sé. Parafrasando il collega: “chi erra erra”, chi sbaglia si muove, sbagliando si cresce!!!

L’attenzione è sempre sul ‘presente’. Qui-e-ora. Ciò che stai facendo… Ciò che stai sentendo…  Ciò che stai pensando… Gli stimoli che la catturano sono i contenuti come emergono alla mente, all’attenzione. La distrazione, invece, magari parte da qualcosa nel presente (uno stimolo distraente), ma spesso ci porta nel futuro, per prevedere e organizzare, per procurarci ansia… E nel passato, per usare le informazioni in memoria utili al comportamento di previsione e controllo al fine dell’adattamento, ma anche per attivare rimorsi e rimpianti.

L’attenzione è un’abilità che funziona al meglio quando è allenata, con una pratica intenzionale e deliberata. L’intenzionalità e la pratica costante permettono il continuo affinamento della competenza, con tutti i benefici che arreca. L’attenzione è la capacità di notare ciò che ci passa per la testa, comprese le interruzioni e le distrazioni. È la capacità dunque di notare contenuti e processi della mente: cosa sto pensando, cosa sto facendo, cosa sto facendo con la mia mente (capacità ‘metacognitiva’). L’attenzione saltella da un focus all’altro ed è del tutto normale che faccia ciò, come è quindi naturale la distrazione. Allenare l’attenzione significa imparare a notare i saltelli: “nota la distrazione e mettila gentilmente da parte…”. Ecco il ciclo dell’attenzione sostenuta: focus, perdita del focus o distrazione, accorgersi della perdita o metacognizione, tornare gentilmente al compito.

Non ci resta che iniziare… a leggere FACCI CASO. E soprattutto a PRATICARE…

Grazie Genna!

Che ti ridi?!

Innanzitutto occorre esercitarsi a ridere senza nessuno scopo. Studiate la risata come un atto puramente fisico: avvertite i movimenti del diaframma, il respiro, la durata degli scoppi di risa, il suono che producete. Continuate a ridere superando la timidezza del “fare finta di”. Una volta che riuscite a ridere a volontà, fate precedere ogni risata da una frase che esprime un problema, una tristezza personale o collettiva. Per esempio:

Sono mortale, morirò. Ah, ah, ah!

Mi sento un incapace. Ah, ah, ah!

Sono troppo vecchio per (completate la frase a vostro piacere). Ah, ah, ah!

Ho problemi di soldi. Ah, ah, ah!

Mi hanno rubato la macchina. Ah, ah, ah!

I miei genitori non mi vogliono bene. Ah, ah, ah!

Gradualmente, aumentate la gravità delle affermazioni e ridete sempre più forte, sempre più a lungo.

Il pianeta si sta surriscaldando, moriremo tutti. Ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah!

Quella persona cui volevo bene è morta. Ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah!

La tale catastrofe ha ucciso migliaia di persone. Ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah!

Sono malato, ho il cancro. Ah, ah, ah, ah, ah, ah, ah!

Considerate fino a che punto riuscite a spingervi: le affermazioni più terribili susciteranno risate sempre più franche, sempre più sincere, e sempre più irrefrenabili. (Alejandro Jodorowsky)

Per cosa puoi ridere ora? Ah! Ah! Ah!

Le vie del ridere sono infinite… Ah! Ah! Ah! Ah! Ah! Ah!

La via delle risorse è infinita…

Ah! Ah! Ah!

Ti fa ridere questo breve scritto? Ah! Ah! Ah!

Oppure no?

Cosa provi mentre ti approcci al ridere di tutto?

Trova ancora qualcosa per cui ridere… E… Semplicemente ridi…

Ah! Ah! Ah!

Ah! Ah! Ah!

Ah! Ah! Ah!

Ogni giorno… Più volte al giorno… Anche per tutti i giorni della tua vita… Pochi o tanti che siano… Ah! Ah! Ah! Ah! Ah! Ah!

Semplicemente ridi… Ah! Ah! Ah!

Cosa succede nella stanza della terapia

Molte persone hanno un’immagine distorta del lavoro psicoterapeutico o quantomeno un’idea semplicistica. Spesso hanno “immagini polarizzate”: di una persona che va in terapia solo ed esclusivamente per “sfogarsi” e lo psicoterapeuta completamente silenzioso che ascolta e permette al paziente di “vomitare” quanto di indigesto la vita gli propone. Un’altra immagine sarebbe, invece, quella di un paziente completamente “passivo e dipendente,” infantile e immaturo, incapace di vivere la propria vita, alla ricerca di un terapeuta “santone onnisciente” ed esperto del segreto della vita, pronto ad elargire consigli magici e direttive straordinarie su cosa fare e cosa non fare per prendere la via della felicità. In mezzo a questi due estremi, sono diffuse altre immagini o idee più o meno realistiche di cosa significa fare una psicoterapia, un lavoro su se stessi di cura, guarigione e crescita personale. Rispetto a queste immagini un po’ “cinematografiche” c’è una realtà ben diversa.
Senza pretendere di esaurire in poche righe un argomento così delicato e complesso, posso fornire un’idea del senso e del valore di un percorso terapeutico e di una relazione d’aiuto.
Il terapeuta aiuta la persona a districarsi nei meandri delle sue frustrazioni, delusioni e stress quotidiani affinché la persona arrivi a prendere decisioni autonome, consapevoli e responsabili per risolvere i suoi problemi, ridurre la sua sofferenza, creare il suo benessere e creare le condizioni per realizzarsi.
Il terapeuta aiuta ad esplorare il mondo interno e le circostanze esterne che rappresentano il problema della persona, per arrivare a trovare una soluzione che emerge dal processo condiviso di riflessione ed elaborazione.
Le circostanze esterne sono i fatti, gli eventi, cosa è successo, cosa le persone coinvolte in una situazione specifica hanno detto e fatto.
Il mondo interno è costituito dalle emozioni della persona, dai suoi stati d’animo e dall’intensità di questi; dai pensieri della persona, dalle sue credenze e convinzioni, alcune già chiare ed evidenti, altre implicite, più nascoste e che pure governano, in modo rilevante, la condotta della persona e i suoi vissuti emotivi; dalle disposizioni all’azione o impulsi che la persona ha in quelle circostanze, cosa la persona vorrebbe fare e dire; dalle azioni effettive che la persona adotta, cosa concretamente la persona dice e fa; dai bisogni, desideri e valori che sono in ballo nella questione specifica, eventualmente in conflitto dentro la persona o in conflitto coi bisogni, desideri e valori delle altre persone coinvolte.
A volte, l’analisi di una situazione attuale nei contorni così definiti può essere sufficiente per aiutare la persona a trovare la sua strada. Altre volte, quasi sempre in realtà, le questioni attuali conducono la persona a visitare e rivisitare alcuni aspetti della sua storia di vita, di come fin da piccola ha imparato a cavarsela nel mondo.
Da questa esplorazione congiunta, la persona che ha chiesto aiuto può ricavare una serie di elementi di conoscenza per agire nella realtà cercando di risolvere problemi e realizzare se stessa.
Imparando a riconoscere ed accettare che quasi mai esistono soluzioni facili o indolori.
Imparando quindi ad apprezzare il valore delle proprie scelte, oggi come ieri, tra le migliori possibili per una parziale soddisfazione, più o meno grande.
Imparando comunque ad essere grata per ciò che appartiene alla propria vita, per ciò che riceve dagli altri e ciò che può donare agli altri.

L’abuso e la cura

I disturbi della personalità e molti tra i più gravi sintomi psicologici e psicosomatici in generale sono l’espressione dell’adattamento che la persona ha trovato ad una storia di relazioni stressanti, spesso a partire da relazioni precoci traumatiche; la soluzione, anche se disfunzionale, per padroneggiare lo stress/ trauma emotivo e interpersonale; le strategie che la persona fin da bambino ha adottato per governare qualcosa di emotivamente troppo grande e potente da gestire per cercare di non esserne turbato profondamente.
La persona, bambina, è stata sopraffatta da situazioni più grandi di lei, imprevedibili, emotivamente soverchianti, perciò ingestibili per le risorse limitate di un bambino che a volte ha subito un vero abuso sessuale, spesso da persone vicine, altre volte ha subito un abuso sotto forma di violenza fisica, altre ancora ha dovuto confrontarsi con modalità di relazione e trascuratezza che possono ben definirsi come “abuso psicologico o emozionale”.
Queste diverse forme di abuso e di incapacità genitoriale di prendersi cura in modo adeguato del figlio (di proteggerlo, amarlo, guidarlo, sostenerlo, aiutarlo a costruire una sana autostima, ad avere fiducia negli altri e a trovare senso e valore alla vita) hanno lasciato ferite profonde difficili da rimarginare. In particolare, hanno ostacolato l’apprendimento da parte del bambino di sane capacità di auto-rassicurazione e auto-regolazione emotiva utili per affrontare momenti stressanti, frustranti e dolorosi che la vita ci presenta. Crescendo, quel bambino poi adolescente quindi adulto, avrà trovato altre soluzioni “patologiche” per lenire i suoi dolori, affrontare gli stress quotidiani e le delusioni affettive. Nei momenti di difficoltà, frustrazione e delusione, invece che accedere a sane risorse interne di autoconsolazione e autoconforto, invece di cercare adeguato supporto affettivo tra parenti e amici, tenderà ad utilizzare modalità distorte e francamente malate per far fronte a quelle emozioni dolorose, intense, sovrastanti. Se nessuno gli ha insegnato qualcosa di buono avrà probabilmente trovato qualche sistema per cavarsela in contatto col suo dolore, avrà trovato purtroppo comportamenti problematici e sintomatici come tentativi fallimentari per gestire il dolore, comportamenti disfunzionali tra i più disparati: dipendenze e compulsioni varie, comportamenti alimentari disturbati, atti autolesivi come modo per sentire dolore fisico al posto di quello emotivo oppure autolesionismo per sentire i confini del corpo, sessualità abnorme, comportamenti pericolosi e violenti, sintomi dissociativi, ecc.
Queste diverse forme patologiche in terapia forniscono un “canale di accesso” fondamentale per rivisitare, comprendere, elaborare e “risolvere” la storia traumatica della persona. Quello che la persona sperimenta oggi offre un “ponte” per curare le ferite antiche, per riprendere contatto col bambino solo, “abusato”, ferito, addolorato che ancora vive nell’adulto e che ha bisogno di essere “curato” come non è stato possibile al tempo. Nella relazione terapeutica accogliente e “riparativa”, il paziente può finalmente “chiudere i conti” col suo passato doloroso e riprendere la strada di uno sviluppo felice interrotto o forse mai iniziato…

Come ti prendi cura del tuo mal-essere

Lo psicologo non dà risposte preconfezionate utili per tutti. In un percorso di sviluppo psicologico e crescita personale puoi imparare a conoscere te stesso, puoi apprendere strumenti per regolare i tuoi stati d’animo e per dirigere il tuo pensiero, puoi imparare a rilassarti e a meditare, puoi capire come contribuisci a creare le relazioni interpersonali, quelle felici e quelle stressanti, puoi imparare ad agire in modo utile e finalizzato a realizzare i tuoi scopi, bisogni e desideri.

Lo psicologo non dà risposte, fa domande e aiuta ciascuno a trovare le proprie risposte. Le strategie, le tecniche, gli strumenti e tutto quanto altro puoi apprendere attraverso diversi percorsi di crescita personale ti serviranno solo ed esclusivamente a trovare le tue risposte, quelle che ti aiutano a trovare senso e a dare senso alla tua vita, a dare significato alla tua storia, direzione alle tue azioni, valore al tuo passato, presente e futuro. E questo ti porterà a decidere, a scegliere, ad agire prendendoti finalmente, forse come non hai mai fatto, la responsabilità di quello che ti appartiene, di quello che pensi, delle emozioni che vivi dei comportamenti che metti in atto. Questa è la “cura”, la “guarigione”, l’evoluzione.

Elaborazione e liberazione

Pur esistendo numerosissimi approcci psicoterapeutici anche molto diversi tra loro, per non dire su posizioni polarizzate, per i presupposti di partenza e per gli obiettivi a cui tendono, ogni terapeuta incontra la persona che “chiede aiuto”, chiede di “stare meglio”, vuole “guarire”, vuole “eliminare i suoi sintomi”, vuole “ridurre la sua sofferenza emotiva”, vuole “abbandonare i suoi comportamenti problematici”, vuole “migliorare l’accesso alle sue risorse personali”, vuole “sviluppare nuove risorse” e desidera “acquisire o potenziare la piena espressione delle potenzialità personali”, al fine di costruire una vita di qualità, piena di esperienze piacevoli quali relazioni gratificanti, un lavoro appagante, tempo libero per lo svago, salute, ricchezza, abbondanza, ecc.. Terapeuta e paziente insieme ridefiniscono questa richiesta di aiuto, la esplorano, la chiariscono, la elaborano e stilano degli obiettivi terapeutici e di crescita personale.

Oltre alla ridefinizione della richiesta di aiuto ai fini di un piano di trattamento consapevole e condiviso negli obiettivi, nei tempi e nei modi per realizzarli, un altro elemento sempre presente in ogni percorso terapeutico, è il principio dell’ELABORAZIONE. In alcuni casi è esplicitato, in altri è implicito: l’elaborazione è quel processo attraverso cui paziente e terapeuta (ma in realtà ogni persona nella sua vita), a partire dalle richieste di aiuto e dai bisogni del primo, rivisitano il senso delle esperienze del paziente, presenti e passate, al fine di ricavare indicazioni utili per vivere le stesse esperienze e quelle future in modo più fruttuoso e meno doloroso e per imparare ad agire in modo più utile alla soddisfazione dei propri bisogni e alla realizzazione del proprio progetto di vita.

Un tipo specifico di elaborazione è quello che si realizza attraverso l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing): desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari.

L’EMDR è una metodologia terapeutica che può essere applicata da ogni terapeuta specificamente formato, indipendentemente dal modello di partenza; una metodologia che lavora sui traumi e sulle esperienze stressanti particolarmente intense e devastanti, affrontando i “ricordi traumatici non elaborati” per portarli ad una risoluzione più funzionale e adattiva.

L’elaborazione, come intesa nell’EMDR, è quel processo che integra gli eventi disturbanti con informazioni adattive o positive ovvero che “trasforma i ricordi dolorosi fino a privarli della loro carica traumatica” ovvero che permette alla persona di “liberarsi del suo passato” di angoscia, dolore, impotenza, vulnerabilità, vergogna e colpa. Liberarsi del passato non vuol dire cancellarlo. Evidentemente non è questa onnipotenza irrealistica che è perseguita. Questa “liberazione” avviene a diversi livelli.

  • Dal punto di vista sintomatologico: la persona si libera di sintomi e malesseri che scompaiono o si riducono in maniera notevole
  • Dal punto di vista emotivo: la persona si libera, si alleggerisce di carichi indigesti e trova pace
  • Dal punto di vista somatico: la persona si libera di tensioni corporee, rigidità e sensazioni fisiche disturbanti che gravavano sul suo corpo da tempo immemore
  • Dal punto di vista mentale: la persona si libera di convinzioni negative su di sé, sul mondo e sul futuro fino a sviluppare nuove convinzioni positive che ampliano il ventaglio delle sue possibilità di azione gratificante.

L’elaborazione, non avvenuta direttamente al momento dell’esperienza negativa originaria, può avvenire attraverso l’EMDR: processo di elaborazione dei ricordi non elaborati. Facciamo qualche esempio.

Un’esperienza infantile in cui ci siamo sentiti umiliati, vittima di un bullo prepotente, può essere stata già allora elaborata grazie all’interconnessione con altre informazioni positive e pensieri del tipo: “molti mi rispettano”, “molti mi vogliono bene”, “il problema è del bullo”, “quel bullo esprime con la violenza e la prepotenza la sua fragilità”, “sono stato confortato”, “ho avuto tanti amici dalla mia parte”, “ho avuto modo di farmi valere per le mie capacità”, ecc.. Se, invece, quella stessa esperienza infantile all’epoca non ha trovato il sostegno di altre informazioni ed esperienze positive e adattive, allora può essere rimasta come “ricordo non elaborato” che da adulto potrà essere affrontato con l’EMDR, portando la persona a “liberarsi del carico emotivo” portato per tanti anni, a “fare pace” con quel senso di sé negativo, sopraffatto, impotente, debole, ecc., fino a trovare “nuove convinzioni positive su di sé”, a “ridefinire quell’evento in modo più adattivo”, adulto, integrato, “emotivamente scaricato”.

A scuola può esserti capitato di vivere un’esperienza di vergogna: magari per un insegnante poco discreto e aggressivo che non risparmiava i suoi commenti critici e giudicanti sul tuo comportamento, sul tuo profitto o addirittura sul tuo aspetto; magari perché eri timido e i compagni si prendevano gioco di te, forse in modo scherzoso e amorevole, forse no, un gioco da te vissuto con sentimenti di esclusione, vergogna, rabbia, tristezza. Anche in questo caso è possibile che queste esperienze negative tu le abbia potute integrare con altre positive di amore, rispetto, affetto, stima che ti hanno offerto la possibilità di dare un senso a quell’esperienza dolorosa (l’insegnante ha i suoi problemi, l’insegnante non si rende conto, forse non dovrebbe fare questo mestiere, magari vuole spingermi a migliorare, anche se usa mezzi violenti, ecc. o nel secondo caso: gli amici mi vogliono bene e me lo hanno dimostrato, la mia timidezza a volte è proprio esagerata, ho avuto altri modi e ambiti per farmi valere, la mia autostima dipende da tanti altri fattori e posso sentirmi bene anche se a volte mi prendono in giro, ecc.) senza viverla come traumatica o comunque modulandone la carica emotiva negativa proprio in virtù di altre esperienze positive.

Spesso papà mi urlava in faccia che “sei un incapace, uno stupido, cretino e deficiente” e mamma non prendeva mai le mie parti, vittima del timore verso papà.

Quando stavo male mamma si arrabbiava, quando ero triste mi rimproverava, quando ero spaventato mi prendeva in giro … e non ho mai potuto esprimere le mie emozioni sentendomi ascoltato perché per mamma le emozioni erano solo segno di “debolezza” e andavano accantonate, anzi proprio non provate, a favore di una capacità di risolvere i problemi pratici senza troppe “smancerie e frivolezze” …

Chissà se anche in questi ultimi due scenari quel bambino (che sei stato) ha avuto la possibilità di dare un senso a quelle esperienze e di integrarle con altre positive o con una spiegazione che rendesse quei sentimenti dolorosi, ma non traumatici?

Un evento doloroso o disturbante, se trova un conforto, una rassicurazione, una possibile dotazione di senso, non diventa traumatico. Può essere elaborato al momento per essere lasciato alle spalle. Ma quando l’evento è troppo sconvolgente e la persona si trova “sola” ad affrontarlo, non vista, non compresa, non rassicurata, non confortata, non contenuta, senza un aiuto che la sostenga nel modulare l’emotività e nel dare senso all’accaduto, può restarne sopraffatta; quell’evento disturbante diventa allora un trauma e viene immagazzinato nel cervello come “RICORDO O TRAUMA NON ELABORATO”. In momenti successivi della propria vita, qualche fattore scatenante (difficoltà, problema) si aggancerà a quell’evento traumatico, incapsulato e congelato nella mente, lo riattiverà con tutto il carico di emozioni devastanti, sensazioni dolorose, pensieri disturbanti, convinzioni negative su di sé, ecc..

La rielaborazione EMDR permette ai ricordi non elaborati e ai traumi non risolti di trovare una soluzione adattiva e alla persona di raggiungere un senso di “liberazione” emotiva e comportamentale. Una volta “sciolto” il nodo antico, la persona recupera una serie di risorse e potenzialità da tempo tenute bloccate dal trauma e può ricominciare a vivere la sua vita in maniera più leggere e libera, a creare i suoi progetti di vita più in sintonia coi valori personali sentendosi meno vittima delle ferite del passato.

Oltre gli automatismi. La terapia EMDR per curare i traumi

Quando siamo piccoli, in base alle esperienze vissute, ci facciamo un’idea del mondo e di noi stessi, un’idea degli altri, di come funzionano le cose e i rapporti interpersonali. Sia che abbiamo vissuto esperienze drammatiche e traumatiche sia che apparteniamo ad una famiglia sufficientemente serena e tranquilla, la nostra esperienza delle origini ha “installato” in noi credenze e convinzioni che nel tempo si sono radicate e consolidate fino a creare una rete di informazioni o una “memoria storica” dentro il nostro cervello che “guida l’esperienza attuale in modo quasi completamente automatico”. Le situazioni e le persone che attualmente ci troviamo ad incontrare sono da noi vissute in base a quegli schemi formatisi nell’infanzia che “DAL PASSATO” continuano ad agire “AL PRESENTE” condizionando il modo in cui pensiamo, agiamo e reagiamo emotivamente.

Questi modi automatici di reagire sono in una certa misura “utili” perché ci permettono di vivere il mondo in modo prevedibile e controllabile, ci consentono di gestire situazioni nuove in base alla conoscenza e all’esperienza pregresse di come vanno le cose, di come governare certi rapporti, di come affrontare certe situazioni.

In altri casi, la previsione che ci fornisce lo schema è “controproducente”: soprattutto in quei casi in cui lo schema si è originato da esperienze molto intense dal punto di vista emotivo, fortemente stressanti e perfino “traumatiche” cioè che hanno sovrastato la nostra capacità di farvi fronte, lasciandoci in balia di angosce e pensieri da noi non elaborabili, da paure e dolori a cui non siamo riusciti a dare senso e conforto.

La psicoterapia aiuta la persona a potenziare il valore e l’utilità degli schemi e a DISINNESCARE LA RIPETIZIONE AUTOMATICA DISFUNZIONALE. In particolare, l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un modello terapeutico che permette di lavorare sui ricordi traumatici. Sia sui cosiddetti Traumi con la T maiuscola che sui traumi con la t minuscola.

T: Lutti, Malattie gravi, Disastri naturali (terremoto, tsunami), Attentati terroristici, Eventi scioccanti (crollo ponte di Genova), Abuso sessuale infantile, Stupro, Violenza episodica estrema, Incidente grave, Guerra, ecc.

t: Attaccamento infantile problematico, Sviluppo distorto, Relazioni interpersonali traumatiche, infantili e adulte, ecc.

“SINGOLI TRAUMI”, dall’impatto emotivo devastante, vissuti in età infantile o anche adulta ed “ESPERIENZE RELAZIONALI TRAUMATICHE” con ripetute occasioni di “abuso fisico ed emozionale” (mancato accudimento, trascuratezza, violenza, sopraffazione, negligenza, abbandono, rifiuto, ecc.) vanno a costruire nella mente della persona una “MEMORIA TRAUMATICA” pronta a riattivarsi in ogni occasione che scatena quell’inferno originario, vissuto e interiorizzato.

Questa memoria traumatica contiene immagini, pensieri, credenze, convinzioni, emozioni, sensazioni che sono rimaste in qualche modo “congelate” al momento del “fatto originario” o dell’esperienza relazionale traumatica ripetuta.

Il ricordo “non elaborato” è stato immagazzinato nel cervello con le stesse emozioni, sensazioni fisiche e convinzioni vissute in origine e condiziona “dal passato” quello che accade “nel presente”, portando la persona a reagire “automaticamente” o “inconsapevolmente” alle situazioni attuali “qui e ora” come ha imparato a reagire “lì e allora”.

Ad esempio, la situazione “traumatica” vissuta a 5 anni quando sono entrati i ladri in casa (paura, dolore, angoscia, terrore, sensazione di impotenza e di vulnerabilità, congelamento fisico, immagini di pericolo e di morte, convinzioni di non farcela, di non cavarsela, ecc.) può rappresentare “oggi” l’origine della tua sensibilità alle situazioni anche solo lontanamente fonte di pericolo e di minaccia.

Altro esempio: se “da bambina” hai avuto genitori poco attenti a quello che ti succedeva o poco propensi ad intervenire in tuo aiuto, soprattutto quando provavi spavento, dolore e tristezza, genitori che ti hanno “lasciata sola” senza rassicurarti e confortarti, probabilmente “da adulta” vivrai le relazioni interpersonali e affettive attraverso quell’antica sensibilità interiorizzata da bambina; potrai, ad esempio, aver “deciso allora” che è meglio non legarsi a nessuno oppure che è meglio legarsi stretti e avvinghiarsi a riccio oppure credere che tanto siamo soli e rimarremo sempre soli … Queste ed altre credenze, più o meno consapevoli, condizionano il modo in cui vivi le tue relazioni attuali, quando vanno bene e quando vanno male.

Ancora: se sei stato vittima di un terremoto che ti ha lasciato scioccato, che ti ha portato via persone care e sicurezze materiali, lasciato in preda ad un cosiddetto “stress post-traumatico”, probabilmente dentro di te si sarà installata una sensibilità a “rivivere” il trauma in molteplici situazioni della vita quotidiana anche solo lievemente stressanti.

La psicoterapia aiuta la persona a “DISINNESCARE L’AUTOMATISMO” tra memoria traumatica e funzionamento attuale, fino a portarla a costruirsi “un senso di sé positivo”:

  • adeguato, capace, degno di amore e stima
  • sicuro, capace di prendersi cura di sé, di rassicurarsi di fronte alle paure, di lenire i dolori e confortarsi
  • forte, capace di affrontare il mondo, di prevedere e governare gli eventi della vita quotidiana

 

Per saperne di più sulla psicoterapia basata sull’EMDR puoi consultarmi o consultare intanto alcuni libri fruibili anche ai non addetti ai lavori:

  • Lasciare il passato nel passato. Francine Shapiro (ideatrice della metodologia)
  • Traumi psicologici, ferite dell’anima. Isabel Fernandez
  • EMDR Revolution. Tal Croitoru

Cosa si fa in terapia?

Chi arriva in terapia presenta almeno tre aspetti fondamentali, con un grado di consapevolezza che può variare da persona a persona:

  1. riconosce di “stare male” o di avere desiderio di “stare meglio”
  2. riconosce di aver “bisogno di aiuto” per raggiungere uno stato “desiderato” differente da uno stato “attuale”
  3. identifica la “psicoterapia come strumento” e modalità adatti al raggiungimento di questi scopi.

Cosa si fa in terapia? Sono presenti, in maniera ogni volta differente, due processi:

  1. Cura delle parti “malate”, “bisognose”, “fragili”; cura delle frustrazioni e delle delusioni, delle angosce antiche e delle “ferite”
  2. Sviluppo delle “risorse”, dei “talenti”, delle parti “sane”, “vitali”; generare, riconoscere, esprimere, sviluppare il proprio talento creativo, le proprie passioni, la propria unicità, il proprio potenziale.

In terapia ti avvicini al nucleo più intimo di te stesso, alla tua parte più naturale e genuina, per imparare a “sentirti Ok”, oltre ogni giudizio, incondizionatamente!

In terapia puoi imparare ad uscire dalla gabbia auto-imposta del rigido “dover essere”…

In terapia puoi riappropriarti della responsabilità della tua personale “direzione di vita”.

In terapia impari a “mettere in discussione le rigide regole” (di pensiero e di azione) che anticamente ti sei dato (e che continui a seguire nonostante ti facciano soffrire) per stare al mondo, per sentire di valere, per sentirti degno di amore e stima.

La psicoterapia è uno strumento che, attraverso una relazione accogliente, protetta, affidabile, non giudicante, si prende cura della “soggettività unica della persona”, si occupa della parte malata e della parte sana, con l’obiettivo di ridurre i sintomi e di “rivisitare” alcuni aspetti della personalità.

La psicoterapia mira ad aiutare la persona nel suo processo quotidiano di “scelta consapevole” di una propria collocazione nel mondo, accompagna la persona nell’esplorazione, nella comprensione e nello sviluppo delle varie componenti dell’esperienza soggettiva.

Oltre il vecchio modo di stare al mondo, la terapia favorisce un adattamento creativo alla realtà inteso come percorso verso “nuove norme e nuove forme di sé”, nuove modalità di pensiero, un nuovo stile emotivo, nuove abilità comportamentali, nuovi effetti relazionali, un nuovo senso di sé e della propria identità, della propria storia, della propria progettualità.

In terapia puoi imparare a governare il tuo comportamento in base ai tuoi bisogni più autentici e genuini.

In terapia ti riappropri della responsabilità di costruire la tua personalissima felicità.

Il terapeuta non propone valori e norme esterne o soluzioni calate dall’alto, piuttosto accompagna la persona nel processo di “sperimentazione della propria autonoma capacità decisionale“, aiutandola a prendersi carico della conseguenze delle proprie azioni, a pagare il prezzo e a riscuotere i benefici del cambaimento.

La psicoterapia, in definitiva, offre la possibilità di costruire una nuova storia di sé, più soddisfacente e “piena”.

Chi va in terapia non è più un semplice “attore” “passivo” di un “copione scritto da altri” nel passato, impara piuttosto ad essere “attore e autore”, consapevole e responsabile, del proprio “progetto di vita”.

3 passi per togliere una piccola grande dipendenza. Esercizio

Ogni emozione conduce al cibo o a qualche altra forma di “dipendenza”, qualcosa che facciamo per rispondere a quella emozione. Sono triste e mangio (o fumo o bevo o divento violento o gioco d’azzardo o vado su facebook o vado su internet o mi compro un vestito o … ), sono arrabbiato e mangio… (o tutto il resto) sono preoccupato e mangio o tutto il resto… sono angosciato e… sono solo e … mi sento in colpa e… mi sento una schifezza e… mi sento un fallito e… chi più ne ha più ne metta, sia di stati d’animo negativi “attivatori” del comportamento problematico sia di comportamenti “critici” “abituali” da cui ormai siamo dipendenti.

Le dipendenze, intese in tal modo, non sono altro che “canali abituali attraverso cui rispondiamo alle emozioni dolorose”. Abitudini ormai consolidate e divenute inconsapevoli itinerari che ci portano ad alimentare la sofferenza invece che a trovare modi utili per rispondere allo stato d’animo generatore iniziale.
Quando decidi di farci qualcosa è importante che inizi a guardarti dentro con domande semplici, chiare, essenziali. Le risposte che troverai amplieranno la tua consapevolezza e le possibilità di cambiamento.

1. “Quando mi ritrovo nel mio comportamento dipendente o compulsivo o abituale e nocivo cosa sto provando emotivamente?

2. E quando hai identificato le tue emozioni: sono triste, sono arrabbiato, sono angosciato, mi sento vuoto, mi sento in colpa, mi vergogno, mi annoio, ecc. … chiediti: di cosa ho bisogno (che solitamente mi illudo, più o meno consapevolmente, di soddisfare con quel comportamento dipendente o abitudine malsana)? “Di cosa ho bisogno veramente che non può trovare risposta efficace nel comportamento dipendente?”

3. Identificato quel bisogno (essere rassicurato, protetto, consolato, confortato, essere in compagnia invece che solo, vitalizzarmi, placare il mio dolore, farmi rispettare, difendere il mio spazio, valorizzare i miei pensieri, legittimare i miei bisogni, ecc.) chiediti: “cosa posso fare di veramente efficace ed utile per questo mio bisogno?” Quale azione sana (invece che il mio solito abituale comportamento dannoso) posso mettere in pratica per ottenere o realizzare ciò di cui ho veramente bisogno?

E poi ancora una volta tocca a te …

Pratica pratica pratica fino a rendere questi 3 passi le tue nuove abitudini mentali e comportamentali.