Mi ha fatto tanto ridere…

In un regno antico viveva un uomo conosciuto ovunque per la sua saggezza. All’inizio dava consigli solo ai suoi familiari e agli amici più cari.
La sua fama, tuttavia, crebbe a tal punto che lo stesso sovrano iniziò a chiamarlo spesso per chiedergli consiglio.
Ogni giorno giungevano molte persone per ricevere i suoi preziosi consigli. Il saggio notò che molte di queste si recavano ogni settimana a raccontare sempre gli stessi problemi, ricevevano sempre lo stesso consiglio, ma non lo mettevano in pratica.
Un giorno il saggio riunì tutte quelle persone che chiedevano spesso consiglio e raccontò loro una barzelletta molto divertente, tanto che quasi tutti scoppiarono a ridere.
Dopo aver aspettato un po’, raccontò di nuovo la stessa barzelletta. Continuò a raccontarla per tre ore. Alla fine nessuno rideva più.
Allora il saggio disse loro: “perché non potete ridere tante volte della stessa barzelletta ma potete piangere migliaia di volte per lo stesso problema?”.

Il problema non è tanto il problema, è piuttosto come tu affronti il problema.

La perfezione dell’attimo

Il vecchio re era morto. Il suo giovane figlio non era maturo. Salì sul trono preoccupato per la propria scarsa preparazione alla carica che doveva ricoprire. Aveva la penosa impressione che la corona gli scivolasse dal capo, che fosse troppo larga e troppo pesante. Osò dirlo. I consiglieri furono rassicurati pensando: “La sua consapevolezza di non sapere, di non essere pronto, lo predispone a essere un buon re, capace di accettare consigli, di ascoltare suggerimenti senza prendere decisioni precipitose, di riconoscere un errore e di essere disposto a correggerlo. Rallegriamoci per il regno”. Lui, ansioso di istruirsi, fece venire tutti i sapienti del regno: eruditi, monaci e saggi di chiara fama. Ne prese alcuni come consiglieri e chiese agli altri di andare per il mondo a cercare e riportare tutta la scienza nota dell’epoca per trarne la conoscenza, addirittura la saggezza. Alcuni si spinsero fino alle terre più lontane, altri presero vie marittime fino ai confini dell’orizzonte. Tornarono sedici anni dopo, carichi di rotoli, di libri, di sigilli e di simboli. Il palazzo era vasto. Non riuscì tuttavia a contenere una così prodigiosa abbondanza di scienza. Colui che tornava dalla Cina aveva riportato, da solo, su innumerevoli dromedari, i ventimila volumi dell’enciclopedia Cang-Xi, come pure le opere di Laozi, Confucio, Mencio e di molti altri, famosi quanto sconosciuti.

Il re percorse a cavallo la città del sapere che aveva dovuto far costruire per ricevere tutto quel materiale. Fu soddisfatto dei suoi messaggeri, ma capì che una sola vita non sarebbe potuta bastare per leggere tutto, capire tutto. Chiese dunque ai letterati di leggere i libri al suo posto, di trarne il succo e di redigere, per ogni scienza, un’opera comprensibile.

Trascorsero otto anni prima che i letterati potessero consegnare al re una biblioteca composta dai soli riassunti di tutto lo scibile umano. Il re percorse a piedi l’immensa biblioteca così costruita. Non era più giovanissimo, vedeva la vecchiaia arrivare a grandi passi e capì che non avrebbe avuto il tempo in vita di leggere e assimilare tutto. Chiese dunque ai letterati che avevano studiato quei testi di produrre solo un articolo per scienza, badando all’essenziale. Trascorsero otto anni prima che tutti gli articoli fossero pronti poiché molti eruditi che erano andati in capo al mondo a raccogliere tutta quella scienza erano ormai morti e i giovani letterati che riprendevano l’opera dovevano rileggere tutto prima di produrre un articolo.

Infine, un’opera in parecchi volumi venne consegnata al vecchio re, costretto a letto, malato. Questi pregò ciascuno di riassumere rapidamente il suo articolo in una frase. Riassumere una scienza in poche parole non è cosa facile. Altri otto anni furono necessari. Fu concepito un solo libro che conteneva una frase per ciascuna delle scienze e delle saggezze studiate. Al vecchio consigliere che gli portava il libro, il re morente mormorò: “Dimmi una sola frase che riassuma tutto questo sapere, tutta questa saggezza. Una sola frase prima della mia morte”. Sire, disse il consigliere, la saggezza del mondo sta in sole due parole: “Vivere l’attimo”. (Storia indiana)

In che occasioni ti comporti come questo re? E come ti senti? E cosa impari?

La soddisfazione deriva dall’esperienza e non dall’aspettare la perfezione…

Vivere l’attimo significa: agisci per vivere, agisci per capire, agisci per crescere.

 

I tre setacci

Un giorno una persona andò a trovare il grande filosofo Socrate e gli disse: “Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?” “Un momento”, rispose Socrate, “prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.” “I tre setacci?” “Ma sì”, continuò Socrate. “Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci”.

“Il primo setaccio è la VERITA’. Hai verificato se quello che mi dirai è vero?” “No, ne ho solo sentito parlare.” “Molto bene. Quindi non sai se è la verità”.

“Continuiamo col secondo setaccio, quello della BONTA’. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?” “Ah no! Al contrario.” “Dunque”, continuò Socrate, “Vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere”.

“Forse puoi ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello dell’UTILITA’. È utile che io sappia ciò che mi vorresti dire su questo mio amico?” “No, davvero.” “Allora”, concluse Socrate, “se ciò che volevi raccontarmi non è né vero né buono né utile, io preferisco non saperlo; e consiglio a te di dimenticarlo”.

… … …

Tu come stai messo coi setacci?

Alcuni giudizi sono veri: descrivono realisticamente il “comportamento” di una persona. I giudizi possono essere buoni: offrono una valutazione del “comportamento” di una persona che può favorire i suoi processi di consapevolezza, cambiamento e crescita, si tratti di comportamenti personali, relazionali o in ambito lavorativo. Inoltre, i giudizi possono essere molto utili se forniti alla persona che li può utilizzare per correggere alcuni suoi “comportamenti” e renderli più adattivi o adeguati rispetto a contesti, situazioni, relazioni.
Del resto, esistono anche gli autogiudizi, quelli che siamo soliti dare a noi stessi, magari eco di giudizi che siamo abituati da sempre e molto spesso a ricevere dall’esterno. È fondamentale che questi giudizi rivolti a se stessi siano veramente rivolti al proprio comportamento, più che alla persona che siamo, in modo da fornire indicazioni realistiche, positive e utili al cambiamento consapevole e responsabile e alla crescita personale.

Tu come stai messo coi giudizi?

La colpa è Mia

Ti senti in colpa quando deludi qualcuno. Ti senti libero quando non deludi te stesso.
La colpa è Mia. La colpa è mia. La colpa sono io. Sono io il responsabile portatore (sano? Sano!) di emozioni, sensazioni, insoddisfazioni. Aspettative e frustrazioni. Quello che ci metti tu è di essere ciò che sei. Di agire come agisci. Potrei giudicare in molteplici modi e con infiniti aggettivi il tuo comportamento e il tuo modo di essere. Ma sarebbe utile? Forse né utile né giusto. Se la colpa è mia. Sono io che scelgo e devo scegliere. Scegliere il solito o scegliere altro. “Occorre che faccia qualcosa, mi devo mettere in discussione, devo rimettere tutto in discussione” dice Mia pensando alla pigrizia di Alessandro rispetto al pensare il loro rapporto. Che per Mia ha bisogno invece di parole, pensieri, emozioni condivise. Autenticamente. “Prima di tutto devo capire io da che parte voglio andare” dice Mia. Se restare o andare. Se restare, come? Se andare, dove? Suggerisce il lettore.
Questa è la traccia di “La colpa è Mia”, libro appena uscito del mio amico Paolo Basili, che scrive “dalla voce di una donna”… Che invito tutti ad ascoltare, a leggere.
Nella coppia portiamo noi stessi, con le nostre parti vere e le nostre maschere. Anzi nella vita. Mischiamo tutto con l’altro. E ne usciamo fuori un po’ diversi e un po’ uguali, ancora più uguali a prima. Quanto diversi? Chissà quanta autenticità? Quante maschere? Quante parti oscure illuminate e quante luci spente…
L’altro è quello che è… Il disorientamento di fronte all’altro è nostro. Le emozioni contrastanti sono nostre. I dubbi sono nostri. L’indecisione è nostra.
E il manuale della coppia comincia a scriversi…
Di fronte al desiderio posso chiedere… Ed essere veramente disposto ad accogliere ogni risposta, ascoltando le mie emozioni davanti al sì e davanti al no…
Di fronte al desiderio posso aspettarmi che l’altro lo esaudisca… E che io non mi esaurisca ad aspettare ciò che “dovrebbe” arrivare anche senza chiederlo…
Di fronte al desiderio posso pretendere che l’altro sia proprio come lo voglio, come lo voglio io. L’altro “deve”, senza se e senza ma… Ma quasi mai questo scenario ha un esito felice… Anzi togliamo il quasi!
“Dove inizio io per lui?” si chiede Mia. E quindi dove inizia lui per te? Suggerisce il lettore.
E poi la libertà!!! La libertà da cosa? La libertà per cosa? La libertà dai vincoli esterni (la malattia, il tempo inesorabile, il potere degli altri)… La libertà dalle proprie “strettoie mentali”. La libertà dalle scelte fatte da altri su noi e che abbiamo dovuto subire. Abbiamo scelto di subire. Insomma la libertà è la libertà dalle nostre scelte, prima che delle nostre scelte. Dalle nostre scelte precedenti. Da ciò che crediamo le uniche scelte a nostra disposizione. Da ciò che crediamo l’unica possibilità di scelta. La libertà è insomma inventare nuove possibilità… “Sono prigioniera delle mie scelte” dice Mia. E questa è una consapevolezza fondamentale, suggerisce il lettore. E il papà di Mia, invaso dalla demenza, ma soprattutto dalla saggezza, le dice (o a lei piacerebbe le dicesse?): “noi siamo le strade che percorriamo e le persone che incontriamo, dai genitori in poi… Le scelte che facciamo, ma a volte non sappiamo scegliere… Da una strada ci si può spostare su un’altra perché molte di queste vie prima o poi si incrociano… Questi incroci sono delle opportunità. Crediamo che la vita sia un percorso immodificabile. Non è mai così”.
Quindi sorge necessaria la curiosità. La curiosità di altro… Di un altro. Un altro da me. Un altro me! La curiosità tra eccitazione e paura…
Attraverso una coincidenza. E una poesia. Una coincidenza? Jung la chiama sincronicità. Un destino da scegliere? E il momento del coraggio… Che scema… O non arriva mai!
Perché siamo tutti irrisolti, abbiamo tutti qualcosa da risolvere… Da sempre persi nella ricerca dell’amore tra gli amori apparenti. Perdendo l’amore per se stessi. Semmai lo si è avuto, trovato, coltivato…
E poi c’è Serenella, l’amica di Mia, suo grillo parlante. Ma anche una parte di sé capace di stare sopra le righe, dentro le righe e soprattutto tra le righe, di comprendere quello che non tutti sanno cogliere. Di capire che sono le emozioni a dettare le regole… E che il controllo di sé e degli altri spesso è solo un’illusione della mente… La logica è perfetta, tutto il resto no.
Ma come può una vita regolare diventare improvvisamente così scellerata? Ecco una bella domanda per tutti noi. A cui tutti siamo chiamati a rispondere… Grazie Mia per mostarci la tua via… Una, tra le infinite possibili… Grazie Paolo!

Elogio dell’azione

Tutto quello che impariamo a fare lo impariamo facendolo, per esempio si diventa costruttori costruendo, si diventa suonatori di cetra suonando la cetra, allo stesso modo compiendo azioni giuste diventiamo giusti, compiendo azioni equilibrate diventiamo equilibrati, compiendo azioni coraggiose coraggiosi (Aristotele)

Ecco l’elogio dell’azione. Dell’azione che permette di crescere, di imparare, di sbagliare per capire. Di affrontare le paure.
Agisci… Raccogli l’informazione utile … Organizzi l’azione successiva… E via così verso i risultati che desideri.

La lanterna

Un vecchio contadino stava guardando il giovane figlio che accendeva la lanterna prima di uscire nella notte. “A che ti serve la lanterna?” gli chiese. Il figlio rispose: “vado a corteggiare una ragazza. Non ti preoccupare pagherò l’olio”. “Ascolta figliolo”, proseguì il padre benevolmente, “quando io uscivo con una ragazza, non prendevo mai la lanterna con me”. “Lo posso immaginare, guarda cosa ti sei portato a casa!” (Osho).

Quali spunti da questo breve aneddoto?
Un padre insegna la retta via oppure no…
Un figlio segue la via del padre e anche no…
Di cosa è fatta la tua lanterna?

Presto!!! Presto!!! Tardi!!! Tardi!!!

C’era una volta un bambino per il quale nulla era abbastanza veloce: mentre mangiava la minestra chiedeva già il budino, il sole non era ancora tramontato che voleva già vedere la luna, il primo giorno di scuola si informava sulle vacanze e a Natale già gioiva per la Pasqua. Dei libri leggeva sempre solo l’ultima pagina e poiché parlava più in fretta di quanto potesse pensare, i suoi stessi genitori lo ritenevano un vero e proprio balbuziente. Nella fretta metteva i piedi così sbadatamente uno davanti all’altro che inciampava in continuazione e naturalmente non desiderava nulla più ardentemente che diventare finalmente adulto.
Una notte venne a trovarlo in sogno un mago che gli disse: “ti faccio crescere e aggiungo anche tre desideri se in cambio mi dai 50 anni della tua vita!”. Il bambino non indugiò un momento e disse: “voglio diventare ricco e potente e poi anche famoso”. E così accadde …
E quando l’uomo ricco guardò nello specchio vide che era vecchio … E quando l’uomo potente guardò nello specchio vide che era solo … E quando l’uomo famoso guardò nello specchio, la sua fronte era solcata da rughe di preoccupazione. Allora si spaventò e chiamò sua madre e lei si avvicinò al letto e posò la mano sulla sua fronte. Il bambino si svegliò e disse lentamente e distintamente: “mi devo alzare o ho ancora tempo?”. (Favola tedesca)

Il tempo è quello che scegli (desideri, bisogni, scopi) e quello a cui scegli di rinunciare (altri desideri, altri bisogni, altri scopi)…
Banale… Quanto fondamentale consapevolezza per guidare la tua azione verso la creazione della vita che vuoi…

La pesca

Un mattino un uomo tornò dopo molte ore di pesca e decise di fare un sonnellino. La moglie, sebbene non fosse pratica del lago, decise di uscire in barca. Accese il motore e si allontanò dalla riva per una breve distanza: spense il motore, buttò l’ancora e iniziò a leggere il libro che aveva portato con sé.

Una guardia forestale arrivò e con la sua barca si avvicinò a quella della donna: “Buongiorno Signora. Le posso chiedere che cosa sta facendo?” “Sto leggendo un libro, vede?” rispose lei. “Signora, lei si trova in una zona in cui è vietata la pesca!” “Agente, io non sto pescando. Sto leggendo il mio libro!” “Signora, lei però ha con sé in barca tutta l’attrezzatura necessaria alla pesca. Per quanto ne so potrebbe cominciare in qualsiasi momento. Devo portarla con me e fare rapporto”. “Se lo fa, agente, dovrò denunciarla per molestia sessuale” ribatté la donna. “Ma se non l’ho nemmeno toccata!” disse la guardia forestale. “Questo è vero, ma possiede tutta l’attrezzatura. Per quanto ne so potrebbe cominciare in qualsiasi momento!” “Le auguro buona giornata, signora”. La guardia se ne andò…

Le regole e il loro rispetto sono importanti… solo che a volte rendono ciechi e anche suscettibili di essere “manipolati” rispetto a chi è così intelligente di andare oltre ciò che appare e di trovare verità dove non tutti le sanno vedere…

Cosa ti ispira questa storia?

Il cavallino e il fiume

Un cavallino viveva nella stalla con la madre e non si era mai allontanato dal suo fianco protettivo. Un giorno la madre gli disse: “è ora che tu esca e che impari a fare piccole commissioni per me. Porta questo sacchetto di grano al mulino!” Con il sacco sulla groppa, contento di rendersi utile, il puledro si mise a galoppare verso il mulino.

Dopo un pò incontrò sul suo cammino un fiume gonfio d’acqua. “Che cosa devo fare? Potrò attraversare?” Si fermò incerto sulla riva. Non sapeva a chi chiedere consiglio. Si guardò intorno e vide un vecchio bue che brucava lì accanto. Il cavallino si avvicinò e gli chiese: “Zio, posso attraversare il fiume?” “Certo, l’acqua non è profonda, mi arriva appena al ginocchio, vai tranquillo”.

Il cavallino si mise a galoppare verso il fiume, ma quando stava proprio sulla riva in procinto di attraversare, uno scoiattolo gli si avvicinò saltellando e gli disse tutto agitato: “Non passare, non passare! È pericoloso, rischi di annegare!” “Ma il fiume è così profondo?” Chiese il cavallino confuso. “Certo, un amico ieri è annegato” raccontò lo scoiattolo con voce mesta.

Il cavallino non sapeva più a chi credere e decise di tornare a casa per chiedere consiglio alla madre. “Sono tornato perché l’acqua è molto profonda” disse imbarazzato “non posso attraversare il fiume”. “Sei sicuro? Io penso invece che l’acqua sia poco profonda” replicò la madre. “È quello che mi ha detto il vecchio bue, ma lo scoiattolo insiste nel dire che il fiume è pericoloso e che ieri è annegato un suo amico”. “Allora l’acqua è profonda o poco profonda? Prova a pensarci con la tua testa”. “Veramente non ci ho pensato”. “Figlio mio, non devi ascoltare i consigli senza riflettere con la tua testa. Puoi arrivarci da solo. Il bue è grande e grosso e pensa naturalmente che il fiume sia poco profondo, mentre lo scoiattolo è così piccolo che può annegare anche in una pozzanghera e pensa che sia molto profondo”.

Dopo aver ascoltato le parole della madre, il cavallino si mise a galoppare verso il fiume sicuro di sé. Quando lo scoiattolo lo vide con le zampe ormai dentro il fiume gli gridò: “Allora hai deciso di annegare?” “Voglio provare ad attraversare”. E il cavallino scoprì che l’acqua del fiume non era né poco profonda come aveva detto il bue, né troppo profonda come aveva detto lo scoiattolo.

Che bella storia sulla differenza!!! Anzi sulla differenziazione: l’abilità di riconoscere la propria idea solo come la propria idea e non come rappresentazione corretta ed unica della realtà.

Come ti può aiutare questa storia, soprattutto nei rapporti interpersonali?

Cos’altro ti fa pensare?

La pioggia e tutto il resto…

Un contadino ricevette la visita del suo Dio, si inginocchiò davanti a Lui e lo ringraziò con fervore di avergli accordato il dono della vita. “Di tutto ti sono debitore eppure avrei una lamentela: lavoro per concimare le mie terre e farvi crescere grano in abbondanza e Tu mi mandi gli uragani, la siccità, gli uccelli voraci, i topi, le piogge torrenziali, l’epidemia. Per una volta non potresti risparmiarmi tutti questi mali?”.

Il Dio decise di soddisfare la preghiera del contadino; dopo la semina nessun uragano sollevò la terra, il clima fu mite tutto l’anno, piovve solo quando servì, non si vide l’ombra di un topo né di un uccello, nessun insetto dannoso. Per colpa della mancanza di ostacoli da superare, i semi indeboliti marcirono la loro buona terra senza neanche germogliare.

Di fronte a questi ostacoli, difficoltà, ferite abbiamo due possibilità: o reagiamo adottando un atteggiamento già sperimentato, quindi applichiamo una ricetta più o meno efficace che viene dal passato, nel qual caso facciamo ricorso alle forze di ripetizione e ci comportiamo da eredi; oppure possiamo rimetterci alla coscienza e alla creatività, a tutto quello che in noi vi è di più alto e innovativo, consentendo così all’ostacolo di diventare il nostro maestro e sarà questo che ci spingerà ad inventare una soluzione inedita”.

(Alejandro Jodorowsky, Marianne Costa)

Purtroppo spesso e per molti di noi la zona di comfort e le abitudini rassicuranti sono la strada privilegiata che tendiamo a percorrere e ripercorrere. Più o meno consapevolmente e intenzionalmente. A volte è utile e necessario, altre volte sarebbe fondamentale cercare ostacoli da superare e soluzioni da inventare… Il rischio è di smettere di crescere…

Per te com’è? Quanto e quando prediligi la ripetizione con poca fatica (forse) e quanto e quando ti fai guidare dalla curiosità e dall’ignoto? Quali prezzi scegli di pagare? In nome di quale valore per la tua vita?