‘P – factor’. Un viaggio

Il dolore fa crescere e anche la paura, anche se probabilmente un po’ tutti vorremmo crescere senza incontrarne più di tanto. Crescere ti richiede di mettere ordine nel caos e nell’imprevedibilità che ti arrivano, prima o poi, tanto o poco, anche se un po’ tutti vorremmo crescere sperando di schivare il più possibile la sofferenza e imparando a cogliere le opportunità. Così è la vita… Certo è meglio la serenità che la tragedia, diremmo tutti.
La nostra vita ci fornisce sostanzialmente interrogativi a cui noi “dobbiamo” rispondere, siamo chiamati ad affiancare punti esclamativi.
La nostra vita si svolge tra ciò che troviamo e ciò che non troviamo. Tra ciò che lasciamo e ciò che troviamo. E ogni tanto ci interroghiamo sulla distanza che esiste tra ciò che siamo e ciò che vorremmo e avremmo voluto essere. Ma anche tra ciò che siamo stati e ciò che non siamo più. E a volte questi temi ci procurano gioia, molto più spesso dolore.
Chi veramente fa i conti con dolore, paura, malattia, perdita, disillusione (tutti noi?) deve necessariamente cercare la luce dentro al buio… Per non sprofondare nell’oscurità, qualunque forma essa possa assumere…
E quindi ognuno ha il suo viaggio da compiere… Eroico o meno che sia… Di cui conosciamo, forse, l’inizio, ma la cui fine dobbiamo cercare di inventare…
Viaggio che si svolge sempre tra regole e immaginazione, tra testa e cuore, tra ragione e sensazioni.
Viaggio in cui devi saperti muovere dentro le certezze rassicuranti e i confini che delineano il percorso, per imparare gradualmente a sfidare i tuoi limiti, imposti e autoimposti, senza mai perdere la testa, qualità che ti permette di perderla solo al momento giusto…
Viaggio che ciascuno compie col personale bagaglio. Di predisposizioni caratteriali ed esperienze precoci, di tendenze innate e di abilità acquisite. Doti naturali e percorsi evolutivi. Bagaglio di dolore e paura e di strategie che abbiamo inventato per cavarcela. Bagaglio di risorse e di limiti personali. Bagaglio in cui ognuno ha messo anche un po’ di certezze su cui poggiarsi e un po’ di imprevisti da imparare a governare.
Fino a quando non funziona qualcosa. Qualcosa non funziona più. Il controllo che, anche solo inconsapevolmente, hai avuto finora lascia il posto a qualcosa che sfugge, che ti sfugge. L’imprevisto diventa ingovernabile.
Prima alcuni segni che non sempre riesci ad interpretare… Poi segnali più chiari, che magari vedi, riconosci come anomalie, ma che tendi a trascurare… Quindi i sintomi, stai male, esprimi una qualche forma e grado di malessere: sei sempre stanco e deconcentrato, il lavoro diventa sempre più “l’attesa del fine settimana”, ciò che fino a ieri ti appassionava ora lo vivi in modo spento, demotivato. Sei costantemente annoiato, quasi sempre incazzato, anche tristezza e ansia ti vengono a trovare sempre più spesso. Ogni relazione ne risente, a casa, al lavoro, in coppia, coi figli, con gli amici. I pilastri in cui ti sei finora riconosciuto e identificato sembrano scricchiolare. Ti senti diverso dal solito, diverso da come sei sempre stato e anche gli altri, più o meno vicini, cominciano a vedere che qualcosa non va nel tuo modo di stare al mondo, nelle relazioni, nella quotidianità.
Il tuo corpo si lamenta, la tua mente si lamenta, tu ti lamenti. Lamenti che hanno bisogno di ascolto. Lamenti che sembrano inascoltabili.
Gradualmente insidiosa, una “parte malata” sta invadendo la tua personalità. Malessere fisico, emotivo, relazionale. Qualcosa è cambiato, si è rotto, si è inceppato o qualcosa del genere. Lo smarrimento che altre volte hai incontrato lungo il viaggio e che hai sempre superato con un senso di sfida, evoluzione, potenza e controllo, oggi è uno smarrimento in cui ti senti “profondamente” perso…
Ora comincia un altro viaggio. In almeno tre tappe, da percorrere necessariamente, anche se, come sempre, ciascuno a suo modo.
Prima. Sto male…
Seconda. Ho bisogno di aiuto…
Terza. Devo farmi aiutare…
Il resto è tutto da percorrere… in infinite forme possibili…
Grazie Luca per il tuo insegnamento…
Grazie Luca per il tuo libro, che invito tutti a leggere e diffondere: ‘P-Factor. La variabile Parkinson nella mia vita’. (Luca Berti. Youcanprint Edizioni).
Grazie per aver condiviso con noi la tua esperienza, il viaggio che stai facendo, forse unico e diverso da altri viaggi, forse simile al viaggio che ciascuno di noi compie…

La differenza

Quando lasceremo questo mondo ci porremo una domanda: qual è la differenza? Che differenza ho fatto vivendo? La risposta a questa domanda sarà essa stessa la differenza. Tutti i nostri pensieri e sentimenti non contano più quando in punto di morte ci poniamo questa domanda. Quello che conta sono le azioni che abbiamo compiuto e la differenza che hanno fatto. Avremmo potuto fare la differenza ogni ora, ogni giorno, se lo avessimo voluto (Steve Chandler).
Sembra un’ispirazione tanto semplice da seguire…
Tu in cosa hai fatto la differenza?
In cosa stai facendo la differenza?
In cosa vorresti fare la differenza?
Cosa ti serve per agire e fare la differennza?
Cosa ti ostacola e ti blocca nell’azione efficace a fare la differenza?

Dialogo per un alloggio

Qualunque monaco girovago può fermarsi in un tempio Zen, a patto che sostenga coi preti del posto una discussione sul Buddhismo e ne esca vittorioso. Se invece perde, deve andarsene via.
In un tempio nelle regioni settentrionali del Giappone vivevano due confratelli monaci. Il più anziano era istruito, ma il più giovane era sciocco e aveva un occhio solo.
Arrivò un monaco girovago e chiese alloggio, invitandoli secondo la norma a un dibattito sulla sublime dottrina. Il fratello più anziano, che quel giorno era affaticato dal molto studio, disse al più giovane di sostituirlo. «Vai tu e chiedigli il dialogo muto» lo ammonì.
Così il monaco giovane e il forestiero andarono a sedersi nel tempio.
Poco dopo il viaggiatore venne a cercare il fratello più anziano e gli disse: «Il tuo giovane fratello è un tipo straordinario. Mi ha battuto».
«Riferiscimi il vostro dialogo» disse il più anziano.
«Be’,» spiegò il viaggiatore «per prima cosa io ho alzato un dito, che rappresentava Buddha, l’Illuminato. E lui ha alzato due dita, per dire Buddha e il suo insegnamento. Io ho alzato tre dita per rappresentare Buddha, il suo insegnamento e i suoi seguaci, che vivono la vita armoniosa. Allora lui mi ha scosso il pugno chiuso davanti alla faccia, per mostrarmi che tutti e tre derivano da una sola realizzazione. Sicché ha vinto e io non ho nessun diritto di fermarmi». E detto questo, il girovago se ne andò.
«Dov’è quel tale?» domandò il più giovane, correndo dal fratello più anziano.
«Ho saputo che hai vinto il dibattito».
«Io non ho vinto un bel niente. Voglio picchiare quell’individuo».
«Raccontami la vostra discussione» lo pregò il più anziano.
«Accidenti, non appena mi ha visto lui ha alzato un dito, insultandomi con l’allusione che ho un occhio solo. Dal momento che era un forestiero, ho pensato che dovevo essere cortese con lui e ho alzato due dita, congratulandomi che avesse due occhi. Poi quel miserabile villano ha alzato tre dita per dire che tra tutti e due avevamo soltanto tre occhi. Allora ho perso la tramontana e sono balzato in piedi per dargli un pugno, ma lui è scappato via e così è finita».

Una storia sul potere e sul valore dell’interpretazione nei rapporti interpersonali. E quindi nel determinare serenità o sofferenza.

Una storia per illustrare l’importanza di essere attenti ai propri contenuti mentali senza considerarli gli unici possibili, sul valore di comprendere il punto di vista dell’altro, sulla capacità di mettere insieme il tutto nel dialogo consapevole e intimo, l’unico veramente efficace per comprendersi.

La colpa è Mia. Ancora

La colpa è Mia. Ancora uno sguardo attento alla lettura del nuovo libro del mio amico Paolo Basili, il suo terzo libro.
Mia è la protagonista. Mia potremmo essere un po’ tutti noi, protagonisti delle nostre vite tra sentieri soliti, non necessariamente solidi, e nuove possibilità. Tra regole protettive e rassicuranti e la vita che ti invita a superarle per non morire di frustrazioni e delusioni. Tra sentieri battuti di relazioni sempre uguali a se stesse e zone di comfort, affettive e lavorative che però sono lontane dal fornire reale benessere e vitalità.
Una lettura tutta d’un fiato e, al tempo stesso, pagine dense di emozioni e sensazioni su cui tornare più volte.
Scorrevole, intrigante, progressivamente appassionante. Pieno di spunti. Notevoli per sentire e riflettere. E per identificarsi, ora con questo, ora con quel personaggio. Come è per tutte le opere artistiche. Spunti di vario genere, diversi in base al focus che scegli di approfondire, ad esempio: una coppia in crisi o forse semplicemente che ha smesso di essere coppia da un pezzo; ma anche con la possibilità di reinventarsi come coppia, mischiando in modo diversamente creativo gli ingredienti fondamentali della passione (erotica e non solo), del progetto su cui investire a lungo termine (un figlio, ma anche altro, se un figlio non c’è), dell’intimità, l’essere vulnerabilmente nudi l’uno di fronte al cuore dell’altro. Focus possibile anche sul rapporto tra una personalità narcisistica e una dipendente, dove la relazione perversa prende le forme molteplici che può assumere la lotta di potere nelle relazioni. Fino a comportamenti estremi… E poi il rapporto tra una madre “fatta così” e una bambina ferita dentro l’adulta. Perché quella madre è sempre stata solo dalla propria parte e mai da quella della figlia. O focus sull’amore padre-figlia, che la malattia contribuisce ad amplificare fino alla convergenza dei cuori che non hanno bisogno di parole. E sull’amicizia, quella vera, quella della presenza al bisogno e senza richiesta. Quella che sa fornire le giuste dosi di cazzeggio e saggezza. Il tutto condito da un’atmosfera sociale e culturale che, ancora in questi anni, forse sempre più, perché nascosta ad occhi distratti, inquadra i rapporti umani dentro cornici piene di pregiudizi sociali e facili verità da inventare e vendere a buon prezzo sui social…
Semplicemente da leggere e condividere… Ancora grazie Paolo!

Il viaggio e la musica

“Ahimé per coloro che non cantano mai, ma muoiono con tutta la loro musica dentro” (Oliver Wendell Holmes).
Per goderci appieno le infinite possibilità che la vita ci offre dobbiamo avventurarci fuori dalla zona di comfort. Morire senza avere intonato il proprio canto è una tragedia e la colpa è nostra, siamo noi a ridurci al silenzio. A trattenerci là dentro è la tipica debolezza moderna: il bisogno di gratificazione immediata. La comfort zone ci fa sentire bene in quel momento cosa importa quanto ci costerà!?!? Ma verrà il giorno in cui dovremo saldare il conto. E allora ci toccherà il dolore peggiore di tutti: la consapevolezza di avere sprecato la nostra vita (Phil Stutz, Barry Michels, Il metodo).

La crescita personale è un viaggio eroico, comune a tutti eppure così straordinario, che, in nome della Vita, ti chiede di incontrare paura e dolore. Solo quando incontri paura e dolore probabilmente stai vivendo veramente…

Tu che viaggio stai facendo?

Il gallo dell’imperatore

Un imperatore era appassionato di pittura. Un giorno gli venne voglia di abbellire la sala del trono con il ritratto di un gallo da combattimento. Mandò a cercare il miglior pittore di tutto il regno. Il maestro dei maestri si presentò al suo cospetto. “Di quanto tempo avrà bisogno per dipingere il quadro?” “Maestà, se volete la miglior rappresentazione possibile di quel nobile animale, dovete accordarmi sei mesi!  L’imperatore accettò e il pittore si chiuse nel suo atelier. Dopo sei mesi il sovrano reclamò il quadro. Il maestro gli annunciò che non l’aveva ancora terminato e chiese altri sei mesi di tempo. Incollerito l’imperatore acconsentì alla richiesta. Attese dunque ventiquattro settimane dominato da quell’ossessione, poi il giorno stabilito si recò all’atelier del pittore seguito da un grande corteo. L’artista si profuse in mille scuse e gli chiese altri tre mesi. L’imperatore diventò paonazzo per il furore: “E così sia, ma dopo quest’ultima scadenza, se il quadro non sarà pronto ti farò tagliare la testa!”. Dopo novanta giorni il sovrano, seguito dai carnefici, si precipitò a casa del pittore. Egli lo fece entrare nel suo atelier dove troneggiava una grande tela bianca. “Ma come?” sbraitò l’imperatore, “non hai ancora fatto niente? Stavolta sei finito. “Tagliategli la testa!” Il pittore, senza dire una parola, afferrò il pennello e con un solo gesto, a una velocità vertiginosa, dipinse il più bel gallo che fosse mai stato visto nel regno. La bellezza dell’animale era talmente impressionante che l’imperatore, estasiato, cadde in ginocchio davanti a quel capolavoro. Dopo essersi ripreso dall’emozione, montò di nuovo in collera. “Tu sei il migliore, lo riconosco, ma meriti lo stesso di essere decapitato! Perché mi hai fatto aspettare così a lungo se potevi soddisfare le mie brame in pochi minuti? Ti sei preso gioco di me!” Allora il maestro invitò il sovrano a visitare la sua casa. E il re scoprì migliaia e migliaia di disegni e schizzi di galli, studi anatomici, volatili impagliati, ossa di galli da combattimento, innumerevoli ritratti su tela, pagine e pagine di appunti, libri specializzati sull’allevamento e un recinto pieno di galli vivi!

Della serie: i risultati, anche straordinari, che ottieni sono il frutto di talento e sforzi disciplinati. E anche della capacità di aspettare con fiducia…

Ti ci ritrovi? Com’è per te?

L’uovo di Colombo

Dopo il suo ritorno dalle presunte Indie nel 1493, Colombo fu invitato a una cena in suo onore dal cardinale Mendoza. Qui alcuni gentiluomini spagnoli cercarono di sminuire la sua impresa dicendo che la scoperta della via di occidente per le Indie non sarebbe stata poi così difficile e che chiunque avrebbe potuto riuscirci se avesse avuto i suoi mezzi. Udito questo, Colombo si indignò, e sfidò i nobili spagnoli in un’impresa altrettanto facile: far stare un uovo dritto sul tavolo. Ognuno di loro fece numerosi tentativi, ma nessuno ci riuscì e rinunciarono all’impresa. Si convinsero che si trattava di un problema irrisolvibile e pregarono Colombo di dimostrare come risolverlo, cosa che lui fece immediatamente: si limitò a praticare una lieve ammaccatura all’estremità dell’uovo, picchiandolo leggermente contro lo spigolo del tavolo. L’uovo rimase dritto. Quando gli astanti protestarono dicendo che lo stesso avrebbero potuto fare anche loro, Colombo rispose: «La differenza, signori miei, è che voi avreste potuto farlo, io invece l’ho fatto!».

Cosa ti ispira questa storia?

Per la tua crescita personale sono fondamentali due ingredienti:

TROVARE UNA SOLUZIONE CREATIVA, spesso fuori dagli schemi, oltre ciò che appare scontato, la normalità per tutti, la solita via, continuamente battuta anche se fallimentare.

AGIRE PER CAMBIARE, per muovere le cose, per ottenere risultati, almeno per capire come procedere in avanti. Pensa il giusto e agisci di conseguenza, altrimenti resti bloccato nel rimuginio su cosa potrebbe accadere, nella ruminazione su cosa è accaduto e non doveva accadere. Bloccato mentre gli altri vanno avanti e la tua vita scorre via.

Le stampelle

Narra una leggenda indiana che il re cadde da cavallo, fratturandosi le gambe così gravemente da perderne l’uso. Imparò a muoversi con le stampelle, ma sopportava male la propria invalidità. Vedersi attorno le persone valide della corte gli divenne presto insopportabile. Rifiutò di mostrarsi menomato. “Poiché non posso essere simile agli altri, pensò un mattino d’estate, ciascuno sarà simile a me.” Fece dunque notificare nelle sue città e nei suoi paesi l’ordine definitivo dell’uso delle stampelle per tutti, pena la morte immediata. Dall’oggi al domani, l’intero regno fu popolato di persone rese invalide. All’inizio, alcuni provocatori si fecero vedere in giro senza alcun sostegno. Fu certo difficile acciuffarli di corsa, ma tutti prima o poi vennero arrestati, condannati e giustiziati per servire da esempio. Nessuno osò ripetere la provocazione. Per proteggere la prole, le madri insegnarono subito ai loro bambini a camminare con le stampelle. Bisognava abituarsi, ci si abituò. Il re visse fino a tarda età. Nacquero parecchie generazioni senza che si vedesse mai nessuno circolare liberamente sulle sue gambe. Gli anziani scomparvero senza dire nulla delle loro lontane passeggiate, senza osare infondere nella mente dei figli e dei nipoti il pericoloso desiderio di deambulare senza sostegni.

Alla morte del re, alcuni vecchi tentarono di liberarsi delle stampelle, ma era troppo tardi, i loro corpi malandati ne avevano ormai bisogno. I superstiti, di solito, non riuscivano più a stare dritti. Rimanevano prostrati su qualche sedia o distesi su un letto. Questi tentativi isolati vennero considerati come innocui deliri di vecchi rimbambiti. Inutilmente raccontarono che un tempo si camminava liberamente, senza stampelle: vennero guardati dall’alto verso il basso, con l’indulgenza ilare concessa ai rimbecilliti. “Ma sì, nonno, andiamo, era senza dubbio ai tempi in cui il becco dei polli aveva i denti!” E con un sorriso, uno scambio di occhiate, scrollavano il capo ascoltando la vecchia voce, prima di andare a ridere di nascosto.

Lontano, sulla montagna viveva un vigoroso vecchio solitario che, appena morto il re, gettò le stampelle nel fuoco senza esitare. In realtà erano anni che non usava le stampelle in casa o in luoghi isolati. Le usava nel villaggio per evitare le noie ma, non avendo né sposa né figli, non si era privato del piacere della sua bella camminata. Non esponeva altri che se stesso, e per di più in tutta segretezza!

Il mattino dopo, si recò spavaldamente in piazza e, rivolto ai suoi compaesani sbalorditi, disse: “Ascoltatemi, dobbiamo ritrovare la nostra libertà di movimento, la vita può riprendere il suo corso naturale poiché il re invalido è ormai morto. Chiediamo che venga abrogata la legge che costringeva gli esseri umani a camminare con le stampelle!” Tutti lo guardavano, i più giovani furono immediatamente tentati. La piazza brulicò ben presto di bambini, di adolescenti e di altri sportivi che tentavano di muoversi senza stampelle. Ci furono risate, cadute, scorticature, lividi, ma anche arti rotti poiché i muscoli delle gambe e della schiena non avevano mai imparato a sorreggere il corpo. Il capo della polizia intervenne: “Smettetela, smettetela! È troppo pericoloso. Tu, vecchio, va a esibirti nelle fiere, è chiaro che gli uomini non sono fatti per camminare senza stampelle! Guarda quante piaghe, quanti bernoccoli e quante fratture ha provocato la tua follia! Lasciaci vivere normalmente. Sparisci e, se vuoi vivere tranquillo, non tentare più di traviare questa bella gioventù!” Il vecchio alzò le spalle e se ne tornò a casa a piedi. Scesa la notte, udì grattare piano alla sua porta. Era un rumore così leggero che lo attribuì a un ramo agitato dal vento. Non aprì. Allora qualcuno bussò distintamente alla porta. “Chi siete? Che cosa volete?” chiese. “Apri nonno, per favore” bisbigliò una voce.” Il vecchio aprì. Dieci paia di occhi brillanti lo guardavano con ardore. Un ragazzino, fattosi avanti, mormorò: “Vogliamo imparare a camminare come te. Accetteresti di prenderci come discepoli?” “Discepoli?” “Maestro è questo il nostro desiderio.” “Bambini, non sono un maestro, sono solo un uomo in gamba, nel senso più semplice della parola.” “Maestro, per favore, supplicarono all’unisono.” Il vecchio ebbe voglia di ridere, ma, contemplandoli un attimo, si commosse. Capì che la faccenda era seria, persino capitale, che quei bambini erano coraggiosi, ardenti, pieni di vita.

L’avvenire era nelle loro mani. Spalancò la porta per accoglierli. Per mesi, senza dire niente a nessuno, i ragazzini si recarono dal vecchio da soli o in due alla volta per non dare nell’occhio. Quando furono abbastanza abili, andarono a piedi, insieme al villaggio. Guardate, dissero, osservateci, è facile e divertente! Fate dunque come noi! Un’ondata di panico invase i cuori timorosi. Gli abitanti del villaggio aggrottarono le sopracciglia, li additarono, si spaventarono molto. Intervenne la polizia a cavallo per far cessare lo scandalo. Il vecchio fu arrestato, portato in tribunale, condannato secondo l’editto reale e giustiziato per aver pervertito dieci innocenti. I suoi discepoli, disgustati dal trattamento inflitto al loro maestro, dichiararono a gran voce sulle piazze che camminavano e ne erano soddisfatti, mostrando a chi volesse vederli quanto fosse comodo avere le mani libere e leste. Le loro dimostrazioni vennero giudicate fallaci. Furono arrestati e gettati in prigione. Si ritenne tuttavia che fossero stati trascinati nell’errore e si concessero loro le circostanze attenuanti, quindi furono condannati solo a pene leggere. Alcuni ostinati non vollero rinunciare a sostenere che bisognasse camminare senza stampelle. La comunità inquieta, sconvolta nelle proprie abitudini dal loro strano comportamento, li allontanò per prudenza dal villaggio, invitandoli a esibirsi nelle fiere. Per coloro che erano rimasti e che insistevano davvero in modo eccessivo, si dovette talvolta applicare con rigore la legge; in generale, tuttavia, vennero piuttosto commiserati e trattati come gli scemi del villaggio, tenuti a distanza dai bambini o dalle buone famiglie.

Ancora oggi, durante le veglie serali, si bisbiglia con parole velate che esistono malgrado tutto, qua e là nel mondo, gruppetti che non sembrano dei mentecatti e che sostengono di camminare da soli, senza stampelle.

E tu come cammini?

Chi ti ha insegnato a camminare?

Hai un tuo modo tutto tuo di camminare?

La borsa e la corsa

Un uomo molto ricco era alla ricerca della beatitudine, della verità o qualsiasi altro nome tu voglia dare alla “ricerca”. Era ricchissimo e disposto ad offrire qualsiasi compenso a chiunque fosse in grado di aiutarlo a trovarla. Andò da un insegnante all’altro, ma nessuno fu in grado di dargli alcuna felicità. Era disposto a pagare qualsiasi prezzo. Se ne andava in giro portando con sé una borsa piena di diamanti ed era solito mettere quella borsa di fronte al maestro di turno dicendogli: “prendi tutto, è tutto tuo, ma dimmi qual è il segreto della beatitudine”. Alla fine arrivò da un maestro sufi. Il maestro se ne stava seduto sotto un albero, il ricco si presentò a lui sul suo cavallo con questa famosa borsa e la depose di fronte al maestro dicendo: “sono alla ricerca della felicità, sono disposto a pagare qualsiasi prezzo. Ecco dei miei diamanti, valgono milioni, li puoi prendere, ma dammi la felicità”. Il maestro sufi si limitò ad afferrare quella borsa e a darsela a gambe. Per un istante il ricco rimase allibito. Poi si rese conto di ciò che era accaduto per cui si mise a urlare e a rincorrerlo, ma il maestro conosceva ogni stradina di quel villaggio, ne conosceva ogni angolo. Il ricco lo rincorreva urlando: “sono stato derubato… l’intero tesoro frutto di una vita mi è stato rubato… questo è un ladro… catturatelo, non è più un maestro, è un delinquente. Mi ha ingannato…” E urlava senza smettere di rincorrerlo; ma non riuscì a prenderlo perché il maestro conosceva l’intero dedalo di vie.
L’intera cittadina accorse e tutti si affiancarono al ricco dicendogli: “non ti preoccupare”. Ma lui replicava: “cosa dite? Sono completamente rovinato, tutti i miei averi erano in quella borsa e quell’uomo è fuggito dopo avermela sottratta…” E piangeva, si lamentava, non si era mai sentito così infelice. Alla fine di tanto girovagare ritrovò il maestro di nuovo seduto sotto il suo albero e la borsa si trovava esattamente nello stesso posto in cui il ricco l’aveva appoggiata mentre lì di fianco il suo cavallo continuava a pascolare. Il ricco si precipitò sulla sua borsa, la strinse al petto ed emise un profondo respiro di sollievo dicendo grazie a Dio. A quel punto il maestro sufi disse: “sei felice o no? Questa è la chiave della felicità. Sei felice o no? Dimmelo!” E l’uomo disse: “lo sono di certo, non sono mai stato così felice”. (Racconto sufi).

Sei felice o no? Di cosa è fatta la tua felicità?
Cosa devi fare per sentirti felice?

Mi ha fatto tanto ridere…

In un regno antico viveva un uomo conosciuto ovunque per la sua saggezza. All’inizio dava consigli solo ai suoi familiari e agli amici più cari.
La sua fama, tuttavia, crebbe a tal punto che lo stesso sovrano iniziò a chiamarlo spesso per chiedergli consiglio.
Ogni giorno giungevano molte persone per ricevere i suoi preziosi consigli. Il saggio notò che molte di queste si recavano ogni settimana a raccontare sempre gli stessi problemi, ricevevano sempre lo stesso consiglio, ma non lo mettevano in pratica.
Un giorno il saggio riunì tutte quelle persone che chiedevano spesso consiglio e raccontò loro una barzelletta molto divertente, tanto che quasi tutti scoppiarono a ridere.
Dopo aver aspettato un po’, raccontò di nuovo la stessa barzelletta. Continuò a raccontarla per tre ore. Alla fine nessuno rideva più.
Allora il saggio disse loro: “perché non potete ridere tante volte della stessa barzelletta ma potete piangere migliaia di volte per lo stesso problema?”.

Il problema non è tanto il problema, è piuttosto come tu affronti il problema.