Prima di arrivare in terapia

Prima di arrivare a chiedere un aiuto psicoterapeutico, potrebbe essere utile cercare di fare chiarezza su alcuni aspetti della tua situazione attuale.
Che tipo di sofferenza stai vivendo: sintomi e problemi.
Come hai cercato di affrontare finora il tuo malessere, prima di sentire il bisogno e di considerare l’idea di un aiuto specialistico.
Perché hai pensato o ti è stata suggerita una psicoterapia e non un’altra forma di aiuto.
Cosa di specifico (problemi, relazioni, situazioni), in questo momento della tua vita, ti crea stress, malumore, frustrazione e altre emozioni spiacevoli.
Cosa è successo nella tua vita, anche in passato, che può aver contribuito alla tua situazione di sofferenza.
Cosa vorresti trovare in una psicoterapia.
Cosa ti immagini e ti aspetti da una psicoterapia.
Come descriveresti i tuoi problemi con poche parole.
Quali aggettivi puoi usare per descriverti, tre positivi e tre negativi.
Con quali aggettivi ti descriverebbe una persona che ti conosce bene, tre positivi e tre negativi.
Quali risorse credi di avere per risolvere i tuoi problemi.
Cosa non ha funzionato per restare ancora nei tuoi problemi.
Quali limiti e ostacoli hai incontrato per restare ancora nella sofferenza.
Cosa cambieresti di te per risolvere i tuoi problemi
Questa è solo una traccia orientativa attraverso cui puoi raccogliere informazioni già molto utili per conoscere aspetti importanti del tuo funzionamento e di cosa ti fa soffrire. Quindi sarai ancora più pronto per il lavoro terapeutico…

Quello che fai con quello che sei

Un po’ sei quello che sei, con le tue caratteristiche distintive, la tua specialità della casa, così come l’hai costruita negli anni, insieme a chi ha messo le fondamenta e a chi ci ha lavorato per creare pavimento, muri portanti e pareti fino al tetto.
Un po’ sei QUELLO CHE FAI CON QUELLO CHE SEI. Quello che ci vuoi fare con questa casa. Magari è stata sottoposta ad intemperie e terremoti o ad altri eventi naturali che l’hanno messa a dura prova. O semplicemente hai voglia di nuovo, di un ampliamento, di un abbellimento.
E per iniziare la ristrutturazione devi chiederti l’autorizzazione. E devi darti il permesso di rivisitare il progetto, mettere in discussione vecchie certezze solide che stanno traballando.
Fuor di metafora, puoi sempre dare a te stesso la possibilità di rivedere ciò che non ti piace della tua vita, puoi sempre dare a te stesso il permesso interiore di cambiare ciò che ti genera frustrazione, delusione e sofferenza. E puoi anche imparare ad accettare con serenità ciò che ti è impossibile cambiare.
Due sono i pilastri del lavoro di cura di sé inteso come prendersi cura di sé anche prima di dover curare sintomi e problemi:
CONSAPEVOLEZZA. Conoscere se stessi e il proprio funzionamento individuale e nelle relazioni. Conoscere i propri modi di pensare e agire, la propria sensibilità e reattività emotiva, i propri valori e il senso delle proprie scelte, quelle quotidiane e quelle di una vita.
RESPONSABILITÀ. Cosa facciamo con la consapevolezza maturata. Come decidiamo di agire in base alla consapevolezza dei nostri bisogni e delle nostre frustrazioni, dei nostri valori e dei nostri sogni. Ovviamente anche in base alle nostre risorse e ai nostri limiti.
I mezzi per il tuo cambiamento consapevole e responsabile possono essere i più svariati, potresti ad esempio cominciare dalla lettura di ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line.

Portatori malati di emozioni sane

Ricordati che quando stai male psicologicamente c’è qualcosa che non va nella tua vita, nelle tue scelte, nelle tue relazioni, nei tuoi progetti.
Ricordati che quando arrivano i sintomi psicologici ti stanno richiamando all’ordine, suona l’allarme: pericolo! E tu devi trovare qual è la minaccia e dove sta il pericolo.
Ricordati che ansia, depressione, attacchi di panico, ossessioni, dipendenze e altri malesseri emotivi si chiamano così perché sono ‘portatori malati di emozioni sane’, ma non chiaramente consapevoli, non riconosciute o non espresse o non comprese o non digerite. Paura. Tristezza. Rabbia. Vulnerabilità. Vergogna. Sensi di colpa. E altro ancora…
Ricordati che la cura è l’elaborazione delle emozioni: stanarle nascoste nei sintomi, dare loro un nome, dare loro un senso, collocarle nei fatti accaduti, comprendere i bisogni frustrati che si portano appresso, capire i nessi spesso potenti tra ciò che accade oggi, nella vita della persona e ciò che accadde allora, quando era bambino e cominciò a scolpirsi la ferita, d’amore non ottenuto e di valore non riconosciuto.
Ricordati che se non ce la fai da solo, puoi chiedere aiuto: puoi imparare a superare la paura di essere fragile e puoi smettere di raccontarti che devi farcela da solo e puoi anche non credere più all’idea che avere un problema e chiedere aiuto sia da deboli. Anzi, ricordati, se proprio ti piace sentirti forte, che riconoscere la propria debolezza è il primo atto di forza.
Ricordati, per concludere, che puoi iniziare a leggere ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line e dove puoi trovare approfondimenti e guide pratiche nella cura di te.

Non riesco pur volendo. Di quali paure hai paura?

Molti nostri problemi, ma anche alcuni nostri buoni propositi falliti, seguono questa traccia: “non riesco, pur volendo”.
Pensa ad un tuo problema o ad un obiettivo rispetto al quale ti sei arenato e in cui puoi rintracciare questi elementi: “vorrei, ma non riesco” o qualcosa di simile del tipo “vorrei ma non posso”. Insomma, esiste un desiderio o un bisogno a cui non dai seguito, rispetto a cui non agisci nella giusta direzione, eviti di fare quello che dovresti fare per soddisfare questo desiderio e bisogno.
Allora è importante che tu cerchi di capire il senso di questo conflitto interno. Ad esempio con domande come: se facessi quello che voglio fare, cosa accadrebbe? E se accadesse ciò che temo, cos’altro potrebbe accadere? E cosa ci sarebbe di pericoloso, brutto o sconveniente? E seppure fosse, cosa significherebbe? E ammesso questo, cosa significherebbe per me? E cosa significherebbe per i miei scopi, bisogni e obiettivi?
Questa indagine interna ti permette di andare oltre i significati evidenti e cercare significati più profondi e determinanti per comprendere il senso del tuo comportamento e soprattutto per individuare azioni possibili per risolvere i problemi, superare le frustrazioni e raggiungere i tuoi scopi.
Ogni risposta che ti dai diventa lo stimolo per una nuova domanda fino a quando, ripercorrendo il sentiero delle tue paure, non riesci a trovare la ‘paura ultima o più importante che ti blocca’ rispetto alla realizzazione del tuo desiderio di partenza.
Di quali paure hai paura? Un po’ tutti abbiamo certe paure con cui dobbiamo confrontarci e che spesso cerchiamo di evitare, per ‘paura di guardare in faccia quella paura’: la paura del giudizio… La paura di sentirci falliti… La paura del successo… La paura di sentirci colpevoli… La paura di essere fragili… La paura di non essere come vorremmo… La paura di non essere come dovremmo… La paura di essere sbagliati… La paura di non essere perfetti… La paura di non essere importanti… La paura di essere soli… La paura di essere indegni… La paura di non essere amati… Alcune di queste paure sono intermedie rispetto ad altre finali, fondamentali, nucleari.
Sappiamo tutti che la paura, molto spesso o quasi sempre, è ciò che si frappone tra la miseria e la meraviglia… ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, è pieno di esercizi per scovare e affrontare le paure.
Individuare la paura e comprenderne il senso, anche come è connessa ad altre paure, attuali e antiche, che tendono a riproporsi (quando hai imparato ad avere questa paura?), è un obiettivo fondamentale per comprendere meglio come funzioni, cosa ti fa soffrire e cosa potrebbe aiutarti a ridurre la tua sofferenza e a migliorare la tua vita.

Cosa c’è intorno al vuoto

Il sentimento di vuoto è lo stato emotivo, mentale e corporeo che le persone vivono quando sono schiacciate, travolte, sopraffatte da una perdita: lutto, malattia, separazione, ma anche licenziamento, pensione, traslochi e altri sradicamenti, reali e/o vissuti interiormente, che portano a sconvolgimenti e ridimensionamenti dei propri progetti di vita.
In psicoterapia, molte persone riferiscono il dolore del vuoto come qualcosa di infinito, senza confini. Ed è così la loro percezione devastante, soprattutto quando rispetto alla perdita che ha creato il vuoto non sembra esserci alcuna possibilità di rimedio, riparazione, riempimento.
La vita è stata beffarda, ingiusta, violenta. Spesso, a seconda dei casi, la persona si ritrova anche ad aggiungere benzina sul fuoco del dolore, con aurorimproveri feroci per quello che, si dice: “avrei dovuto e potuto fare ma non ho fatto… Avrei dovuto evitare e invece ho fatto…”. Le vie del giudice interiore severo e sprezzante sono infinite.
Il lavoro terapeutico con questi stati di vuoto prevede:
– Accogliere, contenere e lenire il dolore, per quanto possibile, per renderlo sopportabile
– Arginare il giudice, ignorarlo e imparare la comprensione e la compassione verso se stessi
– Radicarsi sulle fondamenta solide dei propri amori, dei propri valori, delle proprie risorse, che restano intorno al vuoto, nonostante frustrazione e delusione, perdita e senso di fallimento, angoscia e dolore siano enormi
– Cambiare ciò che si può cambiare e accettare ciò che si deve accettare
– Lasciare andare vecchi progetti e desideri e impegnarsi in direzione di nuovi scopi sorretti dai propri valori, da ciò che resta di importante intorno al vuoto, nonostante il vuoto
– La consapevolezza di un percorso impegnativo eppure possibile, per venire a patti col dolore che forse resterà per sempre, ma con cui si può imparare a convivere portando avanti una vita di qualità e degna di essere vissuta fino in fondo.
“Non c’è notte che non veda il giorno” (William Shakespeare) … Questa è l’ispirazione… Lo dice anche ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line.

Forte coi deboli e debole coi forti

Troppo semplice, anzi semplicistica l’idea, così diffusa socialmente, anche e soprattutto negli ultimi anni ad opera dei social media, sull’incastro patologicamente perfetto tra un narcisista (quasi sempre, ma non sempre uomo) e una dipendente affettiva (solitamente, ma non necessariamente donna). Il narcisista arrogante e manipolativo e la dipendente sottomessa e compiacente. Lui sfruttatore egoista e lei vittima impotente. Ecco: non è proprio così. Al massimo, queste sono le maschere sociali, ciò che più facilmente si vede sul piano comportamentale: un forte che schiaccia un debole.
Oltre questa semplicistica visione, esiste la complessità del mondo interno dei due protagonisti della relazione patologica, impegnati in un circolo interpersonale disfunzionale in cui entrambi finiscono per soffrire e a cui entrambi danno il loro contributo che rinforza ed alimenta una relazione frustrante per entrambi, anche se in forme diverse. Entrambi finiscono schiacciati dai propri schemi interni: il narcisista che deve proteggere un (non riconosciuto) senso di sé fragile, svalutato, privo di valore, non amabile; la dipendente che, altrettanto invasa da sentimenti di scarso valore, continua a cercare negli altri qualcosa che deve cominciare a costruire dentro di sé in modo autonomo.
Da aggiungere, tra l’altro, che esiste anche una forma più nascosta di narcisismo, spesso mascherata da un atteggiamento schivo, riservato, a tratti evitante le relazioni, in cui la dinamica psicologica è simile, per molti versi, a quella della forma arrogante di narcisismo: la necessità di proteggere un sentimento profondo di scarso valore di sé e la percezione di non essere degno d’amore. Quando questa persona riesce ad avere relazioni, gli esiti sono spesso gli stessi succitati: manipolazione, svalutazione di sé e dell’altro, incapacità di vera intimità del rapporto.
In ciascuna di queste relazioni fonte di sofferenza, il rapporto apparentemente è tra adulti, ma i motivi profondi, i bisogni frustrati e le modalità comportamentali originano nella ferita infantile di entrambi i partner della relazione.
In psicoterapia, solitamente arriva la dipendente affettiva, magari estenuata dalla solita relazione ‘subita’. Più raramente arriva il narcisista perché non crede di avere un problema né di aver bisogno di aiuto. Quando arriva a chiedere aiuto è perché messo alle strette dalle persone che si sono stufate dei suoi comportamenti e che lo invitano (minacciano) a farsi aiutare, pena la fine della relazione.
La psicoterapia, individuale o in coppia, dovrà prima di tutto creare un’adeguata alleanza di lavoro, fuori da mistificazioni e colpevolizzazioni, di sé e dell’altro. Sia la dipendente sia il narcisista, per diverse vie certamente, possono essere aiutati ad uscire fuori da meccanismi colpevolizzanti, per cominciare a guardare le cose da adulti consapevoli e responsabili. Ciascuno facendo la sua parte. Un lavoro tanto impegnativo quanto profondamente trasformativo. Per imparare ad integrare nel mondo interno e sul piano dei comportamenti le proprie aree di forza e di debolezza. Per affrontare la paura di essere fragili e la paura di cavarsela da soli. Un lavoro potenzialmente rivoluzionario…
Alla fine di questo post, diversamente dal solito in cui ti consiglio di leggere ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, mi sento di consigliarti vivamente la lettura di ‘Il diavolo prenda l’ultimo. La fuga del narcisista’, ultima fatica narrativa di Giancarlo Dimaggio, uno dei più grandi esperti internazionali nella psicoterapia del narcisismo. E scrittore vivace ed ironico, capace di farti comprendere, col sorriso, la profondità delle umane miserie.

Emozione… Bisogno… Azione…

Ad ogni emozione corrisponde un bisogno. Ad ogni bisogno soddisfatto corrisponde un’emozione positiva, come gioia, appagamento, entusiasmo, euforia.
Ad ogni bisogno non soddisfatto o frustrato corrisponde un’emozione negativa, ad esempio la paura se è insoddisfatto il bisogno di sicurezza, la tristezza se c’è una perdita in atto ed è insoddisfatto un bisogno di legame, la vergogna se è minacciata la propria immagine sociale e così via.
A fronte di ogni emozione puoi avere un’azione utile per affrontare la situazione. Ad esempio, alla gioia può corrispondere la volontà di condividere o la volontà di esprimere il proprio entusiasmo e la propria soddisfazione, la tristezza invece potrebbe portare a un’azione di ricerca di consolazione e di conforto; la vergogna potrebbe portare ad un evitamento o ritiro oppure anche cercare di riparare il danno all’immagine; la paura può portare all’azione di proteggersi o di prevenire una situazione di pericolo, la rabbia può portare a una situazione di riparare il torto subito o mettere un confine a un invasore o altre azioni utili rispetto al tipo di rabbia e al tipo di bisogno insoddisfatto.
Già conoscere questo semplice funzionamento, e riconoscere in azione il rapporto tra emozioni, bisogni e azioni e anche il loro circolo virtuoso o vizioso può essere un potente strumento di consapevolezza per comprendere come vivi le situazioni e come puoi governare quelle stesse situazioni.
Se proprio non ti è chiaro questo schema di consapevolezza, ti puoi far aiutare da ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on-line. Nel libro troverai numerosissimi esempi di questo rapporto tra ciò che provi (emozione) ciò che vorresti o avresti voluto (bisogno) ciò che è stato soddisfatto e ciò che è stato insoddisfatto e anche come puoi in qualche modo governare la situazione di soddisfazione e di insoddisfazione (azione).

Devo o non devo? Devo perché voglio e voglio perché devo

A cosa mira il tuo comportamento? A quali scopi?
Lo scopo è uno stato desiderato, una situazione da raggiungere, una condizione che la persona vuole si realizzi, un traguardo importante, qualcosa che “deve essere” affinché la persona si senta soddisfatta e ‘felice’. La nostra condotta è orientata al raggiungimento di scopi ovvero è regolata dal tentativo di evitare la minaccia che non si realizzino o la vera e propria compromissione degli scopi.
Alcuni scopi possono precedere o essere strumentali ad altri scopi, ad esempio lo scopo di “non essere criticato” può essere intermedio rispetto ad uno scopo finale “voglio essere amato e apprezzato”.
Conseguentemente, quando lo scopo non si realizza la persona soffre.
Il problema nasce non tanto per il contenuto dello scopo, ma per la rigidità con cui la persona lo fa suo, per l’incapacità di rinunciarvi e per il modo assoluto in cui lo considera e lo vive. Infatti, gli scopi possono essere anche descritti come pensieri, idee o convinzioni dogmatiche riguardanti se stessi per cui, per la persona, certe cose “DEVONO” accadere e certe altre “NON DEVONO” accadere. Ecco alcuni esempi:

– devo farcela da solo
– non devo sentirmi colpevole
– devo tenere tutto sotto controllo
– devo piacere a tutti
– non devo mostrare difetti
– devo essere autonomo
– non devo mai sbagliare
– devo fare di tutto per essere simpatico, a tutti
– non devo mai deludere gli altri
– devo essere sempre forte
– non devo dipendere da nessuno, mai
– devo essere ad ogni costo il migliore, sempre
– non devo fare figuracce
– devo essere capace ed efficiente
– devo fare di tutto per non essere criticabile
– non devo mostrare le mie debolezze.

Lo scopo è rigido, assoluto, dogmatico, estremizzato; per la persona non esiste il “vorrei… mi piacerebbe… preferirei… sarebbe meglio…”. Esiste solamente il DEVO… DEVE… NON DEVO… NON DEVE… Ad esempio, una cosa è “mi piace essere e sentirmi forte”, altro è “devo sempre e assolutamente essere forte”. Un conto è “preferirei essere giudicato positivamente”, altro è “non devo mai essere criticato”.
Per raggiungere i suoi scopi, la persona si impegna totalmente, in modo consapevole e più spesso inconsapevolmente e automaticamente, come appreso negli anni, combattendo ogni possibilità che tali scopi non siano raggiunti. E questo richiede solitamente un grande dispendio di energie e soprattutto l’adozione rigida di certi comportamenti:
“per scongiurare la possibilità di non raggiungere il mio scopo, devo fare ogni cosa possibile”.
“Per essere come devo essere, devo necessariamente…”.
“Per ottenere ciò che voglio, devo assolutamente…”.
Per raggiungere certi scopi, la persona utilizza specifiche strategie che ritiene utili in base a certe credenze e che si sono rivelate utili nel tempo.
Ad un certo punto, succede qualcosa nella vita per cui la persona è chiamata a rivisitare scopi, credenze e strategie.
Se riesce ad essere flessibile allora riorganizza il proprio comportamento in direzione dei bisogni e valori per lei importanti.
Se si irrigidisce sulle strategie o sulle convinzioni o sugli scopi, prima o poi arriveranno sintomi e malesseri. Esempi.
Una serie di circostanze, una malattia, un fallimento lavorativo, mi mettono di fronte alla mia fragilità (attacco allo scopo “devo essere sempre e solo forte”).
Le richieste di qualcuno sono troppo in contrasto con alcuni miei bisogni e finisco per deluderla (attacco allo scopo “non devo deludere”).
Faccio alcune scelte orientate da certi miei desideri, ma mi sento in colpa (attacco allo scopo “non devo sentirmi colpevole”).
Ho uno scatto di rabbia in pubblico e mi imbarazzo (attacco allo scopo “non devo fare figuracce”).
Se riesco a modificare o abbandonare certi scopi o a cambiare comportamenti per realizzarli, probabilmente queste situazioni critiche mi permetteranno di crescere e aumentare il repertorio delle mie scelte a disposizione.
Come accennato, se la persona non riesce a cambiare scopi e comportamenti, mantenendo rigide certe credenze e convinzioni, su quello che deve essere e non deve essere, su quello che è inconcepibile e su quello che non è tollerabile, allora probabilmente comincerà a mostrare segni di sofferenza e veri e propri sintomi fisici e psicologici.
In psicoterapia, si aiuta la persona a RIFORMULARE IN MODO PIÙ FLESSIBILE i suoi scopi e le convinzioni che li sostengono, cominciando a sostituire il “DEVO ASSOLUTAMENTE ESSERE…’ o il “DEVE ESSERE ASSOLUTAMENTE COSÌ…” in “MI PIACEREBBE che fosse così…”. Ad esempio: “mi piacerebbe… VORREI… DESIDEREREI… PREFERIREI… Essere simpatico a tutti… Essere sempre forte… Non sentirmi mai colpevole… Mantenere il controllo…”.
Ecco una sintesi, quasi un mantra del cambiamento:
“MI PIACEREBBE, MA RICONOSCO CHE POTREBBE ANCHE NON SUCCEDERE… E SE COSÌ FOSSE POTREI ACCETTARLO … E POTREI ANCHE TOLLERARE LE EMOZIONI DOLOROSE CONSEGUENTI AL MIO BISOGNO NON PERFETTAMENTE SODDISFATTO”.
Come suggerisce anche ‘Alice nel paese delle miserie’ (puoi ordinare il libro direttamente in libreria oppure on line), inizia ad esercitarti con questi suggerimenti:
“Mi piacerebbe essere autonomo (forte, sano, libero, amato, apprezzato, incluso in un gruppo, adeguato alle situazioni, capace, brillante, desiderato, il migliore, sereno e felice) … ma… potrebbe non accadere sempre… e con tutti… e se non dovesse accadere… potrei comunque sostenerlo, tollerarlo… accettarlo… continuando ad inseguire i miei desideri (bisogni, scopi, sogni, valori)… impegnandomi giorno per giorno con fiducia e speranza di realizzare una vita che per me ha significato e valore… accettando che né io né gli altri né il mondo siamo perfetti”.

… e tutto mi sembrava andasse bene…

Sei un bambino… Hai tanti bisogni… E il bisogno che qualcuno si prenda cura di te… Insomma che ti aiuti a soddisfare i tuoi bisogni… Questo qualcuno c’è… Che bello!!! Sei soddisfatto e cresci sano e libero, imparando a tollerare comunque un certo grado di frustrazione, non sempre è tutto perfetto e questa palestra fin da piccolo ti servirà per quando sarai grande, per sapere come muoverti per essere felice. Che bello!!!
Non sempre però… Non per tutti…
Sei un bambino… Hai tanti bisogni… E il bisogno che qualcuno si prenda cura di te… Insomma che ti aiuti a soddisfare i tuoi bisogni… Questo qualcuno non c’è… Che dolore!!! Sei trascurato e così ti senti… Triste… Spaventato… Arrabbiato… Ti senti rifiutato e abbandonato… Ti fai l’idea di te di non essere degno d’amore e che non vali come persona… E cominci a raggiungere altre conclusioni su come funzionano le cose, il mondo, le persone, i rapporti… Che dolore!!! È l’origine della tua ferita, della tua vulnerabilità.
Cerchi di organizzarti: cosa mi conviene fare per sopravvivere ed ottenere quel minimo indispensabile di vicinanza, protezione e cura? Questo si chiede la tua parte intuitiva, intelligente e creativa. E trova delle risposte. Diventano il tuo marchio di fabbrica, il tuo ‘carattere’, il tuo modo di essere e stare al mondo e con gli altri. Ti dai delle regole per andare avanti: questo devo fare, questo non devo fare, questo posso fare, questo è meglio di no. Impari le regole del lecito e del proibito. Devi impararle, devi seguirle, ne va della possibilità di crescere e diventare una persona, con una ferita che cerchi di ‘curare’. Fin da bambino. E così vai avanti per anni. Forse per tutta la vita, riuscendo a trovare il tuo posto nel mondo, un senso alla vita e un certo grado di realizzazione personale e soddisfazione.
Altre volte, invece (per altre persone), ad un certo punto, compaiono sintomi e una sofferenza fisica ed emotiva. Eventi di vita attuali hanno riaperto la ferita, le strategie di adattamento antiche non funzionano più, l’equilibrio precedente è incrinato. Nei comportamenti e nelle esperienze dell’adulto torna a farsi sentire, urlando, il bambino addolorato, arrabbiato, spaventato, triste, solo.
È il momento della ‘cura’. Forse di iniziare per la prima volta a riconoscere quel bambino trascurato e a prendersene cura.
La psicoterapia può fornire quella ‘esperienza emotiva correttiva’ che permette di guardare il passato con occhi diversi; non per modificarlo, è impossibile, ma per cambiare il significato attribuito a certi eventi e per rivisitare le vecchie credenze (su sé, sugli altri, sul mondo) che hanno avuto origine a quel tempo e che, dolorosamente, hanno guidato il comportamento e l’esperienza della persona da allora fino ad oggi. Per imparare a contenere e lenire quel dolore vivo ancora oggi. Per passare dalla miseria alla meraviglia: ‘Alice nel paese delle miserie’ è il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line e che può essere un’utile guida del percorso di ‘crescita e guarigione’.

“Il diavolo prenda l’ultimo. La fuga del narcisista”.

Il narcisista è un tiranno e non solo. Tratta male gli altri, fino al disprezzo. Ma, controintuitivamente, è soprattutto un bambino ferito. Una ferita da trascuratezza, da mancato accudimento. È arrabbiato per qualcosa che avrebbe dovuto ricevere in origine e non ha ricevuto.
Ha paura. Prova dolore. Un dolore nucleare, profondo, di vergogna: si sente non amato e privo di valore. Ha costruito nel tempo una corazza di arroganza a protezione della sua vulnerabilità, un guscio grandioso per schermarsi dal giudizio che colpisce chi si è sentito non amato, non apprezzato e ha imparato a credere di sé di non essere amabile né degno di stima. Un misto di arroganza e vergogna, bisogno di essere ammirati e invidia, pretesa e paura. Il tutto indossato con la più falsa delle maschere: si crede di essere, consapevolmente, chi sente di non essere, inconsapevolmente. Per questo il narcisista è ostile e aggressivo, soprattutto verso chi lo critica; ostile oltre ogni ragionevole misura: a nessuno piace essere criticati, sì poi magari impariamo ad usare la critica in modo costruttivo, ma per il narcisista sentirsi criticato equivale ad aprire la botola che lo farà precipitare nel buio più oscuro della perdita d’amore e di valore.
Il disprezzo verso l’altro è la reazione che maschera il proprio senso di profonda insicurezza. Che invita alla competizione sfrenata e ad inseguire il perfezionismo, per tentare inutilmente di lenire il dolore, dove la competizione si svolge su un campo minato, dove “non esiste qualcosa come il secondo posto, esiste il primo e l’ultimo”. Col diavolo ad aspettarti… Anzi a rincorrerti… Per cui scappi e scappi e scappi e corri e corri e corri e cerchi il primato perfetto per sfuggire al tiranno del “non sei come dovresti essere”. Di origine infantile.
Tiranneggiato in origine. Tiranno degli altri oggi. E tiranno di se stesso. Una maschera che copre una fragilità vestita di disprezzo per gli altri, quasi sempre, ma anche una facciata schiva, altre volte. Che schiva il contatto con l’altro e con se stesso, come un fiume carsico che aspetta solo il momento giusto per rivelarsi in tutto il suo disprezzo.
Questo è il narcisista che si incontra in terapia, quando ci viene, quando ce l’hanno mandato; questa la fragilità vestita di grandiosità che chiede di essere svelata, quando il narcisista rimane in terapia e i lavori sono effettivamente in corso; questo il volto della paura, del dolore e della vergogna che chiedono di essere riconosciuti, quando la cura funziona.
Questo è il narcisista che fugge, narrato da Giancarlo Dimaggio, terapeuta esperto di narcisisti, nella sua ultima opera narrativa: ‘Il diavolo prenda l’ultimo. La fuga del narcisista’ (Baldini e Castoldi). In cui l’autore, con umile competenza e vivace ironia, narra storie di vita incontrate della stanza di terapia.
Il narcisista è portatore insano di una moltitudine di sfaccettature, un misto che è un mistero, succulento da svelare per chi ha voglia di capirci di più, di comprendere la ferita dietro la barricata della pretesa: “la pretesa di essere venerati intrecciata al timore di essere presi a sputi e pietre”. Paura! Di cosa? Del caldo che diventa freddo. Anzi scoprire che forse è sempre stato solo tiepido. Meglio allora fuggire. Fuggire sì, ma dove? Da cosa, soprattutto? 
Fuggire dal dolore, dalla vergogna, dalla vulnerabilità. Prelibatezza per il diavolo. Quelli esterni di diavoli, ma soprattutto quello interiore.
Fuggire dalla paura di non essere riconosciuti se non come oggetti al servizio dell’altro, dell’altro che controlla, che manipola o che è indifferente o poco più che tollerante.
Fuggire dal senso di colpa che il narcisista vive quando prova ad immaginare una vita piena di iniziativa che però fa soffrire l’altro.
Fuggire… Prima del precipizio dell’angoscia di non conoscere l’amore. Non averlo forse mai sentito. Prima dell’abisso: sentire quel dolore di chi si sente privo di valore.
Insomma… Libro consigliatissimo… Per tutti… Per chi narciso non sa di esserlo… Per chi non riesce  ad allontanarsi dal narcisista o difficilmente potrebbe farlo… Per un regalo, della serie ” che avrà voluto dirmi!?”. Per ogni terapeuta che voglia veramente capirci qualcosa di questo dolore e del suo potere distruttivo. E anche delle possibilità reali di trattamento efficace.