Perché lo fai?!?!

Perché lo fai? Perché non riesco a non farlo!
Perché lo fai? Perché è più forte di me!
Perché lo fai? Perché è incontrollabile!
Perché lo fai? Perché sono così di carattere!
Perché lo fai? Perché sono impulsivo!
Perché lo fai? Perché sono fatto così!
Perché lo fai? Perché sono abituato!
Perché lo fai? Perché non riesco a smettere!
Perché lo fai? Perché ho sempre fatto così!
Perché lo fai? Non lo so!
Perché lo fai? Perché…!
Con tutto il rispetto, probabilmente, se ti ritrovi in qualcuna di queste risposte, ti stai raccontando una balla, una bella bugia.
Fin dai primi mesi di vita, hai sviluppato una serie di convinzioni su di te, sugli altri e sul mondo che nel tempo si sono consolidate in idee rigide su come funzionano le cose e su cosa ti puoi aspettare dagli altri e da te stesso.
L’esito della tua traiettoria evolutiva tracciata dalla tua storia di vita è rappresentato da una serie di ‘regole profonde’, tacite, implicite, procedurali, inconsce, che guidano il tuo pensare e il tuo agire, il tuo sentire e le tue relazioni interpersonali.
I sintomi e i comportamenti automatici fonte di malessere nascono e crescono sul terreno fertile di queste convinzioni che ci portiamo dentro da una vita, con scarsa o nulla consapevolezza.
La psicoterapia lavora sulla superficie dei comportamenti e sul terreno profondo di ciò che abbiamo imparato a credere vero.
Una prima porta di accesso, alla consapevolezza di sé e al cambiamento delle modalità problematiche di pensare, agire e stare nelle relazioni, può essere aperta rispondendo a due domande, semplici da farsi, a cui non è facile rispondere, ma che vale la pena impegnarsi a rispondere:
1. A quale scopo fai quello che fai?
2. Quali pensieri, credenze e convinzioni guidano il tuo comportamento?
Su queste due domande si impianta il lavoro di esplorazione, conoscenza e cura di sé: l’inizio di un viaggio meraviglioso che prima o poi tutti dobbiamo compiere, come ti suggerisco in ‘Alice nel paese delle miserie’, il libro che puoi ordinare direttamente in libreria o sulle librerie on line.

Antidepressivo

Una cura efficace per la depressione è fondata su cinque punti, che potremmo siglare con 5 A per ricordarli meglio. Prima però una premessa. Non esiste un’unica depressione, esistono svariate forme e manifestazioni depressive. Per cui i seguenti passaggi possono essere validi tenendo conto di una precedente valutazione del tipo specifico di fenomeno depressivo di cui si tratta.
Ecco le 5 A.

ACCETTARE lo SCARTO tra reale e ideale (perdite, fallimenti, limiti personali e della realtà, imperfezioni del mondo e delle persone, compreso se stessi). Incontriamo nella vita situazioni di più o meno grande frustrazione e delusione con cui dobbiamo fare i conti; proviamo a ridurre lo scarto e impariamo ad accettare ciò che non siamo riusciti a cambiare.

Mantenere sempre ATTIVA una PROGETTUALITÀ, di piccoli e grandi progetti, a breve e lungo termine. Imparando a spostare il futuro al presente: cosa vorrei ora!

ATTIVARE RISORSE, personali e interpersonali, materiali e psicologiche. Tutto ciò che serve per affrontare il buio, la tristezza, l’angoscia, la solitudine, l’impotenza.

AGIRE. Svolgere attività per sentirsi vivi e vitali, agire PER RIFLETTERE e poi agire di nuovo. Fare quanto necessario per portare avanti i progetti personali.

ACCUDIRE SE STESSI. È il pezzo di lavoro sulle proprie ferite, sui traumi di vita e su come hanno condizionato l’evoluzione della personalità e le scelte di vita, da allora fino ad oggi. Curare le ferite per donare energia al presente e speranza al futuro.

Dentro questa cornice generale si svolge la cura della propria specifica situazione depressiva.

Agenti, sorgenti, miserie e meraviglie

Noi esseri umani siamo agenti attivi dei nostri processi di pensiero e dei nostri comportamenti. È dentro di noi che sorgono stati emotivi e sensazioni corporee generate dai nostri pensieri, siamo noi la fonte delle nostre decisioni. Siamo portatori, più o meno sani, di credenze, convinzioni, scopi, valori, obiettivi, azioni. Siamo noi ad avere il controllo di cosa facciamo con ciò che ci succede.
Sì, è vero tutto questo… e anche no.
Abbiamo il controllo, ma non il totale controllo. Siamo consapevoli di cosa viviamo e cosa scegliamo, ma non del tutto. Qualcuno lo chiama inconscio, qualcuno la chiama conoscenza implicita, qualcuno la chiama memoria corporea tacita. Qualcuno parla di “essenziale invisibile agli occhi”.
Io ti sto parlando di come, molto spesso, il nostro comportamento è guidato da automatismi inconsapevoli che fanno scattare in noi reazioni (emotive, di pensiero e di azione) su cui abbiamo inizialmente poco o alcun controllo. E questo accade soprattutto quando siamo coinvolti in relazioni interpersonali. Come, ad esempio, in alcune ‘miserie’ tipiche nella nostra mente.
Quando, senza rendercene conto:
– vogliamo controllare ciò che non è in nostro potere controllare
– vogliamo cambiare pensieri e comportamenti dell’altra persona
– giudichiamo gli altri perché sono per noi brutti sporchi e cattivi
– giudichiamo noi stessi perché non siamo come vorremmo e dovremmo essere
– ci lamentiamo in modo sterile senza mai passare ad un’azione risolutiva che provi a risolvere il problema per cui ci lamentiamo
– ci sentiamo vittime degli altri e delle circostanze avverse e non sappiamo assumerci la responsabilità del nostro cambiamento
– cerchiamo in tutti i modi di accontentare gli altri per restare sempre insoddisfatti e stressati
– non sappiamo riconoscere i nostri bisogni
– non sappiamo legittimare i nostri bisogni anche quando li abbiamo riconosciuti
– non sappiamo chiedere per i nostri bisogni che pure sentiamo legittimi
– non sappiamo dire no alle richieste degli altri che sentiamo eccessive
– agiamo in modo impulsivo senza riflettere
– rimuginiamo all’infinito senza mai rassicurarci
– ruminiamo su quanto accaduto senza mai trovare pace
– ci aspettiamo o addirittura pretendiamo che gli altri pensino e agiscano come noi
– pretendiamo dagli altri invece di farci carico di ciò che vogliamo ottenere
– vogliamo ottenere tutto e subito ma finiamo per sentirci sempre insoddisfatti e impotenti
– corriamo appresso al tempo ma il tempo non ci basta mai
– aggiungiamo sensi di colpa, vergogna e fallimento ad un dolore che non riusciamo ad accettare
– vogliamo cambiare senza cambiare…

L’esito comune a questi automatismi disfunzionali inconsapevoli e miserevoli è un grado più o meno elevato di frustrazione, delusione, ansia, rabbia, tristezza, sensi di colpa e inadeguatezza, vergogna, fallimento, ecc.

Il lavoro di crescita personale e cura di sé parte proprio dalla consapevolezza dei nostri automatismi, spesso disfunzionali e invisibili ad un occhio non attento. Imparare a notare le nostre tendenze automatiche sia del pensiero sia del comportamento e conseguentemente nell’emozione che proviamo, è un primo  passaggio fondamentale per migliorare il nostro benessere individuale e interpersonale.
Non ti resta a questo punto che andare in libreria (anche on line) e ordinare ‘Alice nel paese delle miserie’, il libro che propone un viaggio di crescita personale che prima o poi tutti dobbiamo compiere…

La sofferenza ci invita ad un cambiamento

Tutti noi soffriamo. Quando ci capitano cose dolorose e frustranti proviamo emozioni di tristezza, paura, angoscia, rabbia, solitudine, sensi di colpa, vergogna, ecc. Fino a sviluppare sintomi di ansia, depressione, ossessioni e dipendenze.
La sofferenza ci invita ad un cambiamento.
Il cambiamento è fondato su 6 punti tra loro integrati.

1. Distinguere quello che ti succede da come interpreti quello che ti succede. C’è uno stress oggettivo e una percezione soggettiva che rende gli eventi fortemente stressanti per noi.

2. Le tue interpretazioni possono essere messe in discussione e/o considerate solo come pensieri sulla realtà e non verità assolute sulla realtà, su te stesso, sugli altri, sul mondo. Le vie dell’interpretazione sono infinite… Anche se esistono eventi e situazioni che potremmo considerare ‘universalmente stressanti’.

3. Le tue interpretazioni o credenze e convinzioni (su te stesso, gli altri, il mondo, ecc.) oggi possono crearti problemi, ma sono nate in un momento della tua vita in cui avevano senso, un senso e una funzione per te importante, ti hanno aiutato a comprendere come funzionavano le cose e le persone.

4. Oggi, come allora, tu puoi agire su te stesso (credenze e comportamenti), ma non sugli altri. Quello che ti succede è in parte controllabile da te e in parte no. E tu hai comunque un certo grado di potere, di dare senso agli eventi e di impegnarti ad agire per perseguire i tuoi desideri e bisogni.

5. Esistono conflitti dentro di noi tra diversi bisogni e desideri, così come esistono conflitti con i desideri e i bisogni degli altri. Ogni scelta ha un prezzo da pagare, una rinuncia da scegliere.

6. Da ultimo, ma primariamente importante (anche perché più difficile da interiorizzare): il nostro essere, profondamente, persone degne di amore e stima “non dovrebbe” essere subordinato ad alcuna scelta, ad alcun errore, ad alcun comportamento problematico che pure mettiamo in atto.
Dobbiamo prenderci la responsabilità delle conseguenze delle nostre azioni… Ricordando, al contempo, che partiamo tutti dall’essere stati ‘bambini innocenti e amabili’… Anche chi uccide è nato come chiunque altro in condizioni di innocenza… Allora magari è più utile interrogarsi su cosa sia successo dalla nascita fino al comportamento ‘colpevole’… ‘sbagliato’… ‘fallimentare’…
Non per giustificare… Non per assolvere chi deve pagare la giusta sanzione per il proprio comportamento… O prendersi il carico delle conseguenze delle proprie azioni… O assumersi la responsabilità di riparare ciò che ha rotto… Non per dire “va tutto bene…”… Ma per comprendere… Quindi magari per prevenire e ridurre la probabilità che si ripetano certe situazioni… Certi errori… Certi comportamenti inadeguati… Certe azioni violente…

Consapevole di queste distinzioni non ti resta che   pensare e agire per affrontare ciò che ti fa soffrire…
Pensando ad un esempio della tua vita, attuale o passata… Oppure pensando ad un problema futuro… Segui lo schema seguente:
Qual è il fatto? Qual è la mia interpretazione o lettura del fatto?
Quali sono le mie interpretazioni negative  (catastrofiche, di fallimento, di fine, di insopportabilità) e quali altre interpretazioni sono possibili?
Quando ho imparato a pensare in questo modo? A cosa mi è servito a quel tempo? A cosa mi serve oggi avere ancora questo modo di vedere e interpretare la realtà?
Quali sono i miei bisogni ora nella situazione e cosa posso fare io per cercare di soddisfarli?
Cosa voglio scegliere? A cosa devo rinunciare?
Da ultimo: nonostante la situazione difficile, le conseguenze negative, il prezzo da pagare, le responsabilità che devo assumermi, cosa posso dire a me stesso per salvaguardare il senso più profondo del mio valore e dignità come persona? Cosa posso dire a me stesso per sentirmi amabile nonostante i miei comportamenti?
Esercizi e riflessioni di questo tipo puoi trovarli anche nel libro ‘Alice nel paese delle miserie’. Puoi averlo in pochi giorni ordinandolo direttamente in libreria o sulle librerie on line.

Tre tipi di perfezionismo patologico

Esiste un perfezionismo sano che è quello che ti permette di alzare il livello delle tue ambizioni e dei tuoi standard, che ti permette di crescere nei risultati che ottieni in uno o più ambiti della tua vita, che ti permette di godere dei risultati raggiunti, apprezzarli, assaporarli, gustarli fino in fondo e che ti permette anche di fermarti quando proprio non ce la fai o ti rendi conto che oltre non puoi andare e riesci ad accettare questo come parte fondamentale della tua crescita ed evoluzione.
Esistono poi tre tipi di perfezionismo patologico.
1. Verso te stesso
2. Verso gli altri
3. Verso la realtà
In tutti i casi è il tuo giudizio a dominare la tua esperienza emotiva.
PERFEZIONISMO PATOLOGICO è sinonimo di PRETESA. Ovvero di OBBLIGO.
Tu DEVI essere…
Gli altri DEVONO essere…
La realtà DEVE essere…
SOLO ED ESCLUSIVAMENTE IN UN UNICO MODO.

1. Pretendi da te stesso SOLO ED ESCLUSIVAMENTE la perfezione, il massimo. Altre possibilità non sono contemplate. E quando questo avviene, perché avviene di non raggiungere sempre il top, ti maltratti con giudizi feroci e spietati, ti senti in colpa e ti vergogni o peggio ti arrabbi con qualcosa di esterno a te (eventi e persone) perché profondamente ti senti così fragile da non riuscire ad accettare qualcosa di meno che perfetto né riesci a metterti realmente in discussione.

2. Pretendi dagli altri SOLO ED ESCLUSIVAMENTE la perfezione. Magari verso i figli o verso i collaboratori, addirittura verso gli amici o gli estranei: non riesci a confrontarti con un comportamento degli altri che sia ‘meno’ di quanto dovrebbe essere, avrebbe dovuto essere, deve essere. E quando succede, perché succede che ti senti deluso dai ‘risultati’ degli altri, invece di mettere in discussione in modo sano e condiviso le tue aspettative e quelle dell’altra persona, magari per rimodulare in modo sano i comportamenti da adottare, finisci solamente per arrabbiarti fino a minare la bontà della relazione. A volte o spesso diventando aggressivo verso l’altra persona, con giudizi sprezzanti e critiche feroci. Rifiuti estremi e punizioni sostanzialmente sempre inefficaci.

3. Pretendi dalla realtà SOLO ED ESCLUSIVAMENTE la perfezione. Non contempli affatto che le cose, gli eventi, le situazioni siano minimamente diverse da come dovrebbero essere, da come te le aspetti, da come desideri. E quando inevitabilmente succede che si realizzi uno scarto tra realtà e ideale allora provi le emozioni dolorose più svariate: frustrazione, rabbia, tristezza, angoscia.

Diventare consapevoli di quale perfezionismo ci appartenga, capendone il senso, il valore, la funzione, è il primo passo per abbandonarlo, verso una maggiore flessibilità nel proprio comportamento e nelle personali strategie per affrontare il proprio dolore e i problemi nelle relazioni interpersonali. Insomma un primo passo del viaggio dalle miserie alle meraviglie…

Conosci il libro ‘Alice nel paese delle miserie’? Ci puoi trovare una serie di strumenti di consapevolezza e di cambiamento al servizio della tua crescita personale flessibile. Puoi ordinarlo in libreria o sul sito dell’editore youcanprint.it o su Amazon.

Cosa fare col dolore

Ciascuno di noi vorrebbe allontanare il dolore emotivo. Ciascuno di noi non vorrebbe vivere emozioni di tristezza e angoscia, rabbia e paura, senso di colpa e vergogna, tantomeno sentirsi incompreso, trascurato, criticato, disprezzato, ostacolato, escluso, emarginato, lasciato solo.
A volte, usiamo strategie inefficaci per fronteggiare il dolore emotivo: tentativi fallimentari che ci danno un sollievo a breve termine che ci illude che le cose siano cambiate veramente. In realtà, il dolore presto tornerà e farà anche più male perché non abbiamo sradicato i motivi generanti quel dolore e tendiamo a tornare ai soliti schemi di pensiero e comportamento. Ecco alcuni esempi di strategie ‘apparentemente utili’ per governare il dolore: EVITARE sistematicamente situazioni e persone, fino al ritiro completo in 4 mura solide, rassicuranti per un attimo, ma piene di solitudine, tristezza e rabbia repressa. Sottomettersi, COMPIACERE ed essere iper-disponibile per elemosinare approvazione e amore ‘condizionati’ (se faccio il bravo e il buono mi vogliono bene…). Dare DI PIÙ e ancora di più, fare di più e ancora di più, con la sensazione ultima che non è mai abbastanza, che dobbiamo sempre alzare l’asticella per sentirci amati, apprezzati e soddisfatti, ma non basta mai a farci sentire sereni e appagati. STORDIRSI nei più svariati modi: alcol, droghe, cibo, attività compulsive varie quali gioco d’azzardo, social media, shopping, ma anche seduttività sessuale e attività fisica che non bastano mai. Fino ad atti di AUTOLESIONISMO fisico come tagli, bruciature, piercing oltre misura.
È importante a quel punto, a questo punto di raggiunta consapevolezza di come funzioniamo e tendiamo, nostro malgrado, ad alimentare la sofferenza che vorremmo scacciare, individuare altre strategie realmente efficaci per padroneggiare la sofferenza. In particolare:
– dobbiamo capire quale dolore possiamo realmente SCACCIARE VIA definitivamente e cosa dobbiamo fare per ottenere questo risultato
– dobbiamo capire quale dolore possiamo RIDURRE  e cosa dobbiamo fare per imparare ad ALLEVIARE la nostra sofferenza
– dobbiamo capire quale dolore è da ACCETTARE come parte della nostra esperienza e capire cosa possiamo fare e cosa non possiamo fare.
Una strategia utile a fronteggiare il dolore nelle sue varie forme e intensità è la MINDFULNESS, una pratica fondata su tre principi fondamentali, semplici da capire e semplicemente da applicare quotidianamente per diventare capaci di fare qualcosa di utile col nostro dolore:
1. Prestare ‘attenzione’ alla propria mente qui e ora in modo intenzionale, ‘momento per momento’ (titolo di un libro che ti consiglio di leggere, di Jon Kabat-Zinn creatore della mindfulness), partendo da un focus scelto che potrebbe essere il respiro, ma anche sensazioni del corpo come quelle provenienti da una mano…
2. Notare le ‘distrazioni’ dell’attenzione ovvero la mente vagabonda in giro tra pensieri, emozioni, ricordi, immaginazioni, ecc.
3. Riportare l’attenzione al focus scelto in modo gentile ovvero ‘senza giudicare’: ciò che avviene è ciò che avviene, non è né più né meno rispetto a ciò che dovrebbe essere…
Buona pratica…

Alla base della cura di sé

Alla base della cura di sé c’è la consapevolezza di 4 aspetti della propria esperienza.
COSA PROVI! Emozioni quali tristezza, rabbia, paura, senso di colpa, vergogna, ecc. Anche emozioni quali gioia, entusiasmo, eccitazione, curiosità e altre ‘positive’ a cui siamo meno abituati e su cui sostiamo per minor tempo.
COSA PENSI! Pensieri ansiosi o depressivi o ossessivi o rabbiosi. Anche pensieri gioiosi ovviamente, spero almeno. Così come aspettative, fantasie, ricordi e altre produzioni del pensiero.
COSA SENTI NEL CORPO! Sensazioni fisiche quali tensione, pesantezza, rigidità, vuoto, contratture, formicolio, ecc. Sensazioni più o meno intense e fastidiose, a volte alternate con sensazioni di leggerezza, vigore, forza, rilassamento, calma.
COSA FAI! Comportamenti ‘problematici’, aggressivi o di chiusura, dipendenze, abitudini alimentari disfunzionali, ecc. Ovviamente anche comportamenti di amore e compassione verso sé e gli altri, oltre a tutti quei comportamenti sani e utili per raggiungere i propri obiettivi.

Quando sorgono problemi e sofferenza, il problema non è avere queste emozioni, pensieri, sensazioni e comportamenti. Il problema è la loro RIGIDA PERSISTENZA.

Il problema non è provare certe emozioni, il problema è essere ‘cronicamente’ arrabbiati, tristi, preoccupati; sentirsi perennemente in colpa, pieni di vergogna, inadeguati.

Il problema non è avere certi pensieri, ma è il modo in cui li ‘alimentiamo’ pensando e ripensando sui pensieri, rimuginando e ruminando fino a tenere i pensieri bloccati nella nostra mente, invece che utilizzarli per risolvere problemi o lasciarli andare…

Il problema non è provare certe sensazioni nel corpo, ma sviluppare blocchi rigidi, una vera e propria ‘corazza’ pesante e dolorosa.

Il problema non è un singolo comportamento, ma l’utilizzare esclusivamente alcuni comportamenti e non avere sufficiente flessibilità nello scegliere i comportamenti più adatti alle varie situazioni.

‘Riconoscere’ cosa proviamo, pensiamo, sentiamo e facciamo in una specifica situazione in cui ci troviamo è un primo passaggio fondamentale per ‘comprendere’ e per poter attuare le strategie migliori per affrontare al meglio ciò che stiamo vivendo.

Riconoscere le proprie rigidità e modalità ripetitive offre poi la possibilità di comprendere il senso di certe situazioni che si ripetono, in cui ci ritroviamo spesso e (mal)volentieri… Comprendere il senso, la funzione che svolgono ora questi modi che si ripetono… Comprendere a volte l’origine di questi modi, scelte che un tempo ebbero per noi una funzione importante di adattamento ma che non sono più adatti alle situazioni attuali…

A partire da queste basi di comprensione di sé si sviluppa un percorso di cura, in direzione di una maggiore consapevolezza di sé e di un’aumentata libertà di scegliere…

Incontri

La crescita personale e la cura di te sono un viaggio in cui fai tanti incontri. La psicoterapia è un mezzo possibile, tra gli altri, per fare questo viaggio.
Incontri te stesso e gli altri. Incontri molteplici forme di te e molteplici versioni degli altri.
In particolare, incontri:
– la tua mente (pensieri, emozioni, sensazioni, desideri, bisogni, azioni);
– la tua capacità di regolare la tua mente, a partire dalla regolazione dei tuoi stati corporei, impari a rilassarti e calmarti, impari ad energizzarti e vitalizzarti per sentirti al meglio, momento per momento, in ogni contesto in cui ti trovi;
– la tua sofferenza e la capacità di accoglierla, tollerarla, regolarla, accettarla, lasciarla andare, lasciare che esista senza sentirti sopraffatto da essa;
– la tua ‘Ombra’, la tua parte oscura, che ti attrae almeno quanto ti spaventa;
– la tua ferita dolorosa, che chiede semplicemente di essere lenita e riparata;
– la tua tendenza ad ‘interpretare la realtà’ in modi per te fonte di dolore;
– il tuo giudice interiore, quella tendenza acquisita fin da piccolo a darti pugni in faccia, invece di carezze;
– il tuo potere di agire sui tuoi comportamenti e sui tuoi stati mentali senza sentirti vittima passiva degli altri e degli eventi;
– la consapevolezza che tu vai in giro per il mondo con la tua mappa (pensieri, aspettative, credenze, convinzioni), ma che il mondo non corrisponde realmente alla tua mappa, che altri hanno mappe diverse (perché hanno storie di vita diverse);
– le tue potenzialità perdute e che puoi recuperare, le tue parti sane, vitali, creative, autonome; le tue risorse, i tuoi punti di forza, sensazioni di sicurezza ed autoefficacia che eri convinto di non poter avere;
– la capacità di fronteggiare eventi e situazioni che hai sempre creduto più grandi di te;
– la consapevolezza che l’idea, più o meno consapevole, che hai di te come sbagliato, colpevole, inadeguato, fallito, non amabile, privo di valore, fragile, inefficace, incompetente… È solo un’idea, una tra le altre possibili, un’idea che hai imparato a credere vera, ma che vera non è, non è necessariamente l’unica verità possibile…
Incontri, quindi, la possibilità di mettere in discussione questa idea e l’intera mappa che la sorregge.
Mettere in discussione non perché qualcuno ti vuole convincere del contrario: che sei ‘bravo’ invece che ‘cattivo’, ‘valido’ invece che ‘buono a nulla’, ‘amabile’ invece che ‘immeritevole’. Non ci crederesti…
Mettere in discussione perché realmente puoi sperimentare e vivere con tutto il tuo corpo, in ogni tua cellula, prima nella base sicura della relazione terapeutica e successivamente nel vivo della realtà quotidiana, che altre possibilità sono per te accessibili e disponibili. Altre potenzialità… Parti sane accanto a quelle malate… Parti vitali da affiancare a quelle spente… Parti piene di fiducia e speranza invece che in progressiva rovina… Parti realmente efficaci invece che fantasie catastrofiche e convinzioni limitanti.
E così, mentre conosci te stesso e sviluppi maggiore padronanza ed efficacia nell’affrontare il mondo e la vita, incontri anche l’altro… Incontri persone reali che forse per la prima volta puoi conoscere per quelle che sono, simpatiche o antipatiche, comunque reali, più o meno simili o anche molto differenti da ciò che hai creduto sempre vero sugli altri…
Buon viaggio…
PS:
Magari potrebbe aiutarti anche la lettura di ‘Alice nel paese delle miserie’, il libro che ho pubblicato a febbraio 2021 e che puoi ordinare in ogni libreria oppure on line sul sito dell’editore youcanprint.it o su Amazon o su altre librerie on line.

Chi lascia la strada vecchia…

Certamente anche tu ti confronterai quasi quotidianamente, anche più volte al giorno, con quella che qualcuno chiama la ‘verità del piffero’: se continui a fare ciò che hai sempre fatto o che fai da tempo immemore, continuerai ad ottenere i soliti esiti. Se vuoi eliminare la frustrazione e alleviare il dolore, ma continui a comportarti sempre allo stesso modo, finirai per mantenere e addirittura alimentare proprio ciò che vuoi combattere e allontanare dalla tua vita. Esempi.
Ti arrabbi e spacchi tutto, nella realtà o nella fantasia (di vendetta e di rivalsa).
Cerchi di alzare ancora e ancora e ancora di più il livello delle tue prestazioni e dei tuoi sforzi.
Cerchi di essere sempre più ineccepibile, senza macchia, lindo e pinto.
Vai in giro con scritto in fronte ‘zerbino’: servizievole, sottomesso, compiacente, al limite del sacrificio.
Pensi, in maniera ripetitiva quanto sterile, a ciò che poteva essere e non è stato.
Pensi, in maniera ripetitiva quanto sterile, a ciò che potrebbe essere, ma su cui nessuno ti può dare risposte certe e totalmente rassicuranti.
Fai tutto e sempre da solo e non riesci a riconoscere i tuoi bisogni e chiedere aiuto quando serve (non sia mai).
Lavori 48 ore al giorno e sei costantemente iper-affaccendato, che tu sia il presidente di una multinazionale o una casalinga o un tuttofare iper-disponibile.
Eviti di frequentare persone, ti ritiri in casa, ti chiudi in te stesso, nel tuo mondo fantastico, che forse tanto fantastico non è.
Pratichi qualche forma di dipendenza: alcol, droghe, cibo, gioco d’azzardo, shopping, sesso, social media, attività fisica compulsivi.
Hai altri esempi?
La soluzione, allora, tu mi dirai, è presto fatta: comincia a cambiare qualcosa del tuo modo di pensare e di comportarti e così arriveranno risultati diversi, finalmente riuscirai ad eliminare la tua sofferenza o perlomeno a battere una strada nuova per iniziare a sconfiggere ciò che ti fa soffrire. Giusto! In teoria. In pratica, cambiare richiede di accedere al proprio sano coraggio per affrontare la paura del cambiamento. Perché se a parole incontriamo il nostro desiderio (a volte, a dire il vero, nemmeno a parole), nei fatti ci viene a trovare la paura di perseguire quel desiderio. L’abbiamo appresa nella nostra storia di vita…
Consapevoli di ciò, ti suggerisco l’inizio della strada nuova… Che sta a due passi:
1. Individua il comportamento fallimentare attraverso cui tenti inutilmente di fronteggiare frustrazione, delusione e sofferenza. E anzi finisci per alimentarle. Ti ho dato qualche suggerimento…
2. Prova a non metterlo in atto. Prova ad astenerti. Non ci devi riuscire, ma ci devi provare. Che tu ci riesca o meno e per quanto tempo eventualmente, sarà comunque utile a raccogliere informazioni preziose su di te. Su cosa è successo nella tua mente: cosa hai pensato, quali emozioni e sensazioni hai provato. E su cosa è successo nella realtà esterna, nelle tue relazioni, come hanno reagito altre persone coinvolte. Informazioni fondamentali per comprendere come funzioni e come puoi cambiare alcuni modi di pensare e agire, effettivamente ed efficacemente, in direzione del tuo benessere soggettivo e interpersonale.

Se sei ancora più curioso del rapporto tra strada vecchia e nuova, ti suggerisco la lettura di ‘Alice nel paese delle miserie’ (Lino Fusco, youcanprint, 2021).

Per i lettori tecnici e colleghi che volessero approfondire, suggerisco la lettura di “Corpo, immaginazione e cambiamento” di Dimaggio e colleghi (Raffaello Cortina, 2019).

È andata così… Ma almeno ci hai provato… E tanto hai imparato…

Il quadrifoglio. 4 metafore più una per il tuo cambiamento

Il lavoro di cura di sé può essere inquadrato attraverso alcune metafore. Queste metafore offrono possibilità per comprendere il funzionamento personale e come risolvere problemi e dolori che ne conseguono.

MENTE MINACCIATA. Quando sentiamo i nostri bisogni frustrati. Quando percepiamo lo scarto tra cosa avremmo voluto e cosa abbiamo ottenuto, cosa desideravamo e cosa siamo riusciti a realizzare, cosa ci aspettavamo e cosa è successo. Questo scarto ci induce un senso di minaccia più o meno chiaramente percepito o consapevole. Minaccia che all’origine dei tempi poteva riguardare la sopravvivenza fisica, il mantenersi in vita (frustrazione dei bisogni di rifugio dagli animali feroci, riparo dalle catastrofi naturali, avere cibo sufficiente e legami sociali e sessuali); oggi è più una minaccia alla sopravvivenza emotiva, psicologica, interpersonale (frustrazioni nelle relazioni, a casa e al lavoro, in ogni ambito della nostra vita).

BAMBINO INTERIORE ovvero sensibilità acquisita a certi temi ed eventi. Solitamente quando viviamo qualcosa di doloroso (tristezza, paura, rabbia, senso di colpa, vergogna, solitudine, abbandono, rifiuto, umiliazione, ecc.) abbiamo due componenti di frustrazione: una attuale perché qualcosa non è andata come volevamo; una ‘storica’: quello che ci addolora ora entra in risonanza con qualche tema doloroso del nostro passato, recente o antico, il riproporsi di un dolore che già ci ha fatto tanto male…

EROE ovvero agire diversamente dal solito nonostante le paure, andando in faccia alle paure, incontrando le conseguenze temute, con la paura e anche con la curiosità o forse solo la speranza di potercela fare ad affrontare le paure e superare problemi e difficoltà…

ALLENAMENTO ovvero non basta una volta, non basta un singolo comportamento nuovo, ci vuole la ripetizione che è la madre, insieme all’esercizio costante che è il padre, di ogni cambiamento stabile e duraturo. Cambiare significa adottare nuovi comportamenti e nuovi modi di pensare in maniera ripetuta fino a consolidare queste nuove modalità.

Queste quattro metafore, con un po’ di fantasia, molto poca in realtà, potrebbero essere le 4 foglie di un QUADRIFOGLIO… Questo per dire che come in passato, anche al presente e per il futuro, il fattore cu.., Q di quadrifoglio, sembra essere la metafora e la realtà che può colorare di vivaci sfumature luminose o di tiepidi grigiastri la nostra evoluzione personale…