Cosa è successo!?

Cosa è successo per sentirti arrabbiato? Cosa è successo per sentirti triste? Cosa è successo per sentirti spaventato? Cosa è successo per sentirti in colpa? Cosa è successo per farti vergognare?
Prova a dare qualche risposta ricordando a quando hai provato queste emozioni… Solo dopo aver dato qualche risposta (almeno una) continua a leggere…
E chiediti: cosa è successo ‘nella mia mente’ per sentirmi arrabbiato… Triste… Spaventato… In colpa… Vergognato?
Cosa sta succedendo ora ‘nella tua mente’, ora che stai riflettendo su quello che hai appena letto?
Credo (nella mia mente) che tu abbia compreso il senso della massima di Epitteto: non sono le cose, ma i nostri pensieri sulle cose a determinare cosa proviamo e cosa facciamo… Quindi i significati che noi attribuiamo ad eventi, situazioni e comportamenti degli altri influenzano potentemente come noi viviamo le relazioni interpersonali.
Inizia a giocare con questi pensieri…
Ripercorri certe situazioni, recenti o remote, felici o infelici, e rintraccia i significati… Cosa è successo nella realtà… Cosa è successo nella tua realtà mentale: pensieri, immagini, ipotesi, interpretazioni, valutazioni, giudizi, assunzioni, previsioni, credenze, convinzioni…
Può essere il gioco più serio e illuminante che tu abbia mai giocato e per questo certamente molto divertente per come ti può aiutare ad uscire dalle emozioni di sofferenza ed accedere ad altri stati emotivi più positivi e rilassanti.
Ovviamente se giochi ti diverti… Altrimenti la mente si prenderà gioco di te… Buon divertimento

La competizione ci ha preso la mano

La motivazione agonistica è parte fondamentale dei rapporti umani e della sopravvivenza della specie. Stabilire la gerarchia di rango è utile per accedere a risorse limitate. Ce lo abbiamo scritto dentro, è nella nostra natura: dobbiamo competere per cavarcela… Conosci qualcosa che fai e che non misuri col più e col meno? Quello è più… quello è meno… superiore… inferiore… migliore… peggiore…
Ma… Ci siamo fatti prendere la mano dalla competizione… Forse è una generalizzazione eccessiva, forse no: siamo tutti, chi più chi meno, appunto, iperattivati per raggiungere ciò che dobbiamo raggiungere. Tu hai la tua, io la mia, noi tutti ne abbiamo una, almeno una. Chissà cosa poi, chi lo sa veramente COSA DOBBIAMO RAGGIUNGERE.
Fatto sta che questo stato di attivazione, dopo un po’, non lo reggiamo. È semplicemente troppo. Richiede di essere regolato. Dovremmo darci una regolata. Cosa abbiamo trovato (certo non da ieri)? Le dipendenze!!!
Quante forme di dipendenza conosci? E quante ne pratichi? Tabacco, alcol, sostanze varie, cibo compreso. Gioco d’azzardo, shopping compulsivo, sesso compulsivo, spesso coadiuvato da pornografia. Dipendenze affettive (da persone, dai soldi, dal potere), dipendenza da lavoro, iperattivismo, perfino dipendenza dall’attività fisica e sportiva. Dipendenza da internet e da tutto il mondo dei social media. Hai visto ‘the social dilemma’? Insomma, un po’ tutto, fatto troppo, fino a farci male…
Allora…
Prova a non fare quello da cui sei dipendente… Ti accorgerai di quanto è difficile, magari ci riesci per un po’, ma ti costa fatica e una serie di sensazioni connesse alla ‘mancanza’. Sensazioni disagevoli, fastidiose, irritazione, malessere, nervoso, senso di esaurimento. Uso volutamente espressioni generiche di sofferenza perché effettivamente a questo livello c’è uno stato generalizzato di malessere che riguarda in modo diffuso tutto il corpo. Uno stato di ‘strana’ percezione dell’organismo che può oscillare dal sentirti teso e attivato al sentirti intorpidito e confuso.
Ti stai privando di un abituale regolatore dell’umore e non è un bel regalo quello che ti stai facendo.
Cosa c’è? C’è da andare a scoprire…
Fermarsi e ascoltarsi come non siamo abituati a fare.
Può ‘bastare’ (già ti immagino dire quanto non è per niente facile)? Può bastare prendersi del tempo per sé (in modo sistematico e non occasionale) e dedicarsi con attenzione a restare consapevoli del respiro (non ti dico cosa immagino tu stia pensando…). Basta davvero. Serve qualcosa di diverso per esplorare e capire cosa ci gira dentro per cui siamo diventati tutti dipendenti da qualcosa, che prima o poi, tanto o poco, ci porterà problemi.
Essere presenti al proprio respiro è la forma più basilare di ancoraggio a se stessi. Di consapevolezza di sé. Di attenzione a sé. Diventiamo allora dipendenti dal ‘tempo di cura per noi stessi’. E se lo facciamo tutti impariamo anche a stare meglio con gli altri.
Regaliamoci ‘tempo per stare’ senza dover fare, produrre, arrivare prima, arrivare primi…
Non occasionali consumatori, ma costantemente impegnati a prenderci cura di noi stessi, in modo sano, come solitamente non facciamo. Stare col proprio respiro in modo consapevole è solo uno strumento, può essere il tuo inizio, una possibilità da integrare con ogni altra strategia tu possa trovare per ‘essere’ più che ‘dover essere’…

Catene dolorose

Spesso siamo vittime delle nostre catene di pensieri. Pensieri negativi che, invece che considerare solo ipotesi, solo possibilità probabili, ma non necessariamente vere, tendiamo a vivere come fossero assolute certezze che ci procurano dolore.
Spesso questi pensieri riguardano fatti che coinvolgono altre persone.
Il percorso della mente, non sempre facile da rintracciare, è:
Se è successo questo…
Allora vuol dire questo…
Allora vuol dire che l’altro….
Allora vuol dire che io…
Allora vuol dire che il mondo (la vita, le cose)… Quindi mi sento…
Ad esempio, ho ricevuto una critica per il mio ultimo lavoro, questo vuol dire che io non sono capace, che gli altri avranno pensato di non assegnarmi più mansioni o solo quelle più invalidanti, vuol dire che la vita fa schifo, mi sento sotto ad un treno (angosciato, triste).
Queste inferenze sono quasi automatiche e molto spesso inconsapevoli per la persona che si ritrova semplicemente preda di ansia, angoscia, senso di colpa e fallimento, stress, paura, ecc.
Si tratta di conclusioni affrettate attraverso cui la persona, con queste sequenze di implicazioni ritenute assolutamente vere, si incatena in una visione della realtà che la fa soffrire.
Due strade sono percorribili, integrate, per uscirne:
1. Mettere in discussione, per interrompere, questa catena ‘non necessaria’, confrontando in modo più attento i fatti di partenza con le conclusioni…
2. Rintracciando, nella storia personale, l’origine di questa sensibilità a certi temi: la paura di sbagliare, il dover piacere a tutti e sempre, la paura di affermarsi, la paura di perdere il controllo, la necessità di essere perfetti, la paura del conflitto, la paura di essere rifiutati, ecc.
Questi due binari possono far rientrare quel treno nella direzione giusta di una più realistica e benevola visione della realtà e considerazione di se stessi.

L’autostima è servita!

Se è vero che ogni errore è un’occasione per imparare abilità e affinare capacità possedute…
Se è vero che l’importante è rialzarsi una volta in più di quante volte si è caduti…
Se è vero che non esistono fallimenti ma esistono solo esperienze da cui apprendere e crescere…
Se è vero che un insuccesso è comunque un risultato per capire cosa va migliorato, cosa va tralasciato e cosa va potenziato…
… Allora perché è così facile distruggere la propria autostima e il senso del proprio valore a fronte di esperienze dolorose di frustrazione, delusione, fallimento rispetto alle aspettative iniziali?
La risposta va cercata nell’equazione soggettiva interiore, più o meno consapevole ed emotivamente carica, per cui la parte sta per il tutto o ancora meglio un comportamento sta per l’intera persona o ancora un’esperienza negativa macchia l’intera persona in modo negativo, doloroso, fallimentare e indelebile.
Su questa equazione si lavora in terapia. Per rivisitarla con la testa, per comprenderla col cuore, per riconsiderarla con tutto il corpo. Per riscriverla. Fino a quando la persona non solo si convince, ma arriva a ‘sentire profondamente’ che nessuna esperienza fallimentare, nessun rifiuto, nessun giudizio possono mettere in discussione il valore incondizionato di sé come persona…

Dentro e fuori dal lockdown. Se lo conosci lo padroneggi

Uno dei primi obiettivi di ogni percorso di consapevolezza, cambiamento e cura di sé è imparare o potenziare l’abilità di osservare i propri stati mentali: pensieri, emozioni, sensazioni somatiche (automonitoraggio).
In particolare, è utile identificare gli stati mentali che precedono e che in qualche modo innescano sintomi (attacchi d’ansia, umore depresso, ossessione, ecc.) e comportamenti problematici (impulsi, compulsioni, abitudini dannose, comportamenti aggressivi, comportamenti di evitamento, ecc.).
Ancora più specificamente, è importante dare un nome preciso a determinati stati mentali dolorosi o disfunzionali in modo da riconoscerli con più facilità quando arrivano e quindi riuscire meglio a padroneggiarli. Ad esempio, nomi quali: vuoto, angoscia, furia, disperazione, impotenza, blocco, ecc.
Padroneggiarli in 4 modi almeno:
1. Regolando le emozioni più intense. Esempio: attraverso esercizi e tecniche corporee ed immaginative, producendo sensazioni di calma e conforto che aiutano a recuperare lucidità e capacità di ragionamento, ma anche sensazioni di forza ed energia quando necessario riattivarsi da un senso di torpore, spegnimento e apatia.
2. Producendo pensieri alternativi a quelli negativi, più utili ad affrontare la realtà. Ad esempio: pensieri di sé capace e degno (invece che inetto e privo di valore), pensieri sugli altri affidabili e amorevoli (invece che malevoli e giudicanti), pensieri sul mondo pieno di speranza e possibilità (invece che catastrofico e ingiusto).
3. Prendendo distanza critica dai pensieri negativi. Imparando ad ignorarli. Per farsi guidare da altri pensieri, prospettive e punti di vista. Imparando a tollerare la sofferenza che non possiamo cambiare e contemporaneamente mantenendo la direzione, l’impegno e la determinazione verso la creazione della ‘vita piena’ che vogliamo. Ad esempio, nonostante lutti su cui sei impotente, lockdown vari entro cui devi vivere, dolori inevitabili connessi ai fatti della vita, sensazioni varie di frustrazione e impotenza, puoi sempre fare scelte, svolgere attività e cercare esperienze che ti procurino piacere e senso di realizzazione.
4. Trovando strategie comportamentali alternative, funzionali e utili ad affrontare gli stati mentali problematici e le situazioni in cui si attivano. Quindi sviluppando nuove abilità, accedendo a risorse diverse, sperimentando nuove azioni, prendendo rischi e gradualmente abbandonando gli evitamenti più sterili e dannosi. Esempi? Tutto ciò che ti richiede di affrontare la paura; riconoscerla e comunque andare nella direzione che desideri. Con prudenza quanto basta (non di più) e con tutta la determinazione necessaria a farti andare avanti. Qualcosa otterrai certamente di quello che vuoi. Qualcosa, altrettanto certamente, non sarà ancora per te raggiungibile. Comunque avrai capito meglio te stesso, la situazione e ciò che devi fare per proseguire…

Quante A ha la tua felicità?

Sai quante A ha la tua felicità?
Una serie di strade da percorrere…

AUTOCONSAPEVOLEZZA. Riconoscere i tuoi stati mentali. Cosa provi. Cosa pensi. Cosa desideri. Cosa fai nelle situazioni della tua vita, quelle serene e gioiose e quelle dolorose e stressanti. Quando succede qualcosa, rintraccia le tue sensazioni, emozioni e pensieri in quella situazione. Sono il canale di accesso ai tuoi bisogni, per chiarire cosa vuoi e devi fare per affrontare quella situazione.

AGENTIVITÀ. Riconoscere, sviluppare e praticare la capacità di agire sui tuoi stati mentali. Ad esempio, regolare ed esprimere in modo sano le tue emozioni, governare i tuoi impulsi, esprimere in modo adeguato i tuoi pensieri, comportarti in modo coerente coi tuoi valori, saper mantenere la direzione e la motivazione anche di fronte alla frustrazione.

ATTENZIONE A SÉ. Invece che all’altro. Spostare la tua attenzione dall’altro (presunta fonte di stress) e concentrarti su te stesso, sul tuo funzionamento, sui tuoi modi di pensare, di agire e di reagire (reale fonte di sofferenza… E potenzialmente di gioia).

APPRENDERE ABILITÀ. Le abilità sono tutti quegli strumenti e quelle risorse che ti permettono di aggiustare le cose, risolvere problemi, affrontare ostacoli, riparare relazioni, superare paure. Abilità pratiche e di comportamenti, abilità emotive e di relazione, abilità di pensiero.

ATTIVARE STATI DI BENESSERE. Generare condizioni di pienezza, attività gratificanti, esperienze di piacere, incontri significativi e nutrienti. Riempire il tuo tempo di attività, persone ed esperienze che veramente ti procurano ciò che desideri.

ALLENARE CIÒ CHE TI FA STARE BENE. Che sia un modo di pensare o di agire, è importante che cerchi di ‘sostare’ il più possibile in quelle attività ed esperienze che ti procurano stati positivi in cui senti di realizzare una vita la più vicina possibile a come la desideri.

AAAAAAA. 7 A. Mantieni il focus sui bisogni fondamentali di ciascuno di noi:
ATTACCAMENTO. Bisogno di cure, di affetto, di protezione, di sicurezza. E il bisogno complementare di accudire, prendersi cura.
APPREZZAMENTO. Bisogno di stima. Di ambire, di scalare, di competere, di vincere.
AUTONOMIA. Bisogno di esplorare e di sperimentarsi. Di giocare, di curiosare, di creare, di cercare con passione ed entusiasmo.
APPARTENENZA. Bisogno di avere relazioni e far parte di gruppi. Di sentirsi inclusi, dentro. Di riconoscersi in un’identità comune.
AMORE. Bisogno di legami intimi, sensuali e sessuali. E tutte le forme d’amore che conosci… E puoi cercare…
ALLEANZA. Aiuto reciproco. Cooperazione, collaborazione, ricerca di alleanza in direzione di mete comuni e condivise.

AL SICURO. Scannerizzare pericoli all’integrità fisica per salvare la pelle…

Alla fine… Carpe Diem. Anzi, ATTIMO. Cogli l’attimo… Per tutto ciò che può voler dire per te…

Non è una ricetta per la felicità. Né un ‘come fare’. È una serie di strade da percorrere… Buon cammino…

… … …

Consigli bibliografici, sempre per la felicità. Se sei un tecnico in ambito psi, ti invito a leggere i lavori di Liotti e di Dimaggio. Se sei curioso e appassionato, ma non tecnico, allora leggi UN ATTIMO PRIMA DI CADERE. Di Giancarlo Dimaggio.

Upgrade

La nostra mente è una mappa. È una rappresentazione del territorio, di come sono e come funzionano le cose e le persone. Quindi, in ambito interpersonale, la mente contiene un insieme di immagini (credenze, convinzioni, idee) e di aspettative su come sono le persone, compreso se stessi, e su come si comportano e dovrebbero comportarsi.

Le mappe hanno la funzione di facilitarci la vita, il movimento, la ricerca di ciò che vogliamo. A volte però ci portano fuori strada: quando non sono aggiornate e ci fanno vedere le cose come forse erano “allora” ma non come sono “ora”. Ciascuno di noi funziona in base a queste mappe che, se sono rigide e non aggiornate o non tengono conto dei cambiamenti avvenuti nel tempo, rischiano di disorientarci invece che farci raggiungere la meta.

La mente funziona come una mappa che seleziona solo le informazioni coerenti con la mappa stessa e quindi tende ad auto-confermarsi, a ripetersi sempre uguale a se stessa. La mente crea una o più teorie sul mondo come fossero vere, quando in realtà sono solo ipotesi su come potrebbero essere le cose. È un meccanismo economico di risparmio energetico che tende a facilitare l’interazione con la realtà, ma se eccessivamente rigido, porta fuori strada ovvero a vedere sempre e solo quello che sta sulla mappa senza riuscire a vedere altro. Il diffidente sospettoso vedrà dappertutto minacce, la persona timida e timorosa socialmente vedrà dappertutto giudizio e derisione, il narcisista avrà occhi solo per se stesso e mai per gli altri, l’ossessivo seguirà regole rigide anche quando non servono, il dipendente non riuscirà mai a fare qualcosa senza chiedere rassicurazioni e guida, l’istrionico saprà vivere solo sul palco e non tollererà nessuna distrazione da sé. La personalità, costruita negli anni e formata da mappe, immagini, credenze, aspettative, diventa un ‘filtro selettivo’ che ci fa vedere e riconoscere solo quello che già conosciamo e ci allontana di fatto da un contatto reale e autentico con le persone e le situazioni, fino a crearci seri problemi di comprensione e adattamento. Quando questi problemi creano una sofferenza intollerabile che la persona non riesce ad affrontare in altri modi, è giunto il momento della richiesta di un aiuto.
La psicoterapia è in qualche modo uno strumento per l’aggiornamento delle mappe…

Quanta è bella l’ignoranza!?

C’è una voce dentro te, come in ciascuno di noi, che tende a giudicare, paragonare, svalutare, colpevolizzare, rimproverare, il tuo comportamento, il tuo modo di essere (oltre che quello degli altri). Conosci? Ok. Allora non sei ignorante!

Questo giudice interiore si esprime, da sempre, da quando è nato, molto presto nella tua infanzia, nella tua mente, nella tua vita, con parole dolci e gentili quali: “sei stupido”, “sei un fallito”, “non vali niente”, “non meriti amore”, “fai schifo”, “sei incapace”, “non ce la farai mai” e altre delicatezze simili. Conosci? Ok. Il problema si fa serio: altro che ignorante. Tu conosci molto bene come funziona la tua mente!

Le parole che ti dici sono “verità su te stesso” (magari anche sul mondo e sugli altri, ad esempio: il mondo è dei furbi, tutti sono migliori di me, chi imbroglia vince, l’onestà è degli stolti) in cui credi veramente e fermamente. Le senti proprio una descrizione precisa e calzante di te e della tua vita. Ci credi e te ne fai guidare: il tuo comportamento e i tuoi stati d’animo sono condizionati chiaramente e in modo potente da queste “verità che credi vere”. Conosci? Ok. Conosci tutto, altro che ignoranza!

Magari qualcuno che ti ha visto soffrire (stressarti, arrabbiarti, lamentarti, sentirti uno schifo, essere triste, ritirarti da solo in casa, smettere di fare cose divertenti, ecc.) ha cercato di aiutarti dicendoti qualcosa del tipo: “ma no, dai, sei bravo, sei intelligente, sei una persona in gamba, prima o poi starai meglio, la fortuna arriverà… Ci devi credere, devi credere in te stesso”. Magari hai provato a farti guidare da queste belle parole rinfrancanti e dalle pacche sulle spalle che hai ricevuto, ma non è andata come desideravi e continui a stare come uno straccio. Conosci? Ok. Quanta conoscenza, quanta consapevolezza!

Forse c’è un’altra strada. Spero che tu la conosca o possa impararla. Altro che ignoranza! E seguirla.

Fai chiarezza su cosa è veramente importante per te, su cosa deve essere prioritariamente presente nella tua vita: cose, persone, situazioni ed esperienze che veramente possono “riempire” la tua vita, creare vero “valore” nella tua vita, dare senso alle tue scelte quotidiane, ad ogni azione che compi in direzione della vita che veramente vuoi.

Ci sono molti modi (strade, percorsi, strumenti) per trovare questi valori e per agire in base ad essi. Un modo è la psicoterapia intesa come percorso che ti aiuta a comprendere veramente cosa ti fa soffrire e cosa potrebbe farti gioire, cosa ti rende “vuoto” e cosa potrebbe farti sentire “pieno”. Ma puoi trovare comunque la tua strada, un tuo itinerario, magari accompagnato dalle persone “giuste”. E l’ignoranza? Ecco: quando hai trovato veramente i tuoi valori-guida, cosa veramente può fare la differenza nella tua vita, come devi agire per realizzare il tuo progetto di vita “felice”, “serena”, “gioiosa”, “piena”, allora puoi iniziare ad ignorare ciò che hai sempre creduto vero, ciò da cui ti sei fatto guidare fino ad un attimo prima, ciò che ti ha accompagnato per una vita facendoti sentire sicuro quanto addolorato.

Il nucleo della sofferenza

Nella diversità di sintomi riferiti dalle persone che arrivano a chiedere aiuto, con problemi psicologici e interpersonali e storie di vita anche molto differenti tra loro, un elemento è sempre presente a contribuire alla sofferenza della persona. Per sentirsi accettato in famiglia e da altre persone importanti fuori dalla cerchia familiare (insegnanti, coetanei, gruppi vari, fino ai partner sentimentali), l’individuo, fin da bambino, ha “scelto” (con diversi gradi di consapevolezza in base all’età e alle relazioni) di sacrificare parti di sé, rinunciando spesso all’espressione autentica di sé, dei propri pensieri, emozioni, bisogni e desideri. Questa è stata una “decisione antica” che, ripetuta più volte nel tempo, è diventata la propria personalità, il proprio modo di stare al mondo, di pensare e agire e di stare con gli altri.
Per essere accettato, per sentirsi amato, per ricevere approvazione, per sostenere la propria autostima, per soddisfare certi bisogni e desideri, l’individuo ha “scelto” di pagare un prezzo più o meno elevato.
Per certi versi è un processo inevitabile per adattarsi alla vita, alla realtà, per costruire relazioni. Quando diventa eccessivo, la sofferenza esplode.
Se la persona riesce ad arrivare a chiedere un aiuto psicoterapeutico, l’obiettivo di lavoro sarà quello di trovare o ritrovare un proprio personalissimo equilibrio rispetto alle parti di sé da sacrificare in favore di parti di sé da riconoscere, legittimare, valorizzare, esprimere per realizzare una vita serena, felice, appagante.

Quando soffri e quando… UN ATTIMO PRIMA DI CADERE

Soffri quando stai vivendo una vita vuota di ciò che vorresti e piena di ciò di cui faresti volentieri a meno. Dal generico allo specifico: soffri quando ti manca l’entusiasmo, l’eccitazione, la curiosità, l’amore, in tante delle sue forme, la fiducia, in te e negli altri, la speranza, il coraggio. E soffri quando lo stress prende la forma di esperienze fallimentari, relazioni deludenti, paura e dolore, tristezza e rabbia, sensi di colpa, di inadeguatezza, d’angoscia.
Se ti dice bene ti rendi conto di stare male, di avere bisogno di aiuto, specialistico (non basta più l’affetto e il sostegno di chi ti sta vicino, ammesso che tu ce l’abbia) e riesci a chiederlo. Arrivi in terapia…
“Perché è qui? Come posso aiutarla?”
Cominci ad esprimere, come ti riesce, il tuo dolore, la tua frustrazione, la tua delusione. Il tuo corpo che si lamenta. Il tuo senso di fallimento e impotenza. Il tuo blocco, la tua rassegnazione. Che altro? Un corteo di convinzioni, che sembrano scritte nella roccia, su quanto sei stupido, incapace, fallito, sfortunato, cretino… E la certezza, parimenti assoluta, che gli altri siano brutti, sporchi, cattivi all’interno di un mondo pieno di schifo e vuoto di senso. Pieno di giudizio. Vuoto d’amore. Pieno di niente. Vuoto per te…
Nelle forme più diverse e sulle strade più disparate, inizia un nuovo cammino. Per riprendere la speranza e la fiducia di potercela fare… Un attimo prima di ripetere il solito modo illusoriamente protettivo, certamente dannoso, di rispondere al dolore (UN ATTIMO PRIMA DI CADERE, di Giancarlo Dimaggio; versione romanzata del saggio/manuale teorico-pratico CORPO IMMAGINAZIONE E CAMBIAMENTO, sempre di Dimaggio e colleghi del centro TMI di Roma).
Per costruire nuove possibilità sulle macerie della disperazione e dell’impotenza. Un attimo prima di rinunciare… Compiacere… Aggredire… Sottometterti… Cercare di essere perfetto… Stordirti… Evitare… Isolarti… Un attimo prima di ri-cadere nei soliti meccanismi che fissano il dolore mentre cercano di allontanarlo…
La psicoterapia dunque!
Per diventare prima consapevoli di cosa sta succedendo nella propria vita. Cosa la vita mi propone e come solitamente rispondo. Fino a stare male…
Per comprendere l’origine dei propri problemi, le regole apprese in famiglia e nel percorso di formazione della personalità. Trascuratezza e maltrattamenti. Invisibilità e giudizio. “Mamma mi ha sempre fatto sentire… Papà mi ha sempre detto… A scuola ero sempre quello che… E con gli amici… E senza amici… E coi ‘nemici’…”.
Per comprendere che quelle regole continui a seguirle nel presente, senza pensare minimamente di metterle in discussione. “Mi hanno convinto di essere incapace e debole e continuo a crederci… Mi hanno convinto che è inutile provarci e sto ancora fermo al palo… Mi hanno convinto di essere speciale e vado in giro per il mondo a pretendere tale trattamento… Mi hanno instillato la paura e mi nascondo ancora oggi… Ho imparato a non fidarmi e continuo a stare solo…”. Tanto per fare qualche esempio…
Per arrivare a confrontarsi con queste credenze, convinzioni, verità ritenute vere e modalità di comportamento che continuano a ripetersi sempre uguali a se stesse, sempre e sempre più fonte di malessere.
Per provare a non farlo e a farlo. Per provare… Ci devi provare almeno…
Per iniziare a non fare più ciò che ti ha portato dolore e ti rinnova quotidianamente frustrazioni e delusioni.
Per cominciare a fare qualcosa di più vicino ai tuoi desideri autentici, sani, vitali che gradualmente puoi imparare a svestire delle paure che da sempre li accompagnano. La paura di essere rifiutato quando cerchi amore e cure. Di essere giudicato ferocemente quando cerchi apprezzamento e stima. La paura di essere boicottato quando cerchi di esplorare il mondo. Di essere escluso quando cerchi compagnia. La paura di sentirti sbagliato quando cerchi la tua felicità.
Lungo questi sentieri si svolge il percorso di cura. Ciascuno lo può percorrere… Ciascuno a suo modo… Passando per i rivoli più tortuosi della propria mente e attraversando le parti ‘incarnate’ del proprio dolore.
E tu cosa hai imparato? Cosa ti hanno fatto credere fosse verità assoluta? Quale verità continui a seguire, anche se ti procura sofferenza? Cosa vuoi fare?