Le 4 strade dell’impegno alla cura di sé

Ecco la sintesi di un percorso di cura di sé. In 4 strade:
1. Impegnarsi per cambiare ciò che si può cambiare. I propri comportamenti, i propri pensieri, le personali strategie per regolare le emozioni, la comunicazione con gli altri, le abilità per risolvere i problemi e i conflitti, ecc.
2. Impegnarsi per accettare ciò che non si può cambiare. Essere ‘disponibili attivamente’ ad accogliere il dolore inevitabile che è parte della vita, evitando di aggiungere benzina sul fuoco con dolori e sofferenze anche assolutamente evitabili, come ad esempio sensi di colpa devastanti, autotiranneggiamenti sterili, sensi di inadeguatezza e vergogna per niente necessari.
3. Impegnarsi a trasformare ciò che sembra insopportabile e catastrofico in un’esperienza assolutamente sopportabile, anche se spiacevole.
4. Impegnarsi attivamente attraverso azioni specifiche, concrete e coraggiose, nonostante numerose paure, per creare una vita desiderata e fondata sui propri valori consapevoli ovvero su ciò che sentiamo importante per noi in direzione di una vita degna di essere vissuta, sufficientemente felice e dignitosa, anche se molto lontana dall’ideale.
Ciascuno di noi può compiere questo viaggio. Ciascuno a proprio modo, tra miserie e meraviglie.
Ciascuno può trarre ispirazione dalla lettura di ‘Alice nel paese delle miserie’, libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line…

Le regole della sofferenza

La sofferenza emotiva e nelle relazioni segue alcune semplici regole.
Fin da bambini, ascoltando parole o semplicemente vedendo comportamenti, abbiamo imparato, tra le altre cose, che:
NON DEVI PROVARE CERTE EMOZIONI. Solo alcune emozioni e stati d’animo sono leciti e permessi, altri sono proibiti.
NON DEVI ESPRIMERE CERTE EMOZIONI. Alcune le puoi esprimere e altre no. Solo in alcune situazioni e non in altre. Solo in certi modi e non in altri.
Di fronte alle regole, la trasgressione porta alla punizione che, nei rapporti primari, per un bambino vuol dire ANGOSCIA di perdere l’amore e la stima delle figure importanti. Inconcepibile per una mente in formazione. Insostenibile per un bambino.
Crescendo, quindi, abbiamo interiorizzato queste regole, originariamente provenienti dalle figure di riferimento; le abbiamo fatte sempre più nostre, consolidandole in modalità di comportamento ed espressione che ci hanno portato progressivamente ad ammalarci nel corpo, nei pensieri e nelle relazioni interpersonali.
La sofferenza di oggi nasconde e rivela, al tempo stesso, questo funzionamento precocemente appreso e nel tempo cristallizzato.
La cura parte dalla sofferenza ‘qui e ora’ per andare ad investigare ‘lì e allora’ quando la nostra mente infantile, cronologicamente, ma anche saggia e intuitiva, ‘decise’ quale potesse e dovesse essere il modo migliore per organizzarsi date quelle regole e per evitare quell’angoscia.
Quella DECISIONE PRECOCE, sostanzialmente inconscia, ha delineato il modo di stare al mondo e nelle relazioni di quel bambino prima, del ragazzo successivamente e dell’adulto in seguito.  A quel tempo, quella decisione, probabilmente, fu vissuta come l’unica possibilità per ‘proteggersi dalla minaccia dell’angoscia di non sentirsi amati e apprezzati’. Oggi, la persona è chiamata, da se stessa, dalla propria sofferenza e dal desiderio di benessere, a RIVEDERE quelle REGOLE e quelle DECISIONI per ricominciare, da oggi, il resto della propria vita.
Nel lavoro psicoterapeutico, la persona contatta il ‘dolore primario’ di non aver ricevuto quell’amore e quella stima vitali, se non in modo ‘condizionato’: “posso ricevere quel minimo indispensabile di amore e apprezzamento dai miei genitori, se e solo se… Sto buono e zitto… Non li faccio arrabbiare… Mi mostro sempre forte… Non mi mostro mai troppo vivace… Non disturbo troppo… Accudisco i miei genitori… Non chiedo per i miei bisogni… Ecc. Ecc. Ecc.”. Questi sono solo alcuni pensieri, sostanzialmente inconsapevoli per il bambino di 5 o 6 anni, che delineano però in maniera netta quella ‘DECISIONE PRECOCE SUL MODO MIGLIORE DI CAVARSELA’ date quelle condizioni materiali ed affettive in cui è cresciuto. Ciascuno di noi ha fatto pensieri condizionati simili o anche molto diversi dagli esempi che ho riportato, tutti comunque a sostegno della propria ‘decisione precoce’. In terapia, la persona prima diventa consapevole dei particolari della sua decisione antica e poi inizia a sperimentare, con azioni concrete nuove, altre possibilità per ‘ri- decidere’ un modo più flessibile e adeguato alla persona che è oggi.

Due processi creativi

Pur nella diversità delle esigenze e delle richieste delle persone, un percorso psicoterapeutico lavora per due grandi obiettivi:
1. Ridurre la sofferenza
2. Aumentare la qualità della vita
Ovviamente i due obiettivi sono intrecciati tra loro, entrambi si alimentano a vicenda e si realizzano attraverso due processi creativi.
Ci vuole creatività per ridurre la sofferenza, governarla, imparare a tollerarla, imparare ad accettarla e conviverci nella parte che non si può eliminare completamente. Mi riferisco a sintomi fisici e psicologici, ma anche a problemi nelle relazioni e nei vari contesti di vita che presentano quote più o meno grandi di frustrazione, delusione e impotenza.
Ci vuole creatività per creare una vita di qualità, degna di essere vissuta, impostata sui propri valori (di cui non sempre abbiamo chiarezza) e a misura delle proprie risorse e dei propri limiti, personali e del contesto in cui si vive. Mi riferisco a cercare risposte (e agire di conseguenza) alle domande, apparentemente semplici: cosa è veramente importante per me per sentirmi sereno e felice? Cosa “deve” essere presente nella mia vita perché sia per me degna di essere vissuta? A cosa posso rinunciare e a cosa no per sentirmi bene? Su cosa posso essere flessibile e cosa invece deve essere solido nella mia vita?
Fatti ispirare da queste domande per trovarne altre che ti aiutino a riflettere, comprendere e agire nella direzione della vita che vuoi creare…
Altre ispirazioni puoi trovarle in ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line.

La richiesta di aiuto e la cura

I problemi per cui le persone chiedono un aiuto psicoterapeutico sono molto diversi tra loro: ansia e depressione, stress e conflitti, disturbi fisici con forte componente psicologica, relazioni disturbate e fonte di sofferenza, ecc. Possono riguardare uno o più ambiti di vita: famiglia, lavoro, coppia, genitori-figli, amici, tempo ricreativo, ecc. Possono essere consapevoli o meno le cause, i motivi, i fattori precipitanti e i fattori che mantengono e alimentano il problema.

La persona si presenta con un grado di sofferenza più o meno ampio e con una consapevolezza che può essere più o meno estesa e profonda.

La richiesta di aiuto, prima o poi, si trasforma in un aspetto che accomuna tutti i problemi e tutti i tipi di sofferenza: la persona soffre di una mancanza, di una privazione, di una più o meno grande frustrazione di bisogni importanti che la persona sta vivendo in questo momento della sua vita.

Uno dei primissimi passaggi che caratterizzerà poi l’intero percorso di cura di sé è proprio la cura dei propri bisogni che prevede (diversamente da persona a persona in base al grado di consapevolezza già presente e con tempi che sono specifici di ogni persona):

  • riconoscimento dei propri bisogni frustrati
  • comprensione dei motivi della frustrazione nelle situazioni contingenti, nelle relazioni attuali e nelle relazioni passate (ferite interiori)
  • sperimentazione di azioni concrete nella direzione della soddisfazione dei bisogni: agire, raccogliere l’informazione che ritorna dalla propria azione (effetti su di sé e sugli altri) e modulare l’azione successiva
  • monitoraggio continuo di sensazioni, emozioni e pensieri: cosa sento, cosa provo, cosa penso
  • riconoscimento del proprio potere e delle personali risorse e impegno continuo nel tentare di cambiare ciò che la persona può cambiare
  • accettazione di ciò che la persona non può cambiare
  • il tutto all’interno di una cornice in cui la persona viene sostenuta e incoraggiata a soddisfare i propri desideri e bisogni, interrompere i propri comportamenti disfunzionali, sostenere un’immagine di sé positiva e realistica nel contesto di un adeguato adattamento alla realtà personale e interpersonale.

Un’idea sulla psicoterapia

La persona arriva a chiedere un aiuto psicoterapeutico perché da sola o con le risorse del suo contesto sociale e affettivo non è riuscita ad alleviare la sua sofferenza.
Arriva in terapia con sintomi e malesseri vari, fisici, emotivi, interpersonali. È più o meno consapevole dei motivi della sua sofferenza e ancora meno consapevole del ‘manuale di istruzioni’ che segue per arrivare a soffrire.
È un manuale appreso chissà quando, consolidato nel tempo e che prevede alcuni modi tipici di pensare, agire, intrattenere relazioni e gestire lo stress fisico ed emotivo.
La terapia prevede tre fasi o tre aspetti tra loro interconnessi e che si richiamano continuamente:
1. Conoscere il manuale di istruzioni.
2. Riscrivere alcune parti di questo manuale di istruzioni.
3. Mettere alla prova le nuove regole fino a consolidarne di nuove e più utili al proprio benessere.
Soprattutto nelle relazioni interpersonali, che tanta parte giocano nella sofferenza, la persona arriva con un manuale del tipo:
– Ho un desiderio o bisogno
– Cerco di soddisfarlo
– Incontro la frustrazione e la delusione
– Tento di reagire in modo utile a ridurre frustrazione e delusione
– Finisco, mio malgrado, per mantenerle ed alimentarle.
All’inizio, dunque, terapeuta e paziente cercano di comprendere nel dettaglio come funziona questo ‘manuale di sofferenza’.
Per arrivare a scrivere un ‘manuale di soddisfazione’, serenità e benessere che funziona così:
– Ho un desiderio o bisogno
– Cerco di soddisfarlo
– A fronte della solita frustrazione e delusione
– Inizio io a dare risposte diverse a questi stati di insoddisfazione
– Agendo diversamente, ottengo probabilmente risposte diverse dall’esterno, comunque ottengo informazioni e sulla base delle nuove informazioni raccolte agirò di conseguenza, fino a raggiungere la massima soddisfazione possibile, cambiando ciò che posso cambiare e accettando ciò che devo accettare.
In sintesi: a fronte del tuo desiderio/bisogno frustrato e delle tue aspettative deluse, inizia a fare qualcosa di diverso dal solito, perlomeno provaci e verifica cosa succede, ad esempio:
– affronta invece di evitare
– confrontati invece di ritirarti
– apriti invece di chiuderti
– dì no, invece che compiacere
– parla invece di restare in silenzio
– comunica in modo rispettoso invece che violento
– esprimi i tuoi pensieri invece che nasconderti
– cerca di restare lucido invece che stordirti
– mantieni il contatto con le tue emozioni invece che fuggirle
– arrabbiati sanamente invece che sottometterti
– affronta con fiducia nei tuoi mezzi invece di rimuginare
– risolvi invece di ruminare
–  agisci invece di fantasticare.
Hai qualche altro esempio?
Provando a cambiare qualcosa certamente cambia qualcosa. E dalla consapevolezza che potrai acquisire da questi cambiamenti scaturiranno nuove possibilità per il tuo benessere…

Più vivo e più mi accorgo che…

Più vivo e più mi accorgo che…
Il mondo è pieno di…
Io sono…
Gli altri sono…
La vita è…
Se cerchi di completare queste frasi, probabilmente otterrai un quadro della tua mappa del mondo, almeno di quella di cui sei consapevole. Idee, opinioni, credenze, convinzioni, rappresentazioni della realtà che hai imparato e interiorizzato fin dai primissimi anni di vita. E questa consapevolezza è molto importante per comprendere le convinzioni che guidano il tuo agire, le regole esplicite con cui interpreti il mondo, ciò che solitamente ti aspetti quando vivi la tua giornata, incontri persone, fai esperienze.
Al tempo stesso, c’è un tipo di conoscenza che tu hai, che ciascuno di noi ha, che è molto più potente nel governare il modo in cui dai senso al mondo, agisci nelle tue relazioni, compi scelte. È una conoscenza implicita (presente in noi, agente in noi, ma di cui siamo quasi totalmente inconsapevoli) che è nata nella nostra storia di vita, a partire dalle esperienze più precoci in cui abbiamo iniziato ad apprendere per imitazione dei grandi (in famiglia prima e fuori poi) con cui progressivamente ci siamo anche identificati (pensando e agendo più o meno come loro) e contro-identificati (pensando e agendo più o meno in modo opposto a loro).
Pensa a questo scambio (che ti riporto da un vecchio libro di due grandi terapeuti del passato, Guidano e Liotti): “ho preso tutto da mio padre: il modo di camminare, i comportamenti, il modo di parlare, la mentalità”. “E da tua madre?”. “Da lei ho imparato a disprezzare mio padre”. In questa breve vignetta si può ritrovare tutta la densità emotiva, la complessità e la ricchezza del nostro modo di imparare a stare al mondo, delle influenze dei nostri genitori (formatori) e della traiettoria unica che prende la formazione della nostra mente e della nostra personalità.
In psicoterapia, nella cura della sofferenza attuale, spesso si deve comprendere la mappa interiore che guida il modo di stare al mondo della persona. Quella esplicita, consapevole, chiara. E anche e soprattutto quella “essenziale quanto invisibile”… Ma che è possibile “imparare a vedere”. Sulla comprensione di questa mappa, delle sue origini e della coloritura emotiva che la caratterizza, è possibile fondare il percorso di guarigione ed evoluzione personale.
In ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, un intero capitolo è dedicato allo studio delle mappe personali e soprattutto a come tendiamo a confondere la nostra mappa della realtà con la realtà stessa, ignorando la realtà di fatto che gli altri hanno diverse mappe o rappresentazioni della realtà e che questa miopia psicologica è all’origine di tante incomprensioni e conflitti nelle nostre relazioni.

Riappropriarsi del proprio potere di scegliere

Credo tu sappia che: ‘è impossibile non scegliere’. E che ci vuole coraggio (forza, sensibilità, incoscienza, consapevolezza) per farsi carico della responsabilità di ciò che si sceglie.
Qualcuno, a volte, per comprendere, spiegare, addirittura giustificare le proprie scelte tira in ballo il caso o l’inconscio o il volere degli altri. È una scelta, anche questa, di sottrarsi al proprio potere di scegliere in modo attivo, consapevole e responsabile.
Anche da bambini, quando più naturalmente le nostre scelte sono fortemente orientate, guidate, anche molto condizionate dagli adulti, la nostra parte saggia e intuitiva ‘ha scelto’, quasi totalmente in modo inconsapevole, come rispondere agli stimoli degli adulti e come adattarsi al loro volere. La compiacenza come la ribellione, il silenzio ordinato come la trasgressione più rumorosa, nelle varie forme in cui possono esprimersi, sono sempre tipi di ‘decisioni’ che fin dall’età più precoce abbiamo imparato a prendere, a ripetere e a consolidare come ‘le scelte migliori’ che abbiamo ‘creduto’ fossero a nostra disposizione per accaparrarci il minimo indispensabile di amore, vicinanza, cura, approvazione, stima e appartenenza all’interno dei nostri legami significativi. E tutto questo percorso di scelte, più o meno chiare, per noi come per gli altri, è quello che comunemente delinea la ‘formazione della personalità’.
La nostra personalità certamente risente di predisposizioni genetiche e temperamentali, ma è soprattutto un processo di scelte, per lo più inconsapevoli nei primi anni di vita e progressivamente sempre più chiare nel loro senso, orientate dalla necessità di adattarsi al contesto affettivo e materiale in cui ci si è trovati.
Al tempo stesso, fin da molto presto, per quanto possibile e a partire da piccole scelte, lo sviluppo del proprio modo di essere, pensare, agire e stare al mondo e con gli altri è il frutto di un processo di affermazione autonoma delle proprie inclinazioni autentiche e di liberazione dai condizionamenti che da piccoli ‘abbiamo scelto di seguire’. Potrai rintracciare certamente innumerevoli esempi nella tua storia di vita, dall’inizio fino ad oggi, di situazioni che ti sei ‘trovato a vivere’ e all’interno delle quali hai ‘trovato la tua strada’. Hai imparato (hai scelto) a dire quello che pensi oppure a tenere i tuoi pensieri per te. Hai ‘scelto’ di esprimere le tue emozioni oppure no; ad esprimerle chiaramente, ma non tutte, a mostrare la tua rabbia, ma non la tua paura, ad esempio. Hai imparato ‘come ci si deve comportare’, scegliendo di sacrificare parti più o meno grandi della tua spontaneità naturale.
Questo processo di crescita personale è un mix di pressioni esterne e volontà personale.
Spesso le persone che mi chiedono aiuto presentano sintomi fisici e psicologici che sono l’espressione mascherata di un certo grado di squilibrio interno tra inclinazioni naturali e vitali e un eccessivo adattamento alle regole dei contesti di vita in cui la persona è cresciuta e che anche oggi si trova a vivere.
L’aiuto si rivolge a tre ambiti:
1. Riduzione della sofferenza attraverso il riconoscimento dei motivi del proprio malessere
2. Riappropriazione del proprio potere di essere ‘agente attivo’ del proprio pensare, sentire, agire (scegliere)
3. Sperimentazione, apprendimento e consolidamento di nuovi modi di pensare, agire e governare le relazioni, maggiormente in linea con i propri desideri autentici, i personali bisogni troppo a lungo frustrati, sempre all’interno di un necessario equilibrio con la realtà, materiale e interpersonale.
In ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, potrai trovare numerosi esempi di queste ‘decisioni precoci’ al servizio dell’adattamento e della possibilità di ‘darsi il permesso di nuove decisioni’ al servizio della cura e della crescita personale.

Dall’analisi razionale all’esplorazione emotiva

Il nostro comportamento, le nostre esperienze emotive e i rapporti con gli altri sono spesso guidati da pensieri automatici, distorti e irrealistici. Pensieri che generano sofferenza, difficoltà con gli altri e ostacoli al raggiungimento dei nostri obiettivi.
È importante riconoscere questi pensieri quando governano le nostre reazioni in modo da disinnescarli o neutralizzarli. Ma, per un efficace cambiamento di comportamento, per la sostituzione con altri pensieri più utili e per la riduzione della sofferenza da essi generata, non basta identificarli e comprendere la loro disfunzionalità. Spesso, infatti, nonostante li staniamo nella loro irrazionalità, non riusciamo a non farci influenzare dal “significato” che diamo a questi pensieri. Ecco un esempio. “Se…” un amico stasera ha detto no ad una mia richiesta di uscire, “allora vuol dire…” che non è mio amico oppure che io non merito la sua amicizia o che non sono una persona interessante o che è stufo di me o che mi odia o che gli sto antipatico. Dunque, in questa circostanza, un singolo aspetto della nostra esperienza (il no ricevuto) viene “generalizzato” a colorare l’intera esperienza, la relazione e l’idea di sé.
Altro esempio. Ingigantiamo piccole frustrazioni e minimizziamo importanti riconoscimenti positivi. Tendiamo ad estremizzare in modo a noi sfavorevole alcune critiche ricevute come fossero segno della nostra totale incapacità, rimproveriamo piccoli errori degli altri come se fossero segni della loro malevolenza nei nostri confronti. Magari poi gesti di affetto ricevuti non vengono nemmeno colti tantomeno valorizzati oppure esperienze positive per cui essere grati, orgogliosi e riconoscenti vengono considerate irrilevanti. In sintesi, siamo spesso facili a condannare ferocemente aspetti negativi degli altri o di noi stessi così come siamo propensi a non riconoscere e non apprezzare le cose buone che viviamo, riceviamo e sappiamo donare agli altri.
Terzo esempio. Con un senso di assoluta certezza, riferiamo  a noi stessi il comportamento di un’altra persona, ad esempio un’espressione corrucciata che vediamo sul volto, interpretandolo e vivendolo come negativo, giudicante, malevolo, intenzionalmente ostile nei nostri confronti quando obiettivamente non ci sono motivi per considerare reale questo nostro stato d’animo.
Altre volte, i pensieri automatici inconsapevoli disturbanti prendono la forma, di ‘doveri assoluti’. Ci sentiamo braccati dai nostri pensieri da cui ci sentiamo ‘obbligati’ ad attuare necessariamente un certo comportamento: “devo assolutamente e necessariamente… Essere il primo… Non commettere errori… Raggiungere quell’obiettivo… Farcela entro stasera…”. Questi e altri pensieri simili girano nella nostra testa come ‘parole attraverso cui imponiamo a noi stessi standard severi, eccessivi anche estremi di comportamento’, parole e pensieri che solo raramente ci sono di aiuto e quasi sempre sono invece fonte di stress oltre che di stati emotivi di autocritica spietata,  fallimento e scarsa autostima.
Ulteriore esempio. Rimuginarci e ruminare. Se gli esempi precedenti fanno riferimento a ‘contenuti distorti del pensiero’, esistono anche ‘processi disfunzionali di pensiero’ ovvero modi attraverso cui usiamo il nostro pensiero in modo non utile e anche dannoso. Ruminiamo in modo sterile su eventi accaduti (ieri o tanti anni fa), su errori commessi (da noi o da altre persone), ma senza che questo sforzo di pensiero sia veramente efficace a cambiare le cose, ad apprendere dagli errori, a modificare la situazione. In altri casi, invece, rimuginiamo sul futuro (domani o chissà quando) cercando risposte certe a situazioni incerte di cui non riusciremo mai ad avere ‘totale controllo e totale prevedibilità’, finendo per sfinirci in tentativi di rispondere a domande che al presente ‘non hanno risposta totalmente certa’.
In questi vari casi, ai fini della riduzione della sofferenza, non è sufficiente riconoscere che il pensiero che seguiamo è irrazionale e che quindi basterebbe sostituirlo con un pensiero più realistico ed utile a guidare la nostra interpretazione delle cose e il nostro agire.
È fondamentale integrare l’analisi razionale con la ricerca della comprensione dei ‘motivi’ per cui la persona, nonostante riconosca la distorsione del suo pensiero e i suoi effetti negativi, non riesce a staccarsi da quel modo di pensare.
Spesso l’esplorazione dei motivi da comprendere ci porta a riconoscere il ‘bambino ferito’ dentro di noi. Il ‘bambino ferito’ o la ‘ferita interiore’ sono metafore psicologiche per descrivere le nostre esperienze dolorose del passato che ancora oggi ci influenzano nel modo di pensare, sentire e agire. La ‘ferita’, ‘da dentro’, governa pensieri, emozioni ed azioni dell’adulto che siamo, in teoria razionale, consapevole e capace di scelte utili e realistiche.
Quei pensieri distorti hanno avuto origine nei primissimi anni di vita della persona che ha cominciato a funzionare in base a quei pensieri e nel tempo si è abituata ad interpretare la realtà e a dare senso alle esperienze in quel modo problematico. Oggi quella ‘ferita’ produce sofferenza emotiva, sintomi psicologici e fisici, problemi interpersonali. Il ‘bambino ferito’ chiede di essere, finalmente, forse per la prima volta, riconosciuto e validato nei suoi bisogni e nella sua unicità.
La cura dei pensieri richiede, dunque, anche la cura delle ‘emozioni ferite’. Il ‘bambino ferito’ chiede di essere preso per mano ed essere accompagnato in modo rispettoso e amorevole nella sua crescita come individuo.
Fuor di metafora, ogni percorso di cura, guarigione, cambiamento e crescita passa attraverso una ‘cura delle emozioni’: imparare a riconoscerle, validarle come legittime, dotarle di senso e regolarle nella loro espressione nei rapporti interpersonali e nelle scelte di vita.
In conclusione, ti suggerisco la lettura di ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line. Potrai trovarci tanti esempi e tanti esercizi di auto-esplorazione al servizio di azioni concrete per modificare i pensieri distorti, ridurre le modalità di pensiero disfunzionale e curare le ‘emozioni ferite’.

Per una vita degna di essere vissuta

Oggi, per la tua vita meravigliosa, ti presento un pensiero di Marsha Linehan, inventrice della terapia dialettico comportamentale, usata in special modo per i disturbi gravi di personalità, ma anche utile per tutti noi perché basata su un’idea-guida fondamentale per la crescita personale, oltre che per la psicoterapia.
“È meglio accettare ciò che la vita ci offre piuttosto che vivere sotto la tirannia di dover raggiungere ciò che ancora non abbiamo. Questo non vuole affatto dire che dobbiamo essere completamente passivi. Significa che dobbiamo sforzarci di conseguire obiettivi importanti, ma dobbiamo accettare radicalmente il fatto che potremmo non raggiungerli, lasciar perdere l’obbligatorietà del risultato e accettare le cose come sono” (“Una vita degna di essere vissuta” è il suo ultimo libro autobiografico in cui racconta la sua storia di autolesionismo e tentativi di suicidio da cui è partita per inventare il suo modello terapeutico).
Come puoi farti ispirare da queste parole?
Ci sono bisogni, desideri e obiettivi per i quali impegnarsi con tutte le proprie risorse nel tentare di raggiungerli.
Ci sono situazioni in cui è importante darsi il permesso di essere liberi dal dover necessariamente ottenere ciò che desideriamo.
Tra cambiamento e accettazione puoi trovare ciò che rende la tua vita degna di essere vissuta.
E se proprio vuoi un’ulteriore ispirazione, leggi (e applica) ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line.

Anche se non lo sai

Quando sei piccolo, anche se non lo sai, stai tracciando i SENTIERI dove camminerai da adulto.
Quando sei piccolo, anche se non lo sai, stai prendendo DECISIONI che condizioneranno in maniera importante il resto della tua vita.
Quando sei piccolo, anche se non lo sai, stai maturando quella SENSIBILITÀ emotiva che ti caratterizzerà per tutta la vita.
Quando sei piccolo, anche se non lo sai, stai sviluppando CREDENZE e CONVINZIONI che guideranno le tue scelte per lungo tempo.
Quando sei piccolo, anche se non lo sai, impari a credere che tutte le persone VEDONO IL MONDO COME LO VEDI TU.
Tutto questo è molto naturale perché riguarda il modo in cui una persona cresce sulle fondamenta delle proprie disposizioni interne (biologiche e psicologiche) e delle condizioni materiali, affettive e interpersonali che si è ritrovato ad incontrare.
Tutto questo può essere molto bello quando la persona in divenire sviluppa il suo modo di stare al mondo attraverso un repertorio di abilità e strumenti personali che le consentono di fare scelte vitali, in direzione del benessere e della felicità.
Tutto questo può essere molto doloroso quando la persona, il bambino in crescita fino all’adulto, incontra ostacoli, frustrazioni, stress e condizioni varie che impediscono o alterano in modo sostanziale le possibilità vitali di sviluppo sano e conducono ad esiti traumatici sottoforma di disturbi psicologici, interpersonali e della personalità.
Ecco che diventa fondamentale il lavoro sulla memoria, sulla ferita, sul trauma, sugli abusi emotivi (prima che fisici) che hanno danneggiato le potenzialità vitali e le possibilità di uno sviluppo armonico della persona.
La psicoterapia può essere lo strumento per riprendere il filo tra sofferenza qui e ora e dolore lì e allora… Per riprendere un cammino troppo presto interrotto … Verso lo sviluppo del proprio potenziale vitale.