L’autosorveglianza dei confini

Un elemento che accomuna molte persone e che genera sofferenza psicologica è la difficoltà nella REGOLAZIONE DEI CONFINI. Questa difficoltà ha origine nella storia della persona che non è stata “formata” a definire, riconoscere e proteggere “sani confini” fisici, emotivi, interiori e interpersonali. A volte, si tratta di persone che nella loro vita hanno subito veri e propri abusi fisici, sessuali, violenza e manipolazione dalle persone che avrebbero dovuto accudire, proteggere ed educare al rispetto e al valore di sani confini fisici ed emotivi. Anche in situazioni non estreme, è nella nostra casa dell’infanzia che abbiamo imparato a governare i confini.

Hai un PROBLEMA COI CONFINI, anche se non hai subito abusi fisici ed emotivi, se:

  • Non riesci a riconoscere i tuoi stati d’animo, le tue emozioni, le tue sensazioni fisiche né i tuoi bisogni e desideri
  • Tendi a confondere ciò che vuoi con ciò che vogliono gli altri
  • Ti senti continuamente sfruttato dagli altri
  • Ti senti usato e manipolato fino al punto di ritrovarti ad agire cercando di soddisfare i bisogni degli altri e trascurando i tuoi
  • Ti senti non rispettato e ti fai mettere i piedi sopra
  • Tendi a prevaricare gli altri
  • Temi costantemente di essere di disturbo agli altri per quello che fai, che pensi e che dici
  • Tendi ad imporre le tue opinioni e volontà in modo aggressivo
  • Non sopporti che gli altri abbiano un pensiero diverso dal tuo
  • Sei riservato e chiuso con tutti o trasparente per tutti e in ogni occasione
  • Non riesci a distinguere una critica al tuo comportamento dalla critica a te come persona
  • Sei “appiccicoso” o “irraggiungibile”
  • Con le tue parole affermi una cosa, ad esempio, dici “no” ad una richiesta che ti viene fatta, ma con il tuo corpo, la tua postura e il tuo atteggiamento non verbale comunichi il contrario, ad esempio, acconsenti alla richiesta dell’altro
  • Tendi a non fidarti di nessuno o, al contrario, sei troppo credulone, ingenuo e ti affidi agli altri senza discernimento, finendo spesso per restare deluso o fregato
  • Tendi ad essere indiscreto ed investigativo con gli altri
  • Tendi ad aprire la tua intimità emotiva e il tuo mondo interno in maniera indiscriminata, ad esempio, mettendoti a nudo nelle piazze reali o virtuali
  • Ti senti continuamente invaso dalle richieste e dalle pressioni altrui
  • Tendi a creare relazioni “invischiate” dove non riesci a riconoscere dove finisce la tua ed inizia la personalità dell’altro
  • Non sopporti che gli altri abbiano una visione “soggettiva” diversa dalla tua visione “oggettiva” delle cose
  • Non riesci a dire “no” oppure lo dici in modo indiretto, scomposto, passivo, sbottando in modo aggressivo o ritirandoti dalla relazione ed evitando contatti interpersonali
  • Tendi ad agire non considerando la prospettiva altrui (i bisogni, i pensieri e le emozioni dell’altra persona)
  • Tendi a sentirti vittima dell’altro a cui attribuisci il potere di farti sentire come ti senti, ad esempio, triste, arrabbiato, in colpa, ecc.
  • Nella conversazione tendi a stare troppo vicino alla persona o troppo distante oppure usi una voce bassa o urli in faccia o anche tendi ad usare parole pesanti o lasci che l’altro ti offenda, ti insulti o ti assedi con critiche e minacce
  • Tendi a restare in silenzio di fronte a qualcuno che invade il tuo spazio
  • Tendi a farti rubare il tuo tempo seguendo sollecitazioni, richieste e pressioni esterne e trascurando ciò che per te è importante
  • Nel contatto fisico corporeo, anche molto intimo, tendi a imporre i tuoi desideri e bisogni o, al contrario, ti fai sovrastare dalle esigenze e preferenze dell’altro. Ad esempio, tendi a toccare l’altro o ti lasci toccare anche se senti disagio.

Tenendo conto comunque della differenza tra chi deve imparare a far rispettare i propri confini e chi deve imparare a rispettare quelli degli altri, il lavoro su di sé che la persona può fare per imparare a governare i confini a livello fisico, emotivo e interpersonale prevede tre grandi linee di lavoro:
1. Esplorare pensieri ed emozioni che generano le ATTUALI DIFFICOLTÀ coi confini, ad esempio, la paura o la vergogna di dire “no” per timore di essere abbandonati o di fare una figuraccia; l’idea di doversi proteggere attaccando.
2. Esplorare le ORIGINI DI QUESTE DIFFICOLTÀ e di questo modo di stare al mondo ricercandone il senso nella storia delle proprie relazioni primarie e nelle esperienze dei primi anni di vita. Ad esempio, aver avuto genitori egocentrati e incapaci di riconoscere o rispettare i bisogni e gli stati mentali del bambino.
3. APPRENDERE ABILITÀ PRATICHE, FISICHE e VERBALI, per gestire concretamente i confini nelle varie situazioni del quotidiano, imparando a legittimare i propri pensieri, bisogni e desideri, a proteggersi dagli invasori, a modulare l’espressione delle proprie emozioni e dei propri pensieri. Ad esempio, imparare a modulare la propria voce per far sentire un chiaro e netto “no” o per affermare il proprio punto di vista senza aggredire.

In terapia, il lavoro sui confini è sempre presente, dichiarato o anche solo implicito, perché il confine è ciò che differenzia le parti sane dalle parti sofferenti. Imparare a regolare i confini, interni e interpersonali, è uno degli strumenti o abilità più potenti per guarire il proprio dolore e favorire il proprio benessere.

VORREI, MA NON VOGLIO … 4 motivi per cui è difficile cambiare

Ecco quattro grandi motivi per cui è difficile cambiare, motivi più o meno consapevoli, motivi che puoi iniziare a comprendere per attivarti efficacemente in direzione di ciò che desideri…

SAI COSA NON VUOI, MA NON SAI COSA VUOI. Vuoi allontanarti da una condizione negativa, ma non sai precisamente verso dove vuoi andare. Ti manca la direzione e gli obiettivi. Probabilmente devi esplorare meglio i tuoi valori, cosa veramente è importante per te, cosa può fare la differenza nella tua vita, cosa deve essere presente nella tua vita per sentirti felice e realizzato.

SAI COSA VUOI, MA NON TI VA DI PAGARE IL PREZZO “FATICOSO” DEL CAMBIAMENTO. Sei guidato dalla pigrizia mentale e comportamentale. Ti va, ma non ti va. Non ti va di sforzarti quanto devi… Probabilmente devi lavorare sulla tua volontà, sull’autodisciplina, sulla tua curiosità rispetto ad imparare nuove cose, forse anche sull’organizzazione che ti serve per tradurre il desiderio in obiettivi e questi in azioni concrete che tu devi compiere.

Vorresti botte piena, moglie ubriaca e uva sul vigneto ovvero VORRESTI QUALCOSA DI NUOVO SENZA PERDERE IL VECCHIO. Forse, a volte, è possibile, ma nella maggior parte dei casi cambiamento vuol dire “raggiungere” e anche “lasciare andare” … Probabilmente devi imparare ad apprezzare quello che hai e puoi ottenere, anche se non è tutto né tutto perfetto…

VORRESTI CAMBIARE, MA TEMI DI ANDARE INCONTRO ALLE CONSEGUENZE “DOLOROSE” DEL CAMBIAMENTO. Sei in contatto con le tue paure più profonde che ti hanno portato ad essere la persona che sei come adattamento alle circostanze di vita e alle persone che hai incontrato. Più o meno consciamente, temi che se cambiassi perderesti il tuo equilibrio faticosamente raggiunto in una vita, perderesti il controllo di te, della situazione, delle relazioni imperfette in cui vivi, ma comunque per te note e prevedibili. Probabilmente devi andare a scavare profondamente nelle decisioni precoci del bambino che sei stato, decisioni che ti hanno permesso di sopravvivere emotivamente nell’ambiente in cui sei cresciuto. Ora probabilmente quell’ambiente di vita non c’è più, ma dentro te ancora vive la paura… La paura di non essere amato e approvato. Quindi la paura di morire “affettivamente”, di non esistere e non andare bene per quello che sei.

Su ciascuno di questi motivi puoi imparare a motivarti per comprendere le tue resistenze a trasformare il tuo desiderio in realtà concreta, per realizzare veramente la vita che vuoi…

Unfinished business

“Unfinished business”! Così si esprimeva Fritz Perls, inventore geniale della psicoterapia della Gestalt, a proposito di questioni interiori che restano “irrisolte” dal passato; recente, remoto, adolescenziale, infantile e che ancora oggi esercitano il loro influsso sul comportamento, sulle esperienze e sulle relazioni della persona adulta. In particolare, bisogni frustrati e “divieti interiorizzati” ad esprimere parti di sé: non devi agire in un certo modo, non devi provare certe emozioni e sensazioni, non devi fare certi pensieri, non devi essere quello che sei. O al contrario “devi essere” sempre e comunque forte, impassibile, generoso o qualunque altro aspetto che la persona deve incarnare per ottenere l’approvazione e sentirsi amata. Ad esempio, genitori trascuranti che hanno lasciato nel figlio un vuoto d’amore, di cura, di presenza confortevole e rassicurante. Oppure esperienze nel gruppo di coetanei in adolescenza che hanno lasciato una ferita di vergogna e derisione. O ancora una persona che, fin da piccolo, per ottenere riconoscimento e amore da un genitore, ha imparato a tradire se stessa e a compiacere il genitore, ricacciando nell’inconscio e nel “proibito” una parte fragile di sé o una parte dura o qualunque altra parte che non incontrava l’approvazione del genitore.

La questione irrisolta si ripresenta più volte nella vita, chiedendo una soluzione. La persona è sensibile e portata a rivivere certe situazioni attuali come fossero la riproposizione di antiche esperienze e relazioni frustranti e dolorose. Anche se, nella maggior parte dei casi, questa ripetizione è inconsapevole per la persona che sente vagamente o intuisce profondamente qualcosa di “familiare” che sta rivivendo, ma non sa identificarlo con precisione. A volte, in modo solo apparentemente paradossale, la persona tende a rivivere situazioni opposte a quelle originarie. In maniera inconsapevole, si ritrova in un’inversione di ruoli: laddove in passato è stata vittima di soprusi altrui, ora diventa carnefice e aggressiva nelle relazioni attuali; se ha dovuto adattarsi alle pressioni degli altri, oggi sviluppa continue pretese nelle relazioni; se ha dovuto inibire i suoi bisogni di cura e tenerezza, oggi tende continuamente ad essere sprezzante verso chi si mostra sensibile e affettuoso.

Oggi, dunque, la ripetizione prende la forma di:

  • emozioni negative intense, difficili da tollerare;
  • distacco e anestesia emozionale;
  • sensazioni somatiche dolorose simili alle originarie;
  • pensieri negativi su di sé, più o meno chiari e consapevoli, del tipo: sono sbagliato, incapace, difettoso, colpevole, vulnerabile, impotente, non sono mai al sicuro, sono senza controllo, solo, ecc.;
  • pensieri negativi sugli altri: non mi posso fidare di nessuno, gli altri sono egoisti, gli altri sono imprevedibili, ti tradiscono, ti abbandonano, ecc.;
  • pensieri negativi sul mondo: la vita fa schifo, prima o poi arriva la fregatura, il dolore è l’unico compagno di viaggio, ecc.;
  • previsioni su come andranno le relazioni: prima o poi gli altri mi scaricheranno, si stuferanno di me, diventeranno troppo esigenti, resterò solo, ecc..

Quello che la persona riferisce quando arriva a chiedere aiuto, di solito, è la sua sofferenza emotiva e sintomatica (ansia, attacchi di panico, depressione, disturbi alimentari, dipendenze, ossessioni, crisi nelle relazioni interpersonali, malessere esistenziale non meglio definito, ecc.). Da questa è fondamentale risalire al nucleo irrisolto, alle frustrazioni antiche che tendono a ripetersi, agli scenari emotivi e relazionali a cui la persona è particolarmente sensibile. Quindi inizia il percorso per “chiudere” le questioni ancora “aperte”.

Il selfie della sofferenza… E quello della serenità

Se hai un problema di stress, ansia, depressione, dipendenza, conflitti interpersonali o qualunque altro motivo di sofferenza… Fatti un selfie!!! Fai una fotografia del tuo disagio, per comprenderlo a fondo e affrontarlo al meglio. In particolare, nota alcune aree critiche o sensibili dove può manifestarsi la tua sofferenza.
EMOZIONI. Non riesci a riconoscerle, a dar loro un nome e un significato quando appaiono, non riesci ad esprimerle in modo adeguato. Non riesci a regolarle in modo appropriato. O le esprimi in modo violento, impetuoso, burrascoso, senza limiti e contenimento. Oppure tendi a soffocarle e reprimerle fino a scoppiare. Fino a trasformarle in disturbi somatici.
PENSIERI. Hai convinzioni rigide e limitanti, ti fai guidare da credenze negative e fonte di dolore, ti fai pensieri distorti e irrealistici che ti impediscono di affrontare la vita quotidiana e le relazioni in modo sereno ed efficace.
IMPULSI. Non riesci a gestire la frustrazione, la delusione e l’impotenza che la vita ti propone ogni giorno. O reagisci impulsivamente senza riflettere e spesso crei danni, a te stesso e agli altri. O rifletti troppo fino a restare bloccato senza agire e reagire restando affogato, ad esempio, dallo stress e dalle esigenze degli altri.
ABITUDINI DANNOSE. Tendi a ripetere azioni e schemi in modo più o meno invadente e invalidante. E non riesci a fermare questi automatismi disfunzionali.
RELAZIONI INTERPERSONALI. Le tue relazioni, a casa o al lavoro, con gli amici o in altri contesti, sono fonte di stress che non riesci a ridurre, tensione e incomprensione che non riesci ad affrontare, emozioni negative che non riesci a ridurre. Oppure sei o ti senti profondamente solo.
AUTOSTIMA. La stima di te è sotto i piedi, ti senti impotente e rassegnato, sentendoti anche colpevole o vittima disperata.
SENSO DI IDENTITÀ e SENSO MORALE. Hai smarrito o forse mai avuto un senso profondo e consapevole di chi sei e di cosa è veramente importante per te. Non riesci a trovare nessuna guida o riferimenti interni o esterni che ti orientino con regole di condotta per te significative e vitali.
RISULTATI SCOLASTICI o LAVORATIVI. Sei continuamente e completamente insoddisfatto di quello che fai e che ottieni.

Questi diversi aspetti della tua fotografia puoi affrontarli in molteplici modi, dipende da quanto sono problemi gravi, intensi, ampi, estesi e invalidanti la qualità della tua vita.
Puoi semplicemente diventarne consapevole, sempre più consapevole e questo già ti basta a ridurre la tua sofferenza e a farti agire in modo più sano ed efficace rispetto ai tuoi bisogni e obiettivi.
Puoi renderti conto che hai bisogno di apprendere qualche abilità o strumento che ti aiuti ad affrontare meglio stress e frustrazione. E cercare i percorsi di apprendimento adatti a te.
Puoi comprendere che i problemi attuali hanno probabilmente radici molto antiche e allora è utile un lavoro più profondo per conoscere meglio te stesso e il modo in cui affronti i problemi della vita. Potrebbe servire una visita psicologica o magari un’altra strada attraverso cui cercare l’aiuto che ti farà fare un salto dalla sofferenza alla serenità.

Dopo aver compreso meglio te stesso, la tua condizione, ciò di cui hai bisogno e aver scelto una tua strada… Rifatti il selfie e verifica se c’è un cambiamento…

Genitori e genitori di se stessi

Ecco perché essere genitore è il mestiere più difficile del mondo. Oltre che per molti il più appagante probabilmente.
Sei soggetto a richieste di onnipotente perfezione per cui il tuo percorso è pieno zeppo di insidie, bucce di banane o campi minati dove… Prima o poi tutti dobbiamo capire che l’onnipotenza e la perfezione non sono di questo mondo.
Devi perché vuoi e vuoi perché devi aiutare un figlio a crescere e quindi devi avere e devi responsabilmente seguire un’idea, sufficientemente consapevole, di cosa sia per te la crescita e lo sviluppo di un figlio.
Quindi ti confronti col figlio che sei stato e con le figure genitoriali che ti hanno cresciuto e questo ti fornisce un’idea di cosa devi fare e cosa non dovresti fare con tuo figlio. Un’idea non sempre facile da seguire, nonostante ogni buona consapevolezza e intenzione.
Inoltre, gli psicologi dicono che “non dobbiamo caricare i figli delle nostre aspettative di come vorremmo diventassero i nostri figli”. Ma questa è una missione impossibile e lo sanno anche gli psicologi. Valori e aspettative guidano il processo educativo e formativo. Sappiamo che ciascun genitore cerca di fare il meglio che può per tirare su un figlio in base ai valori in cui crede e alle risorse a sua disposizione, risorse mentali, affettive, sociali. Come potrebbe essere diversamente? Allora diventa una questione di giusta misura ovvero è fondamentale dare una direzione al figlio, ma senza pressarlo con rigidi, minacciosi e punitivi “devi essere”. Come si fa? Ciascuno trova la risposta dentro di sé e nella propria storia di vita, sperando sia quella giusta. Giusta in base all’idea di come un genitore vuole cresca quel figlio e giusta se basata su altri elementi fondamentali:
1. Saper riconoscere il figlio nella propria specificità di essere con potenzialità e limiti (caratteristiche genetiche, temperamento, talenti, risorse, tendenze innate, ecc.).
2. Saperlo guardare, giorno per giorno, in base alla sua evoluzione naturale e ai bisogni che porta.
3. Aiutarlo a confrontarsi con la realtà, quindi con la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni, ovviamente in base all’età.
4. Aiutarlo a diventare un individuo autonomo ovvero un essere consapevole della propria individualità unica e capace di badare a se stesso.
5. Aiutarlo a vivere nel mondo integrando i bisogni individuali e la convivenza con gli altri.
In tutto questo, che certamente non è ancora tutto, il genitore resta, comunque, il ricettacolo preferito delle accuse per le sofferenze dei figli. È sempre colpa dei genitori se…
Quando le persone “adulte” che vengono a cercare aiuto per la personale sofferenza iniziano a lamentarsi per i genitori che hanno avuto, io li invito a due riflessioni fondamentali, portatrici di conseguenti condotte per prendersi cura di sé e per aiutare a farsi aiutare.
1. Fermo restando situazioni palesemente abusanti, traumatizzanti, patologicamente trascuranti, di genitori che sono stati chiaramente incapaci di svolgere il loro ruolo adulto di cura e crescita sana del bambino, i genitori, generalmente, hanno cercato di fare il meglio che riuscivano a fare e certamente hanno fatto i loro errori, più o meno grandi, errori che hanno causato distorsioni al bambino in crescita. Quindi, ora, quel bambino, divenuto adulto, legittimamente, ha bisogno di esprimere il suo dolore, la sua rabbia, la sua solitudine e ogni altro stato emotivo doloroso. Certamente lo studio del terapeuta è uno dei posti giusti per farlo.
2. Dopo tanta sana e utile, quanto dolorosa, espressione di ogni stato mentale connesso alla propria infanzia infelice, è importante che l’adulto raccolga le sue risorse, le sue forze, le sue capacità, per farsi finalmente carico della propria sofferenza ed inizi anche a farsi carico, in modo consapevole e responsabile, della propria felicità, del proprio futuro, oltre che dell’immediato presente. Secondo un’idea guida per cui seppure non siamo colpevoli di ciò che ci è successo, siamo responsabili di ciò che da adulti faremo succedere.

Giudicare vs responsabilizzare

Un po’ tutti siamo cresciuti a latte e giudizio… Siamo dunque, chi più chi meno, abituati ad apporre etichette sopra i comportamenti altrui e nostri. Siamo giudici degli altri e siamo spesso anche i peggiori giudici di noi stessi. Questo o quel comportamento è riprovevole, malvagio, meschino, cretino, deficiente, saccente, egoista, casinista, immorale, banale, cattivo, passivo, infantile, manipolativo. Chi più ne ha più ne dica… Le vie del giudizio come del senso di colpa e di vergogna sono infinite… Solo che spesso conducono ad esiti sterili dal punto di vista dei problemi da affrontare e dannosi sull’autostima di chi crede in quel giudizio e se ne lascia condizionare fino a provare le più svariate emozioni negative di tristezza, ansia, senso di colpa, vergogna, senso di inadeguatezza, rabbia, dolore, rifiuto, ecc.
Quando credi di aver sbagliato, invece che soffermarti eccessivamente sul giudizio di quel comportamento “sbagliato”… Inizia semplicemente quanto immediatamente ad agire per comprendere e correggere l’errore… Indugiare nel giudicare è solo spreco di energia…
Quando vedi comportamenti sbagliati degli altri (parenti, amici, collaboratori, estranei, ecc.), invece di mettere il dito nella piaga, scegli come agire in modo più utile: aiutare la persona a modificare l’errore, fregartene, accettare ciò che non dipende da te, compreso il fatto che gli altri non stanno al mondo per soddisfare le tue aspettative e per essere come tu le vuoi. Indugiare nel giudicare è solo spreco di energia…
Se, invece, hai proprio bisogno di indugiare nel giudizio, rivolto a te o ad altri, semplicemente ti suggerisco di prendere in considerazione l’idea di farti aiutare… a comprendere questo tuo bisogno…

Venire a patti col giudice interiore

Molta parte della nostra sofferenza emotiva ha a che fare col giudizio, con la paura di essere giudicati, col sentirsi costantemente giudicati, col non sentirsi “mai a posto”. Hai la sensazione di rincorrere sempre qualcuno o qualcosa, cercando di… Ma non riuscendo mai a… Cercando di dimostrare di essere adeguato, capace, all’altezza… Ma sentendoti sempre “non abbastanza”.
Tutto questo, se una volta è stato uno scenario esterno, ripetuto in più episodi e scambi con persone importanti della propria crescita, ben presto è diventato un teatro interiore, sempre in scena, in ogni momento, in ogni movimento, in ogni gesto, in ogni pensiero. Per poi ridiventare esterno, proiezione del proprio autogiudizio severo sullo sguardo degli altri, percepiti continuamente minacciosi, pericolosi perché percepiti potenti in quanto in grado di affossare il proprio senso di autostima e veicolare la sensazione e l’idea di essere una persona “sbagliata”.
Nel tempo il giudice si è incarnato. È diventato corpo, sensazioni somatiche di tensione, dolore, pesantezza, malessere somatico generalizzato. E ha anche preso la forma di fantasie e pensieri persecutori, ad esempio sentirsi costantemente sotto tiro degli altri che “pensano di me” che sono “sbagliato”, “cattivo”, “strano”, “diverso”, ecc..

Il corpo malato esprime la psiche addolorata ed insieme urlano rabbia e dolore, paura e desiderio di riscatto.
Ognuno porta appresso questo fardello come meglio riesce, ognuno di noi cerca di conviverci se non riesce a liberarsene completamente. E fare un lavoro su se stessi di emancipazione e liberazione dalla paura del giudizio è un’impresa che dura tutta la vita…
La psicoterapia è uno strumento, tra gli altri, che consente di conoscere ed esplorare questa paura per imparare a venirci a patti…