Vero… Ma non del tutto

È vero che esiste il dolore. Vero è anche che ci puoi fare qualcosa per ridurlo, eliminarlo, non farti annientare.

È vero che a volte siamo impotenti di fronte a cose, persone e situazioni più forti, più grandi e più potenti di noi. Vero è anche che possiamo. Possiamo cercare spazi di azione. O anche possiamo imparare a dare senso a ciò che sta accadendo in modo da costruire un significato di quei fatti che, seppure non elimina completamente il dolore, ce lo rende più sostenibile. Il fango difficilmente diventa cioccolata, ma ci puoi fare sempre qualcosa.

È vero che la vita è piena di stress che in buona parte non dipende da te. Vero è anche che tu puoi sempre concentrarti su cosa fare per ridurre la parte che ti riguarda.

È vero che le persone, la “gente”, gli altri spesso sono proprio … (completa come credi…). Vero è anche che la gente non sta al mondo per essere come vuoi tu e nemmeno tu stai al mondo per piacere agli altri. Quindi puoi sempre scegliere cosa farne del tuo rapporto con gli altri, come cercare di ottenere dagli altri il meglio che puoi, contemporaneamente accettando anche ciò che non è proprio come vorresti.

Tra il “vero” e il “non del tutto” c’è uno spazio enorme di possibilità. Di possibili diverse verità in cui credere, diverse realtà da vivere, da inventare. C’è la possibilità per ciascuno di noi per fronteggiare la sofferenza e creare il benessere. C’è l’idea che ciascuno di noi può impegnarsi a creare una vita di qualità. Non perfetta, probabilmente peggiore di altri tipi di vita, comunque questa possibilità esiste e va nutrita.
Spesso le persone che arrivano a chiedere un aiuto terapeutico sono molto lontane da questo sentimento di speranza. E questo sentimento è il primo che va cercato dove la persona lo ha smarrito…

La scoperta dell’acqua calda

Quello che fai è guidato da quello in cui credi e da quello che vuoi. Sembra qualcosa tipo la scoperta dell’acqua calda. Banale… Quanto fondamentale nel momento in cui cerchi di capire effettivamente da quali CREDENZE (pensieri, convinzioni, interpretazioni, rappresentazioni della realtà, immagini, idee, aspettative, ecc.) e da quali SCOPI (bisogni, desideri, obiettivi, valori, ecc.) è guidato il tuo COMPORTAMENTO.
Inizia allora ad osservare con attenzione le tue azioni quotidiane nei diversi ambiti e ruoli e in diversi momenti della giornata; puoi focalizzare un particolare episodio e rispondere per iscritto alle seguenti semplici domande:
Cosa è successo? Cerca di descrivere i fatti “oggettivi” e impara a distinguerli dalle tue interpretazioni “soggettive” dei fatti.
Cosa hai provato? Cerca di individuare le tue emozioni dando loro un nome: triste… arrabbiato… preoccupato… spaventato… in colpa… pieno di vergogna… ecc.
Cosa hai fatto? Descrivi le tue azioni specifiche…
Cosa mi aspettavo?
Cosa avrei voluto?
Cosa era per me importante e primario sopra ogni altra cosa?
Se, dopo l’analisi della situazione attraverso le tue risposte, sei soddisfatto della comprensione raggiunta, puoi passare ad altro…
Se, invece, ti restano dubbi sul senso di ciò che è successo, allora ricomincia a farti le stesse domande, sempre cercando di focalizzare cosa effettivamente volevi e cosa hai ottenuto; quali idee ti hanno guidato e dove ti hanno portato. E prima o poi l’acqua calda arriverà…

Dare l’esempio

Le persone che arrivano a chiedere aiuto spesso esprimono i loro problemi in modo più o meno vago e generico. Sto male… Ho l’ansia… Mi sento depresso… La vita è uno schifo… La gente è cattiva ed egoista… Mi sento un incapace… Maria mi ha aggredito… Franco ce l’aveva proprio con me… Il capo non mi considera… Tra tutti gli amici sono il più sfortunato…
Queste prime espressioni mi offrono una prima impressione della sofferenza vissuta dalla persona, al tempo stesso rischiano di essere per la persona un modo attraverso cui chiudersi in una gabbia e buttare la chiave. Si attribuiscono un’etichetta negativa o la affibbiano agli altri o dipingono la realtà in modo negativo, rischiando solamente di restare impantanati in un lamento sterile o addirittura dannoso se troppo prolungato e se, soprattutto, privo di riferimenti più concreti a situazioni specifiche.
Ansia, stress, depressione, malessere, sono espressioni ormai tanto abusate quanto spesso poco utili ad esprimere efficacemente di cosa sia fatta la sofferenza della persona. Per questo motivo, dopo un primo attento ascolto, chiedo alla persona di portarmi uno o più esempi concreti e specifici di situazioni in cui prova sofferenza…
Cosa è successo… Quando… Dove… Con chi… Chi ha fatto cosa… Chi ha detto cosa… Cosa hai provato… Quali tuoi bisogni erano insoddisfatti… Cosa hai pensato… Cosa hai fatto… Che effetto hanno avuto le tue azioni sulla realtà… Come hanno reagito gli altri (se presenti)…
Domande semplici a cui è importante dare risposte attente, precise…
Già solamente cominciare a riflettere su queste domande e dare prime risposte è un processo che permette alla persona di fare tanta utile chiarezza sulla cornice del suo stato di sofferenza… Ad esempio, chiarire quanto appartiene al comportamento degli altri e quanto ad una propria interpretazione del comportamento degli altri. E quindi di individuare con maggiore precisione cosa vorrebbe e cosa può fare per trasformare il suo stato doloroso in uno stato di maggiore soddisfazione…
Utilizza ora quella griglia di domande e vedi come funziona per te…
Dal malessere verso il benessere… c’è un mondo.. esterno ed interiore…

Ti ricordi Babbo Natale!?

Ti ricordi Babbo Natale? Ti ricordi quanti doni ti ha portato? E quanto lo aspettavi? Babbo Natale è stato proprio importante, ti ha permesso di vivere in un mondo di magia e desiderio, insieme alla vecchietta sulla magica scopa volante, a volte carbone dolce, a volte no. Comunque entrambi hanno contribuito a presentarti la realtà e prepararti alla vita.

Ecco, di fronte ad ogni credenza, chiediti (e soprattutto rispondi): esiste o non esiste quello in cui credo? È vero o non è vero? Quali argomenti posso usare per “verificare la verità” di ciò che penso e di come sto interpretando ciò che sto vedendo e ciò che sta accadendo? Esempi.
La mia fidanzata probabilmente mi ha tradito col collega, non valgo nulla come partner… E mi sento angosciato.
Il mio amico è deluso da me, sono un meschino… E mi dispiace veramente tanto.
I miei collaboratori sono scansafatiche… E sono incazzato nero.
Non sono capace a giocare a tennis … E mi sento triste.
Domani pioverà… E sono preoccupato.

Quindi è importante che tu faccia un check anche dell’utilità delle tue credenze: a cosa mi serve pensare quello che sto pensando? In che cosa mi aiuta continuare a credere in ciò a cui credo? Esempi. A cosa mi serve pensare che non valgo nulla? A cosa mi serve darmi del meschino? Come mi può aiutare l’idea che i miei collaboratori siano scansafatiche? Che ci faccio col pensiero che non sono capace a giocare a tennis? Cosa potrei fare se domani piovesse?

Cosa è successo quando hai scoperto la “verità” su Babbo Natale?
Hai cominciato a credere che un’altra realtà fosse la realtà. Sarai stato un po’ confuso, forse triste, un po’ arrabbiato, chissà spaventato. Forse ti sarai sentito anche tradito. Chissà… E gradualmente hai cominciato a vivere nell’altra “vera realtà”.

Ecco in psicoterapia succede qualcosa del genere. Terapeuta e paziente sono alleati nel processo di messa in discussione delle credenze del paziente. Solo che la verità vera non è rivelata né tantomeno imposta da nessuno. Nessuno vuole far credere nulla a nessun altro. È la persona stessa che impara a fare ordine e chiarezza rispetto a ciò che pensa, a ciò in cui crede, a come solitamente interpreta la realtà, a quali possono essere modi utili per approcciare gli eventi e i problemi quotidiani che la vita ci presenta.

Ecco uno spunto valido per ciascuno di noi. Individua cosa ti preoccupa (o ti rende triste… O ti fa arrabbiare… O ti angoscia… O ti imbarazza… O ti fa provare senso di colpa… Insomma focalizza un’emozione… Se ti riesce meglio, anche un’emozione positiva come gioia, entusiasmo, eccitazione, ecc.)…
Individua cosa stai pensando per sentirti come ti senti…
Cogli il valore dei tuoi pensieri nel determinare le tue emozioni…
Individua “quanto sono veri” i tuoi pensieri… E “quanto ti sono utili” per farti raggiungere i tuoi obiettivi, soddisfare i tuoi bisogni, realizzare i tuoi desideri…
Alla luce della consapevolezza maturata attraverso questa auto-esplorazione decidi cosa vuoi fare dei tuoi pensieri… Delle tue emozioni… Dei tuoi bisogni…

Cause ed effetti della TUA sofferenza e della TUA cura

Per RISOLVERE i tuoi problemi emotivi, individuali ed interpersonali, devi elaborare le tue credenze patogene e sviluppare comportamenti più efficaci a soddisfare i tuoi bisogni, a raggiungere i tuoi obiettivi, a realizzare i tuoi desideri.

ELABORARE vuol dire: conoscere le convinzioni e i pensieri che guidano il tuo comportamento e sostengono la tua esperienza emotiva dolorosa; conoscere le tue emozioni e governare la loro espressione in modo per te utile e soddisfacente; comprendere il senso e il valore di quello che pensi e di quello che fai come modi specifici che hai trovato un tempo e hai consolidato nel tempo per portare avanti la tua vita; individuare nuove possibilità di pensiero e azione per ridurre la sofferenza e aumentare la gioia, affiancandole alle solite modalità che quindi potrebbero essere gradualmente abbandonate.

SVILUPPARE NUOVI COMPORTAMENTI vuol dire: ipotizzare e sperimentare nuovi comportamenti per soddisfare i propri bisogni e raggiungere i personali obiettivi; consolidare i comportamenti maggiormente efficaci; usare sempre meno vecchie abitudini dannose.

Solitamente la psicoterapia lavora su questi due fronti. Nella specificità di ogni singolo caso (problemi, sintomi, disagio emotivo, risorse, personalità, storia di vita), ogni persona è aiutata a conoscere il modo in cui pensa e il modo in cui agisce, considerandoli al contempo come “cause ed effetti” della sua “sofferenza” e quindi anche della sua “cura”.

Il circolo vizioso del panico. La psicoterapia integrata della paura della paura

Come funziona il panico?
Succede qualcosa che genera ansia e stress. In una certa misura ansia e stress sono normali. Le normali richieste della vita ci portano ad attivarci per rispondere. La persona che manifesta ansia e stress, normali o fisiologici, attiva tutte le sue risorse per fronteggiare, superare e ristabilire un equilibrio in cui le richieste si abbassano e la persona sente di riuscire a gestire ciò che la vita le chiede con le risorse a disposizione.
La preparazione di fronte allo stress attiva il sistema nervoso autonomo che prepara l’individuo a fronteggiare la situazione che a qualche livello è vissuta minacciosa, pericolosa, per il proprio equilibrio, con un intero organismo psicofisico attrezzato per combattere o fuggire o mimetizzarsi o simulare la morte.
L’ansia e lo stress diventano eccessivi quando per la persona, quelle richieste, intense e ripetute, superano la sua capacità di fronteggiarle e la persona va in riserva, in esaurimento. In modo più o meno consapevole, la persona vive questo surplus di richieste come qualcosa di molto minaccioso e pericoloso. Si deve attivare ancor di più. Il tutto per affrontare nel migliore dei modi il pericolo o un predatore. Come vivessimo nella giungla più selvaggia, anche se stiamo semplicemente in Europa nel 2020.
Che pericolo è questo? Dove sta la minaccia?
La minaccia è velata o nascosta, spesso indicata da ciò che ci crea stress, nascosta nelle pieghe del “dover essere” e del “sentirsi in difetto” rispetto a come dover essere. È minaccioso ciò che sentiamo e crediamo sia più grande di noi, qualcosa rispetto al quale ci sentiamo fragili, indifesi, impotenti, incapaci, non all’altezza. Fatto sta che la reazione è di paura con tutto il corteo di sintomi neurovegetativi (battito cardiaco accelerato, oppressione toracica, respiro affannoso o sensazioni di soffocamento, sudorazione eccessiva, eccesso di caldo o di freddo, tremori in varie parti del corpo, sensazioni dolorose o fastidiose diffuse un po’ dappertutto, sintomi gastrointestinali, debolezza, tensione muscolare, vertigini, senso di svenimento, testa confusa, sensazione di non riuscire a parlare in modo adeguato e a pensare in modo chiaro, formicolii, bocca secca, sensazioni di irrealtà, sensazioni di essere fuori dal proprio corpo, paura di perdere il controllo o di agire in modo bizzarro o di fare una figuraccia o di impazzire, addirittura di morire, sensazioni di non farcela a sopportare quello che sta accadendo).
Da qui comincia il circolo vizioso. Paradossale. Le sensazioni somatiche dell’attivazione della persona per affrontare i pericoli vissuti diventano a loro volta fonte di paura. La paura della paura. La persona si è spaventata e tende da ora in poi ad interpretare, automaticamente, ogni sua manifestazione somatica e psicologica come segno che sta per tornare quella paura. Vive un’ansia anticipatoria (immagini di pericoli) rispetto a stimoli esterni e sensazioni interne che in precedenza erano innocui. Con pensieri quali “sto per morire di infarto o soffocato, sto impazzendo, perderò il controllo, farò una figuraccia” (pensieri che esprimono le paure che sono i sintomi dell’attacco di panico). Quindi si spaventa ed effettivamente le manifestazioni del suo spavento le confermano che la paura è tornata. E così via… Fino al panico!!!
Fino a quando, la persona, per gestire la sua paura, comincia ad attivare delle strategie che, purtroppo, invece di scacciarla, la alimentano.
Fattori di mantenimento che sembrano paradossali, ma che funzionano da sostegno ad un’idea di sé fragile, debole, incapace di affrontare le situazioni e i problemi e ad un’idea del mondo come pericoloso e in grado di schiacciare la persona.

Cosa mantiene, cosa alimenta la paura della paura?

Tanti EVITAMENTI, manifesti e nascosti. Per una errata interpretazione, la persona comincia ad associare nella sua mente certe situazioni con la possibilità di avere il panico in quelle situazioni che quindi comincia ad evitare. “Se eviti la situazione fonte di paura ti rassicuri certo, ma non ti permetti nemmeno di capire se effettivamente c’era pericolo e restringi progressivamente la tua zona vitale ovvero dove riesci a vivere sentendoti tranquillo e sicuro. Sicuro e limitato. Una confortevole zona stagnante. Fino a tirarti fuori anche da impegni e responsabilità”. Dunque, tanti evitamenti che modificano in modo sostanziale e peggiorativo la tua qualità di vita.
Molti evitamenti sono palesi, come evitare di andare in certi luoghi, in certe circostanze, da soli o con troppe persone, ecc. Altri evitamenti, per paura di avere un attacco di panico, sono più subdoli, meno evidenti, ma altrettanto potenti nel restringere lo spazio vitale della persona, ad esempio: evitare di uscire senza un tranquillante con sé, evitare ogni sforzo fisico ritenuto eccessivo, evitare situazioni emotive quali troppa rabbia ma anche troppa gioia, evitare i rapporti sessuali, evitare certi film o canzoni troppo “attivanti”, evitare situazioni di caldo o freddo troppo intensi, ecc.

Ricerca di PROTEZIONE e RASSICURAZIONE, quasi sempre legate alla presenza di una persona che realizza tale scopo; bisogno di sentirsi protetto e rassicurato che nell’immediato placa l’ansia, ma che a lungo andare è deleterio e crea una vera e propria dipendenza da chi e cosa protegge e rassicura. La persona “apprende” così dall’esperienza che da sola non riesce ad affrontare la situazione, che senza sostegno è fragile e incapace di affrontare la situazione. Ne consegue un bisogno aumentato di aiuti e presenze di elementi rassicuranti e protettivi, un calo dell’autostima e soprattutto una falsa sicurezza in quanto fondata su qualcosa o qualcuno di esterno.

Ricerca del CONTROLLO con tentativi fallimentari. La persona ormai sensibilizzata al panico diventa estremamente attenta ad ogni segnale somatico di ansia, lo interpreta erroneamente sempre in modo catastrofico (“sto per impazzire, morire, perdere il controllo di me e della situazione”, ecc.) e cerca di controllare le sue sensazioni finendo però per alimentarle ulteriormente. Più cerchi di controllare più aumenta la sensazione che sono sempre maggiori le cose da controllare e maggiore la sensazione di non controllare tutto, che fa rima con niente. Non controllo niente… E si alimenta il ciclo.

Indipendentemente da come, quando, dove, con chi è nato il problema, ormai ha preso ad amplificarsi ad ogni segno di stress.
Indipendentemente dall’origine del problema, oggi è importante prima di tutto intervenire su ciò che lo mantiene, anzi lo alimenta.

La psicoterapia si focalizza su diversi aspetti.

Innanzitutto, aiuta la persona a normalizzare ciò che le sta succedendo. È doloroso, ma non pericoloso. È fonte di sofferenza, ma se ne può uscire. È un problema che si può affrontare. L’ansia è un’emozione e non una malattia. Può diventare una malattia se noi viviamo l’esperienza fastidiosa come catastrofica fino al punto di alimentare ciò che vorremmo evitare. Per questo obiettivo di normalizzazione, diventa anche importante far conoscere all’ansioso come funziona la sua ansia e il potere che l’individuo ha di lasciarla andare (che è totalmente diverso dal controllare).

Secondo. Comprendere come funziona il circolo del panico e come intervenire sui vari passaggi viziosi. Ad esempio, interrompendo la connessione tra sensazioni e interpretazioni: mi batte forte il cuore (sensazione fisica) non significa “mi sta venendo un infarto” (interpretazione catastrofica). Riconoscere, dunque, il proprio pensiero come pensiero e non come realtà effettiva. Ad esempio, il significato di “catastrofe terribile, insopportabile e irrimediabile” che io attribuisco alla realtà è il mio significato e non ciò che è reale. È la mia fantasia o immaginazione o previsione catastrofica, ma non è la realtà della situazione. Dunque, comprendere per disconnettere il link tra fatti e vissuti, tra eventi reali e modi di interpretarli, fino ad attribuire loro un significato di minaccia, pericolo, catastrofe che attiva ansia, paura, evitamento.

Terzo. Trovare strategie per calmarsi, rilassarsi. Per padroneggiare l’ansia fino a renderla gestibile. Ovvero interrompere il circolo vizioso SIA: Sensazioni, Interpretazione, Ansia. A questo fine può essere utile un esercizio che “toglie la sete col prosciutto”. Invece di fuggire le sensazioni somatiche ed emotive che tendi ad interpretare in direzione ansiogena (circolo vizioso SIA), inizia a sostare con “attenzione deliberata” su queste sensazioni, cogliendole per quelle che sono (attivazione del corpo per rispondere alle sollecitazioni dell’ambiente) e non per quello che credi siano (catastrofe imminente e distruttiva). Ad esempio, poni attenzione al tuo respiro per quello che è… Attenzione continua all’aria che entra e all’aria che esce… All’aria che si sposta dall’addome al torace e allo sterno e poi a scendere… Attenzione alle sensazioni lungo tutto il corpo mentre continui a respirare… Attenzione alle tensioni fisiche che noti e lasci andare…
Più che un esercizio da praticare, è un atteggiamento che puoi cominciare a sviluppare: invece di fuggire dal contatto, sperimentati nello “stare”. Un atteggiamento che ti sarà utile anche rispetto ai tuoi innumerevoli evitamenti comportamentali. Impara a sostare con attenzione deliberata su ciò che ti spaventa… Senza pensieri ulteriori… Senza giudizi… Senza interpretazioni… Semplicemente nota ciò che succede… Nota le tue sensazioni somatiche… Senza volerle cambiare… Notale e lasciale essere…

Quarto. Iniziare ad affrontare un passo alla volta ciò che gradualmente la persona ha imparato ad evitare. Ancora una volta, si tratta di avvicinare la paura per sperimentare direttamente che non c’è nulla da avere paura perché tutto ciò che potrebbe accadere (probabile ma non certo) sarà comunque affrontabile, sostenibile, superabile, rimediabile. La persona viene invitata a confrontarsi col rischio … Avvicinandosi sia alle sensazioni temute senza scappare sia alle situazioni reali finora evitate.

Quinto. Comprendere i motivi di stress attuali. Quali esperienze “stressanti” sono state vissute dalla persona prima dell’attacco di panico, nelle ore, nei giorni, nelle settimane precedenti l’attacco di panico. Cosa le ha rese stressanti per la persona. Non tutti siamo suscettibili alle stesse esperienze.

Sesto. Comprendere come i motivi attuali siano legati a motivi storici, ad una sensibilità personale a certi tipi di stress. È il lavoro sulla ferita. E sulla vulnerabilità alla ricaduta. Sull’origine di un modo di pensare e di stare al mondo che rende la persona suscettibile a certi tipi di stress. Ferita che, purtroppo, se non curata, dopo qualche tempo può far riemergere sintomi e comportamenti problematici.
Spesso le persone che sono suscettibili a vivere esperienze di panico sono state bambini che non sono stati aiutati a dare senso a ciò che stava accadendo loro in certe circostanze e quindi si sono spaventati senza essere stati rassicurati. Oggi sono adulti che hanno paura di provare emozioni, hanno paura di quello che provano perché nessuno li ha aiutati a comprendere ciò che provavano. Hanno paura di perdere il controllo di se stessi perché così è sembrato loro che accadesse quando erano piccoli. Essendo stati spesso bambini lasciati soli, letteralmente soli, a dover capire cosa stava succedendo, ma non avendo gli strumenti per farlo. Bambini che hanno dovuto accudire i genitori o li hanno dovuti controllare. Bambini che non si sono potuti permettere di essere bambini e che hanno imparato a dover essere forti e quindi oggi hanno paura di sperimentare sentimenti di fragilità. Bambini che sono stati così abituati a credere di essere fragili che oggi veramente credono di essere impotenti di fronte ad ogni accadimento.
Per questo la terapia può essere molto breve e anche molto lunga. Dipende da quanto il sintomo ansioso è incastonato in una struttura personale più o meno fragile. Tanto maggiore è la fragilità interiore e la rigidità di certi modi di percepire e interpretare la realtà e di agire nei rapporti interpersonali, tanto più profonda deve essere la terapia; che deve quindi intervenire prima a ridurre il momento acuto di sofferenza per poi trattare il “terreno fertile” al ripresentarsi dei problemi.
Come esiste un circolo che mantiene il panico, anche la sua terapia è circolare e complessa. Ogni fase è connessa alle altre e si lavora in modo integrato, ad esempio cercando di capire come funziona l’ansia e come calmarsi, cercando di comprendere i motivi di stress che la attivano e la mantengono, avendo sempre in mente la storia di vita della persona che traccia i confini della sua sensibilità a certi tipi di eventi stressanti e ai modi ansiosi di reagire ad essi.

L’illusione delle credenze e la saggezza dell’esperienza

Ti è mai successo di essere sopravvissuto a qualcosa che temevi ti schiacciasse? Ti è mai successo di provare certe emozioni che temevi ti avrebbero portato alla follia e di essere rimasto, invece, lucido?
A volte o spesso la realtà è proprio dura e difficile. Le cose non sempre vanno come vorremmo, le persone non sempre si comportano come dovrebbero, a volte la fortuna è cieca, ma la sfortuna vede proprio bene e punta a noi. Dura da vivere, troppo gravosa e pesante per poterla superare. Ma allora che fare? Cosa possiamo fare veramente? Cosa ci resta da fare? Per essere sereni e felici, dice il saggio, non ti resta che accettare: prova ad intervenire su ciò che è in tuo potere cambiare e smettila di sprecare le tue energie psicofisiche su obiettivi e risorse che non puoi controllare. Allora devo rassegnarmi alla mia impotenza? Qui il saggio dà il meglio di sé quando, da una parte, ti rassicura sul fatto che tutti siamo in una certa misura impotenti e, dall’altra, ti invita a conoscere effettivamente il tuo grado di potere. Se non puoi intervenire su qualcosa di esterno a te, puoi invece realizzare che:
•nella maggior parte dei casi ciò che ti sembra un problema insormontabile è in realtà qualcosa che hai tutte le capacità di fronteggiare;
•ciò che ti sembra perduto per sempre in realtà è qualcosa a cui puoi porre rimedio;
•ciò che immagini insostenibile emotivamente è assolutamente qualcosa che puoi tollerare.
Spesso si tratta solo di convincerti, in base a fatti reali “rivisitati”, che hai molte più possibilità, risorse e capacità per attraversare il dolore e la frustrazione e andare oltre…
Nonostante “prima” di una certa situazione immagini la catastrofe, “durante” questa situazione vivi stati d’animo anche molto dolorosi, negativi e pesanti da sopportare, hai sempre un “dopo” a tua disposizione, la possibilità di attraversare il dolore ed uscirne acciaccato, ma vivo, con un dopo possibile …
Non ci credi? Inizia a crederci e verifica l’effetto che ha su di te e sul tuo modo di affrontare i problemi.