Il carattere. Il quadro e la cornice

Quante volte hai detto “io sono così di carattere” o “questo è il mio carattere” o “io sono fatto così”?
Se ora ti chiedessi dimmi tre “caratteristiche” del tuo carattere, diresti: io sono… E sono… E sono anche…
Il carattere è l’insieme dei tuoi modi di essere, pensare e agire. Ad esempio: impulsivo, generoso, razionale, preciso, confusionario, competitivo, volubile, affidabile, spigoloso, accondiscendente, burrascoso. O anche un pezzo di pane, per il quieto vivere, una roccia, solare, tenebroso, una testa calda, un pezzo di ghiaccio.
Il carattere è l’insieme delle strategie che hai trovato per sopravvivere nelle condizioni in cui sei cresciuto. Ad esempio, hai imparato fin da piccolo e sei diventato esperto in mediare i conflitti, compiacere gli altri, non disturbare, fare tutto da solo, accudire gli altri, startene in disparte, competere in modo sfrenato, essere al centro dell’attenzione, dipendere dal sostegno altrui.
Il carattere è spesso quello che ti crea problemi perché è diventato un modo rigido di pensare, agire e reagire della serie “Io sono fatto così e non ci posso fare niente…”. Ad esempio, io sono impulsivo… Remissivo… Introverso… Io sono fumino… Io sono accomodante… Io sono vendicativo… Io sono generoso… Io trattengo e poi esplodo… Io tendo a somatizzare ansia e stress… Io mi chiudo per sempre con chi mi ha deluso… Io tendo a rimuginare sopra le cose… Io sono per il quieto vivere… Io sono uno che ha bisogno che le cose siano fatte alla perfezione… Io non sopporto i ritardatari…
Dunque, siamo abituati a concepire il carattere di una persona come un’etichetta identificativa, una serie di strategie e competenze interpersonali e un insieme di modi di fare che fino ad un certo punto rappresentano una qualità e una risorsa e, “superato un confine”, diventano limiti e fonte di stress e sofferenza per sé e per gli altri con cui abbiamo a che fare.
Le persone che arrivano a chiedere un aiuto psicologico riportano sintomi psicofisici (ansia, panico, depressione, ossessioni, dipendenze) e problemi nelle relazioni (al lavoro e in famiglia). Quasi sempre si arriva a lavorare anche sul carattere e sul modo di stare al mondo e con gli altri. “Chi sei” o “chi ti credi di essere” o ” come ti vedono gli altri” spesso determina cosa ti fa stare bene e cosa ti fa soffrire. La cura deve tenere conto, quasi sempre, di come il quadro dei sintomi di cui soffre l’individuo sta dentro la cornice della sua personalità.

Auto-istruzioni per l’auto-efficacia

Quando il capo ce l’ha con te e tu ti senti perseguitato e trattato ingiustamente…

Quando quel colloquio di lavoro (o quell’esame) non è andato bene e tu ti senti triste e preoccupato…

Quando sei stato lasciato e ti senti sotto ad un treno…

Quando il tuo amico ti ha accusato di essere solo un egoista e ti senti una merda…

Quando nonostante i tuoi sforzi non riesci a dimagrire e ti senti scoraggiato…

Quando tua figlia non ti parla da una settimana e ti senti crollare il mondo addosso…

Quando hai fatto un lavoro eccellente, ma per te non è abbastanza e sei amareggiato e deluso…

Quando hai perso il lavoro e ti senti un fallito…

Quando ti hanno preso a parolacce e sei arrabbiato…

Quando …

… Cosa puoi dirti per “governare” l’emozione che provi e adottare un comportamento per te utile ad affrontare la situazione?

Tra i fatti e le tue reazioni (cosa provi emotivamente e cosa fai) ci sono i tuoi pensieri, le parole che dici a te stesso (dialogo interiore), il modo in cui interpreti ciò che è accaduto. E questo filtro personale può essere per te più o meno utile nel tuo rapporto con la realtà e più o meno buono per governare le emozioni che provi. Spesso, purtroppo, questo dialogo interiore è pieno di pensieri e parole negativi (non è giusto, ce l’hanno tutti con me, sono una vittima, sono sfortunato, sono incapace, è solo colpa mia, non valgo niente, la vita fa schifo, questo è ciò che merito, resterò solo, ecc.).
Allora ti suggerisco un esercizio: identifica queste parole che usi per auto-distruggerti o comunque per vivere negativamente la situazione … E scrivile…
E riscrivile … Trova nuove parole e nuovi pensieri che possano veramente aiutarti a superare il momento difficile, a trovare le risorse, a placare il tuo dolore, ad aprirti la strada verso azioni più efficaci… Ad esempio: ho solo fatto un errore… Non posso piacere a tutti… Da questa esperienza dolorosa posso imparare la lezione… Io non sto al mondo per fare contenti gli altri… Posso impegnarmi di più senza rinunciare… È tosta, ma è anche vero che morto un papa se ne fa un altro… Chi mi offende offende se stesso… Posso dire no senza sentirmi egoista… Posso sempre chiedere di fare chiarezza rispetto a ciò che è successo…
Trova dunque le tue personalissime e specifiche auto-istruzioni per essere efficace… E vedi l’effetto che fa su di te… Su ciò che provi… Su ciò che pensi… Su ciò che fai…

Certe volte. Per ogni problema, due soluzioni

Certe volte abbiamo creduto di non farcela e invece ce l’abbiamo fatta.
Certe volte credi di non farcela e invece ce la fai.
Certe volte credi di no e invece puoi farcela.
Si tratta di un antagonismo tutto interno tra le CREDENZE NEGATIVE su te stesso, sulle tue capacità e sulle tue possibilità e le RISORSE che effettivamente possiedi per affrontare quella situazione e quel problema.
Spesso, purtroppo, il dialogo interiore ci affossa, ci deprime, ci lascia al palo, non ci invita a tentare. “Tanto non ce la fai… Non riesci… Non sei all’altezza… Gli altri sono migliori di te… La situazione è troppo più grande di te… Non l’hai mai fatto… Non è per te…”. Queste parole girano nella testa o pensieri simili che sono tutt’altra cosa che un incoraggiamento e un sostegno per l’azione efficace e l’autostima. E quindi continuiamo a credere che sia proprio come dicono queste credenze interiori, queste vecchie credenze con cui siamo cresciuti, che probabilmente ci accompagnano da tempo immemore, da quando abbiamo imparato a pensare così di noi stessi…

Allora: per ogni problema, due soluzioni. Due possibilità, due strade da percorrere, anche entrambe, in tempi diversi o contemporaneamente. Prima l’una e poi l’altra, in base al tipo di problema, all’urgenza che ti chiede e a quanto è importante.

Una strada “storica”. Vai ad interrogare queste tue credenze. Cerca la loro origine, quando sono cominciate, chi te le ha insegnate o trasmesse, direttamente a parole o attraverso l’esempio. Quando le hai imparate, in quali circostanze, che senso e valore avevano per te allora, a cosa ti sono servite, a cosa ti servono ora, cos’altro ti potrebbe servire invece ora.

Una strada “attuale”. Quando sei di fronte al problema che sembra insormontabile… Cerca la risorsa. Cerca la risorsa che hai scoperto di avere quando in altre circostanze simili te la sei cavata proprio grazie a quella risorsa. Risorsa è tutto ciò che ti è utile per affrontare situazioni e risolvere problemi. Ovviamente in equilibrio con la tua morale e con la realtà.

Buon cammino…

Un gentile richiamo al disordine

Spesso organizziamo la nostra vita in base a certi imperativi categorici assoluti quali:
Devo essere sempre e comunque forte in ogni ambito in ogni circostanza…
Devo andare di corsa e anche di più, sbrigarmi, affrettarmi, non ho tempo da perdere né tempo da dedicare ad altro che non sia il solito…
Devo occuparmi delle mie cose, ma devo anche far contenti gli altri, anzi spesso è meglio accontentare gli altri che mettere i miei bisogni in primo piano, devo prendermi cura degli altri anche se trascuro me stesso…
Devo sforzarmi ad ogni costo, chi dorme non piglia pesci, più mi sforzo e più ottengo, devo spingermi oltre ogni mio limite…
Devo fare le cose in modo perfetto, devo fare tutto e assolutamente in modo ineccepibile…
Dentro questi imperativi potrai trovare certamente anche i tuoi, forse qualcuno ti riguarda di più e forse qualcuno non ti riguarda affatto, ti invito comunque a cercare le tue regole di comportamento che segui solitamente e che devi seguire assolutamente… Altrimenti…
Queste “regole imperative autocostrittive” sono sicuramente utili in una certa misura perché ti fanno funzionare ad alto livello nel raggiungere i tuoi obiettivi nei diversi ambiti di vita per te importanti, contemporaneamente e inevitabilmente ti portano a trascurare altre aree della tua vita, altri tuoi bisogni, altri tuoi ruoli.
Dopo un po’ c’è una parte di te che ti richiama al disordine. Ti invita, più o meno gentilmente, ad accedere anche ad altre parti di te, meno performanti probabilmente, ma più vitalizzanti nella misura in cui ti permettono di abbandonare la rigidità dei tuoi soliti modi di essere, stressati e auto-stressanti.
Più o meno gentilmente vuol dire che se non ti accorgi da solo di aver superato il limite nel vivere troppo in un solo ed unico modo, allora compaiono segnali di malessere che ti invitano ancora abbastanza gentilmente ad osservarti con attenzione e a metterti in discussione. Il messaggio è: attenzione, stai tirando troppo la corda, qualunque cosa voglia dire per te. Se non cogli questi segnali e continui per la tua solita strada piena di stress e mancato ascolto di certi tuoi bisogni, allora compaiono i sintomi. Solitamente non proprio gentili e di piacevole compagnia. Sintomi fisici che possono riguardare ogni distretto corporeo. Sintomi psichici quali ansia, depressione, ossessioni, irritabilità, impulsività, disregolazione alimentare, dipendenze, ecc. Sintomi relazionali: problemi a lavoro, in famiglia, nella coppia, ecc.
Il lavoro che “devi fare”, per diventare consapevole delle tue scelte e responsabile dei tuoi cambiamenti in meglio, è ascoltare segni, segnali o sintomi che ti invitano a riscrivere in modo più flessibile e adatto a te quelle regole, a riordinare le tue scelte in modo da trovare il tuo unico nuovo equilibrio tra ciò che curi e ciò che trascuri…

Perché lo fai e perché vuoi continuare a farlo

I nostri comportamenti possono avere alcune direzioni specifiche, solo in parte per noi consapevoli. I comportamenti mirano:
• a soddisfare bisogni
• a realizzare desideri
• a raggiungere obiettivi
• a vivere in base a certi valori
• a creare e mantenere relazioni soddisfacenti
• a regolare le nostre emozioni, a fornirci sollievo da dolori emotivi
• ad esprimere pensieri ed emozioni
• a sostenere l’autostima.
Ogni comportamento a qualcosa servirà!
Esistono comportamenti utili a tali scopi e comportamenti non utili, disfunzionali, addirittura dannosi a noi stessi e alle nostre relazioni, nocivi per la nostra salute fisica e psichica, ad esempio tutte le abitudini negative, le condotte eccessive, fino alle vere e proprie dipendenze. Eppure, anche questi comportamenti problematici a qualcosa serviranno! Ad esempio, a cosa ti serve evitare certe situazioni? A cosa ti serve controllare certe persone? A cosa ti serve urlare? A cosa ti serve tacere? A cosa ti serve rinchiuderti nel silenzio? A cosa ti serve dormire ogni giorno fino a tardi? A cosa ti serve stare sveglio fino a tardi? A cosa ti serve digiunare? A cosa ti serve abbuffarti?
Come sappiamo tutti, per esperienza diretta e di persone a noi vicine, molte volte vorremmo abbandonare certe nostre azioni scomposte e distruttive, ma non ci riusciamo. Pur riconoscendo che “fanno male” non riusciamo a smettere. Cosa mantiene queste condotte disfunzionali? Certamente la risposta va cercata nella situazione specifica, caso per caso; al tempo stesso, alcune idee su cui riflettere possono essere valide per tutti. Ricordando prima di tutto che quello che facciamo ha un senso e un valore per noi, quindi esprime un qualche tipo di intelligente capacità di adattamento. Al tempo stesso, pur riconoscendo il valore complessivo per la persona, il singolo comportamento può e deve essere “criticato” per gli effetti negativi che procura alla persona stessa, ai suoi obiettivi, alle sue relazioni.
Partiamo, quindi, dal presupposto che: quello che facciamo è quello che scegliamo e quello che scegliamo è quello che vogliamo. Quello che facciamo è una nostra scelta, più o meno consapevole, comunque è frutto di “parti di noi, più o meno grandi”, che hanno l’intenzione di adottare quel comportamento. A qualcosa servirà!
L’idea guida per comprendere perché lo facciamo, perché vorremmo smettere e perché continuiamo a farlo è quella di interrogarci sulla funzione e sull’intenzione di quel comportamento. A qualcosa servirà!
Non sempre è facile. Spesso è difficilissimo. Parliamo, in molti casi, di comportamenti così radicati che ci sembra impossibile cercarne il senso e il valore. Ma impossibile non è.
Comprendere quindi per cambiare. Come?
In maniera solo apparentemente paradossale, tentare di cambiare per comprendere ed imparare a cambiare in modo efficace e duraturo.
L’idea “in pratica” è: prova a non farlo e verifica cosa succede… Quello che riesci a fare e quello che non riesci a fare, ciò che ottieni e ciò che resta immutato, ciò che provi e ciò che pensi, una volta che hai provato a cambiare uno specifico comportamento che vuoi abbandonare (almeno una parte di te vuole abbandonarlo!), ti forniranno informazioni utili per capire e andare avanti fino a dove riesci ad arrivare…

Perché dovrei mettermi in discussione?!

Molte persone hanno l’idea che per stare meglio dovrebbero eliminare alcune fonti di stress. E questo, a volte, è anche vero. Come si fa? Ad esempio, potremmo cominciare ad eliminare fisicamente alcune persone? Probabilmente non è la strada giusta. Quello che possiamo fare è al limite allontanarcene. Eh?! Ma non sempre si può!!! Che faccio mi licenzio perché non mi piace il capo o il collega?! Oppure posso cambiare partner ogni due giorni o due mesi?!
Molte persone arrivano a chiedere un aiuto psicologico quando non hanno ancora trovato la soluzione al loro stress. E presto l’idea che si sviluppa nel dialogo psicologico è che sia la persona che deve mettersi in discussione.
Ma come? Gli altri sono str…essanti e io devo cambiare? Questo fa proprio arrabbiare un po’ tutti. Eppure il nostro potere è proprio quello di intervenire su di noi per fare quello che possiamo fare per ottenere ciò che vorremmo ottenere. Che non significa che la persona sia sbagliata, colpevole o incapace. O che debba stravolgere l’intera personalità. Vuol dire semplicemente che noi possiamo agire su noi stessi per ottenere dei cambiamenti (indirettamente anche sugli altri e nelle interazioni con gli altri).
Noi possiamo e dovremmo cambiare certe nostre abitudini e certi comportamenti.
Noi possiamo e dovremmo cambiare certi nostri modi di pensare.
Noi possiamo e dovremmo cambiare certi modi di governare e vivere le relazioni interpersonali.
Il resto verrà da sé… Perché resta poco altro da fare una volta che hai messo veramente in discussione te stesso, in alcuni specifici e rilevanti comportamenti e pensieri. Resta da prendere i risultati positivi di questo percorso e accettare ciò che non è andato come avresti voluto…
Insomma, un’altra versione, l’ennesima, della preghiera della serenità: agisci dove hai il potere di muovere effettivamente ed efficacemente le cose, accetta ciò che non puoi controllare direttamente, soprattutto impara a distinguere i due fronti…
Subito all’opera quindi. Poni attenzione ad un tuo problema o stress e individua cosa potresti cambiare per orientare in senso per te più favorevole la situazione…
Potresti cambiare gli altri o l’esterno da te?
Potresti cambiare certe tue azioni?
Potresti sviluppare nuovi modi di pensare?
Potresti avvicinare le persone in modo differente?
Cosa potresti cambiare? E cosa cambierebbe? Inizia a verificare e vedi che succede…

Vorrei, ma… Dolorose profezie…

Vorresti essere amato, ma senti di non meritarlo. Allora non chiedi l’affetto che vorresti per timore di non riceverlo… E finisce che non lo ricevi…

Vorresti coccole, ma credi che non ci siano persone disponibili per te… Tanto vale stare soli… E le coccole non arrivano…

Vorresti essere apprezzato, ma sotto sotto non ci credi nemmeno tu; per questo ti stai impegnando al massimo, ma non sei mai soddisfatto di te per cui rinvii il lavoro, la presentazione del tuo lavoro, la condivisione dei tuoi sforzi e quindi non ti arriva l’apprezzamento tanto desiderato…

Vorresti essere stimato, ma credi di non valere; ogni segno di stima, che pure ti arriva dall’esterno, dagli altri, dai buoni risultati effettivi che raggiungi, non attecchisce, boicottato dall’immagine negativa di te che ti porti dentro…

Vorresti cimentarti in un’impresa, ma temi di non essere supportato e per questo rinunci e resti al palo…

Vorresti andare a vivere da solo, ma ti senti in colpa immaginando le reazioni dei tuoi genitori (li lasci soli? Li abbandoni? Li preoccupi?) e quindi resti a casa raccontandoti una qualunque storia di auto-sabotaggio…

Vorresti invitare quella persona ad uscire, ma credi di non essere alla sua altezza, sono mesi che vorresti chiederle un appuntamento e… intanto quella persona esce con altre persone…

Vorresti farti valere sul lavoro, ma temi di essere giudicato per la tua timidezza o criticato perché non parli bene in pubblico; cerchi allora di non farti notare ed effettivamente per gli altri risulti invisibile, ti ignorano e non notano le tue qualità…

Vorresti far parte del gruppo dell’ufficio che va a mensa insieme, tutti i giorni, ma ti immagini incapace di stabilire una buona comunicazione con loro, e continui così a mangiare in solitudine…

Vorresti andare in palestra, ma ti senti goffo, impacciato e temi di essere deriso… Non ci vai e resti solo… E non in forma…

Vorresti far parte di un gruppo, ma ti senti diverso e hai paura di essere giudicato ed escluso per le tue stranezze… Rinunci… Nessuno ti può conoscere perché eviti ogni possibile contatto con i membri di questo gruppo… Resti solo…

Hai altri esempi che riguardano la tua vita e le tue relazioni? Ti sei mai trovato in quelle situazioni dove, purtroppo, la profezia dolorosa si avvera? Cosa deve succedere per bloccare questi cicli interpersonali dolorosi?
In psicoterapia si lavora anche su questo: per valorizzare i tuoi legittimi desideri di relazioni sane e nutrienti; per intercettare le credenze auto-sabotanti, a cominciare dalle convinzioni negative che hai su te stesso; per trovare strategie funzionali ad affrontare la frustrazione e la delusione che incontri; per comprendere meglio la tua esperienza interna (desideri, bisogni, sensazioni somatiche, emozioni, pensieri); per comprendere le interpretazioni distorte che ti portano a vivere esperienze dolorose nelle relazioni interpersonali; per iniziare quindi ad agire in modo diverso ed ottenere risultati soddisfacenti nei tuoi rapporti con le persone. Per ridurre la sofferenza e aumentare il benessere.

Cosa succede nella stanza della terapia

Molte persone hanno un’immagine distorta del lavoro psicoterapeutico o quantomeno un’idea semplicistica. Spesso hanno “immagini polarizzate”: di una persona che va in terapia solo ed esclusivamente per “sfogarsi” e lo psicoterapeuta completamente silenzioso che ascolta e permette al paziente di “vomitare” quanto di indigesto la vita gli propone. Un’altra immagine sarebbe, invece, quella di un paziente completamente “passivo e dipendente,” infantile e immaturo, incapace di vivere la propria vita, alla ricerca di un terapeuta “santone onnisciente” ed esperto del segreto della vita, pronto ad elargire consigli magici e direttive straordinarie su cosa fare e cosa non fare per prendere la via della felicità. In mezzo a questi due estremi, sono diffuse altre immagini o idee più o meno realistiche di cosa significa fare una psicoterapia, un lavoro su se stessi di cura, guarigione e crescita personale. Rispetto a queste immagini un po’ “cinematografiche” c’è una realtà ben diversa.
Senza pretendere di esaurire in poche righe un argomento così delicato e complesso, posso fornire un’idea del senso e del valore di un percorso terapeutico e di una relazione d’aiuto.
Il terapeuta aiuta la persona a districarsi nei meandri delle sue frustrazioni, delusioni e stress quotidiani affinché la persona arrivi a prendere decisioni autonome, consapevoli e responsabili per risolvere i suoi problemi, ridurre la sua sofferenza, creare il suo benessere e creare le condizioni per realizzarsi.
Il terapeuta aiuta ad esplorare il mondo interno e le circostanze esterne che rappresentano il problema della persona, per arrivare a trovare una soluzione che emerge dal processo condiviso di riflessione ed elaborazione.
Le circostanze esterne sono i fatti, gli eventi, cosa è successo, cosa le persone coinvolte in una situazione specifica hanno detto e fatto.
Il mondo interno è costituito dalle emozioni della persona, dai suoi stati d’animo e dall’intensità di questi; dai pensieri della persona, dalle sue credenze e convinzioni, alcune già chiare ed evidenti, altre implicite, più nascoste e che pure governano, in modo rilevante, la condotta della persona e i suoi vissuti emotivi; dalle disposizioni all’azione o impulsi che la persona ha in quelle circostanze, cosa la persona vorrebbe fare e dire; dalle azioni effettive che la persona adotta, cosa concretamente la persona dice e fa; dai bisogni, desideri e valori che sono in ballo nella questione specifica, eventualmente in conflitto dentro la persona o in conflitto coi bisogni, desideri e valori delle altre persone coinvolte.
A volte, l’analisi di una situazione attuale nei contorni così definiti può essere sufficiente per aiutare la persona a trovare la sua strada. Altre volte, quasi sempre in realtà, le questioni attuali conducono la persona a visitare e rivisitare alcuni aspetti della sua storia di vita, di come fin da piccola ha imparato a cavarsela nel mondo.
Da questa esplorazione congiunta, la persona che ha chiesto aiuto può ricavare una serie di elementi di conoscenza per agire nella realtà cercando di risolvere problemi e realizzare se stessa.
Imparando a riconoscere ed accettare che quasi mai esistono soluzioni facili o indolori.
Imparando quindi ad apprezzare il valore delle proprie scelte, oggi come ieri, tra le migliori possibili per una parziale soddisfazione, più o meno grande.
Imparando comunque ad essere grata per ciò che appartiene alla propria vita, per ciò che riceve dagli altri e ciò che può donare agli altri.

Lo scopo dello scopo

Perché è importante quello che fai? Qual è lo scopo di quello che fai?
Perché è importante quello scopo? A cosa ti serve inseguire quello scopo?

In queste domande si racchiude l’essenza del processo esplorativo di sé.
Lo si fa in un percorso terapeutico che la persona ha intrapreso per curare la sua sofferenza emotiva, per affrontare lo stress quotidiano, per risolvere i suoi problemi comportamentali e per superare le sue difficoltà nelle relazioni.
Lo puoi cominciare a fare anche da solo, seguendo alcuni passaggi specifici e l’esempio concreto che ti espongo (ansia sociale) come guida per un’effettiva auto-esplorazione.

1. Individua un tuo problema
2. Individua la strategia che stai adottando per tentare di risolverlo
3. Individua lo scopo che stai perseguendo con questa strategia, oltre un generico “perché voglio risolvere il mio problema” ovvero a cosa mira questa strategia, a cosa ti serve
4. Individua lo scopo dello scopo ovvero perché per te è importante perseguire quello scopo
5. Quale prezzo paghi con questo tuo “comportamento strategico”
6. Effetto della strategia per risolvere il problema
7. Come posso rimodulare lo scopo
8. Come posso rimodulare lo scopo dello scopo in modo che sia meno irrealistico
9. Quali nuovi scopi e nuovi effetti ottengo

Esempio.
1. Ho ansia sociale, timore del giudizio degli altri, del loro giudizio negativo, ad esempio di essere giudicato brutto, grasso, goffo, incapace, strano o altro
2. Sto evitando di uscire
3. Miro ad evitare di espormi allo sguardo degli altri ed essere giudicato negativamente
4. Non posso sostenere di essere giudicato negativamente, è troppo doloroso, “sarebbe” troppo doloroso. È la mia ferita, la mia sensibilità a sentirmi “sbagliato… Incapace… Inadeguato… Difettoso…”. È la mia storia, la storia di una vita. Vorrei nessuna ansia, nessun dolore…
5. Il prezzo che pago (per evitare persone, temuti giudizi, temuta intollerabilità del dolore del giudizio e tutte le sensazioni legate alla mia ferita dolorosa che tende a riemergere) è la solitudine, la mancanza di relazioni che pure desidero (amici, partner, vita sociale), la difficoltà a lavorare con serenità.
6. L’effetto è una sofferenza emotiva legata ad una povera o stressante vita sociale, affettiva e lavorativa.
7. Posso imparare ad affrontare lo sguardo e l’incontro con gli altri, l’eventuale giudizio negativo e l’ansia da giudizio negativo.
8. Posso imparare a sostenere il dolore connesso all’eventuale giudizio negativo temuto.
9. Il mio nuovo scopo non è evitare, ma cercare. Cercare ciò che desidero. Anche rischiando l’emergere della mia dolorosa sensibilità al giudizio. Riesco gradualmente a sperimentarmi in situazioni sociali, sto conoscendo nuove persone, riesco a vivere buoni momenti con gli altri, riesco a tollerare anche momenti di ansia legata alle mie paure di essere giudicato, posso stare con gli altri senza dover necessariamente piacere a tutti o essere simpatico a tutti i costi, mi sono creato la mia piccola ma importante cerchia di frequentazioni; anche al lavoro riesco a concentrarmi meglio in quello che devo fare senza preoccuparmi troppo di cosa vede e pensa l’altro di me.

Ciò che rende “problematico il problema” è che, in genere, il nostro scopo è realistico, sufficientemente realizzabile, ma è sorretto da uno “scopo dello scopo” alquanto irrealistico, al limite dell’impossibile, con criteri elevatissimi per sentirlo soddisfatto. Nell’esempio su esposto: puoi raggiungere lo scopo di evitare situazioni sociali giudicanti e l’ansia conseguente (pur pagando costi emotivi elevatissimi), ma non puoi evitare completamente o eliminare totalmente dalla tua vita ansia, dolore, frustrazione (i costi che paghi stanno peraltro a dimostrarlo: per evitare il dolore da giudizio paghi col dolore da solitudine e restringimento delle tue aree vitali).
Credo che tu sia ora pronto per l’auto-esplorazione…
Trova un tuo problema, segui i passaggi, verifica l’effetto che ottieni: cosa comprendi e cosa intraprendi da ora in poi…

La differenza che fa la qualità

Un po’ a tutti e con una certa probabilità, la vita ci presenta quotidianamente e ci presenterà sempre una certa quota, più o meno grande, di:

  • Stress, tensioni e pressioni emotive
  • Frustrazioni e bisogni insoddisfatti
  • Delusioni e aspettative mancate
  • Eventi che riattualizzano la nostra ferita emotiva dolorosa
  • Paure, dolori ed altre emozioni negative
  • Pensieri negativi e impulsi distruttivi
  • Persone giudicanti ed un giudice interiore onnipresente
  • Minacce imprevedibili e pericoli non controllabili
  • Vissuti di impotenza e solitudine
  • Conflitti interni ed interpersonali
  • Relazioni anche molto distanti dalla perfezione
  • Prestazioni personali con uno scarto più o meno grande dall’ideale

In termini di qualità della vita e quantità della sofferenza emotiva, LA DIFFERENZA LA FA SEMPRE CIÒ CHE TU FAI CON QUESTE ESPERIENZE CHE TI SI PRESENTANO DAVANTI. Come le accogli, quanto le tolleri, come le interpreti, come le vivi, come le elabori, quanto le alimenti, quanto te ne fai sopraffare, come le trattieni e come le lasci andare…

Un percorso di crescita personale e di psicoterapia non interviene, perché non può intervenire più di tanto, sugli eventi esterni, sugli accadimenti né su come si comportano gli altri e come funzionano le loro menti.

Un percorso di cura della sofferenza ed evoluzione personale può aiutare la persona a divenire consapevole dei propri modi di reagire agli eventi (cosa prova, cosa pensa, cosa fa, cosa tende a ripetere in modo disfunzionale) e a farsi carico della responsabilità di fare scelte diverse da quelle che ha sempre fatto, prendendosi oneri ed onori, facendosi carico di costi emotivi e rinunce, gustando i frutti che conseguono a scelte sempre più consapevoli, libere dal passato e autenticamente in linea coi valori personali.