Il carattere. Il quadro e la cornice

Quante volte hai detto “io sono così di carattere” o “questo è il mio carattere” o “io sono fatto così”?
Se ora ti chiedessi dimmi tre “caratteristiche” del tuo carattere, diresti: io sono… E sono… E sono anche…
Il carattere è l’insieme dei tuoi modi di essere, pensare e agire. Ad esempio: impulsivo, generoso, razionale, preciso, confusionario, competitivo, volubile, affidabile, spigoloso, accondiscendente, burrascoso. O anche un pezzo di pane, per il quieto vivere, una roccia, solare, tenebroso, una testa calda, un pezzo di ghiaccio.
Il carattere è l’insieme delle strategie che hai trovato per sopravvivere nelle condizioni in cui sei cresciuto. Ad esempio, hai imparato fin da piccolo e sei diventato esperto in mediare i conflitti, compiacere gli altri, non disturbare, fare tutto da solo, accudire gli altri, startene in disparte, competere in modo sfrenato, essere al centro dell’attenzione, dipendere dal sostegno altrui.
Il carattere è spesso quello che ti crea problemi perché è diventato un modo rigido di pensare, agire e reagire della serie “Io sono fatto così e non ci posso fare niente…”. Ad esempio, io sono impulsivo… Remissivo… Introverso… Io sono fumino… Io sono accomodante… Io sono vendicativo… Io sono generoso… Io trattengo e poi esplodo… Io tendo a somatizzare ansia e stress… Io mi chiudo per sempre con chi mi ha deluso… Io tendo a rimuginare sopra le cose… Io sono per il quieto vivere… Io sono uno che ha bisogno che le cose siano fatte alla perfezione… Io non sopporto i ritardatari…
Dunque, siamo abituati a concepire il carattere di una persona come un’etichetta identificativa, una serie di strategie e competenze interpersonali e un insieme di modi di fare che fino ad un certo punto rappresentano una qualità e una risorsa e, “superato un confine”, diventano limiti e fonte di stress e sofferenza per sé e per gli altri con cui abbiamo a che fare.
Le persone che arrivano a chiedere un aiuto psicologico riportano sintomi psicofisici (ansia, panico, depressione, ossessioni, dipendenze) e problemi nelle relazioni (al lavoro e in famiglia). Quasi sempre si arriva a lavorare anche sul carattere e sul modo di stare al mondo e con gli altri. “Chi sei” o “chi ti credi di essere” o ” come ti vedono gli altri” spesso determina cosa ti fa stare bene e cosa ti fa soffrire. La cura deve tenere conto, quasi sempre, di come il quadro dei sintomi di cui soffre l’individuo sta dentro la cornice della sua personalità.

Un gentile richiamo al disordine

Spesso organizziamo la nostra vita in base a certi imperativi categorici assoluti quali:
Devo essere sempre e comunque forte in ogni ambito in ogni circostanza…
Devo andare di corsa e anche di più, sbrigarmi, affrettarmi, non ho tempo da perdere né tempo da dedicare ad altro che non sia il solito…
Devo occuparmi delle mie cose, ma devo anche far contenti gli altri, anzi spesso è meglio accontentare gli altri che mettere i miei bisogni in primo piano, devo prendermi cura degli altri anche se trascuro me stesso…
Devo sforzarmi ad ogni costo, chi dorme non piglia pesci, più mi sforzo e più ottengo, devo spingermi oltre ogni mio limite…
Devo fare le cose in modo perfetto, devo fare tutto e assolutamente in modo ineccepibile…
Dentro questi imperativi potrai trovare certamente anche i tuoi, forse qualcuno ti riguarda di più e forse qualcuno non ti riguarda affatto, ti invito comunque a cercare le tue regole di comportamento che segui solitamente e che devi seguire assolutamente… Altrimenti…
Queste “regole imperative autocostrittive” sono sicuramente utili in una certa misura perché ti fanno funzionare ad alto livello nel raggiungere i tuoi obiettivi nei diversi ambiti di vita per te importanti, contemporaneamente e inevitabilmente ti portano a trascurare altre aree della tua vita, altri tuoi bisogni, altri tuoi ruoli.
Dopo un po’ c’è una parte di te che ti richiama al disordine. Ti invita, più o meno gentilmente, ad accedere anche ad altre parti di te, meno performanti probabilmente, ma più vitalizzanti nella misura in cui ti permettono di abbandonare la rigidità dei tuoi soliti modi di essere, stressati e auto-stressanti.
Più o meno gentilmente vuol dire che se non ti accorgi da solo di aver superato il limite nel vivere troppo in un solo ed unico modo, allora compaiono segnali di malessere che ti invitano ancora abbastanza gentilmente ad osservarti con attenzione e a metterti in discussione. Il messaggio è: attenzione, stai tirando troppo la corda, qualunque cosa voglia dire per te. Se non cogli questi segnali e continui per la tua solita strada piena di stress e mancato ascolto di certi tuoi bisogni, allora compaiono i sintomi. Solitamente non proprio gentili e di piacevole compagnia. Sintomi fisici che possono riguardare ogni distretto corporeo. Sintomi psichici quali ansia, depressione, ossessioni, irritabilità, impulsività, disregolazione alimentare, dipendenze, ecc. Sintomi relazionali: problemi a lavoro, in famiglia, nella coppia, ecc.
Il lavoro che “devi fare”, per diventare consapevole delle tue scelte e responsabile dei tuoi cambiamenti in meglio, è ascoltare segni, segnali o sintomi che ti invitano a riscrivere in modo più flessibile e adatto a te quelle regole, a riordinare le tue scelte in modo da trovare il tuo unico nuovo equilibrio tra ciò che curi e ciò che trascuri…

Una possibilità. Esplorare la propria autobiografia

Quando un problema non si risolve nonostante tu stia cercando da tempo di trovare una soluzione… Ad esempio, non riesci a farti valere sul lavoro…
Quando vorresti cambiare un comportamento, ma non ci riesci nonostante quel comportamento ti generi sofferenza… Ad esempio, resti passivo e silenzioso di fronte a chi ti tratta male…
Quando continui ad incappare nei soliti errori… Ad esempio, continui a rimandare perché non sei mai soddisfatto del tuo lavoro…
Quando tendi e vivere le relazioni sempre allo stesso modo negativo… Ad esempio, reagisci sempre in modo aggressivo e gli altri alla lunga scappano…
Può essere utile interrogare la tua storia di vita. La tua biografia. Chi sei e come ci sei diventato. Esplorare la tua storia di apprendimento che ti ha portato ad imparare a pensare come pensi e ad agire come agisci.
Dopo aver individuato i comportamenti che ti creano problemi, che tendono a ripetersi, che tendi a ripetere e vorresti comprendere meglio, magari per cambiare qualcosa, alcune domande ti forniscono la traccia per questa autoesplorazione al servizio delle tue nuove scelte possibili.
Quando ho imparato? Che età avevo? Qual è il primo ricordo di una situazione simile a quella odierna?
Dove ho imparato? A casa? A scuola?
Con chi ho imparato? Coi genitori, con gli insegnanti, con altre persone importanti?
Chi mi ha insegnato cosa?
Come ho imparato? Ho visto fare… Ho sentito dire… Ho imitato qualcuno… Ho intuito come comportarmi…
Perché? Per ottenere cosa… Per soddisfare quali bisogni… In base a quali pensieri…
Domande semplici, risposte non sempre facili da trovare. Mai scontate comunque.
Per comprendere il senso di qualcosa che oggi non sembra averlo. Un aiuto per cambiare qualcosa che oggi si ripete e fa soffrire.

Schiavi e padroni della propria storia di vita

Noi siamo figli della nostra storia. L’adulto è figlio del bambino che siamo stati. Ciò che pensiamo e facciamo oggi origina da ciò che abbiamo vissuto e attraverso cui abbiamo imparato a pensare e a comportarci in certi specifici modi, più o meno sani e utili.
Quello che resta della nostra storia di vita, una volta esplorata e compresa, è, tra le altre cose, la consapevolezza delle profonde frustrazioni e delusioni che abbiamo vissuto. La consapevolezza dello scarto tra ciò che “avremmo dovuto” ricevere nella nostra infanzia e nella nostra adolescenza (cura, amore, stima e anche sostegno verso l’emancipazione, la differenziazione e il diventare individui autonomi) e ciò che di fatto è successo. La consapevolezza dello scarto tra i nostri bisogni vitali per una crescita sana e la nostra situazione effettiva, più o meno soddisfacente. Questa è la ferita.
Ma la nostra storia di vita, tra acciacchi e dolori, ci ha permesso anche di diventare ciò che siamo oggi con le nostre risorse e potenzialità, con la nostra parte forte e sana, oltre a quella addolorata e problematica.
Con questa consapevolezza, più o meno dolorosa, dobbiamo e possiamo farci qualcosa. Per superare il senso di essere schiavi del nostro passato e degli “altri cattivi”, per impegnarci a diventare padroni del nostro presente e futuro.
Concretamente… Oltre ogni retorica sentimentale, romantica, vittimistica, eroica.
Imparando ad “attraversare il dolore” per superarlo ed accettare ciò che è andato come è andato.
Impegnandoci, concretamente, attraverso progetti consapevoli e azioni responsabili, verso la vita che vogliamo costruire.

Il gioco della vita. Esercizio

Pensa a tante scelte di vita che hai fatto. Più o meno importanti. In diversi ambiti e ruoli oltre che in diversi momenti della tua vita. Alcune chiaramente consapevoli e proprio volute, altre più inconsapevoli, forse meno chiare per te, per i dubbi e le incertezze con cui le hai portate avanti. Certamente di alcune sei proprio soddisfatto, anche orgoglioso, altre ti hanno lasciato l’amaro in bocca, rimorsi per ciò che hai fatto, rimpianti per ciò che non hai scelto.
Capita un po’ a tutti e dobbiamo anche saper dire “è andata così” (“l’ho fatta andare così”).
Meno scontata è la capacità di stare oggi in ciò che ti suscita questa ricognizione del tuo passato, molto antico o anche recentissimo. Cosa provi e cosa pensi guardando queste tue scelte?

Nota, quindi, alcuni tratti in comune che puoi rintracciare in queste scelte.
Sono sempre il solito…
Come sempre è andata che…
Ancora una volta mi sono ritrovato a …
La morale è sempre che…
Prova a completare queste frasi (o cerca le frasi che trovi più adatte a te, per trovare un senso ricorrente in tante delle tue scelte) e vedi cosa emerge alla tua consapevolezza…

Nota, quindi, un bisogno imperioso che ti ha sempre guidato. Più o meno consapevolmente. Qualcosa del tipo: “ho lottato tutta la vita per …”. Esempi: ho lottato tutta la vita per un bisogno di amore, di essere stimato, di sfida, di successo, di senso, di essere il primo, di essere diverso da mia madre; per superare mio padre, evitare di sentirmi inferiore, sentirmi vivo, cercare di essere perfetto, cercare mio padre, consolare mia madre, rendere felici i miei genitori, controllare le esplosioni rabbiose degli altri, prendermi cura degli altri, sentirmi al sicuro, nascondere i miei difetti, proteggere le persone a cui voglio bene, evitare figuracce, ecc..

Nota che vita positiva hai costruito intorno a questo bisogno, quale valore hai seminato e raccolto sulla base di questo imperativo interno che ha guidato molte tue azioni e scelte…

Nota quali sono stati (e/o sono tuttora) gli effetti negativi di questo stile di vita. Quali prezzi hai pagato. Quali rinunce e quali autolimitazioni ti sei imposto…

Chiediti, ancora, cosa potrebbe succedere “se smettessi di organizzare il mio comportamento sempre ed esclusivamente in relazione a questo mio bisogno”: cosa proveresti, come ti sentiresti, cosa penseresti, cosa faresti…

Individua cosa oggi può veramente dare senso, direzione, significato e valore alla tua vita…

Ed inizia ad agire in modo coerente a questo nuovo “valore” che vai cercando di vivere e creare…

Vorrei, ma… Dolorose profezie…

Vorresti essere amato, ma senti di non meritarlo. Allora non chiedi l’affetto che vorresti per timore di non riceverlo… E finisce che non lo ricevi…

Vorresti coccole, ma credi che non ci siano persone disponibili per te… Tanto vale stare soli… E le coccole non arrivano…

Vorresti essere apprezzato, ma sotto sotto non ci credi nemmeno tu; per questo ti stai impegnando al massimo, ma non sei mai soddisfatto di te per cui rinvii il lavoro, la presentazione del tuo lavoro, la condivisione dei tuoi sforzi e quindi non ti arriva l’apprezzamento tanto desiderato…

Vorresti essere stimato, ma credi di non valere; ogni segno di stima, che pure ti arriva dall’esterno, dagli altri, dai buoni risultati effettivi che raggiungi, non attecchisce, boicottato dall’immagine negativa di te che ti porti dentro…

Vorresti cimentarti in un’impresa, ma temi di non essere supportato e per questo rinunci e resti al palo…

Vorresti andare a vivere da solo, ma ti senti in colpa immaginando le reazioni dei tuoi genitori (li lasci soli? Li abbandoni? Li preoccupi?) e quindi resti a casa raccontandoti una qualunque storia di auto-sabotaggio…

Vorresti invitare quella persona ad uscire, ma credi di non essere alla sua altezza, sono mesi che vorresti chiederle un appuntamento e… intanto quella persona esce con altre persone…

Vorresti farti valere sul lavoro, ma temi di essere giudicato per la tua timidezza o criticato perché non parli bene in pubblico; cerchi allora di non farti notare ed effettivamente per gli altri risulti invisibile, ti ignorano e non notano le tue qualità…

Vorresti far parte del gruppo dell’ufficio che va a mensa insieme, tutti i giorni, ma ti immagini incapace di stabilire una buona comunicazione con loro, e continui così a mangiare in solitudine…

Vorresti andare in palestra, ma ti senti goffo, impacciato e temi di essere deriso… Non ci vai e resti solo… E non in forma…

Vorresti far parte di un gruppo, ma ti senti diverso e hai paura di essere giudicato ed escluso per le tue stranezze… Rinunci… Nessuno ti può conoscere perché eviti ogni possibile contatto con i membri di questo gruppo… Resti solo…

Hai altri esempi che riguardano la tua vita e le tue relazioni? Ti sei mai trovato in quelle situazioni dove, purtroppo, la profezia dolorosa si avvera? Cosa deve succedere per bloccare questi cicli interpersonali dolorosi?
In psicoterapia si lavora anche su questo: per valorizzare i tuoi legittimi desideri di relazioni sane e nutrienti; per intercettare le credenze auto-sabotanti, a cominciare dalle convinzioni negative che hai su te stesso; per trovare strategie funzionali ad affrontare la frustrazione e la delusione che incontri; per comprendere meglio la tua esperienza interna (desideri, bisogni, sensazioni somatiche, emozioni, pensieri); per comprendere le interpretazioni distorte che ti portano a vivere esperienze dolorose nelle relazioni interpersonali; per iniziare quindi ad agire in modo diverso ed ottenere risultati soddisfacenti nei tuoi rapporti con le persone. Per ridurre la sofferenza e aumentare il benessere.

Due caratteri

Immagina questo dialogo… Potrebbe avvenire tra partner o amici o in ambito lavorativo o in altre relazioni…
“Ciao… Io sono così di carattere… Se ti sta bene… bene… altrimenti addio. Oppure no… Se vuoi avere a che fare con me… dovresti cambiare… Io sono fatto così… Non posso farci niente…”
E l’altro:
“Ciao… Io sono così di carattere… Se ti sta bene… bene… altrimenti addio. Oppure no… Se vuoi avere a che fare con me… dovresti cambiare… Io sono fatto così… Non posso farci niente…”
Potrebbe essere un dialogo reale, proprio con queste parole o simili. O potrebbe essere sottinteso nell’incontro tra due persone.
Cosa ti fa pensare? Ti ritrovi in qualcosa del genere? Molta parte della sofferenza individuale e dei problemi interpersonali è legata all’incapacità di uno o entrambi gli individui di uscire dai “limiti” di questo dialogo. Di uscire dalla pretesa che sia l’altro a dover cambiare per migliorare la relazione. E quindi?
“Se vuoi avere ragione devi essere disposto ad avere torto” diceva qualcuno. Se vuoi costruire e migliorare una relazione devi prima di tutto riconoscere come funzioni tu in quella relazione (cosa provi, cosa pensi, cosa vuoi, cosa fai, cosa ti fa arrabbiare, cosa ti spaventa, cosa ti piacerebbe, come ti comporti solitamente), devi riconoscere il tuo contributo a ciò che succede nella relazione, devi essere disposto a metterti in discussione e devi essere disposto a fare qualcosa di diverso da quello che hai sempre fatto. E poi quasi tutto sarà possibile…

Di fronte al rinnovarsi della ferita emotiva

Di fronte ad un dolore che spesso torna a trovarti…
Di fronte ad un errore che spesso tendi a ripetere…
Di fronte ad un incastro da cui non riesci ad uscire…
Di fronte ad una storia che sembra sempre uguale a se stessa…
Di fronte alla sensibilità antica che si fa sempre attuale…
Di fronte ai tuoi soliti, rigidi modi di agire …

Quando ti senti solo e incompreso…
Quando per l’ennesima volta ti sei chiuso a bere da solo…
Quando continui a pagare il costo elevatissimo di una decisione che sai che devi prendere ma non riesci a prendere…
Quando ancora una volta sei stato lasciato perché sei troppo…
Quando ti senti, come sempre, abbandonato… rifiutato… giudicato… sbagliato… colpevole… difettoso…
Quando continui ad essere inflessibilmente controllante e ossessivo… aggressivo e arrogante… compiacente e servizievole… perfezionista e volto all’autosacrificio … critico e sprezzante… autocritico e autosvalutante… freddo e distaccato… chiuso ed evitante…

È arrivata l’ora che inizi a chiederti:
Dove ho imparato a…?
Quando ho imparato a…?
Chi mi ha insegnato a…?
Come? In che modo? Attraverso quali parole? Attraverso quali esperienze?
Perché? A che scopo? Per ottenere cosa?
Sto forse ripetendo una storia che non è solo mia?

Cercare l’origine dell’attualità che si ripete in modo auto-frustrante è un passo importante per comprendere e iniziare a fare qualcosa di nuovo con questa sensibilità antica che si rinnova oggi come una ferita dolorosa e sanguinolenta…
Per arrivare ad una prospettiva duplice sul senso della ripetizione, al tempo stesso “comprensiva” e “trasformativa…” Qualcosa che può suonare dentro di sé come: “a quel tempo, in quel contesto, piccolo bambino, con la mia mente infantile, con poche risorse e strumenti semplici per comprendere ciò che stava avvenendo e ciò che stavo vivendo, ho creduto, inconsapevolmente, che questo mio modo di fare che oggi si ripete a rinnovare la mia sofferenza, fosse in qualche modo utile. Comunque è quello che ho trovato per cavarmela, per farcela ad andare avanti, per tentare di ottenere almeno il minimo indispensabile di sicurezza, protezione, amore, approvazione, stima, sostegno. Ho cominciato ad applicarlo per gestire più situazioni e nel tempo è diventato il mio marchio di fabbrica, il mio modo tipico di stare al mondo, di pensare, di agire, di costruire le relazioni interpersonali. Oggi, da adulto, in alcune o molte circostanze, sembro ancora quel bambino che sembra vivere e deve adattarsi ancora a quel mondo antico e non mi accorgo che quelle condizioni originarie sono mutate”.

È solo l’inizio di un percorso per smettere di ripetere il passato doloroso e cominciare a creare un presente più sereno…

Fuori dalla colpa, dentro la responsabilità

Molte persone arrivano in terapia con l’idea di cambiare gli altri per ridurre la propria sofferenza. Cambiare le altre persone, cambiare il mondo, cambiare l’esterno da sé. Spesso queste persone tendono a colpevolizzare gli altri per difendersi da un’autocolpevolizzazione (che sarebbe) vissuta con estrema angoscia e dolore insopportabile.
Fatte salve le situazioni di palese abuso, violenza e sopraffazione da parte di un adulto verso un bambino o un adolescente, così come altre relazioni palesemente sbilanciate in termini di dominio/sottomissione, il resto dei casi richiede una rivisitazione del vissuto di colpa/responsabilità.
È proprio difficile, un po’ per tutti noi, credere che quello che siamo oggi, quello che pensiamo, che viviamo, che facciamo sia l’esito della nostra capacità di adattamento alle condizioni di vita che abbiamo incontrato e che ancora oggi incontriamo. Credere insomma di essere responsabili delle proprie scelte. E, soprattutto, che la responsabilità sia diversa dalla colpa.
Molte persone, in modo più o meno esplicito e profondo, credono qualcosa del tipo: “meglio pensare che sia colpa degli altri e sentirsi vittime dei loro comportamenti sbagliati piuttosto che sentirsi colpevoli, inadeguati, sbagliati, non amabili, indegni”. “Meglio credersi vittime di colpe altrui che responsabili di propri errori, mancanze, difetti”. “Meglio credersi vittime di aggressione ingiusta e ingannevole che colpevoli di essere deboli, inferiori, incapaci”.
Ogni persona presenta malesseri individuali e una storia personale unica e anche molto diversa da quella di chiunque altro. Nella diversità di ogni percorso, la terapia deve aiutare la persona ad uscire da questa rappresentazione della realtà vittima/colpevole. Per lo meno a diventarne consapevole e rivisitarla con maggiore chiarezza. Per recuperare il senso e il valore della propria traiettoria evolutiva che l’ha portata ad essere oggi il frutto delle scelte antiche. Per sentirsi oggi nel pieno potere di essere responsabili del proprio modo di pensare, sentire e agire, fuori da ogni considerazione di colpa, facendo perno sul fatto che ciascuno di noi sta combattendo la propria battaglia per la felicità come persona degna e amabile… incondizionatamente…

Valido il motivo, inefficace il metodo

I tuoi genitori stavano sempre in guerra e tu ti chiudevi in stanza sperando in una tregua… Oggi sei esperto nell’evitare ogni forma di conflitto!
Tuo fratello era gravemente malato e tu hai imparato a non chiedere niente per te… Oggi sei esperto nel fare sempre e comunque tutto da solo!
Tuo padre è morto che tu eri ancora bambino e molto presto hai dovuto imparare ad essere grande… Diventando esperto nel seguire doveri e responsabilità senza mai concederti esperienze di piacere e relax!
Tua madre era spesso aggressiva e tu sceglievi il silenzio per non inquietarla… Fino a diventare nel tempo maestro nell’arte del non disturbare!

Questi sono solo alcuni esempi di numerosissime traiettorie possibili in cui ciascuno di noi è riuscito a cavarsela pagando un prezzo enorme per aver sviluppato solo una parte delle proprie potenzialità e per aver ucciso altre parti di sé sane e vitali.

Ciascuno di noi ha un suo proprio modo di funzionare che ha imparato nel corso della sua vita. La vita può essere concepita come una storia di apprendimenti per cavarcela, per risolvere problemi, per trovare strade verso i nostri desideri. Abbiamo così tutti dovuto imparare a camminare e a parlare, a leggere e scrivere, a fronteggiare persone e situazioni, a pensare in modo utile e a governare le nostre emozioni. In questo percorso, più o meno accidentato, abbiamo imparato a stare al mondo, a stare con noi stessi e con gli altri.
Allora, ti suggerisco un principio, su cui riflettere per agire, che può accomunare tutti gli apprendimenti di una vita che ci hanno permesso di arrivare fin qui, fin dove ciascuno di noi è arrivato. È un principio di consapevolezza al servizio del cambiamento.
Se è vero che hai fatto di tutto per cavartela nel posto in cui sei cresciuto…
Se è vero che le strategie che hai trovato ti hanno permesso di trovare una tua strada per allontanarti dal dolore e per avvicinarti alla felicità…
Se è vero che queste strategie hanno avuto anche un costo elevato in termini di rinunce, limiti, privazioni…
Se è vero che è valido il motivo e inefficace il modo…
Allora, restando validi e legittimi i tuoi bisogni di sopravvivenza (bisogno di essere amato e stimato), i tuoi scopi di vita e i tuoi desideri di felicità e autorealizzazione, oggi devi e puoi trovare altre strategie, magari meno costose emotivamente o diversamente costose, con rinunce, limiti e privazioni per te oggi più sostenibili. Nuove strade, nuove modalità di pensiero e azione, nuove regole per l’espressione di te, nuove strategie per la comunicazione efficace, nuovi modi di stare con te stesso e con gli altri.
Da ora in avanti, dunque, pensando a diversi ambiti, ruoli e relazioni della tua vita, magari focalizzando quelli per te più sensibili rispetto al tuo desiderio di cambiare qualcosa…
Continua a considerare valido e legittimo ciò che vuoi ottenere (sempre se congruo con la realtà e la tua coscienza personale)… E cerca nuove possibilità… Nuove strategie… Nuovi comportamenti…
Una volta immaginate queste nuove strade non ti resta che cominciare a percorrerle e vedere l’effetto che fa… Questo è uno dei molteplici modi in cui si può descrivere un percorso terapeutico!