Il circolo vizioso del panico. La psicoterapia integrata della paura della paura

Come funziona il panico?
Succede qualcosa che genera ansia e stress. In una certa misura ansia e stress sono normali. Le normali richieste della vita ci portano ad attivarci per rispondere. La persona che manifesta ansia e stress, normali o fisiologici, attiva tutte le sue risorse per fronteggiare, superare e ristabilire un equilibrio in cui le richieste si abbassano e la persona sente di riuscire a gestire ciò che la vita le chiede con le risorse a disposizione.
La preparazione di fronte allo stress attiva il sistema nervoso autonomo che prepara l’individuo a fronteggiare la situazione che a qualche livello è vissuta minacciosa, pericolosa, per il proprio equilibrio, con un intero organismo psicofisico attrezzato per combattere o fuggire o mimetizzarsi o simulare la morte.
L’ansia e lo stress diventano eccessivi quando per la persona, quelle richieste, intense e ripetute, superano la sua capacità di fronteggiarle e la persona va in riserva, in esaurimento. In modo più o meno consapevole, la persona vive questo surplus di richieste come qualcosa di molto minaccioso e pericoloso. Si deve attivare ancor di più. Il tutto per affrontare nel migliore dei modi il pericolo o un predatore. Come vivessimo nella giungla più selvaggia, anche se stiamo semplicemente in Europa nel 2020.
Che pericolo è questo? Dove sta la minaccia?
La minaccia è velata o nascosta, spesso indicata da ciò che ci crea stress, nascosta nelle pieghe del “dover essere” e del “sentirsi in difetto” rispetto a come dover essere. È minaccioso ciò che sentiamo e crediamo sia più grande di noi, qualcosa rispetto al quale ci sentiamo fragili, indifesi, impotenti, incapaci, non all’altezza. Fatto sta che la reazione è di paura con tutto il corteo di sintomi neurovegetativi (battito cardiaco accelerato, oppressione toracica, respiro affannoso o sensazioni di soffocamento, sudorazione eccessiva, eccesso di caldo o di freddo, tremori in varie parti del corpo, sensazioni dolorose o fastidiose diffuse un po’ dappertutto, sintomi gastrointestinali, debolezza, tensione muscolare, vertigini, senso di svenimento, testa confusa, sensazione di non riuscire a parlare in modo adeguato e a pensare in modo chiaro, formicolii, bocca secca, sensazioni di irrealtà, sensazioni di essere fuori dal proprio corpo, paura di perdere il controllo o di agire in modo bizzarro o di fare una figuraccia o di impazzire, addirittura di morire, sensazioni di non farcela a sopportare quello che sta accadendo).
Da qui comincia il circolo vizioso. Paradossale. Le sensazioni somatiche dell’attivazione della persona per affrontare i pericoli vissuti diventano a loro volta fonte di paura. La paura della paura. La persona si è spaventata e tende da ora in poi ad interpretare, automaticamente, ogni sua manifestazione somatica e psicologica come segno che sta per tornare quella paura. Vive un’ansia anticipatoria (immagini di pericoli) rispetto a stimoli esterni e sensazioni interne che in precedenza erano innocui. Con pensieri quali “sto per morire di infarto o soffocato, sto impazzendo, perderò il controllo, farò una figuraccia” (pensieri che esprimono le paure che sono i sintomi dell’attacco di panico). Quindi si spaventa ed effettivamente le manifestazioni del suo spavento le confermano che la paura è tornata. E così via… Fino al panico!!!
Fino a quando, la persona, per gestire la sua paura, comincia ad attivare delle strategie che, purtroppo, invece di scacciarla, la alimentano.
Fattori di mantenimento che sembrano paradossali, ma che funzionano da sostegno ad un’idea di sé fragile, debole, incapace di affrontare le situazioni e i problemi e ad un’idea del mondo come pericoloso e in grado di schiacciare la persona.

Cosa mantiene, cosa alimenta la paura della paura?

Tanti EVITAMENTI, manifesti e nascosti. Per una errata interpretazione, la persona comincia ad associare nella sua mente certe situazioni con la possibilità di avere il panico in quelle situazioni che quindi comincia ad evitare. “Se eviti la situazione fonte di paura ti rassicuri certo, ma non ti permetti nemmeno di capire se effettivamente c’era pericolo e restringi progressivamente la tua zona vitale ovvero dove riesci a vivere sentendoti tranquillo e sicuro. Sicuro e limitato. Una confortevole zona stagnante. Fino a tirarti fuori anche da impegni e responsabilità”. Dunque, tanti evitamenti che modificano in modo sostanziale e peggiorativo la tua qualità di vita.
Molti evitamenti sono palesi, come evitare di andare in certi luoghi, in certe circostanze, da soli o con troppe persone, ecc. Altri evitamenti, per paura di avere un attacco di panico, sono più subdoli, meno evidenti, ma altrettanto potenti nel restringere lo spazio vitale della persona, ad esempio: evitare di uscire senza un tranquillante con sé, evitare ogni sforzo fisico ritenuto eccessivo, evitare situazioni emotive quali troppa rabbia ma anche troppa gioia, evitare i rapporti sessuali, evitare certi film o canzoni troppo “attivanti”, evitare situazioni di caldo o freddo troppo intensi, ecc.

Ricerca di PROTEZIONE e RASSICURAZIONE, quasi sempre legate alla presenza di una persona che realizza tale scopo; bisogno di sentirsi protetto e rassicurato che nell’immediato placa l’ansia, ma che a lungo andare è deleterio e crea una vera e propria dipendenza da chi e cosa protegge e rassicura. La persona “apprende” così dall’esperienza che da sola non riesce ad affrontare la situazione, che senza sostegno è fragile e incapace di affrontare la situazione. Ne consegue un bisogno aumentato di aiuti e presenze di elementi rassicuranti e protettivi, un calo dell’autostima e soprattutto una falsa sicurezza in quanto fondata su qualcosa o qualcuno di esterno.

Ricerca del CONTROLLO con tentativi fallimentari. La persona ormai sensibilizzata al panico diventa estremamente attenta ad ogni segnale somatico di ansia, lo interpreta erroneamente sempre in modo catastrofico (“sto per impazzire, morire, perdere il controllo di me e della situazione”, ecc.) e cerca di controllare le sue sensazioni finendo però per alimentarle ulteriormente. Più cerchi di controllare più aumenta la sensazione che sono sempre maggiori le cose da controllare e maggiore la sensazione di non controllare tutto, che fa rima con niente. Non controllo niente… E si alimenta il ciclo.

Indipendentemente da come, quando, dove, con chi è nato il problema, ormai ha preso ad amplificarsi ad ogni segno di stress.
Indipendentemente dall’origine del problema, oggi è importante prima di tutto intervenire su ciò che lo mantiene, anzi lo alimenta.

La psicoterapia si focalizza su diversi aspetti.

Innanzitutto, aiuta la persona a normalizzare ciò che le sta succedendo. È doloroso, ma non pericoloso. È fonte di sofferenza, ma se ne può uscire. È un problema che si può affrontare. L’ansia è un’emozione e non una malattia. Può diventare una malattia se noi viviamo l’esperienza fastidiosa come catastrofica fino al punto di alimentare ciò che vorremmo evitare. Per questo obiettivo di normalizzazione, diventa anche importante far conoscere all’ansioso come funziona la sua ansia e il potere che l’individuo ha di lasciarla andare (che è totalmente diverso dal controllare).

Secondo. Comprendere come funziona il circolo del panico e come intervenire sui vari passaggi viziosi. Ad esempio, interrompendo la connessione tra sensazioni e interpretazioni: mi batte forte il cuore (sensazione fisica) non significa “mi sta venendo un infarto” (interpretazione catastrofica). Riconoscere, dunque, il proprio pensiero come pensiero e non come realtà effettiva. Ad esempio, il significato di “catastrofe terribile, insopportabile e irrimediabile” che io attribuisco alla realtà è il mio significato e non ciò che è reale. È la mia fantasia o immaginazione o previsione catastrofica, ma non è la realtà della situazione. Dunque, comprendere per disconnettere il link tra fatti e vissuti, tra eventi reali e modi di interpretarli, fino ad attribuire loro un significato di minaccia, pericolo, catastrofe che attiva ansia, paura, evitamento.

Terzo. Trovare strategie per calmarsi, rilassarsi. Per padroneggiare l’ansia fino a renderla gestibile. Ovvero interrompere il circolo vizioso SIA: Sensazioni, Interpretazione, Ansia. A questo fine può essere utile un esercizio che “toglie la sete col prosciutto”. Invece di fuggire le sensazioni somatiche ed emotive che tendi ad interpretare in direzione ansiogena (circolo vizioso SIA), inizia a sostare con “attenzione deliberata” su queste sensazioni, cogliendole per quelle che sono (attivazione del corpo per rispondere alle sollecitazioni dell’ambiente) e non per quello che credi siano (catastrofe imminente e distruttiva). Ad esempio, poni attenzione al tuo respiro per quello che è… Attenzione continua all’aria che entra e all’aria che esce… All’aria che si sposta dall’addome al torace e allo sterno e poi a scendere… Attenzione alle sensazioni lungo tutto il corpo mentre continui a respirare… Attenzione alle tensioni fisiche che noti e lasci andare…
Più che un esercizio da praticare, è un atteggiamento che puoi cominciare a sviluppare: invece di fuggire dal contatto, sperimentati nello “stare”. Un atteggiamento che ti sarà utile anche rispetto ai tuoi innumerevoli evitamenti comportamentali. Impara a sostare con attenzione deliberata su ciò che ti spaventa… Senza pensieri ulteriori… Senza giudizi… Senza interpretazioni… Semplicemente nota ciò che succede… Nota le tue sensazioni somatiche… Senza volerle cambiare… Notale e lasciale essere…

Quarto. Iniziare ad affrontare un passo alla volta ciò che gradualmente la persona ha imparato ad evitare. Ancora una volta, si tratta di avvicinare la paura per sperimentare direttamente che non c’è nulla da avere paura perché tutto ciò che potrebbe accadere (probabile ma non certo) sarà comunque affrontabile, sostenibile, superabile, rimediabile. La persona viene invitata a confrontarsi col rischio … Avvicinandosi sia alle sensazioni temute senza scappare sia alle situazioni reali finora evitate.

Quinto. Comprendere i motivi di stress attuali. Quali esperienze “stressanti” sono state vissute dalla persona prima dell’attacco di panico, nelle ore, nei giorni, nelle settimane precedenti l’attacco di panico. Cosa le ha rese stressanti per la persona. Non tutti siamo suscettibili alle stesse esperienze.

Sesto. Comprendere come i motivi attuali siano legati a motivi storici, ad una sensibilità personale a certi tipi di stress. È il lavoro sulla ferita. E sulla vulnerabilità alla ricaduta. Sull’origine di un modo di pensare e di stare al mondo che rende la persona suscettibile a certi tipi di stress. Ferita che, purtroppo, se non curata, dopo qualche tempo può far riemergere sintomi e comportamenti problematici.
Spesso le persone che sono suscettibili a vivere esperienze di panico sono state bambini che non sono stati aiutati a dare senso a ciò che stava accadendo loro in certe circostanze e quindi si sono spaventati senza essere stati rassicurati. Oggi sono adulti che hanno paura di provare emozioni, hanno paura di quello che provano perché nessuno li ha aiutati a comprendere ciò che provavano. Hanno paura di perdere il controllo di se stessi perché così è sembrato loro che accadesse quando erano piccoli. Essendo stati spesso bambini lasciati soli, letteralmente soli, a dover capire cosa stava succedendo, ma non avendo gli strumenti per farlo. Bambini che hanno dovuto accudire i genitori o li hanno dovuti controllare. Bambini che non si sono potuti permettere di essere bambini e che hanno imparato a dover essere forti e quindi oggi hanno paura di sperimentare sentimenti di fragilità. Bambini che sono stati così abituati a credere di essere fragili che oggi veramente credono di essere impotenti di fronte ad ogni accadimento.
Per questo la terapia può essere molto breve e anche molto lunga. Dipende da quanto il sintomo ansioso è incastonato in una struttura personale più o meno fragile. Tanto maggiore è la fragilità interiore e la rigidità di certi modi di percepire e interpretare la realtà e di agire nei rapporti interpersonali, tanto più profonda deve essere la terapia; che deve quindi intervenire prima a ridurre il momento acuto di sofferenza per poi trattare il “terreno fertile” al ripresentarsi dei problemi.
Come esiste un circolo che mantiene il panico, anche la sua terapia è circolare e complessa. Ogni fase è connessa alle altre e si lavora in modo integrato, ad esempio cercando di capire come funziona l’ansia e come calmarsi, cercando di comprendere i motivi di stress che la attivano e la mantengono, avendo sempre in mente la storia di vita della persona che traccia i confini della sua sensibilità a certi tipi di eventi stressanti e ai modi ansiosi di reagire ad essi.

L’assedio

Sei idiota
Sei pesante
Sei terribile
Sei insopportabile
Sei una delusione
Non sei capace
Non sei adatto
Non sei all’altezza
Non è per te
Non mi far arrabbiare o rendere triste o far preoccupare…

Tuo padre tante volte ha pronunciato parole simili rivolgendosi a te. O così ti sono arrivate anche da uno sguardo, da un rimprovero, da un atteggiamento.
Tua madre tante volte può aver usato parole simili o così le hai interiorizzate vedendo il suo comportamento nei tuoi confronti o percependo i suoi stati d’animo.
Forse anche altre persone, più o meno importanti della tua vita, ti hanno circondato con parole e giudizi simili.
Su queste parole e giudizi tu hai costruito pezzi importanti dell’idea di te, rispondendo alla domanda, anche solo implicita dentro te: chi sono?
Mi auguro che tu abbia ricevuto anche messaggi di amore e stima che insieme ai precedenti abbiamo contribuito a creare solide fondamenta della tua personalità, della tua autostima e del senso del tuo valore come persona unica e degna. Te lo auguro…
Oggi ti dici queste cose, continui a dire a te stesso ciò che ti è stato detto molte volte. Soprattutto, purtroppo, sono i messaggi negativi che rimbombano più pesantemente. L’assedio una volta esterno è diventato interno. E ti senti idiota, pesante, sbagliato, colpevole, immeritevole e compagnia brutta.
Questo dialogo interno, per lo più inconsapevole, condiziona le esperienze che fai e come le fai, oltre che la tua autostima. Sono messaggi potenti alla persona, ricevuti forse più volte, dalle persone più importanti della tua vita, magari con toni emotivi intensi. Sono messaggi che insieme ad altri hanno definito i confini del tuo senso di identità.
Questo assedio è un automatismo di cui puoi diventare consapevole e che puoi quindi cominciare a de-automatizzare.
Ascolta questo dialogo interiore: le parole e i pensieri che ti girano in testa… Le emozioni che provi quando sei “sotto attacco”… Le sensazioni che ti arrivano dal corpo…
Non sei abituato a fermarti ed ascoltarti… Puoi comunque sempre cominciare… Oggi è il momento giusto…
Conoscere questi automatismi ti permette di fare una prima fondamentale chiarezza su cosa solitamente guida i tuoi vissuti, le tue interpretazioni delle cose che ti accadono, le tue emozioni, i tuoi bisogni, le tue azioni. Per iniziare ad uscire dall’assedio.
Non esistono esercizi miracolosi, formule magiche o soluzioni preconfezionate… Esiste la tua disponibilità a fare un lavoro profondo su te stesso per prenderti cura di te come non hai mai fatto e per dirigerti in modo più consapevole e autonomo verso la vita che vuoi.

L’azione nello spazio

La sofferenza origina nello spazio tra ciò che desideriamo e ciò che otteniamo. Abbastanza banale. Forse. Magari non per tutti. Come sempre, anche fondamentale, se questa scontata consapevolezza diventa guida per un’azione responsabile, per ridurre quel gap in cui si genera la frustrazione (non sempre otteniamo le cose che vogliamo) e la delusione (non sempre gli altri si comportano come noi vorremmo).
Forse meno scontata l’idea che ciò che è frustrante e deludente è diverso da persona a persona.
La nostra storia ha disegnato la nostra personalità e quindi le nostre personalissime sensibilità e reattività alle cose, alle persone, alle situazioni, aspetti che discendono da chi siamo e chi siamo diventati lungo il corso della nostra vita. Io posso essere più sensibile alle perdite affettive, mentre altri possono essere più reattivi alle esperienze di fallimento. C’è chi si inquieta di fronte all’ignoto e chi si addolora di fronte al vuoto. Chi è più sensibile al giudizio e chi è più angosciato dalla solitudine. E via così…

Inoltre, la reattività può essere più indirizzata a certe emozioni che ad altre. Chi tende a reagire con rabbia e si attiva immediatamente, mentre c’è chi si ripiega sul proprio dolore e resta passivo. Chi reagisce con vergogna, chi è più pronto ad agitarsi e spaventarsi. E via così, in base alla diversità di situazioni e anche di persone. Non tutti reagiamo allo stesso evento allo stesso modo sia in termini di pensiero sia come emozioni provate sia come reazioni comportamentali.

Dunque, di fronte alla propria sensibilità e alla personale quota ineliminabile di frustrazione e delusione, ciascuno di noi è chiamato ad un’azione consapevole e responsabile in cui è importante lamentarsi il giusto, ma non troppo; fino a quando non si sono trovati motivi ed obiettivi per superare le difficoltà e fino a quando si comincia ad agire in prima persona, cercando di impegnarsi negli ambiti in cui possiamo avere il controllo ed essere efficaci nel muovere le cose. E fino a quando non abbiamo ridotto quel gap e siamo più soddisfatti, mentre, contemporaneamente, riusciamo ad accettare ciò che non siamo riusciti a modificare.

Prova ad applicare queste idee nella tua quotidianità, confrontando, di fronte agli stessi eventi o molto simili, i tuoi vissuti e le tue reazioni con quelle degli altri, magari delle persone più vicine a te… E vedi cosa emerge alla tua attenzione…
Dalla consapevolezza maturata potrai trovare un nuovo punto di vista per dare significato alle cose che ti accadono, alle esperienze che vivi, alle scelte che fai, a quelle che vuoi continuare a fare e alle nuove scelte che puoi cominciare a fare…

Di coccio

Le persone che soffrono sono quelle incapaci di affrontare in modo giusto le frustrazioni e le delusioni che la vita quotidiana ci presenta. Il problema non sono frustrazioni e delusioni, inevitabili in una certa misura, ma l’incapacità delle persone di affrontare, governare, elaborare ed accettare le frustrazioni e le delusioni ovvero il fatto che non sempre i fatti e le persone sono come noi vorremmo che fossero.
Una prima parte o quota di sofferenza è normale o inevitabile in quanto data dalla mancata soddisfazione dei nostri bisogni e desideri, che ci procura un qualche tipo e grado di emozioni dolorose. Ma ciò che trasforma una sofferenza “normale” in una sofferenza “gigantesca”, e la mantiene nel tempo, è proprio la “mancata accettazione dello scarto” tra bisogno e realtà, tra desiderio e mancata realizzazione, tra come vorrei essere e come sono, tra come vorrei fossero gli altri e come si comportano, tra come vorrei il mondo e come il mondo è (cioè se ne infischia dei miei desideri).
Di fronte alla frustrazione e alla delusione, quindi, abbiamo alcune strade da percorrere, più o meno faticose ed efficaci e portatrici di emozioni diverse:
1. Insistere fino ad ottenere ciò che vogliamo.
2. Rinunciare a ciò che vogliamo.
3. Modificare ciò che vogliamo.

Per ridurre la sofferenza e aumentare la soddisfazione, dobbiamo saperci districare tra questi diversi scenari e possibilità.

Imparando, prima di tutto, a perseverare fino alla meta tanto agognata …

Imparando a modificare i nostri piani, a volte a rinunciare o accontentarci …

Imparando a godere di parziali soddisfazioni …

Imparando a sostenere le fatiche fisiche ed emotive che tutto ciò comporta…

E da ultimo, ma non per importanza, imparando ad accettare che, a volte o spesso, “questo è… e altrimenti non può essere”!!! Almeno per ora… O forse per sempre!!!

Ricomincia dai tuoi comandamenti…

Ricomincia dai tuoi comandamenti!!! Hai presente i comandamenti biblici? Che tu sia credente o meno, che tu sia ebreo, cristiano, musulmano o di qualsiasi altra fede o dottrina spirituale, pensali come una metafora, un’ispirazione per comprendere quali sono I TUOI COMANDAMENTI, quelli che segui, più o meno consapevolmente. Le tavole della legge, del padre, dell’autorità: cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è buono e cosa è cattivo, cosa deve esserci e cosa non deve esserci nella tua condotta quotidiana.

Probabilmente non sei pienamente consapevole di quali regole o leggi governano la tua condotta, regole a volte nascoste eppure molto potenti nell’orientare il tuo comportamento. Forse non sai precisamente perché e quando sono nate. O forse sì… Di fatto esistono e ti guidano anche se non le conosci con precisione. Sono regole nate per proteggerti, orientarti, anzi darti prima di tutto una strada, un’idea di come stare al mondo affinché tu possa vivere una vita felice, che per te è “sana, buona e giusta”. Insomma la tua VITA FELICE, SERENA, REALIZZATA.

Purtroppo non sempre le cose sono andate al meglio e alcune regole si sono rivelate fonte di malessere invece che di benessere… Alcune regole erano buone per chi le le ha trasmesse, ma non per te… Alcune regole erano buone un tempo, ma progressivamente hanno perso il loro valore… Altre sono state forse utili in certe circostanze, ma nel tempo sono diventate inutili o peggio dannose…

Ti suggerisco, dunque, un esercizio, impegnativo quanto potente. Carta, penna o qualsiasi altro dispositivo cartaceo o elettronico per scrivere… Quando lo farai otterrai risultati importanti. Se lo farai con attenzione, cura e in “full immersion” i tuoi risultati saranno straordinari. Ecco l’idea guida.

SCRIVILI proprio questi tuoi comandamenti, siano essi 10 o 100 o anche solo pochi, ma buoni per ispirare le tue scelte quotidiane.
IO DEVO…
IO NON DEVO…
IO DEVO SEMPRE…
IO NON DEVO MAI…

ESEMPI
Io devo essere “buono”…
Io non devo ribellarmi a ciò che viene detto dai grandi, dai capi, da chi ne sa più di me, da chi ha più diritto di me….
Io devo sempre essere forte impassibile, una roccia…
Io devo essere sempre disponibile…

Ricorda: i comandamenti ci sono anche se non si vedono, anche se non è facile vederli.

Nota quanto effettivamente questi obblighi e divieti, questi imperativi e queste limitazioni ti siano stati di aiuto nella tua crescita, nelle tue decisioni importanti, nelle tue scelte quotidiane.

Diventa ora consapevole di quali REGOLE vorresti guidassero il tuo comportamento. Quindi di quali VALORI. Cioè sostanzialmente prendi consapevolezza e annota con cura e chiarezza COSA È IMPORTANTE PER TE per realizzare la vita che vuoi, cosa deve essere presente nei diversi ruoli e ambiti di vita (famiglia, coppia, lavoro, amicizia, interessi ricreativi e culturali, ecc.) affinché tu ti possa sentire soddisfatto, gioioso, pieno, realizzato. E COSA DEVI e NON DEVI FARE, PENSARE, ESSERE per rendere concreta ed effettiva la tua idea di VITA DI VALORE. Che valga la pena, ma soprattutto la gioia di essere vissuta.

RI-SCRIVILI proprio questi tuoi comandamenti, siano essi 10 o 100 o anche solo pochi, ma buoni per ispirare le tue scelte quotidiane.
IO DEVO…
IO NON DEVO…
IO VOGLIO…
IO POSSO…

E nota la differenza: tra quella che è stata per te una guida, per una vita, fino ad oggi e ciò che da oggi in poi, per il resto della tua vita, vorresti ti guidasse.

Nota la differenza: tra i comandamenti che ti porti dentro da tempo e quelli che vuoi cominciare a seguire da ora in poi.

E comincia a seguirli, ad agire in base ai tuoi valori, alle tue regole, ai tuoi dettami, ora più consapevolmente scelti per creare la tua vita piena… E degna di essere vissuta…

La consapevolezza di quello che fai…

Prima o poi è importante che tu raggiunga un certo grado di consapevolezza rispetto a quello che fai (e che non fai), a quello che pensi (e che non pensi), alle decisioni che prendi (e a quelle che non prendi), alle abitudini che porti avanti (e a quelle che invece non adotti), insomma a come conduci la tua vita rispetto a come vorresti e potresti crearla.
Per questo, fatti una serie di domande e soprattutto rispondi, meglio per iscritto, su un tuo quadernino ad hoc, anche elettronico, pensando ad ambiti specifici (famiglia, coppia, lavoro, amici, tempo libero, passioni, valori personali, ecc.) o più in generale alla tua vita attuale.
A cosa mi è utile e a cosa non mi è utile pensare quello che penso e comportarmi come mi comporto?
A cosa mi avvicina e da cosa mi allontana?
Quali benefici ricavo e quali prezzi pago?
Quali potenzialità esprimo e realizzo e quali limiti mi tengono fermo al palo?
In che cosa migliora la qualità della mia vita e in che cosa peggiora?

Rispondere a queste domande apre la strada ad una più ampia conoscenza di te e ad una tua maggiore consapevolezza e responsabilità delle scelte che hai fatto, che stai facendo e che vuoi fare. Dei valori che porti avanti, dell’idea di vita che, di fatto, ti guida. Il resto è azione concreta che tu devi mettere in atto…

Eredità e belle notizie

Il bambino impara presto cosa ci si aspetta da lui e cosa deve fare per realizzare le aspettative, le preferenze, le richieste, esplicite e implicite, delle figure di riferimento per lui importanti. Il contro-valore di questa scelta di adattamento e compiacenza, più o meno grande, mai consapevole, è un sentimento di sicurezza, amore, approvazione; il prezzo da pagare è una, più o meno grande, rinuncia a sé, alle proprie espressioni più naturali e autentiche. “Per far contenti mamma, papà e compagnia bella scontento me stesso”. Il rischio sarebbe altrimenti la possibilità di “relazioni pericolose” sotto forma di rifiuto, abbandono, critica, rimprovero, colpevolizzazione, aggressività, violenza, ostacolo, freddezza, distacco, delusione dei genitori e degli altri grandi davanti alle sue manifestazioni più genuine. È troppo più importante e fondamentale, per il bambino, il bisogno di sicurezza rispetto al bisogno di seguire le proprie inclinazioni più autentiche.

In forme e manifestazioni diverse, questo è un conflitto interno che ci portiamo appresso per tutta la vita e con cui combattiamo costantemente: la scelta della sicurezza col prezzo della rinuncia; la scelta del rischio e pericolo in nome dell’affermazione delle proprie tendenze naturali, autentiche, essenziali. Spesso il prezzo da pagare, da adulti, prende la forma di una incapacità di riconoscere, accedere e legittimare parti di noi che non erano accettate dai nostri genitori e che noi abbiamo imparato a non accettare in noi stessi.

Se un genitore temeva o disprezzava la fragilità, quel figlio avrà imparato a “dover essere” solamente, esclusivamente e necessariamente forte.

Se un genitore si spaventava o soffriva di fronte alle manifestazioni esuberanti e vivaci di un figlio, questi avrà progressivamente imparato ad “inibire” i suoi moti spontanei e vitali e sarà diventato remissivo, tranquillo, un soprammobile.

Se un genitore temeva l’ambizione e il successo del figlio perché avrebbe oscurato il proprio successo o perché avrebbe significato lasciare la famiglia, allora quel successo sarà stato “boicottato” e quel figlio, divenuto adulto, avrà imparato a “volare basso”.

Se i genitori restavano delusi quando i risultati erano solo “medi”, quel bambino avrà imparato a poter essere e a “dover essere” solamente, esclusivamente e necessariamente ottimo, eccellente, anzi perfetto.

Insomma i genitori ci hanno dato una “forma”, hanno “formato” la nostra personalità, ci hanno caricato di aspettative a cui “conformarsi”, spesso cieche di fronte ai reali bisogni, alle inclinazioni, alle caratteristiche dei figli, che non osservati, non visti, non considerati nella loro originalità, sono stati “obbligati a diventare esperti di ciò che ai genitori andava a genio”, pena il rischio, chissà la certezza, di insicurezza, rifiuto, disapprovazione, critica feroce, delusione.

Da adulti, questa “forma” limitata si esprime nei “modi limitati” di pensare, sentire, agire, costruire relazioni che ciascuno di noi incarna. Modi limitati intesi come “auto-privazione” che spesso genera sofferenza, stress, infelicità, mancata realizzazione dei propri talenti e di un progetto di vita realmente sintonizzato con le parti più genuine e profonde di sé.

Ma almeno una bella notizia c’è!!!

Oggi, seppure siamo diventati esperti di uno o pochi modi di essere (come voluti dai nostri genitori a cui un bambino piccolo non può, non riesce, non sa che può dire no), è comunque possibile mettere in discussione tutto ciò; oggi possiamo imparare altri modi, apprendere nuove modalità di stare al mondo, nuove “forme” e nuove “norme e regole” di cosa è giusto e sano per noi, per creare la felicità per come la vogliamo e la intendiamo noi e non per come ci hanno indotto a credere.

Nessuno è colpevole, ciascuno di noi è responsabile.