Adagio

Conosci l’adagio “se in ogni cosa cerchi la perfezione… allora sei proprio un perfetto coglione!”. Beh, ora lo conosci!
Ho sempre interpretato questo pensiero cercando di non soffermarmi sul giudizio, tanto meno un giudizio sulla persona. Si sa, ciascuno di noi cerca di fare il meglio per cavarsela nella vita, anche tentando di essere perfetto…
Così come si sa che chi inventa aforismi come questo vuole stuzzicare il pensiero, la curiosità, la riflessione. Anche una certa sana dose di autocritica e capacità di mettersi in discussione.
Io personalmente intendo la ricerca della perfezione come una missione impossibile che lascia la persona in una inevitabile frustrazione.  Più nello specifico, credo sia importante cercare di essere ‘eccellenti’ nelle sfide in cui ci si cimenta, magari in alcuni ambiti riusciamo anche a raggiungere la perfezione e ne possiamo godere. Al tempo stesso, più realisticamente, la nostra quotidianità, nelle nostre piccole e grandi scelte, è fatta di tante cose di cui ci curiamo e di alcune altre che inevitabilmente trascuriamo. Non credi? Cosa vedi nella gestione dei tuoi impegni quotidiani, nei vari ruoli della tua vita e nelle diverse relazioni? Certamente anche tu, come il resto del mondo, ti curi in maniera eccellente di alcune cose e ne tralasci altre. È così. Ed è importante imparare ad apprezzare appieno i nostri eccellenti risultati e cercare un equilibrio tra tutte le aree di vita in modo da non creare eccessivi sbilanciamenti. Ad esempio, come puoi prenderti cura in maniera bilanciata dei tuoi affetti familiari, del tuo lavoro, del tuo fisico, delle amicizie, della tua spiritualità, delle tue passioni e di altre aree per te importanti?
È fondamentale allora la consapevolezza delle nostre priorità a breve, medio e lungo termine: i nostri valori e i nostri scopi che generano le nostre scelte quotidiane di curarci di certi bisogni e di rimandare la cura di altri.
E questa consapevolezza ci aiuta anche a viverci maggiore responsabilità e minore senso di colpa. La prima riguarda l’impegno ad occuparci di alcuni aspetti della nostra vita, consapevoli che non possiamo curarci di tutto, subito e con la stessa efficacia ed efficienza. Tempo e risorse sono limitate. Il senso di colpa può dunque anche non comparire nel momento in cui ci è chiaro che se abbiamo dedicato tempo e risorse in una certa direzione non potevamo farlo contemporaneamente e allo stesso modo anche per altro.
Se ti curi di qualcosa è inevitabile trascurare qualche altra situazione. Se, ad esempio, inizi a leggere ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, puoi cominciare ad occuparti della tua crescita personale che ti aiuterà a tenere in equilibrio le varie aree della tua vita di cui curarti.

Distorsioni del pensiero che influenzano potentemente le tue scelte

Oggi ti presento alcune distorsioni del pensiero che influenzano potentemente le nostre scelte. Sono pensieri che non sempre ci aiutano a fare scelte per noi veramente utili. Sono modi di pensare che ci portano a privilegiare certi nostri scopi e bisogni a discapito di altri.
Per ciascuna di esse ti propongo esempi, ma soprattutto ti invito a riconoscerle nella tua vita per come condizionano o hanno condizionato le tue piccole e grandi decisioni.
ATTENZIONE E PERCEZIONE SELETTIVE, influenzate da desideri, come quando hai deciso di acquistare un’auto nuova e la vedi dappertutto; o da paure, come quando hai paura del giudizio degli altri e tendi ad interpretare lo sguardo altrui come fosse sempre giudicante e malevolo.
FOCUS SULL’EVITARE IL DOLORE A BREVE TERMINE rispetto al piacere a lungo termine. Come quando ti accendi un’altra sigaretta o bevi un altro bicchiere di vino perché ti allevia la tensione emotiva o ti illudi che sia gratificante, non considerando quanto possano fare male alla tua salute fisica ed emotiva.
FOCUS SUL PREFERIRE IL PIACERE A BREVE TERMINE non considerando il dolore a lungo termine. Come quando preferisci una fetta di torta oggi e pure domani a scapito di una forma fisica che pure desideri e che difficilmente potrai raggiungere se continui con una fetta di torta al giorno. O quando fai l’ennesimo acquisto compulsivo con l’illusione della gratificazione che dura da Natale a Santo Stefano ovvero fino al prossimo vicinissimo acquisto.
RAGIONAMENTO EMOZIONALE. “Se mi sento così allora è vero!”.  Consideri la realtà dipendente dalle emozioni che provi, consideri le tue sensazioni emotive come perfettamente rappresentative della realtà oggettiva ed ogni altra lettura maggiormente ragionevole la consideri inappropriata; ad esempio “se sono triste allora la situazione è senza speranza”, “se sono in ansia allora la situazione è pericolosa”, “se mi sento in colpa allora effettivamente devo essere colpevole di qualche cosa che ho fatto”.
FOCUS SUL DITO CHE MANCA. Una forma di perfezionismo. Mi riferisco al bicchiere quasi completamente pieno e alla tua capacità di vedere quel dito d’acqua che manca e quindi scegliere di aspettare la perfezione e la completezza prima di andare avanti, come quando rimandi un esame perché non sei perfettamente pronto o impieghi un tempo e un’energia infiniti prima di terminare o consegnare un lavoro.
PAURA DI COMMETTERE UN ERRORE. Una seconda forma di perfezionismo. Non ti concedi la possibilità di nessun errore e ciò ti porta o a rimandare decisioni importanti fino a quando (ti illudi che) tutto sarà perfetto (forse) o a tormentarti con sensi di colpa oceanici perché hai commesso un errore (spesso non grave).
PRETENDERE DI SAPERE TUTTO. Una terza forma di perfezionismo. Prima di decidere, cerchi l’ennesima informazione che ti aiuti a prendere la decisione giusta. È un’illusione. La decisione giusta è quella che parte da una giusta dose di riflessione e azione. Riflettere ti permette di agire, il risultato della tua azione ti permetterà di riflettere e calibrare l’azione successiva in direzione dei risultati che desideri. Altrimenti resti incagliato nella ricerca illusoria dell’ultima informazione prima di decidere… E decidi, di fatto, di non agire mai!
DOVERIZZAZIONI. Il tuo comportamento è guidato da rigide necessità o obblighi che senti come imposti dall’esterno oppure che provengono dall’interno attraverso frasi del tuo dialogo interiore del tipo “deve essere per forza così … si deve fare per forza in questo modo… bisogna assolutamente comportarsi in quest’altro modo…”. Queste doverizzazioni non tengono conto di una valutazione più appropriata e realistica della situazione magari una valutazione più legata ai tuoi bisogni effettivi o sani, ad esempio segui un pensiero, non necessariamente consapevole, del tipo: “per sentirmi bene, per sentirmi amata, per sentirmi accettata devo assolutamente pesare 50 kg”.
MINIMIZZARE. Tipico del pensiero depresso quando rivolto a sé. “Niente conta di quello che faccio”. Tendi a svalutare un successo o una situazione positiva, tua o di altri a volte, a non considerarli. “In fondo ho fatto solo il mio dovere”, “sì ho un buon lavoro, ma che vuoi che sia rispetto ad altre schifezze che fanno parte della mia vita”. Tendi a considerare insignificante qualcosa che potrebbe avere valore per te e a focalizzare l’attenzione invece sulle cose negative.
CATASTROFIZZARE. Credi che ciò che succederà sarà terribile e non riuscirai ad affrontarlo, vivi ciò che è obiettivamente fastidioso, sgradevole e spiacevole come qualcosa di catastrofico e intollerabile. Ad esempio, una situazione in cui ti sei trovato in imbarazzo la percepisci, la vivi, la senti dentro come una figuraccia inenarrabile e intollerabile. Altro esempio: “la tensione per l’esame sarà certamente insopportabile”.
LETTURA DEL PENSIERO. Spesso ‘proiettiamo’ sugli altri i nostri pensieri negativi su noi stessi. Senza prove e senza motivi validi diamo per scontato di sapere cosa pensano gli altri. Ad esempio “so che pensi che sono un cretino, nulla me lo toglie dalla testa”; “lo sguardo degli altri mi dice che stanno pensando che sono proprio un incapace”.
FARE DI TUTTA L’ERBA UN FASCIO. Parti da un evento isolato e specifico per creare una regola generale: “se oggi è andata male con quella ragazza, andrà male sempre e con tutte!”. Utilizzi espressioni assolutiste come tutti, mai, nessuno, niente, totalmente, perfettamente, sempre, ecc. Fai valutazioni globali su te stesso e sugli altri, equipari un singolo comportamento all’intera persona, consideri un ‘errore’ come un segno che chi ha commesso l’errore è una ‘persona sbagliata’, un compito fatto male all’essere ‘totalmente un incapace’. Tendi facilmente ad ingabbiare te stesso e gli altri usando etichette stereotipate, globali, stigmatizzanti quali: incapace, incompetente, fallito, pigro, perdente, pazzo e via così con giudizi feroci.
TUTTO O NULLA. Usi un pensiero dicotomico in cui non consideri la possibilità di una via di mezzo né di gradi intermedi tra due situazioni ‘polarizzate’, ad esempio, una situazione o una persona, te stesso o gli altri, o è un successo o è un fallimento ovvero una situazione non perfetta equivale ad un completo fallimento, un errore che hai commesso significa che sei un ‘totale incapace’.
ONNIPOTENTE DISILLUSO O VITTIMA DISPERATA. È una forma di pensiero dicotomico, ti ritieni responsabile di tutto assumendoti o attribuendoti un eccessivo controllo sulle cose oppure ti ritieni incapace di gestire assolutamente niente considerandoti in totale assenza di controllo e totalmente impotente; ad esempio ti racconti attraverso frasi del tipo “dipende sempre da me quando il gruppo dei miei amici sta male…” o “non riuscirò mai a cambiare la situazione e a stare meglio”.
PENSIERO ASSOLUTISTICO. O si è buoni o si è cattivi… O si è giusti o si è sbagliati… Non hai alcuna capacità di tollerare l’ambivalenza ovvero il fatto di poter avere diversi sentimenti, anche opposti tra loro, verso la stessa situazione o persona, ad esempio non ti concedi di poter essere arrabbiato con una persona che ami oppure non ti permetti di criticare una persona che stimi.
AUTOCENTRATURA SMISURATA O PERSONALIZZAZIONE ECCESSIVA. Tutto ciò che accade lo senti come in relazione a te, anche ciò che pensa un’altra persona o sente un’altra persona lo vivi e lo consideri come fosse regolato dai tuoi pensieri, dai tuoi stati d’animo e dai tuoi comportamenti. Non riconosci gli altri come persone uniche, indipendenti, separate, con una loro mente, con una posizione soggettiva da cui guardano il mondo, quindi, ad esempio, se il tuo amico è arrabbiato deve essere necessariamente arrabbiato con te o deve essere necessariamente in relazione a qualche cosa che tu hai fatto.
PERCEZIONE DI INDISPENSABILITÀ ASSOLUTA DEI PROPRI BISOGNI. Ciò che è obiettivamente preferibile lo consideri come un bisogno assoluto, necessario. Ad esempio: “se non riesco ad ottenere quel posto di lavoro la mia vita sarà inutile”, “se non riesco a fidanzarmi con lei la mia vita perderà di significato”.
TENDENZA ALL’AUTORIMPROVERO. Ti senti in colpa e ti accusi per eventi e situazioni che puoi controllare solo marginalmente o addirittura per niente, ad esempio: se il tuo lavoro non è dei migliori dipende sicuramente dalle tue mancanze o dal fatto che non meriti altro o non hai le capacità per cercare e per avere un lavoro migliore; vai al cinema con il tuo amico, al tuo amico non piace il film e ti senti in colpa e ti scusi perché il film non gli è piaciuto.
Ti invito, dunque, a cercare situazioni nella tua vita in cui sei guidato da qualcuna di queste distorsioni. Quindi, per ciascuna situazione, prova a trovare un’altra prospettiva, non più vera, ma più utile per te. E a metterla in gioco attraverso comportamenti diversi dal solito, per verificare cosa succede quando ti permetti di cambiare il punto di vista da cui guardi il mondo e agisci.
Anche ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, ti fornisce diverse ‘posizioni’ da cui poter trasformare le tue miserie nelle tue meraviglie.

“Il diavolo prenda l’ultimo. La fuga del narcisista”.

Il narcisista è un tiranno e non solo. Tratta male gli altri, fino al disprezzo. Ma, controintuitivamente, è soprattutto un bambino ferito. Una ferita da trascuratezza, da mancato accudimento. È arrabbiato per qualcosa che avrebbe dovuto ricevere in origine e non ha ricevuto.
Ha paura. Prova dolore. Un dolore nucleare, profondo, di vergogna: si sente non amato e privo di valore. Ha costruito nel tempo una corazza di arroganza a protezione della sua vulnerabilità, un guscio grandioso per schermarsi dal giudizio che colpisce chi si è sentito non amato, non apprezzato e ha imparato a credere di sé di non essere amabile né degno di stima. Un misto di arroganza e vergogna, bisogno di essere ammirati e invidia, pretesa e paura. Il tutto indossato con la più falsa delle maschere: si crede di essere, consapevolmente, chi sente di non essere, inconsapevolmente. Per questo il narcisista è ostile e aggressivo, soprattutto verso chi lo critica; ostile oltre ogni ragionevole misura: a nessuno piace essere criticati, sì poi magari impariamo ad usare la critica in modo costruttivo, ma per il narcisista sentirsi criticato equivale ad aprire la botola che lo farà precipitare nel buio più oscuro della perdita d’amore e di valore.
Il disprezzo verso l’altro è la reazione che maschera il proprio senso di profonda insicurezza. Che invita alla competizione sfrenata e ad inseguire il perfezionismo, per tentare inutilmente di lenire il dolore, dove la competizione si svolge su un campo minato, dove “non esiste qualcosa come il secondo posto, esiste il primo e l’ultimo”. Col diavolo ad aspettarti… Anzi a rincorrerti… Per cui scappi e scappi e scappi e corri e corri e corri e cerchi il primato perfetto per sfuggire al tiranno del “non sei come dovresti essere”. Di origine infantile.
Tiranneggiato in origine. Tiranno degli altri oggi. E tiranno di se stesso. Una maschera che copre una fragilità vestita di disprezzo per gli altri, quasi sempre, ma anche una facciata schiva, altre volte. Che schiva il contatto con l’altro e con se stesso, come un fiume carsico che aspetta solo il momento giusto per rivelarsi in tutto il suo disprezzo.
Questo è il narcisista che si incontra in terapia, quando ci viene, quando ce l’hanno mandato; questa la fragilità vestita di grandiosità che chiede di essere svelata, quando il narcisista rimane in terapia e i lavori sono effettivamente in corso; questo il volto della paura, del dolore e della vergogna che chiedono di essere riconosciuti, quando la cura funziona.
Questo è il narcisista che fugge, narrato da Giancarlo Dimaggio, terapeuta esperto di narcisisti, nella sua ultima opera narrativa: ‘Il diavolo prenda l’ultimo. La fuga del narcisista’ (Baldini e Castoldi). In cui l’autore, con umile competenza e vivace ironia, narra storie di vita incontrate della stanza di terapia.
Il narcisista è portatore insano di una moltitudine di sfaccettature, un misto che è un mistero, succulento da svelare per chi ha voglia di capirci di più, di comprendere la ferita dietro la barricata della pretesa: “la pretesa di essere venerati intrecciata al timore di essere presi a sputi e pietre”. Paura! Di cosa? Del caldo che diventa freddo. Anzi scoprire che forse è sempre stato solo tiepido. Meglio allora fuggire. Fuggire sì, ma dove? Da cosa, soprattutto? 
Fuggire dal dolore, dalla vergogna, dalla vulnerabilità. Prelibatezza per il diavolo. Quelli esterni di diavoli, ma soprattutto quello interiore.
Fuggire dalla paura di non essere riconosciuti se non come oggetti al servizio dell’altro, dell’altro che controlla, che manipola o che è indifferente o poco più che tollerante.
Fuggire dal senso di colpa che il narcisista vive quando prova ad immaginare una vita piena di iniziativa che però fa soffrire l’altro.
Fuggire… Prima del precipizio dell’angoscia di non conoscere l’amore. Non averlo forse mai sentito. Prima dell’abisso: sentire quel dolore di chi si sente privo di valore.
Insomma… Libro consigliatissimo… Per tutti… Per chi narciso non sa di esserlo… Per chi non riesce  ad allontanarsi dal narcisista o difficilmente potrebbe farlo… Per un regalo, della serie ” che avrà voluto dirmi!?”. Per ogni terapeuta che voglia veramente capirci qualcosa di questo dolore e del suo potere distruttivo. E anche delle possibilità reali di trattamento efficace.

12. Estate meravigliosa. Tieni la medaglia

L’Italia ha vinto solamente ai rigori!
Ovvero c’è sempre qualcosa che manca…
Allora oggi ti suggerisco:
GUARDA QUELLO CHE C’È!
È ovvio, anche se può apparire paradossale, che tutto poteva essere migliore di quello che è stato… Che tutto è perfettibile… Che ciascuno di noi può concentrarsi sullo ‘scarto’ tra realtà e ideale… E che potremmo morire di sete aspettando il bicchiere completamente pieno…
Diventa a questo o quel punto una questione di scelta consapevole e responsabile…
Vuoi continuare a guardare cosa non è andato come avrebbe dovuto e potuto andare? O vuoi cominciare a goderti il risultato raggiunto?
Vuoi ruminare su quello che non hai o vuoi ringraziare per quello che dà valore alla tua vita?
Vuoi focalizzare l’attenzione su ciò che non sei o vuoi vivere quello che sei?
Vuoi continuare a vivere nell’inconsapevolezza o vuoi finalmente iniziare a leggere e praticare ‘Alice nel paese delle miserie’? Basta ordinarlo in libreria oppure on line.

Regolare la felicità

Conosci le regole che governano il tuo comportamento?
Conosci le regole che governano la tua mente e il modo in cui intrattieni relazioni?
Conosci le regole per essere felice?
Conosci le regole che generano la tua sofferenza?
Proviamo a scoprirle…
Ti do un suggerimento iniziale … E te ne chiedo uno in cambio. Grazie in anticipo.
Nella mia esperienza professionale e personale ho scoperto che se seguiamo regole rigide di pensiero e comportamento basate sulla credenza che tutto deve essere perfetto (se stessi, gli altri, le cose, il mondo, le situazioni, la vita, ecc.) e tutto deve essere sotto controllo (nessuna incertezza, nessuna ambiguità, nessuna contraddizione, nessuna imprevedibilità, ecc) allora molto probabilmente siamo incamminati sulla strada dell’infelicità…
Inizia, dunque, l’esplorazione: cerca, se ci sono, aree o ambiti di vita in cui sei infelice… Cerca, in quei casi, quali regole di pensiero e comportamento segui per arrivare ad essere infelice…
Quindi la richiesta che ti faccio: quali regole dovremmo seguire per essere felici?

Quando le hai individuate, mettile alla prova nella realtà… Verifica come funzioni seguendo queste regole… Verifica i risultati che ottieni… Quanta felicità… Quanta sofferenza…

Cerca, quindi, di affinarle in base alle tue esigenze e alle necessarie esigenze di adattamento alla realtà e alla convivenza con gli altri…

E datti una regolata…

Grazie ancora per i suggerimenti che vorrai darmi e anche per la lettura di ‘Alice nel paese delle miserie’, da ordinare in libreria oppure on line.

Tre tipi di perfezionismo patologico

Esiste un perfezionismo sano che è quello che ti permette di alzare il livello delle tue ambizioni e dei tuoi standard, che ti permette di crescere nei risultati che ottieni in uno o più ambiti della tua vita, che ti permette di godere dei risultati raggiunti, apprezzarli, assaporarli, gustarli fino in fondo e che ti permette anche di fermarti quando proprio non ce la fai o ti rendi conto che oltre non puoi andare e riesci ad accettare questo come parte fondamentale della tua crescita ed evoluzione.
Esistono poi tre tipi di perfezionismo patologico.
1. Verso te stesso
2. Verso gli altri
3. Verso la realtà
In tutti i casi è il tuo giudizio a dominare la tua esperienza emotiva.
PERFEZIONISMO PATOLOGICO è sinonimo di PRETESA. Ovvero di OBBLIGO.
Tu DEVI essere…
Gli altri DEVONO essere…
La realtà DEVE essere…
SOLO ED ESCLUSIVAMENTE IN UN UNICO MODO.

1. Pretendi da te stesso SOLO ED ESCLUSIVAMENTE la perfezione, il massimo. Altre possibilità non sono contemplate. E quando questo avviene, perché avviene di non raggiungere sempre il top, ti maltratti con giudizi feroci e spietati, ti senti in colpa e ti vergogni o peggio ti arrabbi con qualcosa di esterno a te (eventi e persone) perché profondamente ti senti così fragile da non riuscire ad accettare qualcosa di meno che perfetto né riesci a metterti realmente in discussione.

2. Pretendi dagli altri SOLO ED ESCLUSIVAMENTE la perfezione. Magari verso i figli o verso i collaboratori, addirittura verso gli amici o gli estranei: non riesci a confrontarti con un comportamento degli altri che sia ‘meno’ di quanto dovrebbe essere, avrebbe dovuto essere, deve essere. E quando succede, perché succede che ti senti deluso dai ‘risultati’ degli altri, invece di mettere in discussione in modo sano e condiviso le tue aspettative e quelle dell’altra persona, magari per rimodulare in modo sano i comportamenti da adottare, finisci solamente per arrabbiarti fino a minare la bontà della relazione. A volte o spesso diventando aggressivo verso l’altra persona, con giudizi sprezzanti e critiche feroci. Rifiuti estremi e punizioni sostanzialmente sempre inefficaci.

3. Pretendi dalla realtà SOLO ED ESCLUSIVAMENTE la perfezione. Non contempli affatto che le cose, gli eventi, le situazioni siano minimamente diverse da come dovrebbero essere, da come te le aspetti, da come desideri. E quando inevitabilmente succede che si realizzi uno scarto tra realtà e ideale allora provi le emozioni dolorose più svariate: frustrazione, rabbia, tristezza, angoscia.

Diventare consapevoli di quale perfezionismo ci appartenga, capendone il senso, il valore, la funzione, è il primo passo per abbandonarlo, verso una maggiore flessibilità nel proprio comportamento e nelle personali strategie per affrontare il proprio dolore e i problemi nelle relazioni interpersonali. Insomma un primo passo del viaggio dalle miserie alle meraviglie…

Conosci il libro ‘Alice nel paese delle miserie’? Ci puoi trovare una serie di strumenti di consapevolezza e di cambiamento al servizio della tua crescita personale flessibile. Puoi ordinarlo in libreria o sul sito dell’editore youcanprint.it o su Amazon.

Missione possibile!!!

Pensa alle missioni impossibili presenti nella tua vita… Ti do qualche suggerimento: tentare di  controllare tutto, impegnarti a controllare tutti, cercare di controllare totalmente te stesso, provare ad essere perfetto, cercare di cambiare gli altri, dover essere sempre al massimo, voler essere sempre felice, impegnarti ad essere sempre, a tutti, a tutti i costi simpatico, cercare di evitare completamente le emozioni dolorose, cercare di scacciare totalmente i pensieri disturbanti. Hai tu suggerimenti da darmi per qualche altra missione impossibile?

Pensa a come sarebbe la tua vita se, una ad una, un passo alla volta, al passo per te più congeniale, cominciassi a smettere di tentare in modo fallimentare, illusorio e frustrante di perseguire le suddette missioni… Pensa… Immagina… Come sarebbe la tua vita… Come ti sentiresti… In cosa saresti occupato… Di cosa ti prenderesti cura… Cosa tralasceresti… Immagina… Senti… Scrivilo…

Decidi ora di iniziare a toglierti qualche ‘peso’… Inizia ad abbandonare qualcuna delle missioni impossibili che hai trovato nella tua vita e vedi l’effetto che fa… Una ad una… Determinato… Al tuo passo… Deciso…

Immagino che, in questo cammino che decidi di iniziare, troverai tante cose, alcune piacevoli, altre meno, probabilmente certi cambiamenti saranno faticosi (ma possibili), altri saranno agevoli e magari ti si apriranno orizzonti meravigliosi…

Puoi trovare un ulteriore aiuto in questa tua missione possibile nel libro ‘Alice nel paese delle miserie’, che puoi ordinare direttamente in libreria o sul sito dell’editore youcanprint.it o su Amazon.

Buon viaggio…

La miseria perfezionista (con esercizio)

Sei perfezionista quando hai standard estremamente elevati e rigidi con cui confronti ogni tua prestazione in tutti o quasi tutti gli ambiti della tua vita.
Sei perfezionista quando sei estremamente critico con te stesso e con gli altri e non ti basta mai ciò che dai e ciò che danno gli altri.
Sei perfezionista quando la tua autostima è legata fondamentalmente alle tue prestazioni e scarsamente connessa ad altri aspetti della tua esperienza come la capacità di creare buone relazioni o di usare il tuo tempo al servizio dei tuoi bisogni importanti.
Sei un perfezionista patologico quando non riconosci il limite tra un sano funzionamento di ricerca dell’eccellenza e un funzionamento in cui non sei mai soddisfatto di te e degli altri e quindi vivi emozioni stressanti di frustrazione, delusione, rabbia, disgusto, ma anche di impotenza, senso di colpa e vergogna.
Se sei perfezionista sei nella miseria perché quello che fai non ti appaga mai realmente ed efficacemente.
Se sei perfezionista puoi imparare a trasformare questa tua miseria nella tua meraviglia. Come? Come sai, non esistono ricette miracolose. Esistono percorsi impegnativi di crescita personale e cura di sé basati su alcune strade da percorrere. Ecco una traccia di un percorso possibile, puoi iniziare fin da ora a percorrerlo:
1. Inizia a renderti conto di quelle situazioni in cui funzioni in modo perfezionista. Quando succede? Dove? Con chi? Cosa stai facendo? Per rispondere a quali tuoi bisogni?
2. Misura soggettivamente quanto sei soddisfatto (da 1 a 10, da poco a tanto) e quanto sei frustrato (sempre da poco a tanto).
3. Rintraccia cosa rende soddisfacente per te la situazione e cosa invece la rende insoddisfacente. Quali emozioni appaganti vivi e quali emozioni stressanti ti vengono ad invadere.
4. Ora pensa ad una persona fidata, amorevole, gentile, che ti vuole bene… Cosa ti direbbe di fare?
5. Ora immagina una parte di te che ti vuole bene, amorevole, gentile, compassionevole… Cosa ti direbbe?
6. Ora avrai raccolto alcune indicazioni di comportamenti ‘giusti’ da chi ti vuole bene… Inizia a metterli in atto e nota l’effetto che hanno su di te… Certamente comprenderai molto di cosa veramente rende la tua vita meravigliosa…

Due fatiche più un’altra

Rimorsi e rimpianti sono i denti velenosi dell’idea di perfezione. Di una vita perfetta. Sono pensieri e stati d’animo dolorosi che mordono dentro. Sono frutti marciti dell’idea di una vita ideale a fronte di una vita reale. Realmente vissuta, un bel po’ scelta e anche capitata. Perché è ovvio che la vita è una. Per come l’abbiamo scelta e continuiamo a sceglierla ogni giorno, ogni istante del nostro procedere in questo mondo. Perché è ovvio che sarebbe potuta essere in infiniti altri modi. Che avremmo potuto scegliere l’altra strada, aprire l’altra porta.
La mente è malata di questo bisogno di perfezione e di onnipotenza. Vorremmo essere tutto e il contrario di tutto. Vorremmo avere tutto e non perdere niente. On/off. O la vita o la morte. Espressioni queste estreme di un rapporto con la realtà che non prevede alcuno scarto tra il nostro desiderio e il suo appagamento. Sempre e comunque.
In mezzo a tanto dolore, tristezza, rabbia e rancore. Paura, vergogna e senso di colpa per ciò che non abbiamo avuto, per ciò che non ci è stato dato e per ciò che non siamo stati capaci di ottenere, dobbiamo farci aiutare.
Spesso nella frustrazione e nella delusione di una giornata o di una vita intera, ci facciamo aiutare dai sogni e dalle fantasie. I sogni a occhi chiusi ci fanno conoscere le infinite potenzialità perdute, le vite vissute che avremmo voluto e vorremmo, ma che restano censurate. Le fantasie a occhi aperti ci immergono in vite da leggere nella vita degli altri, vicini e lontani, reali e immaginari, da assaporare immaginando la loro piena felicità, illusione attraverso cui possiamo nutrirci di ogni occasione, di vivere vite alla perfezione.
Ma almeno altri due altri strumenti sono a nostra disposizione per far pace con la vita.
Dobbiamo farci aiutare dalla ACCETTAZIONE. Dal trovare il senso sereno di quello che è e non il perché lacerante di quello che avrebbe potuto essere.
Dobbiamo farci aiutare dalla GRATITUDINE. Grazie al mondo, alla vita, agli altri, a noi stessi. Riempirci del pieno piuttosto che lamentarci del vuoto.
Certo che non è facile, anzi molto faticoso.
Come dice il saggio, il rischio è di fare due fatiche: ti incazzi e ti scazzi. Tanto ti devi scazzare di fronte alla potenza dell’impotenza, all’onnipotenza dell’imperfezione. Tanto vale scegliere una terza fatica, quell’altra strada che ognuno di noi può tracciare a suo modo…

Il paradosso della ricerca di sicurezza

Succede qualcosa. O semplicemente la pensi, la immagini, la prevedi… Provi ansia e paura. Cerchi riassicurazioni. Ottieni rassicurazione a breve termine, ma un aumento dell’ansia e del bisogno di rassicurazione. E ricomincia il circolo vizioso che alla ricerca di rassicurazione finisce per aumentare la tua ansia o paura.
Oltre il danno la beffa.

Che fare? Due strategie.
1. Prova ad astenerti dal tentativo fallimentare di ricercare una rassicurazione che non arriva mai. Provando e riuscendo ad astenerti dalla ricerca di rassicurazione, almeno per un po’, riuscirai a cogliere meglio i tuoi stati mentali (pensieri, emozioni, sensazioni somatiche) che ti guideranno verso strategie e soluzioni realmente efficaci per regolare la tua ansia o paura.
2. Riconosci le tue distorsioni di pensiero che nelle svariate forme possono ricondursi a due fondamentali:
– Vuoi controllo assoluto e nessuna incertezza!
– Vuoi che tutto sia perfettamente corrispondente ai tuoi bisogni e desideri!

Ecco allora: prova a vivere, agire, pensare fuori da questi due recinti che ti sei costruito intorno. Quando imparerai a scegliere di agire fuori dall’aspettativa/pretesa che tutto sia perfetto e sotto il tuo controllo assoluto, allora, con molta probabilità, imparerai a creare la tua vera realistica serenità.
In fin dei conti, si tratta di insegnare ai tuoi sogni a comunicare con la realtà…