FissAzioni

Fissa il tempo. È fondamentale dedicare il tempo giusto per te a cosa per te è importante. Tutto il resto “deve” venire dopo…

Fissa lo spazio. Non puoi vivere in uno spazio per te angusto, soffocante, bloccante e deprimente. Che sia la tua casa o la tua stanza, il tuo armadio o la borsa di lavoro, la tua scrivania o il tuo pc, che sia qualunque altro spazio per te “vitale” ne va della qualità della tua vita. “Pulisci” lo spazio da ciò che lo rende pesante e confuso, non adatto a te. Rendilo proprio adatto alla persona che desideri essere.

Fissa l’emozione. Ciò che provi e che senti nelle diverse situazioni della tua vita ti offre l’informazione di base per comprendere cosa sta succedendo in te e nel contesto in cui ti trovi. Banale quanto fondamentale, fatti una domanda e regalati una risposta, chiediti continuamente: “cosa sto provando in questa situazione?” Facile a dirsi molto più difficile a praticarsi. E anche quando prendi la buona abitudine di interrogarti sistematicamente sul tuo stato d’animo, nel qui-e-ora, impara ad essere preciso e specifico, dai il nome all’emozione che provi e misura quanto è intensa da 1 a 10. Conoscere il proprio stato d’animo è veramente il punto d’avvio di ogni scelta strategica.

Fissa il bisogno. Dove vai se non sai cosa vuoi? Per agire efficacemente devi sapere quali sono il tuo bisogno e il tuo desiderio. Nota cosa succede nella situazione che stai vivendo e individua cosa vuoi. È il cuore della soddisfazione e della qualità di vita. Noi siamo esseri sostanzialmente volti alla soddisfazione di bisogni e scopi e alla realizzazione di desideri.

Fissa il valore. Nota cosa e chi guida la tua vita. Nota qual è il tuo progetto di vita a breve, medio e lungo termine. Se non sei consapevole di cosa è veramente importante per te, le tue azioni saranno poco più che casuali invece che determinate verso una direzione precisa. Nota cosa vuoi che faccia la differenza nella tua vita. Questa è la tua stella polare che ti illumina nella direzione della persona che vuoi essere e della vita che vuoi creare.

Fissa l’azione. Dopo un po’ le chiacchiere stanno a zero. L’azione è eloquenza dice il poeta. L’azione fa la differenza capiamo tutti quanti. Dopo la giusta riflessione è necessaria la giusta azione. Dall’azione riceverai un’informazione di ritorno che ti permetterà di calibrare l’azione successiva fino… al raggiungimento di bisogni, scopi, desideri e valori.

Fissa buone abitudini. Le abitudini sono le azioni che ripetiamo nel tempo fino a farle diventare automatismi. Ci permettono di risparmiare energia e ci garantiscono la continuità rispetto alla routine e ad altre attività per noi importanti. Distingui ciò che nella tua giornata deve seguire il pilota automatico e cosa invece deve essere gestito e scelto da te con creatività e flessibilità.

In psicoterapia, la persona impara a fissare questi punti. Alcuni sono più facili e immediati da sviluppare, altri portano la persona a confrontarsi con difficoltà, paure e resistenze. La persona lavora lungo tutto il percorso terapeutico su questi punti essenziali da cui dipende la qualità della sua vita e le scelte che portano al benessere o alimentano il malessere.

La fabbrica di canne da pesca

Spesso molte persone vengono in terapia “con l’idea di acquistare del pesce”. Vengono in terapia con i loro problemi e le loro sofferenze e chiedono qualcosa del tipo: risolvimi il problema, toglimi la sofferenza, cacciami fuori dai guai. Questa visione parte da un presupposto di “passività” e “dipendenza” della persona che chiede qualcosa che assomiglia ad un miracolo o ad una magia. Una pillola o una soluzione preconfezionata. Alcune volte chiede proprio: “dimmi cosa devo fare e lo farò”, “dammi una strategia concreta, specifica e definita e la metterò in pratica”. Ormai nemmeno per prendere un’aspirina funziona così…

La psicoterapia richiede un impegno “attivo” da parte della persona che crea un’alleanza collaborativa e basata sulla fiducia reciproca allo scopo di migliorare le condizioni di vita del paziente.

Il terapeuta aiuta la persona a diventare “esperto di se stesso”, ad esplorare, conoscere e comprendere sempre meglio il proprio mondo interiore (pensieri, emozioni, bisogni, desideri, fantasie, sogni, aspettative, ideali, valori) e il proprio modo di funzionare: “come penso, come agisco, come mi relaziono alle persone e ai contesti di vita”.

La persona in tal modo può cominciare ad esplorare e comprendere cosa determina i suoi problemi e la sua sofferenza, quali aspetti sono dovuti alla “dura realtà” delle cose che non vanno come vorrebbe e quali aspetti sono dovuti al “proprio modo di funzionare”, di pensare, di agire, di comunicare, di esprimere e reprimere emozioni, bisogni e desideri.

Mentre si va conoscendo sempre più il modo di funzionare della persona e i contorni della sua sofferenza, insieme si definiscono gli obiettivi del lavoro comune: cosa la persona vuole ottenere in uno o più ambiti di vita, cosa vuole togliere e cosa vuole migliorare nella sua vita. Spesso questo apre le porte non solo all’alleviamento della sofferenza, ma anche a come la persona vuole creare benessere e qualità nella sua vita, nei vari ambiti e ruoli.

Affinché gli obiettivi siano efficaci e utili, è importante che siano definiti in modo da risultare concreti, specifici, raggiungibili, progressivi, motivanti.

Definiti gli obiettivi si possono definire anche strategie, modalità e tecniche per ottenere il cambiamento desiderato.

Una caratteristica che gli obiettivi dovrebbero avere è l’essere misurabili; in questo modo è possibile periodicamente valutare l’andamento del lavoro e modificare in progress questi obiettivi, verificare cosa si è raggiunto e cosa no, cosa può essere aggiunto e cosa va eliminato, cosa sta funzionando e cosa, invece, sembra non essere efficace a livello di comprensione del problema e strategie per affrontarlo.

La psicoterapia, dunque, è un’esperienza che “insegna a pescare”; favorisce l’evoluzione da una posizione di dipendenza ad una posizione di autonomia, promuovendo la capacità di farsi carico di se stessi, delle proprie ansie e angosce quotidiane, di risolvere i propri problemi e accettare (sostenere emotivamente) le immancabili frustrazioni e delusioni.

Emerge a questo punto, come spesso accade, l’importanza di un funzionamento “e… e …”. La realtà della vita non prevede sempre e necessariamente “o una cosa o l’altra” e possiamo imparare a percepire “sia una cosa sia l’altra”. In certi casi e situazioni di “urgenza” ed “emergenza” è necessario, nell’immediato, dare al paziente “il pesce di cui ha bisogno”, per sfamarsi e sopravvivere. A lungo termine, è fondamentale che il paziente “impari a pescare”, a diventare gradualmente esperto di se stesso e capace di prendersi autonomamente cura di sé. Un pò come succede quando si cresce e ci si svincola progressivamente dalla dipendenza dai genitori … quando succede …

Non solo: sfamato e sopravvissuto, appreso a pescare, imparato a padroneggiare la canna da pesca, la stessa persona può “inventare nuove canne da pesca e nuovi modi di pescare”, può diventare, fuor di metafora, veramente creatore delle proprie scelte di vita basate su una consapevolezza coraggiosa dei propri valori, dei propri scopi e dei propri bisogni autentici, per farne guida del proprio modo di stare al mondo, per creare la propria felicità attraverso scelte responsabili, tra “regole imposte” dai condizionamenti dei sistemi in cui vive e “regole autodeterminate” a partire dal sentire profondo e autentico.

Aspetta e spera

Le persone arrivano a chiedere aiuto per i più svariati motivi di sofferenza (ansia e attacchi di panico, depressione e malumore, ossessioni e dipendenze, disturbi psicosomatici e alimentari, problemi di relazione e sul lavoro, ecc.) e con idee più o meno utili su come la psicoterapia possa aiutarle. Di solito un’idea improduttiva prevede che gli altri e il mondo esterno a sé debbano cambiare. Solo così si raggiungerebbe la pace interiore o la felicità o qualcosa del genere…
Molto più utile diventa per la persona chiarirsi le idee su cosa significhi per lei “pace interiore” piuttosto che “successo” o “felicità” o “benessere”.
Una fase iniziale della terapia prevede la costruzione condivisa degli obiettivi trasformativi del paziente e la loro specificazione in termini di cosa mi procura sofferenza (eventi, pensieri, emozioni, relazioni, abitudini malsane), di cosa ho bisogno e cosa dovrebbe essere presente nella mia vita per “essere in pace con me stesso e con gli altri” o per sentirmi “realizzato”. E soprattutto cosa si può cambiare e cosa no. Cosa devo fare io in prima persona per rendere probabile la pace, la serenità, la felicità.
Cosa significa per te felicità? Cosa significa per te pace interiore? Cosa significa per te successo o realizzazione personale? Cosa deve accadere perché siano presenti nella tua vita? Cosa devi fare per promuovere il cambiamento verso la tua soddisfazione di vita? Se resti fermo sul pensiero “la realtà esterna dovrebbe cambiare”, rischi di rimanere bloccato per molto tempo ad aspettare tempi migliori mentre la sofferenza aumenta e la felicità si allontana…
La felicità richiede di fare chiarezza sui motivi della sofferenza, chiarezza rispetto a cosa desideriamo e soprattutto deve essere chiaro cosa dobbiamo fare in prima persona per ottenerlo.

Tra impotenza e potere

In terapia aiuto le persone a cimentarsi tra impotenza e potere.
Ci sono situazioni di vita in cui ci dobbiamo confrontare con qualcosa che vorremmo, ma non riusciamo ad ottenere o raggiungere. Per paure e per non sentirsi all’altezza, a volte per conflitti interni e/o con gli altri, altre volte per mancanza di autodisciplina o per non essere disposti a pagare il prezzo insito nella scelta. Si tratti di un nuovo lavoro o di un aumento di stipendio, di un nuovo partner o di un partner “nuovo”, di un figlio che non arriva, di un progetto di vita che non decolla, ecc.. Rispetto a questa “impossibilità”, in un ambito di vita per noi importante, per un bisogno per noi vitale, possiamo continuare ad insistere tentando varie strade, forse riusciamo a raggiungere qualcosa di gratificante e forse no. C’è un grado di frustrazione e impotenza, perdita o mancato successo, con cui, comunque, dovremo fare i conti. Rispetto alle nostre passioni e al nostro talento, ai nostri desideri e bisogni, alcune potenzialità si realizzano, altre restano sospese, forse per sempre. E dobbiamo imparare ad elaborare diversi “lutti”, per quello che abbiamo perduto e per quello che non abbiamo mai realizzato, a confrontarci con un “ridimensionamento” realistico. Vivendo rabbia e dolore, paura e rassegnazione, fino all’accettazione “profonda” e “serena” . Quando ci riusciamo. Imparando a dire: “le cose sono andate così…”.
Mentre riconosciamo questi limiti, è importante portare l’attenzione su ciò che ci è possibile. Trovare comunque la strada verso qualcosa per noi importante, che dà senso e valore alla nostra vita. Verso cui ci vogliamo dirigere “costi quel che costi”… In terapia la persona impara a riconoscere quel bisogno e desiderio fondamentale e a cercare la strada giusta fino alla gratificazione, al successo, al raggiungimento della meta. C’è sempre un vuoto e un pieno…

Quello che … Esercizio sul tuo successo e altri accadimenti

Qualche giorno fa con un paziente siamo arrivati ad esplorare alcuni temi che credo siano comuni a tutti. A 30 come a 50 anni, magari anche ad 80, ci si può ritrovare a fare un bilancio di quello che abbiamo realizzato nella vita. Nei diversi ambiti della nostra vita: in famiglia e al lavoro, nella coppia e nelle amicizie, come figlio e come genitore, rispetto ai nostri sogni e alle nostre passioni. E si può porre l’attenzione su diversi aspetti.

Possiamo essere grati, a noi stessi e ad altri, per quello che abbiamo realizzato, per i successi avuti per cui possiamo essere orgogliosi.

Possiamo, inoltre, notare come anche i nostri “errori” e i nostri “fallimenti” siano state occasioni per apprendere, per imparare da quello che non è andato come avremmo voluto. Almeno se li abbiamo utilizzati nel giusto modo, magari con rabbia e dolore, ma comunque vissuti ed utilizzati come occasioni di crescita.

E possiamo anche andare a cogliere dentro noi stessi qualche “rimorso” per quello che abbiamo fatto e rispetto al quale magari ci sentiamo in colpa e qualche “rimpianto” per quello che, invece, non abbiamo fatto, ma, chissà, sarebbe stato meglio fare.

Questi temi possono essere elaborati in terapia per trovarne un significato evolutivo che ci aiuti a “dare senso e valore alle scelte compiute” finora nella nostra vita e che ci hanno portato a costruire quello che abbiamo costruito.

Spesso accanto a queste elaborazioni ne nascono altre che sono legate all’idea che abbiamo del “destino”, quello che è già scritto (ma possiamo conoscere solo a posteriori) e quello che invece è da noi determinato attraverso quello che scegliamo quotidianamente. Hai visto il film “Sliding Doors”?

Perché le cose sono andate come sono andate?

Quali emozioni provi quando poni l’attenzione su “quello che hai realizzato”? E cosa pensi?

Quali emozioni provi quando metti a confronto ciò che hai realizzato rispetto a “ciò che avresti voluto realizzare”? E cosa pensi? “Avresti voluto” probabilmente fa riferimento al tuo desiderio, al tuo bisogno, al tuo sogno, ai tuoi valori e scopi di vita. Cosa ti ha impedito di realizzare ciò che avresti voluto? Quali paure?

E cosa provi quando confronti i tuoi successi con “ciò che avresti potuto realizzare”? E cosa pensi? “Avresti potuto” probabilmente è in relazione alle tue potenzialità, alle tue risorse, ai tuoi talenti, ma anche alle occasioni che hai avuto, alle opportunità che hai incontrato e che magari non hai sfruttato appieno, agli ostacoli casuali che hai incontrato e anche a quelli posti da altre persone. Cosa ti ha impedito di realizzare ciò che avresti potuto? Quali paure?

E cosa provi quando il confronto è tra ciò che hai costruito nella tua vita rispetto a “ciò che avresti dovuto realizzare”? E cosa pensi? “Avresti dovuto” realizzare per chi? Ti porti appresso aspettative che hai deluso? Chi hai deluso? Cosa ti ha portato a non realizzare ciò che avresti dovuto?

Cosa hai scelto di fatto (quali valori)?

Quale strada hai scelto (quali scopi di vita)?

Quali obiettivi ti sei posto?

Quale prezzo hai scelto di pagare? A cosa hai rinunciato per ottenere quello che volevi? A che cosa hai dovuto rinunciare per ottenere quello che volevi? A che cosa non hai voluto rinunciare e per questo non hai realizzato quello che avresti voluto, potuto o dovuto realizzare?

Successi e fallimenti, gratitudine, rabbia e dolore, rimorsi e rimpianti: questo è il passato. Che puoi avere elaborato se hai risposto alle domande precedenti.

Ora poni l’attenzione sul presente, su quello che è il tuo bisogno, il tuo desiderio, il tuo sogno, il tuo “ideale” in questo momento…

Poni l’attenzione su cosa “devi” fare “tu” ora per realizzarlo, per renderlo “reale” …

Sei disposto a pagare il prezzo? Sei pronto ad affrontare le fatiche di nuove scelte? Sei disposto ad affrontare le conseguenze dei nuovi scenari che si apriranno?

Poni l’attenzione sulle “azioni concrete e specifiche” che tu devi fare se vuoi realizzare tutto questo …

Quale “prima azione” devi fare ora?

Ora!

Ti stai obbligando a fare la maratona?

Secondo una saggezza antica “ogni maratona inizia con un primo passo”. E questo spesso è un principio ispiratore di ogni impresa, di ogni lavoro per raggiungere i propri obiettivi, di ogni progetto personale per passare da una situazione attuale che si vuole migliorare ad una situazione desiderata che si vuole vivere. Per definire scopi, obiettivi e soprattutto azioni necessarie per raggiungere i traguardi personali e professionali desiderati, rifletti e agisci… ma anche… Agisci e rifletti. Quindi, come si dice in gergo, “inizia prima di subito” ad agire nella direzione da te desiderata. Compi il primo passo. Sbaglia il prima possibile per capire come procedere in avanti…
Purtroppo spesso un certo modo di pensare ci blocca dal fare il primo passo; è il tipico modo di pensare “tutto o niente” per cui “o facciamo la maratona o sprofondiamo sul divano”. In medio stat virtus dei latini (la virtù è nel mezzo … nelle molteplici strade per arrivare ad essere felici) non è per niente contemplato e la persona ragiona (e agisce) per estremi polarizzati: “o divento un maratoneta o è meglio che compro un paio di pantofole nuove”. È quel modo tipico di funzionare “o… o …” che non prevede alternative sane e realistiche, ma solo “missioni impossibili” destinate ad affollare il parco dei falliti. Di chi si sente fallito perché non è Superman o Wonder woman.
In terapia, la persona impara a funzionare secondo un principio di pensiero e azione “e … e…” ovvero “esistono molteplici possibilità tra i due estremi della perfezione e del fallimento, dell’onnipotenza e dell’impotenza assolute”. Della felicità e della tragedia. La persona può imparare in ogni ambito e ruolo di vita ad “essere sufficientemente” capace, brava, buona, bella, adeguata, ecc. ecc. e spesso “quando impara ad accettare di essere sufficientemente” qualche cosa, l’asticella del proprio limite si alza e le realizzazioni in ogni ambito di vita e il senso di soddisfazione personale si accrescono.

Autostima. L’ideale e la giusta ambizione

L’autostima è l’idea di sé, la valutazione e il giudizio di sé che ciascun individuo costruisce da una vita, giorno dopo giorno, fin dalla nascita.

Ogni persona continuamente si osserva, si descrive, si giudica. A volte in modo consapevole e deliberato, altre volte non se ne rende conto. E questo fin da quando siamo piccoli, seguendo le tracce dei giudizi valutativi espressi dai nostri genitori e dalle persone significative della nostra vita (da uno zio ad un coetaneo, da un maestro ad una fidanzata), giudizi nel tempo progressivamente interiorizzati a formare l’immagine di sé, a guida del proprio modo di stare al mondo, di percepire se stessi e la realtà. Ovviamente con le associate emozioni positive (soddisfazione, orgoglio, stima di sé, serenità, gioia, ecc.) e negative (tristezza, delusione, rabbia, paura, senso di fallimento, senso di colpa, ecc.).

Che cos’è il giudizio? È l’atto del confrontare due elementi. È l’atto del porre a confronto qualcosa che è rispetto a come dovrebbe essere. Psicologicamente, ciascuno di noi cresce a latte e giudizio. È impossibile non giudicare nel momento in cui il giudizio nasce dal valore. I genitori hanno il dovere di insegnare ai figli a stare al mondo ottimizzando il benessere e riducendo al minimo possibile la sofferenza. I genitori sono portatori di valori (come dovrebbero essere le cose per loro) e confrontano continuamente il comportamento dei figli con questo valore o norma di riferimento. Dallo scarto tra norma e azione nasce il giudizio: positivo quando il comportamento corrisponde alla norma, negativo quando se ne distanzia.

I giudizi che discendono dai valori interiorizzati e che fondano l’autostima possono essere generali, riguardanti cioè l’intera persona (sono stupido, sono capace, sono in gamba, sono cretino, sono bello, sono simpatico, sono noioso, sono …) e più specifici, riferiti cioè ad aspetti, componenti o ruoli della personalità dell’individuo (sono un ottimo calciatore, sono un pessimo cuoco, ho delle gambe bellissime, ho gli occhi più affascinanti del sud Lazio, sono un amante straordinario, la mia vivacità ha fatto epoca, sono un genitore amorevole, sono un fantastico amico, la mia forza fisica è invincibile, sono un lavoratore instancabile, sono …).

I giudizi interiorizzati si esprimono attraverso il dialogo interiore (più o meno consapevole) ovvero il chiacchiericcio della nostra mente fatto di pensieri, giudizi, valutazioni, confronti, paragoni tra chi siamo e chi dovremmo essere, tra quello che abbiamo fatto e quello che avremmo dovuto fare.

L’autostima, allora, deriva dal confronto (più o meno consapevole e deliberato) tra il nostro sé reale e il nostro sé ideale.

In termini più pragmatici, l’autostima è la valutazione di noi stessi che facciamo quando valutiamo il rapporto tra aspettative e risultati ottenuti. Tanto maggiore è lo scarto tanto più proveremo sentimenti negativi e bassa stima di noi stessi. Quanto più i successi ottenuti si avvicinano ai risultati attesi e desiderati tanto maggiori saranno le emozioni legate ad un’alta stima di noi stessi: orgoglio, gioia, soddisfazione e felicità.

Il riferimento ad un modello ideale di persona e d’azione (chi dovremmo essere e cosa dovremmo fare) fino ad un certo punto può rappresentare uno stimolo allo sviluppo personale in quanto favorisce l’ambizione e il porsi degli obiettivi “sfidanti” da raggiungere, attraverso cui progressivamente apprendere nuove abilità, sviluppare nuove competenze, crescere ed evolvere, in ogni ambito di vita. Quando la persona si pone obiettivi “motivanti” e, al tempo stesso, “realistici” progressivamente riesce ad ottenere ciò cui aspira, vive emozioni positive e potenzia la sua autostima. Se la persona si pone obiettivi “poco sfidanti”, anche se raggiungibili, quando arriva al traguardo non sperimenta una reale e duratura soddisfazione e la sua autostima può risultare addirittura diminuita. Se, invece, il modello ideale di riferimento è “troppo elevato”, “perfezionistico”, al limite dell’impossibile, facilmente la persona lo vivrà come “persecutorio”, non si sentirà all’altezza, quasi sicuramente non riuscirà a raggiungere i traguardi ambiti, vivrà emozioni negative e un decremento dell’autostima.

Ciascuno di noi, nei diversi ruoli e ambiti di vita, deve saper trovare la propria “giusta posizione” tale da inseguire una sana ambizione che faccia crescere senza alimentare i rischi di un perfezionismo persecutorio che, di fatto, impedisce, ostacola notevolmente o pone un prezzo eccessivamente elevato per la realizzazione dei propri progetti di vita, finendo comunque per affossare l’autostima.

L’aiuto dello psicologo

Spesso le persone che arrivano dallo psicologo hanno l’idea che lo psicologo dia dei consigli ovvero fornisca indicazioni precise su quali siano le scelte migliori da fare, su come comportarsi in una certa situazione, su quale sia l’atteggiamento o comportamento giusto con l’amico piuttosto che col partner, su cosa sia meglio fare, cosa sia giusto fare, cosa sia buono fare, ecc. In realtà, generalmente, lo psicologo si pone in modo diverso rispetto a queste aspettative dei pazienti. In particolare:

  • è vero che lo psicologo gradualmente conosce la persona, ma è anche vero che la persona, per molti aspetti, resta la massima esperta di se stessa, ci sono delle cose che sono conosciute o sono conoscibili solamente dal “di dentro”. Ci sono informazioni che sfuggono, nessi che possono emergere e  “impliciti” che non sono facilmente identificabili e che, durante l’esplorazione in seduta, possono essere resi più chiari ed evidenti e con ciò favorire una scelta più consapevole da parte del paziente
  • ognuno è figlio della propria storia attraverso la quale ha imparato un certo modo di stare al mondo, sviluppato preferenze e gusti che vanno conosciuti, rispettati e utilizzati come riferimento per le proprie scelte; lo psicologo può avere dei valori di riferimento che possono essere anche molto diversi da quelli del paziente, per cui le scelte che farebbe una persona non sono le stesse che farebbe un’altra. Lo psicologo aiuta la persona a chiarire i suoi valori e i suoi bisogni e sulla base di questi a fare scelte più consapevoli, autonome, responsabili
  • ogni persona è diversa rispetto al tipo e al grado di disponibilità a pagare un certo prezzo per certe scelte; ogni persona è disposta a prendersi certi rischi piuttosto che altri; quello che potrebbe essere sano, buono e giusto per lo psicologo potrebbe non esserlo per il paziente
  • lo psicologo, più che dire cosa è giusto e cosa non lo è, aiuta il paziente ad immaginare e a riflettere intorno ad alcune domande: “se facessi questo che cosa otterrei?” “E se facessi questo lo farei per ottenere cosa?” “Che cosa immagino possa succedere se facessi questa azione piuttosto che quest’altra?” “Che cosa desidererei accadesse?” “Qual è l’effetto che vado a cercare?” e così via. Domande di questo tipo aiutano il paziente a riflettere sul senso e sul valore di fare una scelta piuttosto che un’altra…
  • è importante aiutare il paziente a decidere da solo perché il paziente possa sentire di avere la giusta dose di autonomia e di responsabilità, la capacità di prendere delle decisioni sapendo che comunque ogni decisione è imperfetta, ogni decisione ha un prezzo da pagare, nessuno ha la palla per prevedere il futuro e, comunque, le variabili in gioco potrebbero essere molte perché quello che potrebbe succedere può dipendere dalla scelta della persona, ma può dipendere anche dalla reazione dell’interlocutore, può dipendere dal tipo di situazione, dal tipo di contesto, eccetera.

All’inizio, la persona che arriva a chiedere aiuto può aver un bisogno più o meno grande di essere guidata e accompagnata; gradualmente viene aiutata a prendersi carico di sé in maniera sempre più autonoma e responsabile, quindi anche a scegliere assumendosi pienamente la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni.
Quando il paziente capisce il valore di queste considerazioni rispetto al fare delle scelte, smette di chiedere consigli e diventa consigliere di se stesso. Maggiormente centrato su se stesso: cosa provo in questa situazione? Cosa penso? Di cosa ho bisogno? Cosa mi piacerebbe? Cosa sarebbe meglio fare? Meglio rispetto a quali bisogni, desideri e obiettivi? Quale conflitto sto vivendo tra diversi miei bisogni tra loro inconciliabili? Quale prezzo pago facendo questa scelta? A cosa devo rinunciare per ottenere quello che voglio? Cosa devo fare? Quando? Quale il primo passo necessario?

Una volta che la persona ha deciso ovvero ha fatto un primo passo, la realtà offrirà delle risposte utili ad aggiustare il tiro...

Ricordati che devi vivere

La frustrazione, la delusione, la non perfezione della vita sono ineliminabili. Può essere scontato o, forse utile, ricordare che alcune ciambelle vengono senza buco La bomba , che le giornate sono storte e dritte, che le persone ci cercano e ci allontanano, a volte ci evitano proprio, che la vita ci applaude e ci fischia. Quando la realtà ti delude Che una cosa almeno non dobbiamo dimenticarla Ricordati che devi morire. E che dobbiamo imparare a dire è andata così

Dice il saggio: “la felicità è dentro di te” … ma tu non riesci a trovarla Istruzioni per rendersi infelici . La felicità, la vita che vogliamo vivere, è all’interno di ciascuno di noi quando accettiamo la non perfezione delle cose Depressione ed esperienza depressiva , quando accogliamo ogni esperienza come un dono, quando riconosciamo la legittimità di ogni aspetto di noi stessi, anche quelli “sconvenienti” Figli della propria famiglia, tra lecito e proibito . Quando ci liberiamo di ogni aspettativa su come dovrebbe essere la vita, quando ci svincoliamo dall’obbligo di “dover essere” in questo o in quest’altro modo “per andare bene” Essere e dover essere, per sentirci ok, per ottenere amore e approvazione L’insegnamento della cacca.

E poi c’è l’amore a condire la felicità!!! Love is the answer… L’amore sentimentale, romantico, sensuale e sessuale. L’amore per i figli. L’amore per i genitori. L’amore per gli amici. L’amore per il lavoro. L’amore per tutte le creature dell’universo. L’amore per la vita. Come possiamo non celebrare l’amore?!?! Fino all’amore primario, fino al desiderio inconscio (ma nemmeno tanto), di ciascuno di noi, di un ritorno all’onnipotenza perfetta del mondo intrauterino, all’amore ideale del “tutto e subito”.

E, difatti, quando usciamo da quel posto cominciamo a piangere… Da lì, da quel momento, di fatto, comincia un’altra vita. Oltre l’illusione della totalità perfetta dell’amore che tutto dà e nulla chiede. Un “vuoto”, più o meno ampio, con cui tutti, chi in un modo chi in un altro, faremo i conti per tutto il resto della nostra esistenza 3 tipi di lamentela. Per molti, anzi, quell’amore originario si rivela ben presto un’illusione drammatica, una realtà drammatica, un bisogno di accudimento “mancato” che lascerà i segni dolorosi di un vuoto “irrisarcibile” La bambina che costruiva aquiloni

Messa così può apparire uno scenario alquanto deprimente… Oppure no?!?!!!

È vero che la vita, nel suo quotidiano dispiegarsi, nella concretezza delle situazioni che viviamo, può essere intesa come un continuo processo di lutto, un continuo vivere la perdita del paradiso, vivere passaggi dolorosi, rotture, separazioni, vivere lo scarto tra ciò che desideriamo e ciò che realisticamente riusciamo ad ottenere. E quindi richiede di vivere un’esperienza depressiva.

Al tempo stesso, è anche vero che tutto questo potrebbe non essere vero La storia siamo noi . È vero se ci credo. È vero se mi faccio guidare da questa visione della realtà Il punto da cui guardiamo il mondo.

Non è vero se non ci credo. O meglio posso credere anche ad una visione alternativa delle cose 5 motivi e 5 motivi , una visione parimenti legittima e “realistica” della realtà da cui posso farmi guidare nel modo di pensare, di sentire, di agire, di vivere la vita.

A cosa “scegli” di credere?

La fonte della verità Nuovi genitori di se stessi

Da quali “valori” scegli di farti guidare?

Come sono gli abitanti di questa città? L’undicesimo comandamento

Di cosa deve essere “piena” la vita che vuoi?

Una vita su misura La felicità esiste

Come “ti puoi organizzare” per creare e realizzare la vita che vuoi?

Le cinque O della crescita personale Oggi è il primo giorno del resto della nostra vita

Cosa “concretamente devi” fare per vivere la vita che vuoi vivere?

Preghiera dell’azione efficace GOAL

4 passi per imparare a fallire…

Non esistono fallimenti esistono solo risultati. Nella leggenda, questa è una frase attribuita a Thomas Edison quando dopo aver inventato la lampadina (forse) disse che in precedenza aveva semplicemente scoperto molteplici modi in cui non funzionava una lampadina!!! Nel campo della crescita personale questa frase è un principio di riferimento, una credenza guida per lavorare sul raggiungimento dei propri obiettivi, del proprio successo in qualsiasi ambito o area di vita: lavoro, relazioni, tempo ricreativo, ecc..

Forse possiamo anche dire che, il fallimento esiste nella misura in cui lo confronti con la tua aspettativa, con cosa volevi ottenere quando sei partito. È ovvio se io voglio guadagnare 100 e invece guadagno 80 allora il fallimento è semplicemente lo scarto tra aspettativa e risultato. In un altro senso, il fallimento è l’errore che compio nel raggiungimento di una certa meta e da cui posso imparare per avvicinarmi progressivamente a ciò che voglio.

Allora ecco 4 passi concreti per imparare a “fallire”:

  1. comincia ad usare quotidianamente frasi di questo tipo: ho ottenuto il risultato di essere… di avere… di fare… di essere estremamente affaticato… di essere arrivato a creare la famiglia che volevo… di avere tanti soldi per fare le cose che mi piacciono… di avere sempre meno tempo per giocare coi miei figli… di avere tanti amici con cui crescere insieme… di fare tante cose per gli altri e poche per me… di pesare 90 kg… di fare il lavoro che ho sempre desiderato… di aver avuto 13 relazioni sentimentali … di fare l’orto insieme a mio figlio… di guadagnare 1660 euro al mese… di ricevere apprezzamenti da tante persone su come parlo l’ungherese… di ricevere critiche per il mio modo di fare il genitore … di essere guardata ogni volta che mi vesto per una festa… di avere il conto in rosso… di avere la casa al mare … di essere rimasto solo… di avere le analisi sballate…
  2. chiediti cosa hai fatto per ottenere tutto ciò … quali pensieri e azioni ti hanno portato a questo punto? Nota cosa succede in te: cosa provi? cosa pensi? Di cosa avresti bisogno? Cosa vorresti?
  3. Quindi stabilisci in modo specifico, misurabile, realistico, sfidante cos’altro vuoi ottenere e cosa devi fare per arrivarci: azioni concrete e specifiche … da fare prima di subito!!! GOAL
  4. Verifica i risultati che ottieni… gli insegnamenti che ne trai… l’esperienza che vivi… Come sopravvivere ai buoni propositi