Mostri e draghi

A volte abbiamo bisogno di affetto, vicinanza e tenerezza e, invece, riceviamo freddezza o distanza o spigolosità. A volte va così…
A volte abbiamo bisogno di essere apprezzati e stimati e, invece, riceviamo critiche e disapprovazione, anche molto dure e severe. A volte va così…
A volte abbiamo bisogno di essere sostenuti e incoraggiati nei nostri progetti e, invece, riceviamo ostacoli o impedimenti. A volte va così…
La vita non sempre soddisfa i nostri bisogni e desideri, una quota di frustrazione e delusione è parte del vivere quotidiano. Dobbiamo metterlo in conto e affrontare questi momenti difficili, imparando a godere dei momenti soddisfacenti e delle cose buone che appartengono alla nostra vita.
Certo è differente se a volte viviamo questi momenti dolorosi o se, invece, gran parte della nostra esperienza quotidiana attuale e della nostra storia di vita è (stata) costellata da eventi drammatici, trascuratezza, violenze, costrizione, impedimenti e traumi ripetuti. In questi casi, la nostra resilienza, la capacità di adattamento e di farcela nonostante tutto, e la nostra capacità di accettazione della realtà sono messe veramente a dura prova. Ognuno cerca di farcela con tutte le risorse a propria disposizione, personali e relazionali.
A volte, invece, succede che tutto questo, prima o piuttosto che stare nella realtà, sta nella nostra testa (che genera la nostra percezione della realtà) e tendiamo a percepire dappertutto esperienze dolorose, angosciose, traumatiche.
Molto lavoro terapeutico si svolge su questi schemi interni che ci portano a percepire mostri dappertutto, siano trascuranti o sprezzanti oppure ostacolanti, e a sentirci sempre in lotta, sempre sul punto di soccombere e morire di fronte a qualcuno o qualcosa più grande di noi.
Il lavoro trasformativo lavora allora su due grandi obiettivi.
Primo. Rendere la percezione della realtà più flessibile e funzionale, imparando ad affrontare i draghi reali.
Secondo. Ri-costruire un’immagine di sé più forte, capace, autonoma, in grado di farcela anche in mezzo alla tempesta.

La rabbia è il tappo del dolore

LA RABBIA È IL TAPPO DEL DOLORE

Una delle verità più diffuse nel lavoro psicoterapeutico è che la rabbia è il tappo al dolore. Se non sempre, molto spesso, se non per tutti, per la maggior parte delle persone. Che vuol dire?
La persona prova rabbia, più o meno manifesta, perché le cose e le persone non sono come vorrebbe che fossero, perché la realtà delude le sue aspettative, perché gli altri non soddisfano i suoi bisogni, perché subisce un danno o un’ingiustizia. E questo modo di funzionare, sempre consapevoli della generalizzazione che prevede eccezioni, lo abbiamo, un po’ tutti, imparato da piccoli, quando avevamo bisogno che qualcuno soddisfacesse i nostri bisogni, ma non è andata proprio così o perlomeno come in cuor nostro desideravamo. Ad esempio, avevamo bisogno di cure, protezione, affetto, ascolto, comprensione e guida… Ma abbiamo ricevuto risposte “non sintonizzate” coi nostri bisogni. Per questo ci siamo sentiti soli, feriti, abbandonati, rifiutati e abbiamo provato paura, vergogna, tristezza, rabbia… La base è il dolore, memorizzato nel corpo, di non essere stati accuditi, protetti e rassicurati come avevamo bisogno.
Altro esempio: avevamo bisogno di essere riconosciuti nelle nostre qualità e nella nostra unicità, il bisogno di essere apprezzati, stimati, valorizzati… Ma abbiamo ricevuto risposte giudicanti, critiche, rimproveranti, svalutanti, sprezzanti per cui abbiamo provato tristezza, rabbia, vergogna, paura… Una base di dolore, scritto anche nel corpo, per non essere stati valorizzati positivamente e sostenuti nella costruzione di una buona stima di noi stessi.
Terzo esempio comune: avevamo bisogno di essere incoraggiati e sostenuti nelle nostre iniziative autonome, nei nostri tentativi di capire noi stessi e il mondo, nei nostri slanci creativi alla realizzazione di noi stessi, nel nostro sguardo curioso e vitale verso il mondo… Ma abbiamo ricevuto risposte inibenti, spaventate, colpevolizzanti, frenanti, limitanti, disinteressate, per cui abbiamo sentito rabbia, vergogna, paura, tristezza, inadeguatezza… Una base di dolore, sempre incarnata nel nostro corpo, per non aver ricevuto sostegno al nostro progetto di diventare pienamente noi stessi attraverso lo sviluppo delle nostre potenzialità.

Prima o poi, ciascuno a suo modo e per le vie più svariate, molte persone arrivano a contattare quel tappo e ciascuno lo apre o tiene chiuso a suo modo…

I voti della vita

Inizia la scuola. Sei pronto a darti i voti? E a riceverli? Se la scuola insegna la vita o dovrebbe farlo… Allora ricordiamoci che a scuola esistono diversi voti (che non sono giudizi sulla persona… O non dovrebbero esserlo). A scuola, come nella tua vita, in diversi ambiti e ruoli:
puoi essere PERFETTO. Esiste la perfezione? Forse esiste il perfezionismo… Ma è patologico! Puoi essere ECCELLENTE, il primo, tra i primi, ed impegnarti ad esserlo, avere l’eccellenza come stella polare ad attrarre il tuo impegno, le tue fatiche, la tua capacità di imparare dagli errori e crescere progressivamente. Puoi essere ottimo, buono o “SEMPLICEMENTE” MEDIO. SENZA PER QUESTO SENTIRTI MEDIOCRE. O sì?!?
Se pensi oggi ad alcune aree della tua vita o nel tempo ad alcuni ambiti sicuramente sei o sarai stato “semplicemente” come tanti altri. Questo è. È andata così, così sia. Probabilmente in altre aree sarai (stato) anche tra gli scarsi, i nulli o appena sufficiente. E quindi?

Nota come ti rapporti ai voti che la vita ti dà… E come ci stai… Come influenzano il tuo stato d’animo, l’umore, la tua autostima.

Nota chi ti dà questi voti… Da chi te li fai dare… Da chi li accetti passivamente… Quali, invece, proprio non ti vanno giù…

Nota quando hai imparato ad essere così sensibile ai voti… Chi ti ha insegnato… A cosa ti è servito… E a cosa ti serve oggi essere così dipendente o addirittura schiavo dei voti…

Nota quanto questi voti ti stimolano a crescere o ti bloccano al palo… E nota cosa determina queste tue reazioni e questi tuoi vissuti. E cosa ci vuoi fare con questa consapevolezza…

L’agricoltore che giocava a fare Dio. Una storia sulla resilienza

Un giorno un contadino incontrò Dio e gli disse:

– Hai creato il mondo ma non sei un contadino, non conosci l’agricoltura. Hai ancora molto da imparare.

Dio gli chiese:

– Qual è il tuo consiglio?

– Dammi un anno e lascia che le cose vadano come voglio e vedrai che la povertà non esisterà mai più.

Dio accettò. Naturalmente, l’agricoltore chiese il massimo: niente più tempeste né alcun pericolo per il grano. Il grano cresceva sano e abbondante e i contadini erano felici. Tutto sembrava perfetto.

Alla fine dell’anno, l’agricoltore rivide Dio e gli disse con orgoglio:

– Hai visto quanto grano? C’è abbastanza cibo per 10 anni senza dover più lavorare!

Tuttavia, una volta raccolto tutto il grano il contadino si rese conto che i chicchi erano tutti vuoti. Perplesso, chiese a Dio cosa fosse accaduto, ed Egli rispose:

– Hai deciso di eliminare tutti i conflitti e gli attriti, così il grano non ha potuto maturare come è nella sua natura.

Sicuramente per qualcuno la vita è più facile che per altri; per qualcuno è in discesa, per altri sembra una montagna invalicabile.

Ciascuno di noi dovrebbe imparare a guardare di cosa è piena la propria vita … e anche cosa manca… Quanto è piena di gioia e quanto di schifezze… Cosa ci manca per vivere la vita che desideriamo … Memori che le cose e le persone non sempre sono come le vorremmo e che comunque abbiamo sempre la possibilità di selezionare motivi per essere felici e motivi per essere tristi, angosciati, arrabbiati, insoddisfatti.

A ciascuno di noi dovrebbe essere insegnato fin da piccoli a godere e ringraziare per ciò che la vita ogni giorno ci regala come fonte di gioia… E anche a saper cogliere cosa ci rende insoddisfatti come punto di partenza per crescere e diventare il più possibile ciò che siamo in potenza

Un giorno piove e un giorno è sereno, un periodo è troppa pioggia, un altro è sempre caldo… Ciò che può restare invariato è la nostra “abitudine” ad andare aventi… a vivere appieno ogni momento positivo e a trasformare, il prima possibile, la lamentela dolorosa in obiettivi specifici e azioni concrete da realizzare. Il resto non è nelle nostre mani …

L’orologio. Una storia sull’inquietudine e il godimento

C’era una volta un orologio di bell’aspetto che troneggiava su un elegante comò e faceva con entusiasmo il suo lavoro. Come ogni buon orologio aveva un cuore che ticchettava due battiti al secondo: tic tac, tic tac, tic tac, così fin dal giorno in cui era uscito dal laboratorio di uno dei migliori orologiai della città. La sua vita scorreva tranquilla finché nel suo cervello di luccicanti ingranaggi, quasi fosse un granellino di micidiale polvere, si insinuò un dubbio.
“2 battiti al secondo significano 120 ticchettii al minuto, 7200 battiti all’ora, 172800 al giorno, 1209600 alla settimana, 62899800 ticchettii all’anno…”. I delicati ingranaggi dell’orologio emisero un cigolio lamentoso. “62899800 ticchettii all’anno! È impossibile. Non ce la farò mai!” In breve, il dubbio si trasformò in panico e poi in profonda depressione.
Così un giorno l’orologio prese appuntamento dal miglior psico-orologiaio della città. “Qual è il tuo problema?” chiese gentilmente il dottore. “Oh dottore”, si lamentò, “mi è stato affidato un compito immane, nettamente al di sopra delle mie forze. Devo emettere due battiti al secondo, cioè 120 ticchettii al minuto, 7200 battiti all’ora, 172800 al giorno, 1209600 la settimana, 62899800 ticchettii all’anno… e per molti anni… non posso farcela!!!”. “Un momento”, disse lo psicologo, “quanti ticchettii devi fare alla volta?” “Uno alla volta… Poi un tac, poi un altro tic e così via…”.
“Questa è la cura che ti consiglio: vai a casa mettiti tranquillo e pensa ad un ticchettio alla volta, concentrati su ogni tic e goditelo… uno alla volta… non ti preoccupare del successivo. Pensi di riuscirci? Un tic e un TAC alla volta”. “Certo” rispose l’orologio. Tornò a casa e non si preoccupò più…

Questo è l’orologio nevrotico, una storia di Bruno Ferrero. Forse è un po’ la storia di tutti noi… Quanto ti ci riconosci?
Nota come poni l’attenzione lontano dal presente… In un futuro preoccupato… Magari che nasce da un passato in cui hai imparato a credere alla verità “io non ce la faccio”…
Cos’altro ti suggerisce questa storia?

Anche se non sempre è facile, perché spesso l’inconscio prende il sopravvento e ci costringe a fare cose che pure la nostra volontà conscia non vuole, tu puoi scegliere dove focalizzare l’attenzione, se preoccuparti di ciò che sarà o potrebbe essere o goderti ciò che è… Sei padrone della tua mente, delle tue scelte. O puoi imparare a diventarlo sempre di più…

Lo scorpione. Una storia sul rispetto della propria natura

Un maestro zen vide uno scorpione annegare in uno stagno e decise di trarlo in salvo. Quando lo fece, lo scorpione lo punse. Per l’effetto del dolore, il maestro lasciò l’animale che di nuovo cadde in acqua in procinto di annegare. Il maestro tentò di tirarlo nuovamente fuori dall’acqua e l’animale lo punse nuovamente.

Un giovane discepolo che vide la scena gli si avvicinò e gli disse: “Scusate, maestro, ma perché continuate? Non capite che ogni volta che provate a tirarlo fuori dall’acqua, lo scorpione vi punge?”

Il maestro gli rispose: “la natura dello scorpione è di pungere e questo non cambierà la mia che è di aiutare”.

Allora il maestro rifletté e con l’aiuto di una foglia tolse lo scorpione dell’acqua e gli salvò la vita, poi rivolgendosi al suo giovane discepolo, continuò: “non cambiare la tua natura se qualcuno ti fa male, prendi solo delle precauzioni. Purtroppo gli uomini sono quasi sempre ingrati del beneficio che gli viene offerto. Ma questo non è un motivo per smettere di fare del bene o smettere di abbandonare l’amore che vive in te. Gli uni perseguono la felicità, gli altri la creano. Preoccupati più della tua coscienza che della tua reputazione. Perché la tua coscienza è ciò che sei, mentre la tua reputazione è solo ciò che gli altri pensano di te.
Quando la vita ti presenta mille ragioni per piangere, mostrale che hai mille ragioni per sorridere”.

… … …

Quanti scorpioni hai incontrato nella tua vita? Cosa è successo quando ti hanno punto? Hai imparato ad essere prudente? Ti sei adattato e snaturato? Hai cambiato per loro? Hai mantenuto la tua direzione di vita e la tua missione esistenziale? Che insegnamento ne hai tratto?

Oggi … nota cosa succede quando incontri scorpioni pungenti … cosa senti … cosa pensi … cosa fai … e che reazioni susciti …

Nota quanta autenticità colora le tue scelte… E quanto le tue scelte sono guidate dal tuo bisogno di adattarti a situazioni che non puoi modificare…
Nota quando scegli comunque la via dell’autentica espressione di te… E quando invece scegli un utile necessario compromesso… E nota cosa provi e cosa pensi in queste diverse situazioni…

Due ranocchie nella panna. Una storia di tenacia e intelligenza

C’erano una volta due ranocchie che caddero in un recipiente di panna. Immediatamente intuirono che sarebbero annegate: era impossibile nuotare o galleggiare a lungo in quella massa densa come sabbie mobili. All’inizio, le due rane scalciarono nella panna per arrivare al bordo del recipiente però era inutile, riuscivano solamente a sguazzare nello stesso punto e ad affondare.

Sentivano che era sempre più difficile affiorare in superficie e respirare. Una di loro disse a voce alta: «Non ce la faccio più. È impossibile uscire da qui, questa roba non è fatta per nuotarci. Dato che morirò, non vedo il motivo per il quale prolungare questa sofferenza. Non comprendo che senso ha morire sfinita per uno sforzo sterile».

E detto questo, smise di scalciare e annegò con rapidità, venendo letteralmente inghiottita da quel liquido bianco e denso.

L’altra rana, più perseverante o forse più cocciuta, disse fra sé e sé: «Non c’è verso! Non si può fare niente per superare questa cosa. Comunque, dato che la morte mi sopraggiunge, preferisco lottare fino al mio ultimo respiro. Non vorrei morire un secondo prima che giunga la mia ora». E continuò a scalciare e a sguazzare sempre nello stesso punto, senza avanzare di un solo centimetro. Per ore ed ore! E ad un tratto… dal tanto scalciare, agitare e scalciare… La panna si trasformò in burro. La rana sorpresa spiccò un salto e pattinando arrivò fino al bordo del recipiente. Da lì, non gli rimaneva altro che tornare a casa gracidando allegramente”.

Jorge Bucay (“Lascia che ti racconti”)

Sicuramente sarà capitato anche a te di cadere nella panna? Come ti sei comportato?

Nota come ti comporti quando cadi nella panna… pensa a situazioni specifiche…

La panna può essere le difficoltà del quotidiano… le condizioni di vita che hai incontrato fin da quando sei nato… gli obiettivi che ti poni per realizzare la vita che vuoi …

E adesso che faccio? E adesso che devo fare?

Certamente è importante l’idea di non arrendersi mai e provarle tutte… fino alla morte, anzi fino a sopravvivere e riprendere il proprio cammino esistenziale… Al tempo stesso, è fondamentale trovare le strategie giuste, quelle più efficaci nella situazione, quelle più confacenti a te, quelle che possono avere un giusto rapporto tra benefici e prezzo da pagare…

Quindi … “salvata la pelle” … torna a focalizzare in modo utile la direzione da riprendere… da quali valori per te veramente importanti vuoi farti guidare… cosa deve essere presente nella tua vita perché sia il più possibile vicina a come la vuoi… e cosa devi fare tu per realizzarla…