‘P – factor’. Un viaggio

Il dolore fa crescere e anche la paura, anche se probabilmente un po’ tutti vorremmo crescere senza incontrarne più di tanto. Crescere ti richiede di mettere ordine nel caos e nell’imprevedibilità che ti arrivano, prima o poi, tanto o poco, anche se un po’ tutti vorremmo crescere sperando di schivare il più possibile la sofferenza e imparando a cogliere le opportunità. Così è la vita… Certo è meglio la serenità che la tragedia, diremmo tutti.
La nostra vita ci fornisce sostanzialmente interrogativi a cui noi “dobbiamo” rispondere, siamo chiamati ad affiancare punti esclamativi.
La nostra vita si svolge tra ciò che troviamo e ciò che non troviamo. Tra ciò che lasciamo e ciò che troviamo. E ogni tanto ci interroghiamo sulla distanza che esiste tra ciò che siamo e ciò che vorremmo e avremmo voluto essere. Ma anche tra ciò che siamo stati e ciò che non siamo più. E a volte questi temi ci procurano gioia, molto più spesso dolore.
Chi veramente fa i conti con dolore, paura, malattia, perdita, disillusione (tutti noi?) deve necessariamente cercare la luce dentro al buio… Per non sprofondare nell’oscurità, qualunque forma essa possa assumere…
E quindi ognuno ha il suo viaggio da compiere… Eroico o meno che sia… Di cui conosciamo, forse, l’inizio, ma la cui fine dobbiamo cercare di inventare…
Viaggio che si svolge sempre tra regole e immaginazione, tra testa e cuore, tra ragione e sensazioni.
Viaggio in cui devi saperti muovere dentro le certezze rassicuranti e i confini che delineano il percorso, per imparare gradualmente a sfidare i tuoi limiti, imposti e autoimposti, senza mai perdere la testa, qualità che ti permette di perderla solo al momento giusto…
Viaggio che ciascuno compie col personale bagaglio. Di predisposizioni caratteriali ed esperienze precoci, di tendenze innate e di abilità acquisite. Doti naturali e percorsi evolutivi. Bagaglio di dolore e paura e di strategie che abbiamo inventato per cavarcela. Bagaglio di risorse e di limiti personali. Bagaglio in cui ognuno ha messo anche un po’ di certezze su cui poggiarsi e un po’ di imprevisti da imparare a governare.
Fino a quando non funziona qualcosa. Qualcosa non funziona più. Il controllo che, anche solo inconsapevolmente, hai avuto finora lascia il posto a qualcosa che sfugge, che ti sfugge. L’imprevisto diventa ingovernabile.
Prima alcuni segni che non sempre riesci ad interpretare… Poi segnali più chiari, che magari vedi, riconosci come anomalie, ma che tendi a trascurare… Quindi i sintomi, stai male, esprimi una qualche forma e grado di malessere: sei sempre stanco e deconcentrato, il lavoro diventa sempre più “l’attesa del fine settimana”, ciò che fino a ieri ti appassionava ora lo vivi in modo spento, demotivato. Sei costantemente annoiato, quasi sempre incazzato, anche tristezza e ansia ti vengono a trovare sempre più spesso. Ogni relazione ne risente, a casa, al lavoro, in coppia, coi figli, con gli amici. I pilastri in cui ti sei finora riconosciuto e identificato sembrano scricchiolare. Ti senti diverso dal solito, diverso da come sei sempre stato e anche gli altri, più o meno vicini, cominciano a vedere che qualcosa non va nel tuo modo di stare al mondo, nelle relazioni, nella quotidianità.
Il tuo corpo si lamenta, la tua mente si lamenta, tu ti lamenti. Lamenti che hanno bisogno di ascolto. Lamenti che sembrano inascoltabili.
Gradualmente insidiosa, una “parte malata” sta invadendo la tua personalità. Malessere fisico, emotivo, relazionale. Qualcosa è cambiato, si è rotto, si è inceppato o qualcosa del genere. Lo smarrimento che altre volte hai incontrato lungo il viaggio e che hai sempre superato con un senso di sfida, evoluzione, potenza e controllo, oggi è uno smarrimento in cui ti senti “profondamente” perso…
Ora comincia un altro viaggio. In almeno tre tappe, da percorrere necessariamente, anche se, come sempre, ciascuno a suo modo.
Prima. Sto male…
Seconda. Ho bisogno di aiuto…
Terza. Devo farmi aiutare…
Il resto è tutto da percorrere… in infinite forme possibili…
Grazie Luca per il tuo insegnamento…
Grazie Luca per il tuo libro, che invito tutti a leggere e diffondere: ‘P-Factor. La variabile Parkinson nella mia vita’. (Luca Berti. Youcanprint Edizioni).
Grazie per aver condiviso con noi la tua esperienza, il viaggio che stai facendo, forse unico e diverso da altri viaggi, forse simile al viaggio che ciascuno di noi compie…

Tesoro e tranello

“Ciascun individuo è il prodotto di due forze: la forza imitatrice, governata dal gruppo familiare che agisce provenendo dal passato e la forza creatrice, guidata dalla coscienza universale e proveniente dal futuro.

Quando i genitori limitano i loro figli, obbligandoli ad accettare passivamente progetti e consegne quali “sarai questo o quello… somiglierai a Tizio… ci aiuterai a diffondere le nostre idee e convinzioni…”, disobbediscono ai progetti evolutivi del futuro e la famiglia cade vittima di ogni sorta di malattie fisiche e mentali.

Il paziente per poter guarire deve essere quello che è davvero, liberandosi dall’identità acquisita: quello che gli altri hanno voluto che lui fosse.

Ogni malattia deriva da una imposizione ricevuta nell’infanzia che ci costringe a fare quello che non vogliamo e da un divieto che ci obbliga a non essere quello che siamo in realtà.

Per guarire un paziente, bisogna aiutarlo a diventare quello che è; in realtà, occorre renderlo consapevole che non è un individuo isolato, bensì il frutto di almeno quattro generazioni di antenati.

È impossibile conoscere noi stessi se non conosciamo il lascito materiale e spirituale del nostro albero genealogico” (Alejandro Jodorowsky, Marianne Costa).

Come dice il loro libro sulla Metagenealogia, la famiglia può essere un tesoro o un tranello.

Ciascuno di noi, per tutta la vita, cerca di vivere, esistere, essere, tra le forze di ripetizione e le forze creative.

Comincia a guardare la tua famiglia, il tuo albero genealogico, come non lo hai mai visto… E vedi l’effetto che fa…

Quali immagini ti saltano agli occhi? Quali sensazioni ed emozioni? Quali leggi intravedi? Quali vincoli dolorosi intuisci? Quali regole restrittive fanno funzionare il sistema fino a farlo ammalare, in uno o più membri? Cosa potrebbe liberare potenzialità evolutive dei singoli e dell’intera famiglia?

E nota come ti collochi tu oggi…

È solo il punto di partenza di un’esplorazione che può durare tutta la vita … Verso la tua trasformazione…

Dialogo per un alloggio

Qualunque monaco girovago può fermarsi in un tempio Zen, a patto che sostenga coi preti del posto una discussione sul Buddhismo e ne esca vittorioso. Se invece perde, deve andarsene via.
In un tempio nelle regioni settentrionali del Giappone vivevano due confratelli monaci. Il più anziano era istruito, ma il più giovane era sciocco e aveva un occhio solo.
Arrivò un monaco girovago e chiese alloggio, invitandoli secondo la norma a un dibattito sulla sublime dottrina. Il fratello più anziano, che quel giorno era affaticato dal molto studio, disse al più giovane di sostituirlo. «Vai tu e chiedigli il dialogo muto» lo ammonì.
Così il monaco giovane e il forestiero andarono a sedersi nel tempio.
Poco dopo il viaggiatore venne a cercare il fratello più anziano e gli disse: «Il tuo giovane fratello è un tipo straordinario. Mi ha battuto».
«Riferiscimi il vostro dialogo» disse il più anziano.
«Be’,» spiegò il viaggiatore «per prima cosa io ho alzato un dito, che rappresentava Buddha, l’Illuminato. E lui ha alzato due dita, per dire Buddha e il suo insegnamento. Io ho alzato tre dita per rappresentare Buddha, il suo insegnamento e i suoi seguaci, che vivono la vita armoniosa. Allora lui mi ha scosso il pugno chiuso davanti alla faccia, per mostrarmi che tutti e tre derivano da una sola realizzazione. Sicché ha vinto e io non ho nessun diritto di fermarmi». E detto questo, il girovago se ne andò.
«Dov’è quel tale?» domandò il più giovane, correndo dal fratello più anziano.
«Ho saputo che hai vinto il dibattito».
«Io non ho vinto un bel niente. Voglio picchiare quell’individuo».
«Raccontami la vostra discussione» lo pregò il più anziano.
«Accidenti, non appena mi ha visto lui ha alzato un dito, insultandomi con l’allusione che ho un occhio solo. Dal momento che era un forestiero, ho pensato che dovevo essere cortese con lui e ho alzato due dita, congratulandomi che avesse due occhi. Poi quel miserabile villano ha alzato tre dita per dire che tra tutti e due avevamo soltanto tre occhi. Allora ho perso la tramontana e sono balzato in piedi per dargli un pugno, ma lui è scappato via e così è finita».

Una storia sul potere e sul valore dell’interpretazione nei rapporti interpersonali. E quindi nel determinare serenità o sofferenza.

Una storia per illustrare l’importanza di essere attenti ai propri contenuti mentali senza considerarli gli unici possibili, sul valore di comprendere il punto di vista dell’altro, sulla capacità di mettere insieme il tutto nel dialogo consapevole e intimo, l’unico veramente efficace per comprendersi.

L’uovo di Colombo

Dopo il suo ritorno dalle presunte Indie nel 1493, Colombo fu invitato a una cena in suo onore dal cardinale Mendoza. Qui alcuni gentiluomini spagnoli cercarono di sminuire la sua impresa dicendo che la scoperta della via di occidente per le Indie non sarebbe stata poi così difficile e che chiunque avrebbe potuto riuscirci se avesse avuto i suoi mezzi. Udito questo, Colombo si indignò, e sfidò i nobili spagnoli in un’impresa altrettanto facile: far stare un uovo dritto sul tavolo. Ognuno di loro fece numerosi tentativi, ma nessuno ci riuscì e rinunciarono all’impresa. Si convinsero che si trattava di un problema irrisolvibile e pregarono Colombo di dimostrare come risolverlo, cosa che lui fece immediatamente: si limitò a praticare una lieve ammaccatura all’estremità dell’uovo, picchiandolo leggermente contro lo spigolo del tavolo. L’uovo rimase dritto. Quando gli astanti protestarono dicendo che lo stesso avrebbero potuto fare anche loro, Colombo rispose: «La differenza, signori miei, è che voi avreste potuto farlo, io invece l’ho fatto!».

Cosa ti ispira questa storia?

Per la tua crescita personale sono fondamentali due ingredienti:

TROVARE UNA SOLUZIONE CREATIVA, spesso fuori dagli schemi, oltre ciò che appare scontato, la normalità per tutti, la solita via, continuamente battuta anche se fallimentare.

AGIRE PER CAMBIARE, per muovere le cose, per ottenere risultati, almeno per capire come procedere in avanti. Pensa il giusto e agisci di conseguenza, altrimenti resti bloccato nel rimuginio su cosa potrebbe accadere, nella ruminazione su cosa è accaduto e non doveva accadere. Bloccato mentre gli altri vanno avanti e la tua vita scorre via.

Le stampelle

Narra una leggenda indiana che il re cadde da cavallo, fratturandosi le gambe così gravemente da perderne l’uso. Imparò a muoversi con le stampelle, ma sopportava male la propria invalidità. Vedersi attorno le persone valide della corte gli divenne presto insopportabile. Rifiutò di mostrarsi menomato. “Poiché non posso essere simile agli altri, pensò un mattino d’estate, ciascuno sarà simile a me.” Fece dunque notificare nelle sue città e nei suoi paesi l’ordine definitivo dell’uso delle stampelle per tutti, pena la morte immediata. Dall’oggi al domani, l’intero regno fu popolato di persone rese invalide. All’inizio, alcuni provocatori si fecero vedere in giro senza alcun sostegno. Fu certo difficile acciuffarli di corsa, ma tutti prima o poi vennero arrestati, condannati e giustiziati per servire da esempio. Nessuno osò ripetere la provocazione. Per proteggere la prole, le madri insegnarono subito ai loro bambini a camminare con le stampelle. Bisognava abituarsi, ci si abituò. Il re visse fino a tarda età. Nacquero parecchie generazioni senza che si vedesse mai nessuno circolare liberamente sulle sue gambe. Gli anziani scomparvero senza dire nulla delle loro lontane passeggiate, senza osare infondere nella mente dei figli e dei nipoti il pericoloso desiderio di deambulare senza sostegni.

Alla morte del re, alcuni vecchi tentarono di liberarsi delle stampelle, ma era troppo tardi, i loro corpi malandati ne avevano ormai bisogno. I superstiti, di solito, non riuscivano più a stare dritti. Rimanevano prostrati su qualche sedia o distesi su un letto. Questi tentativi isolati vennero considerati come innocui deliri di vecchi rimbambiti. Inutilmente raccontarono che un tempo si camminava liberamente, senza stampelle: vennero guardati dall’alto verso il basso, con l’indulgenza ilare concessa ai rimbecilliti. “Ma sì, nonno, andiamo, era senza dubbio ai tempi in cui il becco dei polli aveva i denti!” E con un sorriso, uno scambio di occhiate, scrollavano il capo ascoltando la vecchia voce, prima di andare a ridere di nascosto.

Lontano, sulla montagna viveva un vigoroso vecchio solitario che, appena morto il re, gettò le stampelle nel fuoco senza esitare. In realtà erano anni che non usava le stampelle in casa o in luoghi isolati. Le usava nel villaggio per evitare le noie ma, non avendo né sposa né figli, non si era privato del piacere della sua bella camminata. Non esponeva altri che se stesso, e per di più in tutta segretezza!

Il mattino dopo, si recò spavaldamente in piazza e, rivolto ai suoi compaesani sbalorditi, disse: “Ascoltatemi, dobbiamo ritrovare la nostra libertà di movimento, la vita può riprendere il suo corso naturale poiché il re invalido è ormai morto. Chiediamo che venga abrogata la legge che costringeva gli esseri umani a camminare con le stampelle!” Tutti lo guardavano, i più giovani furono immediatamente tentati. La piazza brulicò ben presto di bambini, di adolescenti e di altri sportivi che tentavano di muoversi senza stampelle. Ci furono risate, cadute, scorticature, lividi, ma anche arti rotti poiché i muscoli delle gambe e della schiena non avevano mai imparato a sorreggere il corpo. Il capo della polizia intervenne: “Smettetela, smettetela! È troppo pericoloso. Tu, vecchio, va a esibirti nelle fiere, è chiaro che gli uomini non sono fatti per camminare senza stampelle! Guarda quante piaghe, quanti bernoccoli e quante fratture ha provocato la tua follia! Lasciaci vivere normalmente. Sparisci e, se vuoi vivere tranquillo, non tentare più di traviare questa bella gioventù!” Il vecchio alzò le spalle e se ne tornò a casa a piedi. Scesa la notte, udì grattare piano alla sua porta. Era un rumore così leggero che lo attribuì a un ramo agitato dal vento. Non aprì. Allora qualcuno bussò distintamente alla porta. “Chi siete? Che cosa volete?” chiese. “Apri nonno, per favore” bisbigliò una voce.” Il vecchio aprì. Dieci paia di occhi brillanti lo guardavano con ardore. Un ragazzino, fattosi avanti, mormorò: “Vogliamo imparare a camminare come te. Accetteresti di prenderci come discepoli?” “Discepoli?” “Maestro è questo il nostro desiderio.” “Bambini, non sono un maestro, sono solo un uomo in gamba, nel senso più semplice della parola.” “Maestro, per favore, supplicarono all’unisono.” Il vecchio ebbe voglia di ridere, ma, contemplandoli un attimo, si commosse. Capì che la faccenda era seria, persino capitale, che quei bambini erano coraggiosi, ardenti, pieni di vita.

L’avvenire era nelle loro mani. Spalancò la porta per accoglierli. Per mesi, senza dire niente a nessuno, i ragazzini si recarono dal vecchio da soli o in due alla volta per non dare nell’occhio. Quando furono abbastanza abili, andarono a piedi, insieme al villaggio. Guardate, dissero, osservateci, è facile e divertente! Fate dunque come noi! Un’ondata di panico invase i cuori timorosi. Gli abitanti del villaggio aggrottarono le sopracciglia, li additarono, si spaventarono molto. Intervenne la polizia a cavallo per far cessare lo scandalo. Il vecchio fu arrestato, portato in tribunale, condannato secondo l’editto reale e giustiziato per aver pervertito dieci innocenti. I suoi discepoli, disgustati dal trattamento inflitto al loro maestro, dichiararono a gran voce sulle piazze che camminavano e ne erano soddisfatti, mostrando a chi volesse vederli quanto fosse comodo avere le mani libere e leste. Le loro dimostrazioni vennero giudicate fallaci. Furono arrestati e gettati in prigione. Si ritenne tuttavia che fossero stati trascinati nell’errore e si concessero loro le circostanze attenuanti, quindi furono condannati solo a pene leggere. Alcuni ostinati non vollero rinunciare a sostenere che bisognasse camminare senza stampelle. La comunità inquieta, sconvolta nelle proprie abitudini dal loro strano comportamento, li allontanò per prudenza dal villaggio, invitandoli a esibirsi nelle fiere. Per coloro che erano rimasti e che insistevano davvero in modo eccessivo, si dovette talvolta applicare con rigore la legge; in generale, tuttavia, vennero piuttosto commiserati e trattati come gli scemi del villaggio, tenuti a distanza dai bambini o dalle buone famiglie.

Ancora oggi, durante le veglie serali, si bisbiglia con parole velate che esistono malgrado tutto, qua e là nel mondo, gruppetti che non sembrano dei mentecatti e che sostengono di camminare da soli, senza stampelle.

E tu come cammini?

Chi ti ha insegnato a camminare?

Hai un tuo modo tutto tuo di camminare?

Mi ha fatto tanto ridere…

In un regno antico viveva un uomo conosciuto ovunque per la sua saggezza. All’inizio dava consigli solo ai suoi familiari e agli amici più cari.
La sua fama, tuttavia, crebbe a tal punto che lo stesso sovrano iniziò a chiamarlo spesso per chiedergli consiglio.
Ogni giorno giungevano molte persone per ricevere i suoi preziosi consigli. Il saggio notò che molte di queste si recavano ogni settimana a raccontare sempre gli stessi problemi, ricevevano sempre lo stesso consiglio, ma non lo mettevano in pratica.
Un giorno il saggio riunì tutte quelle persone che chiedevano spesso consiglio e raccontò loro una barzelletta molto divertente, tanto che quasi tutti scoppiarono a ridere.
Dopo aver aspettato un po’, raccontò di nuovo la stessa barzelletta. Continuò a raccontarla per tre ore. Alla fine nessuno rideva più.
Allora il saggio disse loro: “perché non potete ridere tante volte della stessa barzelletta ma potete piangere migliaia di volte per lo stesso problema?”.

Il problema non è tanto il problema, è piuttosto come tu affronti il problema.

La perfezione dell’attimo

Il vecchio re era morto. Il suo giovane figlio non era maturo. Salì sul trono preoccupato per la propria scarsa preparazione alla carica che doveva ricoprire. Aveva la penosa impressione che la corona gli scivolasse dal capo, che fosse troppo larga e troppo pesante. Osò dirlo. I consiglieri furono rassicurati pensando: “La sua consapevolezza di non sapere, di non essere pronto, lo predispone a essere un buon re, capace di accettare consigli, di ascoltare suggerimenti senza prendere decisioni precipitose, di riconoscere un errore e di essere disposto a correggerlo. Rallegriamoci per il regno”. Lui, ansioso di istruirsi, fece venire tutti i sapienti del regno: eruditi, monaci e saggi di chiara fama. Ne prese alcuni come consiglieri e chiese agli altri di andare per il mondo a cercare e riportare tutta la scienza nota dell’epoca per trarne la conoscenza, addirittura la saggezza. Alcuni si spinsero fino alle terre più lontane, altri presero vie marittime fino ai confini dell’orizzonte. Tornarono sedici anni dopo, carichi di rotoli, di libri, di sigilli e di simboli. Il palazzo era vasto. Non riuscì tuttavia a contenere una così prodigiosa abbondanza di scienza. Colui che tornava dalla Cina aveva riportato, da solo, su innumerevoli dromedari, i ventimila volumi dell’enciclopedia Cang-Xi, come pure le opere di Laozi, Confucio, Mencio e di molti altri, famosi quanto sconosciuti.

Il re percorse a cavallo la città del sapere che aveva dovuto far costruire per ricevere tutto quel materiale. Fu soddisfatto dei suoi messaggeri, ma capì che una sola vita non sarebbe potuta bastare per leggere tutto, capire tutto. Chiese dunque ai letterati di leggere i libri al suo posto, di trarne il succo e di redigere, per ogni scienza, un’opera comprensibile.

Trascorsero otto anni prima che i letterati potessero consegnare al re una biblioteca composta dai soli riassunti di tutto lo scibile umano. Il re percorse a piedi l’immensa biblioteca così costruita. Non era più giovanissimo, vedeva la vecchiaia arrivare a grandi passi e capì che non avrebbe avuto il tempo in vita di leggere e assimilare tutto. Chiese dunque ai letterati che avevano studiato quei testi di produrre solo un articolo per scienza, badando all’essenziale. Trascorsero otto anni prima che tutti gli articoli fossero pronti poiché molti eruditi che erano andati in capo al mondo a raccogliere tutta quella scienza erano ormai morti e i giovani letterati che riprendevano l’opera dovevano rileggere tutto prima di produrre un articolo.

Infine, un’opera in parecchi volumi venne consegnata al vecchio re, costretto a letto, malato. Questi pregò ciascuno di riassumere rapidamente il suo articolo in una frase. Riassumere una scienza in poche parole non è cosa facile. Altri otto anni furono necessari. Fu concepito un solo libro che conteneva una frase per ciascuna delle scienze e delle saggezze studiate. Al vecchio consigliere che gli portava il libro, il re morente mormorò: “Dimmi una sola frase che riassuma tutto questo sapere, tutta questa saggezza. Una sola frase prima della mia morte”. Sire, disse il consigliere, la saggezza del mondo sta in sole due parole: “Vivere l’attimo”. (Storia indiana)

In che occasioni ti comporti come questo re? E come ti senti? E cosa impari?

La soddisfazione deriva dall’esperienza e non dall’aspettare la perfezione…

Vivere l’attimo significa: agisci per vivere, agisci per capire, agisci per crescere.

 

I tre setacci

Un giorno una persona andò a trovare il grande filosofo Socrate e gli disse: “Sai cosa ho appena sentito sul tuo amico?” “Un momento”, rispose Socrate, “prima che me lo racconti, vorrei farti un test, quello dei tre setacci.” “I tre setacci?” “Ma sì”, continuò Socrate. “Prima di raccontare ogni cosa sugli altri, è bene prendere il tempo di filtrare ciò che si vorrebbe dire. Lo chiamo il test dei tre setacci”.

“Il primo setaccio è la VERITA’. Hai verificato se quello che mi dirai è vero?” “No, ne ho solo sentito parlare.” “Molto bene. Quindi non sai se è la verità”.

“Continuiamo col secondo setaccio, quello della BONTA’. Quello che vuoi dirmi sul mio amico, è qualcosa di buono?” “Ah no! Al contrario.” “Dunque”, continuò Socrate, “Vuoi raccontarmi brutte cose su di lui e non sei nemmeno certo che siano vere”.

“Forse puoi ancora passare il test, rimane il terzo setaccio, quello dell’UTILITA’. È utile che io sappia ciò che mi vorresti dire su questo mio amico?” “No, davvero.” “Allora”, concluse Socrate, “se ciò che volevi raccontarmi non è né vero né buono né utile, io preferisco non saperlo; e consiglio a te di dimenticarlo”.

… … …

Tu come stai messo coi setacci?

Alcuni giudizi sono veri: descrivono realisticamente il “comportamento” di una persona. I giudizi possono essere buoni: offrono una valutazione del “comportamento” di una persona che può favorire i suoi processi di consapevolezza, cambiamento e crescita, si tratti di comportamenti personali, relazionali o in ambito lavorativo. Inoltre, i giudizi possono essere molto utili se forniti alla persona che li può utilizzare per correggere alcuni suoi “comportamenti” e renderli più adattivi o adeguati rispetto a contesti, situazioni, relazioni.
Del resto, esistono anche gli autogiudizi, quelli che siamo soliti dare a noi stessi, magari eco di giudizi che siamo abituati da sempre e molto spesso a ricevere dall’esterno. È fondamentale che questi giudizi rivolti a se stessi siano veramente rivolti al proprio comportamento, più che alla persona che siamo, in modo da fornire indicazioni realistiche, positive e utili al cambiamento consapevole e responsabile e alla crescita personale.

Tu come stai messo coi giudizi?

La lanterna

Un vecchio contadino stava guardando il giovane figlio che accendeva la lanterna prima di uscire nella notte. “A che ti serve la lanterna?” gli chiese. Il figlio rispose: “vado a corteggiare una ragazza. Non ti preoccupare pagherò l’olio”. “Ascolta figliolo”, proseguì il padre benevolmente, “quando io uscivo con una ragazza, non prendevo mai la lanterna con me”. “Lo posso immaginare, guarda cosa ti sei portato a casa!” (Osho).

Quali spunti da questo breve aneddoto?
Un padre insegna la retta via oppure no…
Un figlio segue la via del padre e anche no…
Di cosa è fatta la tua lanterna?

Il cavallino e il fiume

Un cavallino viveva nella stalla con la madre e non si era mai allontanato dal suo fianco protettivo. Un giorno la madre gli disse: “è ora che tu esca e che impari a fare piccole commissioni per me. Porta questo sacchetto di grano al mulino!” Con il sacco sulla groppa, contento di rendersi utile, il puledro si mise a galoppare verso il mulino.

Dopo un pò incontrò sul suo cammino un fiume gonfio d’acqua. “Che cosa devo fare? Potrò attraversare?” Si fermò incerto sulla riva. Non sapeva a chi chiedere consiglio. Si guardò intorno e vide un vecchio bue che brucava lì accanto. Il cavallino si avvicinò e gli chiese: “Zio, posso attraversare il fiume?” “Certo, l’acqua non è profonda, mi arriva appena al ginocchio, vai tranquillo”.

Il cavallino si mise a galoppare verso il fiume, ma quando stava proprio sulla riva in procinto di attraversare, uno scoiattolo gli si avvicinò saltellando e gli disse tutto agitato: “Non passare, non passare! È pericoloso, rischi di annegare!” “Ma il fiume è così profondo?” Chiese il cavallino confuso. “Certo, un amico ieri è annegato” raccontò lo scoiattolo con voce mesta.

Il cavallino non sapeva più a chi credere e decise di tornare a casa per chiedere consiglio alla madre. “Sono tornato perché l’acqua è molto profonda” disse imbarazzato “non posso attraversare il fiume”. “Sei sicuro? Io penso invece che l’acqua sia poco profonda” replicò la madre. “È quello che mi ha detto il vecchio bue, ma lo scoiattolo insiste nel dire che il fiume è pericoloso e che ieri è annegato un suo amico”. “Allora l’acqua è profonda o poco profonda? Prova a pensarci con la tua testa”. “Veramente non ci ho pensato”. “Figlio mio, non devi ascoltare i consigli senza riflettere con la tua testa. Puoi arrivarci da solo. Il bue è grande e grosso e pensa naturalmente che il fiume sia poco profondo, mentre lo scoiattolo è così piccolo che può annegare anche in una pozzanghera e pensa che sia molto profondo”.

Dopo aver ascoltato le parole della madre, il cavallino si mise a galoppare verso il fiume sicuro di sé. Quando lo scoiattolo lo vide con le zampe ormai dentro il fiume gli gridò: “Allora hai deciso di annegare?” “Voglio provare ad attraversare”. E il cavallino scoprì che l’acqua del fiume non era né poco profonda come aveva detto il bue, né troppo profonda come aveva detto lo scoiattolo.

Che bella storia sulla differenza!!! Anzi sulla differenziazione: l’abilità di riconoscere la propria idea solo come la propria idea e non come rappresentazione corretta ed unica della realtà.

Come ti può aiutare questa storia, soprattutto nei rapporti interpersonali?

Cos’altro ti fa pensare?