Ricomincia dai tuoi comandamenti…

Ricomincia dai tuoi comandamenti!!! Hai presente i comandamenti biblici? Che tu sia credente o meno, che tu sia ebreo, cristiano, musulmano o di qualsiasi altra fede o dottrina spirituale, pensali come una metafora, un’ispirazione per comprendere quali sono I TUOI COMANDAMENTI, quelli che segui, più o meno consapevolmente. Le tavole della legge, del padre, dell’autorità: cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa è buono e cosa è cattivo, cosa deve esserci e cosa non deve esserci nella tua condotta quotidiana.

Probabilmente non sei pienamente consapevole di quali regole o leggi governano la tua condotta, regole a volte nascoste eppure molto potenti nell’orientare il tuo comportamento. Forse non sai precisamente perché e quando sono nate. O forse sì… Di fatto esistono e ti guidano anche se non le conosci con precisione. Sono regole nate per proteggerti, orientarti, anzi darti prima di tutto una strada, un’idea di come stare al mondo affinché tu possa vivere una vita felice, che per te è “sana, buona e giusta”. Insomma la tua VITA FELICE, SERENA, REALIZZATA.

Purtroppo non sempre le cose sono andate al meglio e alcune regole si sono rivelate fonte di malessere invece che di benessere… Alcune regole erano buone per chi le le ha trasmesse, ma non per te… Alcune regole erano buone un tempo, ma progressivamente hanno perso il loro valore… Altre sono state forse utili in certe circostanze, ma nel tempo sono diventate inutili o peggio dannose…

Ti suggerisco, dunque, un esercizio, impegnativo quanto potente. Carta, penna o qualsiasi altro dispositivo cartaceo o elettronico per scrivere… Quando lo farai otterrai risultati importanti. Se lo farai con attenzione, cura e in “full immersion” i tuoi risultati saranno straordinari. Ecco l’idea guida.

SCRIVILI proprio questi tuoi comandamenti, siano essi 10 o 100 o anche solo pochi, ma buoni per ispirare le tue scelte quotidiane.
IO DEVO…
IO NON DEVO…
IO DEVO SEMPRE…
IO NON DEVO MAI…

ESEMPI
Io devo essere “buono”…
Io non devo ribellarmi a ciò che viene detto dai grandi, dai capi, da chi ne sa più di me, da chi ha più diritto di me….
Io devo sempre essere forte impassibile, una roccia…
Io devo essere sempre disponibile…

Ricorda: i comandamenti ci sono anche se non si vedono, anche se non è facile vederli.

Nota quanto effettivamente questi obblighi e divieti, questi imperativi e queste limitazioni ti siano stati di aiuto nella tua crescita, nelle tue decisioni importanti, nelle tue scelte quotidiane.

Diventa ora consapevole di quali REGOLE vorresti guidassero il tuo comportamento. Quindi di quali VALORI. Cioè sostanzialmente prendi consapevolezza e annota con cura e chiarezza COSA È IMPORTANTE PER TE per realizzare la vita che vuoi, cosa deve essere presente nei diversi ruoli e ambiti di vita (famiglia, coppia, lavoro, amicizia, interessi ricreativi e culturali, ecc.) affinché tu ti possa sentire soddisfatto, gioioso, pieno, realizzato. E COSA DEVI e NON DEVI FARE, PENSARE, ESSERE per rendere concreta ed effettiva la tua idea di VITA DI VALORE. Che valga la pena, ma soprattutto la gioia di essere vissuta.

RI-SCRIVILI proprio questi tuoi comandamenti, siano essi 10 o 100 o anche solo pochi, ma buoni per ispirare le tue scelte quotidiane.
IO DEVO…
IO NON DEVO…
IO VOGLIO…
IO POSSO…

E nota la differenza: tra quella che è stata per te una guida, per una vita, fino ad oggi e ciò che da oggi in poi, per il resto della tua vita, vorresti ti guidasse.

Nota la differenza: tra i comandamenti che ti porti dentro da tempo e quelli che vuoi cominciare a seguire da ora in poi.

E comincia a seguirli, ad agire in base ai tuoi valori, alle tue regole, ai tuoi dettami, ora più consapevolmente scelti per creare la tua vita piena… E degna di essere vissuta…

L’orologio di Charles Baudelaire

L’orologio, il dio sinistro, spaventoso e impassibile,
ci minaccia col dito e dice: Ricordati!
I Dolori vibranti si pianteranno nel tuo cuore
pieno di sgomento come in un bersaglio;
il Piacere vaporoso fuggirà nell’orizzonte
come silfide in fondo al retroscena;
ogni istante ti divora un pezzo di letizia
concessa ad ogni uomo per tutta la sua vita.
Tremilaseicento volte l’ora, il Secondo
mormora: Ricordati! – Rapido con voce
da insetto, l’Adesso dice: Sono l’Allora
e ho succhiato la tua vita con l’immondo succhiatoio!
Prodigo! Ricordati! Remember! Esto memor!
(La mia gola di metallo parla tutte le lingue).
I minuti, mortale pazzerello, sono ganghe
da non farsi sfuggire senza estrarne oro!
Ricordati che il tempo è giocatore avido:
guadagna senza barare, ad ogni colpo! È legge.
Il giorno declina, la notte cresce; ricordati!
L’abisso ha sempre sete; la clessidra si vuota.
Presto suonerà l’ora in cui il divino Caso,
l’augusta Virtù, la tua sposa ancora vergine,
lo stesso Pentimento (oh, l’ultima locanda!),
ti diranno: Muori, vecchio vile! È troppo tardi!

In che modo questa poesia racconta di te? Qual è il tuo rapporto col tempo? Tempo, ricordati, che scorre inesorabile? Che tempo dai e che spazio al tuo piacere? Che tempo dai e che spazio alle attività che veramente rendono la tua vita, come ogni singola giornata, dal primo all’ultimo giorno, piena di piacere e degna di essere vissuta? E di cosa è fatto il tuo piacere?
Quanto riesci a portare il piacere nella tua vita? Quanto ti fai sommergere dai sensi di colpa?
Cosa stai facendo per rendere la tua vita il più possibile vicina a come la vuoi? Cosa manca alla tua vita, ora, per essere, ora, proprio come la desideri? E che devi metterci?
Tante domande… Inizia a rispondere prima che sia troppo tardi… Buon anno!!!

Il ponte. La ferita e la guarigione

Mi vengono gli attacchi d’ansia, il mio corpo trema tutto e la mia mente è offuscata quando devo presentare il mio lavoro alla riunione coi capi. Mi ricordo quando all’università a volte venivo assalito da un’ansia così invasiva da non riuscire a presentarmi all’esame. Mi torna in mente mio padre che, quando facevo le scuole elementari, mi urlava in faccia arrabbiato quando non ripetevo la lezione di scienze come lui voleva e credeva “dovesse essere ripetuta”. Provo le stesse sensazioni di paralisi, paura, rabbia, impotenza. Il mio corpo si irrigidisce. Non riesco a parlare. Oggi potrei imparare a rilassarmi prima della riunione, potrei cercare il supporto di qualche collega fidato che stima il mio lavoro, potrei dire a me stesso che posso anche sbagliare e potrò comunque recuperare. Se ripenso a quando ero bambino, credo che papà volesse aiutarmi a crescere però non sapeva usare altri modi che quelli bruschi e aggressivi. Lo faceva anche con mio fratello. Era un suo limite, non era il segno della mia incapacità.

Spesso non si riesce a comprendere quello che ci succede oggi se non prestiamo uno sguardo attento a quello che è successo tempo fa…
Questo esempio esprime uno schema di consapevolezza ed un esercizio che puoi fare per curare la tua ferita e cambiare concretamente cosa fai oggi. Un esercizio attraverso cui costruire un ponte tra presente e passato, fare la spola tra questi due momenti della tua esperienza, creare una possibilità di cura del tuo dolore antico e attuale. Ecco la traccia.
QUI-E-ORA. Individua una situazione stressante attuale: cosa senti, cosa fai, cosa pensi, come reagisce il tuo corpo. Una situazione, ad esempio, in cui provi rabbia, angoscia, tristezza, impotenza, vergogna, paura, preoccupazione, senso di colpa, senso di disperazione, ecc.
LÌ-E-ALLORA. Nota dove ti porta quello che stai vivendo ora. Ricerca nella tua memoria una situazione o una relazione antica o anche di un passato più recente in cui probabilmente hai imparato a reagire come reagisci oggi, a sentire quello che senti, a pensare ciò che pensi, ad agire come agisci, a sentire quello che senti nel tuo corpo.
QUI-E-ORA. Cerca cosa puoi fare adesso di diverso dal passato. Quali risorse, strumenti, abilità e possibilità sono ora a tua disposizione per governare la situazione attuale, aspetti che in origine ti sono mancati, non erano per te disponibili.
LÌ-E-ALLORA. Come puoi rileggere ora ciò che è accaduto in passato. Come puoi rielaborarlo in modo più utile e funzionale per te, meno traumatico, non colpevolizzante, in qualche forma e grado “riparatorio”, in modo da poter arrivare a sviluppare un senso interiore profondo di accettazione e perdono, di te stesso e magari anche degli altri. Se il perdono non arriva, è fondamentale almeno cercare l’accettazione dentro di te che le cose sono andate come sono andate e che questo non ha niente a che vedere col tuo valore di persona, con la tua dignità e col tuo diritto ad essere amato e rispettato.

Masterchef della felicità

Tutti cerchiamo qualcosa, forse tutti cerchiamo la felicità. In modo più o meno dichiarato. Chi sa dove sta? Chi sa come è fatta? Chi sa come si fa a sentirsi felici?Probabilmente definire la felicità è impresa ardua e misteriosa, quindi ancora di più raggiungerla, ma ciò non ci impedisce di continuare a cercarla, ad inventarla, ad inseguirla.
Come per tutti gli opposti, c’è un richiamo reciproco tra felicità e infelicità, tra piacere e dolore, tra serenità e tormento, tra pienezza e vuoto, tra tutti gli opposti che ci possono aiutare ad afferrare l’inafferabile.
Fuori dalle su esposte considerazioni astratte, concretamente, nel mio lavoro, le persone, nei modi e nei linguaggi più disparati, arrivano a chiedermi aiuto per cercare il benessere, la serenità, partendo da un’idea di riduzione dello stress e della sofferenza. Nella diversità delle storie personali, ciascun individuo finisce per confrontarsi con un percorso di cura verso la felicità (Serenità? Benessere?) che prevede di fare i conti con:
Dose quotidiana di FRUSTRAZIONI, perché non sempre le cose e gli eventi vanno come vorremmo.
Dose quotidiana di DELUSIONI, perché le persone non sempre pensano, agiscono e sono proprio come noi le vorremmo.
Dose quotidiana di IMPERFEZIONE della vita che tradisce continuamente le nostre aspettative di una vita ideale.
Il tutto condito da dosi più o meno imponenti di IMPOTENZA (non possiamo controllare tutto, anzi forse proprio poco) e di MISTERO (tanto comprendiamo e tanto ignoriamo di noi stessi, degli altri, del mondo).
Date queste condizioni, il resto è CONSAPEVOLEZZA ovvero capacità di creare la propria idea di felicità in base ai propri valori, bisogni e desideri e RESPONSABILITÀ ovvero capacità di adottare le azioni necessarie per creare le condizioni più favorevoli per raggiungerla e viverla.
Con aggiunta di GRATITUDINE e ACCETTAZIONE quanto bastano, per riconoscere, apprezzare e nutrirsi di quello che la vita ci dona, imparando a dire anche: “è andata così”.
Forse dentro queste coordinate si trova la strada per la felicità. La ricetta della felicità. Nello spazio tra ciò che vorremmo e ciò che rendiamo reale. E ognuno aggiunge ciò che vuole…

Genitori e genitori di se stessi

Ecco perché essere genitore è il mestiere più difficile del mondo. Oltre che per molti il più appagante probabilmente.
Sei soggetto a richieste di onnipotente perfezione per cui il tuo percorso è pieno zeppo di insidie, bucce di banane o campi minati dove… Prima o poi tutti dobbiamo capire che l’onnipotenza e la perfezione non sono di questo mondo.
Devi perché vuoi e vuoi perché devi aiutare un figlio a crescere e quindi devi avere e devi responsabilmente seguire un’idea, sufficientemente consapevole, di cosa sia per te la crescita e lo sviluppo di un figlio.
Quindi ti confronti col figlio che sei stato e con le figure genitoriali che ti hanno cresciuto e questo ti fornisce un’idea di cosa devi fare e cosa non dovresti fare con tuo figlio. Un’idea non sempre facile da seguire, nonostante ogni buona consapevolezza e intenzione.
Inoltre, gli psicologi dicono che “non dobbiamo caricare i figli delle nostre aspettative di come vorremmo diventassero i nostri figli”. Ma questa è una missione impossibile e lo sanno anche gli psicologi. Valori e aspettative guidano il processo educativo e formativo. Sappiamo che ciascun genitore cerca di fare il meglio che può per tirare su un figlio in base ai valori in cui crede e alle risorse a sua disposizione, risorse mentali, affettive, sociali. Come potrebbe essere diversamente? Allora diventa una questione di giusta misura ovvero è fondamentale dare una direzione al figlio, ma senza pressarlo con rigidi, minacciosi e punitivi “devi essere”. Come si fa? Ciascuno trova la risposta dentro di sé e nella propria storia di vita, sperando sia quella giusta. Giusta in base all’idea di come un genitore vuole cresca quel figlio e giusta se basata su altri elementi fondamentali:
1. Saper riconoscere il figlio nella propria specificità di essere con potenzialità e limiti (caratteristiche genetiche, temperamento, talenti, risorse, tendenze innate, ecc.).
2. Saperlo guardare, giorno per giorno, in base alla sua evoluzione naturale e ai bisogni che porta.
3. Aiutarlo a confrontarsi con la realtà, quindi con la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni, ovviamente in base all’età.
4. Aiutarlo a diventare un individuo autonomo ovvero un essere consapevole della propria individualità unica e capace di badare a se stesso.
5. Aiutarlo a vivere nel mondo integrando i bisogni individuali e la convivenza con gli altri.
In tutto questo, che certamente non è ancora tutto, il genitore resta, comunque, il ricettacolo preferito delle accuse per le sofferenze dei figli. È sempre colpa dei genitori se…
Quando le persone “adulte” che vengono a cercare aiuto per la personale sofferenza iniziano a lamentarsi per i genitori che hanno avuto, io li invito a due riflessioni fondamentali, portatrici di conseguenti condotte per prendersi cura di sé e per aiutare a farsi aiutare.
1. Fermo restando situazioni palesemente abusanti, traumatizzanti, patologicamente trascuranti, di genitori che sono stati chiaramente incapaci di svolgere il loro ruolo adulto di cura e crescita sana del bambino, i genitori, generalmente, hanno cercato di fare il meglio che riuscivano a fare e certamente hanno fatto i loro errori, più o meno grandi, errori che hanno causato distorsioni al bambino in crescita. Quindi, ora, quel bambino, divenuto adulto, legittimamente, ha bisogno di esprimere il suo dolore, la sua rabbia, la sua solitudine e ogni altro stato emotivo doloroso. Certamente lo studio del terapeuta è uno dei posti giusti per farlo.
2. Dopo tanta sana e utile, quanto dolorosa, espressione di ogni stato mentale connesso alla propria infanzia infelice, è importante che l’adulto raccolga le sue risorse, le sue forze, le sue capacità, per farsi finalmente carico della propria sofferenza ed inizi anche a farsi carico, in modo consapevole e responsabile, della propria felicità, del proprio futuro, oltre che dell’immediato presente. Secondo un’idea guida per cui seppure non siamo colpevoli di ciò che ci è successo, siamo responsabili di ciò che da adulti faremo succedere.

Il giudizio è il padre di tutte le sofferenze

Siamo tutti di fronte al giudice, nessuno escluso. Tutti di fronte all’autorità che segna i confini di ciò che è giusto e sbagliato, buono e cattivo, adatto e non adatto. E ciascuno di noi, a seconda di situazioni e momenti, è fuori o dentro questi confini, adeguato o non adeguato rispetto a ciò che dovrebbe essere, fare, pensare, sentire.

Gran parte della sofferenza quotidiana per la maggior parte delle persone è legata alla paura del giudizio nelle sue infinite forme. Il giudizio è il padre di tutte le sofferenze.

Il giudizio è onnipresente nella nostra vita quotidiana. I giudici sono esterni ed interiori. A rimarcare i tuoi errori, il tuo non essere all’altezza, il tuo essere in fallo, il tuo essere difettoso, ecc.. Se pensi ai tuoi ruoli o ambiti di vita, come partner, come lavoratore, come genitore, come figlio, come atleta di uno sport, finanche come amico, abbastanza facilmente ti troverai in una di queste situazioni:

  • qualcosa che hai fatto e non avresti dovuto fare
  • qualcosa che non hai fatto e avresti dovuto fare
  • qualcosa che hai sbagliato
  • qualcosa che dovevi fare “di più”
  • qualcosa che dovevi fare “di meno”.

Sei sempre portatore di uno scarto tra come dovevano essere le cose e come sono e tu sei responsabile, anzi colpevole, di questa mancanza.

Se per certi versi questo scarto è normale in un ambiente sanamente competitivo, fosse anche la competizione con te stesso per migliorarti, oltre alla competizione con gli altri, per eccellere e ottenere risultati migliori, è anche vero che troppo spesso e malvolentieri finiamo in un vortice di spietatezza del giudizio e ferocia dei sentimenti negativi che proviamo: ansia, tristezza, rabbia, umiliazione, paura e ogni altro stato doloroso legato al nostro “non essere come dovremmo essere”.

C’est la vie. Senza scomodare filosofi e religiosi di ogni tipo, per certi versi la vita è competizione. Quello che manca è la giusta misura. E manca a livello interiore, prima che esteriore: non sappiamo fermarci di fronte al “sano e giusto giudizio” che ci aiuta a crescere finendo per sprofondare assediati dal giudizio diabolico che ci tiene al palo.

Come guarire da questa fonte inesauribile di sofferenza? Come puoi liberarti dall’assedio interiore prima che esteriore? Ecco qualche piccolo spunto di riflessione e azione.

Chi ti dice che “sei sbagliato”? Per quale motivo “sei sbagliato”? Quando hai imparato a giudicarti in questo modo? Chi ti ha insegnato? A cosa ti è servito? È utile oggi continuare ad essere così spietato con te stesso? Se sì, a cosa ti è utile? Se no, come puoi imparare ad essere più benevolo e rilassato rispetto al tuo comportamento?

Comincia a riflettere intorno a queste domande per trovare la strada della tua emancipazione dal giudizio severo e spietato che sei solito usare “contro” te stesso. Le risposte che troverai a queste domande ti forniranno indicazioni per cambiamenti che sono già alla tua portata e, al tempo stesso, ti faranno comprendere meglio perchè funzioni come funzioni e quali sono le tue resistenze o difficoltà a cambiare.

Venire a patti col giudice interiore

Molta parte della nostra sofferenza emotiva ha a che fare col giudizio, con la paura di essere giudicati, col sentirsi costantemente giudicati, col non sentirsi “mai a posto”. Hai la sensazione di rincorrere sempre qualcuno o qualcosa, cercando di… Ma non riuscendo mai a… Cercando di dimostrare di essere adeguato, capace, all’altezza… Ma sentendoti sempre “non abbastanza”.
Tutto questo, se una volta è stato uno scenario esterno, ripetuto in più episodi e scambi con persone importanti della propria crescita, ben presto è diventato un teatro interiore, sempre in scena, in ogni momento, in ogni movimento, in ogni gesto, in ogni pensiero. Per poi ridiventare esterno, proiezione del proprio autogiudizio severo sullo sguardo degli altri, percepiti continuamente minacciosi, pericolosi perché percepiti potenti in quanto in grado di affossare il proprio senso di autostima e veicolare la sensazione e l’idea di essere una persona “sbagliata”.
Nel tempo il giudice si è incarnato. È diventato corpo, sensazioni somatiche di tensione, dolore, pesantezza, malessere somatico generalizzato. E ha anche preso la forma di fantasie e pensieri persecutori, ad esempio sentirsi costantemente sotto tiro degli altri che “pensano di me” che sono “sbagliato”, “cattivo”, “strano”, “diverso”, ecc..

Il corpo malato esprime la psiche addolorata ed insieme urlano rabbia e dolore, paura e desiderio di riscatto.
Ognuno porta appresso questo fardello come meglio riesce, ognuno di noi cerca di conviverci se non riesce a liberarsene completamente. E fare un lavoro su se stessi di emancipazione e liberazione dalla paura del giudizio è un’impresa che dura tutta la vita…
La psicoterapia è uno strumento, tra gli altri, che consente di conoscere ed esplorare questa paura per imparare a venirci a patti…