8. Estate meravigliosa. Le tue miserie e le tue meraviglie

Quando inizi a leggere ‘Alice nel paese delle miserie’ (eventualmente ancora non l’avessi preso, ti ricordo che puoi ordinarlo direttamente in libreria oppure on line), ti rendi conto che quell’Alice sei proprio tu…
Quando ti immergi gradualmente nella lettura, ti rendi conto che quel libro potresti averlo scritto anche tu, proprio tu, una Alice unica ed originale che si confronta quotidianamente con alcune miserie personali, con alcuni modi di pensare e agire, di gestire emozioni e relazioni, di fronteggiare imprevisti e incertezza, rimorsi e rimpianti, piccoli e grandi stress quotidiani.
Alla fine del viaggio di Alice, ti rendi conto che sei sempre tu, ma non sei più la stessa persona. L’esterno è più o meno lo stesso, ma tu hai acquisito molteplici strumenti e possibilità di fronteggiarlo e padroneggiarlo.
Allora oggi ti suggerisco:
NOTA LE TUE MISERIE… Riconosci i tuoi modi di funzionare (pensare, sentire, agire) che ti procurano stress ed emozioni dolorose… Eventualmente fatti accompagnare da una persona cara e fidata che ti può aiutare a riconoscere le varie forme del tuo malessere quotidiano…
Quindi… IDENTIFICA LE TUE MERAVIGLIE… Cosa già stai facendo che funziona e che genera la tua felice serenità… E anche ciò che potresti cominciare a fare (da subito) per continuare a creare la vita che desideri…

La tua mappa

Per stare bene devi conoscere te stesso. Conosci te stesso? Vuoi conoscere te stesso? Conosci te stesso!
Per conoscere te stesso puoi usare una metafora piuttosto diffusa: devi sapere che la tua vita è un viaggio e che tu segui una mappa.
Questa mappa, costruita negli anni, tra le altre cose, ti indica le regole per viaggiare ovvero ti dice chi sei, chi devi essere e da cosa dipende il tuo valore come persona; ti dice che: tu sei in un certo modo e dovresti essere in un certo modo (forte o debole, capace o incapace, amabile o non amabile, di valore o privo di valore, fortunato o sfortunato, pieno o privo di risorse, ecc.); gli altri sono in un certo modo o dovrebbero essere in un certo modo (buoni, cattivi, degni di fiducia, pericolosi, interessati, indifferenti, amorevoli, egoisti, ecc.); la realtà è in un certo modo o dovrebbe essere in un certo modo (piena di opportunità o di minacce, prevedibile o senza controllo, favorevole o sfavorevole, ecc.).
Questa mappa ti porta a fare viaggi meravigliosi, esperienze entusiasmanti e incontri arricchenti, ma purtroppo, a volte o spesso, ti porta a vivere di miseria, dolore, sconforto, solitudine, ingiustizia, rabbia ed altre esperienze piene di sofferenza.
Quindi conosci te stesso può diventare cura te stesso, prenditi cura di te, conosci la tua mappa e orientati in direzione di luoghi e persone nutrienti, esperienze piene di gioia e incontri ravvicinati col sublime.
Per arrivare a comprendere che la vecchia mappa ci ha guidato finora, è nata e si è sviluppata con un suo senso importante per noi, ci ha permesso di capire noi stessi, gli altri e il mondo, di cavarcela e di ‘sopravvivere’, più o meno felicemente.
Oggi però possiamo prendere le distanze da quella mappa, da quelle regole, da quelle spiegazioni su come funziona e dovrebbe funzionare il mondo e la vita. E possiamo cominciare a ri-scrivere la nostra mappa più adatta ai paesaggi odierni, ai nostri bisogni, desideri, valori e sogni.

A proposito in ‘Alice nel paese delle miserie’, libro che puoi ordinare in libreria oppure on line, trovi numerosi spunti per lavorare sulla tua mappa.

L’invenzione di Babbo Natale

Quando credevi a Babbo Natale credevi anche a tutto ciò che i grandi ti raccontavano. Anche perché eri piccolino, stavi imparando a capire il mondo e avevi bisogno di ‘affidarti a persone di cui fidarti’. Ce ne avevi due belle e pronte, pronte a presentarti il mondo, a dirti come funzionavano le cose, a trasmetterti un’idea di te e di cosa potevi aspettarti dagli altri. E i racconti che ascoltavi erano accompagnati anche dalle esperienze che facevi e dai comportamenti che vedevi, a cui la tua giovane mente in evoluzione attribuiva significati che ti aiutavano a vivere in un mondo imprevedibile, in cui dovevi imparare a vivere e che dovevi imparare a rendere prevedibile e controllabile, almeno nella tua percezione.
Magari hai imparato a credere che gli altri fossero ‘buoni’ e tu fossi amorevole. O, al contrario, che gli altri fossero ‘cattivi’ e tu fossi immeritevole di essere amato e apprezzato. Oppure, sempre in base alle tue esperienze e alle convinzioni che andavi maturando, hai cominciato a credere che gli altri fossero freddi, distaccati, indifferenti o anche ostili, critici, ferocemente giudicanti oppure sofferenti e incapaci di starti vicino. E magari, contemporaneamente, si faceva strada nella tua mente un’idea di te come debole o difettoso o privo di valore o non degno di ricevere amore…
Tutte queste storie e verità (come l’esistenza di Babbo Natale) hanno cominciato a girare nella tua testa accompagnate dalle più disparate emozioni: paura, angoscia, tristezza, dolore, sfiducia, rabbia, inadeguatezza, sensi di colpa, ecc.
Insomma, pian piano, un mondo immaginario (ricordati Babbo Natale) è diventato per te un mondo reale, realmente esistente, realmente vero, l’unico creduto vero tanto da dimenticare quando, dove, come, chi te lo ha insegnato, tanto da avere queste credenze (su sé, gli altri, il mondo, il futuro, le relazioni) senza sapere di averle.
Quando una persona arriva in terapia e chiede aiuto, per lenire la sua sofferenza, i suoi sintomi e per eliminare i comportamenti problematici, non si rende conto della potenza di questo mondo immaginario interiore che guida realmente i suoi comportamenti, le sue relazioni e quindi determina anche il suo dolore. E, potenzialmente, la sua gioia…
La terapia a quel punto assomiglia un po’ alla scoperta dell’invenzione di Babbo Natale…
In terapia, accompagno le persone a fare ‘esperienza diretta’ della verità su Babbo Natale e su altre verità possibili che la persona scopre attraverso esercizi immaginativi, corporei e di meditazione. In ‘Alice nel paese delle miserie’ puoi trovare numerosi spunti concreti per provare a ‘sentire con tutto il tuo corpo’ che un altro mondo è possibile. Puoi ordinare il libro in libreria oppure on line se preferisci. Anche sul sito dell’editore youcanprint.it.

La mano. Ricevere e stoppare

Dire no alle richieste degli altri che sentiamo eccessive per noi e chiedere agli altri per i nostri bisogni sono due facce note della stessa medaglia.
Sentiamo le richieste degli altri eccessive perché non ce la facciamo, siamo stanchi, siamo già pieni di doveri e compiti che ci siamo assunti. Del resto, a volte dobbiamo o dovremmo chiedere aiuto agli altri per soddisfare certi nostri bisogni semplicemente perché da soli non riusciamo o perché una mano dell’altro ci sarebbe di grande sostegno e conforto.
Spesso chiedere e dire no sono due attività molto difficili per noi; facili a dirsi meno a farsi perché nell’atto di immaginare di farlo incontriamo emozioni varie che ci disturbano, a cominciare da paure di rifiuto e sensi di colpa. Paura di offendere e di deludere. Paura di ferire ed essere feriti. E tu cosa provi e cosa pensi quando ti immagini di chiedere e/o di dire no?
Queste due attività sono vitali perché definiscono chi siamo, cosa vogliamo e il nostro spazio vitale che dobbiamo confinare bene, facendo entrare chi ci può far bene e tenendo fuori chi sentiamo per noi nocivo.
Imparare a dire sì e no, a chiedere oltre che fare da soli rappresenta un apprendimento che avremmo dovuto imparare da piccoli. Oggi probabilmente molti nostri problemi personali e interpersonali derivano da questa nostra difficoltà e incapacità. Fortunatamente, oggi è anche il primo giorno del resto della tua vita in cui, invece che recriminare su ciò che non è stato, puoi imparare a creare una vita la più vicina possibile ai tuoi desideri. A cominciare dalla lettura di ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro di crescita personale e psicoterapia che puoi ordinare direttamente in libreria o nelle librerie on line.

Attento al rumore

“Ho riconosciuto la felicità dal rumore che ha fatto andando via” (Marcel Proust). Potrebbe sembrare un invito semplice semplice a notare le ricchezze che appartengono alla nostra esperienza, ad apprezzare ciò che nutre quotidianamente le nostre giornate, ad essere grati per ciò che riempie di valore la nostra vita. Potrebbe sembrare un invito piuttosto retorico, qualunquista e populista a notare che, mentre giochi a pallone o stai facendo un’altra attività qualsiasi per te gioiosa, potresti accasciarti al suolo e restarci secco. Magari per un malore o semplicemente perché ti hanno sparato o pestato a morte. Per non parlare del pensiero rivolto a tutti i bambini in tutte le parti del mondo che non hanno nemmeno un bicchiere d’acqua al giorno. Mi riferisco, tanto per fare qualche esempio, a chi è affetto da gravi malattie o a chi vive segregato in condizioni di profonda limitazione di libertà. Ma anche a chi arriva nel mio studio a chiedere aiuto perché all’improvviso è stato invaso da attacchi di panico che lo hanno spaventato a morte o perché insidiosamente l’umore nero si sta impossessando di lui. O perché sente di star perdendo il controllo dei propri pensieri e dei propri comportamenti. O perché molte sue relazioni sono piene di delusione.
Potrei continuare ancora un po’ a far girare quella frase iniziale dentro di me per vedere cos’altro mi salterebbe in mente. Magari lo stai facendo anche tu… Pensando che la felicità già appartiene alla tua vita, anche se accompagnata da dolori, paure e stress più o meno grandi che pure riempiono la tua vita.
Ecco emergere allora l’immagine famigerata del mezzo pieno e mezzo vuoto…
Probabilmente un’immagine più realistica e utile per ciascuno di noi è quella di un cesto di frutta dove alcuni frutti sono belli e gustosi mentre altri sono andati a male. Esistono entrambi. Con entrambi devi farci qualcosa. Anche perché il rischio è che tutti vadano a male… O che purtroppo tu non abbia la possibilità di farci niente…
Questo è il compito quotidiano che siamo chiamati a fare, anche se molti di noi cercano di riempire quel cesto ma non riescono mai a mangiare un frutto. Oppure lo mangiamo senza gustarlo o senza apprezzarlo. Oppure non mangiamo nessun frutto perché ce ne sono altri rovinati. Oppure… Completa a spiacimento…
Ti suggerisco allora una manovra di auto-aiuto basata su un atteggiamento di piena consapevolezza non giudicante.
Per una settimana, a fine giornata, annota gli eventi che hai vissuto. Quelli che emergono alla tua attenzione. Semplicemente annotali…
Dopo una settimana riprendi il tuo elenco e annota le emozioni che provavi al momento dell’evento e quelle che provi ora che lo stai ‘rileggendo’… E annota anche le tue considerazioni del momento… I tuoi pensieri… Usa la consapevolezza che emerge per ricominciare una nuova settimana in cui a fine giornata scrivi un elenco dei fatti accaduti… E a fine settimana completi il compito…
Ci vuole un piccolo grande impegno e un po’ di pazienza per nutrire la speranza…E attento al rumore…

AnCoraggio

Ci vuole coraggio per abbandonare i propri schemi di funzionamento mentale, emotivo, comportamentale a cui siamo profondamente e potentemente ancorati.
Ci vuole coraggio per abbandonare ciò che ci fa soffrire, anche se ci fa soffrire, perché, più o meno consapevolmente, abbiamo paura delle conseguenze di togliere l’ancora.
Spesso, in terapia, le persone combattono una battaglia interiore tra “voglio cambiare” e “ho paura di cambiare”. Questa battaglia non sempre è evidente. Soprattutto all’inizio, la persona vede solo il suo desiderio di modificare certi suoi comportamenti o modi di pensare. Ad esempio, voglio smettere di: fumare… reagire sempre aggressivamente… tenere tutto sotto controllo… evitare… reprimere la mia rabbia… sottomettermi… dire sempre sì… fare sempre tutto da solo… accontentare sempre gli altri… inseguire risultati perfetti… E sono solo pochi esempi di una questione che si presenta a molte persone. Nonostante tanti sforzi e tentativi, la persona non riesce a cambiare ciò che pure sta cercando con tutte le sue forze di cambiare.
L’attenzione a quel punto si sposta sulla paura di cambiare. Nonostante la forza del desiderio e il prezzo che paga nel continuare ad indugiare in modi problematici di pensiero e comportamento, la persona è frenata, più o meno consapevolmente, dalla paura delle conseguenze del cambiamento, conseguenze più o meno immaginate e previste con accuratezza.
A volte succede che quando la persona è riuscita ad abbandonare un comportamento che gli creava problemi, la paura del cambiamento pure raggiunto diventa evidente. E ora? E ora che ho smesso di …? E ora che non faccio più…? E ora che non penso più come prima?
E per te com’è? Quali credenze e convinzioni verresti a mettere in discussione a cambiamento avvenuto?
Ti suggerisco un’esplorazione.
Quando immagini di cambiare un comportamento, immaginati senza quel comportamento e chiediti: cosa significa per me? Cosa vuol dire per me come persona?
Quando, invece, sei già riuscito a fare dei cambiamenti che tanto desideravi, chiediti: ora cosa è cambiato oltre al comportamento che ho abbandonato? Cosa vuol dire per me come persona? Oltre ai benefici del cambiamento, c’è qualche conseguenza negativa?
Queste domande esplorative ti apriranno certamente orizzonti lontani verso cui salpare…
Ti suggerisco una mappa per il viaggio: ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria o sul sito dell’editore youcanprint.it o anche su Amazon.

Agenti, sorgenti, miserie e meraviglie

Noi esseri umani siamo agenti attivi dei nostri processi di pensiero e dei nostri comportamenti. È dentro di noi che sorgono stati emotivi e sensazioni corporee generate dai nostri pensieri, siamo noi la fonte delle nostre decisioni. Siamo portatori, più o meno sani, di credenze, convinzioni, scopi, valori, obiettivi, azioni. Siamo noi ad avere il controllo di cosa facciamo con ciò che ci succede.
Sì, è vero tutto questo… e anche no.
Abbiamo il controllo, ma non il totale controllo. Siamo consapevoli di cosa viviamo e cosa scegliamo, ma non del tutto. Qualcuno lo chiama inconscio, qualcuno la chiama conoscenza implicita, qualcuno la chiama memoria corporea tacita. Qualcuno parla di “essenziale invisibile agli occhi”.
Io ti sto parlando di come, molto spesso, il nostro comportamento è guidato da automatismi inconsapevoli che fanno scattare in noi reazioni (emotive, di pensiero e di azione) su cui abbiamo inizialmente poco o alcun controllo. E questo accade soprattutto quando siamo coinvolti in relazioni interpersonali. Come, ad esempio, in alcune ‘miserie’ tipiche nella nostra mente.
Quando, senza rendercene conto:
– vogliamo controllare ciò che non è in nostro potere controllare
– vogliamo cambiare pensieri e comportamenti dell’altra persona
– giudichiamo gli altri perché sono per noi brutti sporchi e cattivi
– giudichiamo noi stessi perché non siamo come vorremmo e dovremmo essere
– ci lamentiamo in modo sterile senza mai passare ad un’azione risolutiva che provi a risolvere il problema per cui ci lamentiamo
– ci sentiamo vittime degli altri e delle circostanze avverse e non sappiamo assumerci la responsabilità del nostro cambiamento
– cerchiamo in tutti i modi di accontentare gli altri per restare sempre insoddisfatti e stressati
– non sappiamo riconoscere i nostri bisogni
– non sappiamo legittimare i nostri bisogni anche quando li abbiamo riconosciuti
– non sappiamo chiedere per i nostri bisogni che pure sentiamo legittimi
– non sappiamo dire no alle richieste degli altri che sentiamo eccessive
– agiamo in modo impulsivo senza riflettere
– rimuginiamo all’infinito senza mai rassicurarci
– ruminiamo su quanto accaduto senza mai trovare pace
– ci aspettiamo o addirittura pretendiamo che gli altri pensino e agiscano come noi
– pretendiamo dagli altri invece di farci carico di ciò che vogliamo ottenere
– vogliamo ottenere tutto e subito ma finiamo per sentirci sempre insoddisfatti e impotenti
– corriamo appresso al tempo ma il tempo non ci basta mai
– aggiungiamo sensi di colpa, vergogna e fallimento ad un dolore che non riusciamo ad accettare
– vogliamo cambiare senza cambiare…

L’esito comune a questi automatismi disfunzionali inconsapevoli e miserevoli è un grado più o meno elevato di frustrazione, delusione, ansia, rabbia, tristezza, sensi di colpa e inadeguatezza, vergogna, fallimento, ecc.

Il lavoro di crescita personale e cura di sé parte proprio dalla consapevolezza dei nostri automatismi, spesso disfunzionali e invisibili ad un occhio non attento. Imparare a notare le nostre tendenze automatiche sia del pensiero sia del comportamento e conseguentemente nell’emozione che proviamo, è un primo  passaggio fondamentale per migliorare il nostro benessere individuale e interpersonale.
Non ti resta a questo punto che andare in libreria (anche on line) e ordinare ‘Alice nel paese delle miserie’, il libro che propone un viaggio di crescita personale che prima o poi tutti dobbiamo compiere…

Ripartire dalla grandine

Ripartire dai danni fatti dalla grandine a volte o quasi sempre è l’unica cosa che possiamo fare.
Ormai è successo. È passato. È andata così. Da ciò che c’è ora possiamo ripartire.
La grandine potrebbe essere una malattia, un fallimento in qualche area della nostra vita, una separazione affettiva, qualsiasi altra esperienza che ha fatto danni nel nostro cuore, nella nostra mente, nel nostro corpo.
Dai danni emotivi e materiali possiamo ripartire attraverso un sano processo di lutto, attraversando diverse fasi:
– riconoscimento della realtà dolorosa e frustrante (perdita, danni, vuoto, mancanza, ecc.)
– espressione adeguata delle emozioni di dolore, rabbia, tristezza, paura, senso di colpa, vergogna, angoscia, solitudine, disperazione, ecc.
– ricerca di vicinanza e sostegno per i nostri bisogni di cura del dolore
– accettare che qualcosa o qualcuno non c’è più
– accettare ciò che avremmo voluto ci fosse ma non c’è mai stato
– imparare dai nostri errori per prevenire situazioni simili in futuro
– ripartire da ciò che è rimasto, da ciò che c’è, dalle nostre qualità e risorse nonostante il necessario ridimensionamento che potremmo dover accettare rispetto a certi nostri sogni e progetti.

Autoritratti

Pensa alla tua più grande forza… Qual è?
Pensa alla tua più grande debolezza… Qual è?
Pensa al tuo più grande fallimento… Qual è?
Pensa al tuo più grande successo… Qual è?
Pensa ad una tua parte ‘cattiva’ (se la trovi)… Come la puoi descrivere?
Pensa ad una tua parte ‘buona’ (se la trovi)… Come la puoi descrivere?
Se metti per iscritto questi pensieri che ti ho invitato ad avere, quello che potrà emergere è un tuo autoritratto… Un’immagine di te che tu hai prodotto attraverso quei pensieri e come li hai trascritti…
Adesso ti potrei chiedere di pensare a:
– le tue risorse e i tuoi limiti…
– le tue parti ‘sane’ e quelle ‘malate’ per come le puoi intendere tu…
– i tuoi sogni realizzati…
– rimorsi e rimpianti…
– progetti in corso…
– progetti abbandonati…
Anche scrivendo questi pensieri avrai un autoritratto…
Hai altri pensieri attraverso cui definire il tuo autoritratto? Puoi veramente sbizzarrirti e creare tanti ritratti di te… Dipende dalle cose a cui pensi… Dalle domande che ti fai… Da un atteggiamento che puoi coltivare in te volto alla curiosità, all’esplorazione e al gioco: ecco vedi, verrebbe fuori un ritratto di te di ‘bambino artista creativo’. Ti ci ritrovi? Comunque è una potenzialità a tua disposizione quella di cercare risposte dentro di te… Immagini… Ricordi… Pensieri…

Ora che hai delineato uno o più ritratti di te o forse un bell’autoritratto articolato e variopinto e che puoi continuare a creare per tutta la vita, cosa emerge alla tua consapevolezza?
Cosa pensi?
Quali emozioni provi?
Quali sensazioni corporee affiorano?
Questo è un piccolo giochino che come tutti i giochi è molto serio e che puoi giocare ogni volta che vuoi, da solo o in compagnia, magari anche adattandolo o rivisitandolo come più ti aggrada… Così tanto per usare uno degli infiniti modi per conoscere te stesso…
La cosa bella e divertente è che i tuoi pensieri definiscono ritratti di te ma tu non sei quei ritratti, come l’immagine allo specchio o una fotografia non ritraggono la pienezza della persona che sei…
Siamo culturalmente abituati a conoscere noi stessi e gli altri attraverso etichette definitorie come quelle che io ti ho invitato ad usare (forte, debole, buono, cattivo, successo, fallimento, sano, malato, ecc.). Queste etichette sono utili alla comprensione reciproca e alla comunicazione tra persone. Solo che hanno un grande rischio: rischiano di alimentare giudizi e pregiudizi quindi incomprensioni e conflitti o anche rischiano di bloccare le infinite possibilità che le persone hanno di vedere se stessi e agire di conseguenza.
Allora, ti chiedo nuovamente: cosa pensi? Cosa provi? Quali sensazioni fisiche avverti ‘in questo momento’?
L’esperienza presente, ciò che senti nel corpo, pensi e provi, ‘qui e ora’, è la fondamentale base di partenza di ogni esplorazione…
Buon viaggio…

A proposito di viaggi, ti ricordo il libro che ho pubblicato a febbraio: ‘Alice nel paese delle miserie’ – Un viaggio di crescita personale che prima o poi tutti dobbiamo compiere.

Puoi averlo su ordinazione: in libreria o sul sito dell’editore youcanprint.it o anche su Amazon.

Ancora buon viaggio…

Tra la mia e la tua pretesa è possibile l’intesa

Probabilmente sarà capitato anche a te, nelle tue relazioni, di riconoscerti in reazioni scomposte ed eccessive a situazioni attuali che non sembrano giustificare la tua risposta emotiva e comportamentale. L’altro (partner, figlio, collega, capo, genitore, amico) dice o fa qualcosa e tu reagisci in maniera esagerata…
Siamo semplicemente dentro un’altra miseria comune: la pretesa.
La nostra pretesa origina dalla nostra ferita ovvero dalla nostra storia di bambini (siamo tutti esseri umani feriti, più o meno grandemente). Come siamo stati trattati dalle persone significative della nostra storia, soprattutto se questo trattamento ci ha procurato dolore, ha creato in noi un condizionamento per cui oggi tendiamo a reagire a certe situazioni per noi sensibili come se venissimo trattati in modo simile all’originario. Anche se nei fatti non è così, anche se non è nelle intenzioni dell’altro, ciò che conta è come noi ci sentiamo quando l’altro ha detto o fatto qualcosa.
Se sono stato sempre fortemente criticato dai miei genitori, tenderò a percepire critiche dappertutto…
Se sono stato trattato ingiustamente, troppo spesso e troppo ferocemente, vivrò oggi quasi tutto e quasi sempre come un’ingiustizia nei miei confronti…
Se sono stato abbandonato, facilmente oggi mi sentirò abbandonato anche solamente se un mio amico decide di uscire anche con un altro suo amico…
Se ‘lì e allora’…
Oggi ‘qui e ora’ …
Completa a tuo (s)piacimento…
Il nostro dolore del momento deriva da una fonte che va oltre questo momento.
Le nostre reazioni possono sembrare agli altri e a noi stessi irrealistiche e irrazionali, ma il nostro dolore è molto molto reale e fa molto molto male…
I nostri pensieri, le nostre azioni e i nostri sentimenti ‘qui e ora’ non sono quelli dell’adulto, sono quelli del ‘bambino ferito dentro di noi’ che continua ad aspirare, ad aspettarsi, a cercare, a pretendere ciò che non ha ricevuto ‘lì e allora’…
Dietro molta della nostra sofferenza personale e nelle relazioni esiste questo funzionamento interiore… Questo ‘bambino ferito’ che governa da dentro l’adulto…

Quale cura?
Cominciare a riconoscere quel bambino ferito in azione…
Riconoscere le sue emozioni come valide e legittime, comprensibili, sensate…
Riconoscere i bisogni frustrati che esprimono quelle emozioni… Semplicemente il bisogno di essere amato e curato, apprezzato e valorizzato, sostenuto e incoraggiato, incluso e desiderato…
Riconoscere i comportamenti problematici attuali e provare ad interromperli… Provare significa fare qualcosa di diverso ma anche prevedere che probabilmente alcuni comportamenti sarà difficile abbandonarli semplicemente con uno sforzo di volontà… Provare a cambiarli, a non metterli in atto ci permette, comunque, di comprendere quali sono le difficoltà, le paure e altre emozioni che rendono difficile il cambiamento… In questo modo sarà possibile esplorare in modo sempre più accurato la ferita fino a quando alcuni cambiamenti cominceranno ad emergere come possibili, reali, effettivi…

Questo è sostanzialmente ciò che avviene in un percorso di cura della ferita in psicoterapia… Meglio se condito da un atteggiamento di compassione verso di sé e verso gli altri ovvero dentro una cornice di ‘saggia gentilezza amorevole’ verso di sé e verso gli altri, di riconoscimento che le umane miserie accomunano tutti quanti noi e che il cambiamento efficace e duraturo comincia dall’accettare la nostra sofferenza, la nostra storia e le nostre (e altrui) umane imperfezioni…

Quando il bambino ferito di ciascuna persona è riconosciuto, compreso e curato, i problemi attuali nella relazione possono essere affrontati in modo più sano, consapevole, libero e responsabile…