Cosa ci metti tu…

Cosa succede ad un certo punto in cui quello che le altre persone dicono e fanno ha un impatto su di te? Addirittura, cosa succede in quel momento in cui ti basta pensare che gli altri pensino alcune cose per sentirti influenzato dal loro pensiero (presunto)?
Sto parlando di cosa ci metti tu tra le azioni, le parole o gli ipotetici pensieri degli altri e il tuo stato d’animo e le tue emozioni. Sto parlando del tuo filtro personale: cosa percepisci, come lo elabori, i significati che ne estrai e le reazioni che hai, insomma, cosa pensi, cosa senti e cosa fai. 
Parlo di filtro per intendere un dispositivo mentale che fa passare alcune cose e non altre; alcune le respinge, altre le trasforma.
Questo filtro personale è sempre attivo. Lo hai costruito negli anni, con il contributo importante dei formatori della tua mente (genitori, nonni, insegnanti, educatori vari, ecc.); lo hai affinato nel tempo, grazie anche all’intervento di coetanei, partner sentimentali e gruppi sociali, soprattutto in adolescenza; lo hai consolidato progressivamente fino a farne le lenti con cui osservi e dai significato a ciò che ti accade.
Questo filtro è formato dai tuoi pensieri tipici e dal tuo stile di pensiero. Dai tuoi valori (cosa è importante per te nella vita) e dai tuoi bisogni, soprattutto quelli che non hanno incontrato fortuna in passato e ancora oggi continuano a chiedere di essere soddisfatti.
Questo filtro interviene oggi, nella tua esperienza quotidiana, ma è segnato dalla ferita antica, dal bambino che sei stato e da come hai imparato a cavartela nel mondo, nelle relazioni, per ottenere quel minimo indispensabile di amore e stima per sopravvivere.
Conoscere questo filtro vuol dire conoscere il funzionamento della tua mente per imparare a padroneggiare il mondo in modo consapevole. È come se la realtà, gli altri, gli eventi esterni ti dessero una serie di ingredienti con cui tu puoi fare una torta, una pasta, un’insalata o un impiastro qualunque. Conoscere il cuoco che sei significa poter realizzare i piatti che vuoi. Per mangiare di gusto piuttosto che per fare ogni volta la solita cosa.
Trova altre metafore o immagini che possano descrivere al meglio come funzioni tu nella tua vita quotidiana, per governare le tue miserie e realizzare una vita piena di meraviglie. ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, può essere un ottimo ricettario.

La tua sofferenza non è tanto legata ai fatti che accadono, ma a come tratti quei fatti

Nota le esperienze avverse che vivi, quali esperienze sono per te stressanti e perché…
Nota quali esperienze ti fanno soffrire e perché…
Nota quali sono esperienze per te frustranti e perché…
Nota quali sono esperienze per te deludenti e perché…
Per rispondere a questi perché, fatti aiutare da una certa osservazione: qual era il mio scopo in quella situazione e cosa mi ha impedito di raggiungerlo… Cosa desideravo e cosa è andato storto… Quel era il mio bisogno e cosa è successo…
Attraverso queste domande o osservazioni probabilmente ti sarà più chiaro che la tua sofferenza non è tanto legata ai fatti che accadono, ma a come tratti quei fatti e come ti poni rispetto a stress, frustrazione e delusione. In particolare, ti renderai conto che, in linea di massima, è meglio una carezza che uno schiaffo, ma quando ricevi uno schiaffo da qualcuno, dalla realtà, dalla vita, è importante che non inizi anche tu a darti schiaffi. Fuor di metafora, sono importanti alcune consapevolezze e azioni conseguenti.
1. Smetti di pretendere che la realtà sia diversa da quella che è.
2. Accetta l’esistenza di quella differenza tra vita ideale e vita reale.
3. Impara a tollerare frustrazione, delusione, incertezza, imperfezione e mancanza di controllo assoluto su te stesso, sulle cose, sugli altri. Non puoi eliminarli totalmente dalla tua vita.
4. Distingui ciò che puoi controllare da ciò che non puoi controllare.
5. Impegnati a cambiare la realtà in base ai tuoi desideri, bisogni e valori. Consapevole che ogni scelta è imperfetta: se ti impegni a realizzare certi scopi, dovrai rinunciare ad altri scopi, almeno temporaneamente.
6. Accetta ciò che non puoi cambiare.
7. Impegnati con costanza e determinazione a creare la vita che vuoi nonostante non sarà perfettamente corrispondente alla tua vita ideale.
8. Conosci le tue miserie e impegnati a creare le tue meraviglie, prendendo spunto da ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line.

La vita avvitata

Hai mai avvitato una vite? Devi metterla nel suo foro d’entrata e girarla fino a quando è completamente inserita nello spazio predisposto ad accoglierla. Se non la giri più volte su se stessa (potresti farlo con la mano o con un giravite, anche elettrico se ne possiedi uno), l’operazione è destinata a fallire ovvero non si realizza l’incontro magico tra maschio e femmina, tra penetrante ed accogliente. Da oggi in poi puoi seguirmi per altri tutorial su YouTube…
Allora che differenza esiste tra credenze del tipo: sono un fallito, sono un inguaribile romantico, sono uno scemo, sono un goliardico, sono un adolescente degli anni ottanta, sono generoso? La vita è una delizia, la vita è una salita perenne, il mondo è pieno di sporcizia, dalla guerra nessuno esce indenne?
La differenza è che credenze come sono un fallito, sono sfigato, il mondo è ingiusto, la vita fa schifo, le persone sono egoiste e altre simili credenze negative su sé, gli altri e il mondo, sono state avvitate ben bene dalla vita e per una vita. Solo che, mentre una vite avvitata eccessivamente finisce per non funzionare bene, queste credenze negative RUMINATE DA UNA VITA, DA ALLORA E ANCORA OGGI, sono diventate devastanti per la nostra mente e finiscono per riempire di negatività la nostra vita attraverso emozioni dolorose e sofferenza con se stessi e nelle relazioni.
La psicoterapia può essere un percorso per SMETTERE DI RUMINARE. Per smettere di creare la propria sofferenza. Per smettere di alimentarla.
La questione fondamentale, vitale oserei dire, non è tanto “quanto credi a quello che credi”, ad esempio, sono un incapace, gli altri mi fregano, la vita è come la scala di un pollaio. Né “quanto è vero quello in cui credi”. Piuttosto: QUANTO VUOI CONTINUARE A FARTI CONDIZIONARE DA CERTE CREDENZE NEGATIVE…
QUANTO VUOI CONTINUARE A RUMINARE…
Quando vuoi iniziare a fare scelte consapevolmente orientate dai tuoi valori (in cui credi veramente) nonostante alcune credenze negative e pensieri tossici passino ogni tanto (o anche spesso) nella tua mente?
E quando vuoi iniziare a leggere ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line?

Oltre l’automatismo del bambino ferito

Spesso, quello che ti fa stare male oggi è un modo di pensare che hai imparato tanto tempo fa. Un modo di pensare a te stesso, al mondo, agli altri, quasi completamente inconsapevole, che si accompagna ad un modo di sentire doloroso. Un dolore di origine antica, ma che senti molto vivo ancora oggi. Ad esempio, quando oggi ricevi una critica sul lavoro e ti senti un totale fallito, probabilmente stai usando un modo di dare significato alla critica ricevuta che non è realistico e adeguato alla situazione attuale (hai fatto un errore e per questo ricevi un rimprovero), ma è un modo eccessivo che hai imparato da bambino, quando quella volta cominciasti ad equiparare un singolo errore con un completo fallimento. Altro esempio: se un partner ti lascia e ti senti completamente disperato e solo, probabilmente, all’emozione dolorosa comprensibile e legittima, stai aggiungendo anche un carico indebito ed eccessivo come imparasti a fare quella volta che, da bambino, venisti lasciato da qualcuno e iniziasti a credere di non essere degno di essere amato. Terzo esempio: un amico ti tradisce e tu perdi fiducia in ogni essere umano e credi che vivrai per sempre solo o male accompagnato, come imparasti a credere da bambino quando a scuola i tuoi amichetti ti prendevano in giro. Ancora un esempio: ti senti bloccato sul lavoro, non riesci a progredire, non riesci a guadagnare la stima dei capi e dei colleghi e ti senti incompetente, una nullità, come ti sentivi da bambino ogniqualvolta mamma ti mostrava la sua delusione per i voti scolastici. Quanti altri esempi puoi trovare nella tua vita?
Quando lo hai imparato può essere perso nella tua memoria, ma ancora oggi agisce nella forma di credenze e convinzioni, più o meno consapevoli, che determinano il tuo stato emotivo attuale.
In un lavoro terapeutico, si va a cercare quel bambino interiore ferito, con le sue antiche credenze, riconoscendo proprio che la mente di allora era appunto infantile, rudimentale, semplice nel dare significati agli eventi. E che oggi, la mente adulta, può reinterpretare in modo più flessibile, realistico, adattivo ciò che succede oggi e ciò che successe allora. Da questa nuova possibilità della mente adulta nasce il cambiamento della persona, la cura del suo dolore antico, la riduzione e la prevenzione di quello attuale. Come succede ad ‘Alice nel paese delle miserie’, nel mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line.

Home bitter home

Immagina una casa, la tua casa. Immagina una parte luminosa in cui puoi vedere le stanze e il loro arredamento e in cui solitamente passi la maggior parte del tuo tempo e ricevi anche gli ospiti.
Immagina anche una parte meno vissuta, magari più scura, ombrosa, polverosa, qualcosa tipo una soffitta o una cantina dove ti ritrovi ad andare poche volte e che pure contiene cose preziose, che solo ad alcuni lasci vedere.
La psicoterapia è un percorso attraverso cui puoi recuperare una serie di POTENZIALITÀ che un tempo erano a tua disposizione. Per fare ciò devi affrontare delle PAURE. Le stesse paure che un tempo ti portarono a scegliere di non sviluppare quelle tue potenzialità. Di portarle in soffitta o in cantina.
Fuor di metafora, molte volte il miglioramento delle nostre condizioni di vita e la cura della nostra sofferenza richiedono di fare un lavoro su se stessi in cui dobbiamo andare a guardare, dentro di noi. E ciò richiede il coraggio di dare valore ai nostri desideri e confrontarsi con le nostre paure che solitamente li frenano.
La terapia fornisce sempre un sostegno ai nostri desideri sani, vitali, vitalizzanti. E sempre richiede di conoscere le paure che ci bloccano.
Conosciuti meglio desideri e paure, non ci resta che scegliere. Fare nuove scelte o continuare a fare le solite cose… Ad esempio, continuare a leggere oppure no… Leggere le solite cose o iniziare a leggere ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line.

La cura del nostro calvario quotidiano

Il ‘bambino ferito’ è un’immagine per rappresentare il modo in cui un dolore antico si manifesta ancora oggi nella nostra vita quotidiana.
Il bambino ferito si manifesta nella ripetizione di comportamenti disfunzionali. In abitudini dannose che non riusciamo a modificare. In azioni negative che non riusciamo ad abbandonare. In impulsi che continuano a dirigere il nostro comportamento.
Il bambino ferito ritorna oggi anche nei nostri pensieri negativi e distorti. Quando crediamo continuamente di essere incapaci, inadeguati, colpevoli, indegni, non amabili, privi di valore e così via, oltre ogni ragionevole valutazione delle cose. Quando siamo guidati da visioni pessimistiche del mondo, quando crediamo che gli altri ce l’abbiano con noi, quando perdiamo ogni fiducia negli altri e ogni speranza nel futuro e così via, senza ogni altra considerazione sulla realtà. E ritorna anche nel modo ripetitivo e disfunzionale di usare il nostro pensiero: rimuginando sul futuro e ruminando sul passato, nonostante la realtà al presente ci faccia capire che pensare ripetutamente sulle stesse cose non è un modo utile di affrontare i problemi attuali.
Il bambino ferito è presente nelle nostre emozioni dolorose: quando siamo tristi e angosciati, oltre ogni motivo apparente; quando siamo arrabbiati e non riusciamo a trovare nessun modo per contenere o esprimere utilmente o lasciar andare la nostra rabbia; quando siamo costantemente spaventati, ansiosi, preoccupati e nulla riesce a tranquilizzarci; quando siamo invasi da sentimenti di vergogna e di colpa che colorano ogni momento della nostra quotidianità; quando ci sentiamo vuoti, aridi, spenti, senza motivazioni e vitalità.
Per curare quella ferita, oggi possiamo usare un’altra immagine: ‘prendere quel bambino per mano per prendercene cura’, per prendersi cura del proprio dolore antico a partire da una posizione adulta in cui ora si riesce a vedere ciò che allora non si poteva vedere; a considerare la situazione attuale in modo più sensato; a dare significati più realistici e utili alle cose che allora sembravano poter avere un unico significato doloroso.
Ciascuno di noi può compiere questa operazione di cura della ferita. Ciascuno di noi compie il proprio percorso in modo unico, come unico è stato il nostro itinerario doloroso che ancora oggi continua a rinnovarsi nel nostro calvario quotidiano.

La foresta sterminata dei pensieri ripetitivi e l’azione efficace

Certamente anche a te sarà capitato qualche volta di perderti nella foresta dei tuoi pensieri che si ripetono incessantemente. Una foresta: tanti tipi di alberi e tanto numerosi.
Probabilmente sono pensieri che generano preoccupazioni e che da queste sono alimentati; pensieri che nascono da frustrazioni e che si autoalimentano procurandoti rabbia e sconforto, tristezza e angosce ulteriori; pensieri che sorgono da vicende deludenti per te e che finiscono per sprofondarti in rancore e risentimento, ma anche sensi di colpa e auto-denigrazione. Nient’altro dirai tu?! Chiedo a te se ti sei ritrovato in qualcuna di queste situazioni e in altre simili, in cui il pensiero si ripete e si ripete e si ripete ancora, soffiando sul fuoco di emozioni dolorose anch’esse senza fine.
Questo è l’unico caso in cui può avere senso e valore una deforestazione. Come? Percorrendo due strade.
Prima. Chiediti se e a cosa ti serve quel pensare continuo. Ad esempio, ti aiuta a risolvere qualche problema? Se trovi qualche giovamento, allora continua, ma non all’infinito: solo fino a quando avrai effettivamente risolto il problema in tempi ragionevoli. Altrimenti, probabilmente, non è vero che questo continuo rimuginare e ruminare ti serve a qualcosa e quindi devi interrompere questa ripetizione sterile e dannosa del pensare continuo.
Scegli di interrompere! Non ci riesci? E qui inizia la seconda strada. Credi di non riuscire a interrompere il tuo pensiero ripetitivo disfunzionale? Credi che sia incontrollabile? Questa credenza è semplicemente falsa! Non dico sia facile. Dico che è per te possibile! Che ci sono modi per farlo e che ognuno può farlo coi propri tempi e mezzi. Ci sono vari modi, diversi da situazione a situazione, attraverso cui puoi iniziare a ‘spostare la tua attenzione’: dal pensare sterile ad un pensiero più utile, realistico ed efficace per affrontare i tuoi problemi. Il passaggio fondamentale è quello della tua convinzione che genera la tua azione diversa dal solito: POSSO FARLO E INIZIO A FARLO.
Puoi smettere di rimuginare su problemi futuri e incerti che tanto non puoi controllare totalmente.
Puoi smettere di ruminare su fatti accaduti che tanto ormai sono passati e non puoi cambiare.
Puoi focalizzare la tua attenzione al presente, imparando a governare le tue risorse al meglio per tue azioni concrete che effettivamente attivano cambiamenti, producono effetti, spostano le cose. L’esito delle tue azioni potrà essere immediatamente il risultato desiderato oppure ti aiuterà a capire cosa devi correggere in corsa per avvicinarti al tuo obiettivo. E così via fino a quando sarai soddisfatto dei risultati raggiunti, potrai goderne e anche sarà per te necessario accettare lo scarto rimasto tra ciò che avresti voluto e ciò che effettivamente hai potuto raggiungere.

Porte

Immagina di esserti perso dentro un bosco… Ad un certo punto trovi un varco che si apre dentro un albero… È aperto… Entri… Ti trovi in una grotta…  È piena di luce… Tante luci e colori abbaglianti… Tante sfumature, giochi di luci e colori… E tante porte… Sei un po’ eccitato e un po’ spaventato…
Ti avvicini ad una porta… Titubante… Tra desiderio e paura… Prendi coraggio… Fai per aprirla… Non si apre… Ci riprovi… In più di un modo… Non si apre… Vai verso una seconda porta… Stesso pathos… Stesso esito… E così una terza… Una quarta… E ancora altre… Quelle porte sono solo illusioni…
Tra rabbia e sconforto e un bel po’ di paura… Arriva un vecchietto ad indicarti la via… È una porta che non avevi visto… O non avevi considerato, chissà… Ci provi… Ti fidi di quello che sembra un vecchio saggio… Ci provi e ci riesci… Con fatica, apri la porta e…
L’unica porta aperta è quella del tuo impegno alla crescita e alla cura di te. L’albero della vita che hai vissuto, cosa ti è capitato, cosa hai scelto. E la vita che hai davanti con le scelte che puoi fare… La caverna dell’ignoto… E l’unica certezza che se vuoi ottenere risultati devi essere tu a cambiare…
Le altre porte sono le diverse missioni impossibili che solitamente ti poni. Sono le miserie in cui sei incastrato.
Vuoi cambiare gli altri.
Vuoi aspettare che la realtà cambi per farti un piacere.
Vuoi cambiare senza cambiare.
Aspetti e pretendi che gli altri soddisfino ogni tuo desiderio.
Stai fermo a lamentarti.
Vuoi controllare tutto.
Pretendi la perfezione del mondo e delle cose, dagli altri e anche da te stesso.
Vuoi avere senza chiedere.
Vuoi che l’altro non chieda piuttosto che imparare a dire no.
Pretendi che l’altro abbia i tuoi stessi valori e la pensi esattamente come te.
Quante altre porte impossibili cerchi di aprire?
Intanto ti propongo una chiave, utile per tante porte: ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line.

Avrei voluto chiamare questo post Un mondo di juventini e l’importanza di essere romanisti

Purtroppo la società odierna, molto di più rispetto a qualche decennio fa, sembra legittimare solo alcune possibilità dell’umano esistere. Siamo tutti impregnati del DOVER VINCERE, in tutte le sue sfumature emotive e relazionali. Nessuno spazio mentale è concesso alla POSSIBILITÀ DI PERDERE, in tutte le sue accezioni.
Dobbiamo tutti essere iperperformanti in direzione dell’efficacia e dell’efficienza personali in ogni ambito e ruolo di vita. Non possiamo permetterci di non raggiungere obiettivi o soddisfare aspettative. Conseguentemente non possiamo sentire fragilità e dolore, tristezza e paura.
Chi deve assolutamente vincere e chi non può mai perdere diventano entrambi portatori di sofferenza.
Ogni piccolo scarto da aspettative ideali e grandiose diventa fonte di sofferenza. E quando non si adempiono alla perfezione le aspettative su come dover essere non è permessa alcuna espressione del dolore. Anzi nemmeno il suo riconoscimento a volte.
Nota quanto è presente questo funzionamento nella tua vita quotidiana… Al lavoro… Nella coppia… Come genitore… Come figlio… Come amico… In qualsiasi attività tu sia impegnato, magari anche in attività ricreative che vengono comunque invase da aspettative ideali di perfezione e successo e dall’impossibilità di viverle per come si presentano con la necessità di nascondere, a sé e agli altri, ogni segno di frustrazione e delusione, dolore e tristezza, paura e rabbia. Con annessa l’incapacità di assumersi serenamente la responsabilità delle proprie azioni accompagnata dalla tendenza ad incolpare qualcuno o qualcosa del proprio ‘impossibile fallimento’.
Successo e fallimento sono proprio le polarità in cui viene sistematicamente interpretata e vissuta la propria esperienza. Lasciando ben poco altro da valorizzare. O vinci o sei ultimo. O domini o null’altro ha valore.
Ogni nostro comportamento è guidato dalla motivazione competitiva che fino ad un certo punto è funzionale, utile per raggiungere i propri obiettivi, ma che, se portata all’eccesso, diventa disfunzionale: per la necessità assoluta di vincere (pena la perdita di stima e valore personale e la paura di essere meno interessanti per gli altri) e l’impossibilità di perdere (pena il rischio del rifiuto sociale, della vergogna e del disprezzo, anche auto-inflitto).
Siamo diventati maestri nel negare o nascondere le emozioni dolorose (tristezza, paura, vergogna e anche rabbia). Abbiamo imparato a non riconoscerle o non legittimarle, quasi fossero malattie o peccati o pecche da eliminare rispetto alla necessità di raggiungere il proprio ideale perfezionista. Le abbiamo associate a debolezza e vulnerabilità, quindi qualcosa da allontanare dalla mente, in una società inflazionata dai miti della felicità perfetta e del successo a tutti i costi. Un falso sé grandioso sgomita e non lascia spazio a un sé autentico, reale, umano, completo, integrato, fallibile, imperfetto. Non c’è spazio mentale per la mancanza, l’ambivalenza, la non perfezione.
In questo modo, cacciata dalla finestra, quella sofferenza, reale e autentica, butterà prima o poi giù la porta e si ripresenterà attraverso sintomi e malesseri più o meno gravi e dolorosi.
Molte persone che chiedono il mio aiuto professionale portano una sofferenza che nasce dall’impossibilità di perdere (o semplicemente arrivare secondi a volte) o dall’impossibilità di manifestare il proprio dolore da sconfitta e perdita.
La cura comincia dal riconoscimento, dall’accoglienza e dalla legittimazione di quel dolore. Quindi prosegue col riconoscimento dell’aspetto persecutorio delle aspettative ideali grandiose, figlie di questa società narcisistica, malata di apparenza che copre il vuoto di sostanza. Aspettative interiorizzate, fatte proprie, più o meno consapevolmente, attraverso cui diventiamo i peggiori nemici di noi stessi, alla ricerca del dover essere all’altezza senza mai riuscirci, sentendoci sempre “non abbastanza”.
Riconosciuto l’aspetto patologico di aspettative esterne ed interne, è importante comprendere a cosa serve funzionare in questo modo. È l’unico modo per sentirsi persone amabili e di valore? E l’unico modo per sentirsi parte di legami e di gruppi? È l’unico modo per avere accesso a risorse limitate (ricchezza materiale e affettiva)? È l’unico modo per essere appagati, sereni e felici?
Questa investigazione porta quindi a cercare e inventare un modo più adatto a sé per stare al mondo, con sé e con gli altri, per sentire autenticamente che si sta procedendo sulla strada di obiettivi e valori veramente importanti per sé. Imparando a godere della vittoria e concedendosi anche di vivere la sconfitta. Continuando a perseguire i propri obiettivi, anche ambiziosi, senza negare i sentimenti dolorosi della sconfitta. Imparando quindi a considerare diversi modi e forme della vittoria e dell’esperienza appagante…

Sotto pressione e ancora di più

Quando hai bisogno di sentirti amato e considerato come una persona valida, cerchi di impegnarti al meglio delle tue risorse e possibilità per ottenere la gratificazione di questi bisogni basilari. E a volte ci riesci e sei appagato. Altre volte, spesso o raramente, succede, invece, che non riesci ad ottenere l’amore e la stima che desideri. Temi allora di essere giudicato e di deludere. Temi così di perdere l’amore e la stima degli altri. Temi proprio di rovinare le tue relazioni e di perdere persone per te importanti. Temi di essere rifiutato e abbandonato. Lasciato solo. Troppo inconcepibile. Troppo intollerabile.
E che fai allora? Ti impegni di più. Più compiacente. Più perfezionista. Più tenace. Cerchi di essere più forte. Ti sforzi di più. Ti sbrighi di più. Vai ancora più di corsa. Sempre di più. Sempre sotto pressione. Lavori ancora più sodo. Alzi il livello degli standard a cui devi essere all’altezza per stare dentro le aspettative che gli altri hanno su di te. E anche per realizzare appieno le tue aspettative verso te stesso. ‘Sotto la pressione’ di quelle che senti pretese degli altri e pretese tue verso te stesso. Ti sforzi di più ma senti che non è mai abbastanza. Il giudice interiore ti ha invaso.
Figlio della tua educazione, di mamma e papà e di ogni altra forma di autorità che hai incontrato sul tuo cammino di crescita, ora questo giudice è diventato grande insieme a te. Grande. Potente. Tiranno. Spietato. È nato con te, è cresciuto con te. Ci fai i conti da una vita.
Fino ad un certo punto lo devi anche ringraziare per le regole che ti ha dato, per ciò che ti ha insegnato, per come ti ha permesso di destreggiarti tra i pericoli della vita e per quanta disciplina ti ha dato, utile a raggiungere ciò che hai realizzato. Ma dopo quel punto sano, ti ha spinto ancora oltre, diventando un tuo persecutore interiore sempre in agguato a pretendere l’impossibile e a non essere mai soddisfatto delle tue prestazioni, dei tuoi comportamenti, del tuo modo di pensare e di essere.
Ecco ci fai i conti da una vita. Guardalo in azione nei diversi ambiti della tua vita. Quando al lavoro devi dare di più, oltre ogni ragionevole esigenza. Quando come genitore non ti senti mai sicuro. O ti senti in colpa. Quando come figlio non ti senti mai abbastanza. O ti senti in colpa. Quando nella coppia a volte ti rilassi, ma spesso no, per essere all’altezza. E ti senti in colpa. Quando in ogni altro ambito ci manca sempre qualcosa per sentirti ok! Altri esempi?
Ora che lo hai visto in azione. Prova a girare un’altra scena. Ciak. Azione! Prova a cambiare qualcosa, non tanto della tirannia del giudice interiore, ormai è come una persona esterna a te che ti ha invaso: non lo puoi cambiare! Ma hai un altro potere: lo puoi ignorare.
Lascialo parlare, ma non lo ascoltare.
Continua a pretendere e tu non lo assecondare.
Continua ad urlare, lascialo sfogare.
Prendi distanza…
Fai un passo indietro e guardalo da fuori…
Fai un passo di lato per non essere annientato…
Prendi le regole e gli insegnamenti che ancora sono buoni per te e abbandona ciò che è lontano dal tuo sentire autentico…
Magari inizia a frequentare ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, per trasformare la miseria del giudice nella meraviglia del tuo potere di liberartene…