14. Estate meravigliosa. Sii padrone delle tue aspettative

Le aspettative riempiono i nostri pensieri.
Io mi aspetto da te… Io mi aspetto da me… Tu ti aspetti da me…
Le aspettative sono idee insidiose.
Le aspettative verso noi stessi sono pericolose quando diventano pressioni eccessive e stressanti con cui ci obblighiamo a dover corrispondere a certi standard e non siamo capaci di apprezzare i risultati raggiunti.
Le aspettative verso gli altri sono spesso fonte di delusioni, tristezza e rabbia, soprattutto quando mettiamo in mano agli altri il senso della nostra soddisfazione.
Le aspettative degli altri verso di noi ci fanno male quando non riusciamo a sfuggirvi se non con grandi sensi di colpa.
Le aspettative inconsapevoli sono spesso dannose perché ci guidano da dentro senza che ce ne rendiamo conto e finiscono per esitare in grandi frustrazioni.
E chissà quanti esempi puoi trovare nel tuo quotidiano sul potere distruttivo delle aspettative…
Una delle miserie di ciascuno di noi (‘Alice nel paese delle miserie’ è il libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line in cui troverai tantissimi esempi di aspettative miserevoli destinate a creare sofferenza) è proprio quella di essere continuamente incastrati in aspettative, spesso inconsapevoli, attraverso cui ci procuriamo stress e dolore.
SII PADRONE DELLE TUE ASPETTATIVE!
Questo è il suggerimento odierno per la tua vita meravigliosa.
Impara a dire sì e e anche no alla pressione delle aspettative, da qualunque fonte provengano.
Impara ad alleggerirti dal dover necessariamente corrispondere alle aspettative, qualsiasi sia la loro origine, nelle relazioni attuali o nella tua storia di vita.
Inizia a trattare le aspettative per quelle che sono: possibilità ma non necessità, desideri ma non obblighi, credenze e non fatti assoluti.
Inizia… Verifica l’effetto e fammi sapere come va… Ovviamente non ti aspettare miracoli… Aspettati difficoltà, ma anche l’impegno serio a trattare diversamente le tue aspettative, come non hai mai fatto prima…

L’inevitabile e la scelta

Ciascuno di noi ha un proprio modo unico e abituale di reagire alla frustrazione e alla delusione. Lo abbiamo imparato da bambini, lo abbiamo appreso attraverso insegnamenti diretti ed espliciti da parte dei grandi, ma più frequentemente e potentemente attraverso ciò che abbiamo visto e imitato, in modo per lo più inconsapevole. Senza saperlo, con tutta la nostra intelligenza adattativa, creativa e intuitiva, ‘abbiamo scelto’ quale fosse il modo migliore per affrontare qualcosa che ci veniva a trovare nonostante non lo avessimo invitato. Mi riferisco appunto ad esperienze dolorose, frustranti e deludenti con cui ‘abbiamo dovuto’ fare i conti fin da piccoli. Certi comportamenti dei genitori e di altri parenti, di insegnanti e coetanei, di altre persone che hanno rappresentato per noi una palestra per imparare come funziona il mondo e come è utile comportarsi per sentirsi ‘sufficientemente’ sereni e felici, compresi e amati, apprezzati e sostenuti, desiderati all’interno di relazioni, legami e gruppi.
Frustrazione e delusione sono inevitabili… È l’esperienza che viviamo quando le cose e le persone sono diverse da come vorremmo fossero.
Possiamo reagire, più o meno consapevolmente e intenzionalmente, con:
– emozioni varie quali tristezza, angoscia, rabbia, paura, senso di colpa, vergogna, ecc.
– interpretazioni e pensieri molteplici quali “è colpa mia”, “non è giusto”, “ma come ha fatto quella persona a comportarsi così”, “è una catastrofe”, “me lo merito”, “non me lo merito”, “è insopportabile”, “sono sfortunato”, “è quello che dovevo temere”;
– comportamenti diversi quali ritirarsi, aggredire, parlare, chiedere, cambiare direzione (nei desideri e bisogni e con diverse azioni utili), chiudersi in se stessi, ma anche stordirsi, rifugiarsi nell’essere iper-affaccendati (per non sentire e non entrare in contatto coi propri dolori), ecc.
Tendenzialmente reagiamo come abbiamo sempre fatto. A volte ci è utile anche oggi e manteniamo quel modo di reagire; altre volte non è utile, anzi proprio dannoso e disfunzionale e siamo chiamati a modificare qualcosa. Questa sostanzialmente è la via della cura. Questa è la via che ti permette di trasformare le tue miserie nelle tue meraviglie. In ‘Alice nel paese delle miserie’ (il libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line) troverai numerose indicazioni pratiche per muoverti tra ciò che è stato ed tuttora inevitabile e ciò che puoi sempre scegliere nella direzione della vita che consapevolmente vuoi creare…

Agenti, sorgenti, miserie e meraviglie

Noi esseri umani siamo agenti attivi dei nostri processi di pensiero e dei nostri comportamenti. È dentro di noi che sorgono stati emotivi e sensazioni corporee generate dai nostri pensieri, siamo noi la fonte delle nostre decisioni. Siamo portatori, più o meno sani, di credenze, convinzioni, scopi, valori, obiettivi, azioni. Siamo noi ad avere il controllo di cosa facciamo con ciò che ci succede.
Sì, è vero tutto questo… e anche no.
Abbiamo il controllo, ma non il totale controllo. Siamo consapevoli di cosa viviamo e cosa scegliamo, ma non del tutto. Qualcuno lo chiama inconscio, qualcuno la chiama conoscenza implicita, qualcuno la chiama memoria corporea tacita. Qualcuno parla di “essenziale invisibile agli occhi”.
Io ti sto parlando di come, molto spesso, il nostro comportamento è guidato da automatismi inconsapevoli che fanno scattare in noi reazioni (emotive, di pensiero e di azione) su cui abbiamo inizialmente poco o alcun controllo. E questo accade soprattutto quando siamo coinvolti in relazioni interpersonali. Come, ad esempio, in alcune ‘miserie’ tipiche nella nostra mente.
Quando, senza rendercene conto:
– vogliamo controllare ciò che non è in nostro potere controllare
– vogliamo cambiare pensieri e comportamenti dell’altra persona
– giudichiamo gli altri perché sono per noi brutti sporchi e cattivi
– giudichiamo noi stessi perché non siamo come vorremmo e dovremmo essere
– ci lamentiamo in modo sterile senza mai passare ad un’azione risolutiva che provi a risolvere il problema per cui ci lamentiamo
– ci sentiamo vittime degli altri e delle circostanze avverse e non sappiamo assumerci la responsabilità del nostro cambiamento
– cerchiamo in tutti i modi di accontentare gli altri per restare sempre insoddisfatti e stressati
– non sappiamo riconoscere i nostri bisogni
– non sappiamo legittimare i nostri bisogni anche quando li abbiamo riconosciuti
– non sappiamo chiedere per i nostri bisogni che pure sentiamo legittimi
– non sappiamo dire no alle richieste degli altri che sentiamo eccessive
– agiamo in modo impulsivo senza riflettere
– rimuginiamo all’infinito senza mai rassicurarci
– ruminiamo su quanto accaduto senza mai trovare pace
– ci aspettiamo o addirittura pretendiamo che gli altri pensino e agiscano come noi
– pretendiamo dagli altri invece di farci carico di ciò che vogliamo ottenere
– vogliamo ottenere tutto e subito ma finiamo per sentirci sempre insoddisfatti e impotenti
– corriamo appresso al tempo ma il tempo non ci basta mai
– aggiungiamo sensi di colpa, vergogna e fallimento ad un dolore che non riusciamo ad accettare
– vogliamo cambiare senza cambiare…

L’esito comune a questi automatismi disfunzionali inconsapevoli e miserevoli è un grado più o meno elevato di frustrazione, delusione, ansia, rabbia, tristezza, sensi di colpa e inadeguatezza, vergogna, fallimento, ecc.

Il lavoro di crescita personale e cura di sé parte proprio dalla consapevolezza dei nostri automatismi, spesso disfunzionali e invisibili ad un occhio non attento. Imparare a notare le nostre tendenze automatiche sia del pensiero sia del comportamento e conseguentemente nell’emozione che proviamo, è un primo  passaggio fondamentale per migliorare il nostro benessere individuale e interpersonale.
Non ti resta a questo punto che andare in libreria (anche on line) e ordinare ‘Alice nel paese delle miserie’, il libro che propone un viaggio di crescita personale che prima o poi tutti dobbiamo compiere…

Perché e non solo

Molto probabilmente una delle domande più frequenti che ti ritrovi a fare a te stesso è: perché ho agito in questo modo?
Altrettanto probabilmente ti chiederai frequentemente: perché quella persona ha agito in quel modo?
Domande semplici attraverso cui cerchiamo di comprendere il comportamento e dare senso alle esperienze che viviamo.
Il “perché?” conduce ai motivi di un certo comportamento ovvero ai bisogni che una persona ha cercato di soddisfare con quel comportamento ovvero alle credenze e alle convinzioni che hanno spinto quella persona ad agire in un certo modo per realizzare i suoi scopi e desideri.
Quindi dal “perché?” possiamo rintracciare l’idea, consapevole o implicita, che la persona ha dei motivi che la guidano ad agire in un certo modo per ottenere certi risultati.
Quindi il “perché?” è un ponte verso la comprensione della mente umana e del suo funzionamento quotidiano alla ricerca di soddisfazioni e felicità.
Ma non è così semplice. Almeno non sempre… Anzi quasi mai. La domanda “perché?” a volte è fuorviante… Perché permette di accedere quasi esclusivamente ai motivi consci che una persona può conoscere e riconoscere. A spiegazioni razionali del comportamento che sono utili, necessarie, ma non sufficienti per comprendere perché facciamo quello che facciamo.
Dobbiamo andare oltre.
Verso la ricerca del senso nascosto del nostro agire. E per fare questo due strade sono importanti:
1. considerare il nostro comportamento, soprattutto quello problematico, come un tentativo, per lo più inconsapevole, di evitare qualcosa; evitare una paura, un conflitto, un dolore, una consapevolezza, ecc.
2. interrogare la nostra storia di vita.
Per capire il mio comportamento e ciò che voglio evitare è importante considerare cosa ha preceduto il comportamento (fatti, eventi, pensieri, emozioni, chi ha detto e/o fatto cosa, ecc.) e cosa ha fatto seguito al mio comportamento (effetti, conseguenze, reazioni mie e degli altri, ecc.).
La mia storia di vita, inoltre, mi permette di inquadrare antecedenti e conseguenze del mio comportamento; la mia storia di vita mi informa sulle mie sensibilità e ferite, sui temi per me più significativi, sui momenti più significativi che ho vissuto e su come hanno influenzato la mia mente, le mie idee sul mondo e sulla vita, oltre che l’immagine che ho costruito di me e le strategie che nel tempo ho scoperto, inventato e consolidato per cavarmela nel mondo.
Questo interrogare se stessi non prevede una prestazione da compiere e un voto da guadagnare. Prevede piuttosto l’attivazione di tutta la nostra curiosità al servizio della conoscenza di noi stessi e il premio di potenziare il nostro benessere e la nostra qualità di vita.

Tre tipi di perfezionismo patologico

Esiste un perfezionismo sano che è quello che ti permette di alzare il livello delle tue ambizioni e dei tuoi standard, che ti permette di crescere nei risultati che ottieni in uno o più ambiti della tua vita, che ti permette di godere dei risultati raggiunti, apprezzarli, assaporarli, gustarli fino in fondo e che ti permette anche di fermarti quando proprio non ce la fai o ti rendi conto che oltre non puoi andare e riesci ad accettare questo come parte fondamentale della tua crescita ed evoluzione.
Esistono poi tre tipi di perfezionismo patologico.
1. Verso te stesso
2. Verso gli altri
3. Verso la realtà
In tutti i casi è il tuo giudizio a dominare la tua esperienza emotiva.
PERFEZIONISMO PATOLOGICO è sinonimo di PRETESA. Ovvero di OBBLIGO.
Tu DEVI essere…
Gli altri DEVONO essere…
La realtà DEVE essere…
SOLO ED ESCLUSIVAMENTE IN UN UNICO MODO.

1. Pretendi da te stesso SOLO ED ESCLUSIVAMENTE la perfezione, il massimo. Altre possibilità non sono contemplate. E quando questo avviene, perché avviene di non raggiungere sempre il top, ti maltratti con giudizi feroci e spietati, ti senti in colpa e ti vergogni o peggio ti arrabbi con qualcosa di esterno a te (eventi e persone) perché profondamente ti senti così fragile da non riuscire ad accettare qualcosa di meno che perfetto né riesci a metterti realmente in discussione.

2. Pretendi dagli altri SOLO ED ESCLUSIVAMENTE la perfezione. Magari verso i figli o verso i collaboratori, addirittura verso gli amici o gli estranei: non riesci a confrontarti con un comportamento degli altri che sia ‘meno’ di quanto dovrebbe essere, avrebbe dovuto essere, deve essere. E quando succede, perché succede che ti senti deluso dai ‘risultati’ degli altri, invece di mettere in discussione in modo sano e condiviso le tue aspettative e quelle dell’altra persona, magari per rimodulare in modo sano i comportamenti da adottare, finisci solamente per arrabbiarti fino a minare la bontà della relazione. A volte o spesso diventando aggressivo verso l’altra persona, con giudizi sprezzanti e critiche feroci. Rifiuti estremi e punizioni sostanzialmente sempre inefficaci.

3. Pretendi dalla realtà SOLO ED ESCLUSIVAMENTE la perfezione. Non contempli affatto che le cose, gli eventi, le situazioni siano minimamente diverse da come dovrebbero essere, da come te le aspetti, da come desideri. E quando inevitabilmente succede che si realizzi uno scarto tra realtà e ideale allora provi le emozioni dolorose più svariate: frustrazione, rabbia, tristezza, angoscia.

Diventare consapevoli di quale perfezionismo ci appartenga, capendone il senso, il valore, la funzione, è il primo passo per abbandonarlo, verso una maggiore flessibilità nel proprio comportamento e nelle personali strategie per affrontare il proprio dolore e i problemi nelle relazioni interpersonali. Insomma un primo passo del viaggio dalle miserie alle meraviglie…

Conosci il libro ‘Alice nel paese delle miserie’? Ci puoi trovare una serie di strumenti di consapevolezza e di cambiamento al servizio della tua crescita personale flessibile. Puoi ordinarlo in libreria o sul sito dell’editore youcanprint.it o su Amazon.

Il problema lontano e il problema vicino

Tutti abbiamo problemi. Tutti viviamo scarti tra vita reale e vita ideale. Tutti viviamo insoddisfazioni e delusioni. Problemi a casa e al lavoro, con gli amici e con gli sconosciuti. A volte sono tanti a volte sono pochi. Problemi che necessitano di essere affrontati nel giusto modo per riuscire a mettere a posto le cose e anche a volte per accettare che non tutto è a posto.
Purtroppo, troppo spesso, invece di focalizzarci sui problemi attuali che necessitano di una soluzione, siamo maestri nel concentrarci su problemi lontani. Problemi passati e problemi futuri.
Siamo impegnati a disperdere energie in attività ruminative su ciò che è accaduto e che poteva o doveva andare diversamente. Alimentando in questo modo delusione, tristezza, rabbia, rimorsi, rimpianti, sensi di colpa e altre emozioni dolorose che pure vorremmo scacciare.
Siamo altrettanto impegnati a sprecare attenzione, tempo, energie e risorse mentali su attività di pensiero rimuginative sul futuro incerto, probabile, possibile, di fatto incontrollabile fino in fondo e che pure aspiriamo follemente a controllare totalmente. Alimentando in questo modo ansia e preoccupazioni di cui vorremmo fare a meno.
Ruminiamo rabbiosamente su torti subiti da altri…
Ruminiamo tristemente su nostri errori…
Rimuginiamo ansiosamente su ciò che potrebbe succedere…
Tutto tranne che riflettere il giusto, un giusto tempo e un giusto modo, per agire di conseguenza, affrontando in modo diretto, rispettoso ed efficace chi ci ha fatto un torto o un’ingiustizia; imparando dai nostri errori per non commettere proprio gli stessi anche la prossima volta; preparandoci ad affrontare ciò che potrebbe accadere con le risorse a nostra disposizione.
Una delle ‘miserie’ comuni a tutti noi esseri umani è proprio quella di non riuscire a trovare un sano equilibrio tra riflettere e agire. Alcune persone tendono ad essere spesso impulsive (un po’ a tutti capita a volte), altre persone tendono invece ad abitare il pensiero senza mai uscire di casa, senza mai passare all’azione. Trovare una giusta integrazione tra riflessione e azione può rendere il nostro comportamento, la nostra esperienza quotidiana e la nostra vita meravigliosi.
Conosci ‘Alice nel paese delle miserie’? È un libro scritto da me e che potrebbe aiutarti a trovare questo giusto mix. Puoi ordinarlo in libreria o su youcanprint.it (casa editrice) o su Amazon.
Buon viaggio…

Cosa fare col dolore

Ciascuno di noi vorrebbe allontanare il dolore emotivo. Ciascuno di noi non vorrebbe vivere emozioni di tristezza e angoscia, rabbia e paura, senso di colpa e vergogna, tantomeno sentirsi incompreso, trascurato, criticato, disprezzato, ostacolato, escluso, emarginato, lasciato solo.
A volte, usiamo strategie inefficaci per fronteggiare il dolore emotivo: tentativi fallimentari che ci danno un sollievo a breve termine che ci illude che le cose siano cambiate veramente. In realtà, il dolore presto tornerà e farà anche più male perché non abbiamo sradicato i motivi generanti quel dolore e tendiamo a tornare ai soliti schemi di pensiero e comportamento. Ecco alcuni esempi di strategie ‘apparentemente utili’ per governare il dolore: EVITARE sistematicamente situazioni e persone, fino al ritiro completo in 4 mura solide, rassicuranti per un attimo, ma piene di solitudine, tristezza e rabbia repressa. Sottomettersi, COMPIACERE ed essere iper-disponibile per elemosinare approvazione e amore ‘condizionati’ (se faccio il bravo e il buono mi vogliono bene…). Dare DI PIÙ e ancora di più, fare di più e ancora di più, con la sensazione ultima che non è mai abbastanza, che dobbiamo sempre alzare l’asticella per sentirci amati, apprezzati e soddisfatti, ma non basta mai a farci sentire sereni e appagati. STORDIRSI nei più svariati modi: alcol, droghe, cibo, attività compulsive varie quali gioco d’azzardo, social media, shopping, ma anche seduttività sessuale e attività fisica che non bastano mai. Fino ad atti di AUTOLESIONISMO fisico come tagli, bruciature, piercing oltre misura.
È importante a quel punto, a questo punto di raggiunta consapevolezza di come funzioniamo e tendiamo, nostro malgrado, ad alimentare la sofferenza che vorremmo scacciare, individuare altre strategie realmente efficaci per padroneggiare la sofferenza. In particolare:
– dobbiamo capire quale dolore possiamo realmente SCACCIARE VIA definitivamente e cosa dobbiamo fare per ottenere questo risultato
– dobbiamo capire quale dolore possiamo RIDURRE  e cosa dobbiamo fare per imparare ad ALLEVIARE la nostra sofferenza
– dobbiamo capire quale dolore è da ACCETTARE come parte della nostra esperienza e capire cosa possiamo fare e cosa non possiamo fare.
Una strategia utile a fronteggiare il dolore nelle sue varie forme e intensità è la MINDFULNESS, una pratica fondata su tre principi fondamentali, semplici da capire e semplicemente da applicare quotidianamente per diventare capaci di fare qualcosa di utile col nostro dolore:
1. Prestare ‘attenzione’ alla propria mente qui e ora in modo intenzionale, ‘momento per momento’ (titolo di un libro che ti consiglio di leggere, di Jon Kabat-Zinn creatore della mindfulness), partendo da un focus scelto che potrebbe essere il respiro, ma anche sensazioni del corpo come quelle provenienti da una mano…
2. Notare le ‘distrazioni’ dell’attenzione ovvero la mente vagabonda in giro tra pensieri, emozioni, ricordi, immaginazioni, ecc.
3. Riportare l’attenzione al focus scelto in modo gentile ovvero ‘senza giudicare’: ciò che avviene è ciò che avviene, non è né più né meno rispetto a ciò che dovrebbe essere…
Buona pratica…

Il pieno silenzio

Qualche giorno fa ti ho proposto di dedicarti 5 minuti di silenzio… In quel post, in sostanza, invitavo il lettore a fermare la lettura e dedicarsi 5 minuti di silenzio… Puoi farlo anche ora… Dedicati 5 minuti di silenzio… … … … …
Spero tu lo abbia fatto e sia tornato solo ora a leggere queste righe…
Di cosa hai riempito il tuo silenzio? A cosa hai prestato attenzione? Pensieri… Emozioni… Sensazioni… Immagini… Ricordi… Aspettative… “Devo fare questo…!”, “Chissà come andrà?”, “Chissà come è andato quello che ho fatto?”, “Avrei dovuto fare meglio!”.
Ti invito ora a prestare attenzione, proprio qui, proprio ora, al momento presente…
Nota cosa è presente alla tua attenzione…
Nota, ad esempio, il tuo respiro… Esplora il tuo respiro… L’inspirazione… L’espirazione… Torace e addome che si gonfiano e si sgonfiano… La temperatura dell’aria che inspiri… E la temperatura di quella che espiri… Se stai respirando con la bocca aperta… O chiusa…
Nota i suoni presenti… Proprio qui… Proprio ora… I suoni dell’ambiente esterno… I suoni del tuo corpo…
Nota le sensazioni della tua pelle a contatto coi vestiti che indossi… Notale lungo tutto il corpo…
Nota le sensazioni del tuo corpo seduto a contatto con la sedia o la poltrona… O a contatto col divano o con il letto su cui sei sdraiato…
Nota ciò che puoi notare…
Nota i pensieri che affollano la tua mente…
Nota le emozioni che ti vengono a trovare…
Insomma nota di cosa riempi il tuo spazio mentale…
Esiste ciò che noti…
E puoi riempire il tuo spazio interno scegliendo di spostare deliberatamente la tua attenzione… Proprio qui… Proprio ora…
Quando riesci a farlo ‘senza giudicare’… Senza aspettarti niente… Senza giudicare ciò che non è come dovrebbe essere… Allora sei nel pieno della tua consapevolezza…
Se per caso hai iniziato ora, proprio qui, proprio ora … Attenzione!  È una pratica che può durare tutta la vita…

Alla base della cura di sé

Alla base della cura di sé c’è la consapevolezza di 4 aspetti della propria esperienza.
COSA PROVI! Emozioni quali tristezza, rabbia, paura, senso di colpa, vergogna, ecc. Anche emozioni quali gioia, entusiasmo, eccitazione, curiosità e altre ‘positive’ a cui siamo meno abituati e su cui sostiamo per minor tempo.
COSA PENSI! Pensieri ansiosi o depressivi o ossessivi o rabbiosi. Anche pensieri gioiosi ovviamente, spero almeno. Così come aspettative, fantasie, ricordi e altre produzioni del pensiero.
COSA SENTI NEL CORPO! Sensazioni fisiche quali tensione, pesantezza, rigidità, vuoto, contratture, formicolio, ecc. Sensazioni più o meno intense e fastidiose, a volte alternate con sensazioni di leggerezza, vigore, forza, rilassamento, calma.
COSA FAI! Comportamenti ‘problematici’, aggressivi o di chiusura, dipendenze, abitudini alimentari disfunzionali, ecc. Ovviamente anche comportamenti di amore e compassione verso sé e gli altri, oltre a tutti quei comportamenti sani e utili per raggiungere i propri obiettivi.

Quando sorgono problemi e sofferenza, il problema non è avere queste emozioni, pensieri, sensazioni e comportamenti. Il problema è la loro RIGIDA PERSISTENZA.

Il problema non è provare certe emozioni, il problema è essere ‘cronicamente’ arrabbiati, tristi, preoccupati; sentirsi perennemente in colpa, pieni di vergogna, inadeguati.

Il problema non è avere certi pensieri, ma è il modo in cui li ‘alimentiamo’ pensando e ripensando sui pensieri, rimuginando e ruminando fino a tenere i pensieri bloccati nella nostra mente, invece che utilizzarli per risolvere problemi o lasciarli andare…

Il problema non è provare certe sensazioni nel corpo, ma sviluppare blocchi rigidi, una vera e propria ‘corazza’ pesante e dolorosa.

Il problema non è un singolo comportamento, ma l’utilizzare esclusivamente alcuni comportamenti e non avere sufficiente flessibilità nello scegliere i comportamenti più adatti alle varie situazioni.

‘Riconoscere’ cosa proviamo, pensiamo, sentiamo e facciamo in una specifica situazione in cui ci troviamo è un primo passaggio fondamentale per ‘comprendere’ e per poter attuare le strategie migliori per affrontare al meglio ciò che stiamo vivendo.

Riconoscere le proprie rigidità e modalità ripetitive offre poi la possibilità di comprendere il senso di certe situazioni che si ripetono, in cui ci ritroviamo spesso e (mal)volentieri… Comprendere il senso, la funzione che svolgono ora questi modi che si ripetono… Comprendere a volte l’origine di questi modi, scelte che un tempo ebbero per noi una funzione importante di adattamento ma che non sono più adatti alle situazioni attuali…

A partire da queste basi di comprensione di sé si sviluppa un percorso di cura, in direzione di una maggiore consapevolezza di sé e di un’aumentata libertà di scegliere…

Autoritratti

Pensa alla tua più grande forza… Qual è?
Pensa alla tua più grande debolezza… Qual è?
Pensa al tuo più grande fallimento… Qual è?
Pensa al tuo più grande successo… Qual è?
Pensa ad una tua parte ‘cattiva’ (se la trovi)… Come la puoi descrivere?
Pensa ad una tua parte ‘buona’ (se la trovi)… Come la puoi descrivere?
Se metti per iscritto questi pensieri che ti ho invitato ad avere, quello che potrà emergere è un tuo autoritratto… Un’immagine di te che tu hai prodotto attraverso quei pensieri e come li hai trascritti…
Adesso ti potrei chiedere di pensare a:
– le tue risorse e i tuoi limiti…
– le tue parti ‘sane’ e quelle ‘malate’ per come le puoi intendere tu…
– i tuoi sogni realizzati…
– rimorsi e rimpianti…
– progetti in corso…
– progetti abbandonati…
Anche scrivendo questi pensieri avrai un autoritratto…
Hai altri pensieri attraverso cui definire il tuo autoritratto? Puoi veramente sbizzarrirti e creare tanti ritratti di te… Dipende dalle cose a cui pensi… Dalle domande che ti fai… Da un atteggiamento che puoi coltivare in te volto alla curiosità, all’esplorazione e al gioco: ecco vedi, verrebbe fuori un ritratto di te di ‘bambino artista creativo’. Ti ci ritrovi? Comunque è una potenzialità a tua disposizione quella di cercare risposte dentro di te… Immagini… Ricordi… Pensieri…

Ora che hai delineato uno o più ritratti di te o forse un bell’autoritratto articolato e variopinto e che puoi continuare a creare per tutta la vita, cosa emerge alla tua consapevolezza?
Cosa pensi?
Quali emozioni provi?
Quali sensazioni corporee affiorano?
Questo è un piccolo giochino che come tutti i giochi è molto serio e che puoi giocare ogni volta che vuoi, da solo o in compagnia, magari anche adattandolo o rivisitandolo come più ti aggrada… Così tanto per usare uno degli infiniti modi per conoscere te stesso…
La cosa bella e divertente è che i tuoi pensieri definiscono ritratti di te ma tu non sei quei ritratti, come l’immagine allo specchio o una fotografia non ritraggono la pienezza della persona che sei…
Siamo culturalmente abituati a conoscere noi stessi e gli altri attraverso etichette definitorie come quelle che io ti ho invitato ad usare (forte, debole, buono, cattivo, successo, fallimento, sano, malato, ecc.). Queste etichette sono utili alla comprensione reciproca e alla comunicazione tra persone. Solo che hanno un grande rischio: rischiano di alimentare giudizi e pregiudizi quindi incomprensioni e conflitti o anche rischiano di bloccare le infinite possibilità che le persone hanno di vedere se stessi e agire di conseguenza.
Allora, ti chiedo nuovamente: cosa pensi? Cosa provi? Quali sensazioni fisiche avverti ‘in questo momento’?
L’esperienza presente, ciò che senti nel corpo, pensi e provi, ‘qui e ora’, è la fondamentale base di partenza di ogni esplorazione…
Buon viaggio…

A proposito di viaggi, ti ricordo il libro che ho pubblicato a febbraio: ‘Alice nel paese delle miserie’ – Un viaggio di crescita personale che prima o poi tutti dobbiamo compiere.

Puoi averlo su ordinazione: in libreria o sul sito dell’editore youcanprint.it o anche su Amazon.

Ancora buon viaggio…