L’azione è la soluzione

Spesso, i nostri pensieri sono rivolti, con rimpianto, al passato che non abbiamo vissuto; altrettanto spesso, pensiamo alle scelte fatte, con rimorso per gli errori che abbiamo fatto.
Siamo focalizzati su ciò che avremmo dovuto fare di più e ciò che avremmo dovuto fare di meno; il tutto accompagnato da autocritica spietata e distruttiva.
Molte volte, invece, i pensieri si attorcigliano intorno a ‘ciò che potrebbe essere’, domani, fra una settimana, fra un anno, chissà quando…
Allora, il suggerimento di oggi e per un’intera vita, in direzione della meraviglia, è:
UTILIZZA RIMORSI E RIMPIANTI DEL PASSATO COME LEZIONE PER AGIRE ORA E PER CREARE IL FUTURO CHE DESIDERI.
Metti il timer al ruminare su ciò che è stato e quindi agisci …
Metti il timer al rimuginare su ciò che potrebbe essere e quindi agisci …
Inizia ad agire ordinando ‘Alice nel paese delle miserie’, direttamente in libreria oppure on line.
L’azione è la soluzione.
A volte ti porta ad ottenere ciò che vuoi…
Altre volte ti porta a capire gli errori per andare avanti…
Altre ancora ti insegna a cambiare mete e strategie…
Altre ancora, infine, resta l’azione di accettare. Accettare ciò che non puoi cambiare. Accettare ciò che non dipende da te. Accettare i limiti della tua impotenza e continuare a cercare la tua strada, a crearla, ad inventarla, fondata su nuovi scopi per te importanti, anche se ad alcuni hai dovuto rinunciare.

Strategie per pensieri meravigliosi

Ad un certo punto della psicoterapia, la persona si rende conto che buona parte della sua sofferenza, più che essere legata a ‘fatti avversi’ e ‘persone cattive’, è fortemente influenzata dai pensieri che girano nella propria testa. Una parte del lavoro terapeutico, allora, è proprio conoscere, per modificare, il modo in cui i pensieri sono responsabili delle emozioni dolorose e dei comportamenti problematici. Anche perché non sempre o quasi mai è facile cambiare le circostanze esterne che attivano i problemi: quanto è facile cambiare le persone che si frequentano? Quanto è possibile cambiare i propri familiari? Quanto è agevole cambiare lavoro o quartiere o città? Comunque, anche fosse possibile e/o più o meno a portata di mano, è fondamentale riconoscere che è nostra la responsabilità del cambiamento, in prima persona, con azioni diverse. Allora, è più probabile riuscire a cambiare qualcosa intervenendo sui nostri pensieri, aspettative, credenze, convinzioni.
Due modi fondamentali possono essere usati:
1. modificare il CONTENUTO, sviluppando pensieri alternativi rispetto alle situazioni problematiche, per vederle ‘da un altro punto di vista’;
2. modificare la FORMA, correggendo le distorsioni del pensiero.
Ecco alcuni esempi.
Il fatto che la tua partner sia in ritardo all’appuntamento ti porta a pensare che non ci tenga a te; ti senti triste, ti incupisci, quando arriva sei chiuso ad ogni sua spiegazione. È proprio così? È necessariamente così?
Il fatto che oggi ti abbiano bocciato ti porta a pensare che non riuscirai a laurearti; distorsioni: generalizzazione, pensiero tutto o niente, catastrofismo. È necessariamente così? Hai questa capacità di prevedere il futuro?
Il fatto che il collega abbia ottenuto una promozione e tu no, ti porta a pensare che lui sia un raccomandato e tu uno sfigato oppure che lui sia più capace di te e tu sia un fallito o anche che questa volta è toccato a lui, ma tu puoi sempre migliorarti e provare ancora ad ottenere un avanzamento. Come vedi “non sono i fatti a farci soffrire, ma la nostra interpretazione dei fatti” (Epitteto). Abbiamo sempre la possibilità di pensare in modi alternativi a ciò che ci si presenta davanti. Non sempre è facile, ma è comunque possibile e spesso fa un’enorme differenza nella qualità delle nostre esperienze ed emozioni.
Quasi sempre, nel fare questo lavoro di esplorazione e cambiamento di alcuni dei nostri pensieri, diventa utile, opportuno o necessario andare alle ORIGINI del nostro modo di pensare, cercando nelle esperienze della nostra infanzia e della nostra adolescenza. Quando abbiamo imparato ad avere certi pensieri? Dove? Con chi? A cosa ci è servito? Non sempre è facile rispondere a queste domande, forse a qualcuna sì, ad altre no, per altre ci vuole tempo e pazienza. E questo è un altro pezzo fondamentale del lavoro terapeutico.
Infine, ma di primaria importanza, un’altra strategia che possiamo adottare coi nostri pensieri è quella di considerarli per quello che sono… Sono solo pensieri… Ad esempio, quando penso che sono un fallito o uno stupido o malato o che gli altri mi vogliono fregare o che le persone sono menefreghiste o che il mondo è ingiusto o altri pensieri ‘negativi e dolorosi’, posso ‘PRENDERE LA GIUSTA DISTANZA’ da quei pensieri… Sono solo pensieri… Forse esprimono una verità, forse no… Un po’ ci credo e posso anche non crederci e soprattutto posso anche ignorarli… Posso comunque considerarli per quello che sono: pensieri, parole, voci nella mia testa… E continuare comunque ad impegnarmi con determinazione e azioni specifiche a cercare di costruire la vita che voglio, fondata sui miei valori. Quando ci riesco e raggiungo obiettivi importanti ne gioisco e ne godo. Quando, invece, vivo insuccesso, frustrazione e delusione, cerco di capire come impegnarmi al meglio per tentare e ritentare, fino a quando troverò nuovi obiettivi raggiunti e situazioni e limiti da accettare.
‘Alice nel paese delle miserie’ è il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line; leggendolo e applicandolo capirai come e quando usare queste strategie in direzione del tuo benessere e della vita di valore che vuoi.

La chiave della comprensione

Certamente, ti sarà capitato almeno una volta nella vita o forse ti capita più volte al giorno di confrontarti con qualcuno che manifesta nei tuoi confronti un comportamento aggressivo, ostile, astioso, spinoso, rancoroso, chiuso, passivo-aggressivo e simili. Al lavoro, in coppia, coi figli, coi genitori, con gli amici e anche col fruttivendolo. Nei rapporti più vicini e anche in quelli più blandi insomma.
Certamente, non ti sarà difficile, in queste circostanze, capire che quella persona sta vivendo una rabbia che manifesta in quel modo verso di te, a volte in modo fisico, altre volte solo verbalmente, altre ancora con comportamenti velati che pure tu hai imparato a conoscere bene e smascherare.
In queste occasioni, per comprendere l’altra persona e/o per governare al meglio la situazione e la relazione, può essere utile riflettere a partire da alcune domande-chiave:
QUAL È LA FRUSTRAZIONE DELL’ALTRO?
QUAL È IL SUO DOLORE?
QUAL È IL SUO BISOGNO?
È UN VISSUTO CHE PARTE DA UNA PRETESA INFANTILE DEL ‘BAMBINO FERITO’ CHE SI PORTA DENTRO?
È UN VISSUTO DELL’ADULTO ADEGUATO RISPETTO ALLA SITUAZIONE?
COSA POSSO, COSA VOGLIO, COSA DEVO FARE IO DI UTILE?
Inizia ad usare questa chiave per comprendere e vedi l’effetto che produce in te e nella relazione.
Ciò che emergerà, ti sarà certamente d’aiuto per il tuo comportamento consapevole e responsabile al servizio della cura di te e della relazione. Anche Alice lo dice, in ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line.

Devo o non devo? Devo perché voglio e voglio perché devo

A cosa mira il tuo comportamento? A quali scopi?
Lo scopo è uno stato desiderato, una situazione da raggiungere, una condizione che la persona vuole si realizzi, un traguardo importante, qualcosa che “deve essere” affinché la persona si senta soddisfatta e ‘felice’. La nostra condotta è orientata al raggiungimento di scopi ovvero è regolata dal tentativo di evitare la minaccia che non si realizzino o la vera e propria compromissione degli scopi.
Alcuni scopi possono precedere o essere strumentali ad altri scopi, ad esempio lo scopo di “non essere criticato” può essere intermedio rispetto ad uno scopo finale “voglio essere amato e apprezzato”.
Conseguentemente, quando lo scopo non si realizza la persona soffre.
Il problema nasce non tanto per il contenuto dello scopo, ma per la rigidità con cui la persona lo fa suo, per l’incapacità di rinunciarvi e per il modo assoluto in cui lo considera e lo vive. Infatti, gli scopi possono essere anche descritti come pensieri, idee o convinzioni dogmatiche riguardanti se stessi per cui, per la persona, certe cose “DEVONO” accadere e certe altre “NON DEVONO” accadere. Ecco alcuni esempi:

– devo farcela da solo
– non devo sentirmi colpevole
– devo tenere tutto sotto controllo
– devo piacere a tutti
– non devo mostrare difetti
– devo essere autonomo
– non devo mai sbagliare
– devo fare di tutto per essere simpatico, a tutti
– non devo mai deludere gli altri
– devo essere sempre forte
– non devo dipendere da nessuno, mai
– devo essere ad ogni costo il migliore, sempre
– non devo fare figuracce
– devo essere capace ed efficiente
– devo fare di tutto per non essere criticabile
– non devo mostrare le mie debolezze.

Lo scopo è rigido, assoluto, dogmatico, estremizzato; per la persona non esiste il “vorrei… mi piacerebbe… preferirei… sarebbe meglio…”. Esiste solamente il DEVO… DEVE… NON DEVO… NON DEVE… Ad esempio, una cosa è “mi piace essere e sentirmi forte”, altro è “devo sempre e assolutamente essere forte”. Un conto è “preferirei essere giudicato positivamente”, altro è “non devo mai essere criticato”.
Per raggiungere i suoi scopi, la persona si impegna totalmente, in modo consapevole e più spesso inconsapevolmente e automaticamente, come appreso negli anni, combattendo ogni possibilità che tali scopi non siano raggiunti. E questo richiede solitamente un grande dispendio di energie e soprattutto l’adozione rigida di certi comportamenti:
“per scongiurare la possibilità di non raggiungere il mio scopo, devo fare ogni cosa possibile”.
“Per essere come devo essere, devo necessariamente…”.
“Per ottenere ciò che voglio, devo assolutamente…”.
Per raggiungere certi scopi, la persona utilizza specifiche strategie che ritiene utili in base a certe credenze e che si sono rivelate utili nel tempo.
Ad un certo punto, succede qualcosa nella vita per cui la persona è chiamata a rivisitare scopi, credenze e strategie.
Se riesce ad essere flessibile allora riorganizza il proprio comportamento in direzione dei bisogni e valori per lei importanti.
Se si irrigidisce sulle strategie o sulle convinzioni o sugli scopi, prima o poi arriveranno sintomi e malesseri. Esempi.
Una serie di circostanze, una malattia, un fallimento lavorativo, mi mettono di fronte alla mia fragilità (attacco allo scopo “devo essere sempre e solo forte”).
Le richieste di qualcuno sono troppo in contrasto con alcuni miei bisogni e finisco per deluderla (attacco allo scopo “non devo deludere”).
Faccio alcune scelte orientate da certi miei desideri, ma mi sento in colpa (attacco allo scopo “non devo sentirmi colpevole”).
Ho uno scatto di rabbia in pubblico e mi imbarazzo (attacco allo scopo “non devo fare figuracce”).
Se riesco a modificare o abbandonare certi scopi o a cambiare comportamenti per realizzarli, probabilmente queste situazioni critiche mi permetteranno di crescere e aumentare il repertorio delle mie scelte a disposizione.
Come accennato, se la persona non riesce a cambiare scopi e comportamenti, mantenendo rigide certe credenze e convinzioni, su quello che deve essere e non deve essere, su quello che è inconcepibile e su quello che non è tollerabile, allora probabilmente comincerà a mostrare segni di sofferenza e veri e propri sintomi fisici e psicologici.
In psicoterapia, si aiuta la persona a RIFORMULARE IN MODO PIÙ FLESSIBILE i suoi scopi e le convinzioni che li sostengono, cominciando a sostituire il “DEVO ASSOLUTAMENTE ESSERE…’ o il “DEVE ESSERE ASSOLUTAMENTE COSÌ…” in “MI PIACEREBBE che fosse così…”. Ad esempio: “mi piacerebbe… VORREI… DESIDEREREI… PREFERIREI… Essere simpatico a tutti… Essere sempre forte… Non sentirmi mai colpevole… Mantenere il controllo…”.
Ecco una sintesi, quasi un mantra del cambiamento:
“MI PIACEREBBE, MA RICONOSCO CHE POTREBBE ANCHE NON SUCCEDERE… E SE COSÌ FOSSE POTREI ACCETTARLO … E POTREI ANCHE TOLLERARE LE EMOZIONI DOLOROSE CONSEGUENTI AL MIO BISOGNO NON PERFETTAMENTE SODDISFATTO”.
Come suggerisce anche ‘Alice nel paese delle miserie’ (puoi ordinare il libro direttamente in libreria oppure on line), inizia ad esercitarti con questi suggerimenti:
“Mi piacerebbe essere autonomo (forte, sano, libero, amato, apprezzato, incluso in un gruppo, adeguato alle situazioni, capace, brillante, desiderato, il migliore, sereno e felice) … ma… potrebbe non accadere sempre… e con tutti… e se non dovesse accadere… potrei comunque sostenerlo, tollerarlo… accettarlo… continuando ad inseguire i miei desideri (bisogni, scopi, sogni, valori)… impegnandomi giorno per giorno con fiducia e speranza di realizzare una vita che per me ha significato e valore… accettando che né io né gli altri né il mondo siamo perfetti”.

I confini del proprio territorio interiore

Tre consapevolezze sono fondamentali per regolare il nostro comportamento in direzione del benessere:
COSA VOGLIO: riconoscimento e legittimazione interiore dei propri bisogni e desideri. “Mi piace, lo vorrei, è sano e buono per me…”.
COSA DEVO E NON DEVO: riconoscere, conoscere, tracciare i limiti di cosa è buono, sano e giusto dal punto di vista della coscienza personale e di un adeguato rapporto con la realtà.
COSA FACCIO: regolare le proprie scelte in modo consapevole e responsabile, orientato dai propri bisogni e valori, nel rispetto di sé e degli altri.
L’integrazione, più o meno consapevole e flessibile, di questi tre aspetti può essere fonte di benessere e anche di sofferenza. Lo dice anche ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line.

Nella tana del bianconiglio

Rispetto alla solita realtà frustrante, che scegli o che trovi quotidianamente, dedicati un tempo di qualità scendendo ‘nella tana del bianconiglio’ fonte di meraviglie potenziali che aspettano di essere attivate nel concreto del tuo vivere quotidiano. Ecco come fare (una tra molteplici possibilità):
FERMATI. Veramente… Stacca temporaneamente ogni link che ti connette all’esterno ma ti allontana da te stesso…
OSSERVATI ed ASCOLTATI. Guarda all’interno, percepisci le sensazioni del tuo corpo, senti le emozioni che ti vengono a trovare, focalizza i tuoi bisogni, cogli i pensieri che vagano nella tua mente, nota quello che fai…
RACCOGLI L’INFORMAZIONE: tutto ciò che emerge, ogni parte di te, anche quelle che non ti piacciono. Sensazioni, emozioni, bisogni, pensieri, azioni, sono parti di te, parte di te, esprimono e raccontano qualcosa di importante su te…
UTILIZZA L’INFORMAZIONE con CONSAPEVOLE RESPONSABILITÀ. Cosa senti, cosa provi, cosa pensi, cosa vuoi, cosa ci puoi fare per cercare la meraviglia, per crearla nonostante le miserie che pure possono appartenere alla tua vita.
Semplice a dirsi, meno a farsi, fondamentale come pratica quotidiana in cui quella che a qualcuno potrebbe sembrare una fuga dalla realtà è, invece, un dirigersi verso un comportamento più consapevole e in connessione col proprio sentire più autentico, genuino, meno filtrato da condizionamenti passati e attuali che ci dicono cosa dobbiamo fare e non dobbiamo fare, cosa dobbiamo sentire e non sentire, cosa dobbiamo pensare e non pensare.
Prova a leggere ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line. Per capire come ha fatto Alice (e come può fare ciascuno di noi) a trasformare le miserie in meraviglie.

Tra il male e il bene

Quando stai male, quando soffri, vorresti:
– azzerare i sintomi fisici e psicologici
– estirpare la malattia
– eliminare le emozioni dolorose
– scacciare i pensieri negativi
– abbandonare i comportamenti problematici
– cambiare le condizioni esterne frustranti e deludenti (cambiare le persone e le situazioni).
Tutti questi desideri sono assolutamente comprensibili come volontà di tornare a stare bene… Ma tra il male e il bene c’è da capire bene! Attraverso alcune consapevolezze importanti:
– ‘togliere i sintomi’ è giustamente il primo obiettivo che vorresti raggiungere, ma non sempre è il primo ad essere raggiunto in quanto è l’esito di ciò che fai con i tuoi pensieri, con le tue emozioni, con i tuoi comportamenti e con le tue relazioni
– la ‘malattia psicologica’ non è qualcosa che arriva a caso e se ne va all’improvviso; essa è prima di tutto la comparsa di un segnale di rottura di un equilibrio precedente che ci invita a mettere in discussione la nostra vita, le nostre scelte, il nostro modo di vivere situazioni e relazioni
– le emozioni ‘dolorose’ a volte sono utili perché sono adeguate a ciò che ci è successo; vanno riconosciute, legittimate, accettate, ad esempio siamo tristi per la morte di una persona cara, arrabbiati per un danno subito, preoccupati in attesa di un responso importante
– le emozioni dolorose possono essere ‘negative’ se disfunzionali ovvero legate a pensieri distorti, eccessive nella loro intensità e durata, disturbanti rispetto alla nostra capacità di prendere decisioni, bloccanti rispetto ai nostri problemi, limitanti le nostre scelte
– i pensieri possono essere ‘dolorosi ma realistici’ come quando pensiamo seriamente a cambiare lavoro perché non riusciamo in quello che stiamo facendo; ma possono essere anche ‘dolorosi e disfunzionali’ perché sono distorti e rigidi, generando emozioni eccessivamente dolorose e ostacolando la nostra capacità di risolvere i problemi; inoltre, a volte, il modo migliore per scacciare i nostri pensieri disturbanti è ignorarli, senza cercare di cambiarli, ma scegliendo altri pensieri da cui far discendere le nostre azioni
– i nostri ‘comportamenti disfunzionali’ possono essere abbandonati solo dopo averli sostituiti con altre opzioni a nostra disposizione per soddisfare i nostri scopi e bisogni, ad esempio, se bere è l’unico modo che conosco per alleviare il dolore, allora prima devo trovare un’alternativa per regolare il mio dolore e solo a quel punto potrò cominciare a smettere di bere
– ‘cambiare l’esterno da sé’ probabilmente è l’impresa più fallimentare che possiamo tentare; è meglio dedicare le nostre energie a cambiare noi stessi per ‘influenzare indirettamente’ il cambiamento di persone e situazioni fuori di noi.
Con questi aspetti di consapevolezza, acquisita progressivamente, ad esempio all’interno di un percorso terapeutico, possiamo impegnarci per trasformare lo ‘stare male’ nello ‘stare bene’…
Anche nel mio libro ‘Alice nel paese delle miserie’, che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, suggerisco diversi passaggi di consapevolezza per trasformare le nostre miserie nelle nostre meraviglie.

Quando sei ansioso e depresso

Quando provi ansia certamente esistono pensieri che accompagnano questo tuo stato emotivo e corporeo. Anche quando ti senti depresso, in tutto il tuo corpo e nei tuoi stati d’animo, certamente esistono pensieri che fanno compagnia al tuo stato psicofisico. Così vale per altri stati mentali, emotivi e fisici, dolorosi e non solo: esistono sempre pensieri, più o meno consapevoli, che li accompagnano, li precedono e li seguono. Pensieri come: “sono in pericolo”, “mi stanno giudicando”, “potrei morire”, “tutti ce l’hanno con me”, “la vita fa schifo”, “come fa la gente a fare certe cose”, “potrei impazzire”, “non valgo niente”, “sono un fallito”, “non sono capace”, “è colpa mia”, “sono sempre il solito cretino”, sono solo pochi esempi, potenzialmente infiniti, di pensieri che contribuiscono a generare, alimentare e mantenere la nostra sofferenza.
Ogni psicoterapia, per ridurre la sofferenza e sviluppare il benessere della persona, deve: concentrarsi sulle sensazioni del corpo (sono informazioni fondamentali per comprendere lo stato psicologico della persona e il suo funzionamento nelle relazioni); concentrarsi sulle emozioni (aiutare la persona a riconoscerle, conoscerle, legittimarle ed autoregolare la loro espressione in modo adeguato ai propri bisogni e scopi, non sempre consapevoli, e ad una necessaria considerazione della realtà); concentrarsi sui comportamenti (per apprendere nuove abilità, condotte e abitudini per sostituire i comportamenti disfunzionali); concentrarsi sui pensieri (credenze, convinzioni, aspettative, previsioni) che tanto contribuiscono all’origine e al mantenimento della sofferenza.
Con questi pensieri, in particolare, possiamo agire in due modi:
1. Provare a cambiare ciò che pensiamo (pensieri automatici, credenze, convinzioni) dimostrando che esistono pensieri alternativi più ‘veri’, realistici ed utili. A volte è possibile, altre volte la verità dei pensieri in cui crediamo è così radicata che un cambiamento così diretto è molto difficile.
2. Provare ad ignorare quei pensieri, considerarli per quello che sono, “sono solo pensieri”, non sono la descrizione della realtà o della persona. “Io sono molto più dei miei pensieri” così come “sono molto più della mia ansia e depressione”.
Queste semplici affermazioni non sono la soluzione a problemi complessi, ovviamente; sono l’inizio di un processo di ‘distanziamento critico’ dai propri pensieri, non per cambiarli né per abbandonarli, ma per dare loro il ‘giusto peso’.
Certi pensieri sono nostri da una vita, abbiamo imparato a ‘credere vere alcune certezze’ quando eravamo piccoli. Idee su noi stessi, sugli altri, sul mondo, sulla vita. Anche pensieri nella forma di aspettative su come dovrebbero e non dovrebbero essere le cose. E ancora pensieri che sorgono spontanei e immediati e che ci procurano malessere.
Obiettivo fondamentale non è tanto o primariamente cambiare il pensiero distorto per sostituirlo con uno più dritto o giusto. È piuttosto indagare il senso e l’origine di quei pensieri nella propria storia di vita. Per comprendere che ciò che allora è stato per noi utile e sensato oggi è diventato per noi disfunzionale e fonte di problemi.
Questo atteggiamento di ‘rivisitazione storica’ e ‘distanziamento’ dai pensieri è accompagnato da un processo, altrettanto importante, di focalizzazione su ciò che, al netto di quei pensieri, resta importante per noi. I nostri valori. I nostri sogni. I nostri obiettivi. I nostri progetti. Cosa vogliamo, cosa dobbiamo fare, cosa possiamo fare e cosa ci impegniamo a fare per generare felicità nella nostra vita nonostante la presenza di problemi e sofferenze.
In ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, potrai trovare numerose strategie pratiche per lavorare con i tuoi pensieri e con le tue emozioni.

Quando apri la porta alle emozioni che ti vengono a trovare

Quando qualcuno ti fa arrabbiare, è la tua rabbia…
Quando qualcosa ti rende triste, è la tua tristezza…
Quando un evento o la possibilità che si realizzi ti preoccupa, è la tua preoccupazione…
Quando qualcuno ti fa sentire colpevole, è il tuo senso di colpa…
Quando qualcuno ti fa vergognare, è la tua vergogna…
Quando qualcosa ti procura gioia, è la tua gioia…
Potrei continuare per ogni emozione, stato d’animo e sfumatura emozionale che ‘ci ritroviamo’ a vivere nella nostra quotidianità, nella nostra vita. È, piuttosto, importante riconoscere, ogni volta, che tra una situazione esterna (qualcuno, qualcosa, un accadimento) e il nostro stato emotivo esiste una nostra ‘valutazione’. A volte immediata, istintiva, inconsapevole, come quando ‘senza pensarci’ in modo deliberato e consapevole proviamo paura per l’automobile che ci sta investendo e, repentinamente, cerchiamo di schivarla. Situazione, valutazione inconsapevole di pericolo, paura, fuga. Altre volte, invece, la valutazione è più chiara per noi. Perde la mia squadra del cuore, perde 6 a 1, valuto la sconfitta come ‘perdita’, frustrazione del mio scopo di vincere e mi sento triste, valuto la sconfitta indecorosa e provo rabbia.
Alcune volte, la valutazione è abbastanza congrua, adeguata, comprensibile, naturale, ‘normale’ rispetto a ciò che è accaduto: è normale essere tristi se muore qualcuno che amiamo, è normale spaventarsi davanti ad un leone che ruggisce davanti a noi e non è in gabbia, è normale arrabbiarsi se volontariamente mi rigano l’automobile. In tutti questi casi, la valutazione riguarda un bisogno frustrato o un desiderio non realizzato o uno scopo compromesso. Altre volte, non è chiaramente comprensibile, e potremmo impegnarci a cercarlo, il nesso tra ciò che è successo e ciò che ho provato: perché sono triste ora, apparentemente senza motivo? Perché mi sento nervoso (arrabbiato, teso) visto che non è successo niente di particolare, apparentemente? Cosa mi agita e ‘mi mette ansia’? C’è qualche pericolo che sto percependo?
Alla fine della fiera, la cosa più importante, probabilmente, è la nostra capacità di ‘sentirci padroni di ciò che ci succede’. Passando dal sentirci ‘vittima’ al diventare consapevoli del nostro filtro valutativo per assumerci la ‘responsabilità’ di comprendere le nostre interpretazioni della situazione, i nostri bisogni insoddisfatti, connessi alle emozioni che stiamo vivendo, e di cercare di farci qualcosa di utile.
In ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, viene esplorata in modo articolato la ‘miseria del vittimismo’ (in cui siamo soprattutto vittima di noi stessi) e propongo diverse attivazioni per comprendere i motivi storici del vittimismo e per attivare nel concreto una capacità di scelta autonoma, consapevole e responsabile.

Ma tu lo sai come puoi fare per trasformare le miserie in meraviglie?

Ma tu lo sai perché di fronte ad una certa situazione reagisci in un certo modo, ad esempio provi certe emozioni e adotti certi comportamenti e non altri?
Ma tu lo sai perché di fronte ad un certo evento, allo stesso evento, due persone reagiscono in modi differenti, a volte opposti tra loro, ad esempio provando emozioni diverse e adottando comportamenti anche molto distanti l’uno dall’altro?
Ma tu lo sai perché quella situazione e quell’evento non sono proprio la stessa situazione e lo stesso evento?
È ora di una prima iniziale risposta. Tra ciò che ci accade e come reagiamo esistiamo noi. Esiste la persona con i suoi scopi, valori e bisogni attivi in quel momento. Esiste la persona con le sue credenze, le sue convinzioni, i suoi pensieri attivi in quel momento. Esiste la persona con la sua storia e la sua sensibilità personalissima sviluppata negli anni (traumi, ferite emotive, dolori irrisolti, ecc.). Esiste la persona con la sua personalità, col suo modo tipico di ‘dare significato’, non sempre consapevolmente, a ciò che le accade.
Esiste, dunque, un ‘filtro personale’ che lascia passare alcune cose e non altre. Un setaccio tra ciò che accade e come la persona reagisce. Puoi usare anche altre immagini o metafore per rappresentarti quello che avviene tra un innesco iniziale e la reazione personale (cosa provi emotivamente e cosa fai concretamente). Su questo filtro si focalizza il lavoro terapeutico. Conoscere ed eventualmente aggiornare questo filtro ci permette di trasformare le miserie in meraviglie. Lo trovi molto ben illustrato da numerosi esempi nel mio libro ‘Alice nel paese delle miserie’ che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line.
Intanto ti suggerisco un esercizio esplorativo di auto-monitoraggio.
Individua un evento, una situazione o un innesco iniziale, qualcosa che è successo, qualcosa che hai visto, qualcosa che qualcuno ha detto o fatto o anche qualcosa che è sorto nella tua mente (un’immagine, un ricordo, una frase, un pensiero, una sensazione, ecc.).
Descrivi la tua reazione, in particolare quali sensazioni ed emozioni hai provato e quali comportamenti hai adottato.
Cerca il filtro, il tuo filtro: pensieri, credenze, convinzioni, aspettative, scopi, bisogni, desideri, valori. Uno o più di uno di questi elementi, non sempre facili da identificare, hanno contribuito in grande parte a determinare la tua reazione.
Se impari a conoscere il tuo filtro e quindi a modificarlo in modo per te utile, allora cominci a trovare soluzioni ai tuoi problemi, a governare le situazioni stressanti, a creare esperienze di benessere, a trasformare le tue miserie nelle tue meraviglie.