Debolezza relazionale

Esistono due grandi tipi di debolezze umane nelle relazioni.
È debole chi minaccia, chi ricatta, chi paventa una ritorsione… Una debolezza mascherata da forza apparente. “Se fai così… Allora io farò così…”.
È debole chi subisce la minaccia, chi teme che la previsione diventi pericolo effettivo, chi è vittima dei movimenti altrui. Una debolezza per mancanza di sicurezza in se stessi.

Sono due forme di dipendenza.
Chi minaccia spesso dipende dalla propria pretesa frustrata, di fronte all’altro deludente non ha altri strumenti che minacciare.
Chi è sotto scacco della minaccia dipende dall’altro e teme il suo rifiuto/abbandono, angoscia vissuta se dovesse effettivamente realizzarsi la minaccia.

Pensa alle tue relazioni, famiglia, coppia, lavoro, amicizie, altre relazioni… Ti capita di recitare una di queste parti? Sempre la stessa debolezza? A volte ti ritrovi a minacciare, altre ad essere minacciato? È diverso nei diversi ambiti o sei proprio esperto di almeno uno dei due ruoli?

Come noterai ciascuno di questi due ruoli relazionali è fonte di sofferenza, se non immediata, certamente a lungo andare, creando una relazione intossicata da rancore, risentimenti, frustrazioni e delusioni reciproche.
Per creare buone relazioni, si può uscire da queste modalità malate attraverso una comunicazione autentica, coraggiosa, realmente efficace, prendendosi il rischio di perdere la relazione, ma anche di farla evolvere in modo più maturo e responsabile, realmente fonte di crescita per entrambi.

L’ammazzadraghi. Una storia in cui potresti trovarti anche tu

– Salve.
– Salve.
– Lei è…?
– L’ammazzadraghi, ho un appuntamento con…
– Ah ma certo! L’ammazzadraghi, avverto subito il Re che è arrivato.
– Senta, il cavallo l’ho parcheggiato lì, do fastidio?
– No.
– Poi magari uno deve uscire…
– Lì va benissimo.
– Ottimo.
– La faccio accomodare nella sala del trono.
– Ben gentile.

– Sire, è arrivato l’ammazzadraghi.
– Fallo entrare. Oh, ammazzadraghi! Che piacere vederla!
– Sire.
– Lei è… è molto più giovane di quanto mi aspettassi.
– È un problema?
– No, no, per carità. Largo ai giovani! Pure il nostro giullare è giovanissimo, sa? Le posso offrire qualcosa da bere?
– No.
– Sidro? Idromele?
– No, grazie.
– Molto bene. Allora…
– Il drago.
– Sì, esatto. Il drago. Abbiamo un problema con un drago. È molto grosso, molto forte, fa strage di bestie, terrorizza i… com’è che si chiamano?
– I contadini.
– Ecco, bravo. I contadini. Lei sa come sono i draghi.
– Sì. Da quant’è che avete questo problema?
– Da circa tre mesi.
– E perché mi avete chiamato solo adesso?
– Noi… abbiamo provato a risolverlo internamente. Ma non ha funzionato tanto bene. Un lavoro approssimativo, un sacco di soldati arsi vivi.
– Me ne posso certamente occupare. Datemi qualche giorno.
– No, subito!
– Subito?
– Subito, subito, il drago è la priorità!
– Va bene, se è la priorità…
– E poi tanto lei ci mette un minuto. Solo…
– Cosa?
– Vede, avrei una richiesta.
– Tutto ciò che vuole, sire.
– Vorrei che lo ammazzasse stando su una gamba sola.
– Non ho capito.
– Dico, il drago vorrei che lo trucidasse combattendo su una gamba sola.
– Perché?
– Beh vede ho letto che stando su una gamba sola funziona meglio.
– Non mi risulta.
– Beh l’ho letto.
– Senta, se io glielo uccido stando su una gamba sola o su due gambe, non cambia niente. Il drago muore comunque.
– Muore comunque, dice.
– Sì.
– Eh, però secondo me viene meglio su una gamba sola.
– Ma…
– Su, mi venga incontro.
– Va bene, sire, se la può far stare più tranquillo combatterò su una gamba sola.
– No, lo dico anche perché mio nipote, che fa un po’ il mestiere suo, lavora sempre su una gamba sola.
– Che mestiere fa suo nipote?
– Schiaccia lucertole.
– Lucertole.
– E vedesse che bravo. È lo schiacciatore di lucertole ufficiale del regno. Siete quasi colleghi…
– Beh, veramente…
– Avevo pure una mezza idea di farglielo ammazzare a lui sto drago, poi però mi son detto “sai cosa? Facciamolo fare a un professionista”.
– Scelta intelligente.
– Ma mi dica, com’è fare l’ammazzadraghi? Cioè lei un giorno s’è svegliato e ha deciso “mo faccio l’ammazzadraghi”.
– No. Ho studiato.
– Ah perché si studia pure per fare l’ammazzadraghi?
– Sì.
– Ma pensa te.
– C’è proprio una scuola.
– Una scuola. Incredibile. Però, oh, è pure un lavoro divertente, diciamocelo.
– Insomma.
– Ma sì, d’altra parte ha la fortuna di fare una cosa che ama. Pure un po’ artistica, un po’ creativa. È quasi come non lavorare affatto.
– Quasi.
– Dai, bando alla ciance, parliamo un po’ sul concreto. Parliamo del compenso.
– Bene.
– Purtroppo, per questo progetto di ammazzare il drago, non c’è budget.
– Come non c’è budget?
– Eh no, purtroppo non c’è budget.
– Ma lei è il re.
– Ehh.
– Vive in un castello.
– Ehhh.
– C’è una sua effige in oro massiccio proprio fuori dalla sala del trono.
– Le piace?
– Non è questo il punto!
– Alza la voce col suo re?
– Scusi.
– Allora, non c’è budget, però mi ascolti bene: se lei m’ammazza sto drago, io le garantisco una certa visibilità.
– Visibilità?
– Sì, guardi, mi impegno a mandare un po’ di messi in giro per il regno a dichiarare che lei ha ucciso il drago, che è stato valoroso, che ha lavorato bene, che ci siamo trovati bene, eccetera eccetera. E non faccia quella faccia. Pensi al ritorno d’immagine. Poi io di chi m’ammazza bene i draghi ne parlo agli amici, cosa crede? Ne parlo con gli altri re e principi e marchesi, e chissà, un domani che c’è da ammazzare una strega, un vampiro, metti pure un lupo mannaro, è facile che vengano a chiamare lei. È una soluzione win-win.
– Ma veramente io pensavo più a un borsello di monete, la mano di sua figlia. Una cosa standard. Alle brutte un rimborsino spese.
– Però è importante che adesso lei non mi si focalizzi sul vil denaro. Provi a pensarla come un’opportunità. Un’opportunità professionale. Uccidere un drago. Mica ce ne sono tanti di draghi in giro di questi tempi e fuori c’è la fila per stare al posto suo. Con questo non voglio metterla a disagio, dico solo che prima di lei abbiamo sentito altri professionisti, altri ammazzadraghi, com’è nostro diritto. E uno di questi si è proposto di ammazzarci il drago, impagliarcelo, dare due mani di pittura alle segrete e pulire il fossato. Il tutto per un tozzo di pane e una recensione su ProntoPro. Così, per dire eh. Allora? Cosa vogliamo fare?

– Sire, sono tornato vittorioso.
– Chi è lei?
– L’ammazzadraghi.
– Ah già, l’ammazzadraghi. Cos’è che ha lì?
– Sangue.
– Suo?
– In parte.
– Bene. Sa cos’ho pensato mentre era via?
– Cosa?
– E se al posto di ammazzarlo lo addestrassimo?

… Dalla pagina Facebook Non è successo niente

 

Ti è mai capitato di trovarti in situazioni simili?

Da quale parte?

Come ti senti o ti sentiresti nel ruolo dell’ammazzadraghi?

Come ti senti o ti sentiresti nel ruolo del re?

Come avresti agito tu nel ruolo dell’ammazzadraghi?

E nel ruolo del re?

Hai una “morale” per questa storia?

Le vie della manipolazione sono infinite

La manipolazione è quell’insieme di MODALITÀ COMUNICATIVE e INTERPERSONALI DEVIATE e DISTORTE, quasi completamente inconsapevoli o perlomeno automatiche ormai nel nostro repertorio di scelte ed opzioni, attraverso cui esprimiamo le nostre richieste in modo subdolo, tentiamo di gratificare la nostra autostima in modo velato e mascherato, tentiamo di affossare la stima altrui per avere il dominio della relazione, vogliamo controllare l’altro per ottenere la soddisfazione dei nostri bisogni e desideri, cerchiamo di avere un “potere” nella relazione piuttosto che soccombere al potere dell’altro.
Esistono molteplici modi attraverso cui TUTTI quanti noi MANIPOLIAMO o siamo oggetto di manipolazione da parte di altre persone.
Ecco un elenco, “non esaustivo”, accompagnato da frasi tipiche che rivelano un dialogo manipolativo.
COLPEVOLIZZARE l’altro, accusarlo, giudicarlo, svalutarlo, “non sei riuscito a combinare un bel niente”, “dovresti vergognarti per quello che hai fatto”.
Criticarlo con OFFESE dirette o sarcastiche, “sei proprio bravo a farti i fatti tuoi mentre io qui faccio tutto quello che avresti dovuto fare tu”…
Usare RICATTI diretti, MINACCE velate, ritorsioni “se non fai quello che ti ho chiesto considerami un ex amico”.
Essere AGGRESSIVI fisicamente e/o verbalmente, “sei sempre il solito guastafeste che rovina tutto”.
PRETENDERE come un bambino viziato e capriccioso “mi prendi… Mi dai… Mi fai…”. Anche se il rapporto non è quello tra un capo e un subordinato, la relazione sembra proprio organizzata da un potere gerarchico di chi pretende e chi dovrebbe (o si sente obbligato a) eseguire.
Rivendicare in modo ARROGANTE, “me lo devi per tutto quello che ho fatto per te”.
LAMENTARSI, mostrarsi sempre fragili e bisognosi e fare la VITTIMA per indurre l’altro al “soccorso”, “senza di te come farei”, “certo se potessi contare su di te riuscirei a stare meglio e riuscirei anche a lavorare”.
COMPIACERE, essere remissivo, non dire mai no “ok… Va bene… Certo…”, salvo poi accumulare emozioni non espresse che rischiano di prendere strade negative come esplosioni d’ira incontrollate e fuori luogo e fuori tempo oppure accumulo di tensione somatica che si esprime in disturbi del corpo.
FALSA MODESTIA , “non mi devi ringraziare chiunque l’avrebbe fatto”.
Fare o essere ISTRIONICO ESIBIZIONISTA … fino a mettersi al centro dell’attenzione in ogni occasione oppure usando risposte del tipo “tu?! Perché io…”.
PASSIVITÀ senza energia né entusiasmo né coinvolgimento affettivo, passività che esprime AGGRESSIVITÀ sottoforma di battute o semplici espressioni verbali appuntite e spigolose.
IDEALIZZARE l’altro, “credo che tu sia una dei migliori nel tuo campo” spesso accompagnato da comportamenti vischiosi e pressanti verso la persona idealizzata.
Fare il SALVATORE COMPULSIVO, “ci penso io… Non ti preoccupare… Io sto qui per questo…”.
Falsamente aperto e SCARSAMENTE AUTENTICO né intimo, persona piena di parole eleganti e pompose, ma vuote di contenuti e di sentimenti.
AUTOSUFFICIENZA COMPULSIVA: non saper chiedere aiuto per timore di ricevere un no e sentirsi rifiutato, non fermarsi mai altrimenti ci si sente non amati, favorire la dipendenza dell’altro perché si dipende dall’altro bisognoso.
Quali altre possibilità manipolative conosci?
E quali sei solito praticare?
Per certi versi è “NORMALE MANIPOLARE” perché lo abbiamo imparato da bambini quando abbiamo dovuto trovare modi per noi accessibili per ottenere ciò che volevamo. E non sempre eravamo capaci di fare richieste dirette o esprimere apertamente pensieri ed emozioni. Da piccoli è comprensibile.
Se queste modalità, di origine infantile, persistono da adulti sono non appropriate, esitando sostanzialmente in problemi interpersonali (conflitti, distanza, non autenticità, inganno, ecc.) e procurando un’effettiva insoddisfazione a lungo termine sia in termini di mancanza di reale stima di sé sia nelle relazioni che finiscono o si deteriorano o restano finte e basate sulla menzogna.
Del resto, se esiste un manipolatore esiste anche un manipolabile, manipolato e che si lascia manipolare (e anche questa a sua volta è una manipolazione) ovvero per creare relazioni, siano esse felici o disfunzionali, bisogna essere sempre in due, ciascuno col proprio contributo patologico alla relazione fonte di sofferenza o problemi per entrambi. Se ad un primo sguardo sembra esserci uno forte e uno che soccombe a lungo andare la relazione è malata per entrambi perché basata sull’espressione distorta dei rispettivi sentimenti e bisogni. Ad esempio, prima o poi il manipolatore apparentemente “vincente” dovrà confrontarsi con le espressioni dirette o indirette di quanto il manipolato si è tenuto dentro per troppo tempo…
Il problema non è l’utilizzo di manipolazioni, è semmai l’utilizzo rigido delle stesse modalità, sempre e con tutti. Tutti quanti noi a volte usiamo certe strategie indirette per ottenere un qualcosa. Il problema sorge quando ne siamo inconsapevoli e soprattutto quando non abbiamo altre frecce al nostro arco e un repertorio limitato di possibilità relazionali di chiedere e cercare di raggiungere in modo sano ciò che desideriamo.
In psicoterapia, la persona impara a rendersi conto delle sue modalità manipolative. Impara a riconoscerne il valore originario di strategie di sopravvivenza relazionale, la loro legittimità in quanto forme che il bambino ha trovato allora per riuscire a cavarsela (ottenere amore, stima e soddisfazione dei bisogni) in un ambiente interpersonale altrimenti frustrante o traumatizzante. Impara a trasformare queste modalità, patologiche per un adulto, in nuovi modi di agire e comunicare, più consapevoli e autentici, rispettosi di sé e dell’altro, oltre che più efficaci a lungo andare per creare e mantenere relazioni positive e gratificanti.