Le stampelle

Narra una leggenda indiana che il re cadde da cavallo, fratturandosi le gambe così gravemente da perderne l’uso. Imparò a muoversi con le stampelle, ma sopportava male la propria invalidità. Vedersi attorno le persone valide della corte gli divenne presto insopportabile. Rifiutò di mostrarsi menomato. “Poiché non posso essere simile agli altri, pensò un mattino d’estate, ciascuno sarà simile a me.” Fece dunque notificare nelle sue città e nei suoi paesi l’ordine definitivo dell’uso delle stampelle per tutti, pena la morte immediata. Dall’oggi al domani, l’intero regno fu popolato di persone rese invalide. All’inizio, alcuni provocatori si fecero vedere in giro senza alcun sostegno. Fu certo difficile acciuffarli di corsa, ma tutti prima o poi vennero arrestati, condannati e giustiziati per servire da esempio. Nessuno osò ripetere la provocazione. Per proteggere la prole, le madri insegnarono subito ai loro bambini a camminare con le stampelle. Bisognava abituarsi, ci si abituò. Il re visse fino a tarda età. Nacquero parecchie generazioni senza che si vedesse mai nessuno circolare liberamente sulle sue gambe. Gli anziani scomparvero senza dire nulla delle loro lontane passeggiate, senza osare infondere nella mente dei figli e dei nipoti il pericoloso desiderio di deambulare senza sostegni.

Alla morte del re, alcuni vecchi tentarono di liberarsi delle stampelle, ma era troppo tardi, i loro corpi malandati ne avevano ormai bisogno. I superstiti, di solito, non riuscivano più a stare dritti. Rimanevano prostrati su qualche sedia o distesi su un letto. Questi tentativi isolati vennero considerati come innocui deliri di vecchi rimbambiti. Inutilmente raccontarono che un tempo si camminava liberamente, senza stampelle: vennero guardati dall’alto verso il basso, con l’indulgenza ilare concessa ai rimbecilliti. “Ma sì, nonno, andiamo, era senza dubbio ai tempi in cui il becco dei polli aveva i denti!” E con un sorriso, uno scambio di occhiate, scrollavano il capo ascoltando la vecchia voce, prima di andare a ridere di nascosto.

Lontano, sulla montagna viveva un vigoroso vecchio solitario che, appena morto il re, gettò le stampelle nel fuoco senza esitare. In realtà erano anni che non usava le stampelle in casa o in luoghi isolati. Le usava nel villaggio per evitare le noie ma, non avendo né sposa né figli, non si era privato del piacere della sua bella camminata. Non esponeva altri che se stesso, e per di più in tutta segretezza!

Il mattino dopo, si recò spavaldamente in piazza e, rivolto ai suoi compaesani sbalorditi, disse: “Ascoltatemi, dobbiamo ritrovare la nostra libertà di movimento, la vita può riprendere il suo corso naturale poiché il re invalido è ormai morto. Chiediamo che venga abrogata la legge che costringeva gli esseri umani a camminare con le stampelle!” Tutti lo guardavano, i più giovani furono immediatamente tentati. La piazza brulicò ben presto di bambini, di adolescenti e di altri sportivi che tentavano di muoversi senza stampelle. Ci furono risate, cadute, scorticature, lividi, ma anche arti rotti poiché i muscoli delle gambe e della schiena non avevano mai imparato a sorreggere il corpo. Il capo della polizia intervenne: “Smettetela, smettetela! È troppo pericoloso. Tu, vecchio, va a esibirti nelle fiere, è chiaro che gli uomini non sono fatti per camminare senza stampelle! Guarda quante piaghe, quanti bernoccoli e quante fratture ha provocato la tua follia! Lasciaci vivere normalmente. Sparisci e, se vuoi vivere tranquillo, non tentare più di traviare questa bella gioventù!” Il vecchio alzò le spalle e se ne tornò a casa a piedi. Scesa la notte, udì grattare piano alla sua porta. Era un rumore così leggero che lo attribuì a un ramo agitato dal vento. Non aprì. Allora qualcuno bussò distintamente alla porta. “Chi siete? Che cosa volete?” chiese. “Apri nonno, per favore” bisbigliò una voce.” Il vecchio aprì. Dieci paia di occhi brillanti lo guardavano con ardore. Un ragazzino, fattosi avanti, mormorò: “Vogliamo imparare a camminare come te. Accetteresti di prenderci come discepoli?” “Discepoli?” “Maestro è questo il nostro desiderio.” “Bambini, non sono un maestro, sono solo un uomo in gamba, nel senso più semplice della parola.” “Maestro, per favore, supplicarono all’unisono.” Il vecchio ebbe voglia di ridere, ma, contemplandoli un attimo, si commosse. Capì che la faccenda era seria, persino capitale, che quei bambini erano coraggiosi, ardenti, pieni di vita.

L’avvenire era nelle loro mani. Spalancò la porta per accoglierli. Per mesi, senza dire niente a nessuno, i ragazzini si recarono dal vecchio da soli o in due alla volta per non dare nell’occhio. Quando furono abbastanza abili, andarono a piedi, insieme al villaggio. Guardate, dissero, osservateci, è facile e divertente! Fate dunque come noi! Un’ondata di panico invase i cuori timorosi. Gli abitanti del villaggio aggrottarono le sopracciglia, li additarono, si spaventarono molto. Intervenne la polizia a cavallo per far cessare lo scandalo. Il vecchio fu arrestato, portato in tribunale, condannato secondo l’editto reale e giustiziato per aver pervertito dieci innocenti. I suoi discepoli, disgustati dal trattamento inflitto al loro maestro, dichiararono a gran voce sulle piazze che camminavano e ne erano soddisfatti, mostrando a chi volesse vederli quanto fosse comodo avere le mani libere e leste. Le loro dimostrazioni vennero giudicate fallaci. Furono arrestati e gettati in prigione. Si ritenne tuttavia che fossero stati trascinati nell’errore e si concessero loro le circostanze attenuanti, quindi furono condannati solo a pene leggere. Alcuni ostinati non vollero rinunciare a sostenere che bisognasse camminare senza stampelle. La comunità inquieta, sconvolta nelle proprie abitudini dal loro strano comportamento, li allontanò per prudenza dal villaggio, invitandoli a esibirsi nelle fiere. Per coloro che erano rimasti e che insistevano davvero in modo eccessivo, si dovette talvolta applicare con rigore la legge; in generale, tuttavia, vennero piuttosto commiserati e trattati come gli scemi del villaggio, tenuti a distanza dai bambini o dalle buone famiglie.

Ancora oggi, durante le veglie serali, si bisbiglia con parole velate che esistono malgrado tutto, qua e là nel mondo, gruppetti che non sembrano dei mentecatti e che sostengono di camminare da soli, senza stampelle.

E tu come cammini?

Chi ti ha insegnato a camminare?

Hai un tuo modo tutto tuo di camminare?

Debolezza relazionale

Esistono due grandi tipi di debolezze umane nelle relazioni.
È debole chi minaccia, chi ricatta, chi paventa una ritorsione… Una debolezza mascherata da forza apparente. “Se fai così… Allora io farò così…”.
È debole chi subisce la minaccia, chi teme che la previsione diventi pericolo effettivo, chi è vittima dei movimenti altrui. Una debolezza per mancanza di sicurezza in se stessi.

Sono due forme di dipendenza.
Chi minaccia spesso dipende dalla propria pretesa frustrata, di fronte all’altro deludente non ha altri strumenti che minacciare.
Chi è sotto scacco della minaccia dipende dall’altro e teme il suo rifiuto/abbandono, angoscia vissuta se dovesse effettivamente realizzarsi la minaccia.

Pensa alle tue relazioni, famiglia, coppia, lavoro, amicizie, altre relazioni… Ti capita di recitare una di queste parti? Sempre la stessa debolezza? A volte ti ritrovi a minacciare, altre ad essere minacciato? È diverso nei diversi ambiti o sei proprio esperto di almeno uno dei due ruoli?

Come noterai ciascuno di questi due ruoli relazionali è fonte di sofferenza, se non immediata, certamente a lungo andare, creando una relazione intossicata da rancore, risentimenti, frustrazioni e delusioni reciproche.
Per creare buone relazioni, si può uscire da queste modalità malate attraverso una comunicazione autentica, coraggiosa, realmente efficace, prendendosi il rischio di perdere la relazione, ma anche di farla evolvere in modo più maturo e responsabile, realmente fonte di crescita per entrambi.

L’ammazzadraghi. Una storia in cui potresti trovarti anche tu

– Salve.
– Salve.
– Lei è…?
– L’ammazzadraghi, ho un appuntamento con…
– Ah ma certo! L’ammazzadraghi, avverto subito il Re che è arrivato.
– Senta, il cavallo l’ho parcheggiato lì, do fastidio?
– No.
– Poi magari uno deve uscire…
– Lì va benissimo.
– Ottimo.
– La faccio accomodare nella sala del trono.
– Ben gentile.

– Sire, è arrivato l’ammazzadraghi.
– Fallo entrare. Oh, ammazzadraghi! Che piacere vederla!
– Sire.
– Lei è… è molto più giovane di quanto mi aspettassi.
– È un problema?
– No, no, per carità. Largo ai giovani! Pure il nostro giullare è giovanissimo, sa? Le posso offrire qualcosa da bere?
– No.
– Sidro? Idromele?
– No, grazie.
– Molto bene. Allora…
– Il drago.
– Sì, esatto. Il drago. Abbiamo un problema con un drago. È molto grosso, molto forte, fa strage di bestie, terrorizza i… com’è che si chiamano?
– I contadini.
– Ecco, bravo. I contadini. Lei sa come sono i draghi.
– Sì. Da quant’è che avete questo problema?
– Da circa tre mesi.
– E perché mi avete chiamato solo adesso?
– Noi… abbiamo provato a risolverlo internamente. Ma non ha funzionato tanto bene. Un lavoro approssimativo, un sacco di soldati arsi vivi.
– Me ne posso certamente occupare. Datemi qualche giorno.
– No, subito!
– Subito?
– Subito, subito, il drago è la priorità!
– Va bene, se è la priorità…
– E poi tanto lei ci mette un minuto. Solo…
– Cosa?
– Vede, avrei una richiesta.
– Tutto ciò che vuole, sire.
– Vorrei che lo ammazzasse stando su una gamba sola.
– Non ho capito.
– Dico, il drago vorrei che lo trucidasse combattendo su una gamba sola.
– Perché?
– Beh vede ho letto che stando su una gamba sola funziona meglio.
– Non mi risulta.
– Beh l’ho letto.
– Senta, se io glielo uccido stando su una gamba sola o su due gambe, non cambia niente. Il drago muore comunque.
– Muore comunque, dice.
– Sì.
– Eh, però secondo me viene meglio su una gamba sola.
– Ma…
– Su, mi venga incontro.
– Va bene, sire, se la può far stare più tranquillo combatterò su una gamba sola.
– No, lo dico anche perché mio nipote, che fa un po’ il mestiere suo, lavora sempre su una gamba sola.
– Che mestiere fa suo nipote?
– Schiaccia lucertole.
– Lucertole.
– E vedesse che bravo. È lo schiacciatore di lucertole ufficiale del regno. Siete quasi colleghi…
– Beh, veramente…
– Avevo pure una mezza idea di farglielo ammazzare a lui sto drago, poi però mi son detto “sai cosa? Facciamolo fare a un professionista”.
– Scelta intelligente.
– Ma mi dica, com’è fare l’ammazzadraghi? Cioè lei un giorno s’è svegliato e ha deciso “mo faccio l’ammazzadraghi”.
– No. Ho studiato.
– Ah perché si studia pure per fare l’ammazzadraghi?
– Sì.
– Ma pensa te.
– C’è proprio una scuola.
– Una scuola. Incredibile. Però, oh, è pure un lavoro divertente, diciamocelo.
– Insomma.
– Ma sì, d’altra parte ha la fortuna di fare una cosa che ama. Pure un po’ artistica, un po’ creativa. È quasi come non lavorare affatto.
– Quasi.
– Dai, bando alla ciance, parliamo un po’ sul concreto. Parliamo del compenso.
– Bene.
– Purtroppo, per questo progetto di ammazzare il drago, non c’è budget.
– Come non c’è budget?
– Eh no, purtroppo non c’è budget.
– Ma lei è il re.
– Ehh.
– Vive in un castello.
– Ehhh.
– C’è una sua effige in oro massiccio proprio fuori dalla sala del trono.
– Le piace?
– Non è questo il punto!
– Alza la voce col suo re?
– Scusi.
– Allora, non c’è budget, però mi ascolti bene: se lei m’ammazza sto drago, io le garantisco una certa visibilità.
– Visibilità?
– Sì, guardi, mi impegno a mandare un po’ di messi in giro per il regno a dichiarare che lei ha ucciso il drago, che è stato valoroso, che ha lavorato bene, che ci siamo trovati bene, eccetera eccetera. E non faccia quella faccia. Pensi al ritorno d’immagine. Poi io di chi m’ammazza bene i draghi ne parlo agli amici, cosa crede? Ne parlo con gli altri re e principi e marchesi, e chissà, un domani che c’è da ammazzare una strega, un vampiro, metti pure un lupo mannaro, è facile che vengano a chiamare lei. È una soluzione win-win.
– Ma veramente io pensavo più a un borsello di monete, la mano di sua figlia. Una cosa standard. Alle brutte un rimborsino spese.
– Però è importante che adesso lei non mi si focalizzi sul vil denaro. Provi a pensarla come un’opportunità. Un’opportunità professionale. Uccidere un drago. Mica ce ne sono tanti di draghi in giro di questi tempi e fuori c’è la fila per stare al posto suo. Con questo non voglio metterla a disagio, dico solo che prima di lei abbiamo sentito altri professionisti, altri ammazzadraghi, com’è nostro diritto. E uno di questi si è proposto di ammazzarci il drago, impagliarcelo, dare due mani di pittura alle segrete e pulire il fossato. Il tutto per un tozzo di pane e una recensione su ProntoPro. Così, per dire eh. Allora? Cosa vogliamo fare?

– Sire, sono tornato vittorioso.
– Chi è lei?
– L’ammazzadraghi.
– Ah già, l’ammazzadraghi. Cos’è che ha lì?
– Sangue.
– Suo?
– In parte.
– Bene. Sa cos’ho pensato mentre era via?
– Cosa?
– E se al posto di ammazzarlo lo addestrassimo?

… Dalla pagina Facebook Non è successo niente

 

Ti è mai capitato di trovarti in situazioni simili?

Da quale parte?

Come ti senti o ti sentiresti nel ruolo dell’ammazzadraghi?

Come ti senti o ti sentiresti nel ruolo del re?

Come avresti agito tu nel ruolo dell’ammazzadraghi?

E nel ruolo del re?

Hai una “morale” per questa storia?

Le vie della manipolazione sono infinite

La manipolazione è quell’insieme di MODALITÀ COMUNICATIVE e INTERPERSONALI DEVIATE e DISTORTE, quasi completamente inconsapevoli o perlomeno automatiche ormai nel nostro repertorio di scelte ed opzioni, attraverso cui esprimiamo le nostre richieste in modo subdolo, tentiamo di gratificare la nostra autostima in modo velato e mascherato, tentiamo di affossare la stima altrui per avere il dominio della relazione, vogliamo controllare l’altro per ottenere la soddisfazione dei nostri bisogni e desideri, cerchiamo di avere un “potere” nella relazione piuttosto che soccombere al potere dell’altro.
Esistono molteplici modi attraverso cui TUTTI quanti noi MANIPOLIAMO o siamo oggetto di manipolazione da parte di altre persone.
Ecco un elenco, “non esaustivo”, accompagnato da frasi tipiche che rivelano un dialogo manipolativo.
COLPEVOLIZZARE l’altro, accusarlo, giudicarlo, svalutarlo, “non sei riuscito a combinare un bel niente”, “dovresti vergognarti per quello che hai fatto”.
Criticarlo con OFFESE dirette o sarcastiche, “sei proprio bravo a farti i fatti tuoi mentre io qui faccio tutto quello che avresti dovuto fare tu”…
Usare RICATTI diretti, MINACCE velate, ritorsioni “se non fai quello che ti ho chiesto considerami un ex amico”.
Essere AGGRESSIVI fisicamente e/o verbalmente, “sei sempre il solito guastafeste che rovina tutto”.
PRETENDERE come un bambino viziato e capriccioso “mi prendi… Mi dai… Mi fai…”. Anche se il rapporto non è quello tra un capo e un subordinato, la relazione sembra proprio organizzata da un potere gerarchico di chi pretende e chi dovrebbe (o si sente obbligato a) eseguire.
Rivendicare in modo ARROGANTE, “me lo devi per tutto quello che ho fatto per te”.
LAMENTARSI, mostrarsi sempre fragili e bisognosi e fare la VITTIMA per indurre l’altro al “soccorso”, “senza di te come farei”, “certo se potessi contare su di te riuscirei a stare meglio e riuscirei anche a lavorare”.
COMPIACERE, essere remissivo, non dire mai no “ok… Va bene… Certo…”, salvo poi accumulare emozioni non espresse che rischiano di prendere strade negative come esplosioni d’ira incontrollate e fuori luogo e fuori tempo oppure accumulo di tensione somatica che si esprime in disturbi del corpo.
FALSA MODESTIA , “non mi devi ringraziare chiunque l’avrebbe fatto”.
Fare o essere ISTRIONICO ESIBIZIONISTA … fino a mettersi al centro dell’attenzione in ogni occasione oppure usando risposte del tipo “tu?! Perché io…”.
PASSIVITÀ senza energia né entusiasmo né coinvolgimento affettivo, passività che esprime AGGRESSIVITÀ sottoforma di battute o semplici espressioni verbali appuntite e spigolose.
IDEALIZZARE l’altro, “credo che tu sia una dei migliori nel tuo campo” spesso accompagnato da comportamenti vischiosi e pressanti verso la persona idealizzata.
Fare il SALVATORE COMPULSIVO, “ci penso io… Non ti preoccupare… Io sto qui per questo…”.
Falsamente aperto e SCARSAMENTE AUTENTICO né intimo, persona piena di parole eleganti e pompose, ma vuote di contenuti e di sentimenti.
AUTOSUFFICIENZA COMPULSIVA: non saper chiedere aiuto per timore di ricevere un no e sentirsi rifiutato, non fermarsi mai altrimenti ci si sente non amati, favorire la dipendenza dell’altro perché si dipende dall’altro bisognoso.
Quali altre possibilità manipolative conosci?
E quali sei solito praticare?
Per certi versi è “NORMALE MANIPOLARE” perché lo abbiamo imparato da bambini quando abbiamo dovuto trovare modi per noi accessibili per ottenere ciò che volevamo. E non sempre eravamo capaci di fare richieste dirette o esprimere apertamente pensieri ed emozioni. Da piccoli è comprensibile.
Se queste modalità, di origine infantile, persistono da adulti sono non appropriate, esitando sostanzialmente in problemi interpersonali (conflitti, distanza, non autenticità, inganno, ecc.) e procurando un’effettiva insoddisfazione a lungo termine sia in termini di mancanza di reale stima di sé sia nelle relazioni che finiscono o si deteriorano o restano finte e basate sulla menzogna.
Del resto, se esiste un manipolatore esiste anche un manipolabile, manipolato e che si lascia manipolare (e anche questa a sua volta è una manipolazione) ovvero per creare relazioni, siano esse felici o disfunzionali, bisogna essere sempre in due, ciascuno col proprio contributo patologico alla relazione fonte di sofferenza o problemi per entrambi. Se ad un primo sguardo sembra esserci uno forte e uno che soccombe a lungo andare la relazione è malata per entrambi perché basata sull’espressione distorta dei rispettivi sentimenti e bisogni. Ad esempio, prima o poi il manipolatore apparentemente “vincente” dovrà confrontarsi con le espressioni dirette o indirette di quanto il manipolato si è tenuto dentro per troppo tempo…
Il problema non è l’utilizzo di manipolazioni, è semmai l’utilizzo rigido delle stesse modalità, sempre e con tutti. Tutti quanti noi a volte usiamo certe strategie indirette per ottenere un qualcosa. Il problema sorge quando ne siamo inconsapevoli e soprattutto quando non abbiamo altre frecce al nostro arco e un repertorio limitato di possibilità relazionali di chiedere e cercare di raggiungere in modo sano ciò che desideriamo.
In psicoterapia, la persona impara a rendersi conto delle sue modalità manipolative. Impara a riconoscerne il valore originario di strategie di sopravvivenza relazionale, la loro legittimità in quanto forme che il bambino ha trovato allora per riuscire a cavarsela (ottenere amore, stima e soddisfazione dei bisogni) in un ambiente interpersonale altrimenti frustrante o traumatizzante. Impara a trasformare queste modalità, patologiche per un adulto, in nuovi modi di agire e comunicare, più consapevoli e autentici, rispettosi di sé e dell’altro, oltre che più efficaci a lungo andare per creare e mantenere relazioni positive e gratificanti.