Dall’assurdo al reale

La tua felicità nasce tra i divieti e gli obblighi che segui e i permessi che riesci a darti…
È il rapporto tra desiderio, coscienza e realtà.
Pensiamo per assurdo…
Pensa a come sarebbe un mondo in cui tutti, ciascuno di noi, dessimo sfogo a tutti i nostri desideri, istinti, bisogni e impulsi… Pensa a come sarebbe per te… A come saresti tu… A come sarebbero gli altri… A come sarebbero le relazioni…
Pensa a come sarebbe un mondo in cui ad ogni nostro desiderio o impulso venisse messo il cappio al collo dalla coscienza che ci imponesse divieti assoluti di dare espressione a ciò che vogliamo e obblighi altrettanto assoluti di seguire regole rigide di comportamento: questo devi… Questo non devi… Pensa a come sarebbe per te… A come saresti tu… A come sarebbero gli altri… A come sarebbero le relazioni…
Ora nota cosa succede nella tua realtà quotidiana… Nei tuoi comportamenti… Nelle tue scelte… Nelle situazioni che ti ritrovi a vivere nei diversi ambiti della tua vita…
Nota quanto e quando sei guidato dai tuoi desideri…
Nota quanto e quando sei guidato dagli obblighi, esterni ed interiori, che scegli di seguire…
Nota quanto e quando sei guidato dai divieti, esterni ed interni, che guidano le tue azioni…
Nota come ti senti… Cosa provi e pensi… Quanto ti senti in equilibrio e sei soddisfatto… Quanto, invece, ti senti spinto prepotentemente dai tuoi desideri o frenato eccessivamente da ciò che non devi fare o costretto rigidamente da ciò che devi fare…
Osserva… Rifletti… Comprendi… Agisci di conseguenza… È il percorso che ti porta dalla miseria alla meraviglia, come dice anche ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line.

Più in colpa

Ti senti più in colpa per i rimorsi o per i rimpianti? Ti senti più in colpa per ciò che hai fatto e sarebbe stato meglio non facessi o per ciò che non hai fatto e sarebbe stato meglio fare?
Ti senti più in colpa per ciò che NON HAI FATTO prima o per ciò che STAI FACENDO adesso?
Il primo senso di colpa riguarda i rimpianti, ciò che hai mancato di fare nel prenderti cura di te  (soddisfare certi tuoi bisogni, realizzare certi tuoi desideri) o prenderti cura degli altri.
Il secondo senso di colpa può nascere dal sentirti egoista e/o dal fare qualcosa che procura emozioni negative ad altri e/o dal trasgredire qualche aspetto della tua morale interna.
Inizia a notare se vivi queste situazioni nella tua vita e come ti senti per quello che fai e che non fai…
Il senso di colpa e i sentimenti che gli assomigliano o lo accompagnano (vergogna, angoscia, senso di inadeguatezza, senso di fallimento, ecc.) sono sentimenti che hanno un senso. Che va oltre la colpa. Sei hai fatto ciò che hai fatto o non hai fatto altre cose, evidentemente ha avuto un senso. Spesso non basta avere un desiderio per realizzarlo. Spesso quel desiderio è incatenato da nostre paure. Comprendere le paure, permette di impegnarsi per superarle. A volte ci riusciamo, altre volte no. Comunque ciò che facciamo ci permette di comprendere il nostro personalissimo equilibrio che abbiamo trovato tra desiderio e paura, tra frustrazione e soddisfazione, tra cambiamento e accettazione. Compreso questo, non ti resta che leggere ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line.

Ciò che devi… Ciò che non devi… Ciò che puoi…

Sai cosa guida il tuo comportamento?
Certamente un po’ di tratti costituzionali, qualcosa che è nato con te. Chi è più impulsivo, chi è più riflessivo. Chi è più introverso, chi più estroverso. Chi è più spinto dalle emozioni, chi maggiormente dalla fredda ragione. Fatte salve queste impronte native, il resto del nostro comportamento si poggia su ciò che abbiamo appreso fin da piccoli: casa, scuola, coetanei, varie forme di autorità e altre fonti autorevoli che hanno rappresentato riferimenti per noi, per capire come funziona il mondo e come destreggiarsi in esso.
Queste esperienze nel tempo sono diventate un sistema interno di regole, in particolare di divieti (“NON DEVI…”), di costrizioni (“DEVI…”) e di permessi (“PUOI…”).
Prova a rintracciare le tue regole… Come?
Osserva il tuo comportamento, le tue abitudini, tue modalità tipiche di pensare e agire…
Ascolta anche ciò che ti dicono gli altri…
Osserva alcune situazioni tipiche in cui tendi a ritrovarti frequentemente… Ad esempio, da cosa sei spesso deluso… Cosa è per te molto frustrante… Cosa per te è proprio difficile da mandare giù… A cosa sei fortemente intollerante… Cosa ti rende particolarmente gioioso… Cosa ti entusiasma… Cosa ti abbatte…
Queste osservazioni ti aiuteranno a scoprire il sistema interno che ti guida…
Cerca in modo curioso… Inventati domande per cercare di scoprire le tracce del tuo sistema interno di guida…
Quando trovi un DIVIETO, chiediti cosa succederebbe se lo trasgredissi e ti pernettessi di ignorare quel “NON DEVI…” E prova proprio in concreto a non seguire quella regola: prova, vedi l’effetto che produce dentro te (cosa pensi e cosa senti), l’effetto sugli altri, le loro reazioni e come tu reagisci ulteriormente…
Quando trovi una COSTRIZIONE, chiediti cosa succederebbe se la trasgredissi e ti pernettessi di ignorare quel “DEVI…” E prova proprio in concreto a non seguire quella regola: prova, vedi l’effetto che produce dentro te (cosa pensi e cosa senti), l’effetto sugli altri, le loro reazioni e come tu reagisci ulteriormente…
Quando trovi un PERMESSO, chiediti cosa in particolare ti rende soddisfatto nel concederti di agire in base a quel “PUOI…” E rintraccia quelle situazioni in cui, per fattori esterni o interiori, non riesci a darti quel permesso interno ad agire per soddisfare i tuoi bisogni… Nota cosa succede in te, cosa pensi, cosa provi, cosa tendi a fare…
Altre indicazioni utili per questo viaggio curioso nella tua interiorità a sostegno del tuo benessere, puoi trovarle in ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line.

Avrei voluto chiamare questo post Un mondo di juventini e l’importanza di essere romanisti

Purtroppo la società odierna, molto di più rispetto a qualche decennio fa, sembra legittimare solo alcune possibilità dell’umano esistere. Siamo tutti impregnati del DOVER VINCERE, in tutte le sue sfumature emotive e relazionali. Nessuno spazio mentale è concesso alla POSSIBILITÀ DI PERDERE, in tutte le sue accezioni.
Dobbiamo tutti essere iperperformanti in direzione dell’efficacia e dell’efficienza personali in ogni ambito e ruolo di vita. Non possiamo permetterci di non raggiungere obiettivi o soddisfare aspettative. Conseguentemente non possiamo sentire fragilità e dolore, tristezza e paura.
Chi deve assolutamente vincere e chi non può mai perdere diventano entrambi portatori di sofferenza.
Ogni piccolo scarto da aspettative ideali e grandiose diventa fonte di sofferenza. E quando non si adempiono alla perfezione le aspettative su come dover essere non è permessa alcuna espressione del dolore. Anzi nemmeno il suo riconoscimento a volte.
Nota quanto è presente questo funzionamento nella tua vita quotidiana… Al lavoro… Nella coppia… Come genitore… Come figlio… Come amico… In qualsiasi attività tu sia impegnato, magari anche in attività ricreative che vengono comunque invase da aspettative ideali di perfezione e successo e dall’impossibilità di viverle per come si presentano con la necessità di nascondere, a sé e agli altri, ogni segno di frustrazione e delusione, dolore e tristezza, paura e rabbia. Con annessa l’incapacità di assumersi serenamente la responsabilità delle proprie azioni accompagnata dalla tendenza ad incolpare qualcuno o qualcosa del proprio ‘impossibile fallimento’.
Successo e fallimento sono proprio le polarità in cui viene sistematicamente interpretata e vissuta la propria esperienza. Lasciando ben poco altro da valorizzare. O vinci o sei ultimo. O domini o null’altro ha valore.
Ogni nostro comportamento è guidato dalla motivazione competitiva che fino ad un certo punto è funzionale, utile per raggiungere i propri obiettivi, ma che, se portata all’eccesso, diventa disfunzionale: per la necessità assoluta di vincere (pena la perdita di stima e valore personale e la paura di essere meno interessanti per gli altri) e l’impossibilità di perdere (pena il rischio del rifiuto sociale, della vergogna e del disprezzo, anche auto-inflitto).
Siamo diventati maestri nel negare o nascondere le emozioni dolorose (tristezza, paura, vergogna e anche rabbia). Abbiamo imparato a non riconoscerle o non legittimarle, quasi fossero malattie o peccati o pecche da eliminare rispetto alla necessità di raggiungere il proprio ideale perfezionista. Le abbiamo associate a debolezza e vulnerabilità, quindi qualcosa da allontanare dalla mente, in una società inflazionata dai miti della felicità perfetta e del successo a tutti i costi. Un falso sé grandioso sgomita e non lascia spazio a un sé autentico, reale, umano, completo, integrato, fallibile, imperfetto. Non c’è spazio mentale per la mancanza, l’ambivalenza, la non perfezione.
In questo modo, cacciata dalla finestra, quella sofferenza, reale e autentica, butterà prima o poi giù la porta e si ripresenterà attraverso sintomi e malesseri più o meno gravi e dolorosi.
Molte persone che chiedono il mio aiuto professionale portano una sofferenza che nasce dall’impossibilità di perdere (o semplicemente arrivare secondi a volte) o dall’impossibilità di manifestare il proprio dolore da sconfitta e perdita.
La cura comincia dal riconoscimento, dall’accoglienza e dalla legittimazione di quel dolore. Quindi prosegue col riconoscimento dell’aspetto persecutorio delle aspettative ideali grandiose, figlie di questa società narcisistica, malata di apparenza che copre il vuoto di sostanza. Aspettative interiorizzate, fatte proprie, più o meno consapevolmente, attraverso cui diventiamo i peggiori nemici di noi stessi, alla ricerca del dover essere all’altezza senza mai riuscirci, sentendoci sempre “non abbastanza”.
Riconosciuto l’aspetto patologico di aspettative esterne ed interne, è importante comprendere a cosa serve funzionare in questo modo. È l’unico modo per sentirsi persone amabili e di valore? E l’unico modo per sentirsi parte di legami e di gruppi? È l’unico modo per avere accesso a risorse limitate (ricchezza materiale e affettiva)? È l’unico modo per essere appagati, sereni e felici?
Questa investigazione porta quindi a cercare e inventare un modo più adatto a sé per stare al mondo, con sé e con gli altri, per sentire autenticamente che si sta procedendo sulla strada di obiettivi e valori veramente importanti per sé. Imparando a godere della vittoria e concedendosi anche di vivere la sconfitta. Continuando a perseguire i propri obiettivi, anche ambiziosi, senza negare i sentimenti dolorosi della sconfitta. Imparando quindi a considerare diversi modi e forme della vittoria e dell’esperienza appagante…

Sotto pressione e ancora di più

Quando hai bisogno di sentirti amato e considerato come una persona valida, cerchi di impegnarti al meglio delle tue risorse e possibilità per ottenere la gratificazione di questi bisogni basilari. E a volte ci riesci e sei appagato. Altre volte, spesso o raramente, succede, invece, che non riesci ad ottenere l’amore e la stima che desideri. Temi allora di essere giudicato e di deludere. Temi così di perdere l’amore e la stima degli altri. Temi proprio di rovinare le tue relazioni e di perdere persone per te importanti. Temi di essere rifiutato e abbandonato. Lasciato solo. Troppo inconcepibile. Troppo intollerabile.
E che fai allora? Ti impegni di più. Più compiacente. Più perfezionista. Più tenace. Cerchi di essere più forte. Ti sforzi di più. Ti sbrighi di più. Vai ancora più di corsa. Sempre di più. Sempre sotto pressione. Lavori ancora più sodo. Alzi il livello degli standard a cui devi essere all’altezza per stare dentro le aspettative che gli altri hanno su di te. E anche per realizzare appieno le tue aspettative verso te stesso. ‘Sotto la pressione’ di quelle che senti pretese degli altri e pretese tue verso te stesso. Ti sforzi di più ma senti che non è mai abbastanza. Il giudice interiore ti ha invaso.
Figlio della tua educazione, di mamma e papà e di ogni altra forma di autorità che hai incontrato sul tuo cammino di crescita, ora questo giudice è diventato grande insieme a te. Grande. Potente. Tiranno. Spietato. È nato con te, è cresciuto con te. Ci fai i conti da una vita.
Fino ad un certo punto lo devi anche ringraziare per le regole che ti ha dato, per ciò che ti ha insegnato, per come ti ha permesso di destreggiarti tra i pericoli della vita e per quanta disciplina ti ha dato, utile a raggiungere ciò che hai realizzato. Ma dopo quel punto sano, ti ha spinto ancora oltre, diventando un tuo persecutore interiore sempre in agguato a pretendere l’impossibile e a non essere mai soddisfatto delle tue prestazioni, dei tuoi comportamenti, del tuo modo di pensare e di essere.
Ecco ci fai i conti da una vita. Guardalo in azione nei diversi ambiti della tua vita. Quando al lavoro devi dare di più, oltre ogni ragionevole esigenza. Quando come genitore non ti senti mai sicuro. O ti senti in colpa. Quando come figlio non ti senti mai abbastanza. O ti senti in colpa. Quando nella coppia a volte ti rilassi, ma spesso no, per essere all’altezza. E ti senti in colpa. Quando in ogni altro ambito ci manca sempre qualcosa per sentirti ok! Altri esempi?
Ora che lo hai visto in azione. Prova a girare un’altra scena. Ciak. Azione! Prova a cambiare qualcosa, non tanto della tirannia del giudice interiore, ormai è come una persona esterna a te che ti ha invaso: non lo puoi cambiare! Ma hai un altro potere: lo puoi ignorare.
Lascialo parlare, ma non lo ascoltare.
Continua a pretendere e tu non lo assecondare.
Continua ad urlare, lascialo sfogare.
Prendi distanza…
Fai un passo indietro e guardalo da fuori…
Fai un passo di lato per non essere annientato…
Prendi le regole e gli insegnamenti che ancora sono buoni per te e abbandona ciò che è lontano dal tuo sentire autentico…
Magari inizia a frequentare ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, per trasformare la miseria del giudice nella meraviglia del tuo potere di liberartene…

All’altezza. Le due fonti del malessere odierno

Le svariate forme in cui si esprime la sofferenza emotiva possono essere ricondotte, senza pericolo di eccessiva generalizzazione, a due grandi fonti:
DOVER ESSERE ALL’ALTEZZA DI ASPETTATIVE SEMPRE PIÙ ELEVATE.
NON SENTIRSI MAI ALL’ALTEZZA DI ASPETTATIVE SEMPRE PIÙ ELEVATE.
Aspettative prima esterne e poi interiorizzate.
Prova a vedere come è per te… Prenditi tempo per ascoltarti… Per osservarti… Per riflettere e comprendere quale sia l’origine principale del tuo malessere che si esprime con ansia, stress, depressione, angoscia, rabbia cronica, sensi di colpa, vergogna, insoddisfazione cronica, ecc. E che invade le relazioni intossicandole di malsana conflittualità, delusione galoppante, aridità emotiva e spegnimento dell’intimità.
Nota quanto sei preda di aspettative elevate attraverso cui ti fai spingere a dare sempre di più…
Nota quanto sei preda di aspettative elevate che ti portano a sentirti sempre deludente verso gli altri e deluso da te stesso…
Tutti, con diversi livelli e forme di identificazione, facciamo parte di una società in cui le aspettative grandiose sono diventate la norma che ci ingabbia alla ricerca illusoria e fallimentare di un apprezzamento esterno mai soddisfacente e di un’autostima mai appagata. La delusione costante e duratura non può che esitare in sofferenza emotiva, fisica e relazionale.
Questo è ciò che ci capita. Questo è ciò che abbiamo creato. Questo è ciò che abbiamo scelto e che scegliamo quotidianamente.
Che fare? Che farci con questa consapevolezza?
Intanto capire quanto ci stiamo dentro questo funzionamento che produce ansia, stress, delusione, depressione e morte della vitalità. Quindi capire cosa dobbiamo cambiare e se vogliamo farlo. E come iniziare a farlo.
‘Alice nel paese delle miserie’ è il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line. Può essere un ottimo punto di partenza per cominciare a cambiare qualcosa di utile in direzione del tuo benessere.

“Il diavolo prenda l’ultimo. La fuga del narcisista”.

Il narcisista è un tiranno e non solo. Tratta male gli altri, fino al disprezzo. Ma, controintuitivamente, è soprattutto un bambino ferito. Una ferita da trascuratezza, da mancato accudimento. È arrabbiato per qualcosa che avrebbe dovuto ricevere in origine e non ha ricevuto.
Ha paura. Prova dolore. Un dolore nucleare, profondo, di vergogna: si sente non amato e privo di valore. Ha costruito nel tempo una corazza di arroganza a protezione della sua vulnerabilità, un guscio grandioso per schermarsi dal giudizio che colpisce chi si è sentito non amato, non apprezzato e ha imparato a credere di sé di non essere amabile né degno di stima. Un misto di arroganza e vergogna, bisogno di essere ammirati e invidia, pretesa e paura. Il tutto indossato con la più falsa delle maschere: si crede di essere, consapevolmente, chi sente di non essere, inconsapevolmente. Per questo il narcisista è ostile e aggressivo, soprattutto verso chi lo critica; ostile oltre ogni ragionevole misura: a nessuno piace essere criticati, sì poi magari impariamo ad usare la critica in modo costruttivo, ma per il narcisista sentirsi criticato equivale ad aprire la botola che lo farà precipitare nel buio più oscuro della perdita d’amore e di valore.
Il disprezzo verso l’altro è la reazione che maschera il proprio senso di profonda insicurezza. Che invita alla competizione sfrenata e ad inseguire il perfezionismo, per tentare inutilmente di lenire il dolore, dove la competizione si svolge su un campo minato, dove “non esiste qualcosa come il secondo posto, esiste il primo e l’ultimo”. Col diavolo ad aspettarti… Anzi a rincorrerti… Per cui scappi e scappi e scappi e corri e corri e corri e cerchi il primato perfetto per sfuggire al tiranno del “non sei come dovresti essere”. Di origine infantile.
Tiranneggiato in origine. Tiranno degli altri oggi. E tiranno di se stesso. Una maschera che copre una fragilità vestita di disprezzo per gli altri, quasi sempre, ma anche una facciata schiva, altre volte. Che schiva il contatto con l’altro e con se stesso, come un fiume carsico che aspetta solo il momento giusto per rivelarsi in tutto il suo disprezzo.
Questo è il narcisista che si incontra in terapia, quando ci viene, quando ce l’hanno mandato; questa la fragilità vestita di grandiosità che chiede di essere svelata, quando il narcisista rimane in terapia e i lavori sono effettivamente in corso; questo il volto della paura, del dolore e della vergogna che chiedono di essere riconosciuti, quando la cura funziona.
Questo è il narcisista che fugge, narrato da Giancarlo Dimaggio, terapeuta esperto di narcisisti, nella sua ultima opera narrativa: ‘Il diavolo prenda l’ultimo. La fuga del narcisista’ (Baldini e Castoldi). In cui l’autore, con umile competenza e vivace ironia, narra storie di vita incontrate della stanza di terapia.
Il narcisista è portatore insano di una moltitudine di sfaccettature, un misto che è un mistero, succulento da svelare per chi ha voglia di capirci di più, di comprendere la ferita dietro la barricata della pretesa: “la pretesa di essere venerati intrecciata al timore di essere presi a sputi e pietre”. Paura! Di cosa? Del caldo che diventa freddo. Anzi scoprire che forse è sempre stato solo tiepido. Meglio allora fuggire. Fuggire sì, ma dove? Da cosa, soprattutto? 
Fuggire dal dolore, dalla vergogna, dalla vulnerabilità. Prelibatezza per il diavolo. Quelli esterni di diavoli, ma soprattutto quello interiore.
Fuggire dalla paura di non essere riconosciuti se non come oggetti al servizio dell’altro, dell’altro che controlla, che manipola o che è indifferente o poco più che tollerante.
Fuggire dal senso di colpa che il narcisista vive quando prova ad immaginare una vita piena di iniziativa che però fa soffrire l’altro.
Fuggire… Prima del precipizio dell’angoscia di non conoscere l’amore. Non averlo forse mai sentito. Prima dell’abisso: sentire quel dolore di chi si sente privo di valore.
Insomma… Libro consigliatissimo… Per tutti… Per chi narciso non sa di esserlo… Per chi non riesce  ad allontanarsi dal narcisista o difficilmente potrebbe farlo… Per un regalo, della serie ” che avrà voluto dirmi!?”. Per ogni terapeuta che voglia veramente capirci qualcosa di questo dolore e del suo potere distruttivo. E anche delle possibilità reali di trattamento efficace.

SCARTI e GIUDIZI

Ciascuno di noi nel quotidiano incontra SCARTI e GIUDIZI.
Facci caso, la tua giornata, come la mia, è piena, più o meno piena, di SCARTI tra ciò che vorresti e ciò che trovi e di GIUDIZI rispetto a numerose situazioni in cui siamo noi ad essere giudicati, a sentirci giudicati o a giudicare gli altri (e tanto spesso noi stessi). È strano tutto questo? Direi proprio di no, partendo da due considerazioni: la realtà per definizione è diversa dall’ideale; è impossibile non giudicare.
La realtà presenta sempre uno scarto più o meno grande rispetto a ciò che desideriamo. Dobbiamo imparare a stare in quello scarto, per cercare di ridurlo e per imparare ad accettare con serenità ciò che resta uno scarto.
Avendo ciascuna persona dei valori (cosa e buono e cosa cattivo, giusto e sbagliato, importante e non importante, ecc.), ognuno di noi si fa dei giudizi quando le cose sono incongruenti e non in linea coi propri valori. Se, dunque, è impossibile non farsi dei giudizi, diventa, allora, fondamentale: se e come si esprimono, cosa e a chi, quando e perché ovvero se è utile e a quale scopo esprimere i propri giudizi, soprattutto nelle relazioni interpersonali.
Fare chiarezza su questi aspetti è fondamentale per guidare il nostro comportamento, con gli altri e anche con noi stessi, per imparare a governare frustrazioni e delusioni (gli scarti) e per mettere i propri giudizi e le personali valutazioni al servizio di scelte individuali consapevoli e di relazioni interpersonali appaganti.
Da ultimo, ma non per importanza: non ti giudicare se ancora non conosci bene lo scarto tra miserie e meraviglie, puoi sempre iniziare a leggere ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line.

Il Re e il giudice

Conosci la storia del Re e del suo giardino? Un giorno il Re mentre passeggiava nel suo giardino trovò tutte le sue piante appassite e morenti: il leccio abbattuto perché “non posso essere alto come l’abete”; l’abete sconfortato perché “non riesco a fare frutti”; la vite sconsolata “perché i miei fiori non sono belli come quelli della rosa”.
Quasi tutti nel giardino del Re si stavano lasciando travolgere dall’angoscia del destino beffardo che aveva assegnato a ciascuno di loro un ‘percorso fallimentare’, finché trovò un piccolo arbusto che, invece, rigoglioso si mostrava orgoglioso della sua bellezza e della sua unicità. Il Re cercò di capire il segreto della sua fiera felicità. “Quando mi hai piantato volevi un glicine, ma io non sono la pianta che tu vuoi, io sono la pianta che sono e, non potendo essere altro che ciò che sono, cerco di farlo al meglio“.
Spesso uso questa storiella con le persone che sono sopraffatte dal loro ‘giudice interiore’.
Il giudice interiore è quella serie di pensieri, parole e voci nella testa che ci riempiono di giudizi feroci per quello che non siamo, critiche spietate per i nostri compiti fatti male, rimproveri estremi per ciò che non abbiamo fatto, colpevolizzazioni distruttive per ciò che abbiamo fatto.
Queste voci nella testa gravano pesantemente sul nostro umore, determinano i nostri stati d’animo e le sensazioni dolorose e piene di tensione che percepiamo in diverse parti del corpo.
Il giudice interiore è il figlio di tutte le figure di autorità, a partire dai genitori, che ci hanno insegnato, direttamente e indirettamente, le regole per stare al mondo. E, come ogni autorità, ci fornisce regole utili e regole che ci stanno strette, che forse andavano bene un tempo, ma ora non più.
Il percorso di crescita personale e di individuazione (diventare individui autonomi, separati e differenziati dal nostro nucleo originario) prevede sempre un confronto col giudice interiore e con tutte le forme di giudizio che incontriamo nella nostra quotidianità, nella realtà o nella nostra immaginazione.
Smussare gli eccessi del giudice ed integrare una forma equilibrata di regole è ciò che caratterizza la ricerca e la costruzione di una propria identità sana e funzionale al nostro benessere e alla formazione di buone relazioni.
In ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, un intero capitolo è dedicato alla conoscenza del ‘giudice’ e alla costruzione di un rapporto più equilibrato con le nostre paure del giudizio, esterno e interno.

La verità

La verità è che tu passi l’intera vita ad essere vittima di te stesso, del tuo ‘giudice interiore’, in particolare, che ti accusa da sempre e continuamente, con infamie e critiche eccessive, rimproveri e colpevolizzazioni.
“Non sei questo e non sei quello…”
“Dovresti essere così e non dovresti essere colà…”
Sei certamente vittima dei tuoi ‘pensieri automatici’, quasi sempre inconsapevoli, che ti fanno sentire incapace, inferiore, fallito, colpevole, brutto, sporco e cattivo e che ti intossicano di dolore e tristezza, senso di colpa e vergogna, rabbia e preoccupazione, ansia e depressione.
Ma tu lo sai quali sono le colpe di cui vieni accusato dal tuo giudice interiore? E quali le regole che avresti infranto? Quali sono le prove della tua colpa? E se le cose stessero diversamente da come ti vuole far credere il tuo tiranno interiore?
Ecco, forse devi andare un po’ meglio ad esplorare cosa succede al tuo interno e che condiziona tanto il tuo malessere e il tuo comportamento.
Puoi farlo, ad esempio, cominciando a leggere ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line. Ci troverai numerosissimi esempi di come il giudice interno condiziona le nostre scelte e i nostri stati d’animo.
Ogni percorso di crescita personale (di ciascuno di noi) e anche ogni percorso terapeutico prevedono l’incontro col proprio giudice interno. Per ringraziarlo nella misura in cui ci aiuta a capire sanamente cosa è giusto e cosa è sbagliato per la nostra felicità integrata con quella altrui. E per lasciarselo alle spalle (o rimandarlo al paese da dove è venuto) nella misura in cui boicotta in modo severo, rigido e insensato ogni nostro tentativo di essere felici.