Per non… Rimprovero e senso di colpa

Rimprovero e senso di colpa sono i sentimenti del “per non…” Per non aver fatto e detto ciò che avrei dovuto fare e dire. Per non essere ciò che dovrei essere. Che sia da qualcun altro o da me stesso, mi sento rimproverato e in colpa quando sono “accusato di uno scarto” tra reale e ideale, tra richieste e risposte, tra doveri e azioni effettive. Colpa per aver trascurato qualcosa o qualcuno, aver curato un bisogno invece di un altro. Insomma, il sentimento doloroso del sentirsi giudicato per la propria imperfezione ovvero per non essere riuscito a fare tutto, ad occuparsi di tutto, a curare tutto, a riuscire in tutto. E tutto ciò che è diverso da “tutto” è rimproverato (o anche autorimproverato) come “niente. Una vera e propria autostrada per la sofferenza. Una vera e propria autostrada per la follia se questo è stato il contesto affettivo e interpersonale in cui è stato cresciuto un bambino.

Che farne di questa consapevolezza?

Possiamo forse dire che che non sia importante fare quello che bisogna fare, compiere il proprio dovere, assumersi le proprie responsabilità in base alle diverse età, imparare come ci si comporta e ci si deve comportare? Certo che è importante. Anzi, è fondamentale, per crescere, avere una direzione, una struttura, una serie di regole che ci tengano dentro la strada di cosa è giusto, buono, adeguato, sano. Come fondamentale è anche la giusta misura, la flessibilità, la valutazione specifica delle situazioni, l’eccezione oltre la regola. Come è importante capire cosa è veramente importante e cosa può essere tralasciato senza rimproverare o rimproverarsi.

Tu come sei messo coi rimproveri e coi sensi di colpa?

Tu come sei con gli altri? E con te stesso? E gli altri con te?

Oggi? E ieri?

Oggi… Finalmente… Puoi…

Quando siamo piccoli abbiamo bisogno dell’amore e della cura dei nostri genitori, della loro approvazione che ci fornisce un senso interiore profondo di sentirsi al sicuro, amati e accettati per quello che siamo, semplicemente per il fatto di esistere. Abbiamo bisogno di amore e accettazione più dell’aria che respiriamo. Del resto, i nostri genitori devono anche indicarci la retta via, devono farci conoscere il mondo, devono trasmetterci valori e regole per poterli realizzare. Per questo a volte riceviamo critiche e rimproveri per aver smarrito la giusta via, per aver commesso errori, per non aver fatto quello che dovevamo fare in base ai loro insegnamenti. Questo è parte fisiologica, normale, inevitabile del processo di crescita che avviene anche attraverso errori ed apprendimenti.

Purtroppo a volte il processo è distorto. Per eccesso o per difetto. Per eccessive dure critiche e rimproveri spietati rispetto a quanto il bambino può sostenere, che quindi si spaventa. O per assenza e incapacità dei genitori di seguire con attenzione il proprio figlio, quasi dimenticato, lasciato solo, senza sostegno e guida.
Il bambino, che ha bisogno di sicurezza, amore e stima, cerca delle strade per cavarsela nella famiglia che gli è capitata. Di fronte a questo ambiente affettivo primario severo, ostile, indifferente, in sintesi incapace di riconoscere i bisogni del bambino e rispettare tempi e modi della sua crescita, il bambino trova le sue soluzioni, più o meno adattive.

Di fronte ad un genitore estremamente critico che ha aspettative perfezioniste, più o meno consapevolmente riconosciute dal genitore stesso, il bambino può spingere ancora di più per compiacere i suoi, per non deluderli o non essere punito o privato del loro amore e approvazione. Dove sta la giusta misura del cercare di assecondare le aspettative dei genitori? Dove sta la giusta misura di queste aspettative? Cosa succede quando il bambino non ce la fa?

Di fronte, invece, ad un genitore che ha difficoltà a sintonizzarsi con i bisogni e le peculiarità individuali del bambino, un genitore che non vede o trascura suo figlio, il bambino che può fare? Attirare l’attenzione in vari modi più o meno sani… Cercare al contrario di non essere notato… Imparare precocemente a fare da solo… E chissà quante altre soluzioni…

Ogni genitore è stato figlio, piccolo, un bambino… La sua storia va compresa prima che “giudicata”…
Ogni bambino diventerà un adulto, qualcuno diventerà genitore e chissà cosa si porterà “dentro” della sua storia di figlio…
Quello che è certo è che oggi, ogni adulto, tra limiti e condizionamenti della sua storia e della personale traiettoria evolutiva, può fare con se stesso quello che da piccolo non poteva fare con i propri genitori…

Può prendersi cura di sé…

Può rivisitare le aspettative (ora interiori) di come deve essere…

Può imparare a sintonizzarsi coi propri bisogni per cercare di soddisfarli …

Può rispettare i propri limiti e scegliere tempi e modi per sfidarli e sfidarsi senza inseguire doveri persecutori e aspettative impossibili…

Oggi l’adulto può essere un “nuovo genitore di se stesso” curando le sue vecchie ferite per prendere finalmente una strada adatta a sé…

Esercizio per smontare il giudizio

Osserva come ti senti giudicato nel quotidiano. Trova alcuni esempi in cui sei solito ricevere giudizi, più o meno severi e spietati, dagli altri, in uno o più ambiti di vita. Ad esempio, giudizi, critiche, rimproveri che ti arrivano sul lavoro, dal tuo partner, dai tuoi figli, dai tuoi genitori, da altre persone.

Trova esattamente le parole che esprimono il giudizio degli altri su di te o anche il tuo giudizio su te stesso. Scrivi una o più frasi che chiariscano questo giudizio, ad esempio, sei (sono) un lavoratore incapace, sei (sono) un partner inaffidabile, sei (sono) un figlio irriconoscente, sei (sono) un genitore troppo permissivo, sei (sono) un voltafaccia, sei (sono) un traditore, sei (sono) lamentoso, sei (sono) dipendente, sei (sono) un fallito, ecc. ecc. ecc. Queste potrebbero essere le parole chiaramente usate dagli altri verso di te oppure essere i pensieri che tu ti fai su te stesso o rispetto a come credi che gli altri ti considerino.

Rispetto alle critiche e ai giudizi che senti utili e veritieri cerca il modo in cui ti aiutano a riflettere e a modificare uno o più aspetti del tuo comportamento. Ad esempio, è vero che sono un partner inaffidabile perché ultimamente ne ho combinata più di qualcuna nella coppia, sono stato un po’ freddo e distaccato… Potrei chiedere al mio partner se è disposto a perdonarmi e cosa posso fare per lui per farlo sentire più amato e desiderato… Altro esempio: ultimamente al lavoro sono stato piuttosto distratto e hanno ragione i miei colleghi quando mi dicono che non possono contare su di me… Potrei riconoscere e condividere con loro questo mio momento di difficoltà e chiedere loro un po’ di tempo per riacquisire il controllo del mio lavoro e delle mie competenze… Rispetto a questo tipo di giudizi che ritieni utili per aiutarti a modificare il tuo comportamento, puoi trovare nuove regole per le tue azioni in modo da essere più efficace ed efficiente.

Rispetto a critiche e rimproveri che sono eccessivi e che non ti sono molto chiari cerca di scoprirne le origini nel tuo passato. A cosa assomigliano le critiche che ho ricevuto oggi? A chi o cosa mi fanno pensare del mio passato? Quando ho imparato ad essere così sensibile a questo tipo di giudizi? Ad esempio, quando ricevi un rimprovero per il tuo essere in ritardo ti torna in mente tuo padre che esigeva sempre la massima puntualità… Quando vieni accusato di essere egoista ti torna alla mente quando tua madre ti rimproverava perché la facevi disperare coi tuoi atteggiamenti troppo vivaci. Rispetto a questo tipo di giudizi puoi riscrivere le regole di cosa è giusto e di cosa è sbagliato nel tuo comportamento, tenendo conto che, diversamente da quando eri bambino, oggi tu sei il “nuovo genitore di te stesso” e, pur in contatto con la realtà e con le necessarie regole di convivenza e rispetto degli altri, oggi sei tu adulto a decidere in autonomia cosa va bene e cosa non va bene nel tuo comportamento.

Inizia a fare questo esercizio, meglio per iscritto, e, se vuoi, fammi sapere l’effetto che ha su di te…

Giudicare vs responsabilizzare

Un po’ tutti siamo cresciuti a latte e giudizio… Siamo dunque, chi più chi meno, abituati ad apporre etichette sopra i comportamenti altrui e nostri. Siamo giudici degli altri e siamo spesso anche i peggiori giudici di noi stessi. Questo o quel comportamento è riprovevole, malvagio, meschino, cretino, deficiente, saccente, egoista, casinista, immorale, banale, cattivo, passivo, infantile, manipolativo. Chi più ne ha più ne dica… Le vie del giudizio come del senso di colpa e di vergogna sono infinite… Solo che spesso conducono ad esiti sterili dal punto di vista dei problemi da affrontare e dannosi sull’autostima di chi crede in quel giudizio e se ne lascia condizionare fino a provare le più svariate emozioni negative di tristezza, ansia, senso di colpa, vergogna, senso di inadeguatezza, rabbia, dolore, rifiuto, ecc.
Quando credi di aver sbagliato, invece che soffermarti eccessivamente sul giudizio di quel comportamento “sbagliato”… Inizia semplicemente quanto immediatamente ad agire per comprendere e correggere l’errore… Indugiare nel giudicare è solo spreco di energia…
Quando vedi comportamenti sbagliati degli altri (parenti, amici, collaboratori, estranei, ecc.), invece di mettere il dito nella piaga, scegli come agire in modo più utile: aiutare la persona a modificare l’errore, fregartene, accettare ciò che non dipende da te, compreso il fatto che gli altri non stanno al mondo per soddisfare le tue aspettative e per essere come tu le vuoi. Indugiare nel giudicare è solo spreco di energia…
Se, invece, hai proprio bisogno di indugiare nel giudizio, rivolto a te o ad altri, semplicemente ti suggerisco di prendere in considerazione l’idea di farti aiutare… a comprendere questo tuo bisogno…

Il giudizio è il padre di tutte le sofferenze

Siamo tutti di fronte al giudice, nessuno escluso. Tutti di fronte all’autorità che segna i confini di ciò che è giusto e sbagliato, buono e cattivo, adatto e non adatto. E ciascuno di noi, a seconda di situazioni e momenti, è fuori o dentro questi confini, adeguato o non adeguato rispetto a ciò che dovrebbe essere, fare, pensare, sentire.

Gran parte della sofferenza quotidiana per la maggior parte delle persone è legata alla paura del giudizio nelle sue infinite forme. Il giudizio è il padre di tutte le sofferenze.

Il giudizio è onnipresente nella nostra vita quotidiana. I giudici sono esterni ed interiori. A rimarcare i tuoi errori, il tuo non essere all’altezza, il tuo essere in fallo, il tuo essere difettoso, ecc.. Se pensi ai tuoi ruoli o ambiti di vita, come partner, come lavoratore, come genitore, come figlio, come atleta di uno sport, finanche come amico, abbastanza facilmente ti troverai in una di queste situazioni:

  • qualcosa che hai fatto e non avresti dovuto fare
  • qualcosa che non hai fatto e avresti dovuto fare
  • qualcosa che hai sbagliato
  • qualcosa che dovevi fare “di più”
  • qualcosa che dovevi fare “di meno”.

Sei sempre portatore di uno scarto tra come dovevano essere le cose e come sono e tu sei responsabile, anzi colpevole, di questa mancanza.

Se per certi versi questo scarto è normale in un ambiente sanamente competitivo, fosse anche la competizione con te stesso per migliorarti, oltre alla competizione con gli altri, per eccellere e ottenere risultati migliori, è anche vero che troppo spesso e malvolentieri finiamo in un vortice di spietatezza del giudizio e ferocia dei sentimenti negativi che proviamo: ansia, tristezza, rabbia, umiliazione, paura e ogni altro stato doloroso legato al nostro “non essere come dovremmo essere”.

C’est la vie. Senza scomodare filosofi e religiosi di ogni tipo, per certi versi la vita è competizione. Quello che manca è la giusta misura. E manca a livello interiore, prima che esteriore: non sappiamo fermarci di fronte al “sano e giusto giudizio” che ci aiuta a crescere finendo per sprofondare assediati dal giudizio diabolico che ci tiene al palo.

Come guarire da questa fonte inesauribile di sofferenza? Come puoi liberarti dall’assedio interiore prima che esteriore? Ecco qualche piccolo spunto di riflessione e azione.

Chi ti dice che “sei sbagliato”? Per quale motivo “sei sbagliato”? Quando hai imparato a giudicarti in questo modo? Chi ti ha insegnato? A cosa ti è servito? È utile oggi continuare ad essere così spietato con te stesso? Se sì, a cosa ti è utile? Se no, come puoi imparare ad essere più benevolo e rilassato rispetto al tuo comportamento?

Comincia a riflettere intorno a queste domande per trovare la strada della tua emancipazione dal giudizio severo e spietato che sei solito usare “contro” te stesso. Le risposte che troverai a queste domande ti forniranno indicazioni per cambiamenti che sono già alla tua portata e, al tempo stesso, ti faranno comprendere meglio perchè funzioni come funzioni e quali sono le tue resistenze o difficoltà a cambiare.

Venire a patti col giudice interiore

Molta parte della nostra sofferenza emotiva ha a che fare col giudizio, con la paura di essere giudicati, col sentirsi costantemente giudicati, col non sentirsi “mai a posto”. Hai la sensazione di rincorrere sempre qualcuno o qualcosa, cercando di… Ma non riuscendo mai a… Cercando di dimostrare di essere adeguato, capace, all’altezza… Ma sentendoti sempre “non abbastanza”.
Tutto questo, se una volta è stato uno scenario esterno, ripetuto in più episodi e scambi con persone importanti della propria crescita, ben presto è diventato un teatro interiore, sempre in scena, in ogni momento, in ogni movimento, in ogni gesto, in ogni pensiero. Per poi ridiventare esterno, proiezione del proprio autogiudizio severo sullo sguardo degli altri, percepiti continuamente minacciosi, pericolosi perché percepiti potenti in quanto in grado di affossare il proprio senso di autostima e veicolare la sensazione e l’idea di essere una persona “sbagliata”.
Nel tempo il giudice si è incarnato. È diventato corpo, sensazioni somatiche di tensione, dolore, pesantezza, malessere somatico generalizzato. E ha anche preso la forma di fantasie e pensieri persecutori, ad esempio sentirsi costantemente sotto tiro degli altri che “pensano di me” che sono “sbagliato”, “cattivo”, “strano”, “diverso”, ecc..

Il corpo malato esprime la psiche addolorata ed insieme urlano rabbia e dolore, paura e desiderio di riscatto.
Ognuno porta appresso questo fardello come meglio riesce, ognuno di noi cerca di conviverci se non riesce a liberarsene completamente. E fare un lavoro su se stessi di emancipazione e liberazione dalla paura del giudizio è un’impresa che dura tutta la vita…
La psicoterapia è uno strumento, tra gli altri, che consente di conoscere ed esplorare questa paura per imparare a venirci a patti…

L’arte del giudicare. Intervista all’artista

Giudicare è una forma d’arte che come tutte le arti nasce dall’interno. È l’espressione del mondo interiore di una persona che attraverso il suo giudizio tira fuori quello che ha dentro. Lo condivide a volte, altre volte il suo prodotto resta sospeso nell’aria o appeso chissà dove. Forse arriva alle altre persone. Forse no.

Il prodotto artistico può e deve essere preso per quello che è… e ciascuno ci fa quello che vuole… Lo vivi, te ne nutri, ci entri dentro, lo guardi da più prospettive… Un dipinto, una scultura, una costruzione, una poesia, una rappresentazione teatrale, come anche una canzone e un film non sono più dell’artista… Sono del fruitore che interagisce con l’opera d’arte, come crede, sente, riesce, vuole… A quel punto l’opera d’arte dice molto più del fruitore che dell’autore.
E poi c’è chi intervista l’artista… Per chiedergli l’ispirazione, il senso, l’origine o chissà che altro sulla sua opera. Chissà chi lo sa, forse nemmeno l’artista lo sa.
Allora, l’arte del giudicare nasce dal valore dell’artista che etichetta buono o cattivo qualcosa in relazione a cosa è bello o importante per l’artista stesso. Se gli chiedi il perché di quel giudizio l’artista ti può riferire esempi, circostanze, comportamenti specifici, fatti concreti per illuminare il senso del suo giudizio. Oppure no. Quel giudizio non è ancorato a nessun fatto reale. Resta veramente solo frutto della sua mente… Della sua fantastica fantasia. Fantastica!!! Che giudica i buoni e i cattivi per come sono vicini o lontani rispetto a come vorrebbe che fossero gli altri.

L’artista del giudizio vorrebbe il mondo proprio come lo vorrebbe. E spesso produce la sua arte quando resta deluso, ferito, disilluso perché il mondo esterno spesso se ne frega di quello interiore…

È per questo che siamo tutti un po’ artisti…