A cosa hai rinunciato

A cosa hai rinunciato per NON FAR PREOCCUPARE i tuoi genitori? Volevi giocare a pallone, ma ti potevi fare male … Volevi sdraiarti sull’erba, ma era troppo pericoloso… Volevi andare sull’altalena, ma mamma aveva paura …
A cosa hai rinunciato per NON FAR ARRABBIARE i tuoi genitori? Volevi fare a botte con tuo fratello, ma così eri cattivo… Volevi cantare a squarciagola, ma papà doveva riposare… Volevi salire sull’albero, ma papà ti guardava arrabbiato…
A cosa hai rinunciato per NON RENDERE TRISTI i tuoi genitori? Volevi andare dal tuo amichetto a giocare, ma poi mamma restava sola… Volevi fare il bagno con le macchinine, ma poi facevi un macello e mamma era triste… Volevi giocare con zio, ma poi papà era triste…

I genitori hanno il sano e necessario compito di mettere i giusti limiti ai figli, per aiutarli a crescere sapendo cosa è buono e cosa non lo è. E in ciascuna famiglia esistono criteri, più o meno condivisi da altre famiglie, su cosa è sano, buono e giusto e cosa è malato, proibito e sbagliato. Come spesso accade nelle relazioni e anche nella crescita, è una questione di giusta misura. In particolare, per i genitori comprendere cosa “proibire” e cosa “permettere”… Per un sano sviluppo della personalità dei figli, sostenendo l’espressione vitale delle loro inclinazioni naturali insieme ad un sano adattamento alla realtà.

Insomma, di fronte all’emergere dei tuoi desideri e moti spontanei di bambino, hai ricevuto messaggi, diretti o indiretti, di approvazione e disapprovazione… Così erano le reazioni dei tuoi genitori… Così ti è sembrato… Così li hai interpretati… Così li hai vissuti…
E quindi… Volevi… Ma hai “scelto” di rinunciare… Hai dovuto in parte rinunciare…
Il bambino piccolo non può vivere senza sentirsi amato, protetto, approvato e stimato dai suoi genitori. Il bambino piccolo non può crescere sano senza il loro sostegno emotivo e pratico, senza la loro guida e il loro orientamento.
A tal fine si auto-costringe nell’espressione di alcune parti di sé “se intuisce” che creano disagio, emozioni negative o tensione ai suoi.
Quel bambino, ripetendo più volte questa scelta di rinuncia, in modo più o meno automatico e consapevole, sarà diventato un adulto con degli steccati ben precisi e delineati di cosa sente possibile per lui e cosa non deve fare. Probabilmente avrà imparato ad agire sempre con attenzione viva a cosa “va bene e non va bene” per non suscitare certe reazioni emotive negli altri. Anche da adulto, sarà importante capire dove sta il confine tra una sana e necessaria auto-limitazione ai fini dell’adattamento e un’eccessiva repressione di parti vitali di sé. Anche perché se l’autocostrizione riguarda troppe parti vitali di sé prima o poi sorge una malattia psicologica o somatica e la persona deve cercare aiuto. Se e quando arriva in terapia, il lavoro è quello di cercare questa “giusta misura” in modo che la persona recuperi la possibilità di vivere in modo più spontaneo e libero, sempre in contatto con la realtà, ma anche e sempre più in contatto con tutte le parti vitali di sé troppo a lungo soffocate.

Crescere

Crescere significa “uscire di casa”. Non tanto o non primariamente dal punto di vista reale, fisico, effettivo, di abitare in una propria casa, da soli o con altri. Prima di tutto, uscire simbolicamente dalla casa dell’infanzia, dalla casa dei genitori.

Crescere significa “differenziarsi” dai propri genitori: riconoscersi come loro figlio, portatore dell’eredità familiare affettiva e psicologica (amore, protezione, sostegno, stima, vicinanza, insegnamenti, valori, guida, ecc.) e anche come differente, “individuo” con una propria unicità di valori, pensiero e comportamento.

Crescere significa “scegliere una vita propria”, costruire una “propria identità” più o meno vicina all’identità della famiglia; significa sapersela cavare nel mondo, portando avanti in modo autonomo la propria vita, le inclinazioni individuali, i progetti personali, in modo indipendente dall’approvazione di chi ci ha cresciuti.

Crescere significa “confrontarsi con i sensi di colpa” per essersi “allontanati” dai propri genitori, fisicamente e psicologicamente. Affrontare i sensi di colpa per averli “delusi” nella parte in cui non siamo come loro avrebbero voluto che fossimo. “Sono uguale a voi per certi versi e sono anche differente da voi”.

Quando muoiono i genitori “si smette di essere figli” e certamente cambiano certi equilibri, sia reali effettivi nei rapporti interpersonali, sia interni, come consapevolezza di sé e senso di progettualità. Ma anche no. Succede in alcuni casi che il figlio di genitori scomparsi vada alla ricerca o abbia già trovato qualche “figura genitoriale sostitutiva” che in qualche modo lo riporta ad un senso di dipendenza e scarsa autonomia, più o meno consapevole. Può essere il partner, può essere il lavoro, può essere un capo, può essere un gruppo di appartenenza, può essere un amico idealizzato; quello che non cambia è la difficoltà della persona ad essere “separato, differenziato, realmente autonomo” nella capacità di pensare e di scegliere.

Quando le persone non riescono ad attivare questo processo di sviluppo autonomo della propria identità, di un senso di sé “appartenente” e “differenziato” al tempo stesso, che si riconosce nelle radici familiari e che sa anche andare oltre la matrice delle proprie origini, allora cominciano a sorgere stati di sofferenza. Possono comparire sintomi fisici e psicologici o un malessere più o meno indefinito, un sentirsi inquieti ed irrequieti. La persona può manifestare problemi svariati in uno o più ambiti di vita; spesso ha difficoltà ad affrontare gli stress quotidiani, non riesce a risolvere problemi, non riesce a prendere decisioni. In questi momenti, in modo più o meno consapevole, si sente preda di un “conflitto tra appartenenza e individuazione”, tra strade note e nuove possibilità, tra fedeltà e senso di colpa, tra seguire gli orientamenti familiari e ascoltare la voce interna che la porta da altre parti. Se non riesce a superare questa fase di sofferenza e stallo, se non riesce a trovare nelle sue relazioni quotidiane le risorse giuste per comprendere e scegliere, probabilmente arriverà a chiedere un aiuto terapeutico.

La sofferenza mentale e fisica sarà la porta di accesso a questi dilemmi interni. Il lavoro di cura e crescita personale sarà orientato a trovare “la propria giusta misura e collocazione” tra destino e progetto, tra senso di appartenenza e prospettiva individuale.

Crescere non è semplicemente una questione anagrafica né semplicemente una questione abitativa o lavorativa. Probabilmente ciascuno di noi, in parte, anche da adulti “realizzati”, è alle prese con problemi irrisolti di separazione dalla casa dell’infanzia, di differenziazione dalla matrice familiare, di effettiva riuscita individuazione. Crescere riguarda le emozioni e la forza interiore profonda, il senso di sicurezza e competenza, il coraggio di scegliere nonostante la paura, la capacità di scegliere e sbagliare, la capacità di scegliere e deludere, la capacità di scegliere rischiando anche di restare soli.

“I genitori devono dare due cose ai figli: le radici e le ali” (proverbio del Quebec). Radici solide per affrontare le intemperie della vita e restare sufficientemente saldi. Ali leggere e potenti al tempo stesso per alzarsi in volo ed esplorare il mondo.

Darsi una regolata

Quando da bambino ti raccontavano storie e favole cosa ti coinvolgeva maggiormente? Quando oggi leggi o ascolti una fiaba cosa ti appassiona? Quando sei immerso in un racconto cosa ti coinvolge solitamente? Ti capita di leggere i miti antichi e quale lezione ne trai?
Fiabe, favole, leggende, miti di tutto il mondo, con sfaccettature e forme diverse, contengono INSEGNAMENTI su come affrontare la vita, le piccole grandi sfide del quotidiano, i mostri e i cattivi, la morte e la malattia, le ingiustizie e i fallimenti. Come cercare la gioia e la felicità, la realizzazione e il “successo”. E quasi sempre gli INSEGNANTI più importanti sono i genitori. E chi per loro: nonni e zii, fratelli e amici, maestri e vecchi saggi, vicini e lontani, chiunque nella vita possiamo incontrare a rappresentare figure “genitoriali” con la loro autorità e autorevolezza, con amore e fermezza, a volte eccessiva severità e durezza. Figure fondamentali e fondanti la nostra identità e il nostro sentimento di sicurezza, la nostra autostima e il nostro modo di vivere, figure imponenti pronte a dirci cosa è sano, buono e giusto, in cosa dobbiamo credere, cosa dobbiamo fare, cosa ci deve ispirare e cosa va evitato in quanto illecito, proibito, peccaminoso, sconveniente. Brutto, sporco e cattivo.
I nostri genitori ci dovrebbero, dunque, aiutare anche ad apprendere la capacità di FRONTEGGIARE in modo efficace problemi, difficoltà ed esperienze traumatiche, le esperienze di paura, dolore, solitudine, i sentimenti di frustrazione e delusione che la vita ci presenta in misura più o meno massiccia e più o meno quotidianamente. La capacità di CERCARE RASSICURAZIONI e CONFORTO chiedendo aiuto agli altri e la capacità di autorassicurarsi e autoconfortarsi da sé quando quell’aiuto esterno non fosse disponibile.
Purtroppo, nel dispiegarsi concreto di ogni specifica storia di sviluppo individuale, non sempre le cose sono andate come avrebbero dovuto andare. I genitori non sempre sono stati quei genitori “buoni” (amorevoli, solleciti, rassicuranti, presenti, sintonizzati con le emozioni e i bisogni del figlio, di sostegno e guida) che avrebbero dovuto essere per rispondere ai bisogni del figlio in crescita. Il bambino, “ferito”, con siffatto genitore, non ha potuto o ha avuto molta difficoltà a sviluppare un’adeguata capacità di REGOLAZIONE EMOTIVA e COMPORTAMENTALE necessaria ad affrontare le sfide della vita. Da piccolo e da adulto.
Per capacità di regolazione delle emozioni e dei comportamenti qui intendo una serie di aspetti: capacità di individuare ed esprimere in modo adeguato emozioni e bisogni; capacità di modulare l’intensità delle emozioni per renderle sostenibili e governabili; capacità di controllare i propri impulsi; capacità di sapersi destreggiare nelle varie situazioni di vita con consapevolezza e responsabilità; capacità di fronteggiare lo stress e i conflitti senza esaurire le proprie risorse fisiche e psichiche; capacità di interpretare in modo adeguato e utile la realtà e le interazioni interpersonali; capacità di riconoscere il proprio contributo a ciò che ci accade; capacità di cogliere e rispettare la posizione soggettiva dell’altra persona coi suoi pensieri, le sue emozioni e i suoi bisogni; capacità di realizzare i propri obiettivi; capacità di persistere nel tentare di realizzare i propri valori; capacità di stare ed accettare anche le evenienze della realtà che sono distanti dai propri desideri.
Tanto più questo deficit di AUTOREGOLAZIONE è enorme tanto maggiore è il rischio di sviluppare una forma di psicopatologia più o meno dolorosa, grave e limitante.
Questa capacità di autoregolazione emotiva e comportamentale è un indicatore di funzionamento mentale ed interpersonale, è una delle capacità fondamentali che può essere fattore protettivo e preventivo rispetto allo sviluppo di forme più o meno gravi di sofferenza psicopatologica. È una delle capacità fondamentali che può essere appresa e sviluppata in terapia, anche per chi parte da condizioni estremamente svantaggiose e carenti da questo punto di vista.

L’abuso e la cura

I disturbi della personalità e molti tra i più gravi sintomi psicologici e psicosomatici in generale sono l’espressione dell’adattamento che la persona ha trovato ad una storia di relazioni stressanti, spesso a partire da relazioni precoci traumatiche; la soluzione, anche se disfunzionale, per padroneggiare lo stress/ trauma emotivo e interpersonale; le strategie che la persona fin da bambino ha adottato per governare qualcosa di emotivamente troppo grande e potente da gestire per cercare di non esserne turbato profondamente.
La persona, bambina, è stata sopraffatta da situazioni più grandi di lei, imprevedibili, emotivamente soverchianti, perciò ingestibili per le risorse limitate di un bambino che a volte ha subito un vero abuso sessuale, spesso da persone vicine, altre volte ha subito un abuso sotto forma di violenza fisica, altre ancora ha dovuto confrontarsi con modalità di relazione e trascuratezza che possono ben definirsi come “abuso psicologico o emozionale”.
Queste diverse forme di abuso e di incapacità genitoriale di prendersi cura in modo adeguato del figlio (di proteggerlo, amarlo, guidarlo, sostenerlo, aiutarlo a costruire una sana autostima, ad avere fiducia negli altri e a trovare senso e valore alla vita) hanno lasciato ferite profonde difficili da rimarginare. In particolare, hanno ostacolato l’apprendimento da parte del bambino di sane capacità di auto-rassicurazione e auto-regolazione emotiva utili per affrontare momenti stressanti, frustranti e dolorosi che la vita ci presenta. Crescendo, quel bambino poi adolescente quindi adulto, avrà trovato altre soluzioni “patologiche” per lenire i suoi dolori, affrontare gli stress quotidiani e le delusioni affettive. Nei momenti di difficoltà, frustrazione e delusione, invece che accedere a sane risorse interne di autoconsolazione e autoconforto, invece di cercare adeguato supporto affettivo tra parenti e amici, tenderà ad utilizzare modalità distorte e francamente malate per far fronte a quelle emozioni dolorose, intense, sovrastanti. Se nessuno gli ha insegnato qualcosa di buono avrà probabilmente trovato qualche sistema per cavarsela in contatto col suo dolore, avrà trovato purtroppo comportamenti problematici e sintomatici come tentativi fallimentari per gestire il dolore, comportamenti disfunzionali tra i più disparati: dipendenze e compulsioni varie, comportamenti alimentari disturbati, atti autolesivi come modo per sentire dolore fisico al posto di quello emotivo oppure autolesionismo per sentire i confini del corpo, sessualità abnorme, comportamenti pericolosi e violenti, sintomi dissociativi, ecc.
Queste diverse forme patologiche in terapia forniscono un “canale di accesso” fondamentale per rivisitare, comprendere, elaborare e “risolvere” la storia traumatica della persona. Quello che la persona sperimenta oggi offre un “ponte” per curare le ferite antiche, per riprendere contatto col bambino solo, “abusato”, ferito, addolorato che ancora vive nell’adulto e che ha bisogno di essere “curato” come non è stato possibile al tempo. Nella relazione terapeutica accogliente e “riparativa”, il paziente può finalmente “chiudere i conti” col suo passato doloroso e riprendere la strada di uno sviluppo felice interrotto o forse mai iniziato…

Manuale “fai da te” del genitore efficace

Nessuno ha manuali che risolvono tutti i problemi né ricette miracolose e formule magiche; forse è vero che essere genitore è “il mestiere più difficile del mondo” e, probabilmente, è anche vero che è uno dei più entusiasmanti. Come in ogni esperienza umana, anche come genitori dobbiamo saper essere assolutamente seri e assolutamente capaci di ironia, leggerezza e semplicità, consapevoli che ogni storia individuale è unica, ogni rapporto genitori-figli è unico, ogni sistema familiare è unico.

Un figlio ha bisogno di genitori che gli forniscano CURA E PROTEZIONE, che:

  • soddisfino i suoi bisogni
  • lo aiutino a diventare progressivamente più sicuro e autonomo
  • a sentirsi amato e stimato
  • a sviluppare un adeguato rapporto con la realtà (tra possibilità e limiti)
  • a diventare capace di vivere e gioire, di stare da solo e di stare con gli altri
  • regolare in modo sano l’espressione delle sue emozioni e dei suoi pensieri
  • a diventare capace di controllare i suoi impulsi e i suoi comportamenti

Un figlio ha bisogno di genitori che gli offrano SOSTEGNO E GUIDA:

  • per diventare capace di agire al fine di realizzare i propri desideri e soddisfare i propri bisogni sempre in rapporto adeguato con la realtà, nel rispetto dell’ambiente, di sé e degli altri
  • per tollerare ed integrare delusioni e frustrazioni, perdite e rinunce, limiti e impotenza
  • per scoprire se stesso, inventare se stesso, costruirsi un’identità solida, stabile, sufficientemente sicura
  • per creare una propria felicità fatta di momenti ed esperienze in solitudine e di momenti ed esperienze in relazione con gli altri.

Ecco allora alcune regole o, meglio, alcuni spunti per la riflessione e l’azione consapevole e responsabile (sia che tuo figlio abbia tre anni sia che ne abbia diciassette e in qualsiasi altra età):

  • Invece di cercare indicazioni comportamentali (“regole per …” e “come si fa a …”), cerca di essere CONSAPEVOLE di chi sei e come funzioni, come persona prima che come genitore
  • Tanto più piccolo è il bambino, tanto più i genitori hanno il POTERE DI “CREARE LA MENTE DEL FIGLIO”: il suo sentimento di sicurezza, amabilità e autostima; le sue idee e rappresentazioni del mondo (chi sono io, chi sono gli altri, come funziona il mondo, come funzionano le relazioni); la sua capacità di esprimere in modo adeguato i suoi pensieri e le sue emozioni; la sua capacità di adottare comportamenti adeguati alle situazioni che vive per realizzare i suoi scopi e valori
  • Per avere uno “sguardo attento” a 360° e “sintonizzato emotivamente” su tuo figlio (attento ai suoi comportamenti, ai suoi stati d’animo, ai suoi bisogni, al suo crescere giorno per giorno) e per rispondere adeguatamente ai suoi movimenti evolutivi, devi GUARDARE PRIMA DI TUTTO TE STESSO, la tua storia di figlio, di bambino, di ragazzo, il tuo “bambino interiore” con le sue gioie e i suoi dolori, la sua forza e la sua vulnerabilità, i suoi limiti e le sue risorse
  • Spesso ci tradiamo con la ricerca del colpevole (“è stata colpa dei miei genitori se …”, “mi sento in colpa come genitore quando …”); è molto più utile, invece, ASSUMERTI LA RESPONSABILITÀ, OGGI, COME ADULTO, DI QUELLO CHE FAI COL TUO PASSATO di figlio e di come lo utilizzi per essere un genitore capace

Procedi con questa auto-esplorazione concreta e specifica per imparare ad essere un genitore consapevole e responsabile:

Scrivi tutto quello che ti viene in mente o che puoi sapere da altri per descrivere come sono stati, come genitori, i tuoi nonni …

Scrivi tutto quello che ti viene in mente per descrivere come sono stati, come figli, i tuoi genitori …

Scrivi tutto quello che ti viene in mente per descrivere che significava per i tuoi genitori essere «sano», «libero» «sereno, felice, educato, rispettoso, capace, efficiente, responsabile» …

Scrivi tutto quello che ti viene in mente per descrivere cosa significa per te oggi, come genitore, crescere un figlio sano, libero, sereno, felice, educato, rispettoso, capace, efficiente, responsabile e ogni altra qualità che sia per te importante …

Scrivi cosa scegli di conservare dei valori e dell’insegnamento dei tuoi genitori …

E cosa scegli di scartare perché non lo condividi …

Scrivi tutto quello che ti hanno trasmesso altre persone che sono stati e sono tuttora modelli di “buon genitore” …

Comincia ad applicare concretamente quello di cui sei consapevole ora …

Verifica l’effetto concreto nel rapporto con tuo figlio e procedi in base alla consapevolezza che acquisisci man mano che procedi tra “tentativi ed errori”…

Mettiti continuamente in discussione… Ogni errore ti avvicina ad essere proprio quel genitore che vuoi essere…

Quando le cose vanno bene … e quando vanno male

Quando è piccolo il bambino ha bisogno di genitori che si prendano cura di lui, che soddisfino i suoi bisogni, che lo aiutino a diventare progressivamente più sicuro e autonomo, a sentirsi amato e valorizzato, a sviluppare un adeguato rapporto con la realtà (tra possibilità e limiti), a diventare capace di vivere e gioire, di stare da solo e di stare con gli altri, a diventare capace di controllare i suoi impulsi, regolare in modo sano l’espressione delle sue emozioni e dei suoi pensieri, a diventare capace di agire per realizzare i propri desideri e soddisfare i propri bisogni, sempre in rapporto adeguato con la realtà, nel rispetto dell’ambiente, di sé e degli altri. In tal modo, il bambino crescendo impara a scoprire se stesso, a inventare se stesso, a costruirsi un’identità solida, stabile, sufficientemente sicura, fondata sugli insegnamenti familiari e sulle personali potenzialità e talenti unici e irripetibili. In tal modo diventa anche capace di creare una propria felicità fatta di momenti ed esperienze in solitudine e di momenti ed esperienze in relazione con gli altri.

Se le cose vanno male ovvero se il bambino ha la sfortuna di essere capitato con due genitori incapaci di svolgere in modo sano e adeguato la loro funzione genitoriale (adulta, consapevole, responsabile) allora gli esiti di tale processo possono essere alquanto distorti rispetto allo scenario positivo succitato in cui il bambino ha imparato a prendersi cura di sé in modo autonomo.

In particolare, uno dei compiti fondamentali dei genitori è quello di insegnare gradualmente al bambino ad integrare la frustrazione ovvero ad imparare che non sempre è possibile avere tutto ciò che si desidera o di cui si ha bisogno, non sempre, non tutto, non subito, a volte dovendo anche rinunciare alla soddisfazione di certi bisogni o desideri. Così è la vita. E questo ciascuno di noi dovrebbe averlo imparato in modo sano e progressivo fino al punto che, divenuti adulti, sappiamo cercare soddisfazione e realizzazione e sappiamo anche “stare” nella rinuncia, nella frustrazione, nella delusione e nella perdita rispetto a ciò che avevamo o avremmo voluto avere. “Stare” ovvero vivere le emozioni connesse di dolore, tristezza, rabbia, ecc. sapendo comunque trovare loro un senso evolutivo e non distruttivo. Così, il bambino crescendo sviluppa le sue strategie personali per governare livelli tollerabili di tale frustrazione.

Quando questo processo di integrare la frustrazione ovvero prendere dimestichezza con essa è avvenuto in modo aberrante, distorto, eccessivo, perché i genitori sono stati o eccessivamente o scarsamente qualche cosa (troppo severi o troppo indulgenti, troppo protettivi o troppo poco protettivi, troppo amorevoli o assolutamente freddi e anaffettivi, sempre presenti o mai di riferimento, ecc..) il bambino inizia ad avere seri problemi nel cavarsela nel mondo, finisce per sviluppare alcune strategie di pensiero e d’azione che lo aiutano ad adattarsi al mondo per come gli è capitato, ma molto probabilmente comincerà a sviluppare anche varie forme di malessere e una serie di comportamenti problematici. L’adulto che arriva a chiedere una psicoterapia porta dentro di sé quel bambino sofferente. L’aiuto terapeutico prevede sembra la cura di quella sofferenza antica.

Scenari relazionali primari e sofferenza adulta. Un nuovo inizio è possibile

La sofferenza emotiva, i comportamenti problematici, i sintomi psicologici e i malesseri psicosomatici hanno un senso; sono motivati da bisogni, scopi e desideri, più o meno consapevoli, per la persona e sorretti da credenze e convinzioni disfunzionali che li mantengono e che alimentano scambi dolorosi di natura interpersonale. Sono veri e propri circoli viziosi che finiscono per confermare le convinzioni negative e mantenere la condotta fonte di sofferenza come l’unica alternativa che il soggetto sembra avere per realizzare i suoi scopi e soddisfare i suoi bisogni.
Quando i bisogni fondamentali dell’essere umano non vengono soddisfatti o è presente un certo grado di distorsione o carenza nel processo di soddisfazione, allora possono risultare esiti alquanto differenti tra loro, anche se accomunati dallo sviluppo precoce e dal consolidamento successivo di condotte problematiche e sofferenza emotiva.

Quando il genitore non fornisce un adeguato accudimento il bambino non si sente amato e desiderato e potrà avere difficoltà a creare relazioni affettive.

Quando il genitore non fornisce un’adeguata protezione dai pericoli il bambino si spaventa e non si sente al sicuro, probabilmente svilupperà sentimenti di insicurezza e tenderà ad essere ansioso con un forte bisogno di controllo e con un deficit più o meno ampio nelle sue capacità di autonomia e di cavarsela nel mondo.

Quando il genitore fornisce una protezione a singhiozzo, in modo imprevedibile, il bambino proverà potenti sentimenti di instabilità e precarietà, non saprà mai come comportarsi e tenderà a mantenere una vicinanza ai genitori e agli altri in futuro come modalità per gestire l’imprevedibilità della presenza. Sarà ansioso, dipendente, adesivo, compiacente e mai sicuro di sé. Tenderà ad essere possessivo, a controllare gli altri per paura di perderli o di essere tradito e ingannato.

Quando il genitore è eccessivamente protettivo il bambino potrà sentirsi soffocato e tendere a sviluppare un’autonomia compulsiva di compensazione che in futuro gli renderà difficile riconoscere quando avrà bisogno di aiuto e non saprà chiederlo. Più frequentemente, invece, un genitore iperprotettivo genera un figlio insicuro, indeciso, dipendente, con bassa autostima e scarse abilità sociali. In alcuni casi, l’eccessiva e ingombrante, da sempre, presenza dei genitori nella gestione di ogni aspetto pratico ed emotivo dei figli, genera persone non in grado di riconoscersi con un’identità separata e distinta, persone che hanno enormi difficoltà a sentire e riconoscere i propri più intimi e personali desideri, difficoltà a prendere decisioni, ad essere “individui autonomi”.

Quando un genitore non ha uno sguardo attento sul figlio, non gli fornisce una giusta misura di attenzione, considerazione e affetto, quando non interagisce con il figlio in modo sintonizzato ed empatico, quando è un genitore malato e bisognoso, il bambino si sentirà non visto, non riconosciuto nella sua individualità, non apprezzato per le sue qualità uniche e irripetibili. Probabilmente svilupperà sentimenti di rifiuto e di non valere, di non essere degno di amore, affetto e stima, il terreno fertile per angosce che si porterà per tutta la vita è che delineeranno la sua sofferenza futura. Si sentirà “estremamente bisognoso” e percorrerà varie strade, quasi sempre disfunzionali e mai realmente appaganti, per colmare il suo vuoto d’affetto e considerazione. Altre volte, quel figlio, per ottenere un briciolo di amore e approvazione, “condizionati”, avrà imparato a prendersi cura del proprio genitore “accentratore e focalizzato su di sé” e da adulto tenderà a prendersi cura degli altri con atteggiamenti di compiacenza, sottomissione, abnegazione, estremo sacrificio.

Quando un genitore è violento, fino all’abuso fisico, il figlio crescerà senza alcuna fiducia in sé, negli altri, nel futuro, con profondi sentimenti di umiliazione, colpa e autosvalutazione, accanto ad una sospettosità e diffidenza generalizzate verso le persone e le situazioni.

Quando un genitore è eccessivamente critico, giudicante, pieno di rimproveri, spietatamente severo, pieno di richieste di prestazioni perfette (e quindi per definizione impossibili), continuamente pronto a mettere all’angolo il figlio per presunti errori e colpe, questo figlio crescerà pieno di insicurezze e con profondi sentimenti di umiliazione, colpa, vergogna, inadeguatezza, inferiorità. Diventerà a sua volta estremamente critico con se stesso e porterà addosso per tutta la vita la sensazione profonda di “essere sbagliato come persona”.

Quando un genitore è stato freddo, distaccato, assente fisicamente e/o emotivamente, affatto interessato ad essere genitore, poco incline alla comunicazione intima ed empatica, con se stesso prima che coi figli, addirittura anche poco incline a rapporti sociali fuori dalla famiglia, il bambino crescerà parimenti alienato da se stesso e dagli altri, con enormi difficoltà ad avere dimestichezza col proprio mondo interiore e conseguentemente anche con la realtà e con gli altri. Non saprà riconoscere i propri pensieri, bisogni e desideri e non riuscirà a governare in modo efficace i rapporti col mondo esterno, fino agli estremi dell’isolamento interpersonale e della chiusura in se stesso.

Quando un genitore è stato austero, inibito, rigidamente formale e compassato, totalmente concentrato sulla razionalità e l’efficienza e poco o nulla avvezzo al gioco e alla spontaneità, il figlio crescerà inibito e represso, controllato e contenuto oltre ogni ragionevole misura, incapace di esprimersi liberamente per paura di essere giudicato riprovevole e fuori controllo, incapace di esprimere il proprio talento e anche la propria fragilità, il tutto soffocato sull’altare di cosa deve essere “psicologicamente e socialmente corretto, giusto, adeguato”.

Quando un genitore è stato troppo permissivo concedendo al figlio ogni possibile gratificazione ed esentandolo quindi da ogni frustrazione ed ostacolo sano e naturale, il figlio cresciuto sarà abituato ad avere “tutto e subito” ed avrà molta difficoltà a stare nelle regole del vivere sociale, avrà molta difficoltà a darsi delle regole di espressione di sé e dei propri impulsi, tenderà a manipolare gli altri con pretese ed inganni, incapace di riconoscere l’individualita altrui (bisogni, desideri, punto di vista). Incapace di assumersi la responsabilità adulta di cercare di ottenere ciò che si desidera e anche di accettare una quota di frustrazione, delusione, impotenza, limite.

Quando…

Quando…

In terapia, si ritorna a quel lì-e-allora da cui ha cominciato a svilupparsi la personalità. Si entra in contatto con quelle ferite dolorose, tuttora vive e lancinanti, per curarle. Senza indugiare in una colpevolizzazione dei genitori, che resterebbe sterile e poco utile nella realtà concreta (i genitori sono stati a loro volta bambini feriti, potrebbero non avere alcuna capacità o forza per mettersi in discussione, potrebbero essere addirittura morti o assenti e comunque il cambiamento profondo ed efficace avviene all’interno di sé), la persona viene aiutata ad elaborare un nuovo senso delle cose, per “concedersi un nuovo inizio”, la possibilità di vivere veramente nell’amore incondizionato, nell’assenza di giudizio, nella libera espressione di sé, nello sviluppo delle proprie potenzialità. Sempre all’interno di un adeguato esame di realtà che prevede di assumersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni, la persona forse per la prima volta, impara a prendersi cura di sé, a rispettare e valorizzare se stessa, le proprie inclinazioni naturali e autentiche, la propria essenza nucleare, che permetterà anche un incontro con l’altro e con la vita più libero, vitale, creativo.