La matassa. Dal presente al passato verso il futuro

Le persone che arrivano in terapia chiedono aiuto per risolvere qualche problema attuale. Un problema esistenziale o relazionale legato al momento di vita, una sofferenza emotiva legata alle vicissitudini quotidiane, sintomi e malesseri del corpo e della mente …

All’inizio la maggior parte delle persone non sa di preciso dove andrà a parare. È ovvio che l’obiettivo è stare meglio, eliminare problemi e sviluppare capacità di risolverli, ridurre la sofferenza e prevenirne in futuro.

A volte, bastano poche mosse strategiche e la persona riesce a trovare soluzioni ai suoi malesseri. Con poche sedute o qualche dialogo mirato, la persona riesce a trovare risorse e alternative di pensiero e comportamento per cambiare quello che c’è da cambiare nei suoi atteggiamenti, nelle sue abitudini, nelle sue azioni, nelle sue modalità di affrontare i problemi quotidiani … e i problemi in poco tempo smettono di essere tali. A volte, basta cambiare tono o atteggiamento col capo o col partner, essere meno aggressivi e meno colpevolizzanti, fare richieste più chiare e precise e la soluzione arriva; a volte, per mettere a posto le relazioni, basta usare una comunicazione più efficace e consapevole o apprendere l’abilità di esprimere nel giusto modo le emozioni e i pensieri. A volte si tratta di acquisire nuove abilità o di usare quelle già possedute ma non utilizzate per migliorare notevolmente la propria efficacia e soddisfazione, a casa o al lavoro, col partner o con i figli.

A volte non funziona in modo così immediato né è indolore. Un campanello d’allarme che è utile ascoltare è quando di fronte ad una certa situazione, “apparentemente neutra o innocua”, alla quale molti rispondono in modo “tranquillo”, “pacato”, “sereno”, “sufficientemente razionale e ragionevole”… la persona si blocca o va su tutte le furie o si ritira nel silenzio o comincia a sbraitare come un ossessionato o si ritrova ad avere un qualche altro tipo di reazione “scomposta”, diversa da quella degli altri, da quella che gli altri si aspetterebbero e che la persona stessa probabilmente si aspetterebbe da sé… Cosa sta succedendo?

Bisogna cominciare a sbrogliare la matassa.

Gradualmente la matassa si dipana e dal capo iniziale, un sintomo ansioso o un umore depresso, un malessere somatico o un problema relazionale, un’“uscita dai gangheri”, la persona si addentra progressivamente nei meandri della sua storia personale, per capire cosa genera al momento questa reazione “eccessiva” nei modi e nel grado di sofferenza che suscita alla persona, fino a ricontattare il sé che è stato nelle diverse fasi della propria vita, fino a raggiungere il bambino addolorato, ferito da un mancato accudimento, da genitori inadeguati o trascuranti o violenti, da esperienze drammatiche a cui non è riuscito a dare senso, da dolori mai accolti, da emozioni troppo spesso represse, da pensieri mai condivisi o mai ascoltati, da comportamenti sempre troppo dolorosi e disturbanti.

La psicoterapia diventa la ricostruzione di una storia di vita al servizio del futuro. La persona può far tesoro della sua stessa esperienza di vita, senza giudizio o colpevolizzazione, per imparare ad abbandonare comportamenti negativi e a sviluppare nuovi modi di pensare e agire, nuove modalità per affrontare i problemi e i diversi ambiti di vita, per liberarsi da vecchi automatismi del passato, per disinnescare il solito ripetersi di comportamenti distruttivi e per ampliare il ventaglio delle possibilità a propria disposizione: nuove azioni per nuovi orizzonti di vita.

La persona non solo diventa consapevole di come funziona, di come tende a pensare, sentire, agire e reagire; impara anche a prevenire il ripetersi dello stesso scenario che da sempre tormenta e genera situazioni difficili. In particolare, la persona impara a “spezzare vecchie catene associative” per cui uno stimolo attuale scatena automaticamente una reazione appresa tanto tempo fa e consolidata da anni di ripetizione inconsapevole e involontaria. La nuova consapevolezza raggiunta permette di confrontarsi con la possibilità, anzi con la necessità, di attivare una risposta differente di fronte al solito stimolo attivante. In questo modo si inizia a costruire una nuova immagine di sé maggiormente positiva, capace, forte e in grado di governare la propria vita in maniera consapevole e basata su bisogni, desideri e valori autentici. Una vita meno inquinata dal ritorno del passato e più orientata dal richiamo del futuro: cosa voglio realizzare, cosa per me è importante, cosa vorrei fosse presente nella mia vita, come vorrei essere come persona tra 3, 5, 10, 20 anni.

Doloroso vs Traumatico

Spesso mi capita che i pazienti mi chiedano rassicurazioni rispetto a certi eventi dolorosi. Mi chiedono che impatto può avere o aver avuto un’esperienza dolorosa del passato su ciò che accade al presente, sulla crescita della persona nel tempo e sugli effetti nel comportamento attuale. In particolare, molte persone, anche genitori, in crisi col loro partner e in un momento di forte conflittualità agita, piena di liti e discussioni che potrebbero addirittura portare alla rottura e alla separazione, tra i tanti aspetti da considerare, mi chiedono un confronto rispetto a quali effetti potrebbe avere sui figli l’eventuale separazione. Ovviamente bisogna distinguere da caso a caso in base a numerosissime variabili, tanto per dirne qualcuna: qual è la storia della coppia e della famiglia, quanti anni ha il bambino o i bambini, che forma prende la conflittualità, quali discussioni, come avvengono, ecc.

Nella diversità di ogni situazione per cui non esistono ricette universalmente valide per ogni problema, un aspetto che sicuramente è sempre da considerare è la distinzione tra esperienza dolorosa ed esperienza traumatica. Ad esempio, ai genitori mi ritrovo a dire che come genitori non possiamo evitare completamente che i nostri figli vivano esperienze emotive negative di paura, tristezza, rabbia, vergogna, senso di colpa o altro, quello che noi possiamo fare, anzi dobbiamo fare, è di fornire ai nostri figli le condizioni migliori possibili per elaborare quelle emozioni e le esperienze che le generano senza trasformarle in esperienze traumatiche. Essenzialmente, UN’ESPERIENZA DOLOROSA DIVENTA TRAUMATICA SE ALLA PERSONA NON È OFFERTA LA POSSIBILITÀ DI ELABORARE QUELLA ESPERIENZA, di darle un senso, di collocarla entro una cornice di significati, di utilizzarla per imparare da quell’esperienza. TRAUMATICO è ciò che sopraffà le capacità di gestione emotiva e mentale della persona. Un bambino deve essere aiutato dai genitori a dare senso ad ogni esperienza. Che non significa non vivere le emozioni negative, ma significa “poterle attraversare senza sentirsi distrutto”. Che non significa raccontare che il fango è cioccolato, ma poter affrontare il fango, sporcarsi e avere la possibilità di pulirsi.

La psicoterapia favorisce proprio questo lavoro interno di “elaborazione”: riconoscere le emozioni e i pensieri, dare loro un senso, integrarli nella cornice più ampia della propria esperienza quotidiana e della personale traiettoria di vita.

Oltre gli automatismi. La terapia EMDR per curare i traumi

Quando siamo piccoli, in base alle esperienze vissute, ci facciamo un’idea del mondo e di noi stessi, un’idea degli altri, di come funzionano le cose e i rapporti interpersonali. Sia che abbiamo vissuto esperienze drammatiche e traumatiche sia che apparteniamo ad una famiglia sufficientemente serena e tranquilla, la nostra esperienza delle origini ha “installato” in noi credenze e convinzioni che nel tempo si sono radicate e consolidate fino a creare una rete di informazioni o una “memoria storica” dentro il nostro cervello che “guida l’esperienza attuale in modo quasi completamente automatico”. Le situazioni e le persone che attualmente ci troviamo ad incontrare sono da noi vissute in base a quegli schemi formatisi nell’infanzia che “DAL PASSATO” continuano ad agire “AL PRESENTE” condizionando il modo in cui pensiamo, agiamo e reagiamo emotivamente.

Questi modi automatici di reagire sono in una certa misura “utili” perché ci permettono di vivere il mondo in modo prevedibile e controllabile, ci consentono di gestire situazioni nuove in base alla conoscenza e all’esperienza pregresse di come vanno le cose, di come governare certi rapporti, di come affrontare certe situazioni.

In altri casi, la previsione che ci fornisce lo schema è “controproducente”: soprattutto in quei casi in cui lo schema si è originato da esperienze molto intense dal punto di vista emotivo, fortemente stressanti e perfino “traumatiche” cioè che hanno sovrastato la nostra capacità di farvi fronte, lasciandoci in balia di angosce e pensieri da noi non elaborabili, da paure e dolori a cui non siamo riusciti a dare senso e conforto.

La psicoterapia aiuta la persona a potenziare il valore e l’utilità degli schemi e a DISINNESCARE LA RIPETIZIONE AUTOMATICA DISFUNZIONALE. In particolare, l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un modello terapeutico che permette di lavorare sui ricordi traumatici. Sia sui cosiddetti Traumi con la T maiuscola che sui traumi con la t minuscola.

T: Lutti, Malattie gravi, Disastri naturali (terremoto, tsunami), Attentati terroristici, Eventi scioccanti (crollo ponte di Genova), Abuso sessuale infantile, Stupro, Violenza episodica estrema, Incidente grave, Guerra, ecc.

t: Attaccamento infantile problematico, Sviluppo distorto, Relazioni interpersonali traumatiche, infantili e adulte, ecc.

“SINGOLI TRAUMI”, dall’impatto emotivo devastante, vissuti in età infantile o anche adulta ed “ESPERIENZE RELAZIONALI TRAUMATICHE” con ripetute occasioni di “abuso fisico ed emozionale” (mancato accudimento, trascuratezza, violenza, sopraffazione, negligenza, abbandono, rifiuto, ecc.) vanno a costruire nella mente della persona una “MEMORIA TRAUMATICA” pronta a riattivarsi in ogni occasione che scatena quell’inferno originario, vissuto e interiorizzato.

Questa memoria traumatica contiene immagini, pensieri, credenze, convinzioni, emozioni, sensazioni che sono rimaste in qualche modo “congelate” al momento del “fatto originario” o dell’esperienza relazionale traumatica ripetuta.

Il ricordo “non elaborato” è stato immagazzinato nel cervello con le stesse emozioni, sensazioni fisiche e convinzioni vissute in origine e condiziona “dal passato” quello che accade “nel presente”, portando la persona a reagire “automaticamente” o “inconsapevolmente” alle situazioni attuali “qui e ora” come ha imparato a reagire “lì e allora”.

Ad esempio, la situazione “traumatica” vissuta a 5 anni quando sono entrati i ladri in casa (paura, dolore, angoscia, terrore, sensazione di impotenza e di vulnerabilità, congelamento fisico, immagini di pericolo e di morte, convinzioni di non farcela, di non cavarsela, ecc.) può rappresentare “oggi” l’origine della tua sensibilità alle situazioni anche solo lontanamente fonte di pericolo e di minaccia.

Altro esempio: se “da bambina” hai avuto genitori poco attenti a quello che ti succedeva o poco propensi ad intervenire in tuo aiuto, soprattutto quando provavi spavento, dolore e tristezza, genitori che ti hanno “lasciata sola” senza rassicurarti e confortarti, probabilmente “da adulta” vivrai le relazioni interpersonali e affettive attraverso quell’antica sensibilità interiorizzata da bambina; potrai, ad esempio, aver “deciso allora” che è meglio non legarsi a nessuno oppure che è meglio legarsi stretti e avvinghiarsi a riccio oppure credere che tanto siamo soli e rimarremo sempre soli … Queste ed altre credenze, più o meno consapevoli, condizionano il modo in cui vivi le tue relazioni attuali, quando vanno bene e quando vanno male.

Ancora: se sei stato vittima di un terremoto che ti ha lasciato scioccato, che ti ha portato via persone care e sicurezze materiali, lasciato in preda ad un cosiddetto “stress post-traumatico”, probabilmente dentro di te si sarà installata una sensibilità a “rivivere” il trauma in molteplici situazioni della vita quotidiana anche solo lievemente stressanti.

La psicoterapia aiuta la persona a “DISINNESCARE L’AUTOMATISMO” tra memoria traumatica e funzionamento attuale, fino a portarla a costruirsi “un senso di sé positivo”:

  • adeguato, capace, degno di amore e stima
  • sicuro, capace di prendersi cura di sé, di rassicurarsi di fronte alle paure, di lenire i dolori e confortarsi
  • forte, capace di affrontare il mondo, di prevedere e governare gli eventi della vita quotidiana

 

Per saperne di più sulla psicoterapia basata sull’EMDR puoi consultarmi o consultare intanto alcuni libri fruibili anche ai non addetti ai lavori:

  • Lasciare il passato nel passato. Francine Shapiro (ideatrice della metodologia)
  • Traumi psicologici, ferite dell’anima. Isabel Fernandez
  • EMDR Revolution. Tal Croitoru

La coppia delusa e deludente

Nota in che modo, in che senso e in che grado il tuo partner è frustrante e deludente per te … E che cosa ci vuoi fare…

Che cosa ci vuoi fare? Che cosa ci vuoi fare!

Nota in che modo, in che senso e in che grado tu sei deludente per il tuo partner … E che cosa ci vuoi fare… e che cosa ci fa il partner…

Anche se attraverso i percorsi più svariati, legati alle diverse personalità individuali e alle diverse storie di vita, prima o poi, in terapia (come nella vita) la coppia deve confrontarsi con queste domande. La questione non è marginale o periferica né può essere scansata o accantonata come eventualità; è una certezza, a mio modo di vedere e per chi ci crede: una certa quota di frustrazione e delusione appartiene ad ogni rapporto interpersonale e ciascuno di noi, nella coppia sentimentale come in altre relazioni, “deve” imparare a “governare” questo “scarto” tra come sono le cose e come vorrebbe che fossero. Tra come sono le persone e come vorrebbe che fossero. Tra come è il partner e come vorrebbe che fosse. Tra come è stato il partner un tempo e come è attualmente il partner. Ricordando sempre, ed è fondamentale, che noi, a nostra volta, siamo “partner” di qualcun altro e quindi in qualche modo, senso e grado siamo fonte di frustrazione e delusione per l’altro.

Cosa ci vuoi fare? Cosa ci vuoi fare!

Come ho esposto più volte in questo blog se è vero (ed è vero se ci credi) che “la coppia è l’incontro tra due adulti e due bambini feriti” allora diventa fondamentale avere la saggezza, la sensibilità, la forza e il coraggio di saper distinguere, rispetto all’incontro dei due partner, anche e soprattutto nello scontro conflittuale, ciò che appartiene ai due bambini addolorati e ciò che appartiene ai due adulti che cercano di trovare la felicità attraverso l’esperienza di coppia.

Se il nostro vissuto, il nostro comportamento e il nostro modo di incontrare l’altro (il partner) sono governati dal “bambino ferito dentro di noi” (bambino addolorato, solo, rifiutato, abbandonato, colpevolizzato, arrabbiato, spaventato, confuso, deluso, frustrato) resteremo o rischiamo di restare “incastrati” sempre nella modalità “pretesa”, veicolando al partner un messaggio, esplicito o implicito, del tipo: “tu devi essere la compensazione dei vuoti e delle frustrazioni della mia vita. Tu devi essere quello di cui io ho bisogno”. Di fatto venendosi a configurare come una “modalità narcisistica di eliminare psicologicamente l’altro” che non viene riconosciuto né rispettato nella sua unicità di persona con i suoi bisogni, sentimenti, pensieri e valori, con la sua storia personale, i suoi drammi e le sue ferite. Un altro “reale” più o meno distante dall’altro “ideale” di cui il partner ha bisogno. L’esito è nefasto, per quanto non definibile a priori perché dipende anche dalla reazione soggettiva del partner, dal suo vissuto, dalla sua storia e dalla sua personalità.

In psicoterapia, la persona o la coppia viene aiutata a “riconoscere, accettare e integrare” la suddetta distinzione fondamentale: il bambino ferito viene riconosciuto, accolto, legittimato e curato nel suo dolore; l’adulto viene aiutato a “disinquinare la relazione adulta dalla proiezione infantile” per poter vivere la relazione reale di coppia in modo consapevole (invece che vittima di bisogni irrisolti e proiezioni dell’infanzia), responsabile (accettando e integrando una quota di frustrazione e delusione o chiudendo la relazione), maturo (assumendosi il carico delle conseguenze di ogni possibile scelta di unione o separazione) e rispettoso della propria ed altrui dignità.

Cosa ci vuoi fare? Cosa ci vuoi fare!

C’era una volta e c’è ora…

C’era una volta, in un luogo, “lì e allora”, quando “scegliesti” il tuo modo di stare al mondo. Molto presto, vivendo dove hai vissuto e con chi hai vissuto, hai capito qual era il modo migliore per essere “sufficientemente” felice, sereno, soddisfatto, gioioso. Sufficientemente.

È così per ciascuno di noi. Tutti abbiamo incontrato condizioni di vita, materiali e affettive, intorno alle quali ci siamo organizzati “al meglio” per sopravvivere e per ottenere il “minimo indispensabile” di amore e stima, di affetto e approvazione, di vicinanza e protezione, di coraggio e possibilità. Il minimo indispensabile per cavarcela nel mondo, per avere la possibilità di crearci la nostra vita. Per non morire. Per non impazzire. I più sfortunati (veramente) hanno “trovato” la “follia” come la scelta migliore a loro disposizione per sopravvivere… La migliore possibile a loro disposizione per potersi giocare le carte della vita.

Se è vero e ci credi che nella vita, a volte, QUELLO CHE CREDIAMO IMPOSSIBILE DIVENTA POSSIBILE

Se è vero e ci credi che È IMPOSSIBILE NON SCEGLIERE… È impossibile non agire… È impossibile non decidere…

Allora è vero, se ci credi, che anche tu (ciascuno di noi) puoi RI-DECIDERE.

In ogni ambito della tua vita… a lavoro e in famiglia, col partner e con gli amici, coi figli e coi genitori, nel tuo tempo di svago e in ogni impegno e progetto che puoi portare avanti.

NON SEI ONNIPOTENTE… NÉ SEI COMPLETAMENTE IMPOTENTE…

Puoi scegliere di stare fermo e puoi scegliere di muoverti …

Puoi scegliere di crogiolarti nell’impotenza e nel vittimismo e puoi scegliere di darti un’altra chance …

Puoi scegliere di pagare un prezzo oppure un altro…

Puoi scegliere di spingere su certi desideri e rinunciare ad altri …

Puoi mettere in primo piano certi bisogni e altri sullo sfondo…

Puoi farti guidare dal coraggio come dalla paura…

Consapevole che esistono LIMITI veramente impossibili che dobbiamo accettare…

Consapevole che esistono anche POSSIBILITÀ che possiamo (dobbiamo?) cavalcare…

Se è vero, se ci credi, che la tua vita è il risultato di una serie numerosissima di scelte, alcune scelte fonte di felicità, altre generatrici di sofferenza…

Allora puoi continuare a fare le scelte migliori e puoi, soprattutto, cambiare quelle che non funzionano. Che hanno funzionato e ora non funzionano più.

Quello che fai è quello che scegli ed è proprio quello che vuoi, più o meno consapevolmente.

Puoi e devi essere consapevole di cosa sta guidando la tua vita… di quali desideri, di quali bisogni, di quali scopi, di quali valori stanno orientando le tue scelte… azione dopo azione…

E puoi ri-decidere…

C’ERA UNA VOLTA E C’È ORA!!!

Questa è la cornice fondamentale della psicoterapia…

Impossibile e possibile

In terapia, come nella vita, la persona impara a collocarsi tra ciò che è IMPOSSIBILE e deve ACCETTARE e ciò che sembra IMPOSSIBILE e può trasformare, invece, in POSSIBILE … Un’altra versione della preghiera della serenità… Cosa puoi e non puoi fare… Su cosa devi focalizzare le tue energie e cosa devi lasciar perdere, lasciare andare, lasciare che sia quello che è nonostante sia diverso come noi lo vorremmo …

È IMPOSSIBILE NON SCEGLIERE. È impossibile non agire. È impossibile non decidere. Restare fermi è una scelta.
È POSSIBILE essere consapevoli di quali desideri, bisogni, scopi e valori noi stiamo perseguendo attraverso le nostre scelte. Non fare niente è un agire. Quello che fai è quello che scegli ed è proprio quello che vuoi, più o meno consapevolmente. Nel conflitto sempre presente tra diverse parti interne, che vogliono cose diverse, la scelta è orientata da una di queste parti che governa l’azione. Almeno fino a quando altre parti di sé prendono il sopravvento, la guida e la direzione del proprio comportamento.

È IMPOSSIBILE NON COMUNICARE. Anche il silenzio esprime una serie di significati coglibili dagli attori della relazione in base all’ambito in cui si svolge lo scambio. C’è un silenzio innamorato e uno imbarazzato. C’è un silenzio di attesa e uno aggressivo. C’è il silenzio di chi non ha nulla da dire e quello di chi non vuole usare parole. In realtà, ogni comportamento ha una funzione comunicativa all’interno della relazione in cui avviene. L’urlo di un bambino, ad esempio, può essere di gioia, paura, dolore o altro ancora. Tante parole esprimono tanti pensieri, ma a volte no. Per tanti sentimenti a volte non c’è bisogno di parole.
Allora è POSSIBILE renderci consapevoli di cosa stiamo comunicando, di cosa vogliamo trasmettere, di come lo stiamo facendo, di quanto ci sentiamo ascoltati e compresi piuttosto che fraintesi. E, ovviamente, è possibile decodificare ciò che arriva dall’altro, il suo messaggio, la nostra interpretazione, il significato che ha per noi quello che l’altro dice e non dice, fa e non fa.

È IMPOSSIBILE NON AVERE PENSIERI. Pensare è l’attività più tipicamente umana, l’attività di riflessione e autoconsapevolezza che tanto ha contribuito alla nostra evoluzione come specie anche se tante volte purtroppo ci crea problemi. Come quando ci allontana dal “sentire”. Come quando tenta di risolvere problemi e invece li complica. Come quando inventa armi e strumenti di autodistruzione.
È POSSIBILE conoscere in che modo i nostri pensieri guidano le nostre azioni, generano le nostre emozioni, orientano le nostre relazioni.

È IMPOSSIBILE NON INTERPRETARE. Il nostro pensare genera rappresentazioni della realtà e interpretazioni che guidano il nostro modo di percepire ciò che accade e il nostro modo di reagire agli eventi.
È POSSIBILE essere consapevoli che la nostra lettura della realtà è solo la nostra, proprio la nostra, una delle innumerevoli possibili. E diventa fondamentale riconoscere, conoscere e rispettare le letture degli altri.

È IMPOSSIBILE NON GIUDICARE. Dato che è impossibile non avere valori ovvero scelte o preferenze su cosa è importante nella vita, allora dal valore discende il giudizio ovvero è buono e giusto ciò che realizza il mio valore, è cattivo e sbagliato ciò che è diverso dal mio valore. Per farla semplice, anche se semplice non è, se ho il valore dell’onestà “giudico” cattivo o sbagliato “rubare”… Al tempo stesso, il “conflitto di valori” può rendere ragione del “valore Robin Hood” … (ne parleremo in un altro post).
È POSSIBILE essere consapevole dei propri valori, dei propri giudizi e dell’uso che se ne fa. Oltre il giudizio sull’altro “diverso da noi” o da come lo vorremmo, è importante rendersi conto dei bisogni, dei desideri e dei valori che ha l’altro.

È IMPOSSIBILE NON PROVARE EMOZIONI. Le emozioni sono i segnali del nostro rapporto con il mondo e con noi stessi. Proviamo emozioni positive e negative se le cose vanno “bene” o “male”. Le emozioni ci segnalano i bisogni soddisfatti e quelli non soddisfatti. È POSSIBILE essere consapevoli del messaggio delle emozioni e di come ci possono aiutare a realizzare i nostri scopi.
È impossibile non provare dolore. PUOI lenire il tuo dolore e attraversarlo senza farti distruggere.
È impossibile non provare paura. PUOI cercare protezione dal pericolo.
È impossibile non provare tristezza. PUOI cercare conforto e consolazione.
È impossibile non provare rabbia. PUOI proteggerti da chi ti invade, puoi dribblare chi ti vuole manipolare, puoi mettere a posto le cose ingiuste.
È impossibile non provare senso di colpa e senso di inadeguatezza. PUOI smettere di dar retta ai giudizi degli altri quando sono gratuiti ed eccessivi per te, puoi mettere a tacere il tuo giudice interiore quando è troppo severo fino a diventare persecutorio.

È IMPOSSIBILE NON VIVERE CONFLITTI. Il conflitto è insito nei rapporti interpersonali in quanto ciascuno di noi è portatore di una propria rappresentazione della realtà ovvero di valori, scopi, bisogni, desideri, modi di pensare, di vivere, di essere che necessariamente incontrano “l’altro diverso da sé” con la sua personale prospettiva. Del resto, il conflitto è sempre presente anche dentro ciascuno di noi, “abitati” da diverse parti e “volontà” che desiderano diverse cose, esprimendo anche valori contrastanti, desideri inconciliabili, bisogni sovrapposti, ecc. È POSSIBILE diventare consapevoli dell’ineliminabilità del conflitto, intrapsichico e interpersonale, e della necessità di governarlo in direzione di una “convivenza” la più soddisfacente possibile tra le parti in gioco…

È IMPOSSIBILE NON PROVARE FRUSTRAZIONE. Non sempre, infatti, riusciamo a soddisfare i nostri bisogni e desideri. È POSSIBILE, comunque, trovare molteplici strade sane per avvicinarci progressivamente alla vita che vogliamo, anche se non è proprio quella ideale.

È IMPOSSIBILE NON RESTARE DELUSI. Spesso le persone fanno cose che sono molto lontane da come noi vorremmo facessero. È POSSIBILE creare, mantenere e consolidare buone relazioni, in ogni ambito di vita, anche se gli altri non sono proprio come noi li vorremmo.

È IMPOSSIBILE NON INCONTRARE LO STRESS. Lo stress è la nostra reazione soggettiva, fisiologica, psichica e comportamentale alle “richieste” che ci presenta la vita. Ogni ambito di vita (famiglia, lavoro, amici, coppia, figli, ecc.) ci chiede compiti e doveri, qualcosa che “dobbiamo” fare. Quando queste richieste diventano eccessive per noi, fuori dalla nostra portata, impossibili da esaudire, entriamo gradualmente in uno stato di “esaurimento” fisico ed emotivo che ci porta a sviluppare sintomi somatici e psicologici di varia natura e forma. È POSSIBILE allora imparare a governare gli stimoli stressanti, a prevenire l’accumulo di richieste, a sviluppare le risorse giuste per rispondere allo stress, ad esempio imparare a dire no.

È IMPOSSIBILE NON SENTIRSI FERITI. Prima o poi qualcosa che accade nel “qui e ora” della nostra vita quotidiana ci riaccende qualcosa di “antico”, qualche stato d’animo doloroso, legato ad esperienze infantili o giovanili di cui possiamo avere memoria, più o meno nitida o sfocata, ma che, comunque, ci si riaccende dentro in modo vivo, fino a farci sentire feriti, umiliati, offesi, “abusati emotivamente” e “traumatizzati” come fummo allora in quel tempo che fu e che ancora ci fa male dentro. È POSSIBILE, tuttavia, riconoscere la nostra ferita, diventare consapevoli dei nostri traumi, renderci conto del dramma personale che ci portiamo dentro, e prendercene cura. Curare la ferita. Sciogliere il trauma. Vivere il dramma con distacco e accettazione compassionevole…

Quali altri esempi incontri nella tua vita quotidiana tra impossibile e possibile?

E nel passato in quali situazioni ti sei trovato che erano proprio impossibili?

E quali, invece, ti hanno offerto possibilità in precedenza inaspettate e insperate?

Oltre l’immagine di sé negativa

La sofferenza che le persone presentano può rivelarsi attraverso diversi sintomi e manifestazioni problematiche: ansia, depressione, dipendenze, ossessioni, fobie, compulsioni, comportamento violento, difficoltà interpersonali, problemi sul lavoro, problemi sessuali, evitamenti massicci, solitudine subita, ecc.
Molta parte della sofferenza emotiva che portano i pazienti è legata ad un’immagine di sé negativa. Non tanto un’immagine pubblica, esterna, ciò che gli altri vedono e giudicano come negativa. Piuttosto un’immagine interiore che la persona ha di sé, un’immagine definita da aggettivi qualificativi negativi che il paziente usa per definire se stesso, in diversi possibili modi come: cattivo, inadeguato, difettoso, vulnerabile, impotente, incapace, fragile, indegno, non amabile, privo di valore, ecc.
L’elemento comune sempre presente, più o meno disturbante e rilevante nella determinazione della sofferenza, è questa immagine di sé attraverso cui la persona “crede di essere” in un certo modo negativo. E si sente conseguentemente in quel modo, provando svariate emozioni negative.
L’obiettivo della terapia, oltre al sollievo dai sintomi e al recupero di un comportamento adeguato ai contesti di vita della persona, in casa e al lavoro, da solo e in compagnia, è sempre anche quello di portare il paziente a mettere in discussione, a rivisitare questa immagine interiore di un sé negativo, ad interiorizzare una nuova positiva immagine di sé. Proprio a partire dalla consapevolezza che è solo un’immagine. È solo una credenza. È solo qualcosa che da piccolo ha cominciato a credere di sé, e che può restare una credenza “attiva fino a quando continua a crederci”, ad alimentarla, a crederla vera, a crederla l’unica verità possibile, a crederla l’unica verità su di sé.
Il paziente viene aiutato a consapevolizzare come questa immagine interna o credenza su se stesso colori ogni azione, ogni pensiero, ogni emozione. A rendersi conto di come crei una vera e propria gabbia entro la quale il paziente è bloccato, per come ha iniziato ad auto-imprigionarsi da piccolo attraverso quello che ha imparato a credere di sé a seguito delle esperienze precoci vissute e di come i genitori lo hanno accompagnato (probabilmente mal accompagnato) a dare senso alle esperienze che viveva e a leggerle come espressioni del suo essere una persona negativa, non degna di amore né di stima, priva di valore e per ciò anche non amabile e non amato.
Il percorso terapeutico, anche attraverso una progressiva rielaborazione dei ricordi traumatici, è un progressivo aprire questa gabbia, superando vincoli e creando possibilità, oltrepassando vecchi modi di pensare e di penare, sentire e affliggersi, agire e reagire; scoprendo e valorizzando nuove parti di sé, parti positive, parti sane, parti creative, intuitive, per metterle a disposizione di nuovi comportamenti e di un nuovo adattamento all’ambiente di vita.

Nuntereggae più

Immagina di mettere nel palmo della tua mano, completamente aperta, tutte le tue frustrazioni e delusioni quotidiane. E anche quelle di una vita intera. Lo stress al lavoro, le incomprensioni nella coppia, le difficoltà coi figli, quelle coi genitori. Grandi “errori” e “ferite” ancora sanguinanti di cui porti le cicatrici, mai veramente chiuse. “Fallimenti” e “lutti” che ti hanno segnato e tuttora tornano ad angosciarti. Momenti di svolta della tua vita di cui ti restano “rimorsi” e “rimpianti” per come è andata… per le scelte che hai fatto, per quelle non fatte. “Paure”, “sensi di colpa” e “vergogna” che ti hanno bloccato.

Immagina di mettere nel palmo della tua mano ogni sofferenza, più o meno grande, che, attuale, recente o remota, ancora senti viva e dolorosa dentro di te … Sii consapevole di ciò che senti… anche se è proprio doloroso… cerca di mantenere il contatto vivido con questa tua esperienza emotiva… qui e ora… mentre l’hai messa nella tua mano …

Ora… Stringi il pugno più che puoi e tieni stretto fino a quando ce la fai… Stringi… Trattieni… Stringi ancora… Aggrappati coi pensieri e con le emozioni tossiche a quello che è stato e che tuttora è vivida sofferenza per te…. Stringi sempre più… Quanto più puoi …

E poi lascia andare…

Lascia andare il pugno e datti il permesso di rilassarti…

Lascia andare il dolore e datti il permesso di svuotarti …

Lascia andare i pensieri disturbanti consapevole che tu non sei i tuoi pensieri …

Lascia andare le emozioni distruttive e accedi al tuo bisogno…

Non reggere ancora quello che puoi lasciare andare…

Abbandona per sempre quello che tieni e che hai tenuto da una vita e che ti ha fatto ammalare…

Lascialo andare …

Sposta la tua attenzione su ciò che ha valore per te …

Brucia la tua energia per le attività che generano la tua qualità di vita …

Dedica la tua intelligenza a ciò che per te è importante …

Impiega il tuo tempo a fare ciò che veramente determina il tuo benessere …

Metti la tua creatività a disposizione della tua vita da sogno, come la vuoi, come la immagini, come la puoi concretamente realizzare …

Fatti guidare dalla saggezza maturata negli anni, nelle tue esperienze di gioia e di dolore …

Link per la felicità

I tuoi pensieri sono solo i tuoi pensieri. I tuoi pensieri non sono te e tu non sei i tuoi pensieri. I tuoi pensieri non sono la realtà e la realtà non è i tuoi pensieri. Fino a prova contraria… Ovvero a meno che tu non lo voglia… a meno che tu non lo scelga… a meno che tu non lo scelga continuando a sceglierlo come hai sempre fatto… come hai iniziato a fare da piccolo, “quando hai deciso che quei pensieri dovessero essere la tua realtà“. Che certi specifici pensieri dovessero essere la tua unica realtà possibile. Ad esempio, da piccolo potresti aver “deciso” che per sentirti a posto, per sentirti sicuro, per sentirti amato, per sentirti apprezzato dagli altri (e da te stesso) dovessi “essere perfetto”. Il pensiero, più o meno articolato e consapevole, è stato “per essere e sentirmi amato e stimato devo essere perfetto”. “Solo ed esclusivamente perfetto”. Con qualche variante del tipo “se e solo quando sono perfetto allora mi sento sicuro, amato, apprezzato, ok, in gamba, a posto …“.

Questo “pensiero” “anticamente da te scelto” come “guida” della tua vita, della tua realtà, del tuo comportamento, del tuo modo di essere e di stare al mondo e con gli altri, nel tempo si è così “radicato” dentro di te e “automatizzato” che hai imparato a crederlo la tua realtà, la tua unica realtà possibile. E ancora oggi credi sia l’unico pensiero possibile per guidarti nel tuo stare al mondo e nel dare senso alle cose che ti accadono. Devi essere perfetto altrimenti ti senti in angoscia, ti senti una nullità, fino a non sentirti esistere. O perfetto o niente. O sei perfetto o non sei. “Hai imparato nel tempo a crearti questa gabbia, l’unico modo possibile per vivere”. E questo è solo un esempio. Altre gabbie funzionano allo stesso modo. “Devo accontentare tutti”. “Non devo deludere mai”. “Devo essere sempre forte”. “Non devo mai mostrarmi debole”. “Devo fare tutto e subito”. “Devo sforzarmi più che posso e ancora di più”. Ti viene in mente altro?

Nota quando e quanto “la tua vita è guidata rigidamente da questi pensieri” o simili…

Nota quanto la tua realtà si basa su questi principi guida…

Nota come “sia tu a scegliere questi pensieri”… A continuare a scegliere sempre gli stessi pensieri… A continuare a scegliere come hai sempre fatto fin da piccolo… A continuare a scegliere da cosa farti guidare nelle piccole e grandi azioni quotidiane…

“E comincia a scegliere diversamente…” … verificando l’effetto che fa…

Nota il link tra ciò che pensi … Ciò che fai… E cosa provi…

Nota il link tra pensieri, azioni ed emozioni quando “continui a seguire le regole che hai sempre seguito” … Esempio: “devo essere perfetto, mi sforzo ad essere perfetto in ogni cosa che faccio, non sono mai soddisfatto, eppure continuo a sforzarmi, prima o poi raggiungerò la perfezione, anche se non ho mai conosciuto questa esperienza… E resto sempre con emozioni di frustrazione, delusione, rabbia, tristezza, angoscia, vergogna, disgusto, senso di colpa e d’inadeguatezza”. Altro esempio: “se non faccio ciò che piace agli altri, anche se non piace a me, rischio di restare solo, ho bisogno di persone che mi vogliano bene, quindi devo fare ciò che mi rende ben accetto agli altri, anche se non è proprio ciò che mi piace…”.

Nota il link tra pensieri, azioni ed emozioni quando “scegli di agire seguendo regole diverse da quelle che hai sempre seguito” … Esempio: “posso impegnarmi al meglio di me e, contemporaneamente, accettare quando sbaglio, considerare l’errore una fase dell’apprendimento e della crescita, cercare di migliorarmi e, al contempo, essere soddisfatto di quanto ho fatto e raggiunto, vivendo emozioni quali gioia, pienezza, realizzazione, senso di appagamento, autostima, rilassamento, senso di sicurezza in me stesso, eccitamento e fiducia nella crescita e nel miglioramento …”.

Nota il link … e senti l’effetto che fa …

La casa della tua infanzia

Spesso suggerisco ai miei pazienti questo esercizio esplorativo attraverso “l’immaginazione guidata” che solitamente finisce con… Il ritrovamento di un tesoro. È liberamente ispirato ad un esercizio del libro Nati per vincere (James, Jongeward, San Paolo, 2015). Come tutti gli esercizi esplorativi, ha una traccia di partenza, ma poi si costruisce in progress in base alle suggestioni emergenti … Può essere portato avanti nell’immaginazione e può anche essere fatto per iscritto …

In una posizione comoda… preferibilmente ad occhi chiusi … col minimo disturbo possibile… con l’attenzione rivolta al respiro…

Ricorda la casa della tua infanzia… Per quello che puoi ricordare… Per quello che affiora spontaneamente… Può essere una o anche più di una che sono state particolarmente significative per te…

Accedi ad essa attraverso i cinque sensi… Quali immagini emergono… Quali suoni si riaffacciano dalla casa della tua infanzia… E che odori… Che sapori o gusti speciali… Quali altre sensazioni fisiche… Corporee… Viscerali…

Accedi ad essa attraverso le tue emozioni… Per cosa provi nostalgia… Per cosa provi disgusto… Per cosa provi amore… Per cosa provi odio… Cosa suscita la tua rabbia… E cosa fa emergere la tua tristezza se ci ripensi e se la ricordi… C’era qualcosa che ti spaventava? Nota quali altre emozioni provi se ti ritrovi a ricordare la casa della tua infanzia…

Nota quali persone erano presenti allora e/o sono presenti ora alla tua attenzione … E tu che rapporto intrattieni con ciascuna di queste persone …

Osserva i loro visi, i gesti, gli atteggiamenti, i vestiti …

Nota cosa stanno facendo queste persone … E come interagiscono con te …

Che tipo di recita si sta rappresentando … Se è una commedia … o una farsa … o una tragedia … O altro …

Quali parti vengono recitate … Cosa prevede il copione …

Chi sono le “vittime” … I “salvatori” … I “persecutori” … I buoni… I cattivi… Chi comanda e chi ubbidisce… Chi è al centro e chi è più nascosto… Chi ride e chi piange…

Prendi coscienza di quali sono le tue parti nell’intreccio …

Ciascuno di noi ha un vissuto della propria casa dell’infanzia… E per ciascuno di noi ogni persona “dovrebbe” averne uno simile… In realtà non è così…

La casa dell’infanzia ce la portiamo dentro per come l’abbiamo vissuta e oggi come da sempre “preforma” e condiziona tanto del nostro rapporto con le cose e le persone …

Alla luce della consapevolezza maturata attraverso questo accesso alla casa della tua infanzia … Nota quali pensieri, emozioni e bisogni emergono in te … E in che modo puoi farne ispirazione per agire concretamente ora nella tua vita …