Tecnica di autoconsapevolezza per il cambiamento  

Per conoscere la propria ferita (bisogni insoddisfatti e comportamenti disfunzionali) ed imparare nuovi, sani comportamenti funzionali alla soddisfazione dei propri bisogni.

Quando ti trovi in una situazione difficile o stressante (potrebbe essere una situazione nuova o una che tende a ripetersi frequentemente e che ti ritrovi a vivere abitualmente), comincia ad esplorare il tuo mondo interiore ed interpersonale attraverso queste domande (meglio se riesci ad annotare su un quadernino delle risposte scritte, specifiche e dettagliate):

  • In questo preciso istante cosa sto provando? Quali sensazioni fisiche in una o più parti del corpo sto sentendo? Quali stati d’animo ed emozioni sto vivendo?
  • Quale evento, situazione o pensiero ha generato questo mio stato d’animo?
  • “Chi” ha fatto o detto “cosa”?
  • Ed io cosa sto facendo?
  • Di cosa ho “paura” in questa situazione? Cosa temo possa accadere?
  • Quello che sto vivendo “in questo momento” mi riporta a qualcosa di “antico”? A qualcosa che conosco perché già l’ho vissuto una o più volte, nel passato recente o anche nell’infanzia lontana?
  • Che “nome” posso dare a questo “filo conduttore” tra presente e passato (ferita, copione, schema, abitudine)? Quali frasi posso usare per esprimere il senso di queste vicende (“io sono sfortunato”, “la vita fa schifo”, “gli altri ti tradiscono”,”è meglio non fidarsi”, “non devo esprimere ciò che sento”, “solo i forti vanno avanti e io non ce la faccio”, “meglio una piccola cosa sicura che rischiare di perdere tutto”)?
  • A quali “verità” sto credendo in questo momento (credenze, convinzioni, interpretazioni “se …allora…”)?
  • Quando e perché ho cominciato a pensare in questo modo?
  • Tenendo conto che “oggi non sono il bambino di tanto tempo fa”, in che altro modo posso interpretare questa situazione? Quali altri significati posso dare a ciò che sta accadendo?
  • Quali esperienze specifiche e fatti concreti sostengono questa mia nuova prospettiva e valutazione della realtà?
  • Cosa “tenderei a fare” in questo momento se seguissi i miei soliti modi di pensare? Come agirei se agissi al mio solito modo? E cosa succederebbe? Mi ritroverei nel solito scenario, a vivere stati d’animo negativi?
  • Come posso, invece, agire, seguendo le mie nuove possibili interpretazioni della realtà? E cosa succederà? Quali bisogni riuscirò a soddisfare?

Questa traccia può essere usata per comprendere diverse situazioni difficili o ripetitive della nostra vita, ma anche per tornare più e più volte sulla stessa situazione per comprenderla sempre meglio, per capire i nessi tra mondo interiore (ciò che provo, penso, voglio, faccio) e ciò che succede nella realtà esterna, per trovare il senso di quello che succede oggi in relazione alla nostra ferita antica, per imparare progressivamente nuove possibilità di azione e “soluzione” dei problemi.

La lettera che non hai mai scritto

La lettera che non ti ho mai scritto dice “quanto ti voglio bene”

La lettera che non ti ho mai scritto contiene tutto il mio dolore

La lettera che non ti ho mai scritto chiede “perché? Dimmi cosa è successo, perché per me è proprio troppo comprendere…”

La lettera che non ti ho mai scritto mi appesantisce il cuore da una vita

La lettera che non ti ho mai scritto dice “quanto sono arrabbiato per quello che hai fatto, quanto ti odio”

La lettera che non ti ho mai scritto è piena delle mie lacrime di dolore

La lettera che non ti ho mai scritto dice “che colpa avevo io?”

La lettera che non ti ho mai scritto dice “non è giusto”

La lettera che non ti ho mai scritto dice “voglio abbracciarti”

La lettera che non ti ho mai scritto dice “quanto mi manchi”

La lettera che non ti ho mai scritto dice “ho bisogno di te”

La lettera che non ti ho mai scritto …

La lettera che non ti ho mai scritto chiede “forse meritavo tutto ciò?”

La lettera che non ti ho mai scritto urla “no! Non meritavo quello che è successo!”

La lettera che non ti ho mai scritto ti ricorda che ero solo un bambino…

La lettera che non ti ho mai scritto vorrebbe dirti grazie comunque…

La lettera che non ti ho mai scritto dice “ti voglio uccidere”

La lettera che non ti ho mai scritto prova compassione per te…

La lettera che non ti ho mai scritto è piena di compassione per me…

La lettera che non ti ho mai scritto …

La lettera che non ti ho mai scritto … perché eri un bambino ferito anche tu, prima di me …

La lettera che non ti ho mai scritto … chissà, forse, il perdono… dice “mi dispiace”

La lettera che non ti ho mai scritto … è andata così…

Con alcune persone, in un certo momento della terapia, quando hanno fatto già una parte di lavoro di cura della ferita, è utile guardare questa lettera… un po’ scritta, un po’ vuota… Ognuno ha la sua… Anche più di una riferita a più di una persona…

La lettera che non ti ho mai scritto …

3 modi distorti per affrontare la ferita e 3 strategie efficaci per curarla

La crescita personale richiede di “avvicinare” invece che evitare il dolore, la paura, la vulnerabilità personale. Ciascuno coi suoi tempi e modi, ciascuno con le sue resistenze, ciascuno con la personale paura della paura e la paura del contatto col dolore, ciascuno con la sua personale ostinazione a cercare di rendere il mondo proprio come lo vorrebbe, ciascuno nella necessità di confrontarsi realisticamente con frustrazione, delusione, impotenza.

Il mondo è come è e non come tu lo desideri.

Gli altri sono come sono e non come tu li desideri.

Da qui una nota ricetta della felicità o serenità prevede, piuttosto o prima di imparare a desiderare ciò che non hai, di imparare ad amare ciò che hai …

Confrontarsi con il proprio mondo interiore (ferita, dolore, paura, angoscia, vuoto, solitudine) può spaventare nell’immeditato eppure abbiamo continue dimostrazioni che sul lungo periodo è garanzia di evoluzione personale.

I “tentativi fallimentari” di affrontare il dolore che finiscono paradossalmente per alimentarlo sono:
• cercare di “padroneggiare” il dolore attraverso la ricerca inconsapevole delle stesse situazioni e persone originariamente traumatiche: inconsciamente attratti da qualcosa che conosciamo bene finiamo per trovarlo e alimentarlo
• cercare di “evitare” il dolore, di negarlo, di reprimerlo completamente, non riuscendo di fatto ad allontanarlo: il dolore è un’esperienza che va attraversata per lasciarsela alle spalle
• assumere “atteggiamenti opposti” a quelli originariamente traumatizzanti, ma che finiscono per essere comunque fonte di dolore, angoscia, frustrazione, rabbia, impotenza

Ecco, invece, “tre atteggiamenti fondamentali” e tre passaggi psicoterapeutici per “curare la ferita avvicinandosi e attraversando il proprio dolore”:

1. Contatto: riconoscimento del dolore, consapevolezza dei processi e dei meccanismi interni e interpersonali che hanno generato la ferita dolorosa e che la mantengono, per arrivare a fare un’esperienza correttiva e riparativa dal punto di vista emotivo; per sperimentare direttamente sulla propria pelle, dentro al proprio corpo, nel cuore e nella pancia, che ciò che è successo allora non succede necessariamente anche oggi e che anche laddove dovesse succedere di nuovo, “oggi avrò le capacità mentali, emotive e comportamentali per affrontarlo senza esserne sovrastato e danneggiato emotivamente”.
2. Accettazione: della perdita, della mancanza, del vuoto, di “quello che avrei voluto e non è stato”; imparare a interiorizzare “è andata così…”
3. Diventare “Nuovi Genitori di Se stessi”: se non siamo colpevoli di ciò che ci è successo siamo responsabili di cosa facciamo oggi, di come curiamo i nostri dolori, di come governiamo le nostre relazioni, di quali scelte di vita compiamo giorno per giorno per essere felici, per creare la vita che vogliamo.

La psicoterapia aiuta a superare le paure e i dolori originari che quotidianamente continuano a ripresentarsi e permette di recuperare ciò che abbiamo sepolto in antichità, quello che in potenza potevamo essere e che è stato difficile esprimere e realizzare. Oggi possiamo ripartire da lì.
L’adulto autonomo, consapevole, responsabile prende in braccio quel bambino e se ne prende cura, lo prende per mano e lo porta in giro per il mondo.

Oltre le miserie … Verso le meraviglie…

Quando cambiamo?

Cambiamo quando “smettiamo di credere ad una sola verità”. Quando sviluppiamo alternative rispetto a come abbiamo sempre pensato ed agito. Quando mettiamo in discussione la fonte della verità genitoriale che abbiamo “creduto l’unica verità possibile” da bambini e che nel tempo abbiamo affinato fino a farla diventare nostra. Sappiamo che questa verità da bambini era l’unica a nostra disposizione, sappiamo che ci ha garantito la sopravvivenza perché ci ha permesso di adattarci all’ambiente in cui vivevamo, ma sappiamo anche, per dolorosa esperienza diretta, che nel tempo questa verità è diventata stretta, angusta, fonte di sofferenza emotiva e mal-adattiva nei rapporti interpersonali.

Cambiamo quando “sappiamo essere empatici col bambino vulnerabile che siamo stati“, quando riusciamo a comprendere il senso delle sue scelte antiche e il valore adattivo di quello che ha cominciato a fare fin da piccolo; quel bambino, ad esempio, ha imparato a non esprimere la rabbia perché temeva che il papà lo picchiasse per punirlo. Oggi è un adulto “esperto nel non esprimere la rabbia“, anche quando questa sarebbe una buona soluzione ai problemi che si trova ad affrontare. Oppure quel bambino ha imparato a trattenere il dolore perché temeva che la mamma non riuscisse a consolarlo e si ammalasse per colpa sua. Oggi è un adulto “esperto nel trattenere ogni manifestazione di dolore e fragilità“, anche se a volte chiedere aiuto può essere il primo atto di forza. O ancora quel bambino può aver intelligentemente capito che era meglio non mostrarsi vulnerabili altrimenti i genitori lo avrebbero criticato e non amato. Oggi è un adulto che “non riesce nemmeno a riconoscere la propria debolezza e tende a nasconderla dietro una o più corazze di forza e imperturbabilità”, anche quando sarebbe opportuno affidarsi all’altro ed entrare in un contatto intimo e autentico. Quel bambino ha creduto che le sue soluzioni fossero le uniche a sua disposizione per ottenere il massimo possibile di soddisfazione dei suoi bisogni primari (amore, cura, protezione, calore, stima, ecc.) e per affrontare le situazioni difficili che ha vissuto.

Ma cambiamo anche quando “riusciamo a riconoscere che ieri era ieri e oggi è un altro giorno”; e che ciò che un tempo è stato funzionale oggi è distruttivo. Quando riusciamo a comprendere che il nostro modo di pensare e agire, coerente e sensato rispetto alla nostra storia di vita, oggi può e deve essere cambiato per evitare di affrontare situazioni nuove con soluzioni antiche.

Oggi è il primo giorno del resto della nostra vita e possiamo imparare a pensare e agire come non abbiamo mai fatto (perché allora abbiamo imparato ad averne paura)… Possiamo imparare a legittimare ed esprimere la nostra rabbia e il nostro disappunto… Possiamo imparare a mostrarci deboli e a chiedere aiuto … Possiamo imparare a piangere di dolore e a ridere come scemi, fregandocene del giudizio degli altri …

Oggi può essere veramente il primo giorno di una nostra nuova vita più “consapevolmente”, “liberamente” e “responsabilmente” scelta.

Ma quando guarisco?

Questa è una domanda frequente che mi fanno i pazienti, soprattutto quelli che, attraverso la psicoterapia e altri percorsi di crescita personale, hanno lavorato molto su di sé e, “pur avendo migliorato notevolmente la qualità della loro vita”, continuano a confrontarsi con la loro ferita primaria, col dolore antico di sentirsi non amati, rifiutati, abbandonati, non visti, non riconosciuti, non apprezzati, ma anche giudicati, rimproverati, invasi, “abusati” emotivamente se non fisicamente.

La persona ha lavorato tanto sulla sua ferita.

Eppure ogni tanto il dolore ritorna, la ferita riappare, vecchi schemi e situazioni sembrano ripresentarsi identiche a se stesse. Per cui la persona si chiede: ma quando finirà tutto questo? Quando guarisce la ferita? Quando guarirò?

La persona, allora, si risponde in modo utile quando “impara veramente a valorizzare i suddetti cambiamenti che ha realizzato” a livello di: comportamenti più efficaci e sani; pensieri più chiari e lucidi; emozioni più regolate e meno distruttive; relazioni più appaganti; maggiore capacità di fare scelte in modo consapevole, centrato e responsabile. In definitiva, “la ferita è qualche cosa che ritorna, a volte ritorna, anche se sempre meno frequentemente, sempre meno invadente, sempre più agevole da governare” per la persona che è cresciuta e conosce meglio se stessa e i propri meccanismi interni e interpersonali. Di fatto, la ferità è qualcosa che ci appartiene, è la nostra sensibilità personale, è la nostra reattività che ci caratterizza, ce la portiamo con noi da sempre, da quando da piccoli abbiamo imparato a stare al mondo. In qualche modo, è la nostra identità, un pezzo importante del nostro senso di identità, di chi siamo e sentiamo di essere. È difficile rinunciarci definitivamente. Sarebbe come privarci di un pezzo del nostro corpo. Di fatto, è parte integrante del nostro modo di essere; abbandonarla completante, in modo controintuitivo, potrebbe destabilizzarci, farci smarrire, farci sentire persi. Se non sono più quello che sono sempre stato chi sono allora? Sarebbe uno stravolgimento troppo estremo della visione di sé, della vita, del mondo, degli altri. Un nostro bisogno fondamentale sappiamo essere quello di controllo, prevedibilità e coerenza interiore.

Il cambiamento terapeutico e di sviluppo personale, allora, si sostanzia nella:

  • riduzione della sofferenza legata alla ferita
  • riduzione della frequenza e dell’intensità con cui si riattiva la ferita
  • capacità di padroneggiare in modo più efficace le emozioni connesse al dolore antico
  • capacità di “riconoscersi identici a se stessi pur avendo fatto tanti cambiamenti”.

Tentativi di soluzione che aggravano il dolore della ferita interiore

Fin da bambini adottiamo diverse strategie per affrontare gli eventi dolorosi e le esperienze traumatiche, per padroneggiare quelle situazioni che altrimenti ci sovrasterebbero con un carico emozionale troppo gravoso da portare. Il rischio sarebbe impazzire o perdere il controllo, dissociarsi psichicamente o disintegrarsi emotivamente, fino a perdere contatto con la realtà.

Ciascuna persona ha trovato le sue strategie, una o più di una, che nel tempo si sono consolidate, trasformate, integrate tra loro fino a creare quello stile unico personale attraverso cui affrontiamo il ripresentarsi di dolore, angoscia, paura, sensi di colpa, sensi di fallimento, autosvalutazione, senso di vuoto e di frammentazione.

Dall’origine ai giorni nostri, queste strategie, tipiche di ogni persona, sono diventate progressivamente inconsapevoli ed agiscono oggi in maniera pressoché automatica e difficile da individuare per la persona che semplicemente si comporta come ha imparato a fare negli anni.

Una modalità tipica è quella di “cercare lo stesso tipo di persone che in passato sono state traumatizzanti” e rivivere in queste relazioni adulte gli stessi pensieri, le stesse emozioni, gli stessi comportamenti delle origini. È come se “inconsciamente cercassimo, non riuscendoci di fatto, di padroneggiare ciò che in passato ci ha ferito”, ci ha sovrastato col suo carico di angoscia e dolore. Chi si è sentito rifiutato da “genitori sprezzanti” e abbandonato da “genitori disattenti” tende a cercare persone che alla fine lo rifiuteranno e lo abbandoneranno. Chi ha patito “l’invadenza dei propri genitori”, molto probabilmente si lascerà invadere e soffocare nelle relazioni adulte, non risultando capace di farsi rispettare e di mettere limiti alle pretese e pressioni altrui. Chi è stato continuamente oggetto di “critiche severe e rimproveri spietati”, tenderà a mettersi in situazioni e ruoli in cui verrà facilmente rimproverato, criticato, giudicato negativamente e proverà, più o meno, gli stessi sentimenti dolorosi di vergogna e sensi di colpa vissuti in origine. Chi, fin da bambino, ha imparato ad essere “estremamente esigente con se stesso per sentirsi amato e apprezzato” dai genitori, da adulto tenderà nuovamente a cimentarsi in missioni impossibili e prestazioni perfezionistiche, personali e nelle relazioni, che purtroppo lo lasceranno quasi sempre con un senso di insoddisfazione e inadeguatezza personale. Chi ha imparato precocemente ad adattarsi agli altri con “atteggiamenti compiacenti di sottomissione”, quasi sempre, da adulto, si troverà coinvolto in relazioni simili in cui tenderà a reprimere l’espressione autentica dei propri pensieri e delle proprie emozioni. Alcune persone, invece, fin da bambini hanno impostato la loro vita “sull’autosacrificio”, sul mettere i propri bisogni e desideri in secondo piano rispetto a quelli degli altri e così tendono a fare per tutta la vita. Altri non sanno far altro che “cercare persone da cui dipendere in modo adesivo”, non riescono a stare da soli, devono sempre avere una relazione affettiva sentimentale in corso oppure devono avere sempre qualcuno a cui fare riferimento anche per le più piccole decisioni. Infine, un certo tipo di individui tende a intrattenere relazioni, affettive o di lavoro, in amicizia e in famiglia, “fondate sul sospetto, sulla diffidenza”, sulla paura di essere fregati; quindi stanno con gli altri sempre in un atteggiamento di circospezione e attenzione allarmata, in attesa dell’altro che potrebbe ingannarli o tradirli, evenienza che purtroppo molto spesso si verifica, provocata dall’atteggiamento rigido e molto spesso aggressivo della persona.

Altre persone, all’opposto, sempre in modo inconsapevole, “tentano di tutto per evitare di rivivere le situazioni emotive e relazionali che le hanno fatte soffrire in passato”. Cercano di padroneggiare il dolore della ferita antica attraverso la negazione e l’evitamento. Chi fa uso di “droghe e alcol” per dimenticare e non sentire. Chi “mangia in modo scomposto” (troppo, troppo poco, disordinato, “avvelenato”) come tentativo di autoregolazione del dolore. Chi tenta, attraverso “l’ordine e la pulizia maniacali”, di coprire e ordinare il caos interiore. Chi si offusca la coscienza attraverso le “nuove dipendenze” che allontanano dal contatto intimo con se stessi e con gli altri: internet, social media, gioco d’azzardo, dipendenza da pornografia. Chi si distrae cercando “iper-stimolazioni e shock emotivi alternativi” attraverso esperienze estreme di varia natura: sport estremi, viaggi estremi, sesso estremo, astinenze estreme. Chi “si ritira dall’incontro con l’altro”, sperando, in modo fallimentare, di cavarsela nascondendosi dalle relazioni. Chi, non avendo altro, attraverso “il super lavoro” (workaholism) corre dietro a carriere impossibili e progetti perfezionistici nel tentativo di allontanarsi da se stesso, dal proprio sentire, dalle proprie angosce e dal vuoto d’affetto e di senso che di fatto si porta sempre dentro. Chi cerca sollievo nel “dolore dell’autolesionismo” nella speranza di provare sollievo attraverso un dolore meno doloroso del dolore antico. In altri casi, palesemente psicopatologici, le persone “si dissociano da se stesse” per tentare di lenire il dolore. Tutte queste strategie hanno la finalità, inconscia, di evitare, negare, minimizzare e distaccarsi dal dolore antico, ma purtroppo risultano fallimentari perché la cura del dolore, di ogni dolore emotivo, richiede di “guardarlo in faccia e attraversarlo”, mentre il dolore non affrontato… “cacciato dalla finestra… butta giù la porta”.

Un terzo tentativo di soluzione al dolore, altrettanto fallimentare, è la strategia del “capovolgimento di ruolo”: in maniera sempre inconsapevole, la persona tende a pensare, ad agire e a porsi nelle relazioni interpersonali in modo opposto a ciò che ha vissuto durante l’infanzia. Da adulto, tende ad adottare quegli atteggiamenti dell’adulto che in origine lo ha fatto soffrire, tipicamente il genitore. Spesso l’impotenza infantile è trasformata in atteggiamenti e comportamenti “onnipotenti” e “prepotenti” dell’adulto. Chi ha subito violenze tende ad essere violento, chi è stato sottoposto ad un controllo serrato di pensieri, emozioni ed espressioni, tende a controllare gli altri. Chi è stato inibito tende a soffocare gli altri. Chi ha subito critiche e giudizi feroci tende ad essere estremamente giudicante. Chi è stato rifiutato tende ad essere sprezzante e rifiutante. Apparentemente, queste persone si mostrano sicure e capaci di farsi rispettare, di fatto indossano una maschera che protegge, ma solo per poco, i loro profondi sentimenti di vulnerabilità e inadeguatezza per varie forme di abuso emozionale che hanno subito nell’infanzia. Una persona che ha sofferto di gravi mancanze affettive, crescendo può diventare estremamente richiedente fino a “pretendere” dagli altri il riempimento del vuoto affettivo originario. Chi si è sacrificato da bambino, da adulto può tendere a fregarsene completamente degli altri, dei loro bisogni e dei loro sentimenti fino ad assumere atteggiamenti in cui l’altro non viene assolutamente guardato né considerato. Chi non è stato “visto” e “compreso” nei suoi bisogni tende ad avere un atteggiamento che “elimina gli altri”, non li considera né li rispetta nel loro sentimento e pensiero. Alcune persone che si sono sottomesse per una vita ad un certo punto cominciano a sviluppare comportamenti autoritari e tirannici che alla fine creano conflittualità nei rapporti o allontanano gli altri. Prima o poi questi comportamenti stimolano la reazione negativa dell’altro che tende a chiudere la relazione o a rispondere con modalità altrettanto aggressive e rifiutanti.

Se la persona non è consapevole:

  • di cosa ha generato la sua antica dolorosa ferita: processi di “abuso” fisico o emozionale; trascuratezza; legami soffocanti o, al contrario, sfilacciati; genitori eccessivamente presenti, pressanti e invadenti o, al contrario, inconsistenti e incapaci di porsi come riferimento per valori e regole; inibizione massiccia della spontaneità; eccessiva severità educativa; ecc.
  • e di cosa tende a riattivarla nel presente: scambi interpersonali al lavoro o in famiglia; ripresentarsi di ricordi, immagini e pensieri; esperienze attuali di violenza fisica e psicologica; esperienze in cui la persona si può sentire alternativamente rifiutata, abbandonata, invisibile, trascurata, costantemente rimproverata, ecc.

questi comportamenti di adattamento e fronteggiamento, invece di favorire la cura della sofferenza, finiscono per alimentarla, come nelle situazioni di “profezia che si auto-avvera” in cui la persona finisce per ritrovarsi sempre impantanata nei soliti scenari personali e interpersonali dolorosi.

Quando eravamo piccoli certe modalità di adattamento ci hanno garantito la sopravvivenza. Oggi, diventati adulti, queste stesse modalità, seppure attraverso comportamenti diversificati, continuano ad essere usate dalle persone, che pure potrebbero usare strategie differenti. In questo modo, finiscono per essere disadattive perché continuano a mantenere i pensieri, le emozioni e le modalità relazionali fonte di sofferenza.

In terapia, la persona viene aiutata a individuare questi suoi comportamenti problematici e a disinnescarli dalle relazioni attuali. Il focus del lavoro terapeutico parte da situazioni difficili che la persona vive oggi e che racconta in terapia fino a connetterle ad antiche situazioni dell’infanzia in cui la persona ha imparato quelle strategie per ottenere la soddisfazione dei suoi bisogni di amore e stima. La terapia aiuta a legittimare e valorizzare questi bisogni, ma anche a cercare altre strategie più sane e per soddisfarli.

Il ripresentarsi della ferita e la possibilità della cura

Le esperienze infantili creano una “traccia profonda” nel nostro cervello e nella nostra psiche. Questa nostra personale traccia la possiamo chiamare in diversi modi: il bambino ferito, la ferita interiore, la sensibilità emotiva, la memoria traumatica, gli schemi interni, i filtri percettivi, interpretativi e reattivi. Questo nucleo  dentro di noi è organizzato intorno ad un intreccio articolato di:

  • pensieri, convinzioni e credenze, più o meno consapevoli, su sé, sugli altri, sul mondo, sulla vita, sulle relazioni
  • ricordi, anche questi non sempre facili da rintracciare nell’inconscio, immagini, più o meno sfocate, che possono presentarsi all’attenzione consapevole della persona
  • emozioni, più o meno facili da sentire, riconoscere e dotare di senso
  • sensazioni corporee che possono essere diversamente percepite dalla persona, più o meno nitide e intense, in diversi distretti corporei.

Questi diversi aspetti della ferita tendono a favorire il “ripetersi di vecchi scenari dolorosi” anche nelle situazioni attuali di vita, in special modo nei rapporti interpersonali. Ad esempio, una persona può inconsapevolmente o automaticamente utilizzare processi di pensiero distorti o avere una memoria e un’attenzione selettive che favoriscono il consolidamento delle antiche situazioni relazionali disfunzionali perché la portano a “percepire e valutare le cose come ha sempre fatto” (invece che a valutarle in modo più realistico), a “selezionare alla sua attenzione” gli aspetti della realtà attuale che assomigliano a quelli antichi, frustranti e dolorosi (e a sottovalutare gli elementi di realtà che invece vanno in un’altra direzione), ad “aspettarsi inconsciamente” che “gli altri” si comportino come le persone “originariamente traumatizzanti” (finendo per favorire negli altri proprio la reazione che temono), ad “agire di conseguenza” in base a queste immagini e previsioni interiori, alimentando “circoli viziosi” sia nel modo distorto e doloroso di vivere le esperienze sia rispetto al modo disfunzionale in cui condizionano le relazioni.

Porto l’esempio di una donna, cresciuta in una famiglia ansiosa e iperprotettiva che ha favorito lo sviluppo di un senso di sé fragile e dipendente; si sente incapace di vivere da sola senza l’appoggio degli altri per ogni minima decisione. Tende a ricercare relazioni con persone forti e sicure ed essere estremamente sensibile allo stare sola, a sentirsi abbandonata o al prendere decisioni autonome. Ogni situazione è da lei percepita attraverso il filtro di credenze e convinzioni quali “da sola non riesco”, “ho bisogno dell’aiuto di un’altra persona per prendere decisioni”, “non sono capace a fare questo o quest’altro”. Tende conseguentemente a cercare persone a cui “affidarsi in maniera totale e indiscriminata”, sempre con una grande angoscia di essere lasciata sola, anche col rischio/certezza di “favorire negli altri sentimenti di rifiuto proprio a causa della sua adesività e pesantezza o insicurezza” che non la rende attraente (profezia che si auto-avvera). Quindi finisce per ripetere o favorire quelle condizioni di iperprotettività che hanno portato allo sviluppo della sua personalità debole, dipendente, fragile e insicura. L’esito è, infatti, che non riesce a stare senza un uomo accanto, ma i diversi uomini che ha avuto dopo un certo tempo (alcuni mesi o storie lunghe di alcuni anni) sono andati via. Anche al lavoro, svolge in maniera egregia lavori che richiedono un’esecuzione sempre uguale a se stessa; quando le capitano situazioni in cui deve essere un po’ più creativa o autonoma entra in uno stato di insicurezza e chiede aiuto all’altro anche per decisioni che potrebbe in teoria prendere da sola.

La psicoterapia con questo tipo di persone è mirata a renderle prima di tutto consapevoli del loro funzionamento “rigido” basato su queste modalità tipiche di pensare, sentire, agire e creare relazioni. Questa consapevolezza è la base di partenza per il cambiamento:

  • “a livello dei pensieri e delle credenze”, la persona impara a crearsi diverse letture alternative della stessa situazione; non le solite interpretazioni che confermano gli scenari antichi di frustrazione e angoscia, ma anche nuovi significati “meno dolorosi” che possono essere dati alla situazione. Ad esempio, “molte cose che credo di non saper fare da sola sono in realtà assolutamente alla mia portata…”.
  • “a livello dei comportamenti”, questi nuovi significati devono accompagnarsi alla sperimentazione di nuove azioni che la persona può adottare affinché riesca ad agire in modo più sano per sé e la reazione stimolata negli altri non sia la solita, ma una maggiormente positiva e soddisfacente. Ad esempio, “invece di chiedere sempre aiuto e appoggiarmi agli altri per ogni minima decisione, posso cominciare ad essere più autonoma in alcune aree della mia vita … e verificare che riesco anche da sola…”.
  • “a livello delle emozioni”, la persona può così fare esperienza di nuove sensazioni e stati d’animo maggiormente positivi. Ad esempio, “se riesco a fare alcune cose da sola che in precedenza facevo solo col sostegno degli altri posso sentirmi più contenta, soddisfatta, sicura di me…”.
  • “a livello delle relazioni”, “quando comincio ad agire in maniera differente gli altri avranno un’immagine di me differente e tenderanno a porsi nei miei confronti in modo corrispondente. Se quindi mi mostro più sicura, autonoma e decisa gli altri dovranno tener conto di questa nuova possibilità per me e probabilmente diventerò più “attraente” e meno “pesante”…”.

Ovviamente un cambiamento di così ampia portata per il benessere emotivo e relazionale non avviene all’istante; la persona deve “sistematicamente” individuare il proprio funzionamento critico “all’opera” e realizzare progressivamente le modifiche nei vari elementi fino creare concretamente e consolidare queste nuove possibilità a livello di pensieri, emozioni, azioni e relazioni.