Recuperare le potenzialità perdute

Nello svolgersi del percorso terapeutico ad un certo punto la persona comincia a sentire sensazioni ed emozioni “sconosciute”. Per qualcuno si tratta del primo incontro con la rabbia, per un altro è forse la prima volta con la tristezza, per qualcun altro si tratta di un incontro ravvicinato con la paura. E via così… A dire il vero queste emozioni avevano già fatto visita alla persona quando era piccola, ma quel bambino aveva “compreso” che quelle emozioni erano pericolose e aveva inconsciamente deciso che era meglio “dimenticarle”. Non riconoscerle, non esprimerle.
“Quando sono triste papà si arrabbia e mamma diventa più triste di me… E io rimango solo!” “Quando ho paura mamma non sa come tranquillizzarmi e papà smette di giocare con me… E io rimango solo!” “Quando mi arrabbio papà mi picchia e mamma resta immobile a guardare… E io rimango solo!” Questi scenari o qualcosa di simile sono molto frequenti e portano il bambino a “decidere” che è meglio bandire certe emozioni e pensieri e i comportamenti associati.
Se per una vita la persona ha ignorato queste emozioni, questi pensieri, queste parti di sé, nel tempo avrà imparato a farne a meno, anche quando sarebbe stato utile ed importante riconoscere ed esprimere questi aspetti.
In terapia si fa questo lavoro di “recupero di potenzialità perdute”. La persona gradualmente impara a sentire nel corpo certe sensazioni “strane” e a collegarle a qualcosa che è accaduto o a qualcosa che ha pensato. Impara a riconoscere certe emozioni e a dare loro un nome e una legittimità: posso essere spaventato… Posso sentirmi triste… Posso arrabbiarmi… Posso perché, in questo momento, vivere e dare un senso alle emozioni che provo è sano, vitale, utile. Mi permette di capire cosa sta succedendo dentro di me e intorno a me. Mi permette di affrontare la situazione che sto vivendo. Posso “sentire” quello che “sento” superando la “paura anticamente appresa” per cui “non dovevo provare certe emozioni” altrimenti mamma… e papà…
La persona diventa “nuovo genitore di se stesso”, un genitore “sufficientemente buono” che fornisce “permessi” dove in origine il bambino che siamo stati ha ricevuto solo “divieti e proibizioni”. Oggi l’adulto consapevole può imparare in modo responsabile e autonomo a fare quello che è giusto, sano e utile fare per realizzare i suoi bisogni e desideri. Nel rispetto degli altri, delle regole e dei limiti di una sana convivenza e relazione, ma anche nel rispetto e nella valorizzazione di ciò che sente e vuole profondamente…

Le posizioni fondamentali per una coppia “felice”

Quando lavoro con le coppie, alcune dinamiche relazionali sono piuttosto frequenti.

“Ti amo perché ho bisogno di te” oppure “ho bisogno di te perché ti amo”.

La prima è la posizione del “bambino ferito” che inconsciamente cerca nel partner la compensazione degli originari vuoti d’affetto e di stima. La seconda è una posizione maggiormente “adulta, consapevole e responsabile” in cui l’altro viene riconosciuto e rispettato nella sua individualità, amato per la sua unicità, in una relazione fondata sulla reciprocità: il mio bisogno è importante quanto il tuo e insieme possiamo donarci l’un l’altro senza sopraffazione né manipolazione.

“Voglio stare con te” oppure “non riesco a stare senza di te”.

La prima posizione è fondata sul desiderio di un legame che nasce da una chiara consapevolezza dei confini individuali. Questo sono io e questa sei tu. Insieme può essere bellissimo. Ma possiamo anche avere ambiti individuali che non contemplano la coppia e con ciò ugualmente amarci. La seconda posizione, invece, esprime dipendenza e invischiamento in cui l’identità individuale non esiste fuori dalla coppia: “io sono in quanto sto con te”.

“Ti amo quando sei come ti voglio” oppure “ti amo per quello che sei”.

La prima posizione è figlia della “pretesa infantile” che l’altro sia a completa disposizione dei propri bisogni e desideri, fino a snaturarne l’individualità, per renderlo “perfettamente adatto e rispondente” alle proprie esigenze. La seconda posizione è più “consapevole e matura”, esprimendo il rispetto della diversità dell’altro e la valorizzazione della sua ricchezza, anche quando è fonte di frustrazione e delusione, inevitabili, in una certa misura, in ogni rapporto.

“Io ho ragione e tua hai torto” oppure “entrambi abbiamo un punto di vista che merita considerazione”.

La prima posizione conduce a “conflitti laceranti e interminabili” e a decisioni in cui una persona si sente dominatrice e l’altra sottomessa, spesso “entrambi vittime e carnefici” l’uno dell’altro. L’altra posizione permette ai partner di sentirsi ascoltati e valorizzati rispetto ai propri bisogni, sentimenti, pensieri e valori. Ciò conduce a decisioni che non sono mai perfette e pienamente soddisfacenti per entrambi, ma comunque possono essere vissute con serenità all’interno di una relazione in cui entrambi si sentono intimamente considerati, rispettati, amati.

La conoscenza e l’elaborazione congiunta di queste dinamiche relazionali permette ai partner di trovare la giusta posizione reciproca, quella più adatta a loro a seconda del momento che stanno attraversando.

6 passi da allenare per il tuo cambiamento nelle relazioni

Allenarsi significa affinare progressivamente un’abilità attraverso l’uso regolare, costante e disciplinato della stessa.

1. Allenati ad osservarti nelle relazioni.

Poni “l’attenzione consapevole” sulle tue interazioni quotidiane e abituali nei diversi ambiti di vita (famiglia, lavoro, coppia, amici, tempo ricreativo, ecc.) o anche su alcune situazioni nuove, uniche, insolite che ti ritrovi a vivere.

Cosa succede nella specifica situazione? Chi è coinvolto insieme a te? Quali sensazioni fisiche avverti? Cosa provi emotivamente? Da quali impulsi ti senti spinto? Cosa pensi? Cosa vuoi? Cosa fai?

Allenati ad osservarti ed ascoltarti mentre interagisci.

Ad esempio, nota se tendi a sentire spesso “le stesse sensazioni fisiche” localizzate in specifiche parti del corpo (mal di testa, senso di svenimento o confusione, tensione al collo, schiena dolorante, spalle pesanti, bruciori di stomaco, gambe irrigidite, sudorazione eccessiva, mani e piedi freddi, ecc.).

Nota se ti ritrovi a vivere quasi sempre “lo stesso tipo di emozione”, magari di intensità diversa a seconda delle situazioni (se sei quasi sempre triste, deluso, arrabbiato, impaurito, preoccupato, ecc.).

Nota se “il tuo pensiero è quasi sempre orientato in una certa direzione” (tendi ad essere sospettoso verso gli altri, ti percepisci fragile, tendi a sentirti in colpa e ad auto-svalutarti, ti senti diverso dagli altri ed escluso, tendi a credere che ti manchi qualcosa, tendi a sentirti deluso nelle relazioni, ti credi quasi sempre diverso in quanto superiore, sei spesso pessimista o fatalista, ecc.).

Nota se tendi “spesso ad avere reazioni comportamentali di un certo tipo”, come, ad esempio, reagire impulsivamente, aggredire verbalmente gli altri, ritirarti in silenzio, mantenerti al centro dell’attenzione, soffocare l’espressione delle tue emozioni, sottometterti, essere eccessivamente disponibile, ecc..

2. Impara a riconoscere la parte di te che sta interagendo in modo “adulto, consapevole, responsabile” e la parte di te che sta interagendo in modo infantile, “dalla posizione del bambino interiore ferito”, addolorato, vulnerabile, triste, spaventato, arrabbiato, solo, non visto, non ascoltato, non compreso.

3. Riconosci e legittima i “bisogni” di quella parte di te ferita che sta “pretendendo” che qualcuno si prenda cura di lei, dei suoi bisogni frustrati, di quello che vorrebbe ma non riesce ad avere.

4. Riconosci il “tuo contributo” alla “relazione frustrante e deludente”: identifica cosa fai tu per “alimentare il circolo vizioso della relazione” che si conclude, al solito, in emozioni dolorose di tristezza, rabbia, paura, vergogna, senso di colpa, solitudine, ecc..

5. Impara a trasformare la tua “pretesa infantile” in una “richiesta adulta”: cosa vuoi, cosa puoi chiedere, come lo puoi chiedere in modo da massimizzare la probabilità che l’altro risponda positivamente alla tua richiesta.

6. “Accogli” con gratitudine ciò che ricevi e “accetta” la realtà anche quando non sei pienamente soddisfatto. Imparando a “dare senso” a quello che è successo nell’interazione concreta; a comprendere che ciò che accade ora nelle relazioni attuali trova la sua origine nelle relazioni primarie antiche che hanno creato la tua “personalissima sensibilità” e tendenza a pensare ed agire. In tal modo, l’esperienza emotiva che vivi non è più devastante e ingovernabile come in passato, ma può essere da te vissuta, affrontata e superata.

Così potrai coltivare la speranza che le cose potranno andar meglio di prima e, soprattutto, potrai adottare azioni concrete per determinare attivamente quanto da te desiderato.

L’aspettativa fallimentare

Uno degli ostacoli al cambiamento che incontro più comunemente in terapia è quando il paziente porta con sé, in modo più o meno consapevole, “l’aspettativa che siano gli altri a cambiare”. Aspetta e spera. Un’attesa destinata ad incontrare molto presto la frustrazione nella realtà, la delusione da parte degli altri che non vogliono essere come “desidera” , “esige” o “pretende” la persona. E ciascuno di noi, qualche volta o spesso, si è ritrovato ad avere questa aspettativa fallimentare.
Esistono due livelli di questa aspettativa che richiedono due tipi di lavori in terapia ovvero due modi per affrontarla.
Alcune persone si rendono conto che per attivare cambiamenti proficui nella loro vita devono “in prima persona” fare qualcosa di diverso. Il cambiamento deve riguardare un loro modo di agire, di pensare e di incontrare gli altri. Per alcuni questo è abbastanza facile da comprendere, anche per chi all’inizio è venuto in terapia sperando che per stare meglio fossero gli altri e il mondo esterno a dover cambiare. E presto questa persona inizia ad attivare cambiamenti in uno o più ambiti della sua vita. Ad esempio, comincia a sviluppare nuove abitudini, a parlare in modo più efficace con partner e amici. Gestisce in modo diverso gli impegni distribuiti nel tempo, impara a chiedere per i propri bisogni, impara a dire no alle richieste che sente eccessive e pressanti. Impara a pensare in modo più utile e meno negativo. Impara ad accettare quello che non può modificare, ma anche a modificare ciò che è in suo potere.
Per altre persone, invece, questa aspettativa “che il mondo sia pronto ad esaudire i miei desideri personali e sollecito nel soddisfare i miei bisogni” tocca il nucleo più profondo della loro ferita: i personali bisogni “frustrati anticamente dalle figure di accudimento”, frustrazioni traumatiche che hanno condotto nel tempo a creare schemi interni rigidi che oggi “colorano di nero” tutte le relazioni, in cui l’altro viene “sistematicamente” vissuto come “l’originario genitore frustrante”. Queste persone tendono a percepire “gli altri attuali” quasi sempre come una copia degli “altri frustranti delle origini”. Con queste persone prima di arrivare a “normali” considerazioni sulla realtà, sugli altri che sono come sono, sugli altri che a loro volta hanno personali bisogni e desideri, è necessario “riparare questa antica ferita” attraverso lo sviluppo di empatia con quel bambino ferito che si portano dentro…

3 fasi per l’autosvalutazione e 3 passi per la guarigione

Fin da “piccolo” sei stato bombardato da messaggi di svalutazione, giudizio, colpa, inadeguatezza. Questi messaggi hanno minato la tua autostima, oltre che per il contenuto anche perché spesso erano nascosti o addirittura passati per cure, attenzione e carezze. “Lo faccio per insegnarti…”. Qualche esempio. “Non sei come tuo fratello” . “I tuoi cugini hanno tutti la media del nove”. “Hai visto come hai ridotto la tua stanza” . “Sei un incapace” . “Grazie, eh, per come ti sei comportato…”. “Hai preso nove… Perché dieci non c’era?”. “Mi aiuti… Ma non lo fai come dico io”. “Prepari tu la colazione, ma hai lasciato il latte fuori dal frigo”. “Come faccio a contare su di te?”. “Sei il solito…”. Molte di queste comunicazioni sembrano o potrebbero essere effettivamente utili per insegnare abilità o regole di sana convivenza ed educazione, ma spesso vengono passate con tono emotivo dispregiativo invece che per sostenere, sono frequenti tanto da risultare persecutorie, quasi sempre non vengono accompagnate da una spiegazione del senso e restano solo ed esclusivamente critiche che abbattono la stima di sé, suscitano rabbia e creano distacco nella relazione.

“Crescendo” hai imparato a fare con te come facevano gli altri. Quei messaggi hai imparato a darteli da solo. Esempi di questo dialogo interno autosvalutante. “Non sono capace a far niente” . “Gli altri lo fanno meglio di me” . “Non imparerò mai”. “Devo farlo perfettamente ma non ci riuscirò mai…”. “Se solo mi fossi impegnata di più…”. “È sempre colpa mia”. E l’autostima traballa sempre più.

Oggi” tendi a vedere dappertutto questi messaggi, gli altri sembrano dirti quello che ti dicevano i tuoi da piccolo e che tu hai imparato a dirti e che ti dici da una vita.

Allora:

Riconosci” i messaggi in azione. Quando in un qualunque scambio, apparentemente “innocuo” o “neutro”, percepisci quel giudizio, quella svalutazione, quella colpevolizzazione. Quel messaggio che rimbomba come SEI INADEGUATO. NON SEI ALL’ALTEZZA.
“Riconosci” quando l’autocritica è utile per crescere, imparare, migliorare e quando invece serve solo a ripetere il solito dolore. A riproporre la vecchia ferita.

Distingui”, quindi, la situazione reale, qui e ora, dallo scenario antico, lì e allora, che continui a portarti dentro e a proiettare come lo stesso identico film di una vita, della tua vita. Che vita?

Comincia ad essere “nuovo genitore di te stesso” , un genitore più benevolo, accogliente; comincia a inviarti messaggi più amorevoli e comprensivi, meno giudicanti né svalutanti, imparando a prenderti la responsabilità di quello che scegli di fare, ma anche a darti più carezze e meno schiaffi…

Incastri patologicamente perfetti

Gli “incastri patologicamente perfetti” sono quelle modalità di relazione tipiche nelle coppie, ma presenti anche sul lavoro o nelle amicizie.

Sono quelle modalità relazionali per cui una persona “tende” ad agire in certi specifici modi e l’altra persona “tende” ad agire in modo complementare. L’esito è la fine della relazione o la sofferenza reciproca protratta. Ecco alcuni esempi.

  • Una persona ha un bisogno estremo di amore e cura e l’altro ha un bisogno altrettanto estremo di amare e curare
  • Uno pretende la completa e assoluta attenzione su di sé e l’altro ha bisogno di ammirare e vivere all’ombra dell’altro
  • Uno è sensibile ad ogni minima critica e aggancia l’altro abituato a criticare ogni comportamento
  • Chi è abituato a sottomettersi e a subire passivamente il volere altrui incontra chi tende a dominare ed imporsi aggressivamente
  • Chi ha bisogno di un altro che si prenda totalmente carico di sé trova chi tende a portarsi addosso tutto il peso del mondo
  • Chi si sente un incapace e fallito finisce per avvicinarsi a chi tende ad essere estremamente severo e svalutante.

La “cura” prevede di aiutare le persone, singole o in coppia, nell’acquisire:

  • la consapevolezza dei “meccanismi ripetitivi in atto”, in particolare di come ciascuno “chieda” (inconsciamente) all’altro di essere la fonte del bisogno frustrato anticamente (ferita) o la fonte di autostima
  • la capacità di essere empatici con “la prospettiva dell’altro”, senza cadere nella sua trappola. Se fa così ci sarà un perché, uno scopo.
  • aiutare le due persone a identificare i “propri bisogni/scopi” e a chiedere per essi attraverso modalità più sane, adulte e funzionali rispetto al ritrovarsi in circuiti relazionali patogeni.

Quando il cambiamento crea più problemi di quanti ne risolve

Le persone arrivano in terapia per “stare meglio” e chiedono di “cambiare”. Ovvio. Intuitivo.

Alcune persone sanno cosa dovrebbero fare di nuovo per cambiare e stare meglio, ma non riescono di fatto a farlo. Hanno paura di cambiare. La loro parte infantile desidera che siano gli altri a cambiare o comprendere o che le cose cambino magicamente, senza consapevolezza, senza responsabilità, senza impegno.

Altre persone, invece, riescono a fare dei cambiamenti, anche dopo poco lavoro su se stessi, fortemente motivati, ma si rendono conto di “aver fatto un danno”.

La massima del cambiamento dice “se continui a fare quello che hai sempre fatto otterrai ciò che hai sempre ottenuto…”. Questo è sicuramente un principio ispiratore in tanti casi. Ma non sempre. A volte, in maniera controintuitiva, un cambiamento tanto desiderato può risolvere alcuni problemi e crearne altri, fino ad aumentare il livello di sofferenza della persona.

Il “cambiamento” di singoli comportamenti o di uno stile di comportamento (aggressivo, passivo, riservato, seduttivo, sottomesso, esuberante, schivo, rigido, severo, dipendente, compiacente, perfezionistico, ecc.) può essere “efficace e duraturo” solo se sostenuto da una “comprensione profonda di ciò che lo ha generato(bisogni frustrati dell’infanzia, decisioni precoci sul modo migliore di cavarsela per sopravvivere “psichicamente”) e di “cosa lo mantiene(comportamenti distruttivi ripetitivi che nel tentativo di trovare soluzioni finiscono per alimentare i problemi). Altrimenti il rischio è di aiutare il paziente a cambiare un suo comportamento o un suo atteggiamento, ma di esporlo anche, in modo più angosciante di prima, alle paure originarie.

L’esempio più tipico di questa possibile criticità è l’apprendimento di un comportamento assertivo.

L’assertività è la capacità della persona di esprimere, in modo autentico e in modo rispettoso di sé e degli altri, i propri pensieri, le proprie emozioni e i propri bisogni, facendo anche richieste specifiche e mirate.

In teoria, l’assertività è un’abilità che sarebbe buono che tutti possedessimo in maniera adeguata, superando gli estremi negativi dell’aggressività (esprimersi e comunicare senza tener conto degli altri) e della passività (incapacità di esprimere ciò che provi, pensi e vuoi … fino a scoppiare dentro).

In pratica, per ogni persona è da valutare il grado adeguato di assertività e comunicazione autentica, perché a volte diventare più assertivi e capaci di esprimersi può esporre la persona a situazioni interpersonali che la gettano in un’angoscia maggiore di quella che tenta di superare. Ad esempio, restare soli, sentirsi rifiutati, venire giudicati, ecc..

In terapia, l’apprendimento di nuove abilità comunicative, assertive e di affermazione di sé, va sempre “valutato in maniera specifica attraverso prove e verifiche graduali” degli “effetti dei nuovi comportamenti sulle relazioni e sul contesto di vita della persona”. Non per tutti e non sempre può essere valida la massima: “meglio soli che male accompagnati”.

Quindi la persona, nel percorso terapeutico, deve imparare a:

  • riconoscere le sue modalità tipiche di comportamento e relazione
  • comprendere da quali scopi sono guidate, quali bisogni relazionali e affettivi tendono a soddisfare
  • comprendere le origini di questi comportamenti nell’infanzia, il loro significato
  • connettere i problemi attuali (qui-e-ora) agli scenari antichi (lì-e-allora) che hanno portato ad apprendere queste modalità di comportamento e relazione
  • comprendere cosa va mantenuto, cosa va modificato, cosa può essere abbandonato del comportamento attuale, quali modalità alternative mettere in atto
  • verificare nella realtà concreta cosa succede quando la persona comincia a fare qualcosa di diverso: come reagiscono gli altri, come reagisce la persona, quale adattamento e aggiustamento è alla sua portata.

Tecnica di autoconsapevolezza per il cambiamento  

Per conoscere la propria ferita (bisogni insoddisfatti e comportamenti disfunzionali) ed imparare nuovi, sani comportamenti funzionali alla soddisfazione dei propri bisogni.

Quando ti trovi in una situazione difficile o stressante (potrebbe essere una situazione nuova o una che tende a ripetersi frequentemente e che ti ritrovi a vivere abitualmente), comincia ad esplorare il tuo mondo interiore ed interpersonale attraverso queste domande (meglio se riesci ad annotare su un quadernino delle risposte scritte, specifiche e dettagliate):

  • In questo preciso istante cosa sto provando? Quali sensazioni fisiche in una o più parti del corpo sto sentendo? Quali stati d’animo ed emozioni sto vivendo?
  • Quale evento, situazione o pensiero ha generato questo mio stato d’animo?
  • “Chi” ha fatto o detto “cosa”?
  • Ed io cosa sto facendo?
  • Di cosa ho “paura” in questa situazione? Cosa temo possa accadere?
  • Quello che sto vivendo “in questo momento” mi riporta a qualcosa di “antico”? A qualcosa che conosco perché già l’ho vissuto una o più volte, nel passato recente o anche nell’infanzia lontana?
  • Che “nome” posso dare a questo “filo conduttore” tra presente e passato (ferita, copione, schema, abitudine)? Quali frasi posso usare per esprimere il senso di queste vicende (“io sono sfortunato”, “la vita fa schifo”, “gli altri ti tradiscono”,”è meglio non fidarsi”, “non devo esprimere ciò che sento”, “solo i forti vanno avanti e io non ce la faccio”, “meglio una piccola cosa sicura che rischiare di perdere tutto”)?
  • A quali “verità” sto credendo in questo momento (credenze, convinzioni, interpretazioni “se …allora…”)?
  • Quando e perché ho cominciato a pensare in questo modo?
  • Tenendo conto che “oggi non sono il bambino di tanto tempo fa”, in che altro modo posso interpretare questa situazione? Quali altri significati posso dare a ciò che sta accadendo?
  • Quali esperienze specifiche e fatti concreti sostengono questa mia nuova prospettiva e valutazione della realtà?
  • Cosa “tenderei a fare” in questo momento se seguissi i miei soliti modi di pensare? Come agirei se agissi al mio solito modo? E cosa succederebbe? Mi ritroverei nel solito scenario, a vivere stati d’animo negativi?
  • Come posso, invece, agire, seguendo le mie nuove possibili interpretazioni della realtà? E cosa succederà? Quali bisogni riuscirò a soddisfare?

Questa traccia può essere usata per comprendere diverse situazioni difficili o ripetitive della nostra vita, ma anche per tornare più e più volte sulla stessa situazione per comprenderla sempre meglio, per capire i nessi tra mondo interiore (ciò che provo, penso, voglio, faccio) e ciò che succede nella realtà esterna, per trovare il senso di quello che succede oggi in relazione alla nostra ferita antica, per imparare progressivamente nuove possibilità di azione e “soluzione” dei problemi.

La lettera che non hai mai scritto

La lettera che non ti ho mai scritto dice “quanto ti voglio bene”

La lettera che non ti ho mai scritto contiene tutto il mio dolore

La lettera che non ti ho mai scritto chiede “perché? Dimmi cosa è successo, perché per me è proprio troppo comprendere…”

La lettera che non ti ho mai scritto mi appesantisce il cuore da una vita

La lettera che non ti ho mai scritto dice “quanto sono arrabbiato per quello che hai fatto, quanto ti odio”

La lettera che non ti ho mai scritto è piena delle mie lacrime di dolore

La lettera che non ti ho mai scritto dice “che colpa avevo io?”

La lettera che non ti ho mai scritto dice “non è giusto”

La lettera che non ti ho mai scritto dice “voglio abbracciarti”

La lettera che non ti ho mai scritto dice “quanto mi manchi”

La lettera che non ti ho mai scritto dice “ho bisogno di te”

La lettera che non ti ho mai scritto …

La lettera che non ti ho mai scritto chiede “forse meritavo tutto ciò?”

La lettera che non ti ho mai scritto urla “no! Non meritavo quello che è successo!”

La lettera che non ti ho mai scritto ti ricorda che ero solo un bambino…

La lettera che non ti ho mai scritto vorrebbe dirti grazie comunque…

La lettera che non ti ho mai scritto dice “ti voglio uccidere”

La lettera che non ti ho mai scritto prova compassione per te…

La lettera che non ti ho mai scritto è piena di compassione per me…

La lettera che non ti ho mai scritto …

La lettera che non ti ho mai scritto … perché eri un bambino ferito anche tu, prima di me …

La lettera che non ti ho mai scritto … chissà, forse, il perdono… dice “mi dispiace”

La lettera che non ti ho mai scritto … è andata così…

Con alcune persone, in un certo momento della terapia, quando hanno fatto già una parte di lavoro di cura della ferita, è utile guardare questa lettera… un po’ scritta, un po’ vuota… Ognuno ha la sua… Anche più di una riferita a più di una persona…

La lettera che non ti ho mai scritto …

3 modi distorti per affrontare la ferita e 3 strategie efficaci per curarla

La crescita personale richiede di “avvicinare” invece che evitare il dolore, la paura, la vulnerabilità personale. Ciascuno coi suoi tempi e modi, ciascuno con le sue resistenze, ciascuno con la personale paura della paura e la paura del contatto col dolore, ciascuno con la sua personale ostinazione a cercare di rendere il mondo proprio come lo vorrebbe, ciascuno nella necessità di confrontarsi realisticamente con frustrazione, delusione, impotenza.

Il mondo è come è e non come tu lo desideri.

Gli altri sono come sono e non come tu li desideri.

Da qui una nota ricetta della felicità o serenità prevede, piuttosto o prima di imparare a desiderare ciò che non hai, di imparare ad amare ciò che hai …

Confrontarsi con il proprio mondo interiore (ferita, dolore, paura, angoscia, vuoto, solitudine) può spaventare nell’immeditato eppure abbiamo continue dimostrazioni che sul lungo periodo è garanzia di evoluzione personale.

I “tentativi fallimentari” di affrontare il dolore che finiscono paradossalmente per alimentarlo sono:
• cercare di “padroneggiare” il dolore attraverso la ricerca inconsapevole delle stesse situazioni e persone originariamente traumatiche: inconsciamente attratti da qualcosa che conosciamo bene finiamo per trovarlo e alimentarlo
• cercare di “evitare” il dolore, di negarlo, di reprimerlo completamente, non riuscendo di fatto ad allontanarlo: il dolore è un’esperienza che va attraversata per lasciarsela alle spalle
• assumere “atteggiamenti opposti” a quelli originariamente traumatizzanti, ma che finiscono per essere comunque fonte di dolore, angoscia, frustrazione, rabbia, impotenza

Ecco, invece, “tre atteggiamenti fondamentali” e tre passaggi psicoterapeutici per “curare la ferita avvicinandosi e attraversando il proprio dolore”:

1. Contatto: riconoscimento del dolore, consapevolezza dei processi e dei meccanismi interni e interpersonali che hanno generato la ferita dolorosa e che la mantengono, per arrivare a fare un’esperienza correttiva e riparativa dal punto di vista emotivo; per sperimentare direttamente sulla propria pelle, dentro al proprio corpo, nel cuore e nella pancia, che ciò che è successo allora non succede necessariamente anche oggi e che anche laddove dovesse succedere di nuovo, “oggi avrò le capacità mentali, emotive e comportamentali per affrontarlo senza esserne sovrastato e danneggiato emotivamente”.
2. Accettazione: della perdita, della mancanza, del vuoto, di “quello che avrei voluto e non è stato”; imparare a interiorizzare “è andata così…”
3. Diventare “Nuovi Genitori di Se stessi”: se non siamo colpevoli di ciò che ci è successo siamo responsabili di cosa facciamo oggi, di come curiamo i nostri dolori, di come governiamo le nostre relazioni, di quali scelte di vita compiamo giorno per giorno per essere felici, per creare la vita che vogliamo.

La psicoterapia aiuta a superare le paure e i dolori originari che quotidianamente continuano a ripresentarsi e permette di recuperare ciò che abbiamo sepolto in antichità, quello che in potenza potevamo essere e che è stato difficile esprimere e realizzare. Oggi possiamo ripartire da lì.
L’adulto autonomo, consapevole, responsabile prende in braccio quel bambino e se ne prende cura, lo prende per mano e lo porta in giro per il mondo.

Oltre le miserie … Verso le meraviglie…