Due fatiche più un’altra

Rimorsi e rimpianti sono i denti velenosi dell’idea di perfezione. Di una vita perfetta. Sono pensieri e stati d’animo dolorosi che mordono dentro. Sono frutti marciti dell’idea di una vita ideale a fronte di una vita reale. Realmente vissuta, un bel po’ scelta e anche capitata. Perché è ovvio che la vita è una. Per come l’abbiamo scelta e continuiamo a sceglierla ogni giorno, ogni istante del nostro procedere in questo mondo. Perché è ovvio che sarebbe potuta essere in infiniti altri modi. Che avremmo potuto scegliere l’altra strada, aprire l’altra porta.
La mente è malata di questo bisogno di perfezione e di onnipotenza. Vorremmo essere tutto e il contrario di tutto. Vorremmo avere tutto e non perdere niente. On/off. O la vita o la morte. Espressioni queste estreme di un rapporto con la realtà che non prevede alcuno scarto tra il nostro desiderio e il suo appagamento. Sempre e comunque.
In mezzo a tanto dolore, tristezza, rabbia e rancore. Paura, vergogna e senso di colpa per ciò che non abbiamo avuto, per ciò che non ci è stato dato e per ciò che non siamo stati capaci di ottenere, dobbiamo farci aiutare.
Spesso nella frustrazione e nella delusione di una giornata o di una vita intera, ci facciamo aiutare dai sogni e dalle fantasie. I sogni a occhi chiusi ci fanno conoscere le infinite potenzialità perdute, le vite vissute che avremmo voluto e vorremmo, ma che restano censurate. Le fantasie a occhi aperti ci immergono in vite da leggere nella vita degli altri, vicini e lontani, reali e immaginari, da assaporare immaginando la loro piena felicità, illusione attraverso cui possiamo nutrirci di ogni occasione, di vivere vite alla perfezione.
Ma almeno altri due altri strumenti sono a nostra disposizione per far pace con la vita.
Dobbiamo farci aiutare dalla ACCETTAZIONE. Dal trovare il senso sereno di quello che è e non il perché lacerante di quello che avrebbe potuto essere.
Dobbiamo farci aiutare dalla GRATITUDINE. Grazie al mondo, alla vita, agli altri, a noi stessi. Riempirci del pieno piuttosto che lamentarci del vuoto.
Certo che non è facile, anzi molto faticoso.
Come dice il saggio, il rischio è di fare due fatiche: ti incazzi e ti scazzi. Tanto ti devi scazzare di fronte alla potenza dell’impotenza, all’onnipotenza dell’imperfezione. Tanto vale scegliere una terza fatica, quell’altra strada che ognuno di noi può tracciare a suo modo…

Astinenza

L’astinenza è la via regia della comprensione.
Astenersi, provarci almeno per un po’, ad astenersi dai modi che siamo soliti usare è utile per governare le nostre emozioni difficili.
Tutti noi funzioniamo in questo modo. Per una serie di fattori e di motivi, lungo l’arco della nostra storia di crescita, adattamento e sviluppo della personalità, abbiamo imparato, abbiamo dovuto imparare a fronteggiare ciò che ci inquieta, ci addolora, ci angoscia, ci fa sentire vulnerabili e insicuri.
Per anestetizzarci dal dolore psicologico e relazionale, abbiamo imparato ad evitare e controllare, ad aggredire e compiacere, ad essere servizievoli o molto egoisti, a cercare la perfezione, a sentirci in colpa, a sacrificarci per gli altri o pretendere sottomissione. Ovviamente a bere e drogarci, abbuffarci di cibo, sesso, social e shopping, fino ad auto-infliggerci dolore fisico per non sentire quello emotivo.
Per certi versi, all’inizio, anche le modalità palesemente disfunzionali hanno funzionato da risorse di gestione emotiva; progressivamente sono diventati ostacoli ad una nostra vita autentica, piena, di reale incontro con gli altri e soprattutto con noi stessi.
Se faccio quello che faccio non sento, non contatto il mio dolore, non mi conosco, non conosco veramente le fonti dell’angoscia e non posso quindi affrontare in modo veramente utile i problemi.
Quando inizio ad astenermi, almeno inizio a provarci, posso imparare ad essere attento a ‘cogliere’ cosa succede dentro di me: cosa provo, cosa sento nel corpo, cosa penso. È l’apertura della consapevolezza profonda, nel senso di conoscere ciò che effettivamente mi procura dolore e cosa posso fare di diverso per risolvere questo dolore…
Sei pronto a provare?

Il posto

A volte hai proprio bisogno di lasciare quel posto… Per lasciarti alle spalle dolori, giudizi, conflitti, ecc.
Ma sei sicuro di riuscire a lasciare quel posto? E se quel posto fosse semplicemente dentro di te?
Esiste certamente una realtà oggettiva che può essere più o meno frustrante e deludente, fonte di dolore e rabbia, di ingiustizie e incomprensioni. Un posto di lavoro. Una città. Una relazione. La stessa famiglia d’origine.
Al tempo stesso, ciascuno di noi deve riconoscere quel filtro soggettivo che si porta dentro. In qualunque posto del mondo. È la propria sensibilità emotiva a certi temi, la propria ferita dolorosa. È il proprio assetto mentale, le proprie convinzioni radicate, il proprio modo di pensare. E di agire. È il personale repertorio di abitudini e comportamenti, più o meno sani.
E allora? Se non puoi lasciare veramente quel posto, allora devi crearne uno nuovo. Un nuovo modo di affrontare la vita, le persone, le esperienze. Nuovo, da affiancare al precedente. Arriverai sempre da quel posto. È la tua origine, la tua storia, la tua identità. Al tempo stesso, ti sarai costruito semplicemente altre possibilità per cercare la tua felicità. Avrai ampliato il tuo repertorio per cavartela tra le piccole e grandi angosce quotidiane. La tua cassetta degli attrezzi sarà più piena per offrirti lo strumento giusto per il problema specifico che ti troverai davanti…

Il nucleo della sofferenza

Nella diversità di sintomi riferiti dalle persone che arrivano a chiedere aiuto, con problemi psicologici e interpersonali e storie di vita anche molto differenti tra loro, un elemento è sempre presente a contribuire alla sofferenza della persona. Per sentirsi accettato in famiglia e da altre persone importanti fuori dalla cerchia familiare (insegnanti, coetanei, gruppi vari, fino ai partner sentimentali), l’individuo, fin da bambino, ha “scelto” (con diversi gradi di consapevolezza in base all’età e alle relazioni) di sacrificare parti di sé, rinunciando spesso all’espressione autentica di sé, dei propri pensieri, emozioni, bisogni e desideri. Questa è stata una “decisione antica” che, ripetuta più volte nel tempo, è diventata la propria personalità, il proprio modo di stare al mondo, di pensare e agire e di stare con gli altri.
Per essere accettato, per sentirsi amato, per ricevere approvazione, per sostenere la propria autostima, per soddisfare certi bisogni e desideri, l’individuo ha “scelto” di pagare un prezzo più o meno elevato.
Per certi versi è un processo inevitabile per adattarsi alla vita, alla realtà, per costruire relazioni. Quando diventa eccessivo, la sofferenza esplode.
Se la persona riesce ad arrivare a chiedere un aiuto psicoterapeutico, l’obiettivo di lavoro sarà quello di trovare o ritrovare un proprio personalissimo equilibrio rispetto alle parti di sé da sacrificare in favore di parti di sé da riconoscere, legittimare, valorizzare, esprimere per realizzare una vita serena, felice, appagante.

Quando soffri e quando… UN ATTIMO PRIMA DI CADERE

Soffri quando stai vivendo una vita vuota di ciò che vorresti e piena di ciò di cui faresti volentieri a meno. Dal generico allo specifico: soffri quando ti manca l’entusiasmo, l’eccitazione, la curiosità, l’amore, in tante delle sue forme, la fiducia, in te e negli altri, la speranza, il coraggio. E soffri quando lo stress prende la forma di esperienze fallimentari, relazioni deludenti, paura e dolore, tristezza e rabbia, sensi di colpa, di inadeguatezza, d’angoscia.
Se ti dice bene ti rendi conto di stare male, di avere bisogno di aiuto, specialistico (non basta più l’affetto e il sostegno di chi ti sta vicino, ammesso che tu ce l’abbia) e riesci a chiederlo. Arrivi in terapia…
“Perché è qui? Come posso aiutarla?”
Cominci ad esprimere, come ti riesce, il tuo dolore, la tua frustrazione, la tua delusione. Il tuo corpo che si lamenta. Il tuo senso di fallimento e impotenza. Il tuo blocco, la tua rassegnazione. Che altro? Un corteo di convinzioni, che sembrano scritte nella roccia, su quanto sei stupido, incapace, fallito, sfortunato, cretino… E la certezza, parimenti assoluta, che gli altri siano brutti, sporchi, cattivi all’interno di un mondo pieno di schifo e vuoto di senso. Pieno di giudizio. Vuoto d’amore. Pieno di niente. Vuoto per te…
Nelle forme più diverse e sulle strade più disparate, inizia un nuovo cammino. Per riprendere la speranza e la fiducia di potercela fare… Un attimo prima di ripetere il solito modo illusoriamente protettivo, certamente dannoso, di rispondere al dolore (UN ATTIMO PRIMA DI CADERE, di Giancarlo Dimaggio; versione romanzata del saggio/manuale teorico-pratico CORPO IMMAGINAZIONE E CAMBIAMENTO, sempre di Dimaggio e colleghi del centro TMI di Roma).
Per costruire nuove possibilità sulle macerie della disperazione e dell’impotenza. Un attimo prima di rinunciare… Compiacere… Aggredire… Sottometterti… Cercare di essere perfetto… Stordirti… Evitare… Isolarti… Un attimo prima di ri-cadere nei soliti meccanismi che fissano il dolore mentre cercano di allontanarlo…
La psicoterapia dunque!
Per diventare prima consapevoli di cosa sta succedendo nella propria vita. Cosa la vita mi propone e come solitamente rispondo. Fino a stare male…
Per comprendere l’origine dei propri problemi, le regole apprese in famiglia e nel percorso di formazione della personalità. Trascuratezza e maltrattamenti. Invisibilità e giudizio. “Mamma mi ha sempre fatto sentire… Papà mi ha sempre detto… A scuola ero sempre quello che… E con gli amici… E senza amici… E coi ‘nemici’…”.
Per comprendere che quelle regole continui a seguirle nel presente, senza pensare minimamente di metterle in discussione. “Mi hanno convinto di essere incapace e debole e continuo a crederci… Mi hanno convinto che è inutile provarci e sto ancora fermo al palo… Mi hanno convinto di essere speciale e vado in giro per il mondo a pretendere tale trattamento… Mi hanno instillato la paura e mi nascondo ancora oggi… Ho imparato a non fidarmi e continuo a stare solo…”. Tanto per fare qualche esempio…
Per arrivare a confrontarsi con queste credenze, convinzioni, verità ritenute vere e modalità di comportamento che continuano a ripetersi sempre uguali a se stesse, sempre e sempre più fonte di malessere.
Per provare a non farlo e a farlo. Per provare… Ci devi provare almeno…
Per iniziare a non fare più ciò che ti ha portato dolore e ti rinnova quotidianamente frustrazioni e delusioni.
Per cominciare a fare qualcosa di più vicino ai tuoi desideri autentici, sani, vitali che gradualmente puoi imparare a svestire delle paure che da sempre li accompagnano. La paura di essere rifiutato quando cerchi amore e cure. Di essere giudicato ferocemente quando cerchi apprezzamento e stima. La paura di essere boicottato quando cerchi di esplorare il mondo. Di essere escluso quando cerchi compagnia. La paura di sentirti sbagliato quando cerchi la tua felicità.
Lungo questi sentieri si svolge il percorso di cura. Ciascuno lo può percorrere… Ciascuno a suo modo… Passando per i rivoli più tortuosi della propria mente e attraversando le parti ‘incarnate’ del proprio dolore.
E tu cosa hai imparato? Cosa ti hanno fatto credere fosse verità assoluta? Quale verità continui a seguire, anche se ti procura sofferenza? Cosa vuoi fare?

Il presente della memoria

La memoria è il modo in cui noi ricostruiamo i fatti realmente accaduti. Tra realtà e ricordo la distanza può essere più o meno ampia.
Spesso la nostra sofferenza rispetto ad un passato doloroso è amplificata dalla nostra attenzione selettiva agli aspetti negativi dell’esperienza accaduta, vissuta e ricordata: emozioni estreme, sensazioni corporee dolorose, convinzioni negative su di sé e sulle altre persone coinvolte, immagini intrusive e aggressive, sensi di colpa, rabbia devastante, senso di impotenza e disperazione, angoscia, solitudine.
La nostra memoria è la nostra percezione e la nostra prospettiva sui fatti. Se ti confronti con un amico su quel concerto visto insieme trent’anni fa ti accorgi che sembrate raccontare due eventi anche molto diversi tra loro. Ma anche se ricordi il weekend appena trascorso insieme al tuo partner potreste focalizzarvi su aspetti diametralmente opposti sia per quanto riguarda eventi e comportamenti, sia sulle emozioni e sensazioni, sia su senso e valore dell’esperienza.

Per esporti anche in altro modo la questione ti suggerisco un piccolo esperimento.

Prendi una tua esperienza quotidiana, anche semplice e banale, come prendere il treno o svolgere un’attività sportiva o andare a prendere un caffè. E ricordala descrivendola in vari modi ovvero con diverse focalizzazioni: ricorda le immagini visive (ho visto il tabellone luminoso con l’orario del treno e il nuovo treno azzurro, ho visto molta gente correre, ho visto il modo frenetico con cui il barista preparava il caffè) o i suoni (ho sentito la gente parlottare sul vagone, il rumore dei bambini nel parco, il tintinnio del cucchiaino nella tazzina) o gli altri sensi (la puzza di sudore sul treno, la fronte bagnata mentre correvo, il gusto del caffè con la panna). Stessa esperienza, stessa persona, diverso focus, diverso ricordo, diversa descrizione. Quindi?
Pensando ad eventi passati, possiamo orientare la nostra attenzione verso aspetti diversi e con ciò tratteniamo in memoria o lasciamo andare via pezzi diversi della nostra esperienza. Il ricordo è il nostro assemblaggio di questi pezzi. Purtroppo, soprattutto nei ricordi dolorosi, tendiamo automaticamente a restare aggrappati ad aspetti negativi dell’esperienza, alle emozioni che ci hanno fatto male e alle persone che ci hanno trattato male.
Il lavoro terapeutico parte dal riconoscere e legittimare questo dolore a cui aggiunge anche il recupero di aspetti positivi dell’esperienza. Che non significa banalmente: “è morto papà ma è viva mamma”. Significa aiutare la persona a recuperare in memoria il senso profondo del proprio essere riusciti a cavarsela. Significa riconoscere le risorse impiegate per affrontare la situazione e sopravvivere. Significa valorizzare la propria resilienza, la capacità e le risorse possedute in mezzo alla disperazione e all’impotenza.
Riconoscere anche le risorse, oltre al dolore, ha un duplice valore.
Permette alla persona di rassicurare, consolare, confortare la propria parte ferita.
Permette oggi di accedere alle risorse già impiegate allora e a disposizione ora per affrontare i momenti difficili.
Risorsa è tutto ciò che ti è utile per cavartela…
Qual è per te una risorsa?
Come te la sei cavata in una situazione difficile?
Cosa ti ha aiutato ad affrontare quella situazione?
Quali risorse hai impiegato per non restare sopraffatto e superare quei momenti difficili?

UN ATTIMO PRIMA DI CADERE

Questo sono stato. Sì!
Questo sono. Sì!
Questo sarò. Sì… E anche no!
La psicoterapia aiuta la persona ad agire al presente, per rileggere il passato e (ri)-scrivere il futuro. Riscrivere il copione anticamente scritto…
Immaginando prima una realtà diversa. Agendo quindi in modo diverso nella realtà. Facendo la spola tra agire e riflettere, riflettere e agire. Muoversi per capire. Comprendere per spostare le cose.
Questo è, in estrema sintesi, il lavoro terapeutico.
Questa è la psicoterapia descritta in UN ATTIMO PRIMA DI CADERE, romanzo di Giancarlo Dimaggio, psicoterapeuta, che racconta storie di vita di pazienti, che si incrociano con la storia personale dell’autore e la sua evoluzione professionale. Un libro per tutti in cui la tecnica terapeutica viene romanzata quanto basta a catturare il lettore che può leggere probabilmente in alcuni passaggi anche pezzi della sua storia di vita.
Gli incontri, gli incidenti, le relazioni, le fortune, le scelte, insomma la nostra storia, scrivono direttamente ‘nel corpo’ una trama, con una serie di personaggi, che abitano la nostra mente e agiscono in noi, nelle nostre scelte, nelle nostre relazioni, a plasmare i nostri pensieri, a disegnare le nostre emozioni.
Il corpo vitale esprime gioia, fierezza, orgoglio, eccitazione, ma purtroppo, a volte o spesso, il corpo è corazza che porta anche dolore, cupezza, rifiuto e angoscia.
Affrontando le proprie paure, i propri ‘luoghi oscuri’, consapevole che “chi fa sbaglia, chi non fa sbaglia due volte”, il terapeuta mette al servizio della cura la sua ‘risonanza emotiva’ col dolore del paziente.
Il paziente racconta, più o meno chiaramente, i suoi vissuti di angoscia, paura, umiliazione, violenza, tradimento, esclusione, abbandono, rifiuto, svalutazione, colpa, solitudine.
Con disciplina interiore che la metà non basta, il terapeuta sta lì, con lui, respirando la stessa puzza, per riscrivere da qui, ora, una possibilità diversa. Per immaginarla… Per attraversarla con tutto il corpo… Per portarla nella realtà, attraverso azioni nuove, tutte da inventare, tutte da testare, tutte da affinare, fino a scrivere un finale diverso di vecchie storie, l’inizio di una nuova vita…

Storie di vita: dalla risorsa al sintomo, dal sintomo alla risorsa

Un bambino trascurato, traumatizzato, abusato emotivamente, se non fisicamente, cresce sentendosi “non amato” e “senza valore”, con sentimenti di inadeguatezza, incompetenza, colpa e vergogna, con un senso di difettosità oltre che di impotenza.

Traumi psicologici e fisici e trascuratezza emozionale sensibilizzano la mente del bambino prima e dell’adulto poi a “focalizzare errori e difetti personali” e a “trascurare qualità e valore personali”.

Imparare a riconoscere le proprie risorse è un passaggio fondamentale per potenziare il senso del proprio valore (autostima), di essere amabile e di poter affrontare la vita con senso di competenza ed efficacia.

Risorsa è tutto ciò che è utile a raggiungere scopi. Le risorse possono essere sane o problematiche.

Riconoscere le risorse comincia dal riconoscere il valore che hanno avuto in passato quelli che oggi sono diventati comportamenti problematici e sintomatici: comportamenti scoperti e appresi allora come utili a regolare le emozioni, a calmare il corpo, ad affrontare le difficoltà e a governare le relazioni. La domanda guida diventa: a cosa ti è servito imparare a fare quello che fai? Ad esempio: controllare, cercare la perfezione, fare da solo, chiuderti in te stesso, dire sempre sì, reprimere emozioni e pensieri, compiacere, dipendere, cercare sempre attenzione, urlare, pretendere, non esprimerti, non prendere decisioni. Da questo riconoscimento del “valore di sopravvivenza” anche di modalità problematiche, la persona può cominciare a riconoscere i bisogni che stanno sotto i sintomi e a trovare modalità e comportamenti più adattivi per rispondere a quei bisogni. Quindi la domanda successiva è: quali tue modalità sono ancora utili a soddisfare tuoi importanti bisogni e quali, invece, sono sostanzialmente disfunzionali e fonte di sofferenza?

Spesso le persone hanno organizzato un’intera storia di vita e struttura di personalità intorno a queste “decisioni precoci di adattamento”. Oggi quella storia e quella personalità condizionano le scelte e le relazioni attuali e quindi il grado di benessere/malessere che la persona vive. Terza domanda fondamentale diventa allora: cosa puoi cominciare a mettere in discussione del tuo modo di stare al mondo, di pensare e agire?

Mettere in discussione necessita di due ingredienti fondamentali: riflessione e azione. Riflettere per comprendere e dare senso. Agire per sperimentarsi concretamente in nuove modalità e scelte: fare qualcosa di diverso (non patologico e distruttivo, come da allora e fino ad ora) per soddisfare bisogni importanti e ancora validi, ora come allora. Ad esempio, se cercare a tutti i costi di essere perfetto ti è servito nel tentativo di sentirti amato in modo condizionato (il bambino in origine ha pensato inconsapevolmente: sarò amato “se e solo se” sarò perfetto), oggi puoi cercare amore autentico (affetto, relazioni appaganti, stima, ecc.) anche senza necessariamente dover essere perfetto. Altro esempio: se hai imparato a fare sempre e tutto ciò che gli altri (genitori in primis) ti chiedevano diventando esperto della compiacenza e della sottomissione (perché credevi così di guadagnarti briciole d’amore e apprezzamento), oggi puoi imparare anche a dire no, anche no e comunque sentirti amato e stimato in relazioni importanti (o perdere persone che evidentemente non ti meritavano). Terzo esempio: se sei cresciuto in una famiglia “imprevedibile” (es. papà fortemente violento, mamma profondamente depressa), è comprensibile che tu abbia imparato a “non dare fastidio e controllare tutto, anche l’incontrollabile” (con l’idea sensata che così avresti salvato la pelle ovvero avresti ottenuto il minimo indispensabile di amore e apprezzamento): oggi puoi comunque esprimere te stesso (pensieri ed emozioni) e abbandonare la necessità di controllare tutto. Ultimo esempio: da piccolo (e da grande) hai imparato a “volare basso”, ad avere poche ambizioni, ad essere modesto perché a casa dominava il valore dell’umiltà e della cautela non rischiosa (in altre famiglie invece regnava la ricerca del successo e del prestigio); quindi sei diventato una formichina, con i suoi pro e i suoi contro; oggi puoi comunque dare ascolto anche ad altre parti di te, più intraprendenti e più gaudenti.

Risorsa è tutto ciò che è utile a soddisfare bisogni. Risorsa è ciò che rende sopportabile ciò che sembra schiacciarci, che permette di superare una difficoltà che sembrava insormontabile, che permette di adattarci invece di soccombere. Ed è importante imparare a riconoscere le proprie risorse per utilizzarle. Ed è importante imparare a lasciarsi alle spalle risorse disfunzionali in favore di nuove risorse creative, efficaci e fonte di benessere.

Anche la persona più problematica e piena di limiti possiede delle risorse che deve imparare a riconoscere. Anche i comportamenti più problematici che oggi una persona vuole cambiare, un tempo sono stati risorse che hanno aiutato la persona ad affrontare situazioni difficili. Oggi la persona può riconoscere il valore di quei comportamenti e cercare di sostituirli con altri comportamenti più sani e altrettanto utili a soddisfare i bisogni originari e attuali.

Cronicamente in-felice

Fin da piccolo hai imparato e hai deciso che invece di… È meglio che… Completa a piacimento…
Così imparando divieti e obblighi… Ciò che non devi… Ciò che devi… Trova i tuoi…
Così imparando a realizzare le aspettative degli altri invece che a rendere conto ai tuoi bisogni e desideri autentici… Puoi elencare per ogni aspettativa che hai scelto di compiacere un bisogno e un desiderio che hai finito per trascurare…
Così imparando a vivere tra espressioni proibite e comportamenti leciti… Decidendo che fossero gli altri a decidere cosa fosse per te giusto e cosa sbagliato… Avrai certamente qualche esempio di questo…
Così imparando ad adattarti alle condizioni che hai incontrato e anche a sacrificare parti di te che hai soffocato, represso, messo a tacere, mandate nel dimenticatoio…
Così pagando salato il prezzo dell’amore, dell’approvazione, del sostegno e rinunciando a parti vitali di te che non piacevano a chi aveva il potere di elargire quell’amore…
E oggi?
E oggi spesso è un copione che reciti a memoria per cui però non vincerai l’Oscar.
E quindi?
E quindi il tuo percorso di crescita, comunque tu scelga di farlo, ti richiede di andare a ripescare ciò che hai smarrito per strada e a darti il permesso di recuperare tante potenzialità di benessere che nel tempo hai imparato a sacrificare sull’altare dell’adattamento confuso con la felicità.

Anche nelle migliori famiglie

I bambini, si sa, hanno bisogno di attenzioni. Hanno bisogno di essere accuditi, protetti, curati, stimolati, incoraggiati, sostenuti, apprezzati. Hanno bisogno di genitori con uno “sguardo attento”, capaci di rispondere in modo sollecito e adeguato ai bisogni dei figli e anche di fornire una giusta dose di frustrazione dei bisogni, in modo che il bambino crescendo sappia anche vivere l’esperienza che non tutto è ottenibile, né subito, né sempre facilmente. E ciò lo fortifica e lo prepara alla vita.

Purtroppo a volte succede che i genitori (per una serie svariata di motivi) non abbiamo quella giusta capacità di dare ai figli le giuste e sane attenzioni… E allora i figli devono imparare un modo per ottenere la soddisfazione dei loro bisogni di amore, vicinanza, conforto, sostegno e via dicendo. Questo modo, quando funziona, viene ripetuto, fino a consolidarsi e diventare il proprio modo di stare al mondo e di stare nelle relazioni interpersonali per ottenere la gratificazione dei bisogni. Da bambino come da adulto. E questo modo può essere più o meno sano oltre che più o meno consapevole. Allora abbiamo il perfezionista schizzato, il narcisista borioso, il controllante esaurito, l’istrionico disperato, l’evitante distaccato, il rabbioso cronico, il passivo ritirato, l’ossessivo ossessionato, l’eccentrico sulla luna, il dipendente sanguisuga, il ragioniere delle relazioni, l’ingegnere dell’intimità, e via dicendo. Tanto per usare “etichette semplificanti” che aiutino a capire come ciascuno di noi può essere un tipo di questi e ciascuno di noi può essere circondato da questa “strana gente”. 
Spesso le persone arrivano a chiedere aiuto per la loro sofferenza emotiva e nei rapporti con gli altri perché quel modo, anticamente trovato e ripetuto, oggi è diventato così rigido e inflessibile da creare molti più problemi di quanti bisogni riesce a soddisfare.
La persona, in terapia o con altri strumenti, deve lavorare sulle sue “maschere”, sui suoi “ruoli sclerotizzati”, sulle sue “ferite ancora sanguinanti”, sulle sue “modalità ripetitive di manipolare” gli altri. Per sviluppare una maggiore flessibilità per chiedere, in modo sano, consapevole, adulto, responsabile, ciò di cui ha bisogno, per re-imparare a governare la frustrazione e la delusione che si incontrano nelle relazioni, per fare scelte felici ed efficaci diverse da quelle del passato, anche se mai perfette.