Esercizio di consapevolezza e azione di fronte al ripresentarsi della sofferenza arcinota

Esercizio semplice semplice che ti fornirà risultati sicuri… se lo fai!

Di fronte al ripresentarsi di una sofferenza arcinota: la solita ansia, la solita depressione, le stesse abitudini autodistruttive, i soliti pensieri negativi, il solito modo scomposto di esprimere e regolare le emozioni, le modalità aggressive o passive di comunicare, sempre uguali a se stesse… È importante comprendere cosa caratterizza questa “ripetizione della ferita” e soprattutto quali cambiamenti attivare per mandarla via o non farla ripresentare.

Può essere utile seguire una traccia di domande e riflessioni per un esercizio di consapevolezza e azione:

  • In che modo si presenta la sofferenza nella mia vita attuale?
  • Quali comportamenti, quali pensieri, quali emozioni tendono a ripetersi nei miei problemi e nelle situazioni di sofferenza che vivo oggi?
  • Cosa è stressante in questo momento della mia vita?
  • Quali frustrazioni tipicamente vivo oggi nella mia quotidianità, nei diversi ambiti di vita?
  • Quali persone mi deludono?
  • Che atteggiamento o reazione assumo io solitamente rispetto a questo copione di sofferenza?
  • Cosa tendo a fare e pensare per favorire il ripresentarsi di ciò che mi fa soffrire?
  • Quali bisogni emergono come fondamentali per me ora?
  • Cosa sto facendo rispetto a questi miei bisogni?
  • Cosa potrei fare?
  • Cosa decido di fare concretamente da ora in poi per non ritrovarmi nei soliti vecchi scenari dolorosi, frustranti e stressanti?

Comincia a fare questo esercizio con attenzione, riflessione e impegno a cambiare nel concreto quello che solitamente fai… I risultati che emergeranno saranno fondamentali per farti comprendere quello che genera la tua sofferenza e per farti attivare concretamente in direzione di ciò che veramente vuoi creare nella tua vita.

Senso di colpa e rabbia: due facce della stessa moneta dell’amore

Quando siamo PICCOLI impariamo un meccanismo di relazione e comunicazione con gli altri, spesso coi nostri genitori, che ci porteremo APPRESSO per TUTTA LA VITA. Almeno fino a quando non lo riconosciamo e decidiamo di metterlo IN DISCUSSIONE.
L’altro dice o fa qualcosa per cui ci sentiamo trattati ingiustamente o criticati aspramente, aggrediti o rimproverati ferocemente, ostacolati nei nostri desideri o trascurati nei nostri bisogni, ingannati o danneggiati, messi in difficoltà o addirittura in ridicolo. Per questo proviamo RABBIA, spesso accompagnata da dolore, tristezza, solitudine, anche paura. La nostra tendenza naturale sarebbe quella di esprimere queste emozioni, in particolare la rabbia, mettendo la persona al proprio posto o mandandola a quel posto o esprimendo chiaramente che non vogliamo più essere trattati in quel modo e vogliamo essere assolutamente rispettati. Solo che siamo bambini, spesso al cospetto dei nostri genitori che rappresentano per noi la fonte della verità oltre che di amore e stima, protezione e guida. Quindi l’esito è alquanto diverso da quello che sarebbe naturale…
Per garantirci vicinanza e protezione, apprezzamento e stima, guida e presenza, finiamo inconsciamente per bloccare le nostre reazioni naturali e sane. Invece di ribellarci al trattamento ingiusto finiamo per sottometterci, restare in silenzio, chiusi in noi stessi, guidati dalla paura della nostra reazione, dalla paura della nostra rabbia che, immaginiamo, potrà ferire le altre persone (a cui vogliamo bene), potrà farle soffrire o arrabbiare e per questo temiamo la ritorsione, temiamo di essere abbandonati, lasciati soli, rifiutati, non più amati né protetti né apprezzati, non più guidati e aiutati a crescere e capire il mondo. Siamo bambini e questo ci dicono la testa e il cuore. E non possiamo permetterci di restare soli e abbandonati. Almeno questa è la grande paura nella mente del bambino.
Quelle volte che abbiamo provato a farci sentire e rispettare siamo stati rimproverati e colpevolizzati, ci siamo SENTITI IN COLPA all’idea di aver fatto soffrire le persone a cui vogliamo bene.
Questo meccanismo, quasi completamente inconscio, ripetuto innumerevoli volte, coi genitori in particolare, ma non solo, finisce per diventare uno scenario che tendiamo a riproporre per tutta la vita, in tutte le relazioni fino all’età adulta. Fino a quando almeno questi schemi diventano fonte di eccessiva sofferenza, portano la persona a sviluppare sintomi e la portano a chiedere un aiuto psicoterapeutico.
In terapia, la persona impara a riconoscere, comprendere l’origine e il significato attuale di questi schemi e a vederli in tutto il loro impatto, generatore di sofferenza emotiva e problemi nelle relazioni. Quindi a mettere in discussione questi automatismi: comincia a sfidarli, comincia ad introdurre qualche novità per verificare se oggi da adulto, che si porta quel bambino dentro, ma che non è più quel bambino spaventato di allora, può agire in modo più salutare e in sintonia coi propri bisogni e desideri autentici. Ad esempio, per comprendere, forse per la prima volta, che ciascuna persona ha il diritto di farsi rispettare, che ciascuna persona è responsabile di quello che pensa, prova e fa e che nessuno è responsabile delle emozioni che prova un’altra persona… Come quel bambino ha creduto per una vita…

La visualizzazione al servizio della vita

Spesso invito i pazienti a fare degli esercizi di visualizzazione guidata. Assumendo una posizione comoda e rilassata, in contatto consapevole col respiro, li guido nei loro luoghi dell’infanzia con un semplice suggerimento iniziale: “lascia che emergano immagini della tua infanzia… ricordi … con una o più persone significative…” … genitori, fratelli, nonni, zii, altre persone … e senti le sensazioni che sentivi allora… prova le emozioni che provavi in quella situazione…”.

Pur nella diversità di capacità immaginative e di ricordare, basta questa semplice indicazione per portare la persona in contatto … con la sua infanzia… con le persone che si sono prese cura di lei… con le situazioni felici… con le situazioni dolorose…

In particolare, attraverso la creazione di immagini associata al lasciarsi andare delle sensazioni del corpo, le persone possono accedere, “come non hanno mai fatto solo attraverso il ragionamento”, ad esperienze fondamentali di “bisogni frustrati” che sono “generatori della personale ferita”.

Questa “immaginazione guidata” è una vera e propria ricerca del proprio bambino ferito, addolorato, deprivato, trascurato, lasciato solo…

Emergono allora… possono emergere… in base alla storia individuale di ciascuno … bisogni di accudimento mai pienamente soddisfatti: mancanza di carezze, di abbracci, di contatto fisico, di coccole, di vicinanza e calore; ricordi di quanto poco tempo i genitori hanno dedicato al figlio …

Possono emergere frustrazioni legate al non essersi sentiti mai veramente visti e riconosciuti né veramente ascoltati e compresi nei propri bisogni e stati d’animo, ricordi di genitori sempre troppo indaffarati per mettersi veramente nella posizione del bambino e “rispecchiarlo” nel suo mondo interno né capaci di offrire reale presenza e disponibilità all’aiuto e alla comunicazione.

Può emergere anche un deficit di sostegno e guida, immagini di genitori che di fatto non hanno saputo veramente orientare il bambino attraverso valori chiari e condivisi né attraverso regole chiare ed esempi coerenti.

Emergono immagini di genitori spesso eccessivamente critici o, invece, sbrigativi e con poco spessore. Genitori narcisisti e vulnerabili, troppo impegnati a guardare se stessi e il proprio bambino ferito, fino al punto di avere tanti limiti e incapacità di prendersi cura veramente del proprio figlio reale. Genitori incapaci di soddisfare i bisogni fondamentali di protezione, amore, stima, guida, incoraggiamento.

La visualizzazione, come ogni strumento di crescita personale, può portare la persona a cercare “nuove strategie per affrontare drammi antichi”, nuove possibilità, tutte da inventare, rispetto a quelle soluzioni trovate, scelte e adottate dal bambino che siamo stati per fronteggiare dolori, traumi, angosce, solitudine…

Invito, dunque, la persona, nel “qui e ora” della sua potente capacità di immaginazione che la conduce al “lì e allora” del suo dolore antico, a visualizzare queste nuove chance che può darsi, creare, permettersi

L’immaginazione può essere un canale di accesso molto potente a consapevolezze, significati e soluzioni che la sola mente razionale non riesce a volte a raggiungere.

Prova a seguire la traccia su indicata, magari con una persona fidata, inizia a scendere dentro di te attraverso la tua immaginazione e il ricordo dei luoghi della tua infanzia… Sarà una scoperta preziosa, sia quando incontrerai la gioia sia quando contatterai il dolore… sia quando troverai nuovi modi per portare avanti la tua vita…

Il bambino padre dell’adulto. Esercizio per essere protagonista del proprio cambiamento

Pensa alla tua vita… alla tua storia di vita… a diversi periodi della tua vita… in particolare presta attenzione alle tue relazioni interpersonali e affettive … e completa queste frasi, anche più volte ciascuna se vuoi:

  • Credo di aver avuto sempre problemi di …
  • Credo di aver avuto sempre paura di …
  • Ho sempre creduto che gli altri fossero …
  • Ho sempre creduto di me che …
  • Il tema dominante e ripetitivo della mia vita è …
  • Se dovessi dare un nome alla storia della mia vita potrei chiamarla …
  • Se dovessi esprimere la mia storia personale attraverso un motto o un aforisma …
  • Qual è la verità fondamentale e fondante della mia vita e di me stesso …

Completando queste frasi avrai potuto trovare informazioni sulla tua “ferita”, sul “bambino ferito” che sei stato e sul “bambino sofferente” che ti porti ancora dentro e che, dall’interno, “guida” il comportamento e l’esperienza dell’adulto che sei oggi.

La nostra ferita esprime la nostra “sensibilità emotiva e relazionale”, anticamente acquisita nei rapporti primari e continuamente consolidata negli anni attraverso le esperienze di vita con figure emotivamente importanti, figure di autorità, coetanei, gruppi di appartenenza e di identificazione.

Questa personalissima sensibilità orienta il nostro modo soggettivo di percepire le situazioni, interpretare gli eventi, creare significati, considerare se stessi e gli altri, vivere i rapporti affettivi e le relazioni. Quando questa sensibilità è troppo “rigida” ci impedisce di creare e mantenere buone relazioni perché tendiamo, inconsapevolmente, ad incasellare gli altri e noi stessi dentro “le solite etichette negative” che non ci consentono di vivere gli eventi in modo sereno ed equilibrato. Ad esempio, consideriamo e viviamo gli altrisempre” pericolosi, giudicanti, imprevedibili, inaffidabili, malevoli, sprezzanti, ingannevoli, da sottomettere, da manipolare, ingrati, ecc.. E noi stessi “sempre” fragili, inadeguati, fregati, traditi, ingannati, superiori, speciali, colpevoli, sottomessi, incapaci, ecc..

Quando il “bambino ferito” arriva in terapia nella veste di “adulto con i suoi stati di stress e sofferenza”, può cominciare per la persona una nuova fase del rapporto con questo bambino, con il dolore che si porta appresso dall’infanzia. Comincia la cura della ferita.

La psicoterapia e il percorso di crescita personale in essa implicito richiedono un accesso al dolore per trasformarlo in liberazione e recupero delle potenzialità di felicità originariamente negate, represse, inibite.

Dopo tanto lavoro su se stessi, e periodicamente allora, si possono completare le frasi suesposte e verificare l’emergere di nuove consapevolezze. Le iniziali sensazioni, indefinite, nebulose, oscure, diventano consapevolezza più chiara e precisa di sé, dei rapporti con gli altri, della propria storia di vita, del proprio destino “segnato” dalle vicende infantili e “creato” continuamente in progress negli anni dalle proprie scelte, dai propri schemi, dalla personale sofferenza e dalla consapevolezza maturata che aiuta a cambiare.

Se il bambino è il padre dell’adulto… L’adulto può essere nuovo genitore di se stesso… Un se stesso diverso, progressivamente più libero dalle trappole infantili e più consapevole e responsabile di scelte attuali diverse dal passato, che non ripetono la ferita e sono maggiormente in linea con i propri bisogni, desideri, aspirazioni e valori autentici e vitali.

La rabbia è il tappo del dolore

LA RABBIA È IL TAPPO DEL DOLORE

Una delle verità più diffuse nel lavoro psicoterapeutico è che la rabbia è il tappo al dolore. Se non sempre, molto spesso, se non per tutti, per la maggior parte delle persone. Che vuol dire?
La persona prova rabbia, più o meno manifesta, perché le cose e le persone non sono come vorrebbe che fossero, perché la realtà delude le sue aspettative, perché gli altri non soddisfano i suoi bisogni, perché subisce un danno o un’ingiustizia. E questo modo di funzionare, sempre consapevoli della generalizzazione che prevede eccezioni, lo abbiamo, un po’ tutti, imparato da piccoli, quando avevamo bisogno che qualcuno soddisfacesse i nostri bisogni, ma non è andata proprio così o perlomeno come in cuor nostro desideravamo. Ad esempio, avevamo bisogno di cure, protezione, affetto, ascolto, comprensione e guida… Ma abbiamo ricevuto risposte “non sintonizzate” coi nostri bisogni. Per questo ci siamo sentiti soli, feriti, abbandonati, rifiutati e abbiamo provato paura, vergogna, tristezza, rabbia… La base è il dolore, memorizzato nel corpo, di non essere stati accuditi, protetti e rassicurati come avevamo bisogno.
Altro esempio: avevamo bisogno di essere riconosciuti nelle nostre qualità e nella nostra unicità, il bisogno di essere apprezzati, stimati, valorizzati… Ma abbiamo ricevuto risposte giudicanti, critiche, rimproveranti, svalutanti, sprezzanti per cui abbiamo provato tristezza, rabbia, vergogna, paura… Una base di dolore, scritto anche nel corpo, per non essere stati valorizzati positivamente e sostenuti nella costruzione di una buona stima di noi stessi.
Terzo esempio comune: avevamo bisogno di essere incoraggiati e sostenuti nelle nostre iniziative autonome, nei nostri tentativi di capire noi stessi e il mondo, nei nostri slanci creativi alla realizzazione di noi stessi, nel nostro sguardo curioso e vitale verso il mondo… Ma abbiamo ricevuto risposte inibenti, spaventate, colpevolizzanti, frenanti, limitanti, disinteressate, per cui abbiamo sentito rabbia, vergogna, paura, tristezza, inadeguatezza… Una base di dolore, sempre incarnata nel nostro corpo, per non aver ricevuto sostegno al nostro progetto di diventare pienamente noi stessi attraverso lo sviluppo delle nostre potenzialità.

Prima o poi, ciascuno a suo modo e per le vie più svariate, molte persone arrivano a contattare quel tappo e ciascuno lo apre o tiene chiuso a suo modo…

Esistono infiniti modi per stare al mondo

Il “bambino ferito” è una metafora per significare come ci portiamo appresso i dolori e i traumi dell’infanzia. Ma non è solo una metafora perché la ferita esiste veramente, nel corpo e nella mente, sotto forma di dolori fisici che ci portiamo “addosso impressi nel corpo” e dolori psicologici che tendiamo a “rivivere” in diverse situazioni della vita attuale.

La ferita esprime una verità. Ma non una verità vera, semplicemente una verità in cui crediamo. Perché così abbiamo imparato a credere da bambini. Quello che è accaduto quando eravamo piccoli lo abbiamo interpretato con la nostra “rudimentale mente infantile” che ci ha portato a sviluppare idee, credenze, convinzioni, rappresentazioni della realtà che in qualche modo ne sono un’espressione distorta o perlomeno limitata o parziale. Comunque, questa mappa della realtà, in buona parte inconsapevole, ha cominciato a guidarci da allora e fino ad oggi quando ancora continuiamo a credere, ad esempio:

  • di essere colpevoli della separazione dei nostri genitori
  • di non aver aiutato mamma abbastanza a tirarsi su dalla sua depressione
  • se papà mi ha sempre picchiato è perché io sono cattivo
  • c’è qualcosa in me che non va
  • solo se ti fai vedere forte le persone ti rispettano
  • prima o poi gli altri scopriranno che non valgo veramente come persona
  • la felicità dei miei genitori dipende da me
  • solo accontentando gli altri puoi trovarti bene
  • nella vita i maschi hanno un posto e le femmine hanno un altro posto, così sono sempre state le cose e non ci si può fare niente
  • sono troppo debole per essere stimato dagli altri
  • solo io posso “salvare” mamma
  • per essere apprezzato devi mascherare quello che provi
  • prima o poi fallirò come tutti i maschi di famiglia
  • alla fine resterò solo e abbandonato a me stesso
  • se mi comporto bene mi vorranno bene
  • merito di essere trattato in modo speciale
  • merito di essere escluso e allontanato dagli altri
  • da solo non ce la farò mai
  • solo chi è perfetto, impeccabile e senza macchia merita di andare avanti
  • non ho la stoffa per avere successo
  • nessuno mi vorrebbe bene se dicessi veramente quello che penso
  • nella vita prima o poi le persone ti fregano
  • la solitudine è l’unica compagna della mia vita

Questi sono solo alcuni esempi delle “infinite possibili credenze” che possono far parte della vita delle persone per come sono cresciute e per quello che hanno imparato a credere vero e a convincersi nel corso degli anni. Anche tu avrai sicuramente le tue convinzioni su te stesso, sugli altri, sulle relazioni, sulla vita, sul mondo, ecc.. Idee, convinzioni e rappresentazioni della realtà, di cui puoi essere più o meno consapevole, ma che sicuramente guidano dall’interno il tuo modo di pensare, sentire, agire, incontrare gli altri, vivere la vita.

Fino a quando questa guida interiore è funzionale ed efficace e ti permette di soddisfare i tuoi bisogni, di realizzare i tuoi sogni e di vivere la vita felice che vuoi, come tu la intendi, allora puoi anche evitare di diventarne consapevole. Quando questo mondo interno ti crea più problemi di quanti te ne risolva ovvero ti guida verso esperienze di frustrazione, stress, dolore, angoscia che non riesci a superare, allora è bene fare una visitina a questa ferita interiore, cominciando ad esplorare la tua sofferenza, il tuo stile di vita, il tuo modo di pensare, il tuo modo di stare con gli altri, il tuo modo di gestire le emozioni, ecc..

Ti suggerisco allora una breve traccia o mappa per orientarti in questo territorio finora abbastanza sconosciuto. È un esercizio che puoi fare da solo o aiutato da qualcuno o eventualmente in psicoterapia:

  • individua cosa ti fa soffrire e provare emozioni di dolore, rabbia, paura, tristezza, senso di colpa, vergogna, invidia, gelosia, esclusione e/o qualsiasi altra emozione per te negativa
  • individua come tu stai agendo e reagendo a questa situazione
  • individua quali sono le convinzioni che accompagnano quello che senti e quello che fai (gli esempi sopra riportati ti possono aiutare a cogliere le tue convinzioni profonde, anche se sono solo alcune possibilità che possono o meno riguardare il tuo vissuto). Fatti guidare dal ragionamento e anche dall’intuito. Le convinzioni che troverai puoi sempre cambiarle, modificarle e sostituirle con altre che nel corso della tua esplorazione potranno emergere come “più vere per te”.
  • di fronte ad ogni convinzione trovata chiediti se effettivamente è “proprio vera” o se semplicemente è qualcosa che da tanto tempo “hai imparato a credere vera per te”.
  • cerca di rintracciare comunque quando è nata questa convinzione, quando ricordi di aver creduto per la prima volta a questa verità, cosa o chi te l’ha insegnata, da quali esperienze deriva
  • individua “un’altra credenza possibile” che se fosse vera potrebbe aiutarti ad affrontare meglio la situazione iniziale fonte di sofferenza. Può essere una credenza che per te è vera e che potrebbe guidare il tuo pensiero e il tuo comportamento in modo più sano e utile
  • quando cominci a credere ad un’altra possibile rappresentazione della “realtà attuale” e anche di “come sono andate le cose in passato”, puoi cominciare a sentirti diversamente, a pensare diversamente e ad agire in modo più benevolo con te stesso oltre che più efficace rispetto alla soddisfazione dei tuoi bisogni
  • inizia dunque a testare nella realtà queste nuove convinzioni, comincia ad agire come se la nuova verità in cui credi fosse proprio vera… E vedi cosa succede, come reagiscono gli altri, come reagisci tu…

Per concludere (ma anche “per ricominciare”) possiamo “rivisitare” gli esempi forniti in precedenza, come nuove possibilità “vere se cominci a crederci”:

  • un bambino non può essere colpevole della separazione dei genitori
  • un bambino non deve prendersi cura della sofferenza della mamma
  • un padre che picchia un figlio non riesce a trovare altri modi per educarlo
  • posso aver sbagliato o avere i miei limiti, come tutti, ma non sono sbagliato come persona
  • posso sentirmi rispettato anche se non sono sempre e comunque forte
  • sono una persona amabile e di valore che, come tutti, può più o meno piacere agli altri, può essere simpatico ad alcuni e non ad altri
  • nessuno è responsabile diretto della felicità di altri, tanto meno un bambino può farsi carico della felicità dei propri genitori
  • puoi avere buone relazioni anche se hai un tuo modo di pensare e agire che non sempre è in linea con le idee e col volere altrui
  • nella vita i maschi hanno un posto e le femmine hanno un altro posto, questo può essere “bello”, ma se crea problemi nei rapporti interpersonali può essere cambiato
  • posso essere stimato dagli altri, anche quando sono debole
  • nessuno salva nessuno, tantomeno un bambino può sentirsi “caricato del peso indebito” di “salvare” un genitore
  • puoi essere autentico e spontaneo nell’espressione dei tuoi pensieri e sentimenti ed essere apprezzato anche da chi ha una visione diversa dalla tua
  • nessun destino è scritto sulla pietra: il mio successo o fallimento dipende da tanti fattori, in primis dalla mia capacità di farmi carico del mio successo e del mio fallimento
  • potrò sempre trovare qualcuno con cui stabilire una relazione soddisfacente; potrò anche essere solo eppure vivere tranquillo
  • le persone possono volermi bene anche se a volte le deludo
  • io sono unico, irripetibile e di valore, come tutti gli altri
  • posso creare e mantenere relazioni soddisfacenti
  • in certi casi posso farcela da solo, in altri posso chiedere aiuto
  • il valore come persona è indipendente dal “successo” e il successo è diverso da persona a persona
  • posso ottenere risultati soddisfacenti negli ambiti di vita che mi interessano
  • posso esprimermi autenticamente ed essere amato
  • nella vita incontri persone che ti fregano e persone affidabili e oneste
  • accanto a momenti di gioia e condivisione vivo e ho vissuto anche momenti di grande solitudine.

Se cominci a credere a queste possibilità ovvero se cominci a farti guidare da certe credenze invece che da altre, anche il tuo comportamento e le tue relazioni potranno cambiare in una direzione più positiva, fonte di benessere e realizzazione personale.

Dal letame nascono i fior. Una storia sulla perfezione e sul valore

C’era una volta un’anziana donna che aveva due grosse anfore appese alle estremità di una canna che portava sulle spalle. Una delle anfore aveva una crepa e perdeva un po’ d’acqua, mentre l’altra era perfetta e conservava sempre tutta l’acqua.
Alla fine del lungo cammino, dal fiume a casa, la vecchia donna restava con un’anfora piena solo a metà. Per due anni interi andò avanti così…
L’anfora vecchia e screpolata si sentiva umiliata e inutile, tanto più che l’anfora nuova non perdeva l’occasione di far notare la sua perfezione.

Dopo due anni, che all’anfora difettosa sembrarono un fallimento senza fine, l’anfora disse alla donna: “io mi vergogno del mio difetto e dei guai che ti procuro”.
L’anziana signora sorrise: “non hai notato che dal tuo lato della strada risplendono i fiori, ma non dal lato dell’altra anfora? Io ho messo dal tuo lato della strada dei semi di fiori, perché ero consapevole del tuo difetto. Ora tu li annaffi ogni giorno quando torniamo a casa. Per due anni ho potuto raccogliere questi meravigliosi fiori e ornare la tavola con essi. Se tu non fossi esattamente così, come tu sei, non esisterebbe questa bellezza che adorna la nostra casa”.

… … …

Come spesso accade nella nostra vita quotidiana, le cose non sempre sono proprio quello che sembrano … Le ferite, i dolori, i fallimenti, le imperfezioni possono esprimere possibilità di bellezza, nutrimento e vitalità… Basta saper guardare con attenzione… Piantare semi e prendersene cura…