Ieri come oggi, da oggi mai più

Inevitabilmente, non possiamo soddisfare tutti i nostri bisogni. Anche da piccoli, non sempre abbiamo ricevuto risposte positive e appaganti quando manifestavamo i nostri bisogni. Alcune volte, però, per alcune persone, la frustrazione originaria è stata proprio eccessiva. Hanno ricevuto risposte di disinteresse totale, disattenzione assoluta, risposte rabbiose, critiche. Quel bambino si è sentito rifiutato, abbandonato, non amato, completamente svalutato nella sua unicità di persona. E ha imparato a fare con se stesso come gli altri hanno fatto con lui. Nel tempo avrà imparato a non riconoscere nemmeno i suoi bisogni e desideri, li avrà messi nel ripostiglio più buio della sua anima. Avrà imparato a fare senza. Pagando inevitabilmente un prezzo enorme di dolore per un vuoto irrisarcibile.
Da adulto, in molteplici modalità, quasi completamente inconsapevoli, cercherà di colmare l’incolmabile. Tenderà ad incontrare gli altri con il filtro della pretesa, con la credenza, anche questa non proprio consapevole, di avere il diritto al risarcimento. E crederà anche che ciò che non ha ricevuto allora gli sia dovuto ora. Inevitabilmente, vivrà una ripetizione della frustrazione originaria, vivendo gli altri come massicciamente deludenti, profondamente incapaci di soddisfare i suoi bisogni e di sintonizzarsi coi suoi stati d’animo.
Le sue relazioni non potranno che essere intossicate da rabbia e risentimento reciproci che non faranno altro che alimentare la deprivazione e il senso di profonda solitudine e non amore.
Con questa ferita, la persona arriva in terapia a chiedere aiuto per una serie di sintomi e problemi nelle relazioni attuali. Da questi si procederà all’indietro fino alla cura di quel bambino deprivato che oggi governa l’adulto sofferente.

Come puoi trasformare le tue miserie nelle tue meraviglie

Sei nella miseria quando confondi ciò che puoi controllare con ciò che non puoi controllare…
Sei nella miseria quando vuoi cambiare le altre persone…
Sei nella miseria quando ti perseguiti con giudizi feroci che non ti danno scampo…
Sei nella miseria quando sguazzi nella lamentela fine a se stessa…
Sei nella miseria quando indugi nella pretesa e non riesci mai ad essere soddisfatto…
Sei nella miseria quando continui a fare la vittima…
Sei nella miseria quando resti fermo ad aspettare che le cose arrivino da sole…
Sei nella miseria quando pensi troppo senza agire o agisci senza pensare…
Sei nella miseria quando metti sempre gli altri prima dei tuoi bisogni…
Sei nella miseria quando ti incastri in missioni impossibili…
Sei nella miseria quando ti aspetti che gli altri sentano, pensino e agiscano esattamente come fai tu…
Sei nella miseria quando ti ritrovi a sentirti o completamente impotente o addirittura onnipotente…
Sei nella miseria quando ti fai gestire dal tempo degli altri e il tempo a te non basta mai…
Sei nella miseria quando non riesci a comunicare efficacemente per risolvere i conflitti…
Sei nella miseria quando aggiungi dolore evitabile al dolore inevitabile…
Sei nella miseria quando vuoi tutto e pure subito…
Sei nella miseria quando dichiari di voler cambiare ma di fatto non fai niente di realmente efficace per ottenere ciò che desideri…
Sei nella miseria quando…
E sei anche nella miseria quando…
Ti vengono in mente altre miserie?
Insomma, quanto puoi esclamare: “sono proprio nella miseria!!!”?
E, soprattutto, come puoi trasformare le tue miserie, una, qualcuna o moltissime, nelle tue meravigliose meraviglie?

Comincia a riflettere sulle tue miserie…

Comincia a sentire le emozioni che provi quando sei nella miseria…

Comincia ad identificare quali sono i tuoi bisogni sani e realistici che da troppo tempo stai facendo aspettare…

E, soprattutto, alla luce di questa consapevolezza, comincia ad agire come non hai mai fatto…

Buon viaggio…

Alice nel paese delle miserie. Il libro

Oggi proprio oggi è il giorno giusto per iniziare a trasformare le tue miserie nelle tue meraviglie.
Questo potrebbe essere un mantra da leggere ogni giorno, più volte al giorno, anche oggi, proprio oggi, primo giorno del resto della tua vita.
Ti invito a farne una scelta di vita. Impegnarti a creare la tua vita meravigliosa. Una vita certamente non perfetta, non esiste!!!
Anzi no, esiste. La vita è perfetta quando accetti che non esiste la vita perfetta.
Ti invito a rintracciare le tue miserie. I tuoi modi di funzionare, con te stesso e nelle relazioni, modi che ti procurano stress. I tuoi modi di pensare e di agire che generano la tua sofferenza. La tua corazza caratteriale costruita negli anni, che a volte sembra una corazzata inaffondabile, a volte è piena di falle che la portano a picco.
Ti invito a cercare quello che c’è ma non si vede, non sempre almeno, non immediatamente, eppure è lì, nel tuo modo di essere, che condiziona ciò che fai e ciò che succede nella tua esperienza di vita.
Ti invito, nonostante la paura, ad affidarti al tuo coraggio di farti guidare dai tuoi desideri.
Ti invito, nonostante tanti limiti e l’impotenza, ad impegnarti per la creazione di una vita basata su ciò che per te è importante, su ciò che ha per te valore, per rendere la tua vita degna di essere vissuta.
Ti invito a contattare la tua capacità di meravigliarti, sempre e comunque. A cercare la speranza anche nella disperazione, a creare un senso anche se a volte un senso non sembra esistere.
Ovviamente ti invito a leggere il mio libro e ti ringrazio in anticipo per come vorrai condividerlo, per farne pratica concreta di consapevolezza e responsabilità, individuale e nei rapporti interpersonali. 🙏🍀

La ferita e la pretesa

Molte persone si portano dentro una ferita affettiva che origina nell’infanzia. Una ferita emotiva e anche propriamente fisica, un ‘dolore da deprivazione’ sentito proprio a livello somatico. A volte diventa un sintomo fisico e/o psichico, altre volte sviluppiamo strategie diverse per non sentire quel dolore, ma quelle strategie diventano esse stesse un problema. Ad esempio, per non sentire quel dolore cerchiamo stordimenti vari (alcol, droghe, internet, social, gioco d’azzardo, sesso compulsivo non relazionale, shopping compulsivo, ricerca ossessiva del controllo) o sviluppiamo relazioni di dipendenza da altre persone o diventiamo eccessivamente compiacenti, sottomessi e tendenti all’autosacrificio. Oppure siamo molto aggressivi con gli altri, a volte con comportamenti violenti e ostili, altre volte con comportamenti passivi.
Una modalità diffusa di espressione della ferita antica è quella della ‘pretesa’. Se da bambini non abbiamo ricevuto adeguata attenzione, amore e interesse per i nostri bisogni, abbiamo imparato a fare con noi stessi quello che hanno fatto gli altri. Abbiamo messo a tacere i nostri bisogni. Ma questi non possono vivere nel silenzio e nell’oscurità, non possono non essere visti, riconosciuti e ascoltati. Restano ‘questioni irrisolte’ dentro di noi che tenderanno sempre a riemergere e ‘chiedere cura’.
Crescendo, diventiamo incapaci, molto spesso, di esprimere in modo sano questi bisogni, le altre persone non hanno possibilità di vederli e riconoscerli, noi ci sentiamo ancora frustrati, ora come allora e sentiamo dolore e rabbia. Per la frustrazione antica che si rinnova nelle relazioni attuali. Non riusciamo ad esprimere in modo sano questi bisogni di amore e cura ed entriamo nella ‘pretesa’. Il diritto e la legittimità profonda che sentiamo di avere per i nostri bisogni mai ascoltati si trasformano in modalità ‘aggressive’ di richiesta d’amore. In modo più o meno consapevole, pretendiamo dagli altri. Sentiamo che ci è dovuto. Obblighiamo implicitamente gli altri a darci oggi ciò che in origine non abbiamo ricevuto. E oggi l’altro, almeno fino a quando resta incastrato nella relazione, finisce per scontare il debito originario di chi non si è preso cura di noi. L’altro ‘deve’ darci ciò di cui abbiamo bisogno. La richiesta diventa ‘obbligo’, quasi ordine perentorio. La frustrazione, il dolore, la rabbia, la delusione diventano reciproche.
Probabilmente ciascuno di noi ha una ferita affettiva. Più o meno estesa, profonda, dolorosa, consapevole. Probabilmente ciascuno di noi, in specifiche circostanze, entra nella ‘modalità pretesa’ e ciò crea un problema nella relazione con l’altro, sia esso il partner, il genitore, un collega, un amico, addirittura un figlio.
Diventa fondamentale, per ciascuno di noi, ‘intercettare la pretesa’ e i bisogni sani e legittimi che esprime in modo disfunzionale. Per imparare, per la prima volta, nuove sane modalità di esprimere e chiedere per i nostri bisogni di amore e cura.

Razionale e irrazionale

Ciò che è razionale e irrazionale molto spesso non riguarda la mente logica, appartiene piuttosto alla mente storica, ad una logica che nasce dalla storia personale.
Se la tua storia è piena di esperienze traumatiche, è irrazionale avere fiducia nel futuro, anche se la fiducia razionalmente è ciò che permette di affidarsi e chiedere aiuto per curare le proprie ferite.
Se nella tua storia molte cose importanti sono finite male, probabilmente la speranza oggi per te è qualcosa di irrazionale.
Se sei stato tradito più volte da persone per te significative, è irrazionale crederci ancora, credere ancora in relazioni in cui dare tutto te stesso.
Se hai incontrato tanti fallimenti, credere in te stesso può sembrare una scommessa irrazionale totalmente lasciata al caso.
Hai altri esempi?
Un po’ tutti abbiamo imparato ad avere idee, convinzioni e credenze che trovano il loro senso, più o meno razionale, nella storia nel nostro sviluppo personale.
Chi abbiamo incontrato, cosa abbiamo vissuto, come lo abbiamo interiorizzato, cosa abbiamo imparato a credere sono diventati la cornice entro la quale abbiamo dipinto il quadro del nostro stare al mondo, con noi stessi e con gli altri. E ancora oggi questa cornice definisce i contorni di ciò che per noi è razionale e irrazionale, giusto e sbagliato, comprensibile e senza senso.
Quando oggi emerge una sofferenza nella forma di ansia e depressione, disturbi fisici e difficoltà interpersonali, problemi al lavoro e difficoltà sentimentali, siamo chiamati a guardare dentro quella cornice, per provare a prendere una tavolozza e cominciare a dipingere qualcos’altro…

Quando hai deciso

Quando hai deciso che dovevi essere sempre perfetto per essere felice? Non lo hai deciso? Allora perché ogni volta che fai un errore ti dai addosso in modo feroce come se avessi infranto un patto di sangue con la vita?
Quando hai deciso che dovevi essere sempre forte? Non lo hai deciso? Allora perché quando vivi un momento di debolezza sei assalito dalla più sprezzante delle vergogne e tendi rifiutare la tua fragilità e a nasconderla a te stesso prima che agli altri?
Quando hai deciso che nella vita dovevi sempre accontentare gli altri? Non lo hai deciso? Allora perché in ogni occasione finisci sempre per farti in quattro per tutti e solo per te non resta mai niente?
Quando hai deciso che nella vita dovevi sempre e comunque correre e sforzarti oltre misura fino a trascurare i più basilari bisogni di quiete e riposo? Non lo hai deciso? Allora perché la tua giornata è scandita da mille impegni (dove ce ne vanno molti di meno) tranne che dall’impegno a prenderti cura di te?
Ti vengono in mente altri contratti che hai firmato con la vita e con te stesso?
Sembra l’uccello del malaugurio, in realtà è la saggezza dentro di te che ti dice: se continui a vivere all’interno di queste decisioni che porti avanti da una vita, prima o poi il prezzo che pagherai diventerà troppo grande rispetto ai vantaggi che ricavi da queste scelte.
La tua saggezza ti vuole invitare a prendere nuove decisioni. Ad investire il tuo tempo, le tue risorse, le tue energie in direzioni diverse da quelle che porti avanti da una vita e che oggi sono fonte di tanta tua sofferenza.
Pensa ad un’area della tua vita, ad un ruolo che incarni, ad una relazione. Poni l’attenzione ad un comportamento che tipicamente ti caratterizza in quell’ambito, addirittura ad una scelta che adotti da una vita… E dai a te stesso una diversa possibilità di agire… Un nuovo permesso a te stesso per cominciare da una piccola nuova azione a cambiare ciò che sembra scritto da una vita…

DIPENDENTE, RIFUGIO DELLA MENTE

Io sono dipendente. Non posso farne a meno. Ho quote di dolore a cui devo porre un freno.
Io faccio un po’ di tutto, purché ciò mi stordisca. Io vuoto sono, un pesce, morto, senza la lisca.
L’amore mi è mancato. Chissà perché e per come. Sono così bruciato che non ricordo il nome. Il nome di mia madre e anche di mio padre. Figli si nasce, ma genitori accade. Anche se non sei pronto, non sei affatto capace. E per tuo figlio diventi il suo peggior rapace.
L’angoscia ha certo inizio, ma non si sa la fine. Intanto la tua vita è un tiro alla fune. Chi tira da una parte, chi da quell’altra ancora, ogni tuo sogno aspetta e incontra la malora.
Ti riempi e poi ti svuoti, e ti riempi ancora, di pessime illusioni è pieno il tuo cammino, vorresti tornar piccolo, riscrivere il destino.
La mente si rifugia, hai bisogno di scappare, da un mostro dentro te a cui non sai parlare.
È profonda la ferita, un buco senza fondo, il tuo dolore grida, la vita non fa sconto.

La cura è dura e dura il tempo del perdono. Perdoni gli altri e un po’ anche te stesso per l’unica strada a cui hai avuto accesso. Curi la tua ferita, oltre la paura antica e l’angoscia d’abbandono.

Sei depresso quando…

Sei depresso quando sei portatore insano di pretese. Perché le pretese sono sostanzialmente destinate al fallimento…
Pretese verso te stesso…
Pretese verso gli altri…
Pretese verso la vita, il mondo…
Pretese ovvero ‘doverizzazioni’ ovvero ricerca di standard di comportamento irrealistici, assoluti, estremi, perfezionistici, onnipotenti.
Tutto deve essere solo ed esclusivamente e necessariamente e assolutamente come deve essere.
Ma nemmeno tu conosci i confini di ciò che deve essere e come deve essere. Per definizione quindi missioni impossibili che pure, più o meno consapevolmente, desideri, ti aspetti, chiedi, pretendi, ma che risultano ben presto scopi non raggiungibili, mete irrealizzabili, destinate quindi a lasciarti quote, più o meno gigantesche, di frustrazione, delusione, rabbia, sensi di colpa, autosvalutazione, senso di fallimento e perdita, senso di ingiustizia, senso di mancanza e vuoto, disperazione. Insomma pienamente nella miseria!!!
Tu ti senti non all’altezza di come dovresti essere, ma non sai di preciso cosa dovresti e vorresti essere… Ti senti semplicemente inutile, impotente, incapace, indegno, privo di valore, immeritevole, non amabile…
Percepisci gli altri non all’altezza di come dovrebbero essere, ma non sai nemmeno tu bene come vorresti che fossero… Sono semplicemente fonte di sofferenza enorme per te, a volte li odi, altre volte ti vergogni di mostrarti al loro giudizio…
Il mondo è comunque da te vissuto come un posto sostanzialmente negativo e punitivo nei tuoi confronti… È profondamente ingiusto con te a volte… A volte invece è proprio quello che meriti… Almeno così credi, almeno questo è quello che senti…
Sembrano, a volte lo sono veramente, pensieri deliranti ovvero giudizi errati sulla realtà, valutazioni della realtà palesemente distorte in modo abnorme, inaccessibili ad ogni messa in discussione. Infatti, quando sei preda di questi pensieri, nulla ti può convincere del contrario: ciò che credi è semplicemente ciò che è vero e, se tutto il resto del mondo dice il contrario, tutto il resto del mondo non ti capisce…
Cosa fare? Di certo dipende dalla gravità e dalla persistenza di questi modi distorti di pensare e agire e dal loro impatto sulla qualità della tua vita personale, interpersonale, lavorativa.
In terapia, si lavora per:
– conoscere più precisamente il proprio funzionamento depressivo che è simile a tanti altri, ma anche unico
– recuperare un minimo necessario e indispensabile di vitalità, energia, piacere, ‘normalità’ delle attività quotidiane
– riconoscere i propri meccanismi disfunzionali di pensiero al fine di modificare quelle parti che sono maggiormente responsabili dell’umore depresso, della sofferenza associata, dei sintomi e dei comportamenti problematici
– elaborare i vissuti di fallimento e perdita, attraverso l’esplorazione delle emozioni e la ricerca di nuovi significati
– recuperare una vita sociale e affettiva soddisfacente, sufficientemente buona
– recuperare in modo concreto un progetto di vita adeguato a sé, ai propri valori e alle proprie risorse
– accettare i limiti, un certo grado di impotenza e gli stress, dolorosi ma sostenibili, che sono parte ineliminabile dell’umana esperienza.

Un atteggiamento fondamentale da sviluppare verso se stessi (e verso gli altri conseguentemente), fondamentale come terreno fertile affinché ogni altro lavoro su di sè sia possibile, è quello della compassione ovvero essere sensibili alla propria sofferenza, avvicinarla con curiosità per conoscerla senza giudicarla, col desiderio di alleviarla, consapevoli che stiamo tutti in questo mondo e che tutti cerchiamo di fare il meglio. Essere compassionevoli verso se stessi (e verso gli altri) vuol dire che non è tua la colpa, non serve giudicarti e giudicare in modo sprezzante e spietato; al tempo stesso, oggi hai la responsabilità e il potere di iniziare a cambiare le cose…

Due fatiche più un’altra

Rimorsi e rimpianti sono i denti velenosi dell’idea di perfezione. Di una vita perfetta. Sono pensieri e stati d’animo dolorosi che mordono dentro. Sono frutti marciti dell’idea di una vita ideale a fronte di una vita reale. Realmente vissuta, un bel po’ scelta e anche capitata. Perché è ovvio che la vita è una. Per come l’abbiamo scelta e continuiamo a sceglierla ogni giorno, ogni istante del nostro procedere in questo mondo. Perché è ovvio che sarebbe potuta essere in infiniti altri modi. Che avremmo potuto scegliere l’altra strada, aprire l’altra porta.
La mente è malata di questo bisogno di perfezione e di onnipotenza. Vorremmo essere tutto e il contrario di tutto. Vorremmo avere tutto e non perdere niente. On/off. O la vita o la morte. Espressioni queste estreme di un rapporto con la realtà che non prevede alcuno scarto tra il nostro desiderio e il suo appagamento. Sempre e comunque.
In mezzo a tanto dolore, tristezza, rabbia e rancore. Paura, vergogna e senso di colpa per ciò che non abbiamo avuto, per ciò che non ci è stato dato e per ciò che non siamo stati capaci di ottenere, dobbiamo farci aiutare.
Spesso nella frustrazione e nella delusione di una giornata o di una vita intera, ci facciamo aiutare dai sogni e dalle fantasie. I sogni a occhi chiusi ci fanno conoscere le infinite potenzialità perdute, le vite vissute che avremmo voluto e vorremmo, ma che restano censurate. Le fantasie a occhi aperti ci immergono in vite da leggere nella vita degli altri, vicini e lontani, reali e immaginari, da assaporare immaginando la loro piena felicità, illusione attraverso cui possiamo nutrirci di ogni occasione, di vivere vite alla perfezione.
Ma almeno altri due altri strumenti sono a nostra disposizione per far pace con la vita.
Dobbiamo farci aiutare dalla ACCETTAZIONE. Dal trovare il senso sereno di quello che è e non il perché lacerante di quello che avrebbe potuto essere.
Dobbiamo farci aiutare dalla GRATITUDINE. Grazie al mondo, alla vita, agli altri, a noi stessi. Riempirci del pieno piuttosto che lamentarci del vuoto.
Certo che non è facile, anzi molto faticoso.
Come dice il saggio, il rischio è di fare due fatiche: ti incazzi e ti scazzi. Tanto ti devi scazzare di fronte alla potenza dell’impotenza, all’onnipotenza dell’imperfezione. Tanto vale scegliere una terza fatica, quell’altra strada che ognuno di noi può tracciare a suo modo…

Astinenza

L’astinenza è la via regia della comprensione.
Astenersi, provarci almeno per un po’, ad astenersi dai modi che siamo soliti usare è utile per governare le nostre emozioni difficili.
Tutti noi funzioniamo in questo modo. Per una serie di fattori e di motivi, lungo l’arco della nostra storia di crescita, adattamento e sviluppo della personalità, abbiamo imparato, abbiamo dovuto imparare a fronteggiare ciò che ci inquieta, ci addolora, ci angoscia, ci fa sentire vulnerabili e insicuri.
Per anestetizzarci dal dolore psicologico e relazionale, abbiamo imparato ad evitare e controllare, ad aggredire e compiacere, ad essere servizievoli o molto egoisti, a cercare la perfezione, a sentirci in colpa, a sacrificarci per gli altri o pretendere sottomissione. Ovviamente a bere e drogarci, abbuffarci di cibo, sesso, social e shopping, fino ad auto-infliggerci dolore fisico per non sentire quello emotivo.
Per certi versi, all’inizio, anche le modalità palesemente disfunzionali hanno funzionato da risorse di gestione emotiva; progressivamente sono diventati ostacoli ad una nostra vita autentica, piena, di reale incontro con gli altri e soprattutto con noi stessi.
Se faccio quello che faccio non sento, non contatto il mio dolore, non mi conosco, non conosco veramente le fonti dell’angoscia e non posso quindi affrontare in modo veramente utile i problemi.
Quando inizio ad astenermi, almeno inizio a provarci, posso imparare ad essere attento a ‘cogliere’ cosa succede dentro di me: cosa provo, cosa sento nel corpo, cosa penso. È l’apertura della consapevolezza profonda, nel senso di conoscere ciò che effettivamente mi procura dolore e cosa posso fare di diverso per risolvere questo dolore…
Sei pronto a provare?