Il nucleo della sofferenza

Nella diversità di sintomi riferiti dalle persone che arrivano a chiedere aiuto, con problemi psicologici e interpersonali e storie di vita anche molto differenti tra loro, un elemento è sempre presente a contribuire alla sofferenza della persona. Per sentirsi accettato in famiglia e da altre persone importanti fuori dalla cerchia familiare (insegnanti, coetanei, gruppi vari, fino ai partner sentimentali), l’individuo, fin da bambino, ha “scelto” (con diversi gradi di consapevolezza in base all’età e alle relazioni) di sacrificare parti di sé, rinunciando spesso all’espressione autentica di sé, dei propri pensieri, emozioni, bisogni e desideri. Questa è stata una “decisione antica” che, ripetuta più volte nel tempo, è diventata la propria personalità, il proprio modo di stare al mondo, di pensare e agire e di stare con gli altri.
Per essere accettato, per sentirsi amato, per ricevere approvazione, per sostenere la propria autostima, per soddisfare certi bisogni e desideri, l’individuo ha “scelto” di pagare un prezzo più o meno elevato.
Per certi versi è un processo inevitabile per adattarsi alla vita, alla realtà, per costruire relazioni. Quando diventa eccessivo, la sofferenza esplode.
Se la persona riesce ad arrivare a chiedere un aiuto psicoterapeutico, l’obiettivo di lavoro sarà quello di trovare o ritrovare un proprio personalissimo equilibrio rispetto alle parti di sé da sacrificare in favore di parti di sé da riconoscere, legittimare, valorizzare, esprimere per realizzare una vita serena, felice, appagante.

Quando soffri e quando… UN ATTIMO PRIMA DI CADERE

Soffri quando stai vivendo una vita vuota di ciò che vorresti e piena di ciò di cui faresti volentieri a meno. Dal generico allo specifico: soffri quando ti manca l’entusiasmo, l’eccitazione, la curiosità, l’amore, in tante delle sue forme, la fiducia, in te e negli altri, la speranza, il coraggio. E soffri quando lo stress prende la forma di esperienze fallimentari, relazioni deludenti, paura e dolore, tristezza e rabbia, sensi di colpa, di inadeguatezza, d’angoscia.
Se ti dice bene ti rendi conto di stare male, di avere bisogno di aiuto, specialistico (non basta più l’affetto e il sostegno di chi ti sta vicino, ammesso che tu ce l’abbia) e riesci a chiederlo. Arrivi in terapia…
“Perché è qui? Come posso aiutarla?”
Cominci ad esprimere, come ti riesce, il tuo dolore, la tua frustrazione, la tua delusione. Il tuo corpo che si lamenta. Il tuo senso di fallimento e impotenza. Il tuo blocco, la tua rassegnazione. Che altro? Un corteo di convinzioni, che sembrano scritte nella roccia, su quanto sei stupido, incapace, fallito, sfortunato, cretino… E la certezza, parimenti assoluta, che gli altri siano brutti, sporchi, cattivi all’interno di un mondo pieno di schifo e vuoto di senso. Pieno di giudizio. Vuoto d’amore. Pieno di niente. Vuoto per te…
Nelle forme più diverse e sulle strade più disparate, inizia un nuovo cammino. Per riprendere la speranza e la fiducia di potercela fare… Un attimo prima di ripetere il solito modo illusoriamente protettivo, certamente dannoso, di rispondere al dolore (UN ATTIMO PRIMA DI CADERE, di Giancarlo Dimaggio; versione romanzata del saggio/manuale teorico-pratico CORPO IMMAGINAZIONE E CAMBIAMENTO, sempre di Dimaggio e colleghi del centro TMI di Roma).
Per costruire nuove possibilità sulle macerie della disperazione e dell’impotenza. Un attimo prima di rinunciare… Compiacere… Aggredire… Sottometterti… Cercare di essere perfetto… Stordirti… Evitare… Isolarti… Un attimo prima di ri-cadere nei soliti meccanismi che fissano il dolore mentre cercano di allontanarlo…
La psicoterapia dunque!
Per diventare prima consapevoli di cosa sta succedendo nella propria vita. Cosa la vita mi propone e come solitamente rispondo. Fino a stare male…
Per comprendere l’origine dei propri problemi, le regole apprese in famiglia e nel percorso di formazione della personalità. Trascuratezza e maltrattamenti. Invisibilità e giudizio. “Mamma mi ha sempre fatto sentire… Papà mi ha sempre detto… A scuola ero sempre quello che… E con gli amici… E senza amici… E coi ‘nemici’…”.
Per comprendere che quelle regole continui a seguirle nel presente, senza pensare minimamente di metterle in discussione. “Mi hanno convinto di essere incapace e debole e continuo a crederci… Mi hanno convinto che è inutile provarci e sto ancora fermo al palo… Mi hanno convinto di essere speciale e vado in giro per il mondo a pretendere tale trattamento… Mi hanno instillato la paura e mi nascondo ancora oggi… Ho imparato a non fidarmi e continuo a stare solo…”. Tanto per fare qualche esempio…
Per arrivare a confrontarsi con queste credenze, convinzioni, verità ritenute vere e modalità di comportamento che continuano a ripetersi sempre uguali a se stesse, sempre e sempre più fonte di malessere.
Per provare a non farlo e a farlo. Per provare… Ci devi provare almeno…
Per iniziare a non fare più ciò che ti ha portato dolore e ti rinnova quotidianamente frustrazioni e delusioni.
Per cominciare a fare qualcosa di più vicino ai tuoi desideri autentici, sani, vitali che gradualmente puoi imparare a svestire delle paure che da sempre li accompagnano. La paura di essere rifiutato quando cerchi amore e cure. Di essere giudicato ferocemente quando cerchi apprezzamento e stima. La paura di essere boicottato quando cerchi di esplorare il mondo. Di essere escluso quando cerchi compagnia. La paura di sentirti sbagliato quando cerchi la tua felicità.
Lungo questi sentieri si svolge il percorso di cura. Ciascuno lo può percorrere… Ciascuno a suo modo… Passando per i rivoli più tortuosi della propria mente e attraversando le parti ‘incarnate’ del proprio dolore.
E tu cosa hai imparato? Cosa ti hanno fatto credere fosse verità assoluta? Quale verità continui a seguire, anche se ti procura sofferenza? Cosa vuoi fare?

Il presente della memoria

La memoria è il modo in cui noi ricostruiamo i fatti realmente accaduti. Tra realtà e ricordo la distanza può essere più o meno ampia.
Spesso la nostra sofferenza rispetto ad un passato doloroso è amplificata dalla nostra attenzione selettiva agli aspetti negativi dell’esperienza accaduta, vissuta e ricordata: emozioni estreme, sensazioni corporee dolorose, convinzioni negative su di sé e sulle altre persone coinvolte, immagini intrusive e aggressive, sensi di colpa, rabbia devastante, senso di impotenza e disperazione, angoscia, solitudine.
La nostra memoria è la nostra percezione e la nostra prospettiva sui fatti. Se ti confronti con un amico su quel concerto visto insieme trent’anni fa ti accorgi che sembrate raccontare due eventi anche molto diversi tra loro. Ma anche se ricordi il weekend appena trascorso insieme al tuo partner potreste focalizzarvi su aspetti diametralmente opposti sia per quanto riguarda eventi e comportamenti, sia sulle emozioni e sensazioni, sia su senso e valore dell’esperienza.

Per esporti anche in altro modo la questione ti suggerisco un piccolo esperimento.

Prendi una tua esperienza quotidiana, anche semplice e banale, come prendere il treno o svolgere un’attività sportiva o andare a prendere un caffè. E ricordala descrivendola in vari modi ovvero con diverse focalizzazioni: ricorda le immagini visive (ho visto il tabellone luminoso con l’orario del treno e il nuovo treno azzurro, ho visto molta gente correre, ho visto il modo frenetico con cui il barista preparava il caffè) o i suoni (ho sentito la gente parlottare sul vagone, il rumore dei bambini nel parco, il tintinnio del cucchiaino nella tazzina) o gli altri sensi (la puzza di sudore sul treno, la fronte bagnata mentre correvo, il gusto del caffè con la panna). Stessa esperienza, stessa persona, diverso focus, diverso ricordo, diversa descrizione. Quindi?
Pensando ad eventi passati, possiamo orientare la nostra attenzione verso aspetti diversi e con ciò tratteniamo in memoria o lasciamo andare via pezzi diversi della nostra esperienza. Il ricordo è il nostro assemblaggio di questi pezzi. Purtroppo, soprattutto nei ricordi dolorosi, tendiamo automaticamente a restare aggrappati ad aspetti negativi dell’esperienza, alle emozioni che ci hanno fatto male e alle persone che ci hanno trattato male.
Il lavoro terapeutico parte dal riconoscere e legittimare questo dolore a cui aggiunge anche il recupero di aspetti positivi dell’esperienza. Che non significa banalmente: “è morto papà ma è viva mamma”. Significa aiutare la persona a recuperare in memoria il senso profondo del proprio essere riusciti a cavarsela. Significa riconoscere le risorse impiegate per affrontare la situazione e sopravvivere. Significa valorizzare la propria resilienza, la capacità e le risorse possedute in mezzo alla disperazione e all’impotenza.
Riconoscere anche le risorse, oltre al dolore, ha un duplice valore.
Permette alla persona di rassicurare, consolare, confortare la propria parte ferita.
Permette oggi di accedere alle risorse già impiegate allora e a disposizione ora per affrontare i momenti difficili.
Risorsa è tutto ciò che ti è utile per cavartela…
Qual è per te una risorsa?
Come te la sei cavata in una situazione difficile?
Cosa ti ha aiutato ad affrontare quella situazione?
Quali risorse hai impiegato per non restare sopraffatto e superare quei momenti difficili?

UN ATTIMO PRIMA DI CADERE

Questo sono stato. Sì!
Questo sono. Sì!
Questo sarò. Sì… E anche no!
La psicoterapia aiuta la persona ad agire al presente, per rileggere il passato e (ri)-scrivere il futuro. Riscrivere il copione anticamente scritto…
Immaginando prima una realtà diversa. Agendo quindi in modo diverso nella realtà. Facendo la spola tra agire e riflettere, riflettere e agire. Muoversi per capire. Comprendere per spostare le cose.
Questo è, in estrema sintesi, il lavoro terapeutico.
Questa è la psicoterapia descritta in UN ATTIMO PRIMA DI CADERE, romanzo di Giancarlo Dimaggio, psicoterapeuta, che racconta storie di vita di pazienti, che si incrociano con la storia personale dell’autore e la sua evoluzione professionale. Un libro per tutti in cui la tecnica terapeutica viene romanzata quanto basta a catturare il lettore che può leggere probabilmente in alcuni passaggi anche pezzi della sua storia di vita.
Gli incontri, gli incidenti, le relazioni, le fortune, le scelte, insomma la nostra storia, scrivono direttamente ‘nel corpo’ una trama, con una serie di personaggi, che abitano la nostra mente e agiscono in noi, nelle nostre scelte, nelle nostre relazioni, a plasmare i nostri pensieri, a disegnare le nostre emozioni.
Il corpo vitale esprime gioia, fierezza, orgoglio, eccitazione, ma purtroppo, a volte o spesso, il corpo è corazza che porta anche dolore, cupezza, rifiuto e angoscia.
Affrontando le proprie paure, i propri ‘luoghi oscuri’, consapevole che “chi fa sbaglia, chi non fa sbaglia due volte”, il terapeuta mette al servizio della cura la sua ‘risonanza emotiva’ col dolore del paziente.
Il paziente racconta, più o meno chiaramente, i suoi vissuti di angoscia, paura, umiliazione, violenza, tradimento, esclusione, abbandono, rifiuto, svalutazione, colpa, solitudine.
Con disciplina interiore che la metà non basta, il terapeuta sta lì, con lui, respirando la stessa puzza, per riscrivere da qui, ora, una possibilità diversa. Per immaginarla… Per attraversarla con tutto il corpo… Per portarla nella realtà, attraverso azioni nuove, tutte da inventare, tutte da testare, tutte da affinare, fino a scrivere un finale diverso di vecchie storie, l’inizio di una nuova vita…

Storie di vita: dalla risorsa al sintomo, dal sintomo alla risorsa

Un bambino trascurato, traumatizzato, abusato emotivamente, se non fisicamente, cresce sentendosi “non amato” e “senza valore”, con sentimenti di inadeguatezza, incompetenza, colpa e vergogna, con un senso di difettosità oltre che di impotenza.

Traumi psicologici e fisici e trascuratezza emozionale sensibilizzano la mente del bambino prima e dell’adulto poi a “focalizzare errori e difetti personali” e a “trascurare qualità e valore personali”.

Imparare a riconoscere le proprie risorse è un passaggio fondamentale per potenziare il senso del proprio valore (autostima), di essere amabile e di poter affrontare la vita con senso di competenza ed efficacia.

Risorsa è tutto ciò che è utile a raggiungere scopi. Le risorse possono essere sane o problematiche.

Riconoscere le risorse comincia dal riconoscere il valore che hanno avuto in passato quelli che oggi sono diventati comportamenti problematici e sintomatici: comportamenti scoperti e appresi allora come utili a regolare le emozioni, a calmare il corpo, ad affrontare le difficoltà e a governare le relazioni. La domanda guida diventa: a cosa ti è servito imparare a fare quello che fai? Ad esempio: controllare, cercare la perfezione, fare da solo, chiuderti in te stesso, dire sempre sì, reprimere emozioni e pensieri, compiacere, dipendere, cercare sempre attenzione, urlare, pretendere, non esprimerti, non prendere decisioni. Da questo riconoscimento del “valore di sopravvivenza” anche di modalità problematiche, la persona può cominciare a riconoscere i bisogni che stanno sotto i sintomi e a trovare modalità e comportamenti più adattivi per rispondere a quei bisogni. Quindi la domanda successiva è: quali tue modalità sono ancora utili a soddisfare tuoi importanti bisogni e quali, invece, sono sostanzialmente disfunzionali e fonte di sofferenza?

Spesso le persone hanno organizzato un’intera storia di vita e struttura di personalità intorno a queste “decisioni precoci di adattamento”. Oggi quella storia e quella personalità condizionano le scelte e le relazioni attuali e quindi il grado di benessere/malessere che la persona vive. Terza domanda fondamentale diventa allora: cosa puoi cominciare a mettere in discussione del tuo modo di stare al mondo, di pensare e agire?

Mettere in discussione necessita di due ingredienti fondamentali: riflessione e azione. Riflettere per comprendere e dare senso. Agire per sperimentarsi concretamente in nuove modalità e scelte: fare qualcosa di diverso (non patologico e distruttivo, come da allora e fino ad ora) per soddisfare bisogni importanti e ancora validi, ora come allora. Ad esempio, se cercare a tutti i costi di essere perfetto ti è servito nel tentativo di sentirti amato in modo condizionato (il bambino in origine ha pensato inconsapevolmente: sarò amato “se e solo se” sarò perfetto), oggi puoi cercare amore autentico (affetto, relazioni appaganti, stima, ecc.) anche senza necessariamente dover essere perfetto. Altro esempio: se hai imparato a fare sempre e tutto ciò che gli altri (genitori in primis) ti chiedevano diventando esperto della compiacenza e della sottomissione (perché credevi così di guadagnarti briciole d’amore e apprezzamento), oggi puoi imparare anche a dire no, anche no e comunque sentirti amato e stimato in relazioni importanti (o perdere persone che evidentemente non ti meritavano). Terzo esempio: se sei cresciuto in una famiglia “imprevedibile” (es. papà fortemente violento, mamma profondamente depressa), è comprensibile che tu abbia imparato a “non dare fastidio e controllare tutto, anche l’incontrollabile” (con l’idea sensata che così avresti salvato la pelle ovvero avresti ottenuto il minimo indispensabile di amore e apprezzamento): oggi puoi comunque esprimere te stesso (pensieri ed emozioni) e abbandonare la necessità di controllare tutto. Ultimo esempio: da piccolo (e da grande) hai imparato a “volare basso”, ad avere poche ambizioni, ad essere modesto perché a casa dominava il valore dell’umiltà e della cautela non rischiosa (in altre famiglie invece regnava la ricerca del successo e del prestigio); quindi sei diventato una formichina, con i suoi pro e i suoi contro; oggi puoi comunque dare ascolto anche ad altre parti di te, più intraprendenti e più gaudenti.

Risorsa è tutto ciò che è utile a soddisfare bisogni. Risorsa è ciò che rende sopportabile ciò che sembra schiacciarci, che permette di superare una difficoltà che sembrava insormontabile, che permette di adattarci invece di soccombere. Ed è importante imparare a riconoscere le proprie risorse per utilizzarle. Ed è importante imparare a lasciarsi alle spalle risorse disfunzionali in favore di nuove risorse creative, efficaci e fonte di benessere.

Anche la persona più problematica e piena di limiti possiede delle risorse che deve imparare a riconoscere. Anche i comportamenti più problematici che oggi una persona vuole cambiare, un tempo sono stati risorse che hanno aiutato la persona ad affrontare situazioni difficili. Oggi la persona può riconoscere il valore di quei comportamenti e cercare di sostituirli con altri comportamenti più sani e altrettanto utili a soddisfare i bisogni originari e attuali.

Cronicamente in-felice

Fin da piccolo hai imparato e hai deciso che invece di… È meglio che… Completa a piacimento…
Così imparando divieti e obblighi… Ciò che non devi… Ciò che devi… Trova i tuoi…
Così imparando a realizzare le aspettative degli altri invece che a rendere conto ai tuoi bisogni e desideri autentici… Puoi elencare per ogni aspettativa che hai scelto di compiacere un bisogno e un desiderio che hai finito per trascurare…
Così imparando a vivere tra espressioni proibite e comportamenti leciti… Decidendo che fossero gli altri a decidere cosa fosse per te giusto e cosa sbagliato… Avrai certamente qualche esempio di questo…
Così imparando ad adattarti alle condizioni che hai incontrato e anche a sacrificare parti di te che hai soffocato, represso, messo a tacere, mandate nel dimenticatoio…
Così pagando salato il prezzo dell’amore, dell’approvazione, del sostegno e rinunciando a parti vitali di te che non piacevano a chi aveva il potere di elargire quell’amore…
E oggi?
E oggi spesso è un copione che reciti a memoria per cui però non vincerai l’Oscar.
E quindi?
E quindi il tuo percorso di crescita, comunque tu scelga di farlo, ti richiede di andare a ripescare ciò che hai smarrito per strada e a darti il permesso di recuperare tante potenzialità di benessere che nel tempo hai imparato a sacrificare sull’altare dell’adattamento confuso con la felicità.

Anche nelle migliori famiglie

I bambini, si sa, hanno bisogno di attenzioni. Hanno bisogno di essere accuditi, protetti, curati, stimolati, incoraggiati, sostenuti, apprezzati. Hanno bisogno di genitori con uno “sguardo attento”, capaci di rispondere in modo sollecito e adeguato ai bisogni dei figli e anche di fornire una giusta dose di frustrazione dei bisogni, in modo che il bambino crescendo sappia anche vivere l’esperienza che non tutto è ottenibile, né subito, né sempre facilmente. E ciò lo fortifica e lo prepara alla vita.

Purtroppo a volte succede che i genitori (per una serie svariata di motivi) non abbiamo quella giusta capacità di dare ai figli le giuste e sane attenzioni… E allora i figli devono imparare un modo per ottenere la soddisfazione dei loro bisogni di amore, vicinanza, conforto, sostegno e via dicendo. Questo modo, quando funziona, viene ripetuto, fino a consolidarsi e diventare il proprio modo di stare al mondo e di stare nelle relazioni interpersonali per ottenere la gratificazione dei bisogni. Da bambino come da adulto. E questo modo può essere più o meno sano oltre che più o meno consapevole. Allora abbiamo il perfezionista schizzato, il narcisista borioso, il controllante esaurito, l’istrionico disperato, l’evitante distaccato, il rabbioso cronico, il passivo ritirato, l’ossessivo ossessionato, l’eccentrico sulla luna, il dipendente sanguisuga, il ragioniere delle relazioni, l’ingegnere dell’intimità, e via dicendo. Tanto per usare “etichette semplificanti” che aiutino a capire come ciascuno di noi può essere un tipo di questi e ciascuno di noi può essere circondato da questa “strana gente”. 
Spesso le persone arrivano a chiedere aiuto per la loro sofferenza emotiva e nei rapporti con gli altri perché quel modo, anticamente trovato e ripetuto, oggi è diventato così rigido e inflessibile da creare molti più problemi di quanti bisogni riesce a soddisfare.
La persona, in terapia o con altri strumenti, deve lavorare sulle sue “maschere”, sui suoi “ruoli sclerotizzati”, sulle sue “ferite ancora sanguinanti”, sulle sue “modalità ripetitive di manipolare” gli altri. Per sviluppare una maggiore flessibilità per chiedere, in modo sano, consapevole, adulto, responsabile, ciò di cui ha bisogno, per re-imparare a governare la frustrazione e la delusione che si incontrano nelle relazioni, per fare scelte felici ed efficaci diverse da quelle del passato, anche se mai perfette.

Autoinganno

Ho ricevuto una critica ingiusta dal capo; provo rabbia (di intensità 8 su una scala da 1 a 10), preoccupazione (6), vergogna (7); sento la temperatura generale del mio corpo che sale insieme alla tensione a livello del collo e delle braccia, le mie gambe sono un po’ flaccide, mentre mi tremano le mani e sento il battito del cuore accelerato e il respiro spezzettato… Sto in silenzio e fermo alla mia scrivania… Penso che non sia giusto il modo in cui mi ha trattato davanti agli altri, penso che avrebbe potuto dirmi tutto in un altro modo più rispettoso, credo di aver fatto una figuraccia davanti ai colleghi perché non ho detto una parola e probabilmente si vedeva che ero agitato, un fascio di nervi trattenuti… Sono il solito deficiente e sottomesso, incapace di reagire e farmi rispettare; del resto, le persone sono spietate e ti affossano, fregandosene di cosa stai vivendo; la vita è veramente ingiusta… Mi sembra la solita storia che si ripete, come quando da bambino mio padre s’infuriava e mi metteva all’angolo, non dandomi la possibilità di spiegare il mio punto di vista, dicendomi che ero il solito casinaro, affogandomi di insulti. Oggi so che io non sono più quel bambino e il mio capo non è mio padre; oggi ho più risorse e capacità per farmi rispettare o perlomeno posso imparare a parlare invece che a stare zitto, posso esigere rispetto anche se ho sbagliato, posso esprimere il mio pensiero e ho diritto di essere ascoltato!!!

Percepisco freddezza e distacco nel mio partner… Sono molto triste (9) e preoccupato (9) per come sta evolvendo il nostro rapporto. Mi sento molto giù, il mio corpo è completamente abbattuto, sento un vuoto a livello del petto e mi viene da piangere. Ormai nemmeno ci provo a risolvere questa situazione, nemmeno le chiedo più come va, come stai, che hai fatto? Credo che siamo arrivati al capolinea, ormai non parliamo più, nemmeno litighiamo, nulla condividiamo… Lo sapevo che sarebbe andata a finire così, non merito una storia importante, come è successo altre volte, alla fine si stancano di me; è giusto forse, gli altri sono sempre pieni di passioni e interessi, io invece sono vuoto, noioso, non ho niente da dare. La vita è così, premia alcuni e affossa altri. È il mio ritornello di una vita, sono destinato a restare solo… Del resto ci sarà un motivo se mio padre è andato via con un’altra donna e non mi ha cercato più… Non merito di essere amato perché non valgo niente… Oggi faccio fatica a credere di poter cambiare le cose, anche se so che non sono più quel bambino e che la scelta di mio padre evidenzia solo i suoi limiti e la sua incapacità di assumersi le responsabilità di un adulto. Vorrei tanto riuscire a parlare con lei… Vorrei tanto dirle: cerchiamo di capire insieme se possiamo riprovarci in modo nuovo o se tra noi è finita veramente…

Il tuo corpo mantiene in vita le tue esperienze passate…

Il tuo comportamento mantiene sempre vive le tue convinzioni apprese in passato…

Le tue emozioni tendono a ripetersi come se stessi rivivendo ogni volta il passato…

Spesso quasi tutti ci auto-inganniamo col tempo: quello che sta succedendo ora ci riporta (attraverso i pensieri che facciamo, le azioni che mettiamo in atto, le sensazioni che viviamo e le emozioni che proviamo) a ciò che successe allora, in un tempo passato, più o meno recente o anche molto antico…

Oggi ti suggerisco, allora, un esercizio di auto-esplorazione che può essere uno strumento molto potente per la tua consapevolezza e per il tuo benessere… se lo applichi con attenzione, disciplina e costanza…

Prendi un’esperienza attuale che ti ha creato una o più emozioni spiacevoli quali: tristezza, dispiacere, rabbia, preoccupazione, senso di colpa, vergogna, paura, panico, angoscia, solitudine, abbandono, rifiuto, ecc….

Prendi nota di queste emozioni… descrivile… e valutale nella loro intensità da 1 a 10…

Prendi nota di come reagisce il tuo corpo… scannerizza il tuo corpo per cogliere le sensazioni fisiche e descrivile…

Prendi nota dei tuoi pensieri… descrivili…

Prendi nota di cosa hai fatto, di come ti sei comportato nella situazione…

Ora… più in particolare… lascia emergere le tue credenze e convinzioni… nello specifico ciò che credi vero e di cui sei proprio convinto riguardo a te stesso… gli altri… il mondo… la vita… la realtà… il futuro…

Una volta individuate queste credenze e convinzioni chiediti se sono proprio adatte a descrivere l’esperienza attuale o se magari sono più adatte a descrivere situazioni del tuo passato, momenti della tua infanzia, ricordi più o meno recenti della tua vita…

Alla luce della consapevolezza finora maturata, trova pensieri, credenze e convinzioni per te più adatte e utili a comportarti in questa situazione attuale che hai vissuto e in altre future che potrebbero ripresentarsi in modo simile…

I due esempi iniziali sono ripresi da vere storie di vita… Ognuno può prendere in mano la propria storia e cominciare a riscrivere una diversa sceneggiatura…

Piccolo spazio pubblicità

Anche se tu fossi cresciuto nella Casa del Mulino Bianco (espressione di perfezione che non esiste, di famiglia che non esiste nella realtà, di genitori ideali, quindi non reali), avresti comunque dovuto fare i conti con un certo grado di frustrazione. E questo sarebbe stato sano, buono, giusto, utile insegnamento per stare al mondo. Ovvero anche se hai avuto genitori che ti hanno amato, apprezzato e sostenuto nei tuoi sforzi per capire come funziona il mondo e per imparare a viverci, hai dovuto comunque confrontarti con esperienze, dentro e fuori la famiglia, non perfettamente positive e con un certo grado di bisogni non soddisfatti. E questo è normale, la norma, la regola comune. Anche se qualcuno fa parte delle eccezioni ovvero ha dovuto imparare a cavarsela fronteggiando un livello piuttosto elevato di frustrazioni, bisogni non ascoltati, amore non ricevuto, critiche feroci, mancanza di sostegno e vicinanza. “È andata così” dice il saggio… Ma non solo…
Ciò che ti ha permesso di cavartela, le risorse e gli strumenti che hai appreso per crescere e andare avanti, oggi sono a tua disposizione. Solo che a volte restano risorse, altre volte diventano limiti. Mi spiego con qualche esempio.

Se hai avuto genitori molto esigenti nei tuoi confronti, potresti aver imparato ad eccellere, a sforzarti sempre di più, a non accontentarti mai. E queste modalità fino ad un certo punto ti aiutano ad ottenere risultati importanti, in uno o più ambiti di vita, ma a volte rischiano anche di aumentare, in modo progressivamente insostenibile, lo stress, la fatica, il malessere fisico ed emotivo, la rinuncia al relax e al piacere, ecc..

Se hai avuto genitori fortemente impegnati sul lavoro (magari per non farti mancare niente) e che ti hanno fatto mancare la loro presenza, probabilmente sei diventato molto capace di cavartela da solo, ma questa risorsa potrebbe anche portarti all’esaurimento psicofisico e all’incapacità di riconoscere i tuoi bisogni e chiedere aiuto quando serve…

Se hai avuto genitori spaventati dei tuoi desideri o critici verso le tue preferenze e i tuoi interessi, potresti aver imparato a compiacere i tuoi genitori per non deluderli, a mettere in soffitta le tue inclinazioni naturali, a diventare un bravo bambino prima e un bravo adulto poi che dove lo metti sta… Ma pagando quale prezzo? 

Se i tuoi genitori avevano paura del successo perché temevano l’eventuale successiva caduta dall’alto, probabilmente hai imparato ad essere umile, ma anche poco ambizioso; capace di goderti le piccole cose, ma anche incapace di sognare…

Se i tuoi genitori erano spesso malati e bisognosi o ti chiedevano di aiutarli e sostenerli, probabilmente oggi sei esperto di soccorso e accudimento, ma non riesci a fare altro, ti prendi cura di tutti, non sai dire no e non sai chiedere (o accettare) che qualcuno si prenda cura di te…

Sostanzialmente ogni risorsa può diventare limite se portata all’eccesso. Il lavoro di crescita personale e di cura di sé prevede di imparare a riconoscere quando avviene questo e di trovare modalità più flessibili, rispetto a quelle anticamente apprese, per pensare, agire e stare nelle relazioni.
Non si tratta di abbandonare ciò che ci caratterizza da una vita, ma di ampliare la nostra cassetta degli attrezzi per affrontare la vita. A volte potremo ancora utilizzare vecchi attrezzi e altre volte avremo a disposizione anche nuovi utili strumenti per soddisfare i nostri bisogni, raggiungere i nostri obiettivi, creare relazioni soddisfacenti, sentirci realizzati. Hai qualche esempio personale?

Certe volte. Per ogni problema, due soluzioni

Certe volte abbiamo creduto di non farcela e invece ce l’abbiamo fatta.
Certe volte credi di non farcela e invece ce la fai.
Certe volte credi di no e invece puoi farcela.
Si tratta di un antagonismo tutto interno tra le CREDENZE NEGATIVE su te stesso, sulle tue capacità e sulle tue possibilità e le RISORSE che effettivamente possiedi per affrontare quella situazione e quel problema.
Spesso, purtroppo, il dialogo interiore ci affossa, ci deprime, ci lascia al palo, non ci invita a tentare. “Tanto non ce la fai… Non riesci… Non sei all’altezza… Gli altri sono migliori di te… La situazione è troppo più grande di te… Non l’hai mai fatto… Non è per te…”. Queste parole girano nella testa o pensieri simili che sono tutt’altra cosa che un incoraggiamento e un sostegno per l’azione efficace e l’autostima. E quindi continuiamo a credere che sia proprio come dicono queste credenze interiori, queste vecchie credenze con cui siamo cresciuti, che probabilmente ci accompagnano da tempo immemore, da quando abbiamo imparato a pensare così di noi stessi…

Allora: per ogni problema, due soluzioni. Due possibilità, due strade da percorrere, anche entrambe, in tempi diversi o contemporaneamente. Prima l’una e poi l’altra, in base al tipo di problema, all’urgenza che ti chiede e a quanto è importante.

Una strada “storica”. Vai ad interrogare queste tue credenze. Cerca la loro origine, quando sono cominciate, chi te le ha insegnate o trasmesse, direttamente a parole o attraverso l’esempio. Quando le hai imparate, in quali circostanze, che senso e valore avevano per te allora, a cosa ti sono servite, a cosa ti servono ora, cos’altro ti potrebbe servire invece ora.

Una strada “attuale”. Quando sei di fronte al problema che sembra insormontabile… Cerca la risorsa. Cerca la risorsa che hai scoperto di avere quando in altre circostanze simili te la sei cavata proprio grazie a quella risorsa. Risorsa è tutto ciò che ti è utile per affrontare situazioni e risolvere problemi. Ovviamente in equilibrio con la tua morale e con la realtà.

Buon cammino…