Come si risolve e perché non si risolve un conflitto interpersonale

Quando qualcuno continua ad essere arrabbiato con te, ma non manifesta l’intenzione di affrontare le questioni in sospeso o irrisolte, continuando solo ad accusarti e colpevolizzarti per come ti sei comportato… Chiedigli cosa puoi fare per affrontare insieme la situazione, chiuderla, definirla, chiarirla per andare avanti o chiudere la relazione. E aspetta la risposta dell’altro…

Quando tu continui ad indugiare in accuse e colpevolizzazioni verso una persona per cui provi rabbia e dolore, dolore e rabbia, chiediti di cosa hai bisogno per affrontare seriamente la questione irrisolta e definire la vostra relazione, chiuderla o fare un salto di qualità. E chiedi all’altro cosa può fare per aiutarti in questa direzione…

Questo è ciò che fa l’adulto. Se non riuscite a farlo, allora si tratta di interrogare il “bambino ferito” dentro l’adulto. Dentro ciascuno di voi. Perché non riuscite a staccarvi dalla ripetizione dolorosa di rabbia, rancore, desiderio di vendetta, senso di ingiustizia, ecc.? Di cosa avete bisogno per affrontare in modo responsabile e maturo i motivi del contendere? Quali bisogni più o meno nascosti vi portano a sostare nella ripetizione dolorosa e inefficace
Rispondere a queste domande è il modo per trovare la strada, per divenire consapevoli di ciò che anima il conflitto e per scegliere cosa farne, assumendosi la responsabilità delle conseguenze delle proprie scelte. Ignorare queste domande significa perpetuare la propria e l’altrui sofferenza.
Aspettarsi che tutto questo sia facile significa alimentare un’illusione tipicamente infantile; predisporsi ad affrontare la difficoltà della situazione significa sperimentarsi da adulto di fronte alle proprie paure per ampliare la propria capacità di scelta matura e responsabile.
Fortunatamente non si tratta di un percorso “tutto o niente”. Puoi cominciare a sperimentarti in qualche conflitto, in alcune aree di vita, per allargare successivamente la tua capacità di governare ogni tuo conflitto interpersonale e ogni fonte di frustrazione. Buon inizio…

Anche Totò è stato un bambino innocente

Osserva lamento e giudizio come modalità comuni dell’attività quotidiana, anzi come le attività più comuni del quotidiano vivere e convivere. Lamentarsi di una realtà insoddisfacente diversa da come la desideriamo. Si tratti di cose o persone, si tratti di un lamento manifestato all’esterno o solo latente, dentro la persona, lamentarsi è sostanzialmente associato a giudicare quella realtà insoddisfacente perché non si adatta ai nostri desideri, non risponde positivamente ai nostri bisogni, non è come noi la vorremmo.

A questo lamentarsi giudicante si associano quindi una serie di emozioni. Rabbia, in primis, per… Ma anche tristezza per… Paura per… Senso di colpa per… Vergogna per… Disprezzo per… E altro ancora… Difficilmente emozioni positive sono compagne del lamento giudicante…

È fondamentale, dopo tanto lamentarsi, accedere al dolore… Alla propria ferita e sensibilità. La propria storia di vita ha tracciato i solchi della personale sensibilità a quelle frustrazioni, delusioni, mancanze, ingiustizie, violenze di cui ci lamentiamo.

E, alla fine, solo l’amore cura il dolore. Attribuire senso per smettere di giudicare, comprendere la ferita dolorosa dietro ogni comportamento, anche il più aberrante. Che non significa affrancare la persona da necessarie responsabilità rispetto al proprio agire, ma semplicemente incorniciare le azioni in un significato più ampio in cui possono trovare spazio anche l’amore e la gratitudine.

Queste 4 fasi così accennate (lamento giudicante, reazioni emotive negative, accesso al dolore, amore e gratitudine) delineano un possibile percorso di cura e di guarigione delle ferite. Anche dopo grandi frustrazioni e ingiustizie, delusioni e disperazione, si può superare un enorme dolore accedendo alla propria capacità di perdonare, amare ed essere grati. Un percorso di cura e di evoluzione personale…

Il ponte. La ferita e la guarigione

Mi vengono gli attacchi d’ansia, il mio corpo trema tutto e la mia mente è offuscata quando devo presentare il mio lavoro alla riunione coi capi. Mi ricordo quando all’università a volte venivo assalito da un’ansia così invasiva da non riuscire a presentarmi all’esame. Mi torna in mente mio padre che, quando facevo le scuole elementari, mi urlava in faccia arrabbiato quando non ripetevo la lezione di scienze come lui voleva e credeva “dovesse essere ripetuta”. Provo le stesse sensazioni di paralisi, paura, rabbia, impotenza. Il mio corpo si irrigidisce. Non riesco a parlare. Oggi potrei imparare a rilassarmi prima della riunione, potrei cercare il supporto di qualche collega fidato che stima il mio lavoro, potrei dire a me stesso che posso anche sbagliare e potrò comunque recuperare. Se ripenso a quando ero bambino, credo che papà volesse aiutarmi a crescere però non sapeva usare altri modi che quelli bruschi e aggressivi. Lo faceva anche con mio fratello. Era un suo limite, non era il segno della mia incapacità.

Spesso non si riesce a comprendere quello che ci succede oggi se non prestiamo uno sguardo attento a quello che è successo tempo fa…
Questo esempio esprime uno schema di consapevolezza ed un esercizio che puoi fare per curare la tua ferita e cambiare concretamente cosa fai oggi. Un esercizio attraverso cui costruire un ponte tra presente e passato, fare la spola tra questi due momenti della tua esperienza, creare una possibilità di cura del tuo dolore antico e attuale. Ecco la traccia.
QUI-E-ORA. Individua una situazione stressante attuale: cosa senti, cosa fai, cosa pensi, come reagisce il tuo corpo. Una situazione, ad esempio, in cui provi rabbia, angoscia, tristezza, impotenza, vergogna, paura, preoccupazione, senso di colpa, senso di disperazione, ecc.
LÌ-E-ALLORA. Nota dove ti porta quello che stai vivendo ora. Ricerca nella tua memoria una situazione o una relazione antica o anche di un passato più recente in cui probabilmente hai imparato a reagire come reagisci oggi, a sentire quello che senti, a pensare ciò che pensi, ad agire come agisci, a sentire quello che senti nel tuo corpo.
QUI-E-ORA. Cerca cosa puoi fare adesso di diverso dal passato. Quali risorse, strumenti, abilità e possibilità sono ora a tua disposizione per governare la situazione attuale, aspetti che in origine ti sono mancati, non erano per te disponibili.
LÌ-E-ALLORA. Come puoi rileggere ora ciò che è accaduto in passato. Come puoi rielaborarlo in modo più utile e funzionale per te, meno traumatico, non colpevolizzante, in qualche forma e grado “riparatorio”, in modo da poter arrivare a sviluppare un senso interiore profondo di accettazione e perdono, di te stesso e magari anche degli altri. Se il perdono non arriva, è fondamentale almeno cercare l’accettazione dentro di te che le cose sono andate come sono andate e che questo non ha niente a che vedere col tuo valore di persona, con la tua dignità e col tuo diritto ad essere amato e rispettato.

Eredità e belle notizie

Il bambino impara presto cosa ci si aspetta da lui e cosa deve fare per realizzare le aspettative, le preferenze, le richieste, esplicite e implicite, delle figure di riferimento per lui importanti. Il contro-valore di questa scelta di adattamento e compiacenza, più o meno grande, mai consapevole, è un sentimento di sicurezza, amore, approvazione; il prezzo da pagare è una, più o meno grande, rinuncia a sé, alle proprie espressioni più naturali e autentiche. “Per far contenti mamma, papà e compagnia bella scontento me stesso”. Il rischio sarebbe altrimenti la possibilità di “relazioni pericolose” sotto forma di rifiuto, abbandono, critica, rimprovero, colpevolizzazione, aggressività, violenza, ostacolo, freddezza, distacco, delusione dei genitori e degli altri grandi davanti alle sue manifestazioni più genuine. È troppo più importante e fondamentale, per il bambino, il bisogno di sicurezza rispetto al bisogno di seguire le proprie inclinazioni più autentiche.

In forme e manifestazioni diverse, questo è un conflitto interno che ci portiamo appresso per tutta la vita e con cui combattiamo costantemente: la scelta della sicurezza col prezzo della rinuncia; la scelta del rischio e pericolo in nome dell’affermazione delle proprie tendenze naturali, autentiche, essenziali. Spesso il prezzo da pagare, da adulti, prende la forma di una incapacità di riconoscere, accedere e legittimare parti di noi che non erano accettate dai nostri genitori e che noi abbiamo imparato a non accettare in noi stessi.

Se un genitore temeva o disprezzava la fragilità, quel figlio avrà imparato a “dover essere” solamente, esclusivamente e necessariamente forte.

Se un genitore si spaventava o soffriva di fronte alle manifestazioni esuberanti e vivaci di un figlio, questi avrà progressivamente imparato ad “inibire” i suoi moti spontanei e vitali e sarà diventato remissivo, tranquillo, un soprammobile.

Se un genitore temeva l’ambizione e il successo del figlio perché avrebbe oscurato il proprio successo o perché avrebbe significato lasciare la famiglia, allora quel successo sarà stato “boicottato” e quel figlio, divenuto adulto, avrà imparato a “volare basso”.

Se i genitori restavano delusi quando i risultati erano solo “medi”, quel bambino avrà imparato a poter essere e a “dover essere” solamente, esclusivamente e necessariamente ottimo, eccellente, anzi perfetto.

Insomma i genitori ci hanno dato una “forma”, hanno “formato” la nostra personalità, ci hanno caricato di aspettative a cui “conformarsi”, spesso cieche di fronte ai reali bisogni, alle inclinazioni, alle caratteristiche dei figli, che non osservati, non visti, non considerati nella loro originalità, sono stati “obbligati a diventare esperti di ciò che ai genitori andava a genio”, pena il rischio, chissà la certezza, di insicurezza, rifiuto, disapprovazione, critica feroce, delusione.

Da adulti, questa “forma” limitata si esprime nei “modi limitati” di pensare, sentire, agire, costruire relazioni che ciascuno di noi incarna. Modi limitati intesi come “auto-privazione” che spesso genera sofferenza, stress, infelicità, mancata realizzazione dei propri talenti e di un progetto di vita realmente sintonizzato con le parti più genuine e profonde di sé.

Ma almeno una bella notizia c’è!!!

Oggi, seppure siamo diventati esperti di uno o pochi modi di essere (come voluti dai nostri genitori a cui un bambino piccolo non può, non riesce, non sa che può dire no), è comunque possibile mettere in discussione tutto ciò; oggi possiamo imparare altri modi, apprendere nuove modalità di stare al mondo, nuove “forme” e nuove “norme e regole” di cosa è giusto e sano per noi, per creare la felicità per come la vogliamo e la intendiamo noi e non per come ci hanno indotto a credere.

Nessuno è colpevole, ciascuno di noi è responsabile.

La cura del passato al presente

Nelle nostre difficoltà quotidiane tendiamo a rivivere il passato, a riprovare sofferenze antiche che si ripetono nelle nostre vite attuali. Per imparare a lasciare il passato nel passato, tuttavia, non possiamo ignorarlo, non possiamo evitarlo; cacciato dalla finestra butterebbe giù la porta per tornare a disturbare la nostra vita. Dobbiamo, invece, incontrarlo, guardarlo in faccia per imparare a governarlo, a dare alla nostra vita e a ciò che abbiamo vissuto un senso e un valore differente. Questo è il lavoro sulla ferita.
Ecco una traccia per un esercizio di consapevolezza e cura della ferita.
1. Succede qualcosa oggi che ti stressa, ti fa soffrire, ti fa provare emozioni dolorose quali tristezza, dolore, rabbia, paura, angoscia, ansia, preoccupazione, senso di colpa, vergogna, senso d’inferiorità, solitudine, abbandono, rifiuto, disgusto, disprezzo, rimorso, rimpianto, ecc. Queste emozioni e i pensieri che le accompagnano funzionano da innesco che fa scattare una serie di vissuti, stati d’animo e pensieri.
2. Provi uno stato mentale, emotivo e fisico che ti riporta alla tua esperienza di bambino in cui venivi considerato e trattato come ti senti adesso, in questa attuale situazione per te fonte di sofferenza.
3. Accedi alla consapevolezza di come hai affrontato la situazione originaria, le decisioni che inconsciamente hai preso per adattarti a quello che succedeva; strumenti, modalità e risorse che hai utilizzato, tenendo conto che tu eri piccolo di fronte ai grandi. Sii consapevole che, comunque, una strada l’hai trovata, con un prezzo da pagare, più o meno elevato, in termini di repressione, auto-privazione, sviluppo di sintomi, tensione accumulata, rinuncia all’espressione autentica di te stesso.
4. Cerchi nuove risorse, nuove possibilità, nuove decisioni, nuovi permessi che ti puoi dare, cominciando ad adottare, gradualmente e concretamente, nuove azioni, nuovi modi di pensare e agire, nuovi modi per regolare i tuoi stati d’animo e le tue emozioni dolorose, nuove modalità per interagire con gli altri, per esprimere le tue emozioni, per comunicare i tuoi bisogni, per comportarti in modo da soddisfarli.

Esempio concreto.
1. Provo tristezza e rabbia e mi sento trasparente quando mio marito prende decisioni riguardanti la famiglia senza confrontarsi con me oppure ignorando le mie esigenze e le mie proposte che ha solo fatto finta di ascoltare.
2. Da bambina, i miei genitori non mi guardavano affatto; ciò che provavo, pensavo e volevo non è stato mai importante e considerato in tutte le decisioni, anche quelle riguardanti me.
3. Ho così imparato progressivamente a tenere tutto per me, a chiudermi nel silenzio, a non esprimere ciò che pensavo e volevo, temendo che se lo avessi fatto avrei fatto arrabbiare i miei genitori che mi avrebbero lasciato ancora più sola, incompresa e spaventata. Per me è stata la soluzione migliore possibile che al momento era a mia disposizione. Anche se tutto questo non lo sapevo consapevolmente.
4. Oggi posso fare qualcosa di diverso. Oggi posso scegliere le persone con cui stare e come interagire con loro. Oggi posso imparare a comunicare in modo più efficace ed assertivo con mio marito, per farmi ascoltare e per valorizzare anche il mio punto di vista, i miei bisogni e le mie preferenze. Posso imparare anche a litigare, se necessario e utile. Posso prendermi anche il rischio di mettere in discussione la relazione con lui. Posso scegliere di pagare un prezzo diverso da quello della rinuncia a me stessa. So che NON È FACILE e so anche che POSSO FARCELA. Forse non ad ottenere tutto ciò che vorrei, ma posso certamente impegnarmi ed iniziare un nuovo modo di comunicare e stare con mio marito… Non escludendo nessuna possibilità, anche quella di chiudere il rapporto.

Impegnativo, anche molto difficile, certamente possibile!!!

Oggi… Finalmente… Puoi…

Quando siamo piccoli abbiamo bisogno dell’amore e della cura dei nostri genitori, della loro approvazione che ci fornisce un senso interiore profondo di sentirsi al sicuro, amati e accettati per quello che siamo, semplicemente per il fatto di esistere. Abbiamo bisogno di amore e accettazione più dell’aria che respiriamo. Del resto, i nostri genitori devono anche indicarci la retta via, devono farci conoscere il mondo, devono trasmetterci valori e regole per poterli realizzare. Per questo a volte riceviamo critiche e rimproveri per aver smarrito la giusta via, per aver commesso errori, per non aver fatto quello che dovevamo fare in base ai loro insegnamenti. Questo è parte fisiologica, normale, inevitabile del processo di crescita che avviene anche attraverso errori ed apprendimenti.

Purtroppo a volte il processo è distorto. Per eccesso o per difetto. Per eccessive dure critiche e rimproveri spietati rispetto a quanto il bambino può sostenere, che quindi si spaventa. O per assenza e incapacità dei genitori di seguire con attenzione il proprio figlio, quasi dimenticato, lasciato solo, senza sostegno e guida.
Il bambino, che ha bisogno di sicurezza, amore e stima, cerca delle strade per cavarsela nella famiglia che gli è capitata. Di fronte a questo ambiente affettivo primario severo, ostile, indifferente, in sintesi incapace di riconoscere i bisogni del bambino e rispettare tempi e modi della sua crescita, il bambino trova le sue soluzioni, più o meno adattive.

Di fronte ad un genitore estremamente critico che ha aspettative perfezioniste, più o meno consapevolmente riconosciute dal genitore stesso, il bambino può spingere ancora di più per compiacere i suoi, per non deluderli o non essere punito o privato del loro amore e approvazione. Dove sta la giusta misura del cercare di assecondare le aspettative dei genitori? Dove sta la giusta misura di queste aspettative? Cosa succede quando il bambino non ce la fa?

Di fronte, invece, ad un genitore che ha difficoltà a sintonizzarsi con i bisogni e le peculiarità individuali del bambino, un genitore che non vede o trascura suo figlio, il bambino che può fare? Attirare l’attenzione in vari modi più o meno sani… Cercare al contrario di non essere notato… Imparare precocemente a fare da solo… E chissà quante altre soluzioni…

Ogni genitore è stato figlio, piccolo, un bambino… La sua storia va compresa prima che “giudicata”…
Ogni bambino diventerà un adulto, qualcuno diventerà genitore e chissà cosa si porterà “dentro” della sua storia di figlio…
Quello che è certo è che oggi, ogni adulto, tra limiti e condizionamenti della sua storia e della personale traiettoria evolutiva, può fare con se stesso quello che da piccolo non poteva fare con i propri genitori…

Può prendersi cura di sé…

Può rivisitare le aspettative (ora interiori) di come deve essere…

Può imparare a sintonizzarsi coi propri bisogni per cercare di soddisfarli …

Può rispettare i propri limiti e scegliere tempi e modi per sfidarli e sfidarsi senza inseguire doveri persecutori e aspettative impossibili…

Oggi l’adulto può essere un “nuovo genitore di se stesso” curando le sue vecchie ferite per prendere finalmente una strada adatta a sé…

Unfinished business

“Unfinished business”! Così si esprimeva Fritz Perls, inventore geniale della psicoterapia della Gestalt, a proposito di questioni interiori che restano “irrisolte” dal passato; recente, remoto, adolescenziale, infantile e che ancora oggi esercitano il loro influsso sul comportamento, sulle esperienze e sulle relazioni della persona adulta. In particolare, bisogni frustrati e “divieti interiorizzati” ad esprimere parti di sé: non devi agire in un certo modo, non devi provare certe emozioni e sensazioni, non devi fare certi pensieri, non devi essere quello che sei. O al contrario “devi essere” sempre e comunque forte, impassibile, generoso o qualunque altro aspetto che la persona deve incarnare per ottenere l’approvazione e sentirsi amata. Ad esempio, genitori trascuranti che hanno lasciato nel figlio un vuoto d’amore, di cura, di presenza confortevole e rassicurante. Oppure esperienze nel gruppo di coetanei in adolescenza che hanno lasciato una ferita di vergogna e derisione. O ancora una persona che, fin da piccolo, per ottenere riconoscimento e amore da un genitore, ha imparato a tradire se stessa e a compiacere il genitore, ricacciando nell’inconscio e nel “proibito” una parte fragile di sé o una parte dura o qualunque altra parte che non incontrava l’approvazione del genitore.

La questione irrisolta si ripresenta più volte nella vita, chiedendo una soluzione. La persona è sensibile e portata a rivivere certe situazioni attuali come fossero la riproposizione di antiche esperienze e relazioni frustranti e dolorose. Anche se, nella maggior parte dei casi, questa ripetizione è inconsapevole per la persona che sente vagamente o intuisce profondamente qualcosa di “familiare” che sta rivivendo, ma non sa identificarlo con precisione. A volte, in modo solo apparentemente paradossale, la persona tende a rivivere situazioni opposte a quelle originarie. In maniera inconsapevole, si ritrova in un’inversione di ruoli: laddove in passato è stata vittima di soprusi altrui, ora diventa carnefice e aggressiva nelle relazioni attuali; se ha dovuto adattarsi alle pressioni degli altri, oggi sviluppa continue pretese nelle relazioni; se ha dovuto inibire i suoi bisogni di cura e tenerezza, oggi tende continuamente ad essere sprezzante verso chi si mostra sensibile e affettuoso.

Oggi, dunque, la ripetizione prende la forma di:

  • emozioni negative intense, difficili da tollerare;
  • distacco e anestesia emozionale;
  • sensazioni somatiche dolorose simili alle originarie;
  • pensieri negativi su di sé, più o meno chiari e consapevoli, del tipo: sono sbagliato, incapace, difettoso, colpevole, vulnerabile, impotente, non sono mai al sicuro, sono senza controllo, solo, ecc.;
  • pensieri negativi sugli altri: non mi posso fidare di nessuno, gli altri sono egoisti, gli altri sono imprevedibili, ti tradiscono, ti abbandonano, ecc.;
  • pensieri negativi sul mondo: la vita fa schifo, prima o poi arriva la fregatura, il dolore è l’unico compagno di viaggio, ecc.;
  • previsioni su come andranno le relazioni: prima o poi gli altri mi scaricheranno, si stuferanno di me, diventeranno troppo esigenti, resterò solo, ecc..

Quello che la persona riferisce quando arriva a chiedere aiuto, di solito, è la sua sofferenza emotiva e sintomatica (ansia, attacchi di panico, depressione, disturbi alimentari, dipendenze, ossessioni, crisi nelle relazioni interpersonali, malessere esistenziale non meglio definito, ecc.). Da questa è fondamentale risalire al nucleo irrisolto, alle frustrazioni antiche che tendono a ripetersi, agli scenari emotivi e relazionali a cui la persona è particolarmente sensibile. Quindi inizia il percorso per “chiudere” le questioni ancora “aperte”.