3 No e 3 sì per la tua felicità

NO ad una vita in cui cerchi di essere perfetto in tutto quello che fai. Probabilmente in alcune aree della tua vita sei veramente eccellente e puoi goderne appieno, in altre aree faresti meglio ad accettare di essere uno dei tanti, anche sotto la media, di deludere te stesso e gli altri che si aspettano da te troppo rispetto alle tue capacità, risorse e desideri

NO a tante lamentele sterili e alla colpevolizzazione degli altri. La vita non sempre è come la vorresti e le persone non stanno al mondo per soddisfare i tuoi bisogni e desideri. Quindi, piuttosto che indugiare nel vittimismo rancoroso e nella critica infruttuosa, prenditi la responsabilità di agire per trasformare ciò che non ti piace, sempre consapevole della distinzione tra ciò che è in tuo potere fare e ciò che non puoi modificare perché dipende dagli altri o da elementi esterni a te.

NO a chi nasconde la propria pretesa sotto le vesti di una innocua richiesta. Spesso il “potresti?” nasconde il “devi!”. Come lo scopri? Prova a dire no e verifica che succede…

SÌ al gioco e al piacere. Cioè a vivere da grande come fossi un bambino. Ovviamente non significa abbandonare compiti, doveri e responsabilità dell’adulto che sei… Significa piuttosto ritornare a guardare (o forse guardare per la prima volta?) il mondo e le cose con la meraviglia, con l’entusiasmo, con la pienezza del momento presente. L’adulto si preoccupa del futuro e si angoscia per il passato, il bambino vive il momento presente. Ce la puoi fare…

SÌ al tempo consapevole: quanto stai impiegando il tuo tempo facendo scelte veramente in linea con la vita che vuoi?

SÌ alla presenza consapevole a te stesso: riconosci esattamente e autenticamente ciò che vuoi (desideri e bisogni), ciò che è importante per te (valori sulla cui base orientare le tue scelte), nella vita in generale e nelle circostanze specifiche della quotidianità, negli affetti e al lavoro, da solo o con gli altri; individua cosa devi fare, l’azione utile e necessaria che tu devi fare per realizzare la vita che vuoi.

Quali altri no ed altri sì ritieni fondamentali per una vita felice?

7 paure per creare relazioni infelici

Attraverso alcuni tipici modi di porsi nelle relazioni, le persone generano una profezia che si auto-avvera: attraverso il proprio comportamento una persona “può suscitare” nell’altro reazioni negative, emotive (rabbia, delusione, dolore, preoccupazione, angoscia, stress, tensione, ecc.) e comportamentali (ritiro, chiusura, distacco, critica, aggressione, finzione, ecc.) e finisce per creare o favorire proprio la situazione che temeva e voleva evitare.

Queste modalità relazionali, eco di angosce infantili e, nei casi più gravi, di esperienze traumatiche realmente vissute, sono comuni nella coppia, ma possono riguardare anche amicizie o relazioni di lavoro o anche relazioni tra parenti.

Alcune di queste paure e modalità relazionali caratterizzano certe persone in modo peculiare e rigido, ma tutti quanti noi ci possiamo trovare o ci siamo trovati ad avere una o più di queste paure con i connessi atteggiamenti relazionali, più o meno disfunzionali.

Ovviamente un contributo fondamentale all’evoluzione della relazione viene dato anche dall’altra persona che può reagire in tanti modi, per come pensa, per la sua storia e per i suoi meccanismi relazionali. Comunque, nell’incontro con l’altro, chi si approccia con queste paure tende a orientare la relazione in un certo modo che può esitare in insoddisfazione reciproca e rottura del rapporto.

  1. Quando hai costantemente paura di essere lasciato, di perdere la persona. Sei completamente insicuro della relazione, la vivi con estrema instabilità e precarietà, vivi l’altro come inaffidabile e pronto a lasciarti in ogni occasione. Alla continua ricerca di rassicurazione e controllo, finisci per creare un clima relazionale affettivo pesante, angosciante, possessivo, soffocante. L’altro può davvero chiudere la relazione con te perché non ce la fa più a sopportare questo clima emotivo in cui tu hai continuo bisogno di essere rassicurato rispetto alla presenza dell’altro.
  2. Quando hai costantemente paura di non essere veramente amato e apprezzato. Si tratti di una relazione di coppia o di un’amicizia, di una relazione professionale o di altro tipo, resti sempre con un senso di insoddisfazione, vuoto, carenza d’affetto e di approvazione. Con diverse strategie, cerchi la conferma di essere importante per l’altra persona, ma questa sensazione di pienezza è di valore non arriva mai. L’altra persona non è mai come la vorresti o, meglio, per quanto la persona si sforzi di ascoltarti, esserti vicino, vedere le cose dal tuo punto di vista, comprendere i tuoi bisogni e desideri, resti sempre con la sensazione di frustrazione e delusione, di insoddisfazione e solitudine profonda. Puoi decidere di alzare il livello delle richieste che fai o, al contrario, smettere di chiedere, rinunciare a ciò di cui pure hai profondamente bisogno. Se la relazione continua resta comunque insoddisfacente per te e stressante per l’altro che, a sua volta, non si sente apprezzato qualunque sforzo faccia per soddisfare le tue esigenze.
  3. Quando hai costantemente paura di non piacere a causa dei tuoi difetti. Ti senti inferiore agli altri, sbagliato, inadeguato alla situazione, non all’altezza di portare avanti la relazione, non meritevole di attenzione e affetto. Eviti di mostrarti autenticamente per quello che sei (quello che pensi, quello che provi, quello che desideri) perché temi che se ti mostrassi nella tua “spontanea verità personale” l’altro ti giudicherebbe e rifiuterebbe. Imposti le relazioni sulla base di una tua estrema sensibilità ad ogni possibile rilievo critico proveniente dall’altro e finisci per sentirti, nella relazione, sempre sotto giudizio, in ansia, insicuro, alla ricerca del comportamento perfetto. La relazione, se prosegue, è piena di tensione reciproca e mancanza di spontaneità.
  4. Quando hai costantemente paura di essere fregato, da tutti, in ogni relazione, soprattutto in quelle più intime e importanti. Ti senti vittima degli altri che consideri approfittatori e malevoli, bugiardi e manipolatori, pronti a fregarti o a girarti le spalle, menefreghisti che non esiterebbero a metterti in condizioni difficili (danno, umiliazione, violenza, ecc.) pur di ottenere un loro tornaconto. Cerchi di difenderti dai presunti “nemici” e “cattivi”, ma finisci per creare un’aria di sospetto e diffidenza intorno a te, fino al punto di restare solo oppure ingaggiato in relazioni conflittuali o allontanato da veri “nemici” che non hanno desiderio di stare con te o addirittura manifestano la loro rabbia per come li hai trattati.
  5. Quando hai costantemente paura di non farcela senza un’altra persona affianco. Tendi a creare relazioni, soprattutto nella coppia, ma anche sul lavoro e con gli amici, in cui sei completamente “appoggiato” all’altro, “adesivo”, insicuro, incapace di esprimere una tua individualità ben distinta e separata. Assumi atteggiamenti passivi, dipendenti, quasi di impotenza di fronte alle situazioni quotidiane che “normalmente” richiederebbero di prendere decisioni e risolvere problemi. Tu senti di non farcela da solo e tendi continuamente a chiedere il sostegno, la presenza, l’aiuto e la rassicurazione da parte dell’altro. Nella coppia, molto spesso, anche il partner ha una sua disfunzionalità in quanto ha bisogno di stare con uno come te di cui prendersi cura come fossi un bambino o un malato. Al lavoro, prima o poi, incontri problemi nel momento in cui non riesci assolutamente a prendere alcuna decisione autonoma senza chiedere l’aiuto dell’altro. Inoltre, professionalmente cresci al ritmo di lumaca o addirittura di gambero nel senso che puoi diventare iper-esperto in pochissime cose ma non metti mai la testa fuor dal guscio. Gli amici ti vogliono bene, ma non ti stimano, quasi ti compatiscono, percependo il tuo infantilismo, la tua insicurezza che a volte è pesante da sostenere.
  6. Quando hai costantemente paura di confrontarti con la tua “normalità” e di dover essere “come gli altri”. È la paura profonda del narcisista che, per le sue insicurezze infantili, ha un bisogno assoluto di sentirsi “speciale” ed essere trattato come tale. Tendi allora ad improntare tutte le relazioni sulla tua presunta superiorità. Gli altri devono “onorarti” ed elogiarti per ogni tuo gesto, anche quello minimo; devono necessariamente pensarla come te; non riesci a metterti nei panni dell’altro fino al punto di capire che l’altro può avere una visione della vita, delle credenze e dei valori diversi dai tuoi. Per te devono valere regole che non valgono per gli altri. “L’altro non esiste”, chi se ne frega dei suoi bisogni e del suo punto di vista. Nella coppia hai un atteggiamento di “pretesa”, l’altro ti deve dare tutto ciò di cui hai assolutamente bisogno, senza se e senza ma, senza alcun limite realistico… Manchi di assoluto rispetto e non funzioni in base alla reciprocità che una relazione intima prevede: “quello che è valido per me deve esserlo anche per te”. Anche al lavoro, indipendentemente dal ruolo, per te “l’altro è solo un intralcio da eliminare”. Se sei un capo assumi atteggiamenti di assoluta prepotenza e prevaricazione. Se sei un subordinato (difficilmente accade in realtà) tendi ad assumere atteggiamenti di sabotaggio sul lavoro e modalità di relazione passive-aggressive (indirettamente provochi danni, disagi e guasti e ti poni in modo spregevole). Se sei un lavoratore autonomo, consideri la libertà un’assenza di regole piuttosto che la necessità di autoregolarsi in modo responsabile. In ogni relazione, spesso la tua pretesa è quella di non avere nessun limite da rispettare né frustrazione da tollerare né delusione da affrontare: il mondo dovrebbe essere ai tuoi piedi… per renderti felice. Come evolvono le tue relazioni? Una persona “dipendente” ti adora, ha bisogno di te (come tu di lei) della tua (presunta) sicurezza e del tuo potere, fino al massacro di entrambi. Chi deve avere a che fare con te suo malgrado (per lavoro o parentela) tende a restare il più possibile distaccato dal punto di vista affettivo, facendo buon viso a cattivo gioco. Gli altri… molto presto se ne vanno.
  7. Quando hai costantemente paura di deludere l’altro. Hai bisogno di essere approvato dall’altro altrimenti temi di essere “abbandonato” o non amato o non considerato. Leghi la tua autostima a quanto riesci a far contento l’altro che ti esprime la sua soddisfazione. Non ti esprimi in modo autentico, reprimi i tuoi bisogni e le tue emozioni; ti comporti in modo da soddisfare le aspettative che gli altri hanno verso di te (“sono come tu mi vuoi”) e finisci per dimenticare te stesso, chi sei e cosa vuoi veramente. Tendi a comportarti conseguentemente in modo da far piacere all’altro, soddisfi ogni suo bisogno a scapito dei tuoi, oltre ogni ragionevole limite; a volte ne anticipi bisogni e desideri allo scopo di ricevere le grazie dell’altro o di non suscitare le sue reazioni rabbiose e rifiutanti. Ti adatti al volere dell’altro fino agli estremi della sottomissione e del sacrificio di te stesso. Sei iper-controllato nell’espressione spontanea delle tue emozioni e dei tuoi desideri nella misura in cui ciò ti rende “ben voluto”. Ti lasci dominare, assoggettare, controllare dall’altro, non ti muovi senza la sua autorizzazione. Non sei semplicemente disponibile, sei “a disposizione”. Non sei solamente generoso, “sei martire e santo”. Apparentemente strutturi relazioni che vanno bene a te e anche all’altro, ma sotto le sembianze di un incastro complementare e armonico si nasconde tanta rabbia inespressa da parte tua, rabbia con te stesso per come ti fai trattare e con l’altro verso cui comunque non riesci ad esprimerti direttamente e chiaramente. Questa rabbia è una “bomba ad orologeria” pronta ad esplodere in forme di aggressività diretta all’esterno (comportamenti violenti, scoppi di rabbia incontrollata, aggressioni, passività sabotante, ecc.) o rivolta contro di te (disturbi psicosomatici, attacchi al corpo, comportamenti auto-sabotanti, dipendenze da sostanze, ecc.). Ti prendi cura dell’altro in modo così estremo… e chi si prende cura di te?

Ovviamente la persona che utilizza in modo rigido una o anche più di una modalità relazionale così problematica prima o poi sviluppa un grado elevato di sofferenza emotiva e relazionale, comportamenti problematici e sintomi psicologici. Quando arriva in terapia solitamente non è consapevole di questi suoi meccanismi, quello che riporta all’inizio è una sofferenza emotiva con sintomi fisici e/o di ansia e depressione o il vissuto di diversi problemi relazionali (relazioni interrotte, lunghi periodi di solitudine non desiderata, problemi sul posto di lavoro, conflittualità accesa in famiglia, ecc.).

Il lavoro terapeutico si organizza intorno agli obiettivi di:

  • comprendere il senso e le origini di queste modalità disfunzionali nelle relazioni
  • disattivare i meccanismi della profezia auto-avverantesi nei cicli interpersonali problematici.

Lo spazio dell’autostima e della felicità

Lo spazio che esiste tra “ho fatto il massimo possibile che era in mio potere” e “devo fare l’impossibile” è lo spazio della sofferenza. Lo spazio che esiste tra “voglio una vita basata sui miei valori” e “devo controllare tutto” (ciò che non è in mio potere controllare) per ottenere la felicità è lo spazio dell’ansia (per non riuscire a raggiungere tutto) e della depressione (per non sentirsi capaci e all’altezza di missioni impossibili che siamo soliti chiedere a noi stessi). È lo spazio dell’angoscia, del senso di fallimento, lo spazio del dolore, della frustrazione, della delusione, dell’impotenza, lo spazio in cui purtroppo molti di noi sono abituati a sostare, chiedendo a se stessi missioni impossibili oltre ogni personale possibilità e potere di agire sulle cose per indirizzarle nella direzione desiderata.
Lo spazio tra le piccole e grandi scelte quotidiane che disegnano la “qualità della tua vita” (basata sulla consapevolezza dei tuoi desideri, dei tuoi bisogni, dei tuoi valori) e il tuo desiderio onnipotente di “controllare la morte” è lo spazio della frustrazione, dell’impotenza, del dolore, del senso di fallimento.
L’unico vero spazio libero e sano in cui sostare che nutre l’autostima e rende sereni è lo spazio della resa e dell’accettazione, lo spazio della consapevolezza dei nostri limiti e delle nostre possibilità. È lo spazio dell’azione consapevole e responsabile in cui possiamo agire sapendo che a un certo punto incontreremo comunque un certo grado di impotenza, sapendo che “la morte è più forte” e che ciononostante possiamo assolutamente vivere la vita come la vogliamo creare, basata su ciò che per noi è importante, sulle relazioni che desideriamo costruire, sui progetti che vogliamo realizzare, sugli abbracci che vogliamo donare, sulle carezze che ci vogliamo scambiare, basata sulla nostra creatività al servizio del desiderio…

Esercizio per la felicità

Dopo un po’ di tempo che pratichi la buona abitudine di scrivere il diario delle emozioni quotidiane … è ora di scrivere il diario della felicità.

Ogni mattina, il prima possibile (il mattino ha l’oro in bocca è quanto di più saggio la nonna potesse insegnarci), scrivi almeno tre cose (e anche di più) che renderanno la tua vita felice oggi. Cosa ti darà gioia, cosa ti renderà orgoglioso. Cosa sosterrà la tua autostima. Cosa farà esplodere il tuo entusiasmo. Cosa renderà meravigliosa la tua giornata. Cosa ti farà salire al settimo cielo e cosa accenderà la tua energia. Cosa farà vibrare il tuo corpo, quale emozione luminosa riempirà il tuo cuore. E via così senza freni, nella completa ricerca della gioia e della felicità…
Dopo aver scritto… Col cuore e con le viscere… Chiediti: cosa mi viene in mente di fronte a questo elenco? Che sono uno scemo? E tu più scemo di me che lo hai compilato? Che altro emerge di fronte a te? C’è qualcosa che puoi fare per vivere realmente quelle emozioni? Cosa devi fare ora per realizzare la tua felicità quotidiana? Cosa ti stai dicendo (dialogo interiore autosvalutante e autoinibitorio) per impedirti di realizzare tutto ciò?

È impossibile. Può darsi. Allora distingui bene, ma molto bene, cosa è effettivamente impossibile (tipo far tornare un caro estinto o ritornare a vent’anni se nei hai 50… per quanto…) e cosa è invece possibile. E concentrati su quest’ultimo.

E difficile!!! Certo!!! Immagino che alcune cose siano più facili e immediate da realizzare se ti attivi nel giusto modo, altre invece probabilmente richiedono uno sforzo maggiore, un rischio maggiore, diversi attributi, disponibilità a pagare un certo prezzo. Una sapiente organizzazione del tuo tempo e delle tue risorse.
Fare sogni è gratis. Realizzarli un po’ meno. E quindi? Forse si tratta di usare bene il tempo, magari puoi pianificare al meglio i tuoi obiettivi e distribuirli nell’arco di 6 mesi, un anno, tre, cinque, dieci anni. C’è da lavorare. E si può fare…
Forse si tratta di usare bene le risorse, cosa devi fare tu per utilizzare al meglio ciò che hai, per reperire ciò che ancora non hai e cosa puoi chiedere che facciano gli altri.
Forse si tratta di dover rinunciare ad alcune cose almeno per ora. Forse…
Forse rispetto ad altre invece effettivamente c’è poco da fare. Alcuni limiti invalicabili esistono e non possiamo fare altro che rispettarli. Onorarli. Anche ringraziarli per come ci insegnano a stare al mondo, a stare in contatto con la realtà. La morte, la fine. Esistono. Ricordati che devi morire…

Dunque? Che ne è del tuo elenco iniziale? Che ti va di farci? Cosa vuoi fare? Cosa devi cominciare a fare prima di subito?

Diario delle emozioni quotidiane

Ogni sera prima di andare a dormire scrivi su un quadernino tre cose che ti hanno reso felice durante la giornata e le emozioni relative (gioia orgoglio amore stima eccitazione curiosità estasi entusiasmo, ecc ). Quindi scrivi anche tre cose della tua giornata per cui ti sei sentito infelice e le emozioni relative (tristezza, paura, rabbia, senso di colpa, vergogna, ecc). È importante questo diario delle emozioni quotidiane perché ti permette di renderti conto di dove focalizzi la tua attenzione… Per essere felice o infelice. Se inizi a farlo con costanza ti sarà più chiaro cosa succede fuori e dentro te. Gli accadimenti esterni al lavoro, in famiglia, con gli amici, nel tempo di svago, ecc. e quelli interni: cosa percepisci, cosa pensi, cosa provi, cosa fai a partire da quegli eventi esterni.
Spesso, soprattutto quando viviamo infelicità e malumore, diamo per scontato il significato di quello che succede e lo attribuiamo a qualcosa su cui non abbiamo potere e controllo: quello che ha detto o fatto il capo, il collega, il collaboratore, il partner, il figlio, l’amico, il fruttivendolo, la signorina della posta, l’omino che porta il bus, il guardiano del centro sportivo e chi più ne incontra più ne metta. Ma anche la pioggia o la neve, il freddo o il caldo, gli immigrati o i fascisti, i portaborse e i comunisti…
Questo esercizio ti aiuterà a scoprire come stanno le cose… Sempre se lo fai…

Vittima di te stesso

Tra i vari obiettivi di un lavoro psicoterapeutico, uno di quelli trasversali, sempre presenti, esplicitato o implicito, è quello di aiutare il paziente a divenire consapevole di essere responsabile di quello che gli accade.
È vero che esistono dei fattori accidentali, ad esempio catastrofi naturali o malattie che arrivano casualmente (forse casualmente); è vero che esistono eventi esterni incontrollabili, ad esempio qualcuno che mi viene sopra con l’automobile; è vero che esistono gli altri che fanno quello che vogliono fare e rispetto ai quali noi non abbiamo controllo, ad esempio, posso chiedere ma l’altro può dirmi no. Ma … detto questo … è anche vero che in molte delle situazioni in cui ci sentiamo vittime dell’esterno, degli eventi e degli altri, in realtà siamo noi che “permettiamo” in qualche modo che le cose vadano così, siamo noi che lasciamo che la realtà esterna ci capiti, siamo noi a farci trattare in un certo modo dagli altri.
Ogni comportamento è finalizzato, ha uno scopo. Uno scopo è, anche solo inconsapevolmente, sempre presente, anche se la persona non percepisce un senso di direzione della sua azione o percepisce di essere incastrata, vittima, intrappolata, costretta, passiva, ecc… Mentre lo scopo è ovunque, i valori non lo sono. Lo scopo può essere anche solo implicito, il valore deve diventare oggetto di scelta consapevole. Il valore consapevole orienta la mia azione nella direzione di realizzare ciò che per me è importante e dà “valore” alla mia vita.
Una persona può agire senza sapere con esattezza lo scopo del suo comportamento. Può agire in modo automatico senza rendersi conto di quale bisogno al momento è attivo in lei. Il suo comportamento la porterà a soddisfare qualche bisogno, ad ottenere qualche effetto, più o meno chiaro e consapevole. Il comportamento ha sempre un fine anche quando non lo conosciamo, altrimenti la nostra vita sarebbe una sequenza casuale di eventi ed azioni con effetti casuali, più o meno vicini a quanto desideriamo.
Malgrado ci possiamo sentire vittima degli eventi, incastrati in situazioni fuori controllo, guidati dal volere altrui, in realtà, “se noi volessimo” potremmo comunque orientare il nostro comportamento con una scelta definita e consapevole. Noi scegliamo i nostri valori guida, noi scegliamo quali bisogni soddisfare, anche se molte volte queste scelte possono essere inconsapevoli. E “potremmo” in ogni momento scegliere una direzione differente del nostro agire. Quindi se gli altri ci comandano è perché noi ci lasciamo comandare, se mi sento vittima degli umori e delle esigenze altrui è perché lascio che gli altri impongano la loro volontà sui miei bisogni. Di fatto “è impossibile non scegliere”, è solo un’illusione quella di credere di essere manovrati da altri, a cui purtroppo molti di noi sono abituati a credere sentendosi “mossi” da qualcuno o qualcosa di esterno a sé, più o meno malevolo, comunque percepito fuori dal proprio controllo. Anche quando l’altro, più o meno intenzionalmente, vuole manipolarci, siamo noi che lasciamo che questo accada, siamo noi che ci lasciamo manipolare, siamo noi che, anche scoperta la manipolazione, non facciamo niente o facciamo poco per “uscire dalla trappola”.
La terapia conduce il paziente a rendersi conto del proprio potere di scelta, di direzione e di azione. Questo può richiedere un lavoro a diversi livelli di profondità.
Ad un primo livello, la persona viene aiutata ad esplorare cosa succede negli scambi quotidiani in cui finisce per sentirsi vittima degli altri. Cosa ha fatto l’altro? E cosa hai fatto tu? Cosa hai pensato? Come ti sei sentito? Quale emozione hai provato? Come hai reagito? Di cosa avevi bisogno? A questo livello la persona può essere aiutata a individuare nuove modalità di azione e comunicazione per verificare quanto può “modificare” il suo modo di agire e interagire con le persone. Ad esempio, la persona viene aiutata a fare qualcosa che non ha mai fatto: a dire no, a chiedere, ad esprimere più chiaramente i propri pensieri, le proprie emozioni e i propri bisogni. Quando queste nuove modalità comportamentali hanno “successo”, la persona sperimenta effettivamente e consapevolmente il proprio potere di modificare quello che fino a qualche tempo prima riteneva qualcosa di rigidamente disfunzionale in cui si sentiva in trappola.
Quando questo tipo di cambiamento non sortisce gli effetti desiderati e la persona si trova a vivere più o meno le stesse identiche situazioni in cui si sente vittima impotente di altri menefreghisti, approfittatori, egoisti, è importante imparare la lezione: capire cosa sta succedendo effettivamente in quelle relazioni e verificare in che modo sono sollecitati livelli più profondi del funzionamento personale ovvero vissuti sviluppati a partire dalle proprie origini, quando in quasi totale inconsapevolezza:
abbiamo imparato a sentirci vittima degli altri perché (scopo) gli altri erano più “grandi” e “potenti” di noi
abbiamo scelto di compiacere gli altri perché temevamo di perderli
abbiamo imparato ad avere paura di dire no perché temevamo di essere giudicati e rifiutati
abbiamo cominciato a credere che non si può chiedere per i propri bisogni perché “se chiedi sei un egoista”
abbiamo imparato a mettere a tacere i nostri pensieri perché qualcuno ci ha insegnato a credere di non valere
ci siamo spaventati nel momento in cui abbiamo provato ad esprimere le nostre emozioni perché altrimenti “mamma si rattrista, papà si arrabbia, nonna si preoccupa, zia si vergogna… e poi la gente…”.

In terapia, la persona entra in contatto con quel tempo in cui ha “imparato a essere vittima”, ha “scelto” paradossalmente di essere vittima in base ad una credenza patogena per cui “certe possibilità non erano consentite” altrimenti le reazioni degli adulti sarebbero state di rabbia, rifiuto, abbandono, violenza, ecc.. E, sappiamo, che queste reazioni un bambino non può permettersele… non può sostenerle…
In terapia, la persona impara in questo modo che, invece, esistono scopi rintracciabili in base agli effetti delle proprie azioni, anche se percepite come azioni determinate dagli altri. Ad esempio, se taccio la situazione si tranquillizza (scopo) … anche se la repressione dei miei pensieri, delle mie parole, delle mie emozioni, dei miei bisogni, delle azioni che autenticamente metterei in atto mi porta ad ammalarmi (prezzo da pagare). Di solito le persone non sono consapevoli del fatto che scelgono con uno scopo, credono che l’effetto che ottengono sia solo il prezzo che pagano, mentre invece il prezzo da pagare è la conseguenza della scelta che fanno per soddisfare certi bisogni. Allora la domanda diventa: se potessi scegliere uno scopo, quale sceglierei? E qui lo scopo coincide col valore…

Come puoi creare il tuo destino?!?!

Se è vero che oggi è il primo giorno del resto della tua vita comincia a creare il tuo destino partendo dalla fine, dall’ultimo al primo giorno del resto della tua vita
Vai a lezione dalla morte
• per iniziare a vivere la vita che vuoi basata sui tuoi valori, bisogni e desideri autentici e non come reazione alle aspettative altrui, non per compiacere gli altri, non per cercare spasmodicamente l’approvazione come fossi ancora quel bambino che sei stato…
• per scegliere in modo consapevole come impiegare il tuo tempo, il tempo per te e per le persone che ami, il tempo per te e per le attività che ami, tempo per il dovere e tempo per il piacere, tempo per lavorare e tempo per amare, tempo per produrre e tempo per giocare, tempo per stare in compagnia e tempo per stare soli…
• per esprimere, a te stesso e al mondo, chi sei, cosa vuoi, cosa pensi, in cosa credi, per cosa combatti
• per imparare dai rimorsi e dai rimpianti, per non incappare nei soliti automatismi disfunzionali, per non ripetere i soliti errori, per iniziare a fare quello che non hai fatto ma avresti voluto fare, per iniziare a vivere partendo dal centro di te stesso (pur senza dimenticare un rapporto adeguato con la realtà) …
• per cominciare veramente a costruire la felicità come tu la intendi: ciò che ti dà piacere, ciò che ti nutre e ti riempie profondamente, ciò che ti fa evolvere; a parte il rispetto di un rapporto con la realtà materiale e interpersonale, solo tu (e nessun altro) puoi autorizzare la tua felicità …

Cosa significa per te vivere una vita ben vissuta? Com’è la tua vita ideale? E la vita che non vorresti cambiare con niente altro?
Ti offro qualche suggerimento:
• quella nella quale esprimi al massimo il tuo potenziale…
• quella in cui svolgi attività che ti appassionano…
• quella in cui passi il tempo con le persone che ami…
• quella in cui giochi…
• quella in cui …
• e quella in cui …

Ed è tua la responsabilità di fare tutto il possibile per creare questa vita per te, una vita nella quale sei tu a decidere quello che vuoi profondamente. Rispondendo alla tua bussola interna e non ai molteplici condizionamenti sociali e pressioni alle quali tutti siamo sottoposti.

Allora … Carta e penna. Immagina di essere al tuo funerale e di vederlo dall’esterno. I tuoi cari ad onorarti e ad apprezzarti. Prenderanno la parola quattro persone:
 un congiunto molto vicino, figlio, genitore, partner
 il tuo migliore amico, la persona che ti conosceva meglio
 un collega di lavoro
 un membro dell’associazione o gruppo di cui hai fatto parte o il fruttivendolo sotto casa …

Cosa ti piacerebbe che ciascuna di queste persone dicesse di te e della tua vita?
In ogni ruolo (partner, figlio, genitore, amico, collega, ecc.) che tipo di persona vorresti apparire attraverso le loro parole? In che modo vorresti aver influito sulla loro vita?
Dalle risposte a queste domande otterrai la tua direzione di vita ideale, la tua visione.
Inizia oggi ad avere l’immagine della tua morte come quadro di riferimento della tua vita, di come interpretare le cose, il mondo, te stesso, gli altri. Della tua vita come la vuoi vivere: cosa conta di più per te, quali sono i tuoi valori più profondi.
Partendo dalla chiarezza su come vorresti essere ricordato alla fine dei tuoi giorni puoi valutare ogni tua azione da ora in avanti per quanto e come soddisfa le cose veramente importanti per te, puoi valutare ogni tua azione come ogni tuo giorno per quanto contribuisce alla visione che hai della tua vita.
Sapere la tua destinazione ti permette di compiere ogni passo in quella direzione. Sapere cosa vuoi veramente nel profondo ti permette di impegnarti ad ottenere quello che veramente per te è importante, piuttosto che essere iper-affaccendato a raggiungere obiettivi e a fare cose che non ti soddisfano e che anche quando raggiunti non ti offrono le esperienze e le emozioni che veramente desideri.
Ogni tua azione a breve termine “deve” avere come riferimento il “tuo” progetto “finale” a lungo termine.
Per andare oltre un progetto “iniziale” inconsapevole creato da altri per te o scelto da te inconsapevolmente quando eri bambino, guidato dal tuo bisogno di amore, approvazione, accettazione, stima e appartenenza che ti ha portato a fare “scelte precoci” e a recitare copioni scritti da altri per te e che hai inconsapevolmente accettato e “deciso” che andava bene per te.
Oggi, da adulto, hai il potere e la responsabilità di riappropriarti di quei copioni, di quelle scelte precoci, delle abitudini che ne sono derivate per ri-decidere, per riappropriarti della creazione del tuo progetto di vita e per la strutturazione da oggi in poi di nuove azioni consapevoli in relazione ai bisogni antichi legittimi e fondamentali e anche in relazione a nuovi bisogni emergenti.
Partire dalla fine equivale ad una dichiarazione di missione personale. La tua filosofia di vita, il tuo credo esistenziale, il senso (il significato e la direzione) della vita per te. Ciò che voglio essere e ciò che voglio fare. La tua dichiarazione di intenti esistenziali. È la tua “costituzione” personale da cui discendono le altre regole di vita. È il fondamento, il criterio, l’orientamento, il presupposto, il perno, un nucleo quasi immutabile che definisce la tua identità e intorno a cui ruotano cambiamenti e mutamenti più esterni o periferici. Ciò che dà ordine e senso a ciò che fai. Ogni decisione e azione viene, più o meno consapevolmente, da te valutata e governata in relazione a questa dichiarazione di valori e scopi personali.
La vita ci chiede continuamente: che vuoi farne di me? E noi dobbiamo rispondere con la nostra responsabilità, con la consapevolezza dei nostri principi ispiratori che ci permettono di integrare piacere e realtà e creare la nostra vita e noi stessi.
E la nostra mission è sempre in progress negli anni…
Questa dichiarazione di intenti personale può essere fatta globalmente e anche pensando per obiettivi specifici in ogni ruolo della propria vita. In ogni ruolo in cui sei impegnato (figlio, partner, genitore, amico, lavoratore, studente, ecc.) puoi accedere alla tua capacità di guidare la tua azione in direzione dei valori profondi che ti orientano.
Chiediti per ogni ruolo: quali valori mi guidano? Cosa voglio ottenere? Che persona voglio essere rispetto a questo specifico ruolo? Cosa debbo fare per realizzare ciò che voglio in base ai miei valori guida?
È fondamentale trovare un equilibrio nel tempo, nell’energia, nell’attenzione che dedichiamo ai diversi ruoli senza sbilanciamenti eccessivi in una direzione e senza trascurare alcuni ruoli. Per ogni ruolo chiediti: quali obiettivi a lungo termine?
Specifica tre obiettivi a lungo termine per ogni ruolo e ottieni già un senso di direzione chiaro e specifico su cui impostare un piano e le azioni conseguenti.

Un obiettivo efficace è focalizzato sui risultati che vuoi ottenere piuttosto o prima che sulle attività che devi fare:
• dove sono? (Situazione Attuale)
• dove voglio essere? (Situazione Desiderata)
• cosa debbo fare per arrivarci? (Attività e azioni specifiche)

Pronti… partenza… via

Sassi grandi

In piedi, di fronte ad un gruppo di manager e imprenditori di successo, un anziano professore chiese attenzione… Tirò fuori un grande contenitore di vetro e lo mise in bella mostra davanti a tutti. Poi tirò fuori una mezza dozzina di sassi grandi ed uno ad uno li mise dentro il vaso. Fino a riempirlo, fino al bordo quando non era possibile aggiungere anche un solo sasso, alzò lentamente gli occhi verso i partecipanti e chiese: “Questo vaso è pieno?”. “Certo che sì!!!” risposero tutti. Attese qualche secondo e aggiunse: “Sicuri?” E tirò fuori da sotto al tavolo un secondo contenitore, questa volta pieno di sassolini di ghiaia. Con delicatezza versò questi piccoli sassi su quelli grossi. I ciottoli si infiltrarono tra i sassi grandi, fino al fondo del recipiente. L’anziano professore alzò nuovamente lo sguardo verso il suo uditorio e chiese nuovamente: “Questo vaso è pieno?”.

La sicurezza precedente si fece dubbio, la certezza divenne solo possibilità. Uno rispose: “Probabilmente no!”. E difatti questa volta il saggio professore tirò fuori da sotto al tavolo un sacchetto di sabbia. Lentamente versò la sabbia nel vaso. La sabbia andò a riempire gli spazi tra i sassi grandi e i ciottoli. Ancora una volta: “Questo vaso è pieno?”. Questa volta, oltre ogni esitazione e con la mente aperta al possibile che si fa certezza: “No!” risposero in coro. “Ottimo direi!”, esclamò il vecchio professore. E quindi, come ogni volta che l’aspettativa diventa realtà, il professore prese una birra e la versò nel contenitore…

“Quale grande lezione possiamo apprendere da questo esperimento?” chiese l’anziano professore. Il più sfrontato dei partecipanti rispose: “questo esperimento ci mostra che anche quando la nostra agenda è piena, possiamo sempre aggiungere altri appuntamenti, altre attività, altre cose da fare”. “No”, rispose il vecchio professore. Ecco il vero grande insegnamento: se non si mettono per primi i sassi più grandi all’interno del vaso, successivamente sarà impossibile farceli entrare… sarà pieno di ciottoli o sabbia.

I sassi grandi sono le cose importanti: la famiglia, i bambini; la salute, gli amici e le passioni; le cose per cui, se anche tutto il resto andasse perduto e solo queste rimanessero, la nostra vita continuerebbe ad essere “piena”. I sassolini sono le altre cose che hanno importanza, come il lavoro, la casa, l’auto … La sabbia è tutto il resto: le piccole cose. Se voi mettete nel barattolo la sabbia per prima, non ci sarà spazio per la ghiaia e nemmeno per i sassi grandi. Lo stesso vale per la vita: se spendete tutto il vostro tempo e le vostre energie dietro le piccole cose, non avrete più spazio per le cose che sono importanti per voi. Dedicate attenzione, tempo ed energia alle cose che sono indispensabili per la vostra felicità: giocate con i vostri bambini; godetevi la famiglia ed i genitori fin che ci sono; portate il vostro compagno/a fuori a cena… E non solo nelle occasioni importanti! Dedicatevi a ciò che amate e alle passioni; tanto ci sarà sempre tempo per pulire la casa o fissare gli appuntamenti. Prendetevi cura per prima cosa dei sassi grandi, le cose che contano davvero. Fissate le priorità … Il resto è solo sabbia”.

Uno degli studenti alzò la mano e chiese cosa rappresentasse la birra. Il professore sorrise: “Sono felice che tu l’abbia chiesto. Serve solo a dimostrarvi che non importa quanto piena possa sembrare la vostra vita… ci sarà sempre spazio per una birra con un amico!”.

Una storia che invita a riflettere su come governiamo il nostro tempo e, per estensione, le nostre risorse, la nostra vita, la nostra felicità.

Se metti prima sabbia o sassi piccoli non ci sarà spazio (e tempo) dopo per i sassi più grandi. Per i tuoi valori. Per le cose veramente importanti per te, nella tua vita. Per i tuoi affetti, per le tue passioni.

Una storia che invita ad agire diversamente da come abbiamo sempre fatto nella misura in cui usiamo sempre più spesso espressioni quali “non ho tempo”, “il tempo non è mai abbastanza”, “ci vorrebbero 48 ore al giorno”, “non ho mai tempo per…”.

Quali sono i sassi più grandi nella tua vita? Quali sono i tuoi desideri più profondi? Cosa dà valore alla tua vita? La tua salute? La tua famiglia? I tuoi amici? I tuoi sogni? Fare ciò che ti piace? Imparare? Giocare? Meditare? Difendere una causa? Essere sereno?

Qual è la tua gerarchia delle cose “importanti per te” per le quali “vale veramente la pena” di impegnarti?

Qual è la tua gerarchia delle cose “importanti per te” per le quali ogni prezzo da pagare è niente rispetto a quanto ne ricavi?

Qual è la tua gerarchia delle cose “importanti per te” per le quali ogni dolore da vivere è tollerabile se ne esci cresciuto?

Qual è la tua gerarchia delle cose “importanti per te” per le quali ogni cosa a cui rinunci ti appare lieve rispetto a quanto prendi?

Come puoi imparare a mettere per primi, nella tua vita, i sassi più grandi?

… certo poi dipende anche da quanto è grande il vaso… dalla sua forma…

Tanti buoni motivi per essere (in) felici

Tutti noi siamo abituati a darci delle spiegazioni rispetto a qualcosa che è successo. È una necessità della mente umana che soddisfa il nostro bisogno di “prevedere”, “controllare” e “dare senso” al mondo. È quello che ci ha permesso di sopravvivere ed evolverci dalle “bestie” che eravamo a quelle che siamo… Fa parte del “bisogno di controllo” tanto importante e, spesso, tanto disfunzionale quando è eccessivo. Ad esempio, ciascuno di noi può raccontarsi la storia della propria vita facendo riferimento a momenti significativi, eventi importanti, incontri “casuali”, scelte cruciali che hanno determinato, nel bene e nel male, la situazione attuale. Se quel giorno… Se in quell’occasione… Se avessi dato retta… È proprio grazie a … Fortuna ha voluto che… È stato il destino a … Probabilmente, ciascuno di noi può completare queste frasi con riferimento a crocevia e scelte fondamentali della propria vita che lo hanno condotto ad essere quello che è oggi. Nel bene e nel male.
Spesso, questa nostra esigenza e modalità di dare senso al mondo, purtroppo, diventa anche un modo per criticare, colpevolizzare, giudicare se stessi e gli altri, a colpi di stereotipi, pregiudizi e generalizzazioni. Solo per fare qualche esempio. “Sono stato proprio un cretino a lasciare gli studi, ma nessuno mi ha incoraggiato a fare diversamente”. “Ma chi me lo ha fatto fare a cambiare lavoro?! Non mi dovevo fidare del mio fidanzato di allora!”. “Le persone non hanno meglio da fare che spettegolare: è questo che mi porta ad essere estremamente schivo e diffidente”. “I miei vicini sono le persone più fredde che io abbia mai incontrato… del resto sono settentrionali”. “Solo un meridionale può urlare a squarciagola alle due di notte…”. “Mio nonno era un debole, mio padre era un debole, io come potevo venir fuori?”.
Ciascuno di noi si porta dietro un’immagine di sé, degli altri e del mondo che deriva dal modo in cui da sempre, fin da bambini, siamo (stati) abituati a darci delle spiegazioni, a trovare dei motivi e delle cause della nostra felicità e della nostra sofferenza, della nostra vita e di quella degli altri, del mondo, del passato, del futuro. In base a queste spiegazioni ci siamo fatti un’idea di come funzionano le persone e le cose, ci siamo costruiti una mappa per girare il mondo.
Bene, potremmo dire. Quando questa mappa ci aiuta ad essere felici, a creare la vita di valore che desideriamo, a vivere in pace con noi stessi e con gli altri, con Dio o con chi per Lui.
Male, dobbiamo dire, quando, più che un’utile rappresentazione della realtà e una guida per il nostro benessere, diventa una storia che ci ingabbia, ci blocca, ci spegne, ci rende sterili e ci tiene assai lontani dalla vita desiderata e dalla persona che vogliamo essere. Ad esempio, invece che offrirci delle soluzioni, ci propina degli alibi, delle giustificazioni e delle scuse per la nostra infelicità. “A causa dei miei genitori mi ritrovo pieno di rabbia cronica”. “La mia infanzia infelice ha danneggiato irreversibilmente la mia autostima”. “La precoce separazione dei miei ha precluso ogni mia possibilità di successo”. “La depressione in cui sono incappato per colpa dei miei mi ha impedito di realizzarmi nel lavoro”. “L’ansia che mi porto appresso fin da bambino ha colorato tutta la mia vita di grigio”. Ti vengono in mente altri esempi?
Nel lavoro terapeutico con queste “mappe interne” si possono seguire, almeno, due strade, distinte e integrabili, al tempo stesso, magari in diversi momenti della terapia:
1. Posso guidare la persona a “rivisitare criticamente” questa mappa, a mettere in discussione i suoi presupposti, a considerarla come solo una delle molteplici mappe possibili per orientarsi nella realtà. Posso aiutarla, insomma, a costruire una nuova lettura della realtà maggiormente “utile” e “realistica” per gli scopi e le caratteristiche della persona. Ad esempio, posso aiutarla a “smontare” la verità assoluta che “tutti” i settentrionali sono freddi e “tutti” i meridionali fanno trambusto, che nella vita “è meglio non fidarsi” e “io sarò sempre infelice a causa della mia infanzia traumatica”.
2. Cerco di sensibilizzare la persona rispetto a questo suo funzionamento mentale e la invito a “fare un passo indietro” rispetto a questi racconti su sé, gli altri e la vita. La aiuto a guardare “dall’esterno” queste storie trite e ritrite su come “la malattia (o mio padre, gli altri, la crisi o qualsiasi altro elemento “causale”) ha rovinato la mia possibilità di una vita piena, ricca ed appagante”. In questa seconda opzione terapeutica non è primariamente importante la verità della mappa, quanto la sua “utilità pragmatica”: a che mi serve vederla in questo modo? Mi è utile veramente rispetto ai miei scopi e bisogni? A cosa mi serve continuare a raccontarmi come una vittima sfigata del mio passato? A cosa mi serve “effettivamente” trovare tutte queste ragioni, motivi e cause del mio e dell’altrui comportamento? Mi è utile “concretamente” per agire allo scopo di raggiungere ciò che desidero? Questa mia descrizione di fatti, eventi, persone e intenzioni mi serve a trovare una soluzione ai miei problemi o mi trattiene semplicemente in un vittimismo sterile? Anche se questa mia spiegazione degli eventi e rappresentazione della realtà delle cose fosse “realmente vera” a cosa mi servirebbe effettivamente? In che modo favorirebbe la creazione della vita che voglio e della persona che voglio essere?

Nella nostra testa (e nel nostro cuore) possiamo trovare sempre dei buoni motivi per compiere un’azione. Si tratti di fare una carezza o picchiare una persona, regalare un fiore o rubare. Ma, abbiamo sempre altrettanti buoni motivi, nella nostra testa, come nel nostro cuore, per non farla. Da cosa ti vuoi far guidare nella scelta delle azioni che quotidianamente creano la tua vita?

Strategie concrete per essere “emotivamente” intelligenti

L’intelligenza serve a risolvere i problemi, l’intelligenza emotiva serve a vivere pienamente la vita, con consapevolezza, assumendosi la responsabilità di renderla realmente degna di essere vissuta.

L’intelligenza emotiva è la capacità di usare le proprie emozioni al servizio di scelte consapevoli e coerenti con la persona che vogliamo essere e la vita che vogliamo vivere.

L’intelligenza emotiva è composta da diverse abilità:

  • Essere consapevoli delle proprie emozioni in modo articolato e specifico: riconoscerle, identificarle, valutarne l’intensità, differenziarle, nominarle, esprimerle, governarle e metterle a disposizione del proprio adattamento creativo alla realtà. Confidenza con se stessi
  • Autoregolazione delle emozioni: capacità di sperimentarle, viverle appieno e tollerarne l’intensità La via della terapia
  • Auto-contenimento degli stati emotivi più complicati, intensi, difficili (ansia, angoscia, dolore, sconforto, rabbia, agitazione, ecc.) Chi rassicura l’ansioso?
  • Controllo degli impulsi: usare la riflessione tra l’impulso e l’azione La bomba
  • Agire con determinazione, perseveranza e autodisciplina per raggiungere i propri scopi e obiettivi Anno nuovo …
  • Attribuire senso alle proprie emozioni in relazione alla situazione attuale e alla propria storia di vita Guarire le ferite dell’infanzia
  • Riconoscere le emozioni degli altri e utilizzarle per comprenderli, per comunicare efficacemente e per creare relazioni soddisfacenti Un potente strumento di consapevolezza e cambiamento

In pratica, è importante seguire questa traccia per l’auto-consapevolezza emotivamente intelligente:

  • Cosa provo? Quale stato d’animo soggettivo, ad esempio: mi sento triste, provo rabbia, mi sento al settimo cielo, sono spaventato, sto sotto un treno, impazzisco di gioia, ecc.
  • Quali sensazioni fisiche avverto? Ad esempio, sento le braccia tese, le spalle pesanti, le gambe flosce, calore alle mani, sudore, tachicardia, farfalle allo stomaco
  • Quali situazioni esterne hanno stimolato la mia reazione emotiva? Quali eventi, qualcosa che è successo, una conversazione con qualcuno, ecc.
  • Quali pensieri hanno generato la mia emozione? Cosa ho pensato, cosa ho immaginato, quale ricordo mi è venuto in mente, ecc.. Alcuni pensieri sono chiari, consapevoli e immediatamente individuabili per come hanno influenzato l’emozione emersa: mi sono arrabbiato pensando che non è giusto che io debba sempre aspettare il mio amico che fa regolarmente ritardo agli appuntamenti; altre volte invece i pensieri sono annidati più profondamente dentro di sé e non immediatamente riconoscibili: probabilmente il ritardo del mio amico mi porta a sentirmi arrabbiato e anche non rispettato e mi porta a pensare a quante volte succedeva così con la mia prima fidanzata… o con mamma che tardava sempre a venirmi a prendere a scuola quando avevo 8 anni…
  • Quali scopi, bisogni e desideri sono emersi dentro me rispetto all’emozione che vivo? Ad esempio, sono triste e ho bisogno di essere consolato, mi sento solo e ho bisogno di essere confortato, mi sento non rispettata da mio marito e ho bisogno di mettere in chiaro alcune cose, mi sento pressata dal capo e voglio staccare la spina, sono spaventato e ho bisogno di essere rassicurato, sono felice e desidero vedere il mio fidanzato, mi sento invaso dai vicini e voglio chiarire alcune regole di buon vicinato, mi sento carico di energia e voglio andare a correre in bicicletta, mi sento in colpa per come ho trattato il mio amico e desidero recuperare il rapporto.
  • Quali azioni sono necessarie e quali possibili rispetto a ciò che provo e a ciò che voglio? Cosa devo o posso fare io per soddisfare il mio bisogno e desiderio, per raggiungere il mio scopo e per regolare la mia emozione.
  • Come posso esprimere al meglio la mia emozione? Una persona emotivamente intelligente deve saper distinguere l’emozione che prova dalla capacità di esprimerla in modo utile per sé, efficace nella comunicazione e rispettosa delle altre persone coinvolte nella situazione. Altrimenti, come comunemente noto, si passa “dalla ragione al torto”: quando l’emozione “legittima” viene espressa in modo “scomposto”, eccessivo, fuori controllo, non rispettosa di sé e degli altri, al limite anche pericolosa per sé e per gli altri. Oppure nella situazione altrettanto nota del “conta fino a 10” prima di esprimere quello che pensi e quello che provi… ovvero usa la riflessione tra impulso e azione.
  • Cosa sta provando l’altra persona (mentre mi sta parlando o sta agendo in un certo modo)? Spesso i problemi nelle relazioni interpersonali nascono dall’incapacità di vedere il mondo dal punto di vista dell’altro; siamo tutti capaci di criticare l’altro e di giudicarlo in quanto il suo comportamento è lontano da come noi pensiamo sia giusto e ci dimentichiamo di fare quello sforzo “empatico” di metterci nei suoi panni per tentare di comprendere quali bisogni muovono le sue azioni.

Questa è solo una traccia tra le molteplici possibili per favorire l’esplorazione del mondo soggettivo della persona. Cronache dalla psiche Ogni domanda è uno stimolo per andare a cercare dentro di sé le risposte più utili alla conoscenza di sé che possa supportare un comportamento responsabile e orientato dai valori personali consapevolmente scelti.

In terapia, si lavora per potenziare l’intelligenza emotiva: in maniera diretta come obiettivo specifico dichiarato e condiviso o anche solo indirettamente come potenziamento della propria capacità di governo delle emozioni. L’intelligenza emotiva favorisce ogni altro processo di consapevolezza di sé e il raggiungimento degli obiettivi terapeutici.