Strategie concrete per essere “emotivamente” intelligenti

L’intelligenza serve a risolvere i problemi, l’intelligenza emotiva serve a vivere pienamente la vita, con consapevolezza, assumendosi la responsabilità di renderla realmente degna di essere vissuta.

L’intelligenza emotiva è la capacità di usare le proprie emozioni al servizio di scelte consapevoli e coerenti con la persona che vogliamo essere e la vita che vogliamo vivere.

L’intelligenza emotiva è composta da diverse abilità:

  • Essere consapevoli delle proprie emozioni in modo articolato e specifico: riconoscerle, identificarle, valutarne l’intensità, differenziarle, nominarle, esprimerle, governarle e metterle a disposizione del proprio adattamento creativo alla realtà. Confidenza con se stessi
  • Autoregolazione delle emozioni: capacità di sperimentarle, viverle appieno e tollerarne l’intensità La via della terapia
  • Auto-contenimento degli stati emotivi più complicati, intensi, difficili (ansia, angoscia, dolore, sconforto, rabbia, agitazione, ecc.) Chi rassicura l’ansioso?
  • Controllo degli impulsi: usare la riflessione tra l’impulso e l’azione La bomba
  • Agire con determinazione, perseveranza e autodisciplina per raggiungere i propri scopi e obiettivi Anno nuovo …
  • Attribuire senso alle proprie emozioni in relazione alla situazione attuale e alla propria storia di vita Guarire le ferite dell’infanzia
  • Riconoscere le emozioni degli altri e utilizzarle per comprenderli, per comunicare efficacemente e per creare relazioni soddisfacenti Un potente strumento di consapevolezza e cambiamento

In pratica, è importante seguire questa traccia per l’auto-consapevolezza emotivamente intelligente:

  • Cosa provo? Quale stato d’animo soggettivo, ad esempio: mi sento triste, provo rabbia, mi sento al settimo cielo, sono spaventato, sto sotto un treno, impazzisco di gioia, ecc.
  • Quali sensazioni fisiche avverto? Ad esempio, sento le braccia tese, le spalle pesanti, le gambe flosce, calore alle mani, sudore, tachicardia, farfalle allo stomaco
  • Quali situazioni esterne hanno stimolato la mia reazione emotiva? Quali eventi, qualcosa che è successo, una conversazione con qualcuno, ecc.
  • Quali pensieri hanno generato la mia emozione? Cosa ho pensato, cosa ho immaginato, quale ricordo mi è venuto in mente, ecc.. Alcuni pensieri sono chiari, consapevoli e immediatamente individuabili per come hanno influenzato l’emozione emersa: mi sono arrabbiato pensando che non è giusto che io debba sempre aspettare il mio amico che fa regolarmente ritardo agli appuntamenti; altre volte invece i pensieri sono annidati più profondamente dentro di sé e non immediatamente riconoscibili: probabilmente il ritardo del mio amico mi porta a sentirmi arrabbiato e anche non rispettato e mi porta a pensare a quante volte succedeva così con la mia prima fidanzata… o con mamma che tardava sempre a venirmi a prendere a scuola quando avevo 8 anni…
  • Quali scopi, bisogni e desideri sono emersi dentro me rispetto all’emozione che vivo? Ad esempio, sono triste e ho bisogno di essere consolato, mi sento solo e ho bisogno di essere confortato, mi sento non rispettata da mio marito e ho bisogno di mettere in chiaro alcune cose, mi sento pressata dal capo e voglio staccare la spina, sono spaventato e ho bisogno di essere rassicurato, sono felice e desidero vedere il mio fidanzato, mi sento invaso dai vicini e voglio chiarire alcune regole di buon vicinato, mi sento carico di energia e voglio andare a correre in bicicletta, mi sento in colpa per come ho trattato il mio amico e desidero recuperare il rapporto.
  • Quali azioni sono necessarie e quali possibili rispetto a ciò che provo e a ciò che voglio? Cosa devo o posso fare io per soddisfare il mio bisogno e desiderio, per raggiungere il mio scopo e per regolare la mia emozione.
  • Come posso esprimere al meglio la mia emozione? Una persona emotivamente intelligente deve saper distinguere l’emozione che prova dalla capacità di esprimerla in modo utile per sé, efficace nella comunicazione e rispettosa delle altre persone coinvolte nella situazione. Altrimenti, come comunemente noto, si passa “dalla ragione al torto”: quando l’emozione “legittima” viene espressa in modo “scomposto”, eccessivo, fuori controllo, non rispettosa di sé e degli altri, al limite anche pericolosa per sé e per gli altri. Oppure nella situazione altrettanto nota del “conta fino a 10” prima di esprimere quello che pensi e quello che provi… ovvero usa la riflessione tra impulso e azione.
  • Cosa sta provando l’altra persona (mentre mi sta parlando o sta agendo in un certo modo)? Spesso i problemi nelle relazioni interpersonali nascono dall’incapacità di vedere il mondo dal punto di vista dell’altro; siamo tutti capaci di criticare l’altro e di giudicarlo in quanto il suo comportamento è lontano da come noi pensiamo sia giusto e ci dimentichiamo di fare quello sforzo “empatico” di metterci nei suoi panni per tentare di comprendere quali bisogni muovono le sue azioni.

Questa è solo una traccia tra le molteplici possibili per favorire l’esplorazione del mondo soggettivo della persona. Cronache dalla psiche Ogni domanda è uno stimolo per andare a cercare dentro di sé le risposte più utili alla conoscenza di sé che possa supportare un comportamento responsabile e orientato dai valori personali consapevolmente scelti.

In terapia, si lavora per potenziare l’intelligenza emotiva: in maniera diretta come obiettivo specifico dichiarato e condiviso o anche solo indirettamente come potenziamento della propria capacità di governo delle emozioni. L’intelligenza emotiva favorisce ogni altro processo di consapevolezza di sé e il raggiungimento degli obiettivi terapeutici.

Tentare di eliminare lo stress provoca stress

In maniera intuitiva, un po’ tutti pensiamo che una cosa che ci fa male è da eliminare. Sarebbe da eliminare. Si tratti di un cibo o di un vizio, di una persona o di una cattiva abitudine, se qualcosa che è presente nella nostra vita ci danneggia in qualche modo siamo portati ad eliminarla o perlomeno a metterla in discussione, a considerarla criticamente in quanto ci crea sofferenza emotiva e/o fisica. Mangiare male ci porta in sovrappeso e ci crea problemi di salute; vizi vari (fumare, bere, eccedere in comportamenti rischiosi, ecc.) danneggiamo il nostro benessere psicofisico; alcune persone sono chiaramente per noi fonte di tensione, si tratti del partner o del capo, del vicino o di qualche categoria sociale verso la quale siamo “intolleranti”: verso queste persone tendiamo naturalmente ad avere l’idea di eliminarle, espellerle dalla nostra vita.

Questo “comprensibile” atteggiamento di eliminazione nasconde delle insidie. Come se dicessimo a qualcuno “sii spontaneo”, inducendolo quindi a comportarsi non spontaneamente perché segue le nostre direttive di essere spontaneo; o similmente, se dicessimo a qualcuno “disubbidiscimi”, lo metteremmo in una situazione paradossale, irrisolvibile (se mi disubbidisce mi sta ubbidendo…).

Fin dalla metà del secolo scorso questa modalità di comunicazione che crea un “doppio legame” è stata riscontrata in certe famiglie problematiche con membri “portatori” di gravi malattie mentali, quali la schizofrenia… Eppure sembra che tutti siamo impostati per seguire queste regole di buon senso “se una cosa ti crea sofferenza eliminala“. Non fa una piega.

Il problema, tra l’altro, è che per arrovellarci intorno a questa missione (che sa di impossibile) ci perdiamo il gusto della vita. Ci perdiamo per strada la nostra responsabilità di creare, veramente e profondamente, la vita che vogliamo.

Fai conto di avere una bacchetta magica con cui puoi eliminare ogni tuo stress, emozione negativa, persone deleterie, abitudini dannose, pensieri angoscianti e malanni fisici. Che resterebbe? Come organizzeresti la tua vita, la tua giornata, il prossimo minuto? Ecco da qui devi partire per dirigerti verso la vita che vuoi… nonostante tu ancora non abbia eliminato completamente lo stress dalla tua vita!

Quando ti si presenteranno sintomi, pensieri ed emozioni disturbanti… osservali e procedi… facendo estrema attenzione a non usarli come scuse, alibi e giustificazioni… per quello che non fai, per la vita che non vivi. Alla fine della vita dovrai rendere conto solo a te stesso di quello che hai vissuto o non hai vissuto… A lezione dalla morte

Un esempio concreto spero mi aiuti a spiegare meglio. Un paziente mi dice “mia figlia si sposa in Brasile… Ma io non riesco a prendere l’aereo… “. Partecipare lo renderebbe felice, ma non riesce a prendere l’aereo. Ha diverse possibilità.

Prendere l’aereo affrontando la sua fobia, in particolare abbandonando la credenza disfunzionale che “una cosa la devi fare senza ansia” oppure la credenza negativa che “l’ansia sarà insostenibile” (e su questi temi si lavora in terapia). In particolare, in questo caso, come in altri simili, è importante distinguere se hai paura che l’aereo cada (evento improbabile, ma assolutamente grave, da scongiurare e rispetto al quale sarebbe difficile fare qualcosa per arginare il danno temuto) o se hai paura di stare chiuso diverse ore in aereo e temi di soffocare o qualcosa del genere (evento certo quello di stare chiuso, evento grave quello di soffocare, ma quanto probabile?). Puoi distinguere la paura di soffocare dal soffocare realmente? Puoi distinguere la sensazione di soffocamento dall’effettivo soffocamento che porta alla morte? Quale certezza hai che lo stare chiuso ti porterà a “soffocarti”?

Se, per fare certe esperienze, vuoi escludere completamente la possibilità che si verifichi qualcosa che temi allora probabilmente farai ben poche cose…

Se credi di non riuscire a sopportare l’ansia dello stare chiuso in aereo e immagini di morire non lo prenderai mai in quanto l’evento che temi, la morte, è “effettivamente grave” … Sei disposto a rischiare di sperimentare ansia? Ansia equivale necessariamente a morire? Probabilmente sono pochissime le situazioni in cui ciò che temiamo ha il livello di gravità della morte…

Hai paura di morire o hai paura di morire di paura?

Quanto ti rassicura sapere che di paura non si muore? Che di paura non è morto mai nessuno? Quanto puoi tollerare l’ansia e l’incertezza rispetto a quello che accadrà?

Si tratta allora, tornando al nostro paziente la cui figlia si sposerà in Brasile,
di vivere il dolore di non riuscire a prendere l’aereo, accettarlo; vivi l’esperienza depressiva “sana” del lutto per una cosa che vorresti ma che non riesci a realizzare (prendere l’aereo e in quel modo far felice te stesso e tua figlia ). Succede. Lo so che non è facile da accettare. Ma questo è. Se diversamente non è (e anche in questo caso ci si lavora in terapia).

Contemporaneamente, puoi cercare molteplici altri modi che puoi praticare per essere felice (anche senza prendere l’aereo… o puoi andare in Brasile in altro modo o chiedi a tua figlia di sposarsi dove non devi prendere l’aereo). Puoi trovare altri molteplici modi per essere felice e realizzare la vita che vuoi, ad esempio essere un padre amorevole, anche se non sarai presente al matrimonio di tua figlia…

L’errore è pensare che la tua felicità dipenda solo ed esclusivamente da quell’aereo… Che essere un padre affettuoso dipenda solo da quel viaggio…

Da cosa dipende per te essere la persona che vuoi essere?

Quale prezzo scegli di pagare per realizzare la vita che vuoi?

La felicità non equivale a zero stress (niente ansia, niente paura, niente tristezza, niente rabbia, niente di niente…). Niente di niente sarebbe la vera morte.

La felicità è fare scelte nella direzione di ciò che per te è importante… nonostante stress, ansia e i suoi derivati.

“Tra vent’anni sarai deluso non delle cose che hai fatto ma da quelle che non hai fatto, leva l’ancora abbandona i porti sicuri cattura il vento nelle tue vele esplora sogna scopri” (Mark Twain).

I comportamenti autosabotanti

A volte non riusciamo a capire certi nostri comportamenti, soprattutto una certa categoria di azioni che possiamo chiamare auto-sabotanti, autodistruttive, che vanno in direzione contraria al volerci bene, al fare qualcosa di buono per no stessi, a prenderci cura di noi stessi. Quasi che una parte di noi rifiutasse di prendersi cura di noi. Magari sappiamo cosa ci farebbe stare bene, sappiamo cosa dobbiamo fare, ad esempio, fare quella telefonata a quella persona, andare a correre, cucinare sano, parlare chiaro con qualcuno, occuparsi della casa, ecc. eppure finiamo sempre per fare qualcosa di diverso da quello che noi stessi riteniamo la cosa giusta e la cosa buona. Evidentemente dobbiamo ipotizzare la presenza dentro di noi di un’altra parte che “ci vuole male”, che non vuole prendersi cura di noi, che ci danneggia attraverso pensieri, più o meno consapevoli, del tipo “lascia perdere”, “tanto a che serve?!”, “sarà il solito fallimento” “anche questa volta non riuscirai” “non sei all’altezza” “che provi a fare?” “è tutto inutile” “non hai diritto a prenderti cura di te” e chissà quanti altri pensieri auto-sabotanti simili che frenano “da dentro” la possibilità di volerci bene…

In questi casi un primo livello di intervento per migliorare la situazione ovvero per aiutare la persona a sviluppare pensieri e azioni nella direzione del benessere è quello di renderla consapevole di questo “dialogo interiore” tra le parti che fanno il tifo per il sé (impegnati e prenditi cura di te) e le parti avversarie, belligeranti, ma sempre parti interne, che boicottano, che remano contro, che tengono la persona al palo, che la vogliono far essere, pensare e agire come ha sempre fatto per ottenere i risultati che ha sempre ottenuto ovvero sofferenza emotiva, bassa autostima, problemi di relazione, ecc… I soliti problemi che si porta appresso da tempo immemore. La verità del piffero. Quando è difficile cambiare…

A volte questo tipo di intervento sullo “scontro tra parti di sé” può essere sufficiente per aiutare la persona a rendersi conto di quale teatro conflittuale interiore sia attivo e darle la giusta scossa per dar retta alle parti di sé “positive” e cominciare ad agire di conseguenza…

In altri casi, invece, questo non basta. Magari cominciamo ad agire dando retta alle parti supportive che ci vogliono far stare bene e agire per migliorare la qualità della nostra vita… ma prima o poi finiamo per abbandonare l’impresa, smettiamo di fare qualcosa di buono per noi stessi e ricaschiamo in vecchie abitudini disfunzionali di pensiero e azione, finendo per provare le solite emozioni dolorose e per vivere relazioni e contesti di vita pieni di malessere, frustrazione, delusione, rabbia, tristezza, angoscia, senso di colpa, vergogna ecc.. Ci ricasco sempre…

Ognuno di noi, probabilmente, può trovare nella propria storia di vita, attuale e passata, esempi di questo tipo di scenario e comportamento… che si conclude sempre allo stesso modo. In questi casi, probabilmente, dobbiamo scendere un po’ più in profondità a rintracciare quale altra dinamica interiore sia responsabile di tale comportamenti di auto-sabotaggio. La fonte della verità Scendiamo a livello delle credenze patogene inconsce (che possiamo e dobbiamo rendere consapevoli) che guidano dal profondo il nostro pensare e il nostro agire. Ad esempio, “se mi prendo cura di me gli altri non mi vorranno più bene…”, “se mi prendo cura di me gli altri ne soffriranno…”, “se mi prendo cura di me non posso prendermi cura degli altri…”, “se mi prendo cura di me sono cattivo, egoista e verrò punito”, “se mi prendo cura di me resterò solo”, ecc..

Anche se consapevole del suddetto andirivieni di modalità disfunzionali di azione ovvero il finire sempre per fare quello che ci fa stare male… queste credenze, di origine infantile, non sono chiaramente accessibili ad un primo sguardo e solitamente emergono dopo che la persona ha fatto un lavoro su di sé.

Inoltre, queste credenze sono sclerotizzate spesso da anni e hanno favorito l’organizzazione della persona e del sistema di relazioni di cui fa parte (famiglia in primis) intorno ad un funzionamento che è duro a cambiare. La famiglia, ormai, si è assestata su un insieme di “ruoli” che nel tempo hanno creato il loro equilibrio, disfunzionale, in cui ognuno, in maniera pressoché inconsapevole, recita una parte di un copione che tiene tutti impantanati, incastrati, nella rigidità di dover comportarsi sempre allo stesso modo. E, spesso, la persona che arriva in seduta ha portato l’intero sistema in terapia ovvero esprime individualmente il disagio e la sofferenza che in forme e gradi diversi appartengono a tutti i membri della famiglia.

La persona che arriva in terapia è stato, “inconsciamente”, “eletto paziente” dall’intera famiglia, investito del ruolo e della funzione di esprimere la malattia del sistema familiare nel suo complesso. Un capro espiatorio, un parafulmine, che si fa carico di dolori e rabbie, rancori e risentimenti, angosce e sensi di colpa che non appartengono solo a lui ma che lui è stato “designato” a portare come una croce…

L’accesso a questo tipo di consapevolezza può essere particolarmente illuminante per le persone che, letteralmente, in questi momenti della terapia “iniziano a lacrimare dal profondo”, anche a “singhiozzare” o si aprono ad un “sorriso amaro” o ad un “sospiro di sollievo”. Hanno individuato un potente fattore che, evidentemente insieme ad altri, “dal basso” guida le azioni quotidiane e il modo di creare e vivere le relazioni, non solo a casa, ma dopo tanti anni, anche al lavoro e in altre relazioni e contesti affettivi. La persona è “illuminata” da questa consapevolezza, da queste credenze in precedenza inconsapevoli e che ora sembrano così evidenti e chiare alla sua attenzione. “Illuminata” anche rispetto al da farsi da qui in avanti. Oggi è il primo giorno del resto della nostra vita

Probabilmente il sistema opporrà resistenza al cambiamento, di certo non saranno gli altri a cambiare, Come si fa a cambiare gli altri?!?!? sicuramente è la persona che è chiamata a fare qualcosa di diverso… per spostare gli equilibri. La persona deve iniziare ad elaborare in modo diverso le credenze individuate. Ad esempio, se la credenza “patologica” è “se mi devo prendere cura di te non posso prendermi cura di me” o similmente “se mi voglio prendere cura di te devo smettere di pensare prima di tutto a me”, la persona potrebbe rivedere questa equazione soggettiva, in modo più sano o perlomeno utile, ad esempio in “è proprio prendendomi cura di me che potrò meglio prendermi cura di te”.

Inoltre, la persona potrebbe sviluppare alcuni dubbi che la portebbero ad una seconda “illuminazione” che trasforma l’esclamativo in interrogativo. La persona potrebbe mettere in dubbio la prima parte della credenza, “devo prendermi cura di te?”, “voglio prendermi cura di te?” “solo io devo o voglio prendermi cura di te?”.

Queste elaborazioni, in genere, aprono lo sguardo della persona verso un orizzonte comportamentale concreto diverso ovvero cominciano ad emergere in lei chiaramente nuove possibilità concrete di agire, nuove azioni che la persona può fare per cambiare le cose, per attivare il cambiamento, con cui gli altri membri del sistema dovranno necessariamente confrontarsi. Ad esempio, l’individuo potrebbe cominciare a comunicare in modo più assertivo e chiaro, potrebbe cominciare a chiedere quello che non ha mai chiesto o anche a dire di no laddove ha detto sempre sì, potrebbe cominciare a fare qualcosa per sé di diverso dal solito. Imparando “ovviamente” a prendersi il rischio di deludere gli altri (che per tanto tempo ha fatto contenti…).

Quasi sempre il cambiamento non avviene dalla mattina al pomeriggio né basta una seduta, anche se alcune possono essere veramente “spartiacque”. La persona, comunque, ad un certo punto comincia ad intravedere delle possibilità nuove realisticamente praticabili, possibilità che evidentemente la devono vedere in prima persona ad assumersi la responsabilità di fare nuove azioni per cambiare ciò che la fa soffrire. Da qui inizia quel processo di “sperimentazione” per prove ed errori Le cinque O della crescita personale attraverso cui la persona “si dà il permesso” di fare qualcosa di nuovo e verifica cosa succede dentro di sé (quanto riesce a superare paure, ad agire nonostante la paura e a sostenere l’ansia del cambiamento) e fuori di sé, come reagiscono gli altri, quanto resistono al cambiamento, quali ostacoli frappongono tra il “vecchio patologico ma sicuro” e il “nuovo possibile, potenzialmente fonte di benessere ma tutto da conoscere…”.

La psicoterapia funziona per aggiunta e non per sostituzione. Per integrazione di nuove possibilità e non per eliminazione di vecchie modalità. I pensieri auto-sabotanti interni e le persone esterne che remano contro continueranno ad esserci, ancora a lungo, forse per sempre. Ciò che cambia è la capacità della persona di farsi guidare dai suoi nuovi modi di pensare e agire in direzione di ciò che veramente ha individuato buono per sé, la strada della propria rinascita e felicità.

Come diventare ricchi

Sei sicuro che mentre ti stai impegnando per migliorare la tua vita riesci ad apprezzarla veramente, a viverla pienamente, a gustare ed assaporare ciò per cui fatichi ogni minuto della tua vita? Che senso ha creare qualcosa che poi non ti godi appieno? Fosse questo cento euro in più, la casa al mare la settimana bianca verde rossa e blu, ma anche i figli tanto voluti o il tempo tanto desiderato? Che senso ha se mentre stai qui e ora di fatto stai già proiettato nel futuro a qualcos’altro da conquistare o rattrappito sul passato, sullo scarto tra ciò che immaginavi e ciò che hai realizzato?
Se sei impegnato duramente e quotidianamente per raggiungere i tuoi obiettivi in vari ambiti della tua vita GOAL (stare in relazione con un partner che ti ama e ti stima, crescere figli che ti adorano, avere salute e scarpe nuove, un lavoro gratificante, amici fidati e divertenti, un certo agio materiale, tempo di qualità, una consapevolezza ampia che ti apre un ventaglio di possibilità per creare ulteriormente la vita che vuoi) allora individua, “effettivamente” , “emotivamente” , cosa ti danno questi risultati raggiunti, quali sensazioni piacevoli provi nel realizzare i tuoi desideri, quali emozioni ti riempiono il cuore mentre stai arrivando al nuovo traguardo. E gusta appieno tutto ciò. È questo quello che cerchi profondamenteCosa stai aspettando per essere felice? Non è la villa in sé ma l’esperienza che vivi grazie ad essa. Non è il nuovo lavoro ma l’esperienza che vivi grazie ad esso. Non è giocare con tuo figlio ma che padre ti senti mentre stai coltivando un rapporto con lui che lo aiuta a crescere sano sentendosi amato. Non è la fatica di un “weekend di riposo superimpegnato” ma quello che ti fornisce questa esperienza.

E puoi concentrarti anche sul valore che hanno per te piccole azioni quotidiane o abitudini che porti avanti da tempo: cosa ti dà tenere le tue cose ordinate e pulite, sufficientemente ordinate e pulite? Cosa provi quando ti dedichi alla cura delle persone a cui vuoi bene, te compreso? Cosa provi quando incontri un amico anche solo per un caffè? E quando cazzeggi con lui su WhatsApp? E quando ti appassioni così tanto alla tua squadra del cuore anche se lo scudetto nemmeno quest’anno?

Gusta appieno tutto ciò. Ringrazia. E celebra…Sette volte grazie…

Festeggia in qualche modo, anche solo dentro di te, tutto il valore che ti appartiene, tutto ciò che arricchisce la tua vita, tutto il pieno di emozioni che fai… E che scontate non sono mai…

http://www.ognigiorno.net/muore-tragicamente-27-anni-cancro-la-famiglia-scopre-un-messaggio-facebook-del-giorno/

Ricordati che devi morire Ricordati che devi vivere

Ricordati che devi vivere

La frustrazione, la delusione, la non perfezione della vita sono ineliminabili. Può essere scontato o, forse utile, ricordare che alcune ciambelle vengono senza buco La bomba , che le giornate sono storte e dritte, che le persone ci cercano e ci allontanano, a volte ci evitano proprio, che la vita ci applaude e ci fischia. Quando la realtà ti delude Che una cosa almeno non dobbiamo dimenticarla Ricordati che devi morire. E che dobbiamo imparare a dire è andata così

Dice il saggio: “la felicità è dentro dil te” … ma tu non riesci a trovarla Istruzioni per rendersi infelici . La felicità, la vita che vogliamo vivere, è all’interno di ciascuno di noi quando accettiamo la non perfezione delle cose Depressione ed esperienza depressiva , quando accogliamo ogni esperienza come un dono, quando riconosciamo la legittimità di ogni aspetto di noi stessi, anche quelli “sconvenienti” Figli della propria famiglia, tra lecito e proibito . Quando ci liberiamo di ogni aspettativa su come dovrebbe essere la vita, quando ci svincoliamo dall’obbligo di “dover essere” in questo o in quest’altro modo “per andare bene” Essere e dover essere, per sentirci ok, per ottenere amore e approvazione L’insegnamento della cacca.

E poi c’è l’amore a condire la felicità!!! Love is the answer… L’amore sentimentale, romantico, sensuale e sessuale. L’amore per i figli. L’amore per i genitori. L’amore per gli amici. L’amore per il lavoro. L’amore per tutte le creature dell’universo. L’amore per la vita. Come possiamo non celebrare l’amore?!?! Fino all’amore primario, fino al desiderio inconscio (ma nemmeno tanto), di ciascuno di noi, di un ritorno all’onnipotenza perfetta del mondo intrauterino, all’amore ideale del “tutto e subito”.

E, difatti, quando usciamo da quel posto cominciamo a piangere… Da lì, da quel momento, di fatto, comincia un’altra vita. Oltre l’illusione della totalità perfetta dell’amore che tutto dà e nulla chiede. Un “vuoto”, più o meno ampio, con cui tutti, chi in un modo chi in un altro, faremo i conti per tutto il resto della nostra esistenza 3 tipi di lamentela. Per molti, anzi, quell’amore originario si rivela ben presto un’illusione drammatica, una realtà drammatica, un bisogno di accudimento “mancato” che lascerà i segni dolorosi di un vuoto “irrisarcibile” La bambina che costruiva aquiloni

Messa così può apparire uno scenario alquanto deprimente… Oppure no?!?!!!

È vero che la vita, nel suo quotidiano dispiegarsi, nella concretezza delle situazioni che viviamo, può essere intesa come un continuo processo di lutto, un continuo vivere la perdita del paradiso, vivere passaggi dolorosi, rotture, separazioni, vivere lo scarto tra ciò che desideriamo e ciò che realisticamente riusciamo ad ottenere. E quindi richiede di vivere un’esperienza depressiva.

Al tempo stesso, è anche vero che tutto questo potrebbe non essere vero La storia siamo noi . È vero se ci credo. È vero se mi faccio guidare da questa visione della realtà Il punto da cui guardiamo il mondo.

Non è vero se non ci credo. O meglio posso credere anche ad una visione alternativa delle cose 5 motivi e 5 motivi , una visione parimenti legittima e “realistica” della realtà da cui posso farmi guidare nel modo di pensare, di sentire, di agire, di vivere la vita.

A cosa “scegli” di credere?

La fonte della verità Nuovi genitori di se stessi

Da quali “valori” scegli di farti guidare?

Come sono gli abitanti di questa città? L’undicesimo comandamento

Di cosa deve essere “piena” la vita che vuoi?

Una vita su misura La felicità esiste

Come “ti puoi organizzare” per creare e realizzare la vita che vuoi?

Le cinque O della crescita personale Oggi è il primo giorno del resto della nostra vita

Cosa “concretamente devi” fare per vivere la vita che vuoi vivere?

Preghiera dell’azione efficace GOAL

Ricordati che devi morire

Come esseri umani siamo sostanzialmente orientati alla soddisfazione dei bisogni, alla realizzazione dei desideri, al vivere secondo valori che ci permettono di dare un senso alla nostra vita. 5 passi verso la felicità Quando questo accade ci sentiamo felici (proviamo gioia, contentezza, entusiasmo, senso di soddisfazione, appagamento, eccitazione, pienezza, godimento, realizzazione, ecc.), quando non accade ci sentiamo infelici (proviamo tristezza, malinconia, angoscia, apatia, rabbia, paura, ma anche vergogna, senso di colpa, ecc.) Cosa stai aspettando per essere felice? Ovviamente felici o infelici in misura maggiore o minore in relazione al grado di scostamento tra il mondo ideale (come lo vorremmo) e il mondo reale (l’esperienza di vita con la sua dose quotidiana di frustrazione e delusione). Quando la realtà ti delude
Sentirsi protetti e al sicuro, mangiare gustoso e prelibato, dormire sereni e svegliarsi riposati, sentirsi pieni di energia e vigore, giocare e curiosare, fare l’amore e creare legami solidi e nutrienti, esprimere la propria individualità attraverso il proprio movimento naturale e creativo, imparare cose nuove, sviluppare abilità, realizzare ciò che abbiamo immaginato e desiderato, sperimentare nuove possibilità in tutti gli ambiti di vita al servizio di un’evoluzione continua verso nuovi modi di essere individuali e della collettività intera, sono tutte esperienze che ci procurano piacere, gioia, felicità. La felicità esiste Vivere di stenti, stare sempre in tensione, sentirsi sempre in allarme e minacciati, sentirsi inibiti e costretti, stare soli e deprivati di stimoli, appassire su abitudini sclerotizzate, essere ostacolati nel proprio cammino evolutivo mentale e spirituale, sono invece esperienze che generano dolore, angoscia, tristezza, senso di impoverimento.
Le nostre esperienze di vita ci portano lungo un perenne divenire: alla soddisfazione per un risultato raggiunto segue un senso di mancanza e di desiderio che attiva l’esplorazione necessaria a perseguire un nuovo obiettivo, il tutto all’interno di un orientamento personale mosso dai propri valori, da ciò che per ciascuno di noi è importante e rende la vita degna di essere vissuta. E il ciclo continua… sempre e per sempre… lungo un’ideale linea infinita, verso il raggiungimento di stati di soddisfazione e modi di essere sempre più progrediti, evoluti. Le cinque O della crescita personale Ciascuno di noi sperimenta questo ciclo continuo in cui si alternano stati di pienezza del bisogno e appagamento del desiderio e stati di vuoto fertile, la quiete prima della nuova tempesta desiderante.
Purtroppo non sempre le cose vanno come nelle favole… prima o poi l’appagamento lascia il posto alla frustrazione, l’unione ideale si trasforma in un qualche grado di delusione, la sicurezza si alterna al pericolo, la tranquillità alla minaccia, la salute ci presenta la malattia, la bellezza della vita ci ricorda l’inevitabile conclusione.
Se è vero che dobbiamo ricordarci che prima o poi toccherà a tutti… allora non ci resta che vivere…

Il momento presente è l’unico che esiste, quindi impariamo ad essere pienamente presenti all’esperienza immediata: cosa vedo, sento, assaporo, tocco e annuso qui e ora, cosa sto provando qui e ora, cosa sto pensando qui e ora, di cosa ho bisogno qui e ora, cosa sto facendo qui e ora, cosa posso fare qui e ora, cosa devo fare qui e ora… Il momento presente è il punto di partenza per creare la vita che vogliamo e quella che possiamo.
Una vita che vale la “pena” di essere vissuta deve necessariamente essere “piena” di esperienze di soddisfazione, piacere e realizzazione di sé. Banale? Scontato? Certo… se hai ancora la vista per vedere un tramonto ogni volta che vuoi, se il cuore e la schiena ti accompagnano ancora, se hai due spiccioli per viaggiare, se hai ancora una persona cara da abbracciare, se hai un figlio che vuole giocare con te e un partner che ti desidera. Banale quanto fondamentale … se hai la possibilità di viverlo.
Una vita piena è quella “guidata dai nostri valori” consapevoli (cosa per noi è importante) e dall’assunzione di “responsabilità in prima persona” rispetto ad essi: quello che noi dobbiamo fare per realizzare la vita che vogliamo, orientata da ciò che per noi “ha valore” Oggi è il primo giorno del resto della nostra vita
Una vita “reale” è una vita “non ideale”, non perfetta, non sempre felice, non sempre piena di piacere, non sempre priva di dolore
Una persona “reale” ha bisogno di:

  • sentirsi sicura, protetta, curata, di fidarsi e di affidarsi;
  • sentirsi amata, stimata, desiderata, di amare e di essere amata;
  • crescere, di sviluppare talenti e abilità, di creare continuamente nuove norme e nuove forme, di curiosare, di giocare, di evolvere, di salire di livello spirituale;
  • realizzare la persona che è e di dare un senso al mistero della vita e della morte, di rendere attuali le potenzialità, di rendersi individuo, differenziato, unico, autonomo, di diventare ciò che è nel suo essere essenziale e di offrire il proprio contributo al mondo, al servizio della vita.

Non ci resta che …

A lezione dalla morte

5 passi verso la felicità

Felicità è vivere in armonia coi propri valori. Cosa stai aspettando per essere felice?

I valori esprimono chi vogliamo essere, cosa vogliamo realizzare nella vita, come vogliamo sentirci.

Ecco 5 strategie concrete per andare dove vogliamo andare …
1. VALORI. Nei vari ruoli intorno a cui è organizzata la tua vita definisci come vorresti essere. Ad esempio, un partner appassionato e attento, un genitore amorevole e presente, un figlio generoso e rispettoso, un lavoratore disciplinato ed efficiente, un amico fidato e divertente, una persona ambiziosa e piena di voglia di vivere.
2. OBIETTIVI. Specifica cosa dovresti fare o realizzare in concreto per essere la persona che vuoi essere in ciascuno dei ruoli specifici da te individuati. Quali obiettivi specifici per ciascun ruolo? Ad esempio, cosa devi fare o raggiungere nello specifico per essere un partner attento?
3. AZIONI. Stabilisci quando, dove, come e metti in pratica.
4. RISCONTRI. Verifica cosa è successo. Sei riuscito a fare quello che ti eri prefissato? Se no, cosa te lo ha impedito? Una mancanza di abilità? Una paura? Seghe mentali o pensieri auto-sabotanti? Che altro? Se sì, cosa è successo? Hai ottenuto ciò che volevi? Cosa è andato bene e cosa non ha funzionato o non avevi previsto? Come hanno reagito gli altri coinvolti nella tua azione? E tu cosa hai provato e pensato? Quale insegnamento puoi trarre da quest’esperienza?
5. STOP AND GO. Ricomincia il ciclo alla luce dell’esperienza: come voglio essere, cosa devo fare, quando, dove, come …