Le 5 E del funzionamento mentale ed interpersonale

Ecco un piccolo schema orientativo per capire cosa succede nella propria mente e nei rapporti interpersonali.

Evento. Qualcosa che succede, qualcosa di “esterno”, di reale, una situazione, un qualcuno che fa qualcosa, ad esempio, due persone stanno litigando, arriva il mio amico che non vedevo da tanto tempo, ricevo una telefonata, il capo mi sta dicendo che ho fatto male un lavoro, mio figlio propone di andare al cinema. Ma l’evento può essere anche “interno”, può essere un mio pensiero, un’immagine nella mia mente, un ricordo che affiora alla consapevolezza, qualcosa che mi si presenta all’attenzione. 

Elaborazione. Rispetto a questo evento sviluppo dei pensieri, consapevoli o inconsapevoli, che mi permettono di dare significato all’evento. L’evento può avere un significato per me legato al “qui-e-ora” della situazione, ad esempio, “il mio collega che mi regala un CD per ringraziarmi della mia cortesia mi fa pensare a quanto sia importante lavorare in armonia in equipe e mi rende felice…”. A volte, inoltre, l’evento e i pensieri che produco rispetto ad esso possono essere legati al mio passato, alla mia storia, chissà alla mia ferita infantile, al “lì-e-allora”, al bambino che soni stato e che ancora mi porto dentro; mi può riattivare anche ricordi di situazioni che ho vissuto in passato e a cui sono sensibile, ad esempio, “mi commuovo pensando a quando papà mi regalò il mio primo CD…”  o “mi rattristo quando a fronte delle mie capacità papà non aveva mai una parola di sostegno nei miei confronti…”. L’elaborazione fa riferimento sia ai pensieri che sviluppo sulla situazione sia alle emozioni e agli stati d’animo che discendono da questi pensieri; posso sentire tristezza, posso sentire rabbia, posso sentire paura, posso provare vergogna, posso sentirmi in colpa, tutto questo in relazione al significato che io ho dato all’evento, significato inconscio o consapevole che sia…

Espressione. Questi pensieri e stati d’animo, più o meno consapevoli, posso esprimerli, posso comunicarli, posso manifestarli a qualcuno. Un potente strumento di consapevolezza e cambiamento Ad esempio, posso ringraziare il collega e invitarlo ad ascoltare insieme il CD, posso condividere la mia emozione. L’espressione può essere sia verbale (a parole) sia non verbale; dipende anche dal contesto e dalla relazione in cui mi trovo, ad esempio potrei cominciare a piangere ricordando situazioni tristi del passato … o a ridere amaramente pensando al rapporto con mio padre… o a mantenermi impassibile anche se dentro brucia un fuoco emotivo… La comunicazione può essere, dunque, più o meno chiara ed esplicita o vaga e suscettibile di ampie interpretazioni da parte dell’interlocutore (che a sua volta ha i suoi filtri mentali di deformazione e lettura della realtà interpersonale).

Effetto. Questa mia comunicazione avrà dunque un effetto sulle persone a cui ho manifestato il mio stato mentale ed emotivo. Ci sarà un riscontro, un feedback da parte delle persone coinvolte nella mia comunicazione. Potrò, nell’esempio su riportato, ricevere risposte di conforto o di indifferenza o di scherno o di vicinanza emotiva o altro ancora…

Esperienza. Da questo riscontro interpersonale potrò fare nuove considerazioni, nuovi pensieri da cui deriveranno altri stati d’animo, eventuali altre comunicazioni e così via …

 

Quanti sensi di colpa?!

Esistono alcuni sensi di colpa con cui possiamo confrontarci in maniera aperta e consapevole, come quando ci sentiamo in colpa perché per soddisfare un nostro bisogno o desiderio abbiamo trascurato una persona cara, ad esempio, mi sento un po’ in colpa perché all’ultimo momento ho dato buca a Luca con cui dovevo andare al cinema e ho preferito uscire con Adele. Altri sensi di colpa, invece, si annidano nell’inconscio, sono più difficili da identificare e ci procurano uno stato di sofferenza che spesso non riusciamo ad individuare ed elaborare se non come sentimenti di colpevolezza e angoscia, un sentirsi “cattivi” e “sbagliati” senza sapere di preciso perché. Ad esempio, proviamo uno stato di inquietudine mal definita, ci sentiamo in difetto o “sentiamo” di aver fatto qualcosa di male, ma non sappiamo cosa, non sappiamo legarlo in modo specifico a qualche evento o pensiero o relazione, semplicemente ci sentiamo colpevoli, sbagliati, cattivi, quasi perseguitati dall’idea (nostra) di dover essere diversi da quello che siamo o agire diversamente rispetto a come ci comportiamo.

Nel senso di colpa consapevole io so di aver trasgredito una “norma di buona condotta”, norma di una morale esterna e condivisa anche dagli altri o anche solo di una mia morale personale. Ad esempio, “non si dà buca ad un amico all’ultimo momento!” Nel senso di colpa inconsapevole, invece, mi sento colpevole ma non so legarlo ad alcuna trasgressione o riferirlo a qualche codice di condotta giusta o sbagliata: sento di aver sbagliato o fatto qualcosa di male, ma non so di preciso cosa e perché. Nel primo caso diventa possibile “riparare” alla colpa commessa, ad esempio, scusandomi con Luca, fornendogli delle spiegazioni plausibili, cercando di restituirgli qualcosa in cambio, ecc. o comunque è possibile farci i conti in modo consapevole, ad esempio, affrontare la delusione e la rabbia del mio amico. Nel secondo caso non so cosa e come riparare perché non so cosa ho danneggiato, cosa ho sbagliato, come e perché. E resto con angoscia, irrequietezza, inquietudine, sentimenti di auto-svalutazione.

Come spesso accade, l’infanzia e il mondo interiore che ne deriva offrono delle possibili letture. Ad esempio, Maurizio, un secondogenito, da sempre molto brillante a scuola e nei rapporti interpersonali, da adulto non riesce a trovare la sua strada: non ha un partner stabile e non ha avuto storie significative, cambia un lavoro dietro l’altro, non riesce ad essere indipendente economicamente per andare a vivere da solo, anzi porta quei pochi soldi a casa ai genitori che non versano in buone condizioni economiche e di salute. Apparentemente, questo individuo ha tutte le carte in regola per ottenere soddisfazione e realizzazione in campo affettivo e professionale, ma sembra quasi che operi in lui una sorta di auto-sabotaggio, per cui finisce per vivere solo esperienze frustranti e deludenti che lo tengono legato al palo. Quando sta per realizzare qualcosa, in campo lavorativo e sentimentale, succede qualcos’altro che lo frena (un sintomo ansioso, un incidente, “un colpo di sfortuna”, un’ingiustizia subita, ecc.). Il fratello maggiore, Carlo, da sempre meno brillante del secondo, vive e lavora all’estero, ha una relazione stabile e appagante, aspetta un bambino e vede genitori e fratello a Natale e qualche giorno in estate. Maurizio arriva in terapia pieno di sintomi ansiosi e psicosomatici. Esplorando le condizioni attuali di vita e le relazioni primarie gradualmente emerge una credenza disfunzionale di Maurizio che lo obbliga a riparare al senso di colpa che prova per aver procurato, “con la sua nascita”, la “rovina” della sua famiglia, delle condizioni economiche e di salute dei genitori che col secondo figlio hanno dovuto stravolgere i loro equilibri e “non hanno avuto più la stessa felicità di prima”. Nonostante i genitori non abbiano mai fatto pesare questa cosa a Maurizio (sembra ovvio, ma non scontato), anzi per loro non esiste affatto questa connessione tra nascita del secondogenito e crisi familiare, Maurizio si è inconsciamente fatto carico di dover restituire ai genitori quello che crede inconsciamente di aver tolto loro (leggerezza e benessere…) e la sua “difficoltà” ad “uscire di casa” sembra avere il senso di una scelta inconscia di riparare al presunto danno e alla colpa. Quando Maurizio comincia a riflettere su queste ipotesi qualcosa sembra modificarsi nel suo approccio al successo lavorativo e sentimentale, sentendosi alleggerito dal dover “restare” a prendersi cura dei genitori…

In un’altra situazione, Raffaella è stata sempre criticata apertamente dai genitori perché non si sarebbe presa sufficientemente cura del fratellino minore di lei di 5 anni, “come avrebbe dovuto in quanto sorella maggiore”. Fin da piccola Raffaella “ha dovuto occuparsi del fratellino”, con due genitori francamente disturbati sia nella loro incapacità genitoriale verso entrambi i figli sia nel “caricare indebitamente” la primogenita di compiti di accudimento del fratellino. Raffaella ha sviluppato enormi capacità di accudimento, per rispondere alle aspettative dei genitori, per sentirsi da loro amata e apprezzata; oggi fa l’infermiera e la volontaria in un’associazione cittadina che si occupa di ambiente e natura, prova forti sensi di colpa quando tenta di fare qualcosa per sé (come uno sviluppo di carriera o l’idea di un percorso di crescita personale come diventare insegnante yoga) se questo significa per lei e per chi gli sta intorno (oggi solo la madre e il fratello mai cresciuto, immaturo e viziato) “tradire” la sua missione di occuparsi degli altri. Raffaella è ben consapevole di questi meccanismi interni e interpersonali, ma non riesce a tirarsi fuori da queste dinamiche che la appesantiscono (è in evidente sovrappeso) e la deprimono (conosce molte persone, ma ha pochi amici intimi e una storia tormentata di pochi alti e molti bassi). La terapia sta aiutando Raffaella a “rivisitare” il suo senso di colpa conscio che la porta a “doversi far carico della felicità altrui” e sta elaborando la rabbia verso i genitori, verso il fratello e verso se stessa per le scelte che da bambina “è stata indotta a fare” e da adulta continua a non riuscire a modificare …

La credenza patogena inconsapevole che regola molti sensi di colpa è qualcosa del tipo: “se affermo una mia posizione autonoma e sana (un mio pensiero, un mio bisogno, un mio desiderio, un mio obiettivo, ecc.) allora avverrà qualcosa di pericoloso, nella forma di rottura di una relazione vitale, perdita di amore e approvazione, danneggiamento dell’altro o di sé, ferire gli altri, tradire una missione antica, abbandonare le persone care, …”.

In terapia, la persona impara a riconoscere ed elaborare i suoi sensi di colpa, consci e inconsci, per ampliare il repertorio di scelte a sua disposizione, oltre quello che ha sempre dovuto fare o scelto di fare per rispondere ad essi.

 

Confidenza con se stessi 

Uno dei primi obiettivi della terapia, trasversale ad ogni percorso di crescita personale, è quello di imparare ad avere dimestichezza e familiarità con i propri stati mentali. È utile essere in grado di identificarli, denominarli, valutarne l’intensità, distinguerli tra loro e differenziarli. Ciò consente di capire quali aspetti della propria esperienza hanno bisogno di essere modificati.

Identificare in modo accurato il proprio stato d’animo e i propri pensieri in una situazione specifica permette una consapevolezza maggiore di sé e nelle relazioni interpersonali e apre la strada verso i cambiamenti ritenuti importanti. Ad esempio, quando Carlo mi ha detto che non sarebbe venuto all’appuntamento mi sono sentito triste e arrabbiato e ho pensato che è una persona inaffidabile e che non ci tiene a me e al nostro rapporto

Dare un nome preciso ai propri sentimenti, piuttosto che un semplice “stare bene” o “stare male”, permette di appropriarsi in modo più chiaro dell’esperienza e del vissuto soggettivo e rende possibile l’individuazione dei cambiamenti desiderati. Sapere della malattia di Luigi mi ha gettato nell’angoscia, sono addolorato per lui e preoccupato per la sua famiglia, sono triste al pensiero di perdere un amico così caro e sono arrabbiato con lui pensando che non vuole curarsi come dovrebbe…

Valutare l’intensità dei propri stati soggettivi rende più chiaro il rapporto con la situazione e aiuta a determinare il tipo e il grado di cambiamento ritenuto appropriato. Rispetto ad una scala di misura dello stato d’animo da 1 a 10, è diverso provare, ad esempio, ansia 7 per l’esame e ansia 3 per il risultato della partita; è differente essere arrabbiati 9 perché mi hanno rubato l’auto o 3 perché la mia squadra del cuore ha perso. Posso essere triste 2 perché oggi piove e non posso fare il pic nic che avevo immaginato ed essere triste 10 per la morte di un mio amico.

Distinguere tra loro le varie emozioni permette di individuare gli scopi e le azioni più appropriate per alleviare gli stati dolorosi e raggiungere la soddisfazione dei propri bisogni. Probabilmente se sono triste ho bisogno di essere consolato e posso attivarmi per cercare qualcuno che mi conforti e mi stia vicino; se sono arrabbiato ho bisogno di mettere a posto le cose “storte” o riparare il danno ingiusto che ho subito e cercherò di chiarirmi col mio amico, se sono preoccupato cercherò rassicurazione e di affrontare il problema che mi attanaglia.

Differenziare stati d’animo, pensieri, immagini, ricordi, comportamenti, sensazioni, reazioni fisiche, fattori ambientali consente di avere un quadro chiaro della situazione e di approntare le azioni più adeguate per la soluzione dei problemi. Ad esempio, vedere i miei due amici, marito e moglie, che litigano e si insultano pesantemente mi genera tristezza, una morsa al petto, preoccupazione e tremore alle gambe, penso che la loro storia sia in un momento critico gravissimo e me li raffiguro già separati e ancora più distanti tra loro di quanto siano adesso, mi ricorda quando litigavo con la mia ex e quando i miei genitori si separarono, mi chiedo come posso aiutarli, già ho detto loro di fare riferimento a me a ad altri amici per un sostegno emotivo in questo difficile periodo …

In terapia la persona impara progressivamente a conoscere se stesso, il proprio mondo interiore e come funziona nei rapporti interpersonali. Tale conoscenza è la base per una più consapevole assunzione di responsabilità delle proprie scelte, oltre i condizionamenti del passato e la colpevolizzazione degli altri…

 

 

Come nascono i sensi di colpa

Il senso di colpa è un sentimento che si prova quando si crede di aver danneggiato o fatto soffrire qualcuno. Ha origine tipicamente nell’infanzia, nel rapporto coi propri genitori e familiari, influenzato dalle caratteristiche peculiari del funzionamento psichico infantile:

  • egocentrico (secondo il bambino tutto ciò che accade dipende da lui)
  • magico (le relazioni causa-effetto non sono razionali)
  • onnipotente (crede che quello che pensa, che prova e che fa abbia il potere di influenzare le cose che accadono e anche il comportamento dei grandi)
  • iper-generalizzante (estende il particolare al generale)
  • parziale (non ha il senso della complessità delle cose).

Soprattutto, i bambini tendono a idealizzare i genitori, vissuti come figure di autorità portatrici della verità sul mondo: ciò che è vero e ciò che è falso, bello e brutto, giusto e sbagliato, permesso e vietato. I genitori sono la lente attraverso cui i bambini imparano a guardare il mondo, la vita, le cose, se stessi, gli altri.

Per queste modalità tipiche del suo funzionamento mentale, per la mancanza di esperienza, per la sua sensibilità al comportamenti dei genitori, la vita psicologica del bambino ruota intorno alle relazioni che vive e osserva intorno a lui. Purtroppo ciò diventa anche il terreno fertile per la nascita dei sensi di colpa e di visioni della realtà distorte. Ad esempio, se, alle legittime richieste di attenzione del bambino, la madre reagisce irritata, fredda, indispettita o con espressioni che lasciano trapelare un vissuto di pesantezza o peggio indifferenza, il bambino potrà cominciare a credere che i suoi desideri di giocare con la madre causino in lei rabbia e tristezza e, amandola e volendola proteggere, perché questo fanno i bambini verso i genoitori, “decide” di inibire la sua vitalità, il suo desiderio giocoso. Inoltre, potrebbe cominciare a credere di essere la causa della sofferenza della madre e sviluppare un senso di colpa.

I bambini imparano a sentirsi in colpa per qualsiasi proprio stato d’animo e comportamento se hanno l’impressione o viene detto loro che esso suscita dolore o disapprovazione nei genitori o mette in pericolo il rapporto con loro.

In terapia, si lavora con l’obiettivo di una visione più matura e realistica delle cose in grado di scardinare vissuti di colpa di origine antica che continuano ancora oggi ad attivarsi nell’adulto fino a governare il suo comportamento e le sue relazioni.

Cronache dalla psiche

Ecco uno schema di domande che orienta il processo creativo e conoscitivo, la soluzione dei problemi e la scrittura giornalistica, ma anche i racconti che si possono fare ad un amico, come pure l’esplorazione del mondo interno, la consapevolezza di sé volta a favorire processi di cambiamento. Si può seguire il noto procedimento del giornalismo americano basato sulle cosiddette 5 W (più 1), dall’inglese What, Who, Where, When, Why, e hoW che a loro volta hanno preso spunto dagli antichi latini.

What. Cosa è successo? La descrizione dei fatti è sempre soggettivamente filtrata ovvero ciascuna persona nel raccontare “lo stesso fatto” può focalizzarne aspetti differenti. Posso raccontare i pensieri che ho fatto in quella situazione, le sensazioni che ho provato, le azioni che ho messo in atto, ecc..

Who. Chi è coinvolto nella vicenda? Ero coinvolto direttamente o riguarda altre persone e me indirettamente? Ero da solo o con altre persone? Solitamente le vicende per noi importanti, fonte di benessere o sofferenza, hanno per protagoniste le persone a noi care o comunque significative in qualche modo: genitori, parenti, coetanei, altre figure di “autorità e saggezza” che in qualche grado hanno plasmato la nostra personalità quando eravamo bambini o sono attualmente influenti su quello che pensiamo, proviamo e facciamo. Chi è responsabile di che cosa?

Where. Dove si svolge o si è svolta o si svolgerà la vicenda? A volte il luogo può essere irrilevante, altre volte è fondamentale per determinare il significato della vicenda; ad esempio, a scuola davanti ai miei compagni… in giardino mentre stavo giocando… in camera da letto … in cameretta mentre i miei litigavano …

When. Quando è successo? Passato, presente, futuro immaginato. La persona può raccontare un fatto accaduto, un evento, una situazione, attuale o antica, desiderata o temuta. Per come la ricorda e per come l’ha vissuta, per come la immagina o la prevede: i fatti “storici” o “oggettivi” e quelli “soggettivamente incamerati” o “interpretati” o “anticipati”.

Why. Perché? Qual è il senso di ciò che è successo? Quali bisogni sono stati soddisfatti? A che scopo le persone hanno agito come hanno agito?

HoW. Come si è svolto l’evento, ma anche come ho reagito io all’evento, come posso ora considerare quell’evento, come posso assumermi la responsabilità di dare senso a quell’evento e agire di conseguenza.

Quantum. Quanto? L’intensità dell’esperienza, l’intensità, ad esempio, degli stati d’animo provati. In terapia, come nelle normali situazioni di vita quotidiana, è fondamentale poter fare una misurazione dell’intensità di ciò che si prova, quanto si prova, soprattutto per quanto riguarda gli stati di sofferenza soggettiva; usando un riferimento da 0 (poco o assente) a 10 (enorme) è diversa una tristezza 3 da una tristezza 8, è diversa un’ansia 4 da un’ansia 10, un conto è provare rabbia 2 un conto è essere arrabbiati 9. A volte questa semplice misurazione rende molto più chiaro alla persona cosa sta succedendo dentro di sé, cosa sta vivendo e cosa ci può fare.

Quibus auxiliis. Con quali mezzi? Esprime un principio fondamentale di cambiamento: spesso le persone arrivano in terapia portando modi disfunzionali per soddisfare bisogni sani e legittimi. La terapia aiuta le persone a trovare strade alternative più sane ed efficaci per soddisfare quei bisogni importanti e legittimi. Ad esempio, se vuoi soddisfare il bisogno legittimo di essere visto e riconosciuto puoi imparare un modo diverso dal fare la pipì a letto o dall’ubriacarti tutte le sere o dal postare su instagram ogni tuo respiro… Se hai bisogno di essere valorizzato nella tua forza puoi trovare anche altre strade dal picchiare tutti i giorni qualcuno … Se hai bisogno di affetto la cioccolata è un’illusione che offre qualche riempimento al limite solo a breve termine …

Esistono molteplici modi per andare da una stanza all’altra” (Milton Erickson)

A lezione dalla morte 

Qualche anno fa Bronnie Ware, un’infermiera australiana, scrisse un articolo sul suo blog che è diventato fonte di ispirazione per il lavoro di crescita personale. Da qualche anno ne ha fatto un libro (Vorrei averlo fatto. I cinque rimpianti più grandi di chi è alla fine della vita) costruito intorno al tema del rimpianto, nato dall’esperienza con malati terminali. L’infermiera ha raccolto i pensieri delle persone che nell’avvicinarsi della morte le raccontavano i più grandi rimpianti della loro vita. Ha trovato 5 grandi rimpianti che vengono più frequentemente espressi dalle persone in punto di morte.

1. Avrei voluto avere il coraggio di vivere la “mia” vita. 

2. Avrei voluto lavorare meno. 

3. Avrei voluto avere il coraggio di esprimere i miei sentimenti.

4. Avrei voluto dedicare più tempo al rapporto con i miei amici.

5. Avrei voluto permettere a me stesso di essere più felice.

Il rimpianto è la sensazione che abbiamo rispetto a non aver fatto delle azioni che avremmo voluto o potuto fare. Esso si accompagna a diverse emozioni possibili: la tristezza per non avere oggi quello che avremmo potuto avere se avessimo fatto certe scelte e non altre; il senso di colpa per aver orientato la nostra vita verso soluzioni non soddisfacenti, a volte anche molto dolorose, “a causa” di quello che abbiamo fatto e soprattutto non abbiamo fatto; la rabbia con noi stessi per come ci siamo giocati male certe carte; la delusione per le azioni non fatte, per i traguardi non raggiunti, per come non abbiamo curato certe relazioni, per come non ci siamo presi cura di noi stessi, ecc.; la preoccupazione per quello che ci aspetta alla luce delle cose fatte e non fatte; a volte la vergogna di fronte agli altri per come ci siamo comportati.

Senza doversi necessariamente trovare in condizioni estreme di impotenza, l’idea del rimpianto può essere molto motivante nel guidare oggi, in stato di salute, il nostro comportamento nella direzione della vita che vogliamo. Invece di focalizzare l’attenzione sul passato che non abbiamo vissuto, possiamo agire al presente per creare il futuro che desideriamo: oggi è il primo giorno del resto della nostra vita. A cominciare dall’essere capaci di vivere la vita in base ai nostri desideri, bisogni e sogni, invece che in base a ciò che gli altri si aspettano da noi. Imparando a selezionare ciò che di buono gli altri hanno da offrirci: consigli, suggerimenti, spunti di riflessione, sostegno; da ciò che è buono per loro ma non per noi: pretese, manipolazioni, induzioni sotterranee, imposizioni subdole, imperativi nascosti da richieste, colpevolizzazioni, ecc.

Salute e scarpe nuove. Il resto è libertà di scegliere la propria vita, è essere responsabili della propria felicità, è prendersi tutto il potere che abbiamo di creare la vita che vogliamo, rispettando i nostri limiti, in termini di capacità e di coscienza morale e, al contempo, rispettando le altre persone; sfidando i nostri limiti mentre onoriamo le possibilità concrete e reali che abbiamo di costruire la vita e la persona che vogliamo essere. Cosa stai aspettando per essere felice? Quali opportunità stai perdendo o trascurando?

Fatti salvi condizionamenti estremi o situazioni oggettive immodificabili, il resto è scelta del tempo da dedicare a questa o quest’altra attività. Il tempo del lavoro, ad esempio, è importante, per chi ha la fortuna o la possibilità di lavorare; il lavoro può essere una passione fonte di realizzazione e autostima e porta i soldi strumentali a fare ciò che più ci piace. Quale l’equilibrio migliore tra tempo di lavoro e tempo da dedicare ad altro, alle relazioni, alla cura di sé, al “divertimento”, alla crescita personale? Il tempo non fa sconti e spesso troppo tardi ci accorgiamo di quello che ci siamo persi mentre il nostro sguardo era rivolto altrove. La salute è andata, i figli sono cresciuti, il partner si sente trascurato, non abbiamo niente che ci diverte, ecc.. Un’ora di lavoro in più al giorno, o anche due, cento o mille euro in più al mese sono veramente finalizzati a ciò che per te è importante? Sono finalizzati a ciò che per te è importante veramente?

Emozioni e sentimenti sono regolatori delle relazioni e del proprio benessere. Ci segnalano quello che succede dentro di noi rispetto a quello che ci accade intorno: situazioni, relazioni, eventi. Purtroppo fin da bambini abbiamo imparato ad esprimere e anche a reprimere le nostre emozioni e i nostri sentimenti in base a quanto valutiamo di ottenere quello di cui abbiamo bisogno. Se, ad esempio, credo che la mia rabbia farà arrabbiare mamma che temo “non mi vorrà più bene” allora decido di reprimere quella emozione che, così bloccata, potrà essere fonte di somatizzazioni. Se quando piango papà mi rimprovera “perché i maschietti non piangono” allora sarà meglio non versare quelle lacrime altrimenti “papà non mi vorrà più bene né sarà contento di me”. Se mi hanno detto fin da piccolo che non bisogna avere paura di niente, questa emozione per me sarà bandita e resterà incastonata nella pieghe del mio corpo spaventato e ammalato. In generale, fin da piccoli impariamo che esprimere certi sentimenti ed emozioni può essere pericoloso, può allontanare gli altri, può renderci antipatici, può mostrare le nostre fragilità, ecc. e questa “verità in cui il bambino crede” la troviamo confermata tante volte nel corso dell’età evolutiva, fino a quando da adulti finiamo per preferire il quieto vivere al risentimento che ci logora dentro per una vita. Le nostre vite finiscono così per essere segnate da emozioni inespresse e potenzialità mai realizzate, da malattie psicosomatiche che esprimono attraverso il corpo malato quello che non abbiamo saputo dire apertamente. Fino a quando da adulti non sappiamo dire ti amo, ti voglio bene, ti stimo, sono orgoglioso di te, grazie che ci sei …

Ci accorgiamo del valore di molte cose solo quando le abbiamo perse. Così è per l’amicizia come per la salute. O per altri aspetti della nostra vita che non riusciamo ad apprezzare fino in fondo se non quando non ne possiamo godere più o non più come vorremmo. Gli amici, la salute, gli affetti in generale, un certo lavoro, altri aspetti preziosi della nostra vita vanno coltivati e apprezzati, momento per momento, dedicando ad essi il “giusto” tempo per viverli e nutrirsene.

La felicità è una scelta rispetto alla quale impegnarsi attivamente e con disciplina: cosa mi rende felice? Come voglio essere come persona per sentirmi felice? Cosa devo fare per essere la persona che voglio in modo da sentirmi felice? Troppo spesso siamo incapaci di scegliere la nostra felicità, incapaci di metterci in discussione per paura di rischiare quanto abbiamo già acquisito. Spesso scegliamo la sicurezza del già noto alla ricerca della felicità che porta con sé un certo grado di ignoto. Preferiamo la certezza comoda delle abitudini sempre uguali a se stesse al viaggio scomodo richiesto per arrivare lontano.

In punto di morire probabilmente il giudizio degli altri, le aspettative degli altri, l’essere “corretto”, “limpido”, “ineccepibile” o in qualsiasi altro modo in cui hai vissuto la tua vita per andare bene agli altri diventa veramente irrilevante, l’ultimo dei pensieri, se non come rimpianto di ciò che non hai fatto. Allora perché non cominciare da ora a relativizzare il giudizio delle altre persone? Perché non cominciare da ora ad agire in base ai propri bisogni e desideri autentici, in contatto con la realtà, ma guidati dall’interno invece che dall’esterno? Quali sono i valori veramente importanti per te che devono oggi guidare le tue grandi e piccole scelte quotidiane?

Rileggi i 5 rimpianti trovati da Bronnie Ware e aggiungine altri che ti sono venuti in mente, che senti dentro nel tuo cuore. Per ciascuno di essi identifica un’azione nuova che puoi fare per ridurre quel possibile rimpianto. E falla. Ora. Il prima possibile. Prima delle solite altre azioni …

È ovvio che non è facile… è una scelta!!!

E quando ti trovi di fronte ad un conflitto personale tra cose parimenti importanti per te… scegli in modo da goderti appieno la via intrapresa e accettare con serenità ciò a cui rinunci!!! 

Il rimpianto ha molto a che fare con la vita piuttosto che con la morte… una vita che vale la pena di essere vissuta!!!

8 strategie per affrontare i sensi di colpa 

Il senso di colpa solitamente fa riferimento ad alcune situazioni tipiche:
• Hai trasgredito una norma o regola

• Hai danneggiato qualcuno

• Hai fatto degli errori

• Non hai fatto ciò che avresti potuto e dovuto fare

• Hai fatto ciò che non avresti dovuto fare

Ecco alcune strategie (distinzioni fondamentali) per affrontare i sensi di colpa:

1. Distingui il “mi dispiace” dal “mi sento in colpa”. Puoi essere dispiaciuto per qualcosa che è successo a te o a qualcun altro di caro senza per questo doverti far carico necessariamente dell’accaduto.

2. Distingui il “senso di colpa” dalla “responsabilità”. Il senso di colpa ha quasi sempre un’origine infantile legata al confronto tra ciò che siamo (e facciamo) e ciò che dovremmo essere (e fare) per andare bene agli altri o per rispondere a regole interne rigide e persecutorie nei nostri confronti (tiranno interiore). La responsabilità è dell’adulto che rielabora oggi il senso di quel codice di condotta originato nell’infanzia. L’adulto che quindi si assume l’onere di governare una certa situazione in modo più consapevole e libero rispetto a dettami rigidi che potevano avere un senso allora ma non lo hanno più adesso; che si assume l’onere di regolare il proprio comportamento in relazione ai suoi bisogni tenendo conto anche dei bisogni degli altri e della realtà.

3. Distingui i pensieri dalle azioni. Pensieri brutti, sporchi, cattivi sconvenienti, aggressivi, violenti possiamo farli tutti, li facciamo tutti. Diverso è l’agire concreto, reale, che traduce un pensiero “colpevole” in un comportamento “colpevole”. Chi non ha peccato scagli la prima pietra diceva qualcuno. Il peccato è del pensiero o dell’azione? Se pensiamo pensieri colpevoli abbiamo il potere di dare loro un senso evolutivo (realtà interna o soggettiva); se facciamo azioni danneggianti, errori o infrazioni a codici di condotta “buoni e giusti” o qualche azione “riprovevole” allora dobbiamo fare i conti con le conseguenze concrete nella realtà.

4. Distingui le regole di condotta “buona e giusta” stabilite dagli altri dalle tue regole interiori di cosa è buono e giusto. Ciò non significa che ciascuno di noi ha le sue regole private e tutto diventa legittimo o scusabile. Ma nemmeno significa che il nostro comportamento deve essere regolato da ciò che va bene agli altri anche se molto lontano dalle nostre esigenze.

5. Distingui il rimorso inevitabile dall’autocritica tirannica evitabile. Ovvero assumiti la responsabilità di quello che hai fatto e cerca di “riparare”, ma non indugiare in auto-rimproveri inutili che ti bloccano in autopunizioni fini a se stesse e non ti aiutano a capire e superare la situazione.

6. Distingui la ripetizione del passato dalla situazione attuale. È possibile che l’autoflagellazione dei sensi di colpa abbia a che fare con qualcosa che hai imparato a fare quando eri più giovane e che è diventato nel tempo un modo di abusare di te stesso di cui sei diventato esperto, ma che attualmente non ti aiuta a comprendere la situazione e ad affrontarla in modo consapevole e responsabile. È fondamentale, invece, individuare cosa ha motivato il tuo comportamento “colpevole” ora, quali situazioni scatenanti, quali pensieri ti sei fatto rispetto a quelle situazioni, cosa dovevi sapere e prevedere e cosa non potevi sapere, quali emozioni hai provato, quali bisogni sono entrati in gioco. Solo attraverso questo processo di autoconsapevolezza puoi aiutarti a superare il senso di colpa assumendoti la responsabilità adulta e matura di quello che hai fatto e di cosa puoi fare per recuperare: esprimere il tuo dispiacere, chiedere scusa o “perdono”, riparare il danno, correggere l’errore, dare senso alla trasgressione per trovare un altro modo utile per esprimere i bisogni da essa veicolati, condividere emotivamente con l’altro coinvolto il senso di quello che è successo, “pagare” le conseguenze delle tue azioni sia che si tratti di un danno materiale sia che riguardi la perdita di stima o affetto da parte di altri, speriamo temporanea, ecc..

7. Distingui le pretese con cui gli altri si rivolgono a te dal tuo diritto di dire “no”. Se l’altro pretende e tu dici “no” l’altro si arrabbia e forse tu ti senti in colpa se non riconosci il tuo diritto a rifiutare una richiesta; quando vorresti dire “no” ma dici sì, non provi senso di colpa, ma probabilmente rabbia verso te stesso e verso l’altro che ha fatto una richiesta che tu consideri una pretesa ingiusta. Se affermi il tuo “no” in modo convinto e l’altro si arrabbia … è un problema suo (speriamo non tuo). Del resto, spesso sei tu a credere di non poter dire “no” mentre l’altro ti ha fatto solo una richiesta e può mettere in conto un rifiuto della stessa senza per questo arrabbiarsi.

8. Distingui la responsabilità dell’altro dalla tua. Noi non stiamo al mondo per realizzare le aspettative altrui. Se dopo un tuo “no” l’altro ha reagito “male” (quando mi hai detto “no” sono andato su tutte le furie e ho preso a calci lo sportello che si è rotto), si è messo nei guai (tu non c’eri e non ho avuto altra scelta che ubriacarmi) o ha fatto qualcosa di “sbagliato” (avevo bisogno di te… tu non c’eri e io sono cascata nella braccia di un altro…), colpevolizzandoti per la tua mancata presenza allora devi chiaramente affermare a te stesso e all’altro che ciascuno è responsabile di quello che fa e ne affronta le conseguenze… almeno tra adulti liberi e consapevoli.