Dalla prima volta alla prossima volta

Un po’ tutti ci ritroviamo a vivere, più o meno frequentemente, in questo momento della nostra vita o anche ci siamo ritrovati a vivere più volte negli anni passati, situazioni “frustranti” che si assomigliano, che appaiono tutte uguali e che sembrano ripetere sempre la stessa scena “dolorosa”. Ad esempio, un certo comportamento che ti fa “arrabbiare”, una certa situazione che ti rende “triste” o anche diversi accadimenti che ti “spaventano” o situazioni tipiche in cui “ti senti in colpa” o “provi vergogna”.

Spesso, in queste esperienze emotive negative, diamo la colpa agli altri, alla situazione, all’esterno da noi, con l’idea, più o meno chiara nella nostra testa, che la realtà dovrebbe essere diversa da come è e che le persone non dovrebbero comportarsi come si comportano. Altrettanto spesso ci viene detto che stiamo ingigantendo troppo la situazione, che la nostra reazione è eccessiva e fuori luogo, che stiamo vivendo in maniera troppo personale un fatto neutro o innocuo, che siamo i soliti “strani” o “esagerati” o “rompiscatole” o “troppo sensibili”.

Nel tempo abbiamo anche più volte provato a cambiare la situazione, a cambiare gli altri, a dire loro che non è giusto né buono né rispettoso come si comportano, a pretendere da loro che agissero diversamente da come hanno fatto perché a noi non stava bene. Il risultato raggiunto poche volte è stato soddisfacente mentre nella maggior parte dei casi la risposta della realtà è stata frustrante con l’esito di aumentare la distanza, l’incomprensione e i conflitti con gli altri. Anche perché a volte sono gli altri che ci chiedono di cambiare e noi non siamo per niente d’accordo con ciò che ci viene chiesto. Perché dovrei cambiare per te se io ritengo di stare nel giusto e di agire in modo sano e utile? E perché allora dovrebbero cambiare gli altri? A volte, se si utilizza una comunicazione efficace, non giudicante, empatica, le persone riescono ad avvicinarsi, comprendersi e venirsi incontro, ma spesso questo non succede e noi continuiamo a provare emozioni negative nelle diverse situazioni che sembrano ripetersi sempre uguali a se stesse e uguali a tante altre situazioni. Dopo vari tentativi fallimentari di adattare il mondo a noi, dobbiamo probabilmente invertire la direzione della richiesta di cambiamento e cercare di comprendere come noi possiamo vivere quelle situazioni in modo differente ed eventualmente aggiustare noi il filtro della nostra percezione e interpretazione delle esperienze dolorose, frustranti, conflittuali. In questo caso è utile seguire uno schema che ci orienta a comprendere meglio la situazione e soprattutto noi stessi:

  1. Individua il comportamento scatenante. Quello che l’altro dice o fa e che ti suscita quell’emozione negativa.
  2. Individua e descrivi la scena con attenzione e in dettaglio. Cosa succede, dove, quando, chi è convolto, quali sequenze di azioni e reazioni.
  3. Individua le tue emozioni e le sensazioni che provi.
  4. Individua i tuoi pensieri, in particolare le idee che ti fai di te stesso, convinzioni negative su di te del tipo “io non sono giusto”, “io non sono meritevole”, “io sono sbagliato”, “io non ce la faccio”, “io sono fragile”, “io sono impotente”, “io sono colpevole”, “io sono un fallimento”, “io sono una delusione”.
  5. Connetti le emozioni alle convinzioni. Ad esempio, quando “mi arrabbio” penso di me che “sono una vittima di un’ingiustizia” e che “non posso controllare la situazione”; quando “sono triste” penso di me che “non merito di essere amato”; quando “mi sento in colpa” penso di me che “sono sbagliato”; quando “mi vergogno” penso di me che “sono un fallito”, quando “mi spavento” penso di me che “sono fragile, debole e indifeso”; quando “sto in ansia” penso di me che “sono insicuro e sul punto di crollare”; quando “mi sento depresso” penso di me che “non valgo abbastanza”; quando “sto sotto stress” penso di me che “non ce la faccio e prima o poi scoppierò”.
  6. Torna indietro con la mente … alla prima volta che hai vissuto una situazione simile… alla prima volta che ti ricordi di aver provato quelle emozioni e di aver avuto quei pensieri… dedica il tempo che ti serve per tornare indietro… fino a quando ritrovi quella volta che …

Trovata quella “prima volta”… o “quella volta così importante” in cui hai vissuto quello che solitamente vivi in situazioni del genere… in cui hai provato quelle emozioni così dolorose o negative per te … “quella volta fondamentale” in cui hai pensato quello che pensi solitamente di te in situazioni simili che si ripetono … avrai già un’altra prospettiva sulla questione. Potrai già rivisitare il senso di quello che solitamente accade. Potrai collocare le tue emozioni e i tuoi pensieri in una cornice di significati differenti da quelli che hai sempre avuto e attribuiti alla situazione. E già questo sarà liberatorio, ti permetterà di affrontare la prossima volta in un modo totalmente nuovo, più consapevole e responsabile, più attento ai tuoi bisogni importanti in quella situazione… Ti permetterà di capire “su cosa puoi agire” e “cosa devi lasciar perdere” per massimizzare la possibilità di ottenere quello che vuoi e di trasformare la situazione frustrante e dolorosa in una situazione per te più appagante, leggera, nutriente.

Sbloccare e sciogliere il trauma

Con alcuni pazienti succede che dopo tanto lavoro per potenziare la consapevolezza dell’esperienza soggettiva (pensieri, emozioni, sensazioni, azioni) e la conoscenza del proprio modo di funzionare, nei contesti attuali e in relazione alla storia di vita, la persona arrivi ad un momento di empasse, stasi, blocco. Dopo aver affrontato diversi problemi e trovato soluzioni efficaci, rispetto ad alcune questioni la persona non riesce a trovare una via d’uscita. Ad esempio, non riesce a togliersi una sensazione interna di inferiorità o colpa o inadeguatezza. Oppure continua a provare ansia e vergogna quando si trova a vivere certe esperienze lavorative. Magari è una persona amata e benvoluta a cui “non manca niente” eppure continua a sentirsi a qualche livello difettosa o sbagliata o non importante. In altri casi, è una persona di successo che ha realizzato tanti obiettivi e progetti che si era prefissata eppure continua ad avere l’autostima sotto le scarpe e un sentimento di non essere abbastanza brava o capace o abbastanza degna di essere amata e stimata.

Nonostante, grazie alla psicoterapia, l’individuo abbia sviluppato una grande consapevolezza e trovato numerose alternative di pensiero e d’azione per interpretare diversamente certi accadimenti e per agire in modo più funzionale, restano alcune aree di vita in cui vive ancora gli stessi problemi che lo hanno portato in terapia. In questi casi, quasi sempre, è da ipotizzare l’esistenza di un “ricordo non elaborato” ovvero di un’esperienza dolorosa che la persona non ha ancora risolto, rispetto alla quale “non ha chiuso il cerchio”, che non è riuscita a vivere nella sua pienezza fino a darle un senso, a collocarla nel passato e a lasciarla andare via …

La terapia EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing, Desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari) può funzionare da sblocco di queste situazioni incancrenite che non hanno trovato ancora soluzione. La terapia EMDR si focalizza sui “ricordi non elaborati” ovvero su quelle esperienze di vita, infantili (es. trascuratezza da parte dei genitori), adolescenziali (esperienze di esclusione e scherno durante l’adolescenza), giovanili (qualche esperienza sentimentale negativa, qualche bocciatura lavorativa), ma anche recenti (ad esempio, una gravidanza difficile, un parto traumatico, un lutto recente non affrontato sono spesso alla base della depressione post partum) che hanno lasciato la persona “bloccata”, “fissata”, “congelata”, “incapsulata” al momento dell’esperienza “emotiva intensa e dolorosa” che non è stata elaborata, non è stata affrontata, non è stata dotata di senso e perciò si è trasformata in “esperienza traumatica”.

In questi dolori “irrisolti o inconclusi”, la persona ha capito tutto, si conosce alla perfezione, ha trovato nuovi modi utili di interpretare la realtà e nuovi modi più funzionali di concepire se stesso, il mondo e gli altri, la vita e il futuro, ma nei fatti concreti continua a sperimentare emozioni dolorose che non riesce a placare (ansia, paura, tristezza, rabbia, vergogna, senso di colpa, senso di fallimento, ecc.). L’intervento attraverso la metodologia EMDR permette di sbloccare quei ricordi dolorosi, permette alla persona finalmente di sentirsi alleggerita di un peso portato da troppo tempo, le permette di liberarsi di carichi emotivi indebitamente portati dal momento dell’esperienza traumatica. Quello che riferiscono le persone in questi casi, dopo aver lavorato con l’EMDR, è proprio una sensazione intima di “aver fatto pace con quell’esperienza dolorosa” e di sperimentare un senso di liberazione emotiva e leggerezza. Ovviamente non hanno cambiato il passato. Né hanno cambiato semplicemente l’interpretazione dei fatti. Ciò che si è modificato è come quell’esperienza dolorosa adesso dimora all’interno della persona, nella mente e nel corpo del soggetto: non più come carica di emozioni disturbanti e associata a convinzioni negative su di sé, ma piuttosto come un’esperienza che appartiene al passato, da cui la persona ha potuto imparare qualcosa di nuovo e che ora la lascia con un senso di sé più positivo, forte, solido, capace, amabile, degno e di valore. E questo può essere il punto di arrivo del processo di cura e crescita personale o anche un nuovo punto di partenza, impiantato su una consapevolezza amplificata e su un senso di sé più forte e autentico.

Elaborazione e liberazione

Pur esistendo numerosissimi approcci psicoterapeutici anche molto diversi tra loro, per non dire su posizioni polarizzate, per i presupposti di partenza e per gli obiettivi a cui tendono, ogni terapeuta incontra la persona che “chiede aiuto”, chiede di “stare meglio”, vuole “guarire”, vuole “eliminare i suoi sintomi”, vuole “ridurre la sua sofferenza emotiva”, vuole “abbandonare i suoi comportamenti problematici”, vuole “migliorare l’accesso alle sue risorse personali”, vuole “sviluppare nuove risorse” e desidera “acquisire o potenziare la piena espressione delle potenzialità personali”, al fine di costruire una vita di qualità, piena di esperienze piacevoli quali relazioni gratificanti, un lavoro appagante, tempo libero per lo svago, salute, ricchezza, abbondanza, ecc.. Terapeuta e paziente insieme ridefiniscono questa richiesta di aiuto, la esplorano, la chiariscono, la elaborano e stilano degli obiettivi terapeutici e di crescita personale.

Oltre alla ridefinizione della richiesta di aiuto ai fini di un piano di trattamento consapevole e condiviso negli obiettivi, nei tempi e nei modi per realizzarli, un altro elemento sempre presente in ogni percorso terapeutico, è il principio dell’ELABORAZIONE. In alcuni casi è esplicitato, in altri è implicito: l’elaborazione è quel processo attraverso cui paziente e terapeuta (ma in realtà ogni persona nella sua vita), a partire dalle richieste di aiuto e dai bisogni del primo, rivisitano il senso delle esperienze del paziente, presenti e passate, al fine di ricavare indicazioni utili per vivere le stesse esperienze e quelle future in modo più fruttuoso e meno doloroso e per imparare ad agire in modo più utile alla soddisfazione dei propri bisogni e alla realizzazione del proprio progetto di vita.

Un tipo specifico di elaborazione è quello che si realizza attraverso l’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing): desensibilizzazione e rielaborazione attraverso i movimenti oculari.

L’EMDR è una metodologia terapeutica che può essere applicata da ogni terapeuta specificamente formato, indipendentemente dal modello di partenza; una metodologia che lavora sui traumi e sulle esperienze stressanti particolarmente intense e devastanti, affrontando i “ricordi traumatici non elaborati” per portarli ad una risoluzione più funzionale e adattiva.

L’elaborazione, come intesa nell’EMDR, è quel processo che integra gli eventi disturbanti con informazioni adattive o positive ovvero che “trasforma i ricordi dolorosi fino a privarli della loro carica traumatica” ovvero che permette alla persona di “liberarsi del suo passato” di angoscia, dolore, impotenza, vulnerabilità, vergogna e colpa. Liberarsi del passato non vuol dire cancellarlo. Evidentemente non è questa onnipotenza irrealistica che è perseguita. Questa “liberazione” avviene a diversi livelli.

  • Dal punto di vista sintomatologico: la persona si libera di sintomi e malesseri che scompaiono o si riducono in maniera notevole
  • Dal punto di vista emotivo: la persona si libera, si alleggerisce di carichi indigesti e trova pace
  • Dal punto di vista somatico: la persona si libera di tensioni corporee, rigidità e sensazioni fisiche disturbanti che gravavano sul suo corpo da tempo immemore
  • Dal punto di vista mentale: la persona si libera di convinzioni negative su di sé, sul mondo e sul futuro fino a sviluppare nuove convinzioni positive che ampliano il ventaglio delle sue possibilità di azione gratificante.

L’elaborazione, non avvenuta direttamente al momento dell’esperienza negativa originaria, può avvenire attraverso l’EMDR: processo di elaborazione dei ricordi non elaborati. Facciamo qualche esempio.

Un’esperienza infantile in cui ci siamo sentiti umiliati, vittima di un bullo prepotente, può essere stata già allora elaborata grazie all’interconnessione con altre informazioni positive e pensieri del tipo: “molti mi rispettano”, “molti mi vogliono bene”, “il problema è del bullo”, “quel bullo esprime con la violenza e la prepotenza la sua fragilità”, “sono stato confortato”, “ho avuto tanti amici dalla mia parte”, “ho avuto modo di farmi valere per le mie capacità”, ecc.. Se, invece, quella stessa esperienza infantile all’epoca non ha trovato il sostegno di altre informazioni ed esperienze positive e adattive, allora può essere rimasta come “ricordo non elaborato” che da adulto potrà essere affrontato con l’EMDR, portando la persona a “liberarsi del carico emotivo” portato per tanti anni, a “fare pace” con quel senso di sé negativo, sopraffatto, impotente, debole, ecc., fino a trovare “nuove convinzioni positive su di sé”, a “ridefinire quell’evento in modo più adattivo”, adulto, integrato, “emotivamente scaricato”.

A scuola può esserti capitato di vivere un’esperienza di vergogna: magari per un insegnante poco discreto e aggressivo che non risparmiava i suoi commenti critici e giudicanti sul tuo comportamento, sul tuo profitto o addirittura sul tuo aspetto; magari perché eri timido e i compagni si prendevano gioco di te, forse in modo scherzoso e amorevole, forse no, un gioco da te vissuto con sentimenti di esclusione, vergogna, rabbia, tristezza. Anche in questo caso è possibile che queste esperienze negative tu le abbia potute integrare con altre positive di amore, rispetto, affetto, stima che ti hanno offerto la possibilità di dare un senso a quell’esperienza dolorosa (l’insegnante ha i suoi problemi, l’insegnante non si rende conto, forse non dovrebbe fare questo mestiere, magari vuole spingermi a migliorare, anche se usa mezzi violenti, ecc. o nel secondo caso: gli amici mi vogliono bene e me lo hanno dimostrato, la mia timidezza a volte è proprio esagerata, ho avuto altri modi e ambiti per farmi valere, la mia autostima dipende da tanti altri fattori e posso sentirmi bene anche se a volte mi prendono in giro, ecc.) senza viverla come traumatica o comunque modulandone la carica emotiva negativa proprio in virtù di altre esperienze positive.

Spesso papà mi urlava in faccia che “sei un incapace, uno stupido, cretino e deficiente” e mamma non prendeva mai le mie parti, vittima del timore verso papà.

Quando stavo male mamma si arrabbiava, quando ero triste mi rimproverava, quando ero spaventato mi prendeva in giro … e non ho mai potuto esprimere le mie emozioni sentendomi ascoltato perché per mamma le emozioni erano solo segno di “debolezza” e andavano accantonate, anzi proprio non provate, a favore di una capacità di risolvere i problemi pratici senza troppe “smancerie e frivolezze” …

Chissà se anche in questi ultimi due scenari quel bambino (che sei stato) ha avuto la possibilità di dare un senso a quelle esperienze e di integrarle con altre positive o con una spiegazione che rendesse quei sentimenti dolorosi, ma non traumatici?

Un evento doloroso o disturbante, se trova un conforto, una rassicurazione, una possibile dotazione di senso, non diventa traumatico. Può essere elaborato al momento per essere lasciato alle spalle. Ma quando l’evento è troppo sconvolgente e la persona si trova “sola” ad affrontarlo, non vista, non compresa, non rassicurata, non confortata, non contenuta, senza un aiuto che la sostenga nel modulare l’emotività e nel dare senso all’accaduto, può restarne sopraffatta; quell’evento disturbante diventa allora un trauma e viene immagazzinato nel cervello come “RICORDO O TRAUMA NON ELABORATO”. In momenti successivi della propria vita, qualche fattore scatenante (difficoltà, problema) si aggancerà a quell’evento traumatico, incapsulato e congelato nella mente, lo riattiverà con tutto il carico di emozioni devastanti, sensazioni dolorose, pensieri disturbanti, convinzioni negative su di sé, ecc..

La rielaborazione EMDR permette ai ricordi non elaborati e ai traumi non risolti di trovare una soluzione adattiva e alla persona di raggiungere un senso di “liberazione” emotiva e comportamentale. Una volta “sciolto” il nodo antico, la persona recupera una serie di risorse e potenzialità da tempo tenute bloccate dal trauma e può ricominciare a vivere la sua vita in maniera più leggere e libera, a creare i suoi progetti di vita più in sintonia coi valori personali sentendosi meno vittima delle ferite del passato.

Padroni a casa nostra? Il pilota automatico della mente. Esercizio

In alcuni momenti della terapia faccio fare al paziente questo esercizio che trae spunto dal modello EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), metodologia terapeutica di Desensibilizzazione e Rielaborazione dei ricordi traumatici attraverso i Movimenti Oculari (un libro che puoi consultare è “Lasciare il passato nel passato” di Francine Shapiro, ideatrice della metodologia).

È un esercizio per comprendere in modo esperienziale come le informazioni immagazzinate sottoforma di ricordi, più o meno consapevoli, hanno un impatto nella nostra percezione e reattività fisica, emotiva, di pensieri e azioni. Soprattutto, per rendersi conto che il controllo che abbiamo sulla nostra mente è molto minore di quello che solitamente crediamo; in particolare, per rendersi conto che molto spesso le nostre reazioni sono automatiche, scatenate da qualcosa del presente che si ricollega a qualcosa del passato che abbiamo incamerato e che viene riattivato da situazioni, eventi e stimoli significativi per noi rispetto ad un ricordo, ad un pensiero, ad un’emozione, ad una relazione.

Prima di guidare la persona in questa esplorazione, le fornisco la semplice indicazione di limitarsi ad osservare senza giudicare, di prendere atto di ciò che produce la mente in modo automatico, di lasciare emergere in modo spontaneo e libero (apparentemente libero) tutto ciò che arriva, di lasciare accadere tutto ciò che accade

  1. Chiudi gli occhi, fai un respiro profondo ed espira lentamente. Nota cosa senti nel corpo, quali sensazioni fisiche avverti e in quali parti del corpo … E quali emozioni …
  2. Sempre ad occhi chiusi, fai un respiro profondo ed espira lentamente. Ripeti più volte, mentalmente o anche ad alta voce, “IL TUO NOME”. Nota cosa senti nel corpo, quali sensazioni fisiche avverti e in quali parti del corpo … E quali emozioni …
  3. Sempre ad occhi chiusi, fai un respiro profondo ed espira lentamente. Ripeti più volte, mentalmente o anche ad alta voce, la parola “NO”. Nota cosa senti nel corpo, quali sensazioni fisiche avverti e in quali parti del corpo … E quali emozioni …
  4. Fai un respiro profondo ed espira lentamente. Ripeti più volte, mentalmente o anche ad alta voce, la parola “SÌ”. Nota cosa senti nel corpo, quali sensazioni fisiche avverti e in quali parti del corpo … E quali emozioni …
  5. Fai un respiro profondo ed espira lentamente. Ripeti più volte, mentalmente o anche ad alta voce, “UNA PAROLA”, la prima che ti viene in mente. Nota cosa senti nel corpo, quali sensazioni fisiche avverti e in quali parti del corpo … E quali emozioni …
  6. Fai un respiro profondo ed espira lentamente. Ripeti più volte, mentalmente o anche ad alta voce, la parola “MAMMA”. Nota cosa senti nel corpo, quali sensazioni fisiche avverti e in quali parti del corpo … E quali emozioni …
  7. Fai un respiro profondo ed espira lentamente. Ripeti più volte, mentalmente o anche ad alta voce, la parola “PAPÀ”. Nota cosa senti nel corpo, quali sensazioni fisiche avverti e in quali parti del corpo … E quali emozioni …
  8. Fai un respiro profondo ed espira lentamente. Focalizza “UN’IMMAGINE”, la prima che ti viene in mente ora. Nota cosa senti nel corpo, quali sensazioni fisiche avverti e in quali parti del corpo … E quali emozioni …
  9. Fai un respiro profondo ed espira lentamente. Focalizza “UN PENSIERO”, il primo che ti viene in mente ora o uno che ritieni per te significativo. Ripetilo più volte, mentalmente o anche ad alta voce. Nota cosa senti nel corpo, quali sensazioni fisiche avverti e in quali parti del corpo … E quali emozioni …
  10. Fai un respiro profondo ed espira lentamente. Focalizza “UN RICORDO”, il primo che ti viene in mente ora o uno che ritieni per te significativo. Nota cosa senti nel corpo, quali sensazioni fisiche avverti e in quali parti del corpo … E quali emozioni …

Lo schema può essere rivisitato introducendo anche altri aspetti da focalizzare, neutri o significativi per la persona a seconda di quale scopo specifico orienta l’esercizio in quel momento.

Solitamente questo esercizio fornisce una prima informazione importante sul funzionamento della persona: la sua dimestichezza o la sua difficoltà a percepire il proprio corpo, a sentire le proprie sensazioni, a identificare le proprie emozioni. Inoltre, già di per sé è un potente attivatore di consapevolezza rispetto a sé, a certi ricordi, ma anche a certe modalità attuali di comportamento nelle relazioni. Fornisce in questo modo tanto materiale psicologico su cui lavorare, materiale che difficilmente sarebbe emerso per altre vie oppure che sarebbe diventato consapevole in tempi più lunghi.

Prova anche tu e fammi sapere cosa succede …

Doloroso vs Traumatico

Spesso mi capita che i pazienti mi chiedano rassicurazioni rispetto a certi eventi dolorosi. Mi chiedono che impatto può avere o aver avuto un’esperienza dolorosa del passato su ciò che accade al presente, sulla crescita della persona nel tempo e sugli effetti nel comportamento attuale. In particolare, molte persone, anche genitori, in crisi col loro partner e in un momento di forte conflittualità agita, piena di liti e discussioni che potrebbero addirittura portare alla rottura e alla separazione, tra i tanti aspetti da considerare, mi chiedono un confronto rispetto a quali effetti potrebbe avere sui figli l’eventuale separazione. Ovviamente bisogna distinguere da caso a caso in base a numerosissime variabili, tanto per dirne qualcuna: qual è la storia della coppia e della famiglia, quanti anni ha il bambino o i bambini, che forma prende la conflittualità, quali discussioni, come avvengono, ecc.

Nella diversità di ogni situazione per cui non esistono ricette universalmente valide per ogni problema, un aspetto che sicuramente è sempre da considerare è la distinzione tra esperienza dolorosa ed esperienza traumatica. Ad esempio, ai genitori mi ritrovo a dire che come genitori non possiamo evitare completamente che i nostri figli vivano esperienze emotive negative di paura, tristezza, rabbia, vergogna, senso di colpa o altro, quello che noi possiamo fare, anzi dobbiamo fare, è di fornire ai nostri figli le condizioni migliori possibili per elaborare quelle emozioni e le esperienze che le generano senza trasformarle in esperienze traumatiche. Essenzialmente, UN’ESPERIENZA DOLOROSA DIVENTA TRAUMATICA SE ALLA PERSONA NON È OFFERTA LA POSSIBILITÀ DI ELABORARE QUELLA ESPERIENZA, di darle un senso, di collocarla entro una cornice di significati, di utilizzarla per imparare da quell’esperienza. TRAUMATICO è ciò che sopraffà le capacità di gestione emotiva e mentale della persona. Un bambino deve essere aiutato dai genitori a dare senso ad ogni esperienza. Che non significa non vivere le emozioni negative, ma significa “poterle attraversare senza sentirsi distrutto”. Che non significa raccontare che il fango è cioccolato, ma poter affrontare il fango, sporcarsi e avere la possibilità di pulirsi.

La psicoterapia favorisce proprio questo lavoro interno di “elaborazione”: riconoscere le emozioni e i pensieri, dare loro un senso, integrarli nella cornice più ampia della propria esperienza quotidiana e della personale traiettoria di vita.

Impossibile e possibile

In terapia, come nella vita, la persona impara a collocarsi tra ciò che è IMPOSSIBILE e deve ACCETTARE e ciò che sembra IMPOSSIBILE e può trasformare, invece, in POSSIBILE … Un’altra versione della preghiera della serenità… Cosa puoi e non puoi fare… Su cosa devi focalizzare le tue energie e cosa devi lasciar perdere, lasciare andare, lasciare che sia quello che è nonostante sia diverso come noi lo vorremmo …

È IMPOSSIBILE NON SCEGLIERE. È impossibile non agire. È impossibile non decidere. Restare fermi è una scelta.
È POSSIBILE essere consapevoli di quali desideri, bisogni, scopi e valori noi stiamo perseguendo attraverso le nostre scelte. Non fare niente è un agire. Quello che fai è quello che scegli ed è proprio quello che vuoi, più o meno consapevolmente. Nel conflitto sempre presente tra diverse parti interne, che vogliono cose diverse, la scelta è orientata da una di queste parti che governa l’azione. Almeno fino a quando altre parti di sé prendono il sopravvento, la guida e la direzione del proprio comportamento.

È IMPOSSIBILE NON COMUNICARE. Anche il silenzio esprime una serie di significati coglibili dagli attori della relazione in base all’ambito in cui si svolge lo scambio. C’è un silenzio innamorato e uno imbarazzato. C’è un silenzio di attesa e uno aggressivo. C’è il silenzio di chi non ha nulla da dire e quello di chi non vuole usare parole. In realtà, ogni comportamento ha una funzione comunicativa all’interno della relazione in cui avviene. L’urlo di un bambino, ad esempio, può essere di gioia, paura, dolore o altro ancora. Tante parole esprimono tanti pensieri, ma a volte no. Per tanti sentimenti a volte non c’è bisogno di parole.
Allora è POSSIBILE renderci consapevoli di cosa stiamo comunicando, di cosa vogliamo trasmettere, di come lo stiamo facendo, di quanto ci sentiamo ascoltati e compresi piuttosto che fraintesi. E, ovviamente, è possibile decodificare ciò che arriva dall’altro, il suo messaggio, la nostra interpretazione, il significato che ha per noi quello che l’altro dice e non dice, fa e non fa.

È IMPOSSIBILE NON AVERE PENSIERI. Pensare è l’attività più tipicamente umana, l’attività di riflessione e autoconsapevolezza che tanto ha contribuito alla nostra evoluzione come specie anche se tante volte purtroppo ci crea problemi. Come quando ci allontana dal “sentire”. Come quando tenta di risolvere problemi e invece li complica. Come quando inventa armi e strumenti di autodistruzione.
È POSSIBILE conoscere in che modo i nostri pensieri guidano le nostre azioni, generano le nostre emozioni, orientano le nostre relazioni.

È IMPOSSIBILE NON INTERPRETARE. Il nostro pensare genera rappresentazioni della realtà e interpretazioni che guidano il nostro modo di percepire ciò che accade e il nostro modo di reagire agli eventi.
È POSSIBILE essere consapevoli che la nostra lettura della realtà è solo la nostra, proprio la nostra, una delle innumerevoli possibili. E diventa fondamentale riconoscere, conoscere e rispettare le letture degli altri.

È IMPOSSIBILE NON GIUDICARE. Dato che è impossibile non avere valori ovvero scelte o preferenze su cosa è importante nella vita, allora dal valore discende il giudizio ovvero è buono e giusto ciò che realizza il mio valore, è cattivo e sbagliato ciò che è diverso dal mio valore. Per farla semplice, anche se semplice non è, se ho il valore dell’onestà “giudico” cattivo o sbagliato “rubare”… Al tempo stesso, il “conflitto di valori” può rendere ragione del “valore Robin Hood” … (ne parleremo in un altro post).
È POSSIBILE essere consapevole dei propri valori, dei propri giudizi e dell’uso che se ne fa. Oltre il giudizio sull’altro “diverso da noi” o da come lo vorremmo, è importante rendersi conto dei bisogni, dei desideri e dei valori che ha l’altro.

È IMPOSSIBILE NON PROVARE EMOZIONI. Le emozioni sono i segnali del nostro rapporto con il mondo e con noi stessi. Proviamo emozioni positive e negative se le cose vanno “bene” o “male”. Le emozioni ci segnalano i bisogni soddisfatti e quelli non soddisfatti. È POSSIBILE essere consapevoli del messaggio delle emozioni e di come ci possono aiutare a realizzare i nostri scopi.
È impossibile non provare dolore. PUOI lenire il tuo dolore e attraversarlo senza farti distruggere.
È impossibile non provare paura. PUOI cercare protezione dal pericolo.
È impossibile non provare tristezza. PUOI cercare conforto e consolazione.
È impossibile non provare rabbia. PUOI proteggerti da chi ti invade, puoi dribblare chi ti vuole manipolare, puoi mettere a posto le cose ingiuste.
È impossibile non provare senso di colpa e senso di inadeguatezza. PUOI smettere di dar retta ai giudizi degli altri quando sono gratuiti ed eccessivi per te, puoi mettere a tacere il tuo giudice interiore quando è troppo severo fino a diventare persecutorio.

È IMPOSSIBILE NON VIVERE CONFLITTI. Il conflitto è insito nei rapporti interpersonali in quanto ciascuno di noi è portatore di una propria rappresentazione della realtà ovvero di valori, scopi, bisogni, desideri, modi di pensare, di vivere, di essere che necessariamente incontrano “l’altro diverso da sé” con la sua personale prospettiva. Del resto, il conflitto è sempre presente anche dentro ciascuno di noi, “abitati” da diverse parti e “volontà” che desiderano diverse cose, esprimendo anche valori contrastanti, desideri inconciliabili, bisogni sovrapposti, ecc. È POSSIBILE diventare consapevoli dell’ineliminabilità del conflitto, intrapsichico e interpersonale, e della necessità di governarlo in direzione di una “convivenza” la più soddisfacente possibile tra le parti in gioco…

È IMPOSSIBILE NON PROVARE FRUSTRAZIONE. Non sempre, infatti, riusciamo a soddisfare i nostri bisogni e desideri. È POSSIBILE, comunque, trovare molteplici strade sane per avvicinarci progressivamente alla vita che vogliamo, anche se non è proprio quella ideale.

È IMPOSSIBILE NON RESTARE DELUSI. Spesso le persone fanno cose che sono molto lontane da come noi vorremmo facessero. È POSSIBILE creare, mantenere e consolidare buone relazioni, in ogni ambito di vita, anche se gli altri non sono proprio come noi li vorremmo.

È IMPOSSIBILE NON INCONTRARE LO STRESS. Lo stress è la nostra reazione soggettiva, fisiologica, psichica e comportamentale alle “richieste” che ci presenta la vita. Ogni ambito di vita (famiglia, lavoro, amici, coppia, figli, ecc.) ci chiede compiti e doveri, qualcosa che “dobbiamo” fare. Quando queste richieste diventano eccessive per noi, fuori dalla nostra portata, impossibili da esaudire, entriamo gradualmente in uno stato di “esaurimento” fisico ed emotivo che ci porta a sviluppare sintomi somatici e psicologici di varia natura e forma. È POSSIBILE allora imparare a governare gli stimoli stressanti, a prevenire l’accumulo di richieste, a sviluppare le risorse giuste per rispondere allo stress, ad esempio imparare a dire no.

È IMPOSSIBILE NON SENTIRSI FERITI. Prima o poi qualcosa che accade nel “qui e ora” della nostra vita quotidiana ci riaccende qualcosa di “antico”, qualche stato d’animo doloroso, legato ad esperienze infantili o giovanili di cui possiamo avere memoria, più o meno nitida o sfocata, ma che, comunque, ci si riaccende dentro in modo vivo, fino a farci sentire feriti, umiliati, offesi, “abusati emotivamente” e “traumatizzati” come fummo allora in quel tempo che fu e che ancora ci fa male dentro. È POSSIBILE, tuttavia, riconoscere la nostra ferita, diventare consapevoli dei nostri traumi, renderci conto del dramma personale che ci portiamo dentro, e prendercene cura. Curare la ferita. Sciogliere il trauma. Vivere il dramma con distacco e accettazione compassionevole…

Quali altri esempi incontri nella tua vita quotidiana tra impossibile e possibile?

E nel passato in quali situazioni ti sei trovato che erano proprio impossibili?

E quali, invece, ti hanno offerto possibilità in precedenza inaspettate e insperate?

Oltre l’immagine di sé negativa

La sofferenza che le persone presentano può rivelarsi attraverso diversi sintomi e manifestazioni problematiche: ansia, depressione, dipendenze, ossessioni, fobie, compulsioni, comportamento violento, difficoltà interpersonali, problemi sul lavoro, problemi sessuali, evitamenti massicci, solitudine subita, ecc.
Molta parte della sofferenza emotiva che portano i pazienti è legata ad un’immagine di sé negativa. Non tanto un’immagine pubblica, esterna, ciò che gli altri vedono e giudicano come negativa. Piuttosto un’immagine interiore che la persona ha di sé, un’immagine definita da aggettivi qualificativi negativi che il paziente usa per definire se stesso, in diversi possibili modi come: cattivo, inadeguato, difettoso, vulnerabile, impotente, incapace, fragile, indegno, non amabile, privo di valore, ecc.
L’elemento comune sempre presente, più o meno disturbante e rilevante nella determinazione della sofferenza, è questa immagine di sé attraverso cui la persona “crede di essere” in un certo modo negativo. E si sente conseguentemente in quel modo, provando svariate emozioni negative.
L’obiettivo della terapia, oltre al sollievo dai sintomi e al recupero di un comportamento adeguato ai contesti di vita della persona, in casa e al lavoro, da solo e in compagnia, è sempre anche quello di portare il paziente a mettere in discussione, a rivisitare questa immagine interiore di un sé negativo, ad interiorizzare una nuova positiva immagine di sé. Proprio a partire dalla consapevolezza che è solo un’immagine. È solo una credenza. È solo qualcosa che da piccolo ha cominciato a credere di sé, e che può restare una credenza “attiva fino a quando continua a crederci”, ad alimentarla, a crederla vera, a crederla l’unica verità possibile, a crederla l’unica verità su di sé.
Il paziente viene aiutato a consapevolizzare come questa immagine interna o credenza su se stesso colori ogni azione, ogni pensiero, ogni emozione. A rendersi conto di come crei una vera e propria gabbia entro la quale il paziente è bloccato, per come ha iniziato ad auto-imprigionarsi da piccolo attraverso quello che ha imparato a credere di sé a seguito delle esperienze precoci vissute e di come i genitori lo hanno accompagnato (probabilmente mal accompagnato) a dare senso alle esperienze che viveva e a leggerle come espressioni del suo essere una persona negativa, non degna di amore né di stima, priva di valore e per ciò anche non amabile e non amato.
Il percorso terapeutico, anche attraverso una progressiva rielaborazione dei ricordi traumatici, è un progressivo aprire questa gabbia, superando vincoli e creando possibilità, oltrepassando vecchi modi di pensare e di penare, sentire e affliggersi, agire e reagire; scoprendo e valorizzando nuove parti di sé, parti positive, parti sane, parti creative, intuitive, per metterle a disposizione di nuovi comportamenti e di un nuovo adattamento all’ambiente di vita.