La rabbia è il tappo del dolore

LA RABBIA È IL TAPPO DEL DOLORE

Una delle verità più diffuse nel lavoro psicoterapeutico è che la rabbia è il tappo al dolore. Se non sempre, molto spesso, se non per tutti, per la maggior parte delle persone. Che vuol dire?
La persona prova rabbia, più o meno manifesta, perché le cose e le persone non sono come vorrebbe che fossero, perché la realtà delude le sue aspettative, perché gli altri non soddisfano i suoi bisogni, perché subisce un danno o un’ingiustizia. E questo modo di funzionare, sempre consapevoli della generalizzazione che prevede eccezioni, lo abbiamo, un po’ tutti, imparato da piccoli, quando avevamo bisogno che qualcuno soddisfacesse i nostri bisogni, ma non è andata proprio così o perlomeno come in cuor nostro desideravamo. Ad esempio, avevamo bisogno di cure, protezione, affetto, ascolto, comprensione e guida… Ma abbiamo ricevuto risposte “non sintonizzate” coi nostri bisogni. Per questo ci siamo sentiti soli, feriti, abbandonati, rifiutati e abbiamo provato paura, vergogna, tristezza, rabbia… La base è il dolore, memorizzato nel corpo, di non essere stati accuditi, protetti e rassicurati come avevamo bisogno.
Altro esempio: avevamo bisogno di essere riconosciuti nelle nostre qualità e nella nostra unicità, il bisogno di essere apprezzati, stimati, valorizzati… Ma abbiamo ricevuto risposte giudicanti, critiche, rimproveranti, svalutanti, sprezzanti per cui abbiamo provato tristezza, rabbia, vergogna, paura… Una base di dolore, scritto anche nel corpo, per non essere stati valorizzati positivamente e sostenuti nella costruzione di una buona stima di noi stessi.
Terzo esempio comune: avevamo bisogno di essere incoraggiati e sostenuti nelle nostre iniziative autonome, nei nostri tentativi di capire noi stessi e il mondo, nei nostri slanci creativi alla realizzazione di noi stessi, nel nostro sguardo curioso e vitale verso il mondo… Ma abbiamo ricevuto risposte inibenti, spaventate, colpevolizzanti, frenanti, limitanti, disinteressate, per cui abbiamo sentito rabbia, vergogna, paura, tristezza, inadeguatezza… Una base di dolore, sempre incarnata nel nostro corpo, per non aver ricevuto sostegno al nostro progetto di diventare pienamente noi stessi attraverso lo sviluppo delle nostre potenzialità.

Prima o poi, ciascuno a suo modo e per le vie più svariate, molte persone arrivano a contattare quel tappo e ciascuno lo apre o tiene chiuso a suo modo…

5 passi per praticare il cambiamento

Ecco un percorso in 5 passi per realizzare i tuoi cambiamenti desiderati. Dalla sofferenza alla serenità.

Individua le SITUAZIONI per te stressanti e fonte di sofferenza emotiva (rabbia, preoccupazioni, sensi di colpa, vergogna, tristezza, solitudine, rimpianti, rimorsi, ecc.) in uno o più ambiti della tua vita (famiglia, lavoro, coppia, amici, ecc.).

Individua i tuoi PENSIERI cosiddetti “negativi” e fonte di sofferenza emotiva, i pensieri che ti fai nelle suddette situazioni; ad esempio: ce l’hanno con me, sono sfortunato, il mondo è ingiusto, le persone sono egoiste, io sono cretino, le persone si approfittano, non vale la pena di lottare, ecc. Trova proprio i pensieri che ti fai, in modo più dettagliato possibile.

Confronta i tuoi pensieri con la REALTÀ dei fatti: sono “veri” i miei pensieri? È possibile un’altra interpretazione della realtà? In che modo e per cosa mi sono “utili” questi miei pensieri? A cosa mi serve pensare quello che penso? Mi aiutano a soddisfare i miei bisogni e i miei desideri?

Crea NUOVI pensieri possibili. Da “affiancare” ai tuoi soliti pensieri fonte di sofferenza. Quali altri pensieri posso pensare in modo che siano più “utili e soddisfacenti” per me? Quali altri pensieri mi aiutano a realizzare i miei bisogni e desideri?

Fatti guidare da questi nuovi possibili pensieri nel compiere le tue SCELTE, nelle tue azioni quotidiane, nei comportamenti che adotti nelle situazioni stressanti. E verifica l’effetto che fa… Che risultati ottieni, quali emozioni vivi, che altri pensieri emergono…

Questo esercizio, se lo pratichi con attenzione e regolarità, aumenta enormemente la tua CONSAPEVOLEZZA (ti fa conoscere meglio i tuoi bisogni, i tuoi desideri, le tue convinzioni, le tue paure, i tuoi valori, i tuoi conflitti) e la RESPONSABILITÀ delle tue scelte, mettendoti di fronte al potere che hai di modificare la tua vita e facendoti anche vedere la tua impotenza di fronte al potere di scelta delle altre persone… Per IMPARARE, dunque, a CAMBIARE quello che puoi e devi cambiare tu e anche per IMPARARE ad ACCETTARE serenamente ciò che è fuori dal tuo controllo e dipende dalle intenzioni, dalle motivazioni e dalle azioni di altre persone.

A A A Cercasi felicità

I problemi che ciascuno di noi vive e che ci portano in terapia, quando la sofferenza è troppo grande e le soluzioni troppo lontane, sono sostanzialmente di tre tipi, legati a desideri e BISOGNI FONDAMENTALI che sentiamo NON APPAGATI.

AMORE. Vogliamo essere amati, protetti, curati, desiderati, sentirci al sicuro dentro relazioni calde, affettuose, stabili, prevedibili, in cui riceviamo l’amore di cui sentiamo bisogno. E ci sentiamo di appartenere, ci sentiamo parte di una coppia, di un gruppo, di una comunità, di un insieme di persone che condividono un sentimento, un interesse, un valore, una direzione, un senso.

AUTOSTIMA. Vogliamo essere apprezzati, stimati, sostenuti nel nostro valore, nelle nostre performance nei diversi ambiti di vita, quando lavoriamo, quando cantiamo, quando facciamo all’amore, quando giochiamo, quando semplicemente siamo quello che siamo.

AUTONOMIA. Vogliamo essere sostenuti nella nostra curiosità, nella nostra creatività, nella realizzazione di imprese in vari ambiti di vita. Vogliamo costruire la nostra vita come più ci sembra adatta a noi, alle nostre inclinazioni e aspirazioni, ai nostri valori e alle nostre potenzialità.

I problemi nascono proprio quando incontriamo la FRUSTRAZIONE COSTANTE e CONTINUA di questi bisogni fondamentali. Quando la realtà non si allinea ai nostri desideri. Quando ci sentiamo TRASCURATI invece che amati, DISPREZZATI invece che apprezzati, OSTACOLATI invece che sostenuti.
Inizia a notare come questo avviene nella tua vita… Quando… Dove… Con chi…
E COSA PROVI in queste circostanze, quali emozioni…
E cosa TI RITROVI A PENSARE, cosa pensi della situazione, dell’altra persona, di te stesso…
E COSA FAI TIPICAMENTE, come cerchi di affrontare queste situazioni in cui senti frustrati alcuni tuoi bisogni importanti e ti senti deluso dall’altra persona…
Iniziando ad osservare come non hai fatto finora… Già inizi a cambiare… A muoverti in modo più consapevole verso la vita che vuoi…

La mappa che scegli di seguire per il tuo viaggio

Quello in cui credi è solo un’idea e non la verità assoluta. Quello che pensi è solo nella tua testa e non la realtà oggettiva. La mappa non è il territorio. La mappa ti guida… come potrebbe guidarti anche un’altra mappa. Questi sono i principi base della consapevolezza di sé e della scelta responsabile.

La mappa è composta da pensieri, emozioni e azioni:

  • ciò che credi vero: idee, credenze, convinzioni su te stesso, sulle altre persone, su come funziona il mondo che guidano la tua percezione della realtà, la tua interpretazione dei fatti e l’attribuzione di significati al tuo comportamento e a quello degli altri
  • ciò che provi: sensazioni, emozioni, sentimenti, stati d’animo che ti segnalano se e quando le cose vanno bene o male
  • ciò che fai: comportamenti per soddisfare i tuoi bisogni e desideri che ti fanno muovere nella realtà per creare situazioni positive e vivere la vita che vuoi

Per quanto riguarda i pensieri, in particolare, essi ci aiutano a risolvere i problemi: ragionando sulle cose (quando, dove, chi, cosa, come e perché è successo) usiamo i pensieri per trasformare situazioni insoddisfacenti in situazioni desiderate, per avvicinare il più possibile la realtà come è alla realtà come vorremmo che fosse.

Purtroppo, a volte, o molto spesso, i “pensieri” potenzialmente utili diventano i “nostri peggiori nemici”. In particolare:

  • i pensieri che riguardano “l’idea che abbiamo di noi stessi” finiscono per diventare “etichette autogiudicanti” in cui crediamo fermamente e che generano in noi emozioni negative, bassa autostima, depressione e conseguenti comportamenti auto-frustranti che ci lasciano ingabbiati nell’infelicità. Finiamo per vivere dentro la realtà definita da pensieri come: io sono debole, io sono incapace, io sono inadeguato, io sono inferiore, io sono colpevole, io merito di restare solo, io non valgo nulla, ecc.
  • i pensieri che ci portano a “volere le cose e le persone diverse da come sono”: la vita è ingiusta, le persone si approfittano di me, solo i furbi riescono ad essere felici, come fanno le persone ad agire in un certo modo, le persone dovrebbero essere buone, ecc.

La frustrazione, la delusione, l’autosvalutazione e il senso di impotenza connessi a questi pensieri sono un vero e proprio “veleno che ci autosomministriamo” continuamente, a dosi più o meno massicce, comunque progressivamente letali perché uccidono la nostra vitalità, la nostra voglia di vivere e creare, i nostri desideri e le nostre spinte a realizzarli.

Cosa fare con questi pensieri?

Osservarli in azione per capire quanto sono “utili” a risolvere i nostri problemi e a renderci felici e quanto sono invece “velenosi” e “distruttivi”. Il termometro per misurarli è dato dalle emozioni che viviamo, quanto la nostra vita è piena di emozioni positive e quanto di emozioni dolorose.

Cosa fare con questi pensieri ed emozioni?

Rispetto ai PENSIERI, chiediti quali sono “utili” e quali non ti servono a niente e segui solo i primi.

Con le EMOZIONI, cogli cosa ti stanno segnalando, quali bisogni sono insoddisfatti, cosa devi fare per trasformare la frustrazione in soddisfazione.

E inizia a muoverti concretamente con AZIONI specifiche e utili… Da verificare per come ti avvicinano ai tuoi obiettivi e modificare fino a renderle efficaci per raggiungere ciò che desideri…

Antidolorifico magnifico. Gioco semiserio per la coppia

Ecco un gioco di coppia, un gioco serio nella misura in cui il lavoro di consapevolezza e conoscenza reciproca vi aiuta a piantare i semi per un futuro felice. Insieme.

Se è vero che è impossibile non essere delusi nelle relazioni, bisogna vedere come utilizzi la delusione.
La delusione è implicita nei rapporti interpersonali in quanto nessuno sarà mai perfettamente corrispondente a come lo vuole il partner. I due devono essere “intelligenti emotivamente” da fare i conti con la delusione reciproca in modo da trarne il massimo beneficio.
Per la consapevolezza e la responsabilità di ognuno dei due partner sono allora fondamentali tre passaggi (ciascuno dei due deve farli):

Comprendi in cosa sei deluso/a dal partner. Qual è lo scarto tra il modello ideale che hai in testa, nel cuore, forse nelle viscere, e la realtà in carne e ossa del tuo partner.

Chiedi al partner cosa vorresti cambiasse per farti sentire soddisfatto/a. E ascolta cosa dovresti cambiare tu per rendere soddisfatto/a il tuo partner.

Decidi in cosa impegnarti per migliorare ed avvicinarti a come ti vorrebbe il partner e a come ti vorresti tu. Verifica quanto sono compatibili i suoi desideri coi tuoi.

Tritate, mescolate, sbattete … E decidete come andare avanti…

Le voci da dentro…

La senti QUELLA voce? Ignora QUELLA voce!

La senti QUESTA voce? Ascolta QUESTA voce!

Sembra una canzone. Di fatto è un ritornello che gira nella nostra testa. La nostra testa è piena di quelle voci che abbiamo ascoltato, tanto tempo fa, tante volte, forse una sola drammatica volta per la sua intensità emotiva, una sola volta traumatica per come ci siamo sentiti travolti da qualcosa per noi inspiegabile o troppo più grande di noi. Monologhi impressi per sempre dentro di noi come unica verità esistente. Dialoghi tra parti di noi vitali e voci tossiche pronte ad affossarci. Voci del passato che dal passato guidano, al presente, il nostro pensare, sentire e agire. Spesso fonte di sofferenza. Voci e dialoghi interiori che continuiamo a seguire come fossero le uniche possibilità a nostra disposizione. Scambi quali:
“Sono debole…”,” È sbagliato essere debole!”
“Ho paura…”, “Solo i deboli hanno paura!”
“Sono preoccupata…”, “Che ti preoccupi a fare?!”
“Mi sento inadeguata…”, “Sei sempre la solita lamentosa!”
“Mi sento sola…”, “È quello che ti meriti!”
“Sono solo un bambino…”, “I bambini buoni non piangono!”
“Ho bisogno di un abbraccio…”, “Che sono queste cose da femminucce?!?!”
“Mi piace proprio arrampicarmi sugli alberi…”, “Questo le femmine non lo fanno!”
“Smettila mi fai male…”, “Devi stare in silenzio!”
“Sono stanco…”, “Non sarai mai all’altezza!”
“Preferisco questo…”,” Tu sei solo un bambino e non lo puoi sapere!”
E via così…

Il lavoro su di sé, attraverso molteplici strade e modalità, porta alla riscrittura dello spartito di questo coro. Per attivare voci come:
“È normale sentirsi debole…”
“Puoi essere anche più amorevole con te stesso…”
“Puoi essere spaventato…”
“Puoi provare rabbia…”
“Puoi anche non farcela…”
“Abbi cura di te…”
“Sei solo una persona che sta cercando di capire come funziona il mondo per essere felice…”
“Sei una persona splendida, unica, irripetibile di valore…”
… E via così

Questa nuova narrazione di sé passa attraverso il contatto emotivo con le antiche ferite, con il corpo sofferente che porta “in memoria” quegli antichi traumi, che esprime attraverso tensioni e contratture muscolari quelle precoci esperienze di trascuratezza e solitudine, giudizio feroce e abbandono, colpa e sopraffazione…
Oggi, attraverso l’ascolto attento delle sensazioni corporee, dei pensieri e delle emozioni, è possibile risalire alle “scelte originarie” per riscriverle, per allargare il ventaglio di permessi e possibilità che la persona può ri-dare a se stessa.
Oggi è possibile dentro di sé l’incontro tra il proprio bambino ferito e la parte di sé adulta che se ne può finalmente prendere cura in modo adeguato e sostenerlo nel suo percorso di crescita.
Il bambino ferito è ancora arenato a quello che ha subito passivamente da piccolo e scelto creativamente per sopravvivere, per cavarsela in quelle ostiche condizioni di vita. L’adulto può intervenire per fornirgli quello che non ha ricevuto a quel tempo: può legittimare le sue emozioni come qualcosa di normale, sano e utile; può accogliere i suoi bisogni e sostenerlo per soddisfarli; può rassicurarlo quando ha paura per farlo diventare più forte, può consolarlo quando si sente solo e triste per farlo sentire amabile e degno, può aiutarlo a dare senso alla sua rabbia e ad esprimerla in modo efficace, può aiutarlo a lasciare andare sentimenti tossici di colpa e vergogna, può incoraggiarlo a cercare situazioni ed esperienze di gioia e serenità.
Questo incontro del mondo interiore serve alla persona per darsi finalmente il permesso nella realtà concreta di prendersi cura di sé, di cercare persone che la amano, di creare esperienze di benessere e realizzazione personale.

Il regalo. Una storia sulla scelta

Buddha stava insegnando ad un gruppo di discepoli, quando un uomo gli si avvicinò e lo insultò, con l’intenzione di aggredirlo. Di fronte a tutti, Buddha reagì con assoluta tranquillità, rimanendo fermo ed in silenzio. Quando l’uomo se ne andò, uno dei discepoli, indignato da questo comportamento, chiese a Buddha perché avesse permesso a quello straniero di maltrattarlo in quel modo. Buddha rispose serenamente: “Se io ti regalo un cavallo e tu non lo accetti, di chi è il cavallo?”. L’alunno, dopo aver tentennato per un istante, disse: “Se io non lo accettassi, il cavallo continuerebbe ad essere vostro, maestro”. Buddha annuì e gli spiegò che, nonostante alcune persone decidano di perdere il loro tempo insultando, noi possiamo scegliere di accettare tali parole o meno, proprio come faremmo con un regalo qualsiasi. Poi concluse: “Non accettare le parole di odio, rifiutale. Solo in questo modo colui che ti odia rimarrà con l’insulto tra le mani. Non puoi dare la colpa a chi ti offende e ti fa male, perché è tua la decisione di accettare le sue parole invece di lasciarle sulle stesse labbra da cui sono uscite”.

Quanti regali in una sola storiella!!!

Nota come scegli di impiegare il tuo tempo e le tue energie…

Nota come scegli di intrattenere le tue relazioni …

Nota quello che dipende da te e quello che non dipende da te e che puoi solo in parte influenzare …

Nota i tuoi giudizi dietro le tue interpretazioni dei fatti…

Nota il bisogno dietro l’intenzione…

Nota come costruisci la tua serenità o il tuo rancore…

Quale altro insegnamento puoi trarre da questa storiella?