Agenti, sorgenti, miserie e meraviglie

Noi esseri umani siamo agenti attivi dei nostri processi di pensiero e dei nostri comportamenti. È dentro di noi che sorgono stati emotivi e sensazioni corporee generate dai nostri pensieri, siamo noi la fonte delle nostre decisioni. Siamo portatori, più o meno sani, di credenze, convinzioni, scopi, valori, obiettivi, azioni. Siamo noi ad avere il controllo di cosa facciamo con ciò che ci succede.
Sì, è vero tutto questo… e anche no.
Abbiamo il controllo, ma non il totale controllo. Siamo consapevoli di cosa viviamo e cosa scegliamo, ma non del tutto. Qualcuno lo chiama inconscio, qualcuno la chiama conoscenza implicita, qualcuno la chiama memoria corporea tacita. Qualcuno parla di “essenziale invisibile agli occhi”.
Io ti sto parlando di come, molto spesso, il nostro comportamento è guidato da automatismi inconsapevoli che fanno scattare in noi reazioni (emotive, di pensiero e di azione) su cui abbiamo inizialmente poco o alcun controllo. E questo accade soprattutto quando siamo coinvolti in relazioni interpersonali. Come, ad esempio, in alcune ‘miserie’ tipiche nella nostra mente.
Quando, senza rendercene conto:
– vogliamo controllare ciò che non è in nostro potere controllare
– vogliamo cambiare pensieri e comportamenti dell’altra persona
– giudichiamo gli altri perché sono per noi brutti sporchi e cattivi
– giudichiamo noi stessi perché non siamo come vorremmo e dovremmo essere
– ci lamentiamo in modo sterile senza mai passare ad un’azione risolutiva che provi a risolvere il problema per cui ci lamentiamo
– ci sentiamo vittime degli altri e delle circostanze avverse e non sappiamo assumerci la responsabilità del nostro cambiamento
– cerchiamo in tutti i modi di accontentare gli altri per restare sempre insoddisfatti e stressati
– non sappiamo riconoscere i nostri bisogni
– non sappiamo legittimare i nostri bisogni anche quando li abbiamo riconosciuti
– non sappiamo chiedere per i nostri bisogni che pure sentiamo legittimi
– non sappiamo dire no alle richieste degli altri che sentiamo eccessive
– agiamo in modo impulsivo senza riflettere
– rimuginiamo all’infinito senza mai rassicurarci
– ruminiamo su quanto accaduto senza mai trovare pace
– ci aspettiamo o addirittura pretendiamo che gli altri pensino e agiscano come noi
– pretendiamo dagli altri invece di farci carico di ciò che vogliamo ottenere
– vogliamo ottenere tutto e subito ma finiamo per sentirci sempre insoddisfatti e impotenti
– corriamo appresso al tempo ma il tempo non ci basta mai
– aggiungiamo sensi di colpa, vergogna e fallimento ad un dolore che non riusciamo ad accettare
– vogliamo cambiare senza cambiare…

L’esito comune a questi automatismi disfunzionali inconsapevoli e miserevoli è un grado più o meno elevato di frustrazione, delusione, ansia, rabbia, tristezza, sensi di colpa e inadeguatezza, vergogna, fallimento, ecc.

Il lavoro di crescita personale e cura di sé parte proprio dalla consapevolezza dei nostri automatismi, spesso disfunzionali e invisibili ad un occhio non attento. Imparare a notare le nostre tendenze automatiche sia del pensiero sia del comportamento e conseguentemente nell’emozione che proviamo, è un primo  passaggio fondamentale per migliorare il nostro benessere individuale e interpersonale.
Non ti resta a questo punto che andare in libreria (anche on line) e ordinare ‘Alice nel paese delle miserie’, il libro che propone un viaggio di crescita personale che prima o poi tutti dobbiamo compiere…

Lasciare andare…

La nostra mente ha la capacità, che può diventare paradossalmente un problema, di ‘ELABORARE IL PRESENTE ALL’INFINITO’.
Quando sperimentiamo qualcosa di negativo, una frustrazione di un bisogno, una delusione da qualcuno o da noi stessi, potremmo affrontare la situazione in un tempo giusto per risolvere il problema: cercare di trasformare la frustrazione in soddisfazione, la delusione in miglioramento di sé e dei rapporti con altre persone, accettare ciò che non siamo riusciti a cambiare ed essere sereni di fronte alle cose che non vanno come vorremmo. Invece, la nostra mente si ingarbuglia in un LABIRINTO infinito di RUMINAZIONE (su ciò che avrebbe potuto e dovuto essere) e di RIMUGINIO (su ciò che potrebbe essere da ora in avanti) che rende l’esperienza dolorosa ‘sempre presente e mai veramente risolta e abbandonata’. Valga un esempio per tanti: siamo stati lasciati dal partner e dopo un sano processo di LUTTO DOLOROSO PER LA SEPARAZIONE (con ‘l’attraversamento utile’ di ‘emozioni legittime’ quali tristezza, rabbia, solitudine, rifiuto, disgusto, sensi di colpa, paura, senso di abbandono, vergogna, senso di sé sbagliato, difettoso, inferiore, inadeguato, ecc.) continuiamo ad INDUGIARE in PENSIERI RUMINATIVI (Perché è successo? Perché l’ha fatto? Come è possibile che…?) e RIMUGINATIVI (Come farò…? E se adesso resto solo?) che ci impediscono di ‘lasciare andare’ veramente il nostro ex partner, lasciarlo uscire dalla nostra vita, dalla nostra mente, dal nostro cuore, dalle nostre viscere.
L’ex se n’è andato, ma noi lo teniamo con noi a farci male!
Quando, invece, un SANO PROCESSO DI LUTTO PER LA FINE, in modo simile a quando perdiamo persone care decedute, richiede certi passaggi interiori fondamentali:
– MI MANCHI… Con tutte le emozioni connesse da vivere, attraversare, superare…
– GRAZIE! Certamente… Per quello che mi hai dato e per quello che mi hai insegnato, per cosa ho potuto imparare con te e per chi sono diventato…
– VAFFA! Eventualmente… Per i sentimenti di rabbia, dolore, ingiustizia, danno, vuoto, disorientamento … Vaffa a te… Vaffa a me stesso… Ognuno per i suoi comportamenti…
– TI PORTERÒ SEMPRE CON ME… In una forma a me utile…
– TI LASCIO ANDARE… Tu la tua vita (anche oltre la morte) … Io a costruire il resto della mia vita…

Passi questi, di un processo di ‘lutto’, che non sono lineari, ma avvengono a spirale, richiamandosi l’un l’altro, ripetendosi fino a quando è utile al risultato di mettere ‘punto e a capo’.
Il percorso è molto simile in tante relazioni: che riguardi la fine di una storia sentimentale, la morte di una persona cara, la rottura definitiva di un’amicizia, così come la fine di un rapporto lavorativo; la cosa importante è arrivare in un tempo buono, sano e utile per sé a lasciare andare l’altro per ‘FARE SPAZIO’, per liberare energie, per guardare avanti a partire da un RINNOVATO ‘SENSO VITALE DI SÉ’, pieno di desiderio, possibilità, fiducia, speranza, creatività…

Alla base della cura di sé

Alla base della cura di sé c’è la consapevolezza di 4 aspetti della propria esperienza.
COSA PROVI! Emozioni quali tristezza, rabbia, paura, senso di colpa, vergogna, ecc. Anche emozioni quali gioia, entusiasmo, eccitazione, curiosità e altre ‘positive’ a cui siamo meno abituati e su cui sostiamo per minor tempo.
COSA PENSI! Pensieri ansiosi o depressivi o ossessivi o rabbiosi. Anche pensieri gioiosi ovviamente, spero almeno. Così come aspettative, fantasie, ricordi e altre produzioni del pensiero.
COSA SENTI NEL CORPO! Sensazioni fisiche quali tensione, pesantezza, rigidità, vuoto, contratture, formicolio, ecc. Sensazioni più o meno intense e fastidiose, a volte alternate con sensazioni di leggerezza, vigore, forza, rilassamento, calma.
COSA FAI! Comportamenti ‘problematici’, aggressivi o di chiusura, dipendenze, abitudini alimentari disfunzionali, ecc. Ovviamente anche comportamenti di amore e compassione verso sé e gli altri, oltre a tutti quei comportamenti sani e utili per raggiungere i propri obiettivi.

Quando sorgono problemi e sofferenza, il problema non è avere queste emozioni, pensieri, sensazioni e comportamenti. Il problema è la loro RIGIDA PERSISTENZA.

Il problema non è provare certe emozioni, il problema è essere ‘cronicamente’ arrabbiati, tristi, preoccupati; sentirsi perennemente in colpa, pieni di vergogna, inadeguati.

Il problema non è avere certi pensieri, ma è il modo in cui li ‘alimentiamo’ pensando e ripensando sui pensieri, rimuginando e ruminando fino a tenere i pensieri bloccati nella nostra mente, invece che utilizzarli per risolvere problemi o lasciarli andare…

Il problema non è provare certe sensazioni nel corpo, ma sviluppare blocchi rigidi, una vera e propria ‘corazza’ pesante e dolorosa.

Il problema non è un singolo comportamento, ma l’utilizzare esclusivamente alcuni comportamenti e non avere sufficiente flessibilità nello scegliere i comportamenti più adatti alle varie situazioni.

‘Riconoscere’ cosa proviamo, pensiamo, sentiamo e facciamo in una specifica situazione in cui ci troviamo è un primo passaggio fondamentale per ‘comprendere’ e per poter attuare le strategie migliori per affrontare al meglio ciò che stiamo vivendo.

Riconoscere le proprie rigidità e modalità ripetitive offre poi la possibilità di comprendere il senso di certe situazioni che si ripetono, in cui ci ritroviamo spesso e (mal)volentieri… Comprendere il senso, la funzione che svolgono ora questi modi che si ripetono… Comprendere a volte l’origine di questi modi, scelte che un tempo ebbero per noi una funzione importante di adattamento ma che non sono più adatti alle situazioni attuali…

A partire da queste basi di comprensione di sé si sviluppa un percorso di cura, in direzione di una maggiore consapevolezza di sé e di un’aumentata libertà di scegliere…

La compassione e la meraviglia

Una delle miserie in cui siamo tutti più frequentemente incastrati è quella per cui vogliamo cambiare le altre persone. Ti è mai successo? Certe volte vorresti cambiare il partner perché proprio non ti capisce e vai su tutte le furie o sprofondi nella tristezza … Certe volte è il capo o il collaboratore o il collega che si permette di non essere proprio come tu vorresti che fosse… Altre volte è tuo figlio o tua madre o tua sorella che non si rende conto di quello che dice, che pensa e che fa… A volte capita anche con gli amici e perfino con gli sconosciuti o col fruttivendolo che dovrebbe essere esattamente come tu lo vuoi…
“Ma come si permette ‘questa gente’, vicina e lontana, di essere per me fonte di frustrazione e delusione?” Con questi pensieri spesso accompagni le tue giornate stressanti…
Qui si rende evidente un’altra nostra tipica miseria di esseri umani imperfetti: la pretesa. Pretendiamo che tutto (tutto… tutti…) sia esattamente come noi lo vogliamo… “E perché dovrebbe essere diversamente?” Forse esagero… Forse no…
Fermo restando che ogni caso è a sé e consapevole del rischio di generalizzare, ti invito a riflettere su alcune questioni e soprattutto ad esplorare cosa succede dentro di te quando ti ritrovi vittima di te stesso e delle tue miserie…
Pensa ad una tua relazione, più o meno importante e significativa: coppia, lavoro, figli, genitori, suoceri, generi, fratelli, amici, fruttivendoli, parrucchieri, automobilisti, personaggi famosi, personaggi social, ecc.; come vedi la relazione può essere molto reale, intima e quotidiana o anche più immaginaria e in teoria ‘leggera’…
Pensa ad un episodio specifico: una lite col partner, un problema col figlio,un disappunto nel traffico o una foto su Instagram…
Individua cosa l’altro ha detto e fatto… Cerca di essere specifico e concreto descrivendo il comportamento ‘visibile’ dell’altro e non la tua interpretazione (che comunque esiste)…
Individua cosa tu hai provato e pensato… Qui puoi tirare fuori tutte le tue interpretazioni,i tuoi pensieri, i tuoi giudizi e tutto il corteo di emozioni che si portano dietro… Ad esempio: “ma come ha fatto l’altro a fare quello che ha fatto”? (pensieri)… “Provo rabbia, tristezza, confusione, sconcerto, ansia, preoccupazione, senso di colpa, delusione”… ecc. (emozioni)…
Nota cosa è successo tra voi e dentro di te per cui sei passato dal vedere cosa l’altro ha detto e fatto a fare quei pensieri e sentire quelle emozioni… Probabilmente questo è lo spazio della tua ‘ferita emotiva’: ciò a cui sei particolarmente sensibile e che ti genera queste reazioni che sono in te abbastanza tipiche… Tutti quanti noi abbiamo delle ‘aree sensibili’ che fanno scattare certe reazioni in modo ricorrente… Ad esempio: ti sei sentito umiliato o criticato o rifiutato o hai sentito di perdere il controllo (di te, dell’altro, della situazione) o ti sei sentito abbandonato o non ascoltato o non compreso o non riconosciuto nei tuoi bisogni o non rispettato per le tue emozioni o chissà cos’altro…
Tutti abbiamo queste ‘ferite che nascono dalla nostra storia, recente o antica’… tutti abbiamo vissuto eventi e abbiamo costruito relazioni che hanno lasciato in noi questa ‘sensibilità dolorosa o cicatrice’…
Ogni volta che scatta la ferita (magari a partire da ciò che l’altro ha detto e fatto), cerca di cogliere cosa sta succedendo dentro di te: emozioni, pensieri, sensazioni fisiche, ricordi, immagini…
Nota la ‘tua tendenza a reagire al solito modo’: tendi a incolpare l’altro, a giudicarlo; tendi a sentirti in colpa e criticarti; pretendi che l’altro sia diverso da come è, pretendi da te stesso di essere diverso da come sei…
Sono le tue ‘miserie’ in azione ma ciò non significa che tu sia ‘miserevole’ o debba condannarti per questo tuo modo di sentire, pensare e reagire… Sei semplicemente umano, sensibile, fallibile, imperfetto… come tutti quanti noi su questa terra…
Hai allora l’opportunità di trasformare la tua miseria nella tua meraviglia… Come?
Sviluppando ‘compassione verso di te’ innanzitutto… Come?
1. Riconosci che sei parte di un’umanità imperfetta. A tutti capita di fare errori e di reagire in modo ‘eccessivo. Tutti abbiamo la nostra personale ferita…
2. Accogli e accetta le tue reazioni, soprattutto le tue emozioni e i tuoi bisogni frustrati…
3. Sii gentile e comprensivo verso te stesso… In modo da ‘calmare e confortare il tuo dolore’… Puoi usare tutte le strategie sane e utili che sono a tua disposizione…

Lo so che è difficile: sviluppare compassione verso di sé (ancora più che verso gli altri) è un comportamento a cui non siamo abituati. Ma puoi iniziare sempre a sviluppare un’abitudine, semplicemente iniziando a praticare quel comportamento che potrà diventare abitudine…

Essere compassionevoli non significa farci andar bene tutto del nostro e dell’altrui comportamento; significa piuttosto predisporci ad affrontare meglio problemi, stress, frustrazioni, delusioni e sofferenza. Sviluppare compassione, verso sé come verso gli altri, ci permette di affrontare i problemi, i conflitti e le incomprensioni in modo più utile e proficuo. Tutti noi abbiamo la responsabilità di affrontare i nostri problemi e di scegliere in modo consapevole e utile… Farlo attraverso un atteggiamento compassionevole può fornire possibilità migliori per favorire il nostro benessere e la qualità delle nostre relazioni, quindi anche il benessere altrui…

La differenza

Oggi un esercizio breve breve e tanto potente.
Pensa ad una tua relazione importante: coppia, lavoro, amicizia, genitore-figlio, ecc.
Inizia a riflettere o addirittura ruminare su ‘cosa non va’ in questa relazione: bisogni frustrati, aspettative deluse, aspri conflitti, desideri inconciliabili, torti subiti, senso di ingiustizia, assenza di reciprocità, sentirti incompreso, non sostenuto, non rispettato, quasi ‘solo’ all’interno di questa relazione.
Nota quali emozioni scaturiscono da questi pensieri, più o meno ripetitivi; rabbia, tristezza, preoccupazione, disgusto, dolore, solitudine, sensi di colpa, sensi di inadeguatezza, impotenza, fallimento, vergogna, ansia, angoscia, disperazione, ecc.
Ora pensa alla stessa relazione e a ‘cosa va’ in questa relazione, in particolare focalizza la tua attenzione sui ‘momenti buoni’ tra voi, sulla disponibilità dell’altro, sulla sua premura e attenzione ai tuoi bisogni e desideri, sulla reciproca soddisfazione, sul sentirvi connessi, anche intimi a seconda della relazione, sull’altro comprensivo e gentile, supportivo, vicino.
Nota, quindi, quali emozioni scaturiscono da questa tua focalizzazione dell’attenzione: gioia, serenità, pienezza, amore, orgoglio, nutrimento, felicità, appagamento, entusiasmo, gratitudine, ecc.
E quindi?!
Due insegnamenti. Almeno due.
È importante individuare ciò che ‘non va’ e impegnarsi con azioni concrete a trasformare la frustrazione in soddisfazione (ogni scelta comportando un rischio)…
È importante imparare a focalizzare l’attenzione su ciò che ‘va’ per nutrirsene, per godere della soddisfazione che già è a disposizione nella relazione…
Almeno due insegnamenti. Aspetto i tuoi suggerimenti…

Tre flussi, tre lussi, tre pratiche per tutti

Negli ultimi anni, lo sviluppo di un sé compassionevole sta prendendo una posizione sempre più centrale e importante come dimensione curativa della psicoterapia.
In termini laici e concreti, la compassione è un assetto mentale fondamentale che sia il terapeuta sia il paziente possono ‘allenare’. Praticare per diventarne esperti.
La compassione è la sensibilità a cogliere la sofferenza, propria e altrui, per impegnarsi ad alleviarla.

La compassione si realizza in tre direzioni o flussi:
1. Da sé verso gli altri
2. Dagli altri verso sé
3. Da sé verso sé

Tre necessità basilari al servizio del proprio benessere, personale e interpersonale.

La compassione e l’autocompassione mitigano la voce del giudice interiore freddo e sprezzante che ci viene a trovare nei momenti di difficoltà per dirci che “sei fallito, incapace, il solito piagnone” o qualche altro complimento del genere con cui ‘vorrebbe incoraggiarci’… Ma finisce per affossarci ancora più giù…
La compassione, che sia per gli altri o dagli altri o da te verso te stesso, aiuta la persona a rispettare il suo dolore e anche ad impegnarsi per alleviarlo e superarlo. Impegnarsi al meglio possibile. Osservare il dolore, senza giudicarlo. Imparando ad accettarlo per quello che è. Anche perché quando lo accettiamo stiamo cambiando il nostro rapporto con la sofferenza in un modo che la riduce o la rende per noi più sostenibile.
Senza colpevolizzare e affossare la già affranta stima di sé e, al tempo stesso, invitando a prendersi la responsabilità di fare qualcosa per quel dolore, per accettarlo e trasformarlo, per andare oltre e, dopo il periodo difficile che si è dovuto affrontare, riprendere il cammino verso una vita di senso e di valore. Una vita guidata dai valori consapevolmente scelti: agire motivati da ciò che è importante per sé, per le proprie relazioni, quelle vicine e più in generale per l’umanità intera.
Praticare la compassione è impegnativo perché siamo abituati a praticare il giudizio. Siamo abituati a dare consigli prima di aver veramente ascoltato. Siamo abituati a dare consigli che partono dal nostro punto di vista invece che da un’accurata comprensione del punto in cui si trova l’altro e da cui percepisce e dà senso al mondo. E anche quando l’altro siamo noi stessi siamo abituati a riempirci di ciò che ‘dovremmo fare’ piuttosto che ad ascoltare veramente ciò sentiamo e ciò di cui abbiamo profondamente bisogno…
Per iniziare a praticare la compassione, quando ti trovi in una situazione difficile e dolorosa, puoi:
– Notare il tuo critico interiore in azione, quella voce interna giudicante e colpevolizzante che ti accompagna con rimproveri, critiche, svalutazioni… “Hai sbagliato, un’altra volta, come sempre”, “non sei mai all’altezza”, “sei sempre il solito…”, “non riuscirai mai…”, “altri al tuo posto ce l’avrebbero fatta…”
– Cercare di comprendere i motivi per cui il tuo critico interiore vorrebbe aiutarti, ma usa atteggiamenti, modi, parole e toni che non sono giusti per te…
– Esprimere al tuo giudice interiore gratitudine per le sue intenzioni, ma anche chiedergli di usare altri modi, toni e parole… Più gentili, calme, rispettose, amichevoli… “capisco che mi vuoi aiutare, ma in questo modo mi fai stare ancora più male”, “apprezzo la tua intenzione amorevole, ma in questo modo duro e rigido aggiungi dolore inutile al dolore inevitabile…”

Strano? Bizzarro?

Prova e vedi l’effetto che fa…

All’inizio potrebbe sembrarti effettivamente strano, bizzarro, folle oltre che assolutamente inutile… Ti invito a provare e continuare con fiducia… Notando gli effetti che ha sulla tua esperienza emotiva e sulle tue sensazioni corporee…

… Che tu possa sentirti sicuro e protetto, amato e stimato, libero e coraggioso…

Compagni di viaggio

Purtroppo siamo abituati ad essere i peggiori nemici di noi stessi. Forse non sempre e nemmeno spesso, forse sì. Forse è una generalizzazione eccessiva, forse no. Forse funzioniamo così, ma non sempre ce ne rendiamo conto.
Di fronte alle difficoltà quotidiane spesso siamo autocritici fino al disprezzo di noi stessi quando non riusciamo a raggiungere i nostri obiettivi. Quasi sempre siamo più comprensivi verso gli altri che vivono le nostre stesse esperienze o avversità. Ma trattiamo male noi stessi per non essere all’altezza di ciò che pretendiamo di dover essere.
Forse non è sempre così, probabilmente però ciascuno di noi si è trovato in questo stato d’animo in cui, invece che sostenerci e incoraggiarci, ci buttiamo ancora più fango addosso e sprofondiamo nella vergogna, nel senso di colpa, nella svalutazione di noi stessi fino a sentirci falliti che non meritano altro che miseria. A volte arriviamo a forme, più o meno consapevoli e più o meno intense, di autopunizione e autolesionismo. Mi riferisco anche alle varie forme di abuso di sostanze (droghe, tabacco, alcol, cibo) e alle dipendenze comportamentali (gioco d’azzardo, Internet e social media, shopping compulsivo, dipendenza da pornografia, ecc.) in cui, in modo quasi sempre inconsapevole, usiamo tali comportamenti come tentativi di automedicazione del dolore emotivo, evidentemente tentativi che non solo non risolvono, ma finiscono per amplificare il dolore e i vissuti di fallimento.
Insomma, è importante rendersi conto di cosa viviamo e di come ci trattiamo, spesso aggiungendo sofferenza ulteriore al dolore originario.
Forse è il momento, proprio ora, e da ora in poi, di cominciare a trattarti in un altro modo.
Sei sempre con te stesso… Allora è il caso che ti alleni a trattarti bene…
Come?
Sviluppando la compassione ovvero la sensibilità alla sofferenza propria e altrui. Non pena né vittimismo né deresponsabilizzazione. Piuttosto il desiderio profondo di alleviarla concretamente con un impegno quotidiano. Magari anche prevenirla rispetto ad una futura situazione.
In tre direzioni, come ci insegnano diverse pratiche orientali e occidentali (Gilbert, Neff, Salzberg, Tich Nath Hanh, tanto per invitarti a qualche approfondimento pratico):
1. Verso gli altri
2. Verso se stessi
3. Dagli altri
Esistono diversi metodi e percorsi per sviluppare la compassione. Anche in psicoterapia si può imparare a sviluppare il sé compassionevole…

Buon viaggio…

Apri la finestra per passare dalla miseria alla meraviglia

Ormai anche su Marte si è sparsa la voce. A febbraio è uscito ALICE NEL PAESE DELLE MISERIE, un mio libro di crescita personale, pieno di esercizi e attivazioni al servizio della tua vita meravigliosa.
Per chi sta già leggendo il libro e per chi potrebbe iniziare a farlo. E per chi lo scrive giorno per giorno: sostanzialmente tutti noi impegnati a vivere cercando di mettercela tutta, che inciampiamo in qualche miseria e che siamo chiamati a trasformarla in meraviglia.
Nel libro elenco alcune miserie che altro non sono che modi di pensare e agire, tipici dell’essere umano, dell’essere umani e che ciascuno di noi pratica più o meno assiduamente. Non tutte, non sempre, ciascuno di noi incappa nelle sue ‘preferite’. Ad esempio, voler controllare l’incontrollabile, tra cui in primis voler cambiare le altre persone; incamminarsi su sentieri impossibili di perfezionismo e onnipotenza o toccare il fondo dell’impotenza assoluta percepita; difficoltà a dire no agli altri e conseguentemente sì a se stessi; farsi trascinare dalle esigenze degli altri fino a farci rubare il tempo; vivere nella colpa vittimistica; pretendere che il mondo sia ai piedi dei nostri desideri, voler tutto e subito, e altre miserie ancora della nostra umana esperienza.
Ti suggerisco un esercizio per aprire una finestra di consapevolezza… Se scrivi su carta, la luce che vedrai dalla finestra sarà più chiara e luminosa…

Hai fatto un’esperienza, ti è successo qualcosa, hai incontrato persone forse, c’è stato uno scambio di azioni e reazioni, hai vissuto certe emozioni, fatto certi pensieri. Insomma ti è capitato di trovarti in una situazione specifica, in un posto, in un tempo, da solo o con qualcuno, ecc. Ecc…. Prova a descriverla: dove, quando, cosa, chi, come, perché…
Da questa esperienza avrai imparato certamente qualcosa… Che ti invito a scrivere…
Come cambia il mio modo di pensare, percepire e considerare le cose, le persone, me stesso, i miei rapporti a partire dal nuovo insegnamento? A domanda ti invito a rispondere…
Come può essermi utile ciò che ho imparato in modo da tradurlo in azioni quotidiane nuove, comportamenti diversi da quelli che ho sempre adottato e che mi hanno portato ad avere i problemi che ho? Qui puoi scrivere veramente molto…
Cosa mi impedisce di tradurre in pratica ciò che ho imparato? Paure? Resistenze? Abitudini? Sensi di colpa? Credenze di non esserne capace? Timore delle conseguenze? Qui puoi proprio sbizzarrirti nello scrivere risposte utili alla tua consapevolezza…
Quale miseria è entrata in azione? Voglio cambiare senza cambiare? Voglio che siano gli altri a fare ciò che dovrei fare io? Sono estremamente autocritico fino a bloccarmi? Sto alimentando la mia sofferenza invece che accettare il mio dolore per alleviarlo? Sono incapace a conoscere le mie emozioni ed esprimere i miei bisogni in modo utile?
Come posso affrontare questi ostacoli al cambiamento? Come posso trasformare le mie miserie nelle mie meraviglie? Buon divertimento: più ti ascolti e rifletti, più scrivi e diventi consapevole, maggiore sarà l’utilità per te di questo esercizio che ti auguro di fare con attenzione…
La miseria delle miserie probabilmente è quella che qualcuno chiama la ‘verità del piffero’ della crescita personale: vogliamo sentirci sereni e felici continuando a pensare, sentire e agire in quei modi che ci portano quotidianamente a sentirci inquieti e infelici.
La meraviglia può nascere quando smettiamo di darci la colpa o di dare la colpa agli altri di ciò che ci è successo e cominciamo ad agire in prima persona, con consapevolezza e responsabilità, con coraggio nonostante la paura, per fare qualcosa di diverso dal solito in direzione di mete desiderate che per noi hanno senso e valore profondi per la persona che vogliamo essere e la vita che vogliamo vivere.

Last but not least, come dicono su Marte, puoi acquistare (anche per regalarlo) ALICE NEL PAESE DELLE MISERIE direttamente su youcanprint.it o su Amazon o anche in ogni libreria, sempre su ordinazione. Ci vuole qualche giorno prima che arrivi in modo tale da farti assaporare appieno il gusto della lettura… Grazie 🤗

L’approdo

Esiste un approdo infelice eppure spesso necessario. Quello di imparare a dire “è andata così”. A volte siamo impotenti, non riusciamo, malgrado numerosi multiformi tentativi, ad avvicinare la realtà ai nostri desideri. Non riusciamo: noi universale! E che dobbiamo fare?
Qualcosa dobbiamo fare… Quello che possiamo fare. In tre passaggi.
1. Riconoscere e attraversare le emozioni connesse all’approdo infelice. Frustrazione. Delusione. Rabbia. Senso di ingiustizia. Dolore. Tristezza. Senso di colpa. Dispiacere. Impotenza. Preoccupazione. Ecc.
2. Cogliere il senso di ciò che queste nostre emozioni ci stanno segnalando. Le nostre emozioni ci comunicano i nostri bisogni insoddisfatti e ci invitano a prendercene cura. Non per una loro realizzazione completa e totale (impossibile), ma per una ‘soddisfazione sostenibile’… Accontentarsi? No! Piuttosto saper godere di quanto appartiene alla nostra vita.
3. Cogliere nell’approdo un arrivo temporaneo e quindi, soprattutto, un nuovo punto di partenza. Se devo accettare che “è andata così”, cosa scelgo di fare, ora e da ora in poi?!
Sempre consapevole della nostra direzione dal paese delle miserie al paese delle meraviglie…

Cosa puoi imparare attraverso una psicoterapia

Come saprai, la psicoterapia è uno strumento importante per prendersi cura del proprio malessere emotivo, fisico e interpersonale e per promuovere il benessere di corpo, mente e spirito. Saprai anche che non è la soluzione di tutti i mali emotivi e relazionali ovvero non è una bacchetta magica per eliminare dolore e sofferenza dalla propria vita e dalle proprie relazioni.
A ciascuno di noi, anche ogni giorno, la vita presenta quote più o meno grandi di frustrazione e delusione, stress e angosce, perdite e fallimenti. È parte del vivere quello di dover affrontare eventi difficili ed emozioni dolorose, altrimenti saremmo robot o qualcosa del genere.
È importante chiarire questo a se stessi, soprattutto chiarire le proprie aspettative rispetto ad un magico mondo pieno di felicità…
L’aspettativa fondamentale che ci può guidare nella nostra vita quotidiana è quella di imparare ad affrontare l’inevitabile… Quindi la psicoterapia può essere un’esperienza e uno strumento in tale direzione ovvero per imparare a:
– essere consapevoli che la sofferenza è parte dell’umano vivere e che non possiamo evitare che ogni tanto ci vengano a trovare emozioni dolorose quali paura, tristezza, rabbia, senso di colpa, vergogna, ecc.
– avere fiducia in noi stessi e negli altri come strumenti di rassicurazione, conforto e contenimento del dolore
– affrontare concretamente i momenti difficili
– usare strategie mentali, emotive e comportamentali per accettare il dolore che non si può eliminare, per modularlo, per tollerarlo e lasciarselo alle spalle
– promuovere emozioni positive di calma, relax, sicurezza, gratitudine e gioia
– dedicare il proprio tempo e le personali energie a creare una vita consapevolmente guidata dai propri valori nonostante il dolore che non possiamo cambiare.
Quello che resta è una possibile strada, ciascuno può trovare la sua, verso la felicità…