La lettera del bambino ferito

Uno dei passaggi più frequenti in ogni terapia o nel percorso di crescita personale è quando la persona viene invitata a “dialogare in immaginario” con le persone che l’hanno ferita o a “scrivere loro una lettera”.

La lettera potrà o meno essere effettivamente recapitata al destinatario, è la parte meno importante. Ciò che è fondamentale è la possibilità, che forse per la prima volta la persona si concede, di dare voce al suo bambino ferito. Di esternare i propri vissuti da troppo tempo soffocati. Di scrivere una o più lettere, ad una o più persone.

È importante che la lettera parli col Tu. Può essere rivolta a uno o entrambi i genitori, può essere rivolta a qualcuno responsabile di atti violenti o a chiunque abbia provocato un qualche tipo di dolore alla persona. Solitamente è la lettera del bambino ferito che si rivolge ai genitori per quello che gli hanno fatto mancare e per quello che gli hanno fatto patire.

Da sottolineare: non è un processo di attribuzione di colpe; probabilmente, soprattutto in molti casi di lettera rivolta ai genitori, chi ci ha fatto del male… lo ha fatto in buona fede, probabilmente da una posizione di “adulto guidato internamente dal suo bambino ferito…”.  Non serve a cambiare il passato, non serve a cambiare le altre persone al presente, non serve a cancellare magicamente la sofferenza. È parte di un processo interiore attraverso cui la persona sta recuperando una prospettiva più ampia, comprensibile e sostenibile di ciò che le è accaduto. Serve a recuperare il senso della propria storia e del proprio dolore e anche il valore e l’integrità di sé come persona, soprattutto nel riconoscere quanto è stata “abusata emotivamente” (se non fisicamente), quanto era assolutamente non colpevole di ciò che le stava accadendo; abusata spesso da chi avrebbe dovuto proteggerla, accudirla, sostenerla, guidarla verso una piena realizzazione di sé.

Se è sterile attribuire ora delle colpe, se non serve a cambiare nei fatti ciò che è avvenuto, il valore di questa lettera di rivisitazione di certi accadimenti serve alla persona che la scrive per “scaricare ed elaborare”, “per dare senso a ciò che per troppo tempo sembrava non averlo”, “per cercare significati per troppo tempo nascosti o celati a se stessi”, per evidenziare chiaramente, prima di tutto a se stessi, come ci si è sentiti in relazione al comportamento dell’altro, cosa abbiamo sofferto di fronte a quanto di “sbagliato” l’altro ha fatto; per tirare fuori la tristezza, la paura e la rabbia; l’impotenza e il senso di tradimento; il vuoto e la solitudine; l’assenza dove avrebbe dovuto esserci la protezione, la frustrazione di quanto di più importante la persona aveva bisogno. Nel caso di lettere riferite dal sé bambino (quasi sempre sono di questo tipo) quanto quel bambino impotente ha dovuto subire di fronte al tradimento dei grandi e come “ha imparato a cavarsela pieno di dolore, solitudine e rabbia”.

A cosa serve effettivamente? Comincia a scrivere …

  • quando tu hai fatto … io mi sono sentito
  • quando tu facevi … io provavo …
  • quella volta in cui… io ho vissuto un grande dolore… vuoto… solitudine
  • ogni volta che tu… io …

E via liberamente… libera-mente…

Mille lacrime. Per superare quel dolore che tende a tornare

Ecco una traccia per un lavoro con la propria ferita, traccia da seguire quando ti senti di trasformare il tuo dolore e liberarti della tua sofferenza. Quando ti senti di tirare fuori l’ultima lacrima delle mille che ogni dolore profondo porta con sé …

Questa traccia percorre un ponte tra le situazioni che ti fanno soffrire oggi e quelle originarie di sofferenza in cui hai imparato ad essere sensibile a certi fatti ed esperienze.

Individua una esperienza dolorosa del passato, più o meno remoto, infantile, ma non necessariamente, di cui puoi avere un ricordo nitido (come fosse ieri) o più vago (la nostra memoria a volte riesce a proteggerci dal dolore con l’oblio). Può essere un’esperienza singola, un episodio specifico o piuttosto una serie di esperienze ripetute che si assomigliano. Ad esempio, può essere una perdita di una persona cara (per morte o separazione) o può essere il ricordo di come i genitori ti educavano e/o ti facevano rispettare le regole e/o ti punivano. Può essere un episodio in cui ti sei sentito umiliato, ad esempio un’esperienza di bullismo, o una serie di esperienze simili tra loro che hai vissuto come fallimenti, autosvalutazioni, senso di inadeguatezza, impotenza, paura, rabbia.

Individua quando, ancora oggi, ti capita di sentirti così, come ti sei sentito a quel tempo. Possono essere circostanze attuali, nei più svariati ambiti della tua vita, al lavoro e in famiglia, con gli amici o in esperienze solitarie, in cui torni a sperimentare quello che hai vissuto allora: senti qualcosa di simile a ciò che vivesti allora, pensi come pensasti, agisci come facesti all’epoca o tendevi a fare in quelle occasioni “dolorose” o “traumatiche”. Ad esempio, ogni circostanza attuale in cui una persona importante “si allontana da te”, tu tendi a vivere “un’angoscia di abbandono” simile a quando in passato vivesti “quella” perdita significativa. Ogni episodio di aggressività o sopraffazione attuale, che ti riguardi direttamente o meno, ti riporta comunque allo stesso “vissuto angosciante” di quando tua madre ti “rimproverava” severamente o tuo padre ti “umiliava” picchiandoti.

Nota quello che successe o spesso succedeva allora, che ha creato la tua sensibilità a certi temi ed eventi: perdita, separazione, abbandono, violenza, sopraffazione, giudizio, critica, fallimento, esclusione, isolamento, ecc. … Nota “chi” faceva “cosa”; cosa facevi tu, cosa provavi, cosa pensavi, di cosa avevi bisogno …

Nota quello che succede oggi, i fatti reali e come tendi a viverli ripresentando a te stesso il vissuto della vecchia ferita. Nota “chi” fa “cosa”; cosa fai tu, cosa provi, cosa pensi, di cosa hai bisogno …

Nota quali bisogni avevi allora e cosa hai fatto per tentare di soddisfarli… cosa hai fatto per rassicurarti dalla paura… per proteggerti dal pericolo… per consolarti dalla solitudine… per lenire il tuo dolore … per contenere la tua angoscia… per governare la tua rabbia …

Nota quali bisogni hai ora e cosa puoi fare per soddisfarli … per affrontare la situazione “da una posizione adulta” … per esprimere i tuoi pensieri e le tue emozioni in modo utile…

Per quanto la tua sensibilità attuale “assomigli” molto a quello che hai vissuto e hai imparato a vivere in passato, tu oggi sei un adulto, “diverso” dal bambino ferito che ti porti dentro, un adulto con maggiore consapevolezza di sé ed esperienza del mondo, con la possibilità di attribuire significati diversi alle cose che accadono, con la capacità quindi di vivere certe esperienze in modo emotivamente meno drammatico, doloroso o traumatico, con maggiori risorse personali e strategie per fronteggiare il ripresentarsi di certi scenari dolorosi, che oggi comunque possono risultare per te più sostenibili e affrontabili…

Oltre il dolore persistente che tende a ripresentarsi…

Verso un nuovo sé capace di “attraversarlo” senza farsi distruggere!!!

L’abuso e la cura

I disturbi della personalità e molti tra i più gravi sintomi psicologici e psicosomatici in generale sono l’espressione dell’adattamento che la persona ha trovato ad una storia di relazioni stressanti, spesso a partire da relazioni precoci traumatiche; la soluzione, anche se disfunzionale, per padroneggiare lo stress/ trauma emotivo e interpersonale; le strategie che la persona fin da bambino ha adottato per governare qualcosa di emotivamente troppo grande e potente da gestire per cercare di non esserne turbato profondamente.
La persona, bambina, è stata sopraffatta da situazioni più grandi di lei, imprevedibili, emotivamente soverchianti, perciò ingestibili per le risorse limitate di un bambino che a volte ha subito un vero abuso sessuale, spesso da persone vicine, altre volte ha subito un abuso sotto forma di violenza fisica, altre ancora ha dovuto confrontarsi con modalità di relazione e trascuratezza che possono ben definirsi come “abuso psicologico o emozionale”.
Queste diverse forme di abuso e di incapacità genitoriale di prendersi cura in modo adeguato del figlio (di proteggerlo, amarlo, guidarlo, sostenerlo, aiutarlo a costruire una sana autostima, ad avere fiducia negli altri e a trovare senso e valore alla vita) hanno lasciato ferite profonde difficili da rimarginare. In particolare, hanno ostacolato l’apprendimento da parte del bambino di sane capacità di auto-rassicurazione e auto-regolazione emotiva utili per affrontare momenti stressanti, frustranti e dolorosi che la vita ci presenta. Crescendo, quel bambino poi adolescente quindi adulto, avrà trovato altre soluzioni “patologiche” per lenire i suoi dolori, affrontare gli stress quotidiani e le delusioni affettive. Nei momenti di difficoltà, frustrazione e delusione, invece che accedere a sane risorse interne di autoconsolazione e autoconforto, invece di cercare adeguato supporto affettivo tra parenti e amici, tenderà ad utilizzare modalità distorte e francamente malate per far fronte a quelle emozioni dolorose, intense, sovrastanti. Se nessuno gli ha insegnato qualcosa di buono avrà probabilmente trovato qualche sistema per cavarsela in contatto col suo dolore, avrà trovato purtroppo comportamenti problematici e sintomatici come tentativi fallimentari per gestire il dolore, comportamenti disfunzionali tra i più disparati: dipendenze e compulsioni varie, comportamenti alimentari disturbati, atti autolesivi come modo per sentire dolore fisico al posto di quello emotivo oppure autolesionismo per sentire i confini del corpo, sessualità abnorme, comportamenti pericolosi e violenti, sintomi dissociativi, ecc.
Queste diverse forme patologiche in terapia forniscono un “canale di accesso” fondamentale per rivisitare, comprendere, elaborare e “risolvere” la storia traumatica della persona. Quello che la persona sperimenta oggi offre un “ponte” per curare le ferite antiche, per riprendere contatto col bambino solo, “abusato”, ferito, addolorato che ancora vive nell’adulto e che ha bisogno di essere “curato” come non è stato possibile al tempo. Nella relazione terapeutica accogliente e “riparativa”, il paziente può finalmente “chiudere i conti” col suo passato doloroso e riprendere la strada di uno sviluppo felice interrotto o forse mai iniziato…

Fotogram e la migliore approssimazione possibile alla felicità

Oggi fotografiamo tutto e spesso non viviamo niente. Chissà cosa ci resta “dell’esperienza vissuta rispetto a quella fotografata?” Anche perché le foto possono essere molto potenti… Sarà capitato anche a te di vedere vecchie foto e avere un’illuminazione. Se non è così ti invito a riprendere qualche vecchio album. Quelli con le foto stampate su carta, tanto tanto tanto tempo fa, che forse hai visto innumerevoli volte e che proprio ora riesci a vedere come non avevi mai visto.
Le foto sono, contengono, esprimono la tua biografia.
Spesso al paziente chiedo di portare vecchie foto in seduta… Per poterci lavorare… Infatti, la persona in psicoterapia, in qualche modo, racconta la sua autobiografia. Chi in modo ordinato e sequenziale, chi in modo sparso e confuso, ogni persona racconta la storia della sua vita, attuale, recente o anche molto antica. Per certi versi, la sofferenza psicologica e somatica che ha portato la persona a chiedere aiuto è solo il pretesto per cercare, attraverso un percorso di esplorazione e comprensione di se stesso, un senso alla propria vita, un valore alla propria storia, una forma alla propria identità.
“Chi sono?” è la domanda latente. “Come sono arrivato fin qui?” è un’altra domanda, anch’essa più o meno consapevole, che porta l’individuo ad inserire se stesso all’interno di una cornice più ampia in cui i rapporti interpersonali significativi sono la matrice da dove è emersa la personalità del soggetto con tutte le sue modalità di stare al mondo, i suoi modi di pensare e agire, le sue strategie per “cavarsela”.

Ciascuno di noi, nel bene e nel male, nelle risorse e nei limiti, è quello che è per come lo è diventato a partire dalle sue caratteristiche temperamentali, dalle esperienze precoci di formazione affettiva, dagli incontri successivi e dal modo in cui ha ingoiato, digerito, metabolizzato, fatto proprio tutto questo bagaglio esperienziale. Le foto possono essere un canale di accesso privilegiato a questa trama del mondo interno sviluppato nel tempo e nelle relazioni.
In particolare, immersa nelle immagini fotografiche e, soprattutto, nelle sue immagini interiori, la persona arriva gradualmente ad attraversare una foresta di emozioni (rabbia, paura, dolore, meraviglia, entusiasmo, ecc.) da cui emerge con una comprensione più luminosa e illuminata del senso e del valore della sua personalità intesa come una strategia che anticamente ha trovato e progressivamente ha affinato per adattarsi alle circostanze di vita che le sono capitate.
Inoltre, capisce come, da un certo momento in poi, in modo sempre più attivo, essa stessa abbia contribuito a creare le condizioni materiali ed affettive all’interno delle quali è cresciuta, per arrivare, quindi, a realizzare che quello che vive oggi, nella sofferenza e nella gioia, è in una certa misura scelto, “attivamente” scelto, anche se non sempre nella piena consapevolezza.
Quello che ha “scelto” è quello che le ha permesso di sopravvivere. Quello che sceglie oggi, in fondo in fondo in fondo, è proprio quello che vuole. Per sopravvivere, per cavarsela, per trovare il suo posto nel mondo. Per rendere reale il suo potenziale, per realizzare la persona che è…
Per molte persone, sopratutto all’inizio del percorso terapeutico, questo pensiero non è di facile assimilazione, soprattutto perché “appropriarsi della volontà della scelta” toglie alla persona alcuni alibi, scuse, giustificazioni, colpevolizzazioni e vittimismi che in qualche misura la alleggerirebbero dal farsi carico con consapevolezza e responsabilità di come “cavarsela” da adesso in poi. Quando la persona ha veramente fatto propria questa visione della sua storia di vita, ieri e da oggi in poi, allora riesce ad ampliare il senso di possibilità a sua disposizione per avvicinarsi il più possibile alla vita che desidera e alla persona che vuole essere. Alla migliore approssimazione possibile alla felicità.

Quando lo hai imparato e a cosa ti è servito…

Molta parte della SOFFERENZA PSICOLOGICA deriva da una storia di TRAUMI INTERPERSONALI, una storia di vita caratterizzata da figure di riferimento, genitori in primis, che non hanno adeguatamente protetto, accudito, sostenuto, guidato, aiutato il bambino a dare senso alle esperienze. Sulla “BASE INSICURA” di queste carenze relazionali e affettive, la persona non ha potuto sviluppare un’adeguata capacità di PENSARE in modo sano e realistico né una capacità di regolazione delle EMOZIONI né la capacità di adottare COMPORTAMENTI efficaci alla soddisfazione dei propri bisogni e alla realizzazione degli obiettivi personali di vita.
Un modello di psicoterapia che lavora specificamente sui traumi, sia quelli legati ad esperienze devastanti di stress estremo (abusi, catastrofi, terremoti, incidenti a rischio mortale, lutti innaturali, ecc.) sia quelli legati ad una storia di vita interpersonale traumatica caratterizzata da una traumatizzazione relazionale costante, è l’EMDR, un intervento di Desensibilizzazione e Rielaborazione dei traumi.
I traumi possono essere stati evidenti e chiaramente ricordati dalla persona oppure essere meno eclatanti, ma parimenti devastanti, anche perché spesso restano nascosti in una sorta di “memoria traumatica silente”.
Un modo per andarli a scovare, con delicatezza e determinazione allo stesso tempo, soprattutto quelli che originano nella storia di relazioni affettive problematiche, per poterli quindi affrontare nel contesto sicuro della relazione terapeutica, è quello di seguire una semplice domanda, anzi due: QUANDO HAI IMPARATO a pensare quello che pensi, a sentire quello che senti, a fare quello che fai? A COSA TI È SERVITO?
Prova a farlo come esercizio di auto-esplorazione personale, mettendoci i tuoi contenuti… I tuoi pensieri che ti creano problemi, le tue emozioni dolorose, i tuoi comportamenti inefficaci e disfunzionali… Ad esempio…
Quando hai imparato ad aver paura di sbagliare? A cosa ti è servito?
Quando hai imparato ad evitare invece di affrontare? A cosa ti è servito?
Quando hai imparato a sentirti colpevole?
Quando hai imparato a sentirti inadeguato e non all’altezza?
Quando hai imparato a sentirti indegno e non amabile?
Quando hai imparato a compiacere gli altri e sottometterti?
Quando hai imparato a dover essere perfetto e ineccepibile?
Quando hai imparato ad autosvalutarti e sentirti inferiore?
Quando hai imparato a sentirti escluso e diverso dagli altri?
Quando hai imparato a sentirti fragile, debole e vulnerabile?
Quando hai imparato a farti schiacciare e invadere dagli altri?
Quando hai imparato a tenere tutto sotto controllo?
Quando hai imparato ad essere sempre insoddisfatto?
Quando hai imparato ad isolarti dagli altri?
Quando hai imparato ad essere diffidente e aggressivo?
Quando hai imparato a dirti che non vali niente e tutti sono migliori di te?
Quando hai imparato a dirti che non ce la fai né ce la farai mai?
Quando hai imparato a non permetterti piaceri e divertimento?
Quando hai imparato a sentirti vittima della volontà altrui e privo della capacità di scegliere autonomamente?
QUANDO HAI IMPARATO E A COSA TI È SERVITO?

Le domande che ti ho suggerito già potrebbero esserti utili, ma sono comunque solo uno spunto iniziale. Impara a cercare tra le pieghe nascoste dei tuoi tipici, ripetitivi modi di pensare, sentire, agire, creare relazioni…
Se cerchi le risposte a queste domande o ad altre per te più efficaci e sensibili, avrai già un ottimo punto di partenza per PRENDERTI CURA DELLE TUE FERITE DOLOROSE …

Ri-Costruzione

Un passaggio importante in un percorso psicoterapeutico è la RICOSTRUZIONE CONDIVISA, tra paziente e terapeuta, della forma o SCHEMA del disturbo che porta il paziente, un ragionamento condiviso su come sta funzionando il paziente, su cosa genera la sua sofferenza, per sviluppare ragionamenti utili su come attivare un cambiamento verso la guarigione.
L’idea primaria che guida questa ricostruzione è aiutare il paziente a trovare un SENSO alla sua SOFFERENZA che spesso, invece, la persona percepisce come priva di senso, solamente fonte di malessere e addirittura contraria ai suoi scopi e valori. Attraverso una serie di DOMANDE mirate, a loro volta guidate dalle RISPOSTE che il paziente propone di volta in volta, la persona rintraccia i MOTIVI della sua condotta e trova SPIEGAZIONI che possono alleviare immediatamente la sofferenza o perlomeno permettere un maggiore senso di COMPRENSIONE e PADRONANZA di quello che sta succedendo nella sua vita.
In particolare, la persona arriva a comprendere che i suoi comportamenti, anche quelli più strani e sofferenti, estremi o apparentemente privi di senso, hanno un SIGNIFICATO ben preciso rispetto alla soddisfazione di certi suoi BISOGNI. Secondo un principio per cui quello che FACCIAMO è quello che SCEGLIAMO perché in qualche modo, anche se a volte sembra improponibile, è proprio quello che VOGLIAMO. Le nostre azioni sono considerabili sempre, in qualche senso, le MIGLIORI SOLUZIONI POSSIBILI per noi al momento per cercare di ottenere la soddisfazione dei nostri bisogni e la realizzazione di qualcosa di importante per noi. Consapevoli che non possiamo sempre avere tutto, che a volte o spesso dobbiamo ACCETTARE quello che non riusciamo ad accettare, che accettare non vuol dire rassegnarsi, ma cercare UN’ALTRA SOLUZIONE, diversa da quella perfettamente corrispondente ai nostri desideri. Anche quando ci sentiamo obbligati ad agire in un unico modo che percepiamo l’unico possibile o quando ci sentiamo vittime degli altri che ci obbligherebbero ad agire secondo i loro desideri, è fondamentale mantenere il senso ed il valore della nostra LIBERTÀ e RESPONSABILITÀ delle SCELTE che compiamo. Riconoscere questo, riconoscere che cerchiamo di agire trovando soluzioni ai conflitti con gli altri e dentro noi stessi, ci permette di superare quel senso di rassegnazione, passività e impotenza e di recuperare un SENSO di POTERE, un senso di essere agenti “CAUSALI” della nostra esperienza di vita.
Fuori da un contesto terapeutico, può essere utile come esercizio quotidiano di consapevolezza personale fare questa operazione di domande e risposte che si alimentano a vicenda per tentare di comprendere il senso di certe nostre azioni, anche quando sembra proprio che non abbiano senso… Potresti, ad esempio, cominciare col chiederti a cosa ti serve quello che fai… Che funzione svolge… Cosa ti dà… Cosa succede se non lo fai… Da quando hai cominciato ad agire in quel modo… Quando lo hai imparato… Da chi lo hai appreso…
Già da queste poche domande può scaturire una serie di tue risposte che, da una parte, ti offrono maggiore chiarezza della tua situazione e, dall’altra, stimolano la ricerca di nuovi significati per comprendere come ti comporti e cosa vorresti, potresti e dovresti cambiare per raggiungere obiettivi, scopi, bisogni e desideri.

Dal congelamento ad un posto al sole: il percorso terapeutico

Quando un bambino vive un’esperienza di spavento, dolore, vergogna, vive emozioni molto intense e negative che non riesce a gestire da solo. Ha bisogno di qualcuno grande che lo aiuti a contenere queste emozioni, che lo rassicuri e lo conforti, che lo aiuti a dare senso a ciò che è accaduto in modo tale da attraversare quella esperienza emotiva senza troppi danni e dolori o meglio come un’esperienza che attraverso l’emotività intensa e il caldo rassicurante conforto di qualcuno amorevole può permettergli di imparare a governare la situazione e a cavarsela al meglio in situazioni simili che potrà incontrare in futuro. In tal modo il bambino, attraverso esperienze ripetute di ricevere conforto e rassicurazione di fronte a paura e dolore, può progressivamente sviluppare un senso di sé sicuro, forte, amabile e capace di controllare, prevedere e governare le situazioni future.

Purtroppo a volte succede che la base sicura cercata e attesa dal bambino non sia affatto presente o sicura. A volte i genitori sono incapaci di sintonizzarsi sulle emozioni e sui bisogni del bambino, non solo genitori palesemente disturbati (alcolisti, depressi gravi, dipendenti da sostanze, con psicopatologie estremamente invalidanti), ma anche genitori sufficientemente adeguati che possono a volte non riuscire a svolgere quella funzione fondamentale di accoglienza, sintonizzazione emotiva, contenimento, rassicurazione, conforto e guida. In tali evenienze gli effetti sul bambino possono essere i più svariati e dipendono da numerosissime variabili: ferma restando una componente genetica costituzionale di sensibilità personale del bambino a certe esperienze ed emozioni, è importante l’età del bambino, il tipo di esperienza dolorosa o paurosa, la frequenza in cui questa mancata sintonizzazione avviene, l’intensità dell’esperienza vissuta, la possibilità per il bambino di accedere ad altre risorse, esperienze positive o negative successive nell’infanzia e nell’adolescenza, ecc.. Gli esiti sullo sviluppo potranno così cambiare e andare da generici problemi di autostima e sicurezza in se stessi fino al crearsi di un terreno fertile per lo sviluppo di patologie psichiche di diversa gravità e intensità.

La psicoterapia, pur nella diversità delle storie di vita di ciascun individuo, cerca di portare la persona a riprendere contatto con esperienze dolorose dell’infanzia e dell’adolescenza per “rielaborarle” cioè per aiutare la persona a sciogliere nodi emotivi rimasti da troppo tempo congelati, per recuperare un senso degli eventi che non si esaurisca nella semplice, quanto sterile, colpevolizzazione di qualcuno, per sviluppare convinzioni su di sé maggiormente positive che vadano a sostituire quelle anticamente interiorizzate e caratterizzate da un senso di sé non amabile, non degno di protezione, senza valore, non importante.

Attraverso il lavoro terapeutico di rielaborazione profonda, l’esperienza originaria traumatica si trasforma in “resilienza” ovvero nella capacità di “riparare il danno”, di resistere e superare vecchi traumi sviluppando risorse, forza e abilità concrete di adattamento, soluzione dei problemi e riorganizzazione di fronte alle difficoltà.