Auto-istruzioni per l’auto-efficacia

Quando il capo ce l’ha con te e tu ti senti perseguitato e trattato ingiustamente…

Quando quel colloquio di lavoro (o quell’esame) non è andato bene e tu ti senti triste e preoccupato…

Quando sei stato lasciato e ti senti sotto ad un treno…

Quando il tuo amico ti ha accusato di essere solo un egoista e ti senti una merda…

Quando nonostante i tuoi sforzi non riesci a dimagrire e ti senti scoraggiato…

Quando tua figlia non ti parla da una settimana e ti senti crollare il mondo addosso…

Quando hai fatto un lavoro eccellente, ma per te non è abbastanza e sei amareggiato e deluso…

Quando hai perso il lavoro e ti senti un fallito…

Quando ti hanno preso a parolacce e sei arrabbiato…

Quando …

… Cosa puoi dirti per “governare” l’emozione che provi e adottare un comportamento per te utile ad affrontare la situazione?

Tra i fatti e le tue reazioni (cosa provi emotivamente e cosa fai) ci sono i tuoi pensieri, le parole che dici a te stesso (dialogo interiore), il modo in cui interpreti ciò che è accaduto. E questo filtro personale può essere per te più o meno utile nel tuo rapporto con la realtà e più o meno buono per governare le emozioni che provi. Spesso, purtroppo, questo dialogo interiore è pieno di pensieri e parole negativi (non è giusto, ce l’hanno tutti con me, sono una vittima, sono sfortunato, sono incapace, è solo colpa mia, non valgo niente, la vita fa schifo, questo è ciò che merito, resterò solo, ecc.).
Allora ti suggerisco un esercizio: identifica queste parole che usi per auto-distruggerti o comunque per vivere negativamente la situazione … E scrivile…
E riscrivile … Trova nuove parole e nuovi pensieri che possano veramente aiutarti a superare il momento difficile, a trovare le risorse, a placare il tuo dolore, ad aprirti la strada verso azioni più efficaci… Ad esempio: ho solo fatto un errore… Non posso piacere a tutti… Da questa esperienza dolorosa posso imparare la lezione… Io non sto al mondo per fare contenti gli altri… Posso impegnarmi di più senza rinunciare… È tosta, ma è anche vero che morto un papa se ne fa un altro… Chi mi offende offende se stesso… Posso dire no senza sentirmi egoista… Posso sempre chiedere di fare chiarezza rispetto a ciò che è successo…
Trova dunque le tue personalissime e specifiche auto-istruzioni per essere efficace… E vedi l’effetto che fa su di te… Su ciò che provi… Su ciò che pensi… Su ciò che fai…

La soluzione al falso problema dell’autostima

Esistono infiniti modi per abbassare la propria autostima. Basta che pensi a tutti i motivi per cui tu non sei proprio come vorresti essere. Tu non sei esattamente corrispondente al tuo ideale. Tu non sei perfetto. E siccome nessuno è perfetto (o tutti lo siamo a seconda di ciò a cui vuoi credere) tanto vale smettere di giudicarsi. Smettere di stimare sé, smettere di fare la stima di sé, smettere di valutarsi negativamente, smettere di autosvalutarsi. Ecco la soluzione. Semplice, no?! Non proprio. Siamo così abituati a valutarci (e svalutarci) che smetterla sembra un’impresa impossibile.
Siamo cresciuti a latte e giudizio e siamo così esperti nel giudicare che è veramente un’impresa sfidante la nostra zona di comfort. Il nostro comfort è paradossalmente stare all’interno del giudicare.
Non solo. Di fronte al nostro essere fallibili ovvero portatori sani di errori tendiamo a scambiare il singolo comportamento sbagliato con tutta la persona… E ci sentiamo sbagliati! Un vero e proprio party in onore della disistima o bassa stima di sé. A cui siamo tutti invitati e tutti prima o poi partecipiamo.
E quindi?
E quindi inizia a renderti conto del tuo giudicarti… Inizia a notare:
Su cosa lo fai … Per quali comportamenti …
Quando lo fai…
Quanto lo fai… Spesso… A volte… Raramente… Sempre…
Dove lo fai…
In presenza di chi preferibilmente tendi a farlo…
Come lo fai… Ti critichi… Ti rimproveri… Ti colpevolizzi… Ti dai del fallito… Ecc….
Quali etichette solitamente usi per affossare la tua autostima… Cattivo… Fallito… Indegno… Incapace… Fragile… Difettoso… Colpevole… Senza attributi… Ecc….
Perché lo fai… A cosa ti serve… A cosa ti serve veramente … Ti serve a crescere… A migliorare… Ad imparare… A stare meglio… A comprendere meglio te stesso e gli altri… Quale effetto ottieni realmente …

Già questa prima auto-osservazione dovrebbe fornirti una chiarezza importante per smetterla di farti un problema di autostima… Almeno per farti rendere conto di come torturi te stesso… Quindi puoi iniziare a definire chiaramente qual è il vero problema ovvero come il problema dell’autostima generi gli altri tuoi problemi nelle attività o prestazioni individuali e nelle relazioni interpersonali.
“Se proprio non ce la fai”… Invece di autodisprezzarti in modo spietato, adotta una “autovalutazione realmente utile” di tue azioni specifiche in precise circostanze, per comprendere cosa ha funzionato e cosa non ha funzionato di quello che hai fatto rispetto ad un tuo obiettivo. Impara e correggi… Senza indugiare  nel giudizio severo contro te stesso…

Vorrei, ma… Dolorose profezie…

Vorresti essere amato, ma senti di non meritarlo. Allora non chiedi l’affetto che vorresti per timore di non riceverlo… E finisce che non lo ricevi…

Vorresti coccole, ma credi che non ci siano persone disponibili per te… Tanto vale stare soli… E le coccole non arrivano…

Vorresti essere apprezzato, ma sotto sotto non ci credi nemmeno tu; per questo ti stai impegnando al massimo, ma non sei mai soddisfatto di te per cui rinvii il lavoro, la presentazione del tuo lavoro, la condivisione dei tuoi sforzi e quindi non ti arriva l’apprezzamento tanto desiderato…

Vorresti essere stimato, ma credi di non valere; ogni segno di stima, che pure ti arriva dall’esterno, dagli altri, dai buoni risultati effettivi che raggiungi, non attecchisce, boicottato dall’immagine negativa di te che ti porti dentro…

Vorresti cimentarti in un’impresa, ma temi di non essere supportato e per questo rinunci e resti al palo…

Vorresti andare a vivere da solo, ma ti senti in colpa immaginando le reazioni dei tuoi genitori (li lasci soli? Li abbandoni? Li preoccupi?) e quindi resti a casa raccontandoti una qualunque storia di auto-sabotaggio…

Vorresti invitare quella persona ad uscire, ma credi di non essere alla sua altezza, sono mesi che vorresti chiederle un appuntamento e… intanto quella persona esce con altre persone…

Vorresti farti valere sul lavoro, ma temi di essere giudicato per la tua timidezza o criticato perché non parli bene in pubblico; cerchi allora di non farti notare ed effettivamente per gli altri risulti invisibile, ti ignorano e non notano le tue qualità…

Vorresti far parte del gruppo dell’ufficio che va a mensa insieme, tutti i giorni, ma ti immagini incapace di stabilire una buona comunicazione con loro, e continui così a mangiare in solitudine…

Vorresti andare in palestra, ma ti senti goffo, impacciato e temi di essere deriso… Non ci vai e resti solo… E non in forma…

Vorresti far parte di un gruppo, ma ti senti diverso e hai paura di essere giudicato ed escluso per le tue stranezze… Rinunci… Nessuno ti può conoscere perché eviti ogni possibile contatto con i membri di questo gruppo… Resti solo…

Hai altri esempi che riguardano la tua vita e le tue relazioni? Ti sei mai trovato in quelle situazioni dove, purtroppo, la profezia dolorosa si avvera? Cosa deve succedere per bloccare questi cicli interpersonali dolorosi?
In psicoterapia si lavora anche su questo: per valorizzare i tuoi legittimi desideri di relazioni sane e nutrienti; per intercettare le credenze auto-sabotanti, a cominciare dalle convinzioni negative che hai su te stesso; per trovare strategie funzionali ad affrontare la frustrazione e la delusione che incontri; per comprendere meglio la tua esperienza interna (desideri, bisogni, sensazioni somatiche, emozioni, pensieri); per comprendere le interpretazioni distorte che ti portano a vivere esperienze dolorose nelle relazioni interpersonali; per iniziare quindi ad agire in modo diverso ed ottenere risultati soddisfacenti nei tuoi rapporti con le persone. Per ridurre la sofferenza e aumentare il benessere.

Qual è il problema!? La vera natura dei problemi

Conosci la storiella zen dei due monaci e la ragazza?

Il problema non è quello che ti succede, ma quello che ci fai con quello che ti succede.
Sono veramente pochi gli eventi realmente traumatici, catastrofici, distruttivi. Anzi, probabilmente, anche l’evento più nefasto può essere vissuto, rivissuto, rielaborato dalla mente e dal corpo in modo da renderlo meno traumatico possibile, da viverlo come doloroso, ma senza farsene distruggere. Da lasciarlo nel passato, antico o recente che sia, per renderlo meno disturbante possibile, per lasciarlo seppellito nella propria storia, ma ormai pressoché innocuo.
Non è facile ovviamente. Non sempre. Non per tutti. Molto dipende dal tipo di evento traumatico: morte violenta di un caro, abusi fisici subiti da parte dei propri cari, grave trascuratezza emotiva, essere vittime di disastri naturali, sviluppare handicap rilevanti, solo per fare qualche esempio di grave traumaticità. Molto dipende dalle risorse di cui la persona può disporre o che può attivare: personali e affettive, sociali e ogni altra modalità o strumento utile a sostenere la persona.
Resta il principio generale che ciascuno di noi può fare qualcosa con ciò che gli è capitato. E cosa facciamo fa certamente la differenza.

Il problema è l’evento o come lo rendi stressante in base a come lo interpreti e lo interiorizzi?

Il problema è l’evento o come lo rendi stressante in base a come lo pensi e lo ripensi?

Il problema è l’emozione negativa che vivi (ansia, paura, preoccupazione, tristezza, rabbia, senso di colpa, vergogna, ecc.) o come la tratti (la neghi, la reprimi, la soffochi, la nascondi, la fai diventare malattia fisica, ecc.)?

Il problema è la frustrazione e la delusione o come continui a farle vivere dentro di te?

Il problema è il dolore per essere stato lasciato o come lo trasformi in senso di fallimento e angoscia?

Il problema è il tradimento o come lo guardi e riguardi nella tua mente alla moviola?

Il problema è la critica che ricevi o come continui a farla rimbombare dentro di te?

Il problema è il giudizio negativo su di te che ti hanno instillato fin da ragazzino o il modo in cui ci hai creduto e continui a crederci?

Il problema è l’auto-svalutazione o come la metti alla guida della tua vita?

L’EMDR è una forma di psicoterapia specializzata nel trattamento e scioglimento dei traumi: permette alla persona di desensibilizzarsi dal trauma e dalle sue conseguenze perduranti al presente aiutandola a lasciare il passato nel passato.
In generale, tutte le forme di psicoterapia aiutano a fare i conti con “la vera natura dei problemi”…

Tanzan ed Ekido erano due monaci zen che camminavano lungo una strada fangosa. Poco prima di un villaggio incontrarono una ragazza che stava cercando di attraversare la strada. Il suo kimono dorato avrebbe subito danni irreparabili bagnandosi. Tanzan, senza pensarci su, prese in braccio la ragazza e la portò dall’altra parte della strada. Poi entrambi i monaci continuarono il loro cammino. Qualche ora dopo Ekido sbottò, incapace di reggere a quello che sentiva dentro. “Perché hai portato quella ragazza? Noi monaci zen non facciamo cose di questo tipo”. Tanzan rispose: “Ho portato la ragazza qualche ora fa; tu invece la stai ancora portando”.

Ciò che rende problematico un problema

Un problema comune a molte persone è rappresentato dalle proprie “idee positive” riguardo ai propri problemi. Ad esempio, le persone con comportamenti dipendenti (dipendenza affettiva, da sostanze, da gioco d’azzardo, da internet, da social media, da lavoro, da attività fisica, ecc.), le persone con sintomi ossessivi o chi organizza la sua vita attraverso innumerevoli evitamenti di persone e situazioni, così come le persone continuamente impegnate a rimuginare su minacce eventuali, a ruminare su errori del passato o su torti subiti.
Queste persone credono che questi comportamenti “sintomatici” siano “utili” ad ottenere qualche scopo, in maniera a volte consapevole, a volte inconsapevole, ad ottenere lo scopo di: raggiungere un sollievo emotivo e regolare le proprie emozioni; controllare o prevedere la realtà; stare a posto con la coscienza; farsi rispettare; prevenire un futuro infausto; espiare colpe o altri scopi ancora.
A causa di queste “convinzioni sull’utilità dei propri comportamenti problematici”, nonostante paghino prezzi elevatissimi per i suddetti comportamenti, in termini di impiego di risorse personali (mentali, emotive, di tempo, di salute, di soldi, ecc.) e di problemi interpersonali (abbassamento delle prestazioni in ogni ambito di vita, lavorativa, affettiva, personale, con aumento di sentimenti di incomprensione reciproca con gli altri e conflittualità), le persone manifestano una grande resistenza al cambiamento, una grande difficoltà ad abbandonare i comportamenti fonte di sofferenza. Il pensiero più o meno consapevole rispetto al proprio comportamento è “ancora non ha funzionato, ma funzionerà!” Oppure: “anche se alla lunga le cose non cambiano, almeno provo un momento di sollievo!”
Per questo in terapia le persone devono lavorare su:
1. Riconoscere il costo elevato dei propri comportamenti e sintomi
2. Riconoscere queste convinzioni sull’utilità degli stessi come credenze di fatto disfunzionali e irrealistiche
3. Legittimare gli scopi a cui tendono i comportamenti
4. Rivisitare i criteri per sentire di aver raggiunto gli scopi e sentirsi soddisfatti
5. Abbandonare alcuni scopi, che hanno un senso per la persona, ma sono palesemente irrealistici e irrealizzabili. L’esempio tipico è lo scopo di controllare tutto e tutti.
6. Trovare strategie veramente utili, efficaci e meno costose per raggiungere gli scopi e soddisfare i bisogni individuati.

Fuori dalla colpa, dentro la responsabilità

Molte persone arrivano in terapia con l’idea di cambiare gli altri per ridurre la propria sofferenza. Cambiare le altre persone, cambiare il mondo, cambiare l’esterno da sé. Spesso queste persone tendono a colpevolizzare gli altri per difendersi da un’autocolpevolizzazione (che sarebbe) vissuta con estrema angoscia e dolore insopportabile.
Fatte salve le situazioni di palese abuso, violenza e sopraffazione da parte di un adulto verso un bambino o un adolescente, così come altre relazioni palesemente sbilanciate in termini di dominio/sottomissione, il resto dei casi richiede una rivisitazione del vissuto di colpa/responsabilità.
È proprio difficile, un po’ per tutti noi, credere che quello che siamo oggi, quello che pensiamo, che viviamo, che facciamo sia l’esito della nostra capacità di adattamento alle condizioni di vita che abbiamo incontrato e che ancora oggi incontriamo. Credere insomma di essere responsabili delle proprie scelte. E, soprattutto, che la responsabilità sia diversa dalla colpa.
Molte persone, in modo più o meno esplicito e profondo, credono qualcosa del tipo: “meglio pensare che sia colpa degli altri e sentirsi vittime dei loro comportamenti sbagliati piuttosto che sentirsi colpevoli, inadeguati, sbagliati, non amabili, indegni”. “Meglio credersi vittime di colpe altrui che responsabili di propri errori, mancanze, difetti”. “Meglio credersi vittime di aggressione ingiusta e ingannevole che colpevoli di essere deboli, inferiori, incapaci”.
Ogni persona presenta malesseri individuali e una storia personale unica e anche molto diversa da quella di chiunque altro. Nella diversità di ogni percorso, la terapia deve aiutare la persona ad uscire da questa rappresentazione della realtà vittima/colpevole. Per lo meno a diventarne consapevole e rivisitarla con maggiore chiarezza. Per recuperare il senso e il valore della propria traiettoria evolutiva che l’ha portata ad essere oggi il frutto delle scelte antiche. Per sentirsi oggi nel pieno potere di essere responsabili del proprio modo di pensare, sentire e agire, fuori da ogni considerazione di colpa, facendo perno sul fatto che ciascuno di noi sta combattendo la propria battaglia per la felicità come persona degna e amabile… incondizionatamente…

Hai un problema?! Facci qualcosa …

Il problema non sono i pensieri negativi, catastrofici, distruttivi. Il problema lo hai quando li consideri la realtà dei fatti.
Il problema non sono i giudizi negativi su te stesso (sono un fallito, sono incapace, sono fragile). Il problema lo hai quando credi che i tuoi giudizi autosvalutanti siano una realtà scolpita sulla roccia.
Il problema non sono i giudizi negativi sugli altri (cattivi, egoisti, indisponibili, indifferenti). Il problema lo hai quando credi assolutamente veri i tuoi pensieri.
Il problema non sono i pensieri. Il problema lo hai quando resti bloccato appresso ai tuoi pensieri e non agisci concretamente ed efficacemente per risolvere i tuoi problemi, soddisfare i tuoi bisogni e raggiungere i tuoi obiettivi.

Per risolvere i problemi esistono almeno due strade. Entrambe percorribili. Due strumenti che puoi cominciare ad adottare nel quotidiano.

1. Mettere i pensieri alla prova dei fatti. E lo puoi fare nei modi più creativi. Mettere in discussione la verità incontrovertibile di ciò in cui credi. Puoi iniziare dal mettere in dubbio l’esistenza di Babbo Natale ed, eventualmente, se avesse funzionato a farti rendere conto che non sempre quello in cui credevi è proprio vero, allora potresti passare a mettere in discussione altri pensieri che ti procurano disagio emotivo e nelle relazioni. Magari puoi iniziare a mettere in dubbio ciò che qualcuno ti ha detto essere solo una tua idea (non necessariamente condivisa da tutti e vera) o un film nella tua testa o una convinzione di fatto poco utile a farti stare bene.

2. Sposta la tua attenzione. Focalizzati su altri pensieri per te più positivi e utili rispetto ai tuoi valori e scopi di vita, a lungo termine e immediati. Così puoi anche spostare la tua energia e il tuo impegno concreto ad agire per raggiungere i tuoi obiettivi importanti, piuttosto che perdere tempo e risorse mentali restando bloccato a pensare ripetutamente ai pensieri che ti disturbano.

Temi uno scenario negativo e catastrofico?! Facci qualcosa… Qualcosa che sia veramente per te utile a ridurre il tuo disagio e avvicinare la tua vita a come la vorresti…

Ti credi un fallito?! Facci qualcosa…Qualcosa che sia veramente per te utile a ridurre il tuo disagio e avvicinare la tua vita a come la vorresti…

Credi che gli altri ce l’abbiano con te o che siano indisponibili?! Facci qualcosa…Qualcosa che sia veramente per te utile a ridurre il tuo disagio e avvicinare la tua vita a come la vorresti…

Controllabile e incontrollabile

Spesso, un po’ tutti, facciamo una certa confusione tra ciò che riteniamo controllabile e ciò che percepiamo come incontrollabile. Questa confusione è uno dei fattori alla base della sofferenza psicologica, se non dell’origine, certamente del perdurare di una parte cospicua della sofferenza.
Ti propongo subito un’auto-esplorazione.

Pensa ad un tuo problema o questione che ti genera sofferenza emotiva: preoccupazione, ansia, frustrazione, umore depresso, rabbia, disgusto, disprezzo, tristezza, senso di colpa, senso di fallimento, angoscia, vergogna, senso di inadeguatezza, senso di impotenza, ecc..

Pensa a cosa, secondo te, determina questa situazione e questa tua sofferenza: eventi esterni, fatti accaduti, comportamento altrui, il tuo comportamento, i tuoi pensieri, le tue aspettative, ecc..

Pensa ad una possibile soluzione di questa situazione problematica, cosa dovrebbe succedere affinché le cose migliorassero e tutto si mettesse a posto, in maniera abbastanza o molto vicina ai tuoi bisogni e desideri.

Pensa a cosa è da te controllabile, cosa effettivamente puoi fare tu per risolvere o contribuire a risolvere il problema.

Avrai capito che non puoi intervenire direttamente sulle altre persone, sul loro comportamento e sui loro pensieri, al limite (e potrebbe essere molto utile) puoi parlare con le persone e chiedere loro cosa desideri facciano per risolvere il problema. Augurandoti una risposta positiva, ma mettendo in conto anche una possibile risposta negativa ai tuoi desideri/bisogni e alle tue richieste.
A quel punto non ti resterà che (e sarà certamente fondamentale) concentrarti su te stesso, su cosa devi fare tu per risolvere la questione.
Noi possiamo controllare (non del tutto, ma un bel po’) ciò che noi pensiamo, come reagiamo, le scelte che facciamo. Quindi, da ultimo, ma assolutamente importante, devi cominciare a mettere in discussione le tue false credenze su cosa di te è controllabile e cosa è incontrollabile. Ovvero devi renderti conto (per smontarle) delle convinzioni auto-sabotanti del tipo:
Io sono fatto così.
Questo è il mio carattere.
È più forte di me.
Non riesco a controllarmi.
Non riesco a fare diversamente.
Non dipende da me.
Non è mia responsabilità.
Sono abitudini radicate.
Avviene in modo automatico.
Sono inconsapevole di quello che faccio e quando lo faccio.
Non ci posso fare niente.
Sono preda delle mie reazioni impulsive.

Inizia a mettere in discussione queste idee e ti si apriranno innumerevoli opportunità di incidere in maniera sostanziale sulla tua vita, come non hai mai fatto prima (perché non ci hai creduto…).

Controllabile e incontrollabile

Spesso, un po’ tutti, facciamo una certa confusione tra ciò che riteniamo controllabile e ciò che percepiamo come incontrollabile. Questa confusione è uno dei fattori alla base della sofferenza psicologica, se non dell’origine, certamente del perdurare di una parte cospicua della sofferenza.
Ti propongo subito un’auto-esplorazione.

Pensa ad un tuo problema o questione che ti genera sofferenza emotiva: preoccupazione, ansia, frustrazione, umore depresso, rabbia, disgusto, disprezzo, tristezza, senso di colpa, senso di fallimento, angoscia, vergogna, senso di inadeguatezza, senso di impotenza, ecc..

Pensa a cosa, secondo te, determina questa situazione e questa tua sofferenza: eventi esterni, fatti accaduti, comportamento altrui, il tuo comportamento, i tuoi pensieri, le tue aspettative, ecc..

Pensa ad una possibile soluzione di questa situazione problematica, cosa dovrebbe succedere affinché le cose migliorassero e tutto si mettesse a posto, in maniera abbastanza o molto vicina ai tuoi bisogni e desideri.

Pensa a cosa è da te controllabile, cosa effettivamente puoi fare tu per risolvere o contribuire a risolvere il problema.

Avrai capito che non puoi intervenire direttamente sulle altre persone, sul loro comportamento e sui loro pensieri, al limite (e potrebbe essere molto utile) puoi parlare con le persone e chiedere loro cosa desideri facciano per risolvere il problema. Augurandoti una risposta positiva, ma mettendo in conto anche una possibile risposta negativa ai tuoi desideri/bisogni e alle tue richieste.
A quel punto non ti resterà che (e sarà certamente fondamentale) concentrarti su te stesso, su cosa devi fare tu per risolvere la questione.
Noi possiamo controllare (non del tutto, ma un bel po’) ciò che noi pensiamo, come reagiamo, le scelte che facciamo. Quindi, da ultimo, ma assolutamente importante, devi cominciare a mettere in discussione le tue false credenze su cosa di te è controllabile e cosa è incontrollabile. Ovvero devi renderti conto (per smontarle) delle convinzioni auto-sabotanti del tipo:
Io sono fatto così.
Questo è il mio carattere.
È più forte di me.
Non riesco a controllarmi.
Non riesco a fare diversamente.
Non dipende da me.
Non è mia responsabilità.
Sono abitudini radicate.
Avviene in modo automatico.
Sono inconsapevole di quello che faccio e quando lo faccio.
Non ci posso fare niente.
Sono preda delle mie reazioni impulsive.

Inizia a mettere in discussione queste idee e ti si apriranno innumerevoli opportunità di incidere in maniera sostanziale sulla tua vita, come non hai mai fatto prima (perché non ci hai creduto…).

#iorestoacasa… A pensare. Non troppo però…

Questo è un periodo pieno di paure realistiche ed ansie ingannevoli (come quasi sempre è per l’ansia), emozioni generate spesso da pensieri irrealistici, irrazionali, autosabotanti.

Pensa il giusto, dunque.
Pensare e prevedere scenari futuri in un ambiente minaccioso e poco controllabile ci ha permesso di evolverci come specie e adattarci ad un mondo in cambiamento, comunque un mondo imprevedibile e non sempre facilmente governabile. Hai visto il film “I Croods”?
Distingui, quindi, preoccuparti da occuparti e, soprattutto, riflettere da rimuginare. Pensare troppo rischia di trasformare il “valore” del pensiero nel “disvalore” dell’inazione.

Ti PREOCCUPI quando… Hai in mente scenari futuri, più o meno terribili, su cosa potrebbe accadere e ciò ti procura ansia ed altre emozioni (rabbia, angoscia, ecc.) ovvero uno stato psicofisiologico fatto di sensazioni corporee, senso di attivazione e allarme, emozioni e pensieri che sono utili fino a quando ti permettono di prendere una decisione e passare all’azione nella realtà. Azione concreta e specifica da verificare nei suoi effetti, capendo la situazione con accuratezza e modulando l’azione successiva. Ad esempio, abbiamo capito che dobbiamo restare a casa, per ridurre la possibilità di contagio, per contenere la malattia, per proteggere la salute, per tornare il prima possibile alle nostre occupazioni quotidiane.

Ti OCCUPI quando… Resti a casa, segui le prescrizioni governative in termini di rassicurazione dalla minaccia e protezione della salute e, nelle necessarie e giustificate restrizioni alla libertà e nell’impotenza, fai quello che puoi fare, ti prendi cura delle cose importanti per te e occupi il tempo in modo utile e divertente… Per sdrammatizzare, pur mantenendo un contatto adeguato con la realtà…

RIFLETTI quando… Capisci la lezione che questa situazione ti sta insegnando e sai che torneremo alla vita “normale” con la necessità di “cambiare” tutti le nostre “abitudini”, a tutti i livelli, globali e locali, individuali e collettivi, smettendo, solo per fare due esempi, di esaurire le risorse già in esaurimento e di inquinare l’aria che ci nutre…

RIMUGINI quando… Resti intrappolato nel tuo stesso pensiero. Sei impegnato in un’operazione mentale che, paradossalmente, invece che aiutarti a risolvere problemi, ti porta all’esaurimento emotivo e psicofisico tipico dello stress. Un pensiero astrattamente rivolto al futuro incerto, un pensiero a cui non seguono mai una decisione e un’azione concreta. Un pensiero ipotetico e ripetitivo, su scenari catastrofici, spesso solo teorici e poco probabili, che gira su se stesso senza offrirti soluzioni specifiche da adottare in concreto nella realtà per verificare cosa funziona e cosa non funziona, per comprendere e agire di nuovo in conseguenza di ciò che hai capito, fino a praticare la soluzione efficace.

Da ultimo, ma primariamente importante.
Lo so che non è facile, non sempre, non per tutti, abbandonare il rimuginare!!! Ma perché dovrebbe esserlo!?!?!?! Punto. Non ci pensare ulteriormente. Pensa ad occuparti CONCRETAMENTE, invece, di cosa fa veramente la DIFFERENZA nella tua giornata, nelle tue attività, nelle tue relazioni, nella tua qualità di vita, nella cura di te, degli altri, del mondo.