Strategie per pensieri meravigliosi

Ad un certo punto della psicoterapia, la persona si rende conto che buona parte della sua sofferenza, più che essere legata a ‘fatti avversi’ e ‘persone cattive’, è fortemente influenzata dai pensieri che girano nella propria testa. Una parte del lavoro terapeutico, allora, è proprio conoscere, per modificare, il modo in cui i pensieri sono responsabili delle emozioni dolorose e dei comportamenti problematici. Anche perché non sempre o quasi mai è facile cambiare le circostanze esterne che attivano i problemi: quanto è facile cambiare le persone che si frequentano? Quanto è possibile cambiare i propri familiari? Quanto è agevole cambiare lavoro o quartiere o città? Comunque, anche fosse possibile e/o più o meno a portata di mano, è fondamentale riconoscere che è nostra la responsabilità del cambiamento, in prima persona, con azioni diverse. Allora, è più probabile riuscire a cambiare qualcosa intervenendo sui nostri pensieri, aspettative, credenze, convinzioni.
Due modi fondamentali possono essere usati:
1. modificare il CONTENUTO, sviluppando pensieri alternativi rispetto alle situazioni problematiche, per vederle ‘da un altro punto di vista’;
2. modificare la FORMA, correggendo le distorsioni del pensiero.
Ecco alcuni esempi.
Il fatto che la tua partner sia in ritardo all’appuntamento ti porta a pensare che non ci tenga a te; ti senti triste, ti incupisci, quando arriva sei chiuso ad ogni sua spiegazione. È proprio così? È necessariamente così?
Il fatto che oggi ti abbiano bocciato ti porta a pensare che non riuscirai a laurearti; distorsioni: generalizzazione, pensiero tutto o niente, catastrofismo. È necessariamente così? Hai questa capacità di prevedere il futuro?
Il fatto che il collega abbia ottenuto una promozione e tu no, ti porta a pensare che lui sia un raccomandato e tu uno sfigato oppure che lui sia più capace di te e tu sia un fallito o anche che questa volta è toccato a lui, ma tu puoi sempre migliorarti e provare ancora ad ottenere un avanzamento. Come vedi “non sono i fatti a farci soffrire, ma la nostra interpretazione dei fatti” (Epitteto). Abbiamo sempre la possibilità di pensare in modi alternativi a ciò che ci si presenta davanti. Non sempre è facile, ma è comunque possibile e spesso fa un’enorme differenza nella qualità delle nostre esperienze ed emozioni.
Quasi sempre, nel fare questo lavoro di esplorazione e cambiamento di alcuni dei nostri pensieri, diventa utile, opportuno o necessario andare alle ORIGINI del nostro modo di pensare, cercando nelle esperienze della nostra infanzia e della nostra adolescenza. Quando abbiamo imparato ad avere certi pensieri? Dove? Con chi? A cosa ci è servito? Non sempre è facile rispondere a queste domande, forse a qualcuna sì, ad altre no, per altre ci vuole tempo e pazienza. E questo è un altro pezzo fondamentale del lavoro terapeutico.
Infine, ma di primaria importanza, un’altra strategia che possiamo adottare coi nostri pensieri è quella di considerarli per quello che sono… Sono solo pensieri… Ad esempio, quando penso che sono un fallito o uno stupido o malato o che gli altri mi vogliono fregare o che le persone sono menefreghiste o che il mondo è ingiusto o altri pensieri ‘negativi e dolorosi’, posso ‘PRENDERE LA GIUSTA DISTANZA’ da quei pensieri… Sono solo pensieri… Forse esprimono una verità, forse no… Un po’ ci credo e posso anche non crederci e soprattutto posso anche ignorarli… Posso comunque considerarli per quello che sono: pensieri, parole, voci nella mia testa… E continuare comunque ad impegnarmi con determinazione e azioni specifiche a cercare di costruire la vita che voglio, fondata sui miei valori. Quando ci riesco e raggiungo obiettivi importanti ne gioisco e ne godo. Quando, invece, vivo insuccesso, frustrazione e delusione, cerco di capire come impegnarmi al meglio per tentare e ritentare, fino a quando troverò nuovi obiettivi raggiunti e situazioni e limiti da accettare.
‘Alice nel paese delle miserie’ è il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line; leggendolo e applicandolo capirai come e quando usare queste strategie in direzione del tuo benessere e della vita di valore che vuoi.

Tra il male e il bene

Quando stai male, quando soffri, vorresti:
– azzerare i sintomi fisici e psicologici
– estirpare la malattia
– eliminare le emozioni dolorose
– scacciare i pensieri negativi
– abbandonare i comportamenti problematici
– cambiare le condizioni esterne frustranti e deludenti (cambiare le persone e le situazioni).
Tutti questi desideri sono assolutamente comprensibili come volontà di tornare a stare bene… Ma tra il male e il bene c’è da capire bene! Attraverso alcune consapevolezze importanti:
– ‘togliere i sintomi’ è giustamente il primo obiettivo che vorresti raggiungere, ma non sempre è il primo ad essere raggiunto in quanto è l’esito di ciò che fai con i tuoi pensieri, con le tue emozioni, con i tuoi comportamenti e con le tue relazioni
– la ‘malattia psicologica’ non è qualcosa che arriva a caso e se ne va all’improvviso; essa è prima di tutto la comparsa di un segnale di rottura di un equilibrio precedente che ci invita a mettere in discussione la nostra vita, le nostre scelte, il nostro modo di vivere situazioni e relazioni
– le emozioni ‘dolorose’ a volte sono utili perché sono adeguate a ciò che ci è successo; vanno riconosciute, legittimate, accettate, ad esempio siamo tristi per la morte di una persona cara, arrabbiati per un danno subito, preoccupati in attesa di un responso importante
– le emozioni dolorose possono essere ‘negative’ se disfunzionali ovvero legate a pensieri distorti, eccessive nella loro intensità e durata, disturbanti rispetto alla nostra capacità di prendere decisioni, bloccanti rispetto ai nostri problemi, limitanti le nostre scelte
– i pensieri possono essere ‘dolorosi ma realistici’ come quando pensiamo seriamente a cambiare lavoro perché non riusciamo in quello che stiamo facendo; ma possono essere anche ‘dolorosi e disfunzionali’ perché sono distorti e rigidi, generando emozioni eccessivamente dolorose e ostacolando la nostra capacità di risolvere i problemi; inoltre, a volte, il modo migliore per scacciare i nostri pensieri disturbanti è ignorarli, senza cercare di cambiarli, ma scegliendo altri pensieri da cui far discendere le nostre azioni
– i nostri ‘comportamenti disfunzionali’ possono essere abbandonati solo dopo averli sostituiti con altre opzioni a nostra disposizione per soddisfare i nostri scopi e bisogni, ad esempio, se bere è l’unico modo che conosco per alleviare il dolore, allora prima devo trovare un’alternativa per regolare il mio dolore e solo a quel punto potrò cominciare a smettere di bere
– ‘cambiare l’esterno da sé’ probabilmente è l’impresa più fallimentare che possiamo tentare; è meglio dedicare le nostre energie a cambiare noi stessi per ‘influenzare indirettamente’ il cambiamento di persone e situazioni fuori di noi.
Con questi aspetti di consapevolezza, acquisita progressivamente, ad esempio all’interno di un percorso terapeutico, possiamo impegnarci per trasformare lo ‘stare male’ nello ‘stare bene’…
Anche nel mio libro ‘Alice nel paese delle miserie’, che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, suggerisco diversi passaggi di consapevolezza per trasformare le nostre miserie nelle nostre meraviglie.

Quando sei ansioso e depresso

Quando provi ansia certamente esistono pensieri che accompagnano questo tuo stato emotivo e corporeo. Anche quando ti senti depresso, in tutto il tuo corpo e nei tuoi stati d’animo, certamente esistono pensieri che fanno compagnia al tuo stato psicofisico. Così vale per altri stati mentali, emotivi e fisici, dolorosi e non solo: esistono sempre pensieri, più o meno consapevoli, che li accompagnano, li precedono e li seguono. Pensieri come: “sono in pericolo”, “mi stanno giudicando”, “potrei morire”, “tutti ce l’hanno con me”, “la vita fa schifo”, “come fa la gente a fare certe cose”, “potrei impazzire”, “non valgo niente”, “sono un fallito”, “non sono capace”, “è colpa mia”, “sono sempre il solito cretino”, sono solo pochi esempi, potenzialmente infiniti, di pensieri che contribuiscono a generare, alimentare e mantenere la nostra sofferenza.
Ogni psicoterapia, per ridurre la sofferenza e sviluppare il benessere della persona, deve: concentrarsi sulle sensazioni del corpo (sono informazioni fondamentali per comprendere lo stato psicologico della persona e il suo funzionamento nelle relazioni); concentrarsi sulle emozioni (aiutare la persona a riconoscerle, conoscerle, legittimarle ed autoregolare la loro espressione in modo adeguato ai propri bisogni e scopi, non sempre consapevoli, e ad una necessaria considerazione della realtà); concentrarsi sui comportamenti (per apprendere nuove abilità, condotte e abitudini per sostituire i comportamenti disfunzionali); concentrarsi sui pensieri (credenze, convinzioni, aspettative, previsioni) che tanto contribuiscono all’origine e al mantenimento della sofferenza.
Con questi pensieri, in particolare, possiamo agire in due modi:
1. Provare a cambiare ciò che pensiamo (pensieri automatici, credenze, convinzioni) dimostrando che esistono pensieri alternativi più ‘veri’, realistici ed utili. A volte è possibile, altre volte la verità dei pensieri in cui crediamo è così radicata che un cambiamento così diretto è molto difficile.
2. Provare ad ignorare quei pensieri, considerarli per quello che sono, “sono solo pensieri”, non sono la descrizione della realtà o della persona. “Io sono molto più dei miei pensieri” così come “sono molto più della mia ansia e depressione”.
Queste semplici affermazioni non sono la soluzione a problemi complessi, ovviamente; sono l’inizio di un processo di ‘distanziamento critico’ dai propri pensieri, non per cambiarli né per abbandonarli, ma per dare loro il ‘giusto peso’.
Certi pensieri sono nostri da una vita, abbiamo imparato a ‘credere vere alcune certezze’ quando eravamo piccoli. Idee su noi stessi, sugli altri, sul mondo, sulla vita. Anche pensieri nella forma di aspettative su come dovrebbero e non dovrebbero essere le cose. E ancora pensieri che sorgono spontanei e immediati e che ci procurano malessere.
Obiettivo fondamentale non è tanto o primariamente cambiare il pensiero distorto per sostituirlo con uno più dritto o giusto. È piuttosto indagare il senso e l’origine di quei pensieri nella propria storia di vita. Per comprendere che ciò che allora è stato per noi utile e sensato oggi è diventato per noi disfunzionale e fonte di problemi.
Questo atteggiamento di ‘rivisitazione storica’ e ‘distanziamento’ dai pensieri è accompagnato da un processo, altrettanto importante, di focalizzazione su ciò che, al netto di quei pensieri, resta importante per noi. I nostri valori. I nostri sogni. I nostri obiettivi. I nostri progetti. Cosa vogliamo, cosa dobbiamo fare, cosa possiamo fare e cosa ci impegniamo a fare per generare felicità nella nostra vita nonostante la presenza di problemi e sofferenze.
In ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, potrai trovare numerose strategie pratiche per lavorare con i tuoi pensieri e con le tue emozioni.

Miseria o meraviglia? Miserie e meraviglie!!!

Riconosci quando funzioni “o… o…”. La vita è completamente meravigliosa o innegabilmente schifosa. Gli altri sono assolutamente adorabili o totalmente ostili. Io sono perfetto o totalmente incapace in tutto.
Inizia a funzionare “e…e…”. La vita ti presenta meraviglie e miserie. Gli altri sono a volte amichevoli, non tutti e non sempre e sono anche malevoli, a volte, ma non tutti.
Riconosci, per metterle in discussione, le tue aspettative di onnipotenza e perfezione verso te stesso, gli altri, la vita. “Io sono onnipotente e tutto mi è possibile” è una credenza pericolosa, meglio credere che “sono capace ma non in tutto e con dei limiti”. Anche gli altri possono essere pieni di risorse, talenti e capacità, ma ogni persona ha anche difetti e limiti. La vita, infine, ci offre meraviglie in infinite forme e, a volte, purtroppo, anche dolori e ingiustizie inenarrabili.
Riconosci, per metterle in discussione, le tue credenze di impotenza e incapacità ovvero impara a distinguere tra “possibilità realistiche” e “impossibilità reali” e ad agire in base a questa consapevolezza. Qui posso impegnarmi per tentare di… Qui devo fermarmi perché oltre non mi è possibile…
Impara a mettercela tutta fino a quando incontrerai il limite dove vuoi o devi fermarti.
Impara ad accettare con gratitudine ciò che hai raggiunto, anche se non è perfettamente corrispondente a ciò che desideravi in partenza.
Continua ad agire e imparare, consapevole che hai sempre il potere di creare la tua “felicità imperfetta”.
In ‘Alice nel paese delle miserie’, libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, puoi trovare numerosi esempi di questo nostro potere di saper vivere tra miserie e meraviglie…

Dall’analisi razionale all’esplorazione emotiva

Il nostro comportamento, le nostre esperienze emotive e i rapporti con gli altri sono spesso guidati da pensieri automatici, distorti e irrealistici. Pensieri che generano sofferenza, difficoltà con gli altri e ostacoli al raggiungimento dei nostri obiettivi.
È importante riconoscere questi pensieri quando governano le nostre reazioni in modo da disinnescarli o neutralizzarli. Ma, per un efficace cambiamento di comportamento, per la sostituzione con altri pensieri più utili e per la riduzione della sofferenza da essi generata, non basta identificarli e comprendere la loro disfunzionalità. Spesso, infatti, nonostante li staniamo nella loro irrazionalità, non riusciamo a non farci influenzare dal “significato” che diamo a questi pensieri. Ecco un esempio. “Se…” un amico stasera ha detto no ad una mia richiesta di uscire, “allora vuol dire…” che non è mio amico oppure che io non merito la sua amicizia o che non sono una persona interessante o che è stufo di me o che mi odia o che gli sto antipatico. Dunque, in questa circostanza, un singolo aspetto della nostra esperienza (il no ricevuto) viene “generalizzato” a colorare l’intera esperienza, la relazione e l’idea di sé.
Altro esempio. Ingigantiamo piccole frustrazioni e minimizziamo importanti riconoscimenti positivi. Tendiamo ad estremizzare in modo a noi sfavorevole alcune critiche ricevute come fossero segno della nostra totale incapacità, rimproveriamo piccoli errori degli altri come se fossero segni della loro malevolenza nei nostri confronti. Magari poi gesti di affetto ricevuti non vengono nemmeno colti tantomeno valorizzati oppure esperienze positive per cui essere grati, orgogliosi e riconoscenti vengono considerate irrilevanti. In sintesi, siamo spesso facili a condannare ferocemente aspetti negativi degli altri o di noi stessi così come siamo propensi a non riconoscere e non apprezzare le cose buone che viviamo, riceviamo e sappiamo donare agli altri.
Terzo esempio. Con un senso di assoluta certezza, riferiamo  a noi stessi il comportamento di un’altra persona, ad esempio un’espressione corrucciata che vediamo sul volto, interpretandolo e vivendolo come negativo, giudicante, malevolo, intenzionalmente ostile nei nostri confronti quando obiettivamente non ci sono motivi per considerare reale questo nostro stato d’animo.
Altre volte, i pensieri automatici inconsapevoli disturbanti prendono la forma, di ‘doveri assoluti’. Ci sentiamo braccati dai nostri pensieri da cui ci sentiamo ‘obbligati’ ad attuare necessariamente un certo comportamento: “devo assolutamente e necessariamente… Essere il primo… Non commettere errori… Raggiungere quell’obiettivo… Farcela entro stasera…”. Questi e altri pensieri simili girano nella nostra testa come ‘parole attraverso cui imponiamo a noi stessi standard severi, eccessivi anche estremi di comportamento’, parole e pensieri che solo raramente ci sono di aiuto e quasi sempre sono invece fonte di stress oltre che di stati emotivi di autocritica spietata,  fallimento e scarsa autostima.
Ulteriore esempio. Rimuginarci e ruminare. Se gli esempi precedenti fanno riferimento a ‘contenuti distorti del pensiero’, esistono anche ‘processi disfunzionali di pensiero’ ovvero modi attraverso cui usiamo il nostro pensiero in modo non utile e anche dannoso. Ruminiamo in modo sterile su eventi accaduti (ieri o tanti anni fa), su errori commessi (da noi o da altre persone), ma senza che questo sforzo di pensiero sia veramente efficace a cambiare le cose, ad apprendere dagli errori, a modificare la situazione. In altri casi, invece, rimuginiamo sul futuro (domani o chissà quando) cercando risposte certe a situazioni incerte di cui non riusciremo mai ad avere ‘totale controllo e totale prevedibilità’, finendo per sfinirci in tentativi di rispondere a domande che al presente ‘non hanno risposta totalmente certa’.
In questi vari casi, ai fini della riduzione della sofferenza, non è sufficiente riconoscere che il pensiero che seguiamo è irrazionale e che quindi basterebbe sostituirlo con un pensiero più realistico ed utile a guidare la nostra interpretazione delle cose e il nostro agire.
È fondamentale integrare l’analisi razionale con la ricerca della comprensione dei ‘motivi’ per cui la persona, nonostante riconosca la distorsione del suo pensiero e i suoi effetti negativi, non riesce a staccarsi da quel modo di pensare.
Spesso l’esplorazione dei motivi da comprendere ci porta a riconoscere il ‘bambino ferito’ dentro di noi. Il ‘bambino ferito’ o la ‘ferita interiore’ sono metafore psicologiche per descrivere le nostre esperienze dolorose del passato che ancora oggi ci influenzano nel modo di pensare, sentire e agire. La ‘ferita’, ‘da dentro’, governa pensieri, emozioni ed azioni dell’adulto che siamo, in teoria razionale, consapevole e capace di scelte utili e realistiche.
Quei pensieri distorti hanno avuto origine nei primissimi anni di vita della persona che ha cominciato a funzionare in base a quei pensieri e nel tempo si è abituata ad interpretare la realtà e a dare senso alle esperienze in quel modo problematico. Oggi quella ‘ferita’ produce sofferenza emotiva, sintomi psicologici e fisici, problemi interpersonali. Il ‘bambino ferito’ chiede di essere, finalmente, forse per la prima volta, riconosciuto e validato nei suoi bisogni e nella sua unicità.
La cura dei pensieri richiede, dunque, anche la cura delle ‘emozioni ferite’. Il ‘bambino ferito’ chiede di essere preso per mano ed essere accompagnato in modo rispettoso e amorevole nella sua crescita come individuo.
Fuor di metafora, ogni percorso di cura, guarigione, cambiamento e crescita passa attraverso una ‘cura delle emozioni’: imparare a riconoscerle, validarle come legittime, dotarle di senso e regolarle nella loro espressione nei rapporti interpersonali e nelle scelte di vita.
In conclusione, ti suggerisco la lettura di ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line. Potrai trovarci tanti esempi e tanti esercizi di auto-esplorazione al servizio di azioni concrete per modificare i pensieri distorti, ridurre le modalità di pensiero disfunzionale e curare le ‘emozioni ferite’.

Nostra signora l’interpretazione

La nostra giornata, le attività che svolgiamo, le persone che incontriamo, le relazioni che curiamo (e quelle che trascuriamo), le scelte che facciamo, gli impegni a cui ci dedichiamo sono contraddistinti tutti dalle nostre interpretazioni.
L’interpretazione è la modalità individuale attraverso cui, in modo a volte consapevole, spesso inconsapevole, diamo senso alle cose e cerchiamo di comprendere ciò che ci accade. È la modalità soggettiva attraverso cui costruiamo il senso personale di ciò che sembra oggettivo.
Forse esistono, e dico forse, comportamenti e situazioni che per tutti hanno lo stesso significato ‘oggettivo’, comunque è sempre il nostro ‘filtro soggettivo’ che fa la grande differenza rispetto alla nostra esperienza delle cose. A come viviamo certe situazioni, certi accadimenti e certe relazioni. Alle emozioni che proviamo, ai pensieri ulteriori che facciamo, a come finiamo per reagire. Potrai trovare certamente numerosi esempi nella tua vita quotidiana di situazioni che tu ‘leggi’ in un certo modo e che altri ‘interpretano’ in modo differente. E questa diversità è quasi sempre l’origine di conflitti, incomprensioni, frustrazioni e delusioni. Stress e sofferenza insomma.
Per cui, per tirarti fuori dalla miseria o per evitare di caderci dentro, ti invito da ora in poi ad essere accuratamente attento alle tue interpretazioni perché ne va del tuo benessere o malessere.
Pensando ad una situazione specifica (e vale per ogni situazione), inizia a notare la tua lettura dei fatti, la tua interpretazione degli eventi, il significato che tu hai attribuito a certi accadimenti, il valore che hanno per te certi comportamenti degli altri, il senso delle cose così come sta non nelle cose ma nella tua interpretazione delle cose…
Inizia a cercare altre interpretazioni possibili, altre percezioni possibili, altri punti di vista, di altre persone o anche tue diverse possibilità di lettura e interpretazione…
Inizia a notare l’effetto della tua soggettività sulla tua esperienza piacevole e spiacevole…
E buone cose!!!

Sei depresso quando…

Sei depresso quando sei portatore insano di pretese. Perché le pretese sono sostanzialmente destinate al fallimento…
Pretese verso te stesso…
Pretese verso gli altri…
Pretese verso la vita, il mondo…
Pretese ovvero ‘doverizzazioni’ ovvero ricerca di standard di comportamento irrealistici, assoluti, estremi, perfezionistici, onnipotenti.
Tutto deve essere solo ed esclusivamente e necessariamente e assolutamente come deve essere.
Ma nemmeno tu conosci i confini di ciò che deve essere e come deve essere. Per definizione quindi missioni impossibili che pure, più o meno consapevolmente, desideri, ti aspetti, chiedi, pretendi, ma che risultano ben presto scopi non raggiungibili, mete irrealizzabili, destinate quindi a lasciarti quote, più o meno gigantesche, di frustrazione, delusione, rabbia, sensi di colpa, autosvalutazione, senso di fallimento e perdita, senso di ingiustizia, senso di mancanza e vuoto, disperazione. Insomma pienamente nella miseria!!!
Tu ti senti non all’altezza di come dovresti essere, ma non sai di preciso cosa dovresti e vorresti essere… Ti senti semplicemente inutile, impotente, incapace, indegno, privo di valore, immeritevole, non amabile…
Percepisci gli altri non all’altezza di come dovrebbero essere, ma non sai nemmeno tu bene come vorresti che fossero… Sono semplicemente fonte di sofferenza enorme per te, a volte li odi, altre volte ti vergogni di mostrarti al loro giudizio…
Il mondo è comunque da te vissuto come un posto sostanzialmente negativo e punitivo nei tuoi confronti… È profondamente ingiusto con te a volte… A volte invece è proprio quello che meriti… Almeno così credi, almeno questo è quello che senti…
Sembrano, a volte lo sono veramente, pensieri deliranti ovvero giudizi errati sulla realtà, valutazioni della realtà palesemente distorte in modo abnorme, inaccessibili ad ogni messa in discussione. Infatti, quando sei preda di questi pensieri, nulla ti può convincere del contrario: ciò che credi è semplicemente ciò che è vero e, se tutto il resto del mondo dice il contrario, tutto il resto del mondo non ti capisce…
Cosa fare? Di certo dipende dalla gravità e dalla persistenza di questi modi distorti di pensare e agire e dal loro impatto sulla qualità della tua vita personale, interpersonale, lavorativa.
In terapia, si lavora per:
– conoscere più precisamente il proprio funzionamento depressivo che è simile a tanti altri, ma anche unico
– recuperare un minimo necessario e indispensabile di vitalità, energia, piacere, ‘normalità’ delle attività quotidiane
– riconoscere i propri meccanismi disfunzionali di pensiero al fine di modificare quelle parti che sono maggiormente responsabili dell’umore depresso, della sofferenza associata, dei sintomi e dei comportamenti problematici
– elaborare i vissuti di fallimento e perdita, attraverso l’esplorazione delle emozioni e la ricerca di nuovi significati
– recuperare una vita sociale e affettiva soddisfacente, sufficientemente buona
– recuperare in modo concreto un progetto di vita adeguato a sé, ai propri valori e alle proprie risorse
– accettare i limiti, un certo grado di impotenza e gli stress, dolorosi ma sostenibili, che sono parte ineliminabile dell’umana esperienza.

Un atteggiamento fondamentale da sviluppare verso se stessi (e verso gli altri conseguentemente), fondamentale come terreno fertile affinché ogni altro lavoro su di sè sia possibile, è quello della compassione ovvero essere sensibili alla propria sofferenza, avvicinarla con curiosità per conoscerla senza giudicarla, col desiderio di alleviarla, consapevoli che stiamo tutti in questo mondo e che tutti cerchiamo di fare il meglio. Essere compassionevoli verso se stessi (e verso gli altri) vuol dire che non è tua la colpa, non serve giudicarti e giudicare in modo sprezzante e spietato; al tempo stesso, oggi hai la responsabilità e il potere di iniziare a cambiare le cose…

In-Accettabile

In-Accettabile… Cosa ti fa venire in mente questa parola? È uno dei bivi che incontriamo quotidianamente. Più volte al giorno. E dobbiamo scegliere. Occhio ai fatti e ai giudizi, ai giudizi e ai giudici, esterni e interiori… Impara a distinguere…
Tra aver fatto un errore e sentirsi una persona sbagliata…
Tra essere delusi e chiudere immediatamente una relazione…
Tra sentirsi offesi e covare risentimento perenne…
Tra frustrazione specifica e idea di un mondo schifoso…
Tra giornata stressante e vita di merda…
Quindi imparando a distinguere. E, soprattutto, scegliere ancora una volta.
Tra “è inammissibile” e “a volte capita”…
Tra reazione di ferocia o di gentilezza…
Tra rifiuto e comprensione…
Tra perfezionismo e compassione…

Molto spesso per stare meglio dobbiamo impegnarci a cambiare: noi stessi sostanzialmente. I nostri pensieri e le nostre azioni. E cambiando noi stessi provare a cambiare il mondo, vicino e lontano, almeno provare ad influenzarlo, almeno a far sapere che, se non riusciamo a cambiare l’esterno da noi, prima di accettarlo passivamente, vogliamo esprimere tutto il nostro disappunto, dolore e rabbia. Sii il cambiamento che vuoi vedere diceva Gandhi…
Al tempo stesso, toccati i nostri limiti e raggiunta la nostra impotenza, il più grande cambiamento deriva dall’accettazione. Non passiva, deprimente rassegnazione. Ma ‘attiva scelta’ di focalizzare la nostra attenzione e le nostre energie su ciò su cui abbiamo reale potere. E agire…
Se imbocchi il solito sentiero, probabilmente incontrerai la solita sofferenza. Se imbocchi il sentiero della accettazione e della serenità, fammi sapere come va… Ho fatto una rima stupida o sono proprio uno stupido? Una rima stupida o una stupida rima? Tu cosa consideri prima? Due rime stupide fanno uno stupido? Occhio ai fatti e ai giudizi, ai giudizi e ai giudici, esterni e interiori… Impara a distinguere…

La vecchia sempre verde signora

Non ci vuole niente a sentirsi sbagliati, falliti, inadeguati, colpevoli, incazzati, a volte con tutti e per tutto. Con il corteo di emozioni, più o meno intense, di dolore, rabbia, angoscia, tristezza che accompagna i fatti frustranti. E la ferocia dell’autocritica: “non ho fatto ciò che dovevo fare”, “ho fatto ciò che non dovevo fare”, “non sono come devo essere”. E il giudizio severo verso gli altri che “non sono come dovrebbero essere”.
È più difficile sentirsi sereni per ciò che abbiamo realizzato, tranquilli anche se molte cose non sono come vorremmo, comprensivi con noi stessi anche se qualche errore ce lo possiamo rimproverare, a posto con gli altri che pure non sempre si sono comportati bene nei nostri confronti.
Come te lo spieghi?
Nostra signora, la PRETESA. La vecchia sempre verde signora. Anticamente nata dentro di noi eppure sempre ancora presente, giovane e viva più che mai. Viva e pronta ad uccidere chi le passa accanto…
La pretesa si insinua insidiosa in ogni nostro pensiero. La pretesa conosce solo un’espressione: “DEVE ESSERE ASSOLUTAMENTE E NECESSARIAMENTE IN QUESTO MODO”.
Fatti un giro, nei meandri della tua mente, e nota quanta pretesa è presente nei tuoi pensieri, nei tuoi ragionamenti, nei tuoi discorsi, in molti scambi con gli altri. Ogni volta che la incontri prova a sostituirla con qualcos’altro. L’espressione di un DOVERE con l’espressione di una PREFERENZA.

“DEVE ESSERE PER FORZA COSÌ”

con

“MI PIACEREBBE”.

E nota l’effetto che fa. Se ci riesci e cosa succede in te quando ci riesci, cosa cambia…

Un tizio entra in un caffè… Splash

Tizio incontra Caio ed entra in depressione. Una storia comune…
Che ti viene da pensare? Per esempio, che Caio porta sfortuna o che Tizio è molto sensibile? Che altro?
È proprio ciò che pensiamo che fa la differenza. E poi depressione a cosa ti fa pensare? Che immagine ne hai?
Ho usato appositamente espressioni generiche come Tizio, Caio e depressione. Potresti essere tu sia Tizio sia Caio. E potresti essere tu depresso o ansioso o stressato. O portatore insano di altri disagi psicologici; anche quest’ultima è un’espressione generica, può voler dire tante cose.
Tutto questo per ricordarti cio che già molti altri prima di me hanno detto: non sono le cose e le persone a farci stare male (e bene), ma sono i SIGNIFICATI che noi diamo alle cose.
Vediamo più da vicino. Che ha fatto Caio? Che ha pensato Tizio? Di cosa è fatta la depressione di quest’ultimo? Forse Caio è il fratello di Tizio e stamattina non lo ha chiamato al telefono. Doveva chiamarlo? Era questo il loro accordo? Era quello che si aspettava Tizio? Lo pretende ogni mattina? E seppure non lo avesse salutato, disattendendo un accordo più o meno esplicito, cosa significherebbe ciò per Tizio? Per il loro rapporto? Cosa spiega la sua depressione? E ancora: in che modo è depresso Tizio? È triste? Arrabbiato? Spento? Demotivato? Insonne? Senza energia? Senza volontà e interessi? Come vedi potrei continuare ancora molto a lungo a RIEMPIRE i VUOTI di SIGNIFICATO tra i FATTI e i VISSUTI.
I fatti (Caio non ha chiamato Tizio…) sono ciò che vedrebbe una telecamera (ma anche due telecamere in posizioni diverse ‘vedrebbero’ sfaccettature differenti).
Le interpretazioni dei fatti sono le cose che noi vediamo nei fatti; ma è sicuro che si è svegliato? E se dormisse ancora? E se fosse morto? E se avesse il telefono scarico? In realtà, ha provato a chiamarmi ma non c’era campo. Avrà pensato che io non voglio rispondergli, che sono arrabbiato con lui o chissà che altro potrebbe addirittura pensare Tizio di cosa pensa Caio.
Spesso succede che leggiamo il comportamento dell’altro in modo autoriferito: se non mi ha chiamato dipende certamente da me. Forse non mi vuole bene. Forse non sono importante per lui.
Spero di averti dato l’idea di come può generarsi la nostra sofferenza a partire da alcune situazioni iniziali apparentemente neutre dal punto di vista emotivo, innocue in teoria, in pratica fonte attivante delle nostre distorsioni di pensiero che ci conducono a stare male. Puoi rintracciare qualche esempio che ti riguarda?
Ieri il mio capo mi ha chiamato a fine giornata. Mi sono preoccupata…
Ieri il mio capo mi ha chiamato a fine giornata. Che emozione!
Ieri il mio capo mi ha chiamato a fine giornata. Lo avrei preso a schiaffi…
Domani è prevista pioggia. Che fico…
Domani è prevista pioggia. Sono proprio sfortunato!
Domani è prevista pioggia. A me non cambia nulla.
Quelle due mi stanno guardando. Devo sembrare ridicolo…
Quelle due mi stanno guardando. Ora mi avvicino…
Quelle due mi stanno guardando. Avranno sbagliato persona…
Caio incontra Tizio e prova ansia… Come te lo spieghi?