L’abuso e la cura

I disturbi della personalità e molti tra i più gravi sintomi psicologici e psicosomatici in generale sono l’espressione dell’adattamento che la persona ha trovato ad una storia di relazioni stressanti, spesso a partire da relazioni precoci traumatiche; la soluzione, anche se disfunzionale, per padroneggiare lo stress/ trauma emotivo e interpersonale; le strategie che la persona fin da bambino ha adottato per governare qualcosa di emotivamente troppo grande e potente da gestire per cercare di non esserne turbato profondamente.
La persona, bambina, è stata sopraffatta da situazioni più grandi di lei, imprevedibili, emotivamente soverchianti, perciò ingestibili per le risorse limitate di un bambino che a volte ha subito un vero abuso sessuale, spesso da persone vicine, altre volte ha subito un abuso sotto forma di violenza fisica, altre ancora ha dovuto confrontarsi con modalità di relazione e trascuratezza che possono ben definirsi come “abuso psicologico o emozionale”.
Queste diverse forme di abuso e di incapacità genitoriale di prendersi cura in modo adeguato del figlio (di proteggerlo, amarlo, guidarlo, sostenerlo, aiutarlo a costruire una sana autostima, ad avere fiducia negli altri e a trovare senso e valore alla vita) hanno lasciato ferite profonde difficili da rimarginare. In particolare, hanno ostacolato l’apprendimento da parte del bambino di sane capacità di auto-rassicurazione e auto-regolazione emotiva utili per affrontare momenti stressanti, frustranti e dolorosi che la vita ci presenta. Crescendo, quel bambino poi adolescente quindi adulto, avrà trovato altre soluzioni “patologiche” per lenire i suoi dolori, affrontare gli stress quotidiani e le delusioni affettive. Nei momenti di difficoltà, frustrazione e delusione, invece che accedere a sane risorse interne di autoconsolazione e autoconforto, invece di cercare adeguato supporto affettivo tra parenti e amici, tenderà ad utilizzare modalità distorte e francamente malate per far fronte a quelle emozioni dolorose, intense, sovrastanti. Se nessuno gli ha insegnato qualcosa di buono avrà probabilmente trovato qualche sistema per cavarsela in contatto col suo dolore, avrà trovato purtroppo comportamenti problematici e sintomatici come tentativi fallimentari per gestire il dolore, comportamenti disfunzionali tra i più disparati: dipendenze e compulsioni varie, comportamenti alimentari disturbati, atti autolesivi come modo per sentire dolore fisico al posto di quello emotivo oppure autolesionismo per sentire i confini del corpo, sessualità abnorme, comportamenti pericolosi e violenti, sintomi dissociativi, ecc.
Queste diverse forme patologiche in terapia forniscono un “canale di accesso” fondamentale per rivisitare, comprendere, elaborare e “risolvere” la storia traumatica della persona. Quello che la persona sperimenta oggi offre un “ponte” per curare le ferite antiche, per riprendere contatto col bambino solo, “abusato”, ferito, addolorato che ancora vive nell’adulto e che ha bisogno di essere “curato” come non è stato possibile al tempo. Nella relazione terapeutica accogliente e “riparativa”, il paziente può finalmente “chiudere i conti” col suo passato doloroso e riprendere la strada di uno sviluppo felice interrotto o forse mai iniziato…

Quando lo hai imparato e a cosa ti è servito…

Molta parte della SOFFERENZA PSICOLOGICA deriva da una storia di TRAUMI INTERPERSONALI, una storia di vita caratterizzata da figure di riferimento, genitori in primis, che non hanno adeguatamente protetto, accudito, sostenuto, guidato, aiutato il bambino a dare senso alle esperienze. Sulla “BASE INSICURA” di queste carenze relazionali e affettive, la persona non ha potuto sviluppare un’adeguata capacità di PENSARE in modo sano e realistico né una capacità di regolazione delle EMOZIONI né la capacità di adottare COMPORTAMENTI efficaci alla soddisfazione dei propri bisogni e alla realizzazione degli obiettivi personali di vita.
Un modello di psicoterapia che lavora specificamente sui traumi, sia quelli legati ad esperienze devastanti di stress estremo (abusi, catastrofi, terremoti, incidenti a rischio mortale, lutti innaturali, ecc.) sia quelli legati ad una storia di vita interpersonale traumatica caratterizzata da una traumatizzazione relazionale costante, è l’EMDR, un intervento di Desensibilizzazione e Rielaborazione dei traumi.
I traumi possono essere stati evidenti e chiaramente ricordati dalla persona oppure essere meno eclatanti, ma parimenti devastanti, anche perché spesso restano nascosti in una sorta di “memoria traumatica silente”.
Un modo per andarli a scovare, con delicatezza e determinazione allo stesso tempo, soprattutto quelli che originano nella storia di relazioni affettive problematiche, per poterli quindi affrontare nel contesto sicuro della relazione terapeutica, è quello di seguire una semplice domanda, anzi due: QUANDO HAI IMPARATO a pensare quello che pensi, a sentire quello che senti, a fare quello che fai? A COSA TI È SERVITO?
Prova a farlo come esercizio di auto-esplorazione personale, mettendoci i tuoi contenuti… I tuoi pensieri che ti creano problemi, le tue emozioni dolorose, i tuoi comportamenti inefficaci e disfunzionali… Ad esempio…
Quando hai imparato ad aver paura di sbagliare? A cosa ti è servito?
Quando hai imparato ad evitare invece di affrontare? A cosa ti è servito?
Quando hai imparato a sentirti colpevole?
Quando hai imparato a sentirti inadeguato e non all’altezza?
Quando hai imparato a sentirti indegno e non amabile?
Quando hai imparato a compiacere gli altri e sottometterti?
Quando hai imparato a dover essere perfetto e ineccepibile?
Quando hai imparato ad autosvalutarti e sentirti inferiore?
Quando hai imparato a sentirti escluso e diverso dagli altri?
Quando hai imparato a sentirti fragile, debole e vulnerabile?
Quando hai imparato a farti schiacciare e invadere dagli altri?
Quando hai imparato a tenere tutto sotto controllo?
Quando hai imparato ad essere sempre insoddisfatto?
Quando hai imparato ad isolarti dagli altri?
Quando hai imparato ad essere diffidente e aggressivo?
Quando hai imparato a dirti che non vali niente e tutti sono migliori di te?
Quando hai imparato a dirti che non ce la fai né ce la farai mai?
Quando hai imparato a non permetterti piaceri e divertimento?
Quando hai imparato a sentirti vittima della volontà altrui e privo della capacità di scegliere autonomamente?
QUANDO HAI IMPARATO E A COSA TI È SERVITO?

Le domande che ti ho suggerito già potrebbero esserti utili, ma sono comunque solo uno spunto iniziale. Impara a cercare tra le pieghe nascoste dei tuoi tipici, ripetitivi modi di pensare, sentire, agire, creare relazioni…
Se cerchi le risposte a queste domande o ad altre per te più efficaci e sensibili, avrai già un ottimo punto di partenza per PRENDERTI CURA DELLE TUE FERITE DOLOROSE …

Come sviluppare abitudini sane

Oggi ti suggerisco un’attività di monitoraggio o training di consapevolezza (e azione) attraverso il diario.

È un impegno che prendi con te stesso. Richiede la tua massima attenzione per una tua grande soddisfazione. Puoi farlo ogni volta che vuoi, una o più volte al giorno. Più ci metti e più ci trovi. Ecco la traccia.

Quando sei sotto stress il tuo bisogno è di… ridurre lo stress. Utilizzi allora alcune modalità o soluzioni. Alcune sane, altre patologiche. È utile quindi capire bene cosa sta succedendo nella tua vita. Ti può aiutare un diario per l’automonitoraggio ovvero per l’osservazione di alcuni aspetti della tua quotidianità. Nota e annota vari elementi.

  • Di cosa è fatto il tuo stress. Cosa ti procura stress. Registra situazioni, comportamenti, pensieri, emozioni che vivi quando ti senti stressato. Cosa succede, quali sono gli eventi, dove, quando, con chi, perché.
  • Cosa dovrebbe succedere o vorresti che succedesse affinché tu possa sentirti meno stressato. Fatti guidare sempre dalle domande base: cosa, chi, dove, quando, come e perché.
  • Quali sono i tuoi bisogni in quella situazione stressante come da te definita e vissuta.
  • Quali modalità utilizzi per combattere, ridurre, eliminare il tuo stress.
  • Quali sono, secondo te, modalità sane oltre che utili.
  • Quali sono, secondo te, modalità patologiche anche se (forse) utili.
  • Descrivi la situazione da una prospettiva di vantaggio e svantaggio a breve termine: cosa di positivo e negativo ottieni nell’immediato dal mettere in atto certe modalità.
  • Immagina la situazione da una prospettiva di vantaggio e svantaggio a lungo termine: cosa di positivo e negativo succederà nei prossimi giorni, mesi e anni se metterai in atto certe modalità o continuando a mettere in atto certe modalità.
  • Individua il piacere che provi e il dolore che eviti a breve termine facendo quello che fai.
  • Individua il piacere che provi e il dolore che eviti a lungo termine facendo quello che fai.
  • Cosa fa scattare la modalità patologica o abitudine insana o improduttiva: quale situazione, cosa provi e cosa pensi in quella situazione, cosa vedi e cosa immagini, cosa percepisci e cosa senti nel corpo. Annota tutti i segnali di innesco dell’abitudine problematica.
  • Individua cosa potrebbe far scattare, invece, una modalità sana: quali pensieri, quali bisogni, quindi quali segnali.
  • Trova il modo per circondarti di segnali che innescano le modalità sane per soddisfare i tuoi bisogni.
  • Verifica l’effetto e ricomincia il ciclo fino ad affiancare le modalità sane a quelle patologiche in modo da avere più opzioni disponibili per soddisfare il tuo bisogno.

Anno nuovo… vita?

ANNO NUOVO… VITA? ANNO NUOVO… VECCHIE ABITUDINI?! ANNO NUOVO …ABITUDINI NUOVE?!

I buoni propositi sono destinati a fallire se non sono sorretti da buone abitudini.

La nostra VITA è organizzata intorno ad un certo numero di abitudini. La nostra GIORNATA è organizzata intorno ad un certo numero di abitudini. Il nostro COMPORTAMENTO contiene un certo numero di abitudini. L’abitudine è “semplicemente” un’azione allenata, un’azione ripetuta così tante volte che ad un certo punto non richiede più una scelta volontaria e consapevole, ma procede per conto suo.

L’abitudine, in senso generale, ha un valore evolutivo enorme: ci ha permesso come specie da sempre e ci permette oggi di risparmiare le nostre energie di consapevolezza e pensiero che possono essere dedicate ad altre scelte che richiedono riflessione e attenzione deliberata.

L’abitudine è un’azione, più o meno semplice o complessa, che scatta automatica quando la persona si trova di fronte a certi stimoli, solitamente legati all’ambiente esterno (segnali visivi, uditivi, sensoriali in genere, presenza di persone), ma anche ai movimenti e alle sensazioni interne (pensieri ed emozioni di cui possiamo essere più o meno consapevoli) che fungono da innesco che scatena la reazione automatica o abituale. L’effetto ottenuto dal comportamento (la soddisfazione di un bisogno) funziona da fattore di consolidamento dell’abitudine stessa: si rafforza ciò che funziona ovvero ciò che soddisfa gli scopi dell’individuo. Progressivamente nel tempo, sia lo stimolo iniziale, sia l’azione, sia la gratificazione ottenuta scompaiono dalla consapevolezza e tutto diventa automatico (ti consiglio la lettura del libro “Il potere delle abitudini” di Charles Duhigg dove l’autore presenta numerosi esempi pratici del “Circolo dell’abitudine”). Insomma facciamo quello che ci serve senza interrogarci ogni volta sul perché. Purtroppo, spesso, anche se l’effetto che otteniamo è negativo da certi punti di vista. Ad esempio: le varie forme di dipendenza (fumo, alcol, sostanze psicotrope, gioco d’azzardo patologico, alimentazione compulsiva, sesso compulsivo, lavoro compulsivo, shopping compulsivo, attività sportiva compulsiva, dipendenza da internet e dai social, ecc.) rappresentano abitudini radicate che ottengono un effetto positivo a breve termine, più o meno consapevole (sollievo dal dolore e dalla sofferenza emotiva, allentamento della tensione, riduzione dello stress, distrazione da pensieri e problemi, modulazione delle emozioni, illusione di controllo, senso di potere), ma evidentemente procurano dolore e problemi a lungo termine.

In questo modo, le abitudini si insediano dentro di noi in modo subdolo, fino a governare molto del nostro comportamento, anche quello che inizialmente non avremmo voluto adottare; ad esempio, “che sarà una sola volta” diventa tante tante tante volte. Una sigaretta diventa un pacchetto; una barretta di cioccolata dopo cena una volta a settimana diventa tutte le sere; cinque minuti di “rullo social” diventano tanti cinque minuti ogni cinque minuti. E così per “solo un gratta e vinci… solo due euro alle slot… solo un pomeriggio a settimana allungo il lavoro… solo un’altra camicetta… solo un altro acquisto su Amazon …”.

Se pensi ai diversi ambiti e ruoli della tua vita, ti puoi rendere conto che in molte occasioni ti ritrovi a fare scelte volontarie, consapevoli, deliberate, riflettute, ma nella maggior parte dei casi la tua condotta quotidiana è formata da una serie di azioni che gradualmente sono diventate automatiche (abitudini) e quindi non richiedono la tua decisione cosciente.

Se tu cominci ad osservare con attenzione la tua giornata da quando ti svegli a quando vai a dormire, potrai notare come essa sia scandita da un susseguirsi di azioni automatiche che riempiono il tuo tempo, danno forma alle tue attività e sono finalizzate a realizzare i tuoi scopi. Nota con attenzione come si svolge tipicamente la tua giornata. Anche se tu sei la persona meno routinaria al mondo, nota comunque quali sono le attività e le micro-azioni che ripeti quotidianamente e che ti servono a soddisfare i tuoi scopi e bisogni.

Procedendo con questa ATTENZIONE CONSAPEVOLE AGLI AUTOMATISMI, ti potrai anche rendere conto di come, nel dispiegarsi quotidiano delle tue attività, esista una vera e propria “rete di abitudini” tra loro connesse e che insieme tracciano la trama e il senso della tua giornata (della tua settimana, del tuo mese, del tuo anno, dei tuoi anni, della tua vita). Ciascuno di noi è il risultato di questo insieme complesso di abitudini.

Nota la prima cosa che fai quando ti svegli… e cosa fai poi quando ti alzi… e poi quando ti occupi di lavarti e vestirti… e come fai colazione… e come incontri le persone che vivono con te… cosa dici e cosa fai… e poi quando esci di casa (se esci di casa) … e quando inizi le tue attività lavorative (anche se resti a casa) o di studio… e come impieghi il tuo tempo dopo il lavoro… fino alle tue abitudini serali … fino alle tue abitudini prima di addormentarti …

Inizia a notare nello specifico le tue piccole azioni abituali: quando fai la doccia… quando lavi i denti … quando fai colazione… quando parli con i tuoi familiari o con te stesso se vivi da solo …

E nota le tue abitudini a lavoro… senza dare niente per scontato o per superficiale: OSSERVA CON ATTENZIONE COSA FAI E IN CHE SEQUENZA LO FAI … Ad esempio, la prima cosa che fai quando arrivi sul posto di lavoro… e poi tutte le altre… alcune abituali, altre estemporanee, diverse ogni giorno… e così rispetto ad altre attività che scandiscono la tua giornata. Ti concedi una pausa caffè o più di una? Cosa fai effettivamente e specificamente durante questa pausa? Da solo? In compagnia? E a pranzo? Sei abituato a pranzare? Sempre alla stessa ora? Cosa mangi solitamente? Dove? Come? Con chi? E dopo il lavoro: nota quali sono le tue abitudini… vai a casa o ti dedichi ad altro? Fai sempre la stessa cosa o cambi ogni giorno? Ti butti sul divano o ti dedichi ad altri passatempo? NOTA CON ATTENZIONE DI COSA È COMPOSTA LA TUA GIORNATA, IL TUO TEMPO; QUANTO È PIENO DI ABITUDINI E AUTOMATISMI E QUANTO È PIENO DI DECISIONI CHE DI VOLTA IN VOLTA PRENDI IN MODO CONSAPEVOLE E DIVERSO IN BASE AL MOMENTO.

E inizia a notare, oltre alle tue abitudini di comportamento, anche le tue abitudini di pensiero: quale contenuto focalizzano solitamente i tuoi pensieri …

E le tue abitudini a livello emotivo: quali emozioni sei più solito vivere…

E le tue abitudini a livello interpersonale: cosa fai tipicamente con gli altri …

Pensando ai diversi ambiti della tua vita, focalizza in particolare QUALCOSA CHE VORRESTI CAMBIARE DELLE TUE ABITUDINI. E pensa che queste tue abitudini sono comportamenti che hai appreso, che hai consolidato con la ripetizione, che hai allenato fino a diventare “esperto di quel comportamento”, fino a metterlo in pratica senza necessità di pensarci ogni volta. In quanto processo di apprendimento, come lo hai imparato lo puoi disimparare. O meglio: puoi imparare altri modi per soddisfare gli scopi e i bisogni che quell’abitudine soddisfa.

Ogni percorso di cambiamento e crescita personale inizia col diventare consapevoli di come funzioniamo allo stato attuale. Inizia a fare questo primo passo, inizia ad osservarti come non hai mai fatto… Quello che scoprirai ti fornirà indicazioni su dove vuoi andare… Cosa vuoi mantenere e cosa vuoi modificare

Buon anno!!!

Prova a non farlo

Chi più, chi meno, chi in modo francamente problematico e chi in modo più blando, molte persone (ciascuno di noi?) si trovano a mettere in atto comportamenti “negativi” e sviluppano abitudini nocive che hanno effetti problematici in uno o più ambiti di vita e che spesso creano o mantengono relazioni fonte di sofferenza. In alcuni casi questi comportamenti ed abitudini possono risultare pericolosi per la propria vita e per quella degli altri. Potrebbe essere un comportamento di “ritiro” dalle relazioni e chiusura in se stessi o un “comportamento violento” nei rapporti interpersonali. Potrebbe essere il “trattenere” ogni cosa dentro di sé per la paura di esprimersi o l’espressione di sé “senza freni” e senza regolazione alcuna. Potrebbe essere un atteggiamento “arrogante e presuntuoso” piuttosto che il porsi sempre in modo “sottomesso e compiacente”. Potrebbe essere un “pensiero rimuginativo” su come affrontare i problemi senza di fatto riuscire a risolverne uno. Potrebbe essere un “lavorare compulsivo” 15 ore al giorno 7 giorni su 7 e sentirsi comunque un fannullone che non fa abbastanza. Potrebbe essere che “smetti di mangiare” o che “non smetti più di mangiare”. Potrebbe essere che “smetti di fare ogni attività fisica” o che inizi a fare “esercizio fisico in modo compulsivo”. Potrebbero essere le abitudini comportamentali più tipicamente tossiche come il “fumare o bere in eccesso”, piuttosto che adottare comportamenti di “dipendenza” e al limite del rischio di morte: abuso di sostanze, comportamenti sessuali promiscui, gioco d’azzardo, ecc.. In alcuni casi estremi si può arrivare a gesti di “autolesionismo” e di automutilazione di diversa gravità, fino a “tentativi, più o meno seri, di suicidio”.

Sai che sono un problema eppure continui a mettere in atto uno o più comportamenti critici. Perché lo fai? A che ti servono? Quale scopo o bisogno soddisfi? Ti sfoghi? Ti calmi? Ti rassicuri? Ti conforti? Urli il tuo bisogno di essere visto? Il fatto è che spesso o quasi sempre non sai perché lo fai. Probabilmente questi comportamenti hanno lo scopo, inconsapevole, di “lenire un dolore emotivo”, ma finiscono per esitare in comportamenti e modi di stare in relazione che seppure placano un certo tipo o grado di sofferenza ne procurano un’altra in molti casi ancora più disturbante o pericolosa.

In modo paradossale, queste condotte hanno lo scopo inconsapevole di curare un disagio, lenire un dolore emotivo o allontanare una sofferenza psichica, ma rischiano di condurre ad esiti ancora più dolorosi e pericolosi. Al tempo stesso, proprio per la funzione che svolgono di difesa dall’angoscia e protezione dal dolore, vanno affrontate con cura e cautela. Vanno sfidate, ma anche rispettate per il valore protettivo che hanno.

Non sai perché lo fai!? Allora prova a non farlo! Provaci… non ci devi riuscire. Devi vedere l’effetto che fa: nota cosa succede se, trovandoti in una situazione che solitamente attiva il tuo comportamento problematico, provi a smettere di adottare quel comportamento negativo, cosa succede dentro e fuori di te (nelle reazioni degli altri); cosa provi, pensi e fai e cosa fa l’altra persona coinvolta in qualche modo. Nota e annota cosa succede …

È ovvio che l’obiettivo, a medio lungo termine, è comunque quello di eliminare o ridurre una condotta problematica, soprattutto se molto pericolosa per sé e per gli altri. Solo che l’attacco diretto e immediato spesso non funziona. Il sintomo problematico va “interrogato”, va “ascoltato” nel messaggio che veicola riguardo a noi stessi e alla vita che stiamo portando avanti, va “compreso” nel significato che ha per noi e per le nostre relazioni. È probabile che se riesci a non farlo (almeno per un po’) e sperimenti l’effetto che ha su di te e nelle tue relazioni, ciò che emergerà ti offrirà informazioni fondamentali per comprendere meglio te stesso, otterrai una più ampia consapevolezza dei tuoi vissuti emotivi sottostanti il tuo dolore, riuscirai ad identificare i bisogni mascherati da quella condotta problematica, comprenderai meglio quale convinzione inconsapevole hai su di te, contro cosa stai combattendo, al fine di trovare nuovi, più sani, modi per vincere la tua battaglia.

Questo è uno dei modi più fruttuosi di procedere in psicoterapia, soprattutto in quei casi e per quei comportamenti che sono stati affrontati in svariati modi senza riuscire ad essere efficaci. Una volta che la “volontaria, quanto faticosa, temporanea sospensione” del comportamento critico ha fatto emergere vissuti dolorosi, bisogni irrisolti, convinzioni nucleari negative su di sé, la psicoterapia si focalizza su questi aspetti legati allo “sviluppo traumatico” della persona e, gradualmente, svolta la loro funzione, i comportamenti disfunzionali non avranno più ragione di esistere…

Cammini per un miglio

Un poliziotto andò in pensione per ragioni di salute. Aveva un enfisema, la pressione alta ed era in sovrappeso; beveva troppo, mangiava troppo, fumava troppo. Voleva smettere di stare male e voleva tornare a lavorare ma nelle sue condizioni di salute non poteva…

Voleva smettere di mangiare troppo, voleva smettere di bere troppo, voleva smettere di fumare troppo.

Del resto… era scapolo e quasi sempre mangiava in un ristorante dietro l’angolo. Oppure faceva la spesa al supermercato dietro l’altro angolo…

Comprava due stecche di sigarette alla volta nello stesso posto dove faceva la spesa…

E i liquori al negozio accanto al primo… e poteva bere fino ad una bottiglia di whisky al giorno…

Aveva tutto a portata di mano… tutto l’occorrente… per stare male… eppure voleva stare meglio… voleva smettere tante cose… e voleva un’altra salute…

Allora il suo terapeuta (La mia voce ti accompagnerà. Milton Erickson), sapendo che era stato un poliziotto abituato a ricevere ordini, gli fornì delle “indicazioni terapeutiche” adatte alla sua situazione…

Poteva cominciare a camminare!!!

Poteva comprare le sigarette un pacchetto alla volta, nel negozio dall’altro lato della città…

Poteva compare il necessario per ogni singolo pasto quotidiano ad un negozio di generi alimentari distante un miglio da casa sua… tre belle camminate al giorno, colazione, pranzo e cena…

Poteva bere un bicchierino in ogni bar, distanti l’uno dall’altro almeno un miglio …

Dopo queste indicazioni il paziente se ne andò piuttosto infuriato…

Dopo circa un mese arrivò un altro paziente mandato da “quel poliziotto in pensione”: “mi ha detto che lei è l’unico psichiatra che sa quello che fa”. Quel poliziotto aveva capito che quello che faceva era un atto consapevole e che poteva controllare: mangiare, bere, fumare, camminare. Chiude Erickson: “io non gli prescrissi di smettere di mangiare, di smettere di bere, di smettere di fumare. Gli diedi invece la possibilità di camminare”.

Spesso il percorso di crescita personale non richiede tanto di togliere quello che non va quanto piuttosto “aggiungere qualche altra possibilità”. Se fino a questo momento io ho vissuto con una cassetta degli attrezzi che mi ha permesso di cavarmela, la mia crescita personale deve rispettare il modo in cui sono arrivato fin qui, al contempo posso aggiungere altri attrezzi alla mia cassetta, senza togliere i precedenti. Semplicemente da oggi in poi avrò più possibilità e strumenti per affrontare il mondo e la vita…

Com’è per te?

3 passi per togliere una piccola grande dipendenza. Esercizio

Ogni emozione conduce al cibo o a qualche altra forma di “dipendenza”, qualcosa che facciamo per rispondere a quella emozione. Sono triste e mangio (o fumo o bevo o divento violento o gioco d’azzardo o vado su facebook o vado su internet o mi compro un vestito o … ), sono arrabbiato e mangio… (o tutto il resto) sono preoccupato e mangio o tutto il resto… sono angosciato e… sono solo e … mi sento in colpa e… mi sento una schifezza e… mi sento un fallito e… chi più ne ha più ne metta, sia di stati d’animo negativi “attivatori” del comportamento problematico sia di comportamenti “critici” “abituali” da cui ormai siamo dipendenti.

Le dipendenze, intese in tal modo, non sono altro che “canali abituali attraverso cui rispondiamo alle emozioni dolorose”. Abitudini ormai consolidate e divenute inconsapevoli itinerari che ci portano ad alimentare la sofferenza invece che a trovare modi utili per rispondere allo stato d’animo generatore iniziale.
Quando decidi di farci qualcosa è importante che inizi a guardarti dentro con domande semplici, chiare, essenziali. Le risposte che troverai amplieranno la tua consapevolezza e le possibilità di cambiamento.

1. “Quando mi ritrovo nel mio comportamento dipendente o compulsivo o abituale e nocivo cosa sto provando emotivamente?

2. E quando hai identificato le tue emozioni: sono triste, sono arrabbiato, sono angosciato, mi sento vuoto, mi sento in colpa, mi vergogno, mi annoio, ecc. … chiediti: di cosa ho bisogno (che solitamente mi illudo, più o meno consapevolmente, di soddisfare con quel comportamento dipendente o abitudine malsana)? “Di cosa ho bisogno veramente che non può trovare risposta efficace nel comportamento dipendente?”

3. Identificato quel bisogno (essere rassicurato, protetto, consolato, confortato, essere in compagnia invece che solo, vitalizzarmi, placare il mio dolore, farmi rispettare, difendere il mio spazio, valorizzare i miei pensieri, legittimare i miei bisogni, ecc.) chiediti: “cosa posso fare di veramente efficace ed utile per questo mio bisogno?” Quale azione sana (invece che il mio solito abituale comportamento dannoso) posso mettere in pratica per ottenere o realizzare ciò di cui ho veramente bisogno?

E poi ancora una volta tocca a te …

Pratica pratica pratica fino a rendere questi 3 passi le tue nuove abitudini mentali e comportamentali.