Esercizio per prevenire la depressione e favorire il benessere

Tre momenti di consapevolezza al servizio del tuo benessere fisico e mentale…
Questo esercizio funziona solo se lo fai con attenzione e costanza… E se traduci la consapevolezza acquisita in azione responsabile…

Mattina. Scrivi tre RISORSE o punti di forza che senti ti appartengono: forza, coraggio, sensibilità, intelligenza, empatia, tenacia, simpatia, ottimismo, fiducia, abilità interpersonali, ecc.. Se non li trovi… Impara a riconoscerli. Li troverai sicuramente. Per ciascuna risorsa o qualità scrivi quando, dove, come, con chi la metterai in atto in giornata … E impegnati a farlo concretamente…

Pomeriggio. Individua un momento della tua vita in cui sei stato AL MEGLIO, pieno di risorse, qualità, forza, energia, entusiasmo. Se non riesci a ricordarlo… Guarda meglio nel tuo passato, recente o remoto, certamente troverai un’esperienza di te al meglio… E usala come guida consapevole da ora in poi…

Sera. Scrivi tre EVENTI POSITIVI che hai vissuto nella giornata. Se credi di non averli vissuti… Impara a notare meglio le tue esperienze e annota anche i motivi per cui hai vissuto queste esperienze di piacere, gioia, serenità o altra emozione positiva. Sii grato per essi e portali nei tuoi sogni…

Latte, amore e…

L’ansioso è cresciuto a latte, amore e… preoccupazione e controllo.

Il depresso è cresciuto a latte, amore e… delusione e perfezionismo.

Manipolazione emotiva, giudizio e colpevolizzazione non mancano quasi mai del resto in ogni famiglia. Mentre pretese reciproche, sottomissione compiacente e tendenza all’autosacrificio di uno o più membri della famiglia sono presenti in diversa misura e forma.

Tutte le forme di sofferenza emotiva relazionale e di psicopatologia (ansia, attacchi di panico, fobie, disturbi dell’umore, ossessioni, disturbi alimentari, dipendenze, disturbi di personalità, ecc.) nascono e si sviluppano all’interno della suddetta matrice fondamentale dove all’amore (quando le cose vanno bene) è stato aggiunto qualcos’altro in misura più o meno consistente.
Il successivo percorso unico di vita contribuirà a definire lo sviluppo della personalità infantile, adolescenziale e adulta, negli aspetti sani e in quelli patologici.
La persona che arriva a chiedere un aiuto terapeutico presenta i suoi sintomi fisici e psicologici. Questi vanno inquadrati nel contesto di vita attuale della persona, nel suo modo di pensare, di gestire lo stress e di vivere le relazioni. Al tempo stesso, quasi sempre si arriva ad investigare le origini antiche delle modalità attuali di pensiero e comportamento. Per questo sono utili alcune domande esplorative da cui partire per andare a cercare il senso del proprio modo di stare al mondo, il significato di certi personali aspetti problematici, il valore adattivo del proprio modo di essere che, sviluppato da bambini, ha portato l’individuo ad essere quello che è oggi…
Ecco una traccia che puoi usare come esercizio autoesplorativo per iniziare a fare almeno un pezzo del tuo percorso di ricerca (se vuoi, fatti aiutare da qualcuno a raccogliere le informazioni…).
Cosa è successo a casa quando sono nato? Quali eventi significativi hanno segnato quegli anni nella mia famiglia?
Cosa si aspettavano dalla mia nascita?
Cosa si aspettavano da me?
Chi ero io all’interno della famiglia già esistente?
Chi dovevo essere?
Quale ruolo dovevo incarnare?
Come si prendevano cura di me i miei?
Quale atmosfera emotiva regnava in famiglia? Quali risorse erano presenti?
Quali problemi c’erano?
Cosa è successo di importante nei miei primi tre anni di vita?
Cosa è successo di importante in altri momenti del mio sviluppo?
A che età risalgono i miei primi ricordi?
Qual è il mio primo ricordo positivo?
Qual è il mio primo ricordo negativo?
Quali esperienze erano favorite e incoraggiate?
Quali esperienze erano inibite ed ostacolate?
Quali motti esprimono i valori e le inclinazioni fondamentali del mio nucleo familiare?
Cosa ho imparato nella mia famiglia sul modo migliore di stare al mondo?

Le domande potrebbero continuare pressoché all’infinito. Le domande sono porte d’accesso all’interiorità. Trova tu altre domande per te fondamentali nel tuo percorso di autoesplorazione al servizio della consapevolezza e della crescita personale…

L’abuso e la cura

I disturbi della personalità e molti tra i più gravi sintomi psicologici e psicosomatici in generale sono l’espressione dell’adattamento che la persona ha trovato ad una storia di relazioni stressanti, spesso a partire da relazioni precoci traumatiche; la soluzione, anche se disfunzionale, per padroneggiare lo stress/ trauma emotivo e interpersonale; le strategie che la persona fin da bambino ha adottato per governare qualcosa di emotivamente troppo grande e potente da gestire per cercare di non esserne turbato profondamente.
La persona, bambina, è stata sopraffatta da situazioni più grandi di lei, imprevedibili, emotivamente soverchianti, perciò ingestibili per le risorse limitate di un bambino che a volte ha subito un vero abuso sessuale, spesso da persone vicine, altre volte ha subito un abuso sotto forma di violenza fisica, altre ancora ha dovuto confrontarsi con modalità di relazione e trascuratezza che possono ben definirsi come “abuso psicologico o emozionale”.
Queste diverse forme di abuso e di incapacità genitoriale di prendersi cura in modo adeguato del figlio (di proteggerlo, amarlo, guidarlo, sostenerlo, aiutarlo a costruire una sana autostima, ad avere fiducia negli altri e a trovare senso e valore alla vita) hanno lasciato ferite profonde difficili da rimarginare. In particolare, hanno ostacolato l’apprendimento da parte del bambino di sane capacità di auto-rassicurazione e auto-regolazione emotiva utili per affrontare momenti stressanti, frustranti e dolorosi che la vita ci presenta. Crescendo, quel bambino poi adolescente quindi adulto, avrà trovato altre soluzioni “patologiche” per lenire i suoi dolori, affrontare gli stress quotidiani e le delusioni affettive. Nei momenti di difficoltà, frustrazione e delusione, invece che accedere a sane risorse interne di autoconsolazione e autoconforto, invece di cercare adeguato supporto affettivo tra parenti e amici, tenderà ad utilizzare modalità distorte e francamente malate per far fronte a quelle emozioni dolorose, intense, sovrastanti. Se nessuno gli ha insegnato qualcosa di buono avrà probabilmente trovato qualche sistema per cavarsela in contatto col suo dolore, avrà trovato purtroppo comportamenti problematici e sintomatici come tentativi fallimentari per gestire il dolore, comportamenti disfunzionali tra i più disparati: dipendenze e compulsioni varie, comportamenti alimentari disturbati, atti autolesivi come modo per sentire dolore fisico al posto di quello emotivo oppure autolesionismo per sentire i confini del corpo, sessualità abnorme, comportamenti pericolosi e violenti, sintomi dissociativi, ecc.
Queste diverse forme patologiche in terapia forniscono un “canale di accesso” fondamentale per rivisitare, comprendere, elaborare e “risolvere” la storia traumatica della persona. Quello che la persona sperimenta oggi offre un “ponte” per curare le ferite antiche, per riprendere contatto col bambino solo, “abusato”, ferito, addolorato che ancora vive nell’adulto e che ha bisogno di essere “curato” come non è stato possibile al tempo. Nella relazione terapeutica accogliente e “riparativa”, il paziente può finalmente “chiudere i conti” col suo passato doloroso e riprendere la strada di uno sviluppo felice interrotto o forse mai iniziato…

Il focus della psicoterapia

Oggi presento uno schema che sarà per te immediatamente comprensibile e fruibile al fine di conoscere COME FUNZIONA LA PSICOTERAPIA. Schema semplice e generale entro il quale deve essere considerata la specificità del funzionamento mentale della singola persona e la sua storia di vita assolutamente unica e irripetibile.

Generalmente una persona arriva a CHIEDERE AIUTO PER UN PROBLEMA CHE PUÒ RIGUARDARE UNO O PIÙ AMBITI DELLA SUA VITA, una o più relazioni importanti in cui l’individuo vive stati d’animo negativi quali insoddisfazione, frustrazione, malumore, delusione, tristezza, rabbia, bassa stima di sé, preoccupazione, senso di colpa, vergogna, invidia, senso di inadeguatezza. E può riferire uno o più COMPORTAMENTI PROBLEMATICI CHE VORREBBE MA NON RIESCE A CAMBIARE: alcune condotte che vorrebbe smettere, ad esempio, essere violento o taciturno; alcune abilità che vorrebbe, invece, imparare, ad esempio, comunicare in modo efficace per farsi rispettare e valere; alcuni impulsi che non riesce a controllare, ad esempio, bere e giocare d’azzardo in modo compulsivo.

A fronte di questa sofferenza riferita e vissuta attraverso emozioni disturbanti, comportamenti negativi e rapporti interpersonali difficili, gradualmente, in terapia, emerge il pensiero problematico della persona, associato al suo malessere, un PENSIERO DISTORTO, abnorme, spesso distante da una valutazione realistica delle cose, dei fatti e degli eventi. In particolare, abbiamo tre categorie fondamentali di pensiero “negativo” spesso tra loro combinate:

  1. Un pensiero DEPRESSIVO in cui la persona è assorbita in “valutazioni negative del passato”, anche recente, che la portano a provare “sentimenti di tristezza, angoscia e disperazione” per ciò che non è andato come si aspettava, per i desideri frustrati e insoddisfatti, per aver perso relazioni importanti, per non aver raggiunto mete desiderate, ecc. Il focus del pensiero negativo depressivo è sul “vuoto”, sulla “perdita”, sulla “mancanza”, sul “fallimento”, sul “senso di inadeguatezza personale”, su ciò che non c’è o non basta mai, fino a percepire se stesso come disgustoso e privo di valore … Il vissuto è spesso di “rovina globale”, “degrado totale”, “danno irreparabile”, “sciagura irrimediabile”, “devitalizzazione insostenibile”, “futuro totalmente, insopportabilmente e irrimediabilmente nero”, ecc. … Tutto è nero e ha perso senso e valore. E così sarà per sempre!!!
  2. Un pensiero ANSIOSO in cui la persona è assediata da “previsioni catastrofiche sul futuro”, anche immediato, che la portano a “stati di preoccupazione e angoscia, senso di minaccia e pericolo” di vita per sé e per i propri cari. Il focus del pensiero negativo è sulla “minaccia incombente”, rispetto alla quale la persona “si sente fragile, indifesa, impotente”. Il vissuto è di “attesa di una sciagura”, “estremamente grave” fino alla morte ed “estremamente probabile”, quasi certa, con un senso di sé percepito “incapace di sostenere l’esito funesto” e assolutamente “non in grado di porre rimedio” a quanto “sicuramente” accadrà.
  3. Un pensiero RIGIDO, tipico delle personalità disturbate, in cui la persona “legge sempre allo stesso modo la molteplicità dei fatti”, degli accadimenti e delle relazioni. Tende a ricondurre tutto e tutti ad alcuni temi specifici che si ripetono e che la persona utilizza per dare “significato al mondo”. Alcuni individui tendono ad essere sempre “diffidenti e sospettosi”, altri a sentirsi sempre e comunque “fragili, deboli, bisognosi, incapaci di farcela da soli” senza l’appoggio fondamentale di qualcuno altro da cui finiscono per dipendere. Altre persone si sentono “superiori e speciali”, pretendono applausi e approvazioni per ogni loro azione, anche la più normale; sotto un’apparente forza nascondono una fragile autostima. Altri, al contrario, si sentono “sistematicamente inferiori, inadeguati, falliti, colpevoli” e non sono mai soddisfatti di sé. Altri hanno “paura estrema del giudizio degli altri” fino a condurre una vita organizzata intorno al tentativo di evitare ogni possibile critica e valutazione negativa delle proprie azioni. Altre persone, invece, hanno un pensiero orientato a “controllare tutto affinché sia preciso, ordinato, pulito, corretto, moralmente ineccepibile”. In generale, queste persone che hanno un pensiero rigido e fisso su alcuni temi tendono ad avere enormi problemi di autostima e relazioni interpersonali difficili, conflittuali o carenti. Vivono quindi emozioni negative quali paura, angoscia, rabbia, tristezza, dolore, rifiuto, ecc.. Quasi costantemente e con difficoltà riescono a condurre una vita personale, relazionale e professionale “normale”.

Il lavoro iniziale della psicoterapia è quello di portare la persona “sofferente” a rendersi conto di questi suoi “pensieri estremi, distorti, negativi” e dell’impatto che hanno sui suoi comportamenti e sulla qualità della sua vita, delle sue emozioni e delle sue relazioni. Lo scopo generale del lavoro terapeutico è aiutare la persona a trovare “altri pensieri più realistici e utili” da cui discendano “comportamenti più sani, funzionali all’adattamento e al raggiungimento dei propri scopi di vita”, al fine di portare avanti una quotidianità “reale” in cui l’individuo faccia spazio alla gioia e sappia accettare il dolore, in cui i problemi sono percepiti come affrontabili, le frustrazioni digeribili, le delusioni superabili, sviluppando, al contempo, la capacità di raggiungere obiettivi e un senso di sé sufficientemente realizzato e sereno.

Esercizio antidepressivo in 4 passi

Quando ti senti proprio giù, abbattuto, stanco, apatico; quando non riesci a fare quello che solitamente fai, quando non riesci a fare quello che dovresti fare; quando la sveglia suona sempre troppo presto o quando non hai bisogno della sveglia perché tanto ti svegli da solo nel cuore della notte; quando andare al lavoro “proprio non ti va…”, quando nemmeno le persone care riescono a smuoverti, quando ti senti fermo e immobile nelle testa e nelle gambe; quando niente ha senso, quando tutto è difficile, quando tutti sono migliori di te, quando… è il momento di seguire una strategia antidepressiva composta da alcuni passaggi fondamentali:

  1. Osserva senza giudicare. Sicuramente ti sarà capitato quando stai in un momento negativo di usare, spontaneamente, espressioni del tipo: “porca miseria…”, “mannaggia”, ecc. o di ritrovarti in automatico a sbuffare, sospirare, scuotere la testa ad esprimere un “no”, “non va bene così”. Questi comportamenti, più o meno consapevoli, a cui puoi, da ora, cominciare a prestare attenzione, rappresentano dei modi attraverso cui soffi sul fuoco o vi aggiungi benzina, sul fuoco dell’umore depresso. Sono dei “commenti” spontanei attraverso cui mandi a te stesso il messaggio: “non va bene! Non vai bene!!!”. Sono commenti automatici, quanto inutili, non ti servono a niente se non ad alimentare uno stato d’animo negativo. In questi momenti, invece, ti serve semplicemente “prendere atto”, notare la situazione senza qualificarla come negativa. “Il cuscino è verde…” non “il cuscino verde è brutto…”.
  2. Osserva il tuo dialogo interiore. I pensieri che girano nella tua testa sono depressogeni e autosvalutanti: “non riesco”, “non ce la faccio”, “è difficile”, “non sono all’altezza”, “non riesco a fare quello che dovrei fare”, “è pesante affrontare la giornata”, “gli altri riescono dove io non riesco”. Ti osservi e ti giudichi. Nota quanto è persecutorio il tuo pensiero. Auto-persecutorio. Il tuo pensiero ti mette sempre a confronto e ti fa notare che “perdi sempre”. Sei inadeguato, sei inferiore, sei sbagliato, sei incapace, sei un fallito … Che altro? Il tuo pensiero mette sempre a confronto “ciò che sei” con “ciò che dovresti essere” e il confronto risulta sempre “perdente”. “Sei un perdente”. E tu ci credi. Credi che ciò che gira nella tua testa sia la pura sacrosanta verità. E questo sarà vero fino a quando ci crederai. È vero se scegli di crederci. È vero se continui a crederci. Esiste un’altra verità possibile a cui puoi cominciare a credere? E come si fa? Quale verità puoi cominciare a fare tua?
  3. Osserva il tuo respiro. Se poni l’attenzione sul tuo respiro “prendi la distanza” dalla verità del dialogo interiore giudicante, svalutante, persecutorio. Nota l’andamento del tuo respiro, l’aria che entra e l’aria che esce. Poni l’attenzione sul torace e sull’addome che si muovono al ritmo naturale del tuo respiro. Nota semplicemente quello che succede qui-e-ora mentre respiri. Osserva il tuo respiro senza giudicarlo, senza confrontarlo con “come dovrebbe essere”, senza volerlo cambiare. Il dialogo interiore giudicante, solitamente, ti porta “nel futuro” (cosa dovrai fare e cosa sicuramente non riuscirai a fare, tutte le cose pesanti che devi fare e sentire che non ce la fai, focalizzarti su obiettivi e impegni e sentirti non all’altezza di portarli avanti, ecc.). o anche nel “passato” (tutto ciò che hai sbagliato, errori, fallimenti, rimorsi, rimpianti, ecc. dimostrano che “sei sbagliato”). Quando, invece, poni l’attenzione sul respiro sei “nel presente”. Quando osservi il tuo respiro senza pretese e aspettative sei nel momento perfetto. Quando tutto è ciò che è, quando non esiste alcuno scarto tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere.
  4. Concentrati su piccoli grandi successi. Dedicati a piccole abitudini quotidiane che ti danno piccole grandi soddisfazioni. Scegli alcune attività, 3 o 4 al massimo, da praticare regolarmente, in modo da riuscire a mantenerle e avere la possibilità di agire concretamente nella realtà sperimentando risultati positivi concreti. Possono essere le attività di cura dell’igiene personale, della casa, degli spazi privati. Può essere una piccola manutenzione dell’automobile o del giardino, può essere la regolarità dell’attività fisica, anche solo un quarto d’ora di camminata quotidiana, svolta in modo regolare. Può essere riordinare la scrivania o il computer. Può essere ogni attività che ti dia la possibilità di ottenere un risultato immediato da verificare, un “successo”, una gratificazione. Strutturare queste piccole abitudini ti permette di mantenere o recuperare un certo grado di attività e attivazione senza che il “dovere” diventi “persecutorio”. Non devi essere perfetto, le attività che svolgi sono un modo per prenderti cura di te e delle tue cose. Punto. Se ti dai obiettivi grandi in questo stato d’animo del momento rischi solamente di creare le condizioni per sentirti inadeguato e non all’altezza. Ora si tratta semplicemente di essere costante nell’azione, senza troppe altre riflessioni.

Dal sintomo al senso

Vita “stressante”, ritmi quotidiani frenetici, tempo che non basta mai, insoddisfazione in una o più relazioni personali e lavorative; crisi economica e criminalità, terrorismo internazionale e violenza domestica, varie forme di dipendenza e un senso di inadeguatezza dilagante (in diversi ambiti e ruoli della propria vita, ciascuno ha il proprio). “Mascheramenti” vari come modo per affrontare le proprie fragilità non riconosciute, perdita del senso di sicurezza, smarrimento di vecchi riferimenti valoriali non sostituiti da altri parimenti validi. Vite racchiuse in un selfie o in un like o in attesa del prossimo aperitivo. Chi più ne ha più ne metta… e dilagano ansia e depressione, ormai diffuse come il raffreddore.

Ansia e depressione sono diventate due “categorie sintomatiche” massicciamente usate soprattutto dai medici di base, dai medici non specialisti della salute mentale e, più in generale, dai non addetti ai lavori, dalla gente comune che contribuisce a diffondere sempre più, nell’immaginario collettivo, l’idea di un mondo di depressi e ansiosi.

E si arriva nello studio dello psicoterapeuta.

Arriva la persona con disturbi gastrici e ipocondria, quella con difficoltà di memoria e concentrazione, chi non riesce più a stare sul posto di lavoro o chi è rimasto senza amici e senza partner. Arriva la coppia che vuole recuperare il rapporto, la ragazza con problemi di sovrappeso, la donna con gli attacchi di panico, l’uomo (di solito spinto da qualcun altro) con problemi di alcol, di gioco d’azzardo o che abusa di sostanze. Arriva la persona con problemi di autostima e insicurezza, quello con vissuti di impotenza e fallimento, chi si vergogna e chi si sente in colpa. Arrivano persone che soffrono di un malessere generalizzato indefinito e chiedono di “stare meglio”, di capire ciò che sta succedendo nella propria vita e magari di apprendere abilità e strategie “per essere felici” o perlomeno per non soffrire troppo. Esistono, insomma, mille e una depressione, una o centomila ansie.

Con l’aiuto del terapeuta, le questioni critiche sono inquadrate in modo più specifico e articolato, al fine di andare oltre l’etichetta di malato ansioso e depresso, per rintracciare, in maniera chiara, il tipo di situazione presente e individuare il modo più efficace per affrontarla e superarla. Sempre più, inoltre, negli ultimi anni si presentano in terapia anche persone che chiedono di fare un “percorso di crescita personale”, chiedono di essere accompagnati in un viaggio di “sviluppo personale ed esistenziale”, chiedono di migliorare la comprensione di sé per migliorare la propria qualità della vita.

Ogni forma di malessere o disagio o richiesta “nasconde” e “rivela”, al tempo stesso, un “messaggio per la persona”, un messaggio che, decodificato, può fornire indicazioni fondamentali per affrontare e superare il momento critico o evolutivo che ha portato alla richiesta d’aiuto.

Preso atto della sofferenza specifica e di come si annida nelle relazioni della persona, nel suo modo di pensare di agire, si tratta di cogliere il senso del messaggio contenuto nel disagio per “tracciare e riprendere le linee evolutive dello sviluppo bloccato”, impedito, represso, che i sintomi stanno a segnalare.

Rintracciare ed esplorare i “nodi emotivi” che la persona presenta (dolore, rabbia, paura, tristezza, vergogna, preoccupazione, frustrazione, delusione, vuoto, smarrimento, ecc.) è un modo per togliere ai sintomi la fonte del loro (ri-)presentarsi.

Il malessere sintomatico è il modo in cui la persona comunica a se stessa e al mondo che c’è qualcosa nella sua vita che non va, che alcuni bisogni e parti vitali di sé stanno soffrendo eccessivamente, quindi è un richiamo a mettere in discussione il suo attuale assetto di abitudini di comportamento e di pensiero, il modo in cui la persona porta avanti la sua vita, le sue relazioni, i suoi affetti.

Capire il senso del sintomo vuol dire togliergli il motivo del suo esistere.

La terapia aiuta la persona a trovare il senso del sintomo per riprendere il senso e la direzione della sua vita…

Oltre l’etichetta stigmatizzante

Molte persone che arrivano in terapia portano con sé una diagnosi, alcune volte fatta da soli, via internet (sigh!), spesso fatta da qualche altro specialista consultato precedentemente o fatta dal medico di base (solitamente una generica “forma ansiosa e/o depressiva”). Se non hanno questa diagnosi, spesso è la prima cosa che chiedono. Cos’ho? Qual è il mio disturbo?
Per molte persone avere una diagnosi, rientrare in una categoria, è importante; li rassicura rispetto all’avere questa o quest’altra “malattia” e in qualche modo offre loro un certo grado di prevedibilità perché se sanno “quello che hanno”, sanno anche o dovrebbero sapere quale sia la cura appropriata.
Di fatto non è proprio così. Non è propriamente così che funziona la psicoterapia. La diagnosi può essere importante come riferimento, se fatta in modo opportuno. Resta comunque un riferimento. Nel campo psichico, molto più che in campo medico biologico, le diagnosi rappresentano grandi contenitori che vanno riempiti con la specificità della persona. Forse chi soffre di gastrite ha molti tratti in comune con tante altre persone che “hanno” la gastrite. In campo psicologico, due depressi possono essere molto differenti tra loro, così come due ansiosi, due ossessivi, due borderline, due dipendenti e così via. La specificità della persona, della sua storia, della personalità fa la differenza. Un’enorme differenza.
La psicoterapia si basa, più che sulla conoscenza delle caratteristiche della categoria diagnostica (spesso solo un’etichetta fuorviante), molto di più sul funzionamento specifico di quella persona nel suo ambiente di vita (famiglia, lavoro, amicizie, ecc.): i suoi modi di pensare, i suoi modi di interagire e reagire agli altri, i suoi modi di vivere ed esprimere le emozioni, i suoi modi di comportarsi, le sue abitudini tipiche, la sua visione del mondo e della vita, i suoi scopi e valori fondamentali. Su questi aspetti si concentra in maniera fondamentale il lavoro psicoterapeutico. Sull’aiutare la persona a “prendere dimestichezza col suo mondo interiore” (pensieri, emozioni, ferite, traumi, bisogni, desideri, progetti, sogni, ecc.), a conoscere le sue “abitudini” sane e insane, i suoi “punti di forza e le sue fragilità”, le sue risorse e i suoi limiti, in che modo l’ambiente materiale e affettivo in cui vive può essere di “sostegno” o di “ostacolo” alla piena realizzazione del suo progetto di vita.
Questa enorme differenza tra “etichetta giudicante e stigmatizzante” (solo parzialmente rassicurante) e “funzionamento specifico della persona nella sua unicità irripetibile” è fondamentale prima di tutto per il paziente che impara a conoscersi meglio, per imparare a guidare con maggiore “consapevolezza” la sua vita, ad agire con maggiore “responsabilità”, non in base ad una diagnosi o al nome di una malattia, come nemmeno in base al nome di tre o cinque caratteristiche della personalità (pigro, estroverso, brillante, irrequieto, cupo, entusiasta, ecc.), piuttosto in relazione ad una “conoscenza di sé più appropriata, fine, sottile e profonda”.