Due caratteri

Immagina questo dialogo… Potrebbe avvenire tra partner o amici o in ambito lavorativo o in altre relazioni…
“Ciao… Io sono così di carattere… Se ti sta bene… bene… altrimenti addio. Oppure no… Se vuoi avere a che fare con me… dovresti cambiare… Io sono fatto così… Non posso farci niente…”
E l’altro:
“Ciao… Io sono così di carattere… Se ti sta bene… bene… altrimenti addio. Oppure no… Se vuoi avere a che fare con me… dovresti cambiare… Io sono fatto così… Non posso farci niente…”
Potrebbe essere un dialogo reale, proprio con queste parole o simili. O potrebbe essere sottinteso nell’incontro tra due persone.
Cosa ti fa pensare? Ti ritrovi in qualcosa del genere? Molta parte della sofferenza individuale e dei problemi interpersonali è legata all’incapacità di uno o entrambi gli individui di uscire dai “limiti” di questo dialogo. Di uscire dalla pretesa che sia l’altro a dover cambiare per migliorare la relazione. E quindi?
“Se vuoi avere ragione devi essere disposto ad avere torto” diceva qualcuno. Se vuoi costruire e migliorare una relazione devi prima di tutto riconoscere come funzioni tu in quella relazione (cosa provi, cosa pensi, cosa vuoi, cosa fai, cosa ti fa arrabbiare, cosa ti spaventa, cosa ti piacerebbe, come ti comporti solitamente), devi riconoscere il tuo contributo a ciò che succede nella relazione, devi essere disposto a metterti in discussione e devi essere disposto a fare qualcosa di diverso da quello che hai sempre fatto. E poi quasi tutto sarà possibile…

La differenza dentro la crisi

Sei in crisi?!?! Crisi relazionale? Crisi di coppia o in altre relazioni difficili, al lavoro, in famiglia, ecc.

Cosa determina la crisi della relazione? Tanti motivi possibili ovviamente: incomprensioni, scarsa comunicazione, mancato ascolto, disaccordo su decisioni importanti, rabbie non espresse, rabbie espresse in modo scomposto, parole dette e non dette, lotte di potere, pretese, atteggiamenti aggressivi, freddezza e distanza, noia, spegnimento di intenti comuni, ecc.
Tra gli svariati motivi, un elemento è comune: l’altro è percepito come frustrante perché non soddisfa appieno i nostri bisogni e desideri, l’altro è percepito deludente perché non si comporta come dovrebbe (secondo il nostro punto di vista), non è come dovrebbe essere (per essere proprio come lo vogliamo). E, come dice il saggio: “lo vedi che la cosa è reciproca?!”

Di fronte alla crisi, solitamente, adottiamo una o più strategie, alternativamente o in sequenza:
1. Tentiamo di cambiare l’altro… E facciamo i conti con la sua risposta…
2. Esprimiamo all’altro cosa proviamo e cosa vogliamo… E facciamo i conti con la sua risposta…
3. Chiudiamo la relazione con l’altro… E facciamo i conti con la sua risposta…
4. Accettiamo la situazione e l’altro per quello che è… E facciamo i conti con la sua risposta…

L’altro è sempre presente.
Altro reale coi suoi comportamenti …
“Altro interno” per come lo abbiamo “costruito nella nostra mente” in base alla nostra storia di vita e per come oggi tende a colorare il modo in cui percepiamo l’altro reale.
Se siamo stati prepotentemente trascurati, rifiutati, lasciati soli…
Se siamo stati prepotentemente criticati, giudicati, umiliati…
Se siamo stati prepotentemente ostacolati, non supportati, boicottati nei nostri slanci vitali…
Se siamo stati ignorati, esclusi, isolati…
Probabilmente, molto probabilmente, avremo costruito un “Altro interno” prepotentemente “Trascurante”… “Giudicante”… “Ostacolante”… “Escludente”… E prepotentemente tenderemo ad incontrare gli altri reali con questi “occhiali messi in passato”… Tutti ci sembreranno come le persone che prepotentemente hanno condizionato la nostra vita…

A volte l’altro reale è proprio … … … Testa di c… Pezzo di m… Str… Insomma frustrante e deludente…
Altre volte, invece, è l’Altro interno a guidare prepotentemente le nostre interazioni con l’altro reale…

Avere chiarezza di questa differenza è il passaggio fondamentale per affrontare la crisi in modo utile. Spesso, infatti, quando non riusciamo a “differenziare” rischiamo di chiedere all’altro reale attuale (il partner, il capo, il collaboratore, l’amico, il negoziante, il poliziotto, ecc.), che pure sarà portatore di frustrazione e delusione, di risolvere questioni antiche che riguardano altre figure reali che abbiamo incontrato nella nostra vita (in infanzia, in adolescenza e non solo) e che nel tempo hanno messo radici nella nostra mente fino a condizionare prepotentemente i nostri incontri odierni e le nostre relazioni presenti…

Da ora in poi, dunque…
Nota la differenza…
E nota la differenza che fa…

Convivo dunque confliggo

Un pò per scherzo, un po’ seriamente, sono molti quelli che riferiscono un certo “stress da convivenza forzata”, oltre a quello già legato all’emergenza sanitaria e alle negative previsioni sull’economia e sul mondo del lavoro.
Dobbiamo restare a casa con fiducia che tutto andrà bene, lontani dalle nostre occupazioni e abitudini quotidiane, e al momento dobbiamo restare vicini ai nostri intimi. Ciò può favorire una serie di eventi stressanti e conflitti che necessitano di essere governati in modo sano ed utile al mantenimento di relazioni sufficientemente armoniche. Ecco, ad esempio, alcune brevi indicazioni nella forma di strategie comunicative concrete ed essenziali per affrontare l’emergenza della forzata convivenza.

– Osserva con cura le situazioni che sono per te fonte di stress, conflitti, tensioni, ecc.. Invece che farti guidare dai tuoi schemi mentali precostituiti, osserva in modo attento e specifico: cosa è successo, quando, dove, chi è coinvolto, perché è successo secondo te e perché è successo secondo le altre persone coinvolte
– Ascolta, quindi, prima di rispondere
– Ascolta fino alla fine e con attenzione prima di pensare a cosa rispondere
– Invece di colpevolizzare, rimproverare, giudicare, inizia prima di tutto a rispettare il punto di vista dell’altro, cercando di vedere e comprendere il mondo come può vederlo l’altro, a partire dalle sue emozioni e dai suoi bisogni frustrati
– Osserva con attenzione prima di “pre-giudicare”
– Sospendi il giudizio: l’altro, anche molto vicino, è diverso da te, non è obbligato ad essere come tu lo vuoi; ha pensieri, emozioni, bisogni, valori e prospettive sul mondo che possono più o meno sovrapporsi alle tue
– Ascolta la sua verità piuttosto che imporre la tua verità
– Quando ti arriva una critica da parte dell’altro, chiedigli qual è il suo bisogno, cosa vuole effettivamente da te, cosa vorrebbe che tu facessi (e digli, quindi, cosa puoi fare, cosa sei disposto a fare, cosa farai e cosa no…)
– Trasforma la tua critica all’altro nell’espressione del tuo bisogno e desiderio all’altro
– Trasforma la tua pretesa (che equivale ad imporre un obbligo all’altro) in una richiesta (a cui l’altro quindi può dire sì come no)
– Trasforma la tua richiesta ampia, generica, vaga in una più utile e potenzialmente efficace richiesta concreta, specifica, circostanziata: cosa desideri e cosa vorresti che l’altro facesse in termini di comportamenti visibili ed azioni precise

Leggi e rileggi queste brevi indicazioni per capire come ti comporti e come comunichi con l’altro, l’effetto che ottieni e quello che potresti ottenere se cominciassi a modificare qualcosa del tuo modo di pensare, agire, comunicare.

La coppia felice

La relazione di coppia ideale è quella con tanti partner quanti ne servono per realizzare i tuoi bisogni e desideri.
Le relazioni reali solitamente prevedono un unico partner che, per quanto meraviglioso possa essere e per quanto possa essere capace di soddisfare i tuoi bisogni e desideri, sarà, comunque, anche fonte di un qualche grado di frustrazione e delusione. Non sempre corrisponderà al modello che hai in testa e nel cuore. Anche se all’inizio puoi aver vissuto nell’illusione della perfezione.
È un po’ come “ricordati che devi morire…” Una verità tanto banale, quanto fondamentale, se la tieni a mente e ne fai guida ispirata del modo di vivere la tua relazione di coppia.
Hai bisogno di un partner sensibile, accogliente, rassicurante, protettivo, fedele, affidabile, stimolante, disponibile, romantico, appassionato, grande amante, generoso, comprensivo, intelligente, anche bello, ricco e simpatico. Che altro ancora? Insomma, capace di esaudire ogni tua richiesta, ogni tuo desiderio, ogni tuo bisogno.
Il tuo inconscio, inoltre, chiede che sia un po’ come mamma e un po’ come papà. E anche un po’ diverso da mamma e un po’ diverso da papà. Insomma cosa ti aspetti dal tuo partner? Come deve essere? Cosa stai chiedendo al tuo partner? Quanto il tuo partner reale è vicino al tuo ideale? E come te la vivi questa grande o piccola differenza tra come lo vorresti e come è?
In queste poche annotazioni sembra si possa trovare il segreto della coppia felice…
In cui è utile che tu smetta di aspettarti o addirittura pretendere che il tuo partner sia quello che deve essere per te… E inizi, invece, a scegliere con consapevolezza e responsabilità cosa vuoi farne della tua frustrazione, della tua delusione, della tua relazione.

Antidolorifico magnifico. Gioco semiserio per la coppia

Ecco un gioco di coppia, un gioco serio nella misura in cui il lavoro di consapevolezza e conoscenza reciproca vi aiuta a piantare i semi per un futuro felice. Insieme.

Se è vero che è impossibile non essere delusi nelle relazioni, bisogna vedere come utilizzi la delusione.
La delusione è implicita nei rapporti interpersonali in quanto nessuno sarà mai perfettamente corrispondente a come lo vuole il partner. I due devono essere “intelligenti emotivamente” da fare i conti con la delusione reciproca in modo da trarne il massimo beneficio.
Per la consapevolezza e la responsabilità di ognuno dei due partner sono allora fondamentali tre passaggi (ciascuno dei due deve farli):

Comprendi in cosa sei deluso/a dal partner. Qual è lo scarto tra il modello ideale che hai in testa, nel cuore, forse nelle viscere, e la realtà in carne e ossa del tuo partner.

Chiedi al partner cosa vorresti cambiasse per farti sentire soddisfatto/a. E ascolta cosa dovresti cambiare tu per rendere soddisfatto/a il tuo partner.

Decidi in cosa impegnarti per migliorare ed avvicinarti a come ti vorrebbe il partner e a come ti vorresti tu. Verifica quanto sono compatibili i suoi desideri coi tuoi.

Tritate, mescolate, sbattete … E decidete come andare avanti…

Il triangolo drammatico

Molte delle nostre relazioni sembrano seguire un copione organizzato secondo un cosiddetto “triangolo drammatico” (Stephen Karpman) dove esistono tre personaggi o ruoli che a rotazione chiunque può incarnare. Ad esempio, a volte ci sentiamo VITTIME impotenti. Degli altri o di circostanze sfortunate rispetto alle quali l’unica cosa che sentiamo di poter fare è quella di subire passivamente e aspettare che passi, che arrivino tempi migliori o intenzioni e comportamenti più benevoli da parte degli altri. “Altri” che viviamo come PERSECUTORI e carnefici malevoli nei nostri confronti oppure possibili sostegni fondamentali e imprescindibili per superare momenti difficili, veri e propri SALVATORI che accorrono in nostro soccorso al momento del bisogno.
A volte, invece, sembriamo noi, più che altro agli occhi altrui, dei veri e propri PERSECUTORI, privi di scrupoli o cattivi o poco comprensivi o distanti affettivamente o semplicemente deludenti. Non siamo e non facciamo quello che gli altri si aspettano da noi. Altre persone si sentono VITTIME addolorate rispetto ai nostri presunti o effettivi comportamenti “da CARNEFICE”.
Alcune volte è, invece, possibile che veniamo cercati come SALVATORI, per aiutare gli altri, per “salvarli”, per tirarli fuori dai guai o dai dolori. Veniamo considerati (e/o tendiamo a considerarci) gli unici capaci di risolvere quel problema, affrontare quella situazione, sostenere quella persona.
Gli incroci possibili tra questi ruoli sono molteplici; ciò che si ripete è la DRAMMATICITÀ DI RELAZIONI dove c’è una vittima e un persecutore e anche un salvatore, a volte presente, altre volte solo desiderato e fantasticato dalla vittima.
Un lavoro fondamentale in terapia è quello di rendere consapevole il paziente di questo DRAMMA INTERPERSONALE e farlo uscire fuori dalla gabbia di rappresentazioni di sé e degli altri troppo rigide e generali, spesso cristallizzate in visioni semplificate rispetto alla realtà complessa delle relazioni interpersonali. In particolare, il paziente viene aiutato a rendersi conto di come costruisce le immagini di sé e degli altri nei termini del triangolo drammatico ovvero di come tende a vivere le relazioni interpersonali come fossero interazioni tra sé e l’altro rigidamente percepiti in modo alternato come vittima, persecutore e salvatore.
La persona viene aiutata a valutare in modo specifico il contesto interpersonale in cui avviene l’interazione; l’azione viene considerata relativa a quel momento e a quello scambio e non come proveniente da un presunto rigido assetto della persona sempre uguale a se stessa in ogni occasione.
L’obiettivo che si persegue in modo condiviso nella relazione terapeutica è quello di una rivisitazione dell’immagine di sé rispetto ad un senso di sé negativo fondato unicamente su un limitato modo di percepirsi. Per “smontare” questa immagine monolitica di sé del paziente e “rimontare” una struttura personale più articolata e positiva.
La persona viene aiutata ad analizzare la specificità di episodi di vita piuttosto che a raccontarsi la solita storia di sé ormai frutto di ritornelli che non hanno un corrispettivo nella realtà e originano solo da relazioni antiche disturbate e ferite dolorose.
Al di fuori del contesto terapeutico, il triangolo drammatico può essere anche una metafora che possiamo usare tutti nella quotidianità per comprendere molti dei nostri scambi interpersonali. Quando ti senti e ti comporti da vittima o persecutore o salvatore? Con chi? A casa o fuori casa? Se inizi a rispondere a queste domande potrai farti un’idea alquanto utile di cosa succede nelle tue relazioni, quando ti trovi in una posizione e quando in un’altra, come questi ruoli tendono a spostarsi anche in breve tempo e nella stessa situazione. Pensa, ad esempio, alle tue relazioni sentimentali, quando ti senti vittima della freddezza del partner e diventi carnefice quando lo tradisci. E chi può intervenire a “salvarvi”? Oppure sul posto di lavoro quando un po’ tutti, soprattutto quando si lavora in gruppo, possono transitare facilmente da una posizione all’altra. Pensa ad altri rapporti… E scopri se tendi a trovarti o metterti più facilmente in un ruolo o in un altro. E come era qualche tempo fa? E cambiato qualcosa? Se sì, cosa ha generato questo cambiamento?
Altre due considerazioni in conclusione, preludio per ulteriori approfondimenti futuri: nessuna posizione è migliore di altre, perché trovarsi nel triangolo è fonte di sofferenza o problemi per tutte le persone coinvolte, prima o poi.
Questo triangolo descrive molto bene non solo le relazioni interpersonali, ma anche le relazioni tra “parti interne” dentro ciascuno di noi, quando abbiamo diversi bisogni in conflitto, diverse intenzioni tra cui scegliere, diverse possibilità di agire… E la necessità di scegliere consapevoli che ogni scelta non è perfetta, che c’è sempre una rinuncia da fare, un prezzo da pagare, qualcosa che curiamo e qualcos’altro che trascuriamo.
Occhio al triangolo…

Auto-centrato ed etero-centrato

Quando lavoro con le persone sulla comunicazione efficace propongo loro un esercizio “dentro/fuori” che poi diventa uno strumento di riflessione e azione, per applicarlo nei contesti quotidiani, in particolare nelle relazioni più significative, nella coppia, coi figli, al lavoro, con gli amici, ecc… Si tratta di un esercizio o, meglio ancora, di un atteggiamento da praticare con costanza per renderlo una buona abitudine relazionale che favorisce l’empatia cioè la capacità di mettersi nei panni dell’altro, permettendo di attivare una prospettiva alternativa nelle situazioni conflittuali.

Solitamente quando siamo “DENTRO” ad un litigio o in una discussione, più o meno animati e importanti per noi e per il nostro interlocutore, è piuttosto difficile “USCIRE FUORI” dal modo in cui stiamo vivendo e gestendo quella situazione (quello che stiamo sentendo, quello che pensiamo e quello che stiamo facendo) per portare avanti le nostre tesi, i nostri bisogni, le nostre ragioni, i nostri valori e punti di vista. Spesso gli individui entrano in un vicolo cieco perché entrambi hanno difficoltà a “decentrarsi” dalla loro posizione che sembra l’unica giusta o quella giusta al 99% virgola 99. Quello che succede è che le persone si ritrovano spesso artefici di “un’escalation simmetrica” che conduce entrambi a soffiare sul fuoco della frustrazione e della delusione reciproca. Un tiro alla fune, un braccio di ferro, un alzare il tiro delle critiche e delle pretese reciproche, consapevoli o inconsapevoli.

In queste circostanze diventa fondamentale rendersi conto della distinzione tra una posizione autocentrata ed una posizione eterocentrata. Entrambi legittime, entrambi da usare e valorizzare per affrontare il conflitto ed eventualmente disinnescare la bomba.

La posizione ETEROCENTRATA esprime un principio comunicativo piuttosto diffuso anche a livello di senso comune: mettiti nei panni dell’altro, cammina nelle sue scarpe, vedi la situazione come la percepisce il tuo interlocutore, immagina ciò che lui pensa, sente e vuole dalla sua posizione. Questa capacità di “decentrarsi” può aiutare a rendersi conto che esiste almeno un’altra possibilità di leggere ed interpretare ciò che sta accadendo.

La posizione AUTOCENTRATA, invece, è la posizione che occupi tu, il tuo punto di vista che è importante per te valorizzare, almeno dentro di te ed eventualmente condividerlo: ciò che pensi e ciò che senti, come interpreti e valuti la situazione.

Saper fare la spola, dentro-fuori, tra l’una e l’altra posizione, VALORIZZANDO ENTRAMBE per comprendere ciò che sta avvenendo e per governarlo in modo sufficientemente soddisfacente per entrambi, è una delle abilità relazionali e comunicative più potenti per uscire dal conflitto e risolverlo, per disinnescare il potenziale esplosivo e distruttivo, per fare un passo indietro chiedendo all’altro di fare altrettanto, per mettersi veramente in discussione, per rendersi veramente conto di quanto è importante il motivo del contendere e soprattutto la relazione in atto.

Da cosa si scatena il conflitto nella coppia

Quando lavoro con le coppie, in molti casi faccio fare ai due partner questo esercizio di esplorazione per comprendere i motivi dei loro conflitti; è un potente attivatore di consapevolezza e cambiamento nel modo di comunicare e di affrontare i problemi.

  1. Individuate cosa vi fa litigare, cosa fa scattare il conflitto. Quasi sempre o sempre le persone fanno riferimento a qualche comportamento specifico del partner che funziona da grilletto o fattore scatenante la propria reattività emotiva che può essere di rabbia, ma anche di delusione, tristezza e altre emozioni che, più o meno espresse, sono presenti nel conflitto, nel sentirsi non compresi o giudicati o umiliati o altro.
  2. Individuate se il fattore scatenante è nuovo, recente o se si ripete da tanto tempo, qualcosa già noto e che vi ha fatto litigare cento volte e anche più.
  3. Se il fattore scatenante si ripete da tempo, cercate di comprendere se da sempre reagite in quel modo o se è solo da poco tempo che la vostra reazione è cambiata.
  4. In tutti i casi individuate il vostro pensiero rispetto al comportamento del partner: come lo interpretate, come lo vivete, che significato attribuite a questo comportamento del partner. E cosa fate solitamente…
  5. Individuate come vi sentite, quale emozione provate, quale bisogno avete e che richiesta potete fare al partner. E fatela…
  6. Verificate l’effetto della vostra richiesta sul partner: come ha reagito a ciò che gli avete chiesto e se siete soddisfatti. Se lo siete allora probabilmente avete entrambi capito meglio cosa vi fa litigare e lo potete usare per prevenire e governare con maggiore consapevolezza i futuri conflitti. Altrimenti, ricominciate dal punto 1, dove la risposta frustrante ricevuta dal partner alla vostra richiesta è un nuovo fattore scatenante il conflitto e l’incomprensione.

Prova ad usare questo schema nei tuoi conflitti col partner e fammi sapere come va …

Partner ideale e partner reale

Diventa consapevole di quali caratteristiche deve avere LA TUA RELAZIONE IDEALE… come deve essere per essere per te gratificante …

Diventa consapevole di quali caratteristiche deve avere IL TUO PARTNER IDEALE … come deve essere per essere per te fonte di amore, passione, desiderio, crescita …

Elenca gli aggettivi che qualificano queste caratteristiche …

Elenca esempi specifici e comportamenti concreti che realizzano queste caratteristiche …

Ad esempio, una relazione per me ideale dovrebbe essere basata sulla “complicità”… Per me complicità vuol dire …

Il mio partner ideale deve essere “attento” … e per me attento significa che deve avere questo e quest’altro comportamento …

Ora diventa consapevole di com’è IL TUO PARTNER ATTUALE REALE …  di quanto effettivamente realizza quelle caratteristiche e adotta quei comportamenti che ti farebbero vivere una relazione gratificante e ti farebbero sentire amato e desiderato …

Diventa consapevole dello SCARTO ESISTENTE, più o meno grande, tra quello che desideri idealmente e quello che appartiene alla tua esperienza reale … E nota come ti senti (e quanto da 0 a 10): frustrato … deluso … triste … amareggiato… arrabbiato … furioso … preoccupato … angosciato …  rassegnato … indignato … eccitato … sereno … tranquillo … che altro?

Consapevole dello stato delle cose e dei tuoi stati d’animo… senti quale bisogno emerge in te … cosa vorresti… E cosa fare … cosa vuoi … cosa puoi … cosa devi fare …

Già la metà basta…

Ora fai l’altra metà …

Segui le tappe di questa esplorazione che ti ho suggerito rispondendo come risponderebbe il partner …

Oppure direttamente poni la questione e l’esplorazione al tuo partner … e vedi l’effetto che fa …

La coppia delusa e deludente

Nota in che modo, in che senso e in che grado il tuo partner è frustrante e deludente per te … E che cosa ci vuoi fare…

Che cosa ci vuoi fare? Che cosa ci vuoi fare!

Nota in che modo, in che senso e in che grado tu sei deludente per il tuo partner … E che cosa ci vuoi fare… e che cosa ci fa il partner…

Anche se attraverso i percorsi più svariati, legati alle diverse personalità individuali e alle diverse storie di vita, prima o poi, in terapia (come nella vita) la coppia deve confrontarsi con queste domande. La questione non è marginale o periferica né può essere scansata o accantonata come eventualità; è una certezza, a mio modo di vedere e per chi ci crede: una certa quota di frustrazione e delusione appartiene ad ogni rapporto interpersonale e ciascuno di noi, nella coppia sentimentale come in altre relazioni, “deve” imparare a “governare” questo “scarto” tra come sono le cose e come vorrebbe che fossero. Tra come sono le persone e come vorrebbe che fossero. Tra come è il partner e come vorrebbe che fosse. Tra come è stato il partner un tempo e come è attualmente il partner. Ricordando sempre, ed è fondamentale, che noi, a nostra volta, siamo “partner” di qualcun altro e quindi in qualche modo, senso e grado siamo fonte di frustrazione e delusione per l’altro.

Cosa ci vuoi fare? Cosa ci vuoi fare!

Come ho esposto più volte in questo blog se è vero (ed è vero se ci credi) che “la coppia è l’incontro tra due adulti e due bambini feriti” allora diventa fondamentale avere la saggezza, la sensibilità, la forza e il coraggio di saper distinguere, rispetto all’incontro dei due partner, anche e soprattutto nello scontro conflittuale, ciò che appartiene ai due bambini addolorati e ciò che appartiene ai due adulti che cercano di trovare la felicità attraverso l’esperienza di coppia.

Se il nostro vissuto, il nostro comportamento e il nostro modo di incontrare l’altro (il partner) sono governati dal “bambino ferito dentro di noi” (bambino addolorato, solo, rifiutato, abbandonato, colpevolizzato, arrabbiato, spaventato, confuso, deluso, frustrato) resteremo o rischiamo di restare “incastrati” sempre nella modalità “pretesa”, veicolando al partner un messaggio, esplicito o implicito, del tipo: “tu devi essere la compensazione dei vuoti e delle frustrazioni della mia vita. Tu devi essere quello di cui io ho bisogno”. Di fatto venendosi a configurare come una “modalità narcisistica di eliminare psicologicamente l’altro” che non viene riconosciuto né rispettato nella sua unicità di persona con i suoi bisogni, sentimenti, pensieri e valori, con la sua storia personale, i suoi drammi e le sue ferite. Un altro “reale” più o meno distante dall’altro “ideale” di cui il partner ha bisogno. L’esito è nefasto, per quanto non definibile a priori perché dipende anche dalla reazione soggettiva del partner, dal suo vissuto, dalla sua storia e dalla sua personalità.

In psicoterapia, la persona o la coppia viene aiutata a “riconoscere, accettare e integrare” la suddetta distinzione fondamentale: il bambino ferito viene riconosciuto, accolto, legittimato e curato nel suo dolore; l’adulto viene aiutato a “disinquinare la relazione adulta dalla proiezione infantile” per poter vivere la relazione reale di coppia in modo consapevole (invece che vittima di bisogni irrisolti e proiezioni dell’infanzia), responsabile (accettando e integrando una quota di frustrazione e delusione o chiudendo la relazione), maturo (assumendosi il carico delle conseguenze di ogni possibile scelta di unione o separazione) e rispettoso della propria ed altrui dignità.

Cosa ci vuoi fare? Cosa ci vuoi fare!