Attraverso la ferita

Maria si rende conto che ha enormi difficoltà a farsi rispettare, un po’ da tutti e in diversi ambiti della sua vita. A scuola è sempre stata timida e un po’ imbranata, sentendosi inadeguata e tendendo ad evitare le relazioni interpersonali oppure a coltivarne poche e assolutamente “fidate”, con l’idea, più o meno realistica, di non voler correre alcun rischio di essere criticata o smascherata nelle sue avvertite debolezze. È riuscita comunque a finire gli studi in modo brillante e ha trovato lavoro come amministrativa presso una piccola azienda. Ha sempre avuto poche amicizie e nessun fidanzato. Fino a quando, intorno ai 25 anni, ha trovato un uomo da cui si sente amata e rispettata. “Si sentiva” almeno, fino a quando, con due figli che stanno crescendo, alcune loro divergenze su come impostare l’educazione hanno fatto emergere conflittualità di coppia da sempre sopite (anche il marito aveva bisogno di una donna mite e docile come lei…) e che ora stanno prendendo la forma di liti continue in cui quel rispetto e stima reciproci stanno svanendo e anche la storia d’amore prende altre connotazioni. Gli stessi figli, pur piccoli, stanno imparando a “mettere i piedi sopra la madre…”. Anche sul lavoro Maria non sempre riesce a nascondere la sua “vulnerabilità”: si sente sempre sotto pressione e si lascia sottomettere, dice sempre sì, non riesce a scrollarsi di dosso compiti che indebitamente le vengono affibbiati.

Arriva in terapia presentando una psoriasi e umore depresso. L’esplorazione delle problematiche nelle relazioni attuali la riporta ai suoi “apprendimenti precoci” quando una madre depressa e remissiva le ha trasmesso “l’arte di non farsi rispettare”, da tutti. E un padre evidentemente autoritario prima con la moglie e poi con i figli (il fratello maggiore di Maria è militare di carriera…) ha coltivato il suo sentimento di inadeguatezza e insicurezza.

Maria ha cominciato a riconoscere il senso delle sue scelte precoci: i bisogni frustrati di bambina mai veramente vista e ascoltata, con motivi diversi da nessuno dei due genitori; la necessità, avvertita come unica scelta a sua disposizione, di “fare la brava”, mantenere il controllo ed evitare conflitti.

La terapia le è servita innanzitutto per riprendere contatto con la sua “bambina sola”, non riconosciuta, amata “condizionatamente”. E per rivisitare alcuni aspetti del suo rapporto coi genitori, in particolare si sta liberando di alcuni sensi di colpa che oggi ritiene improponibili da portarsi ancora addosso. Quindi le sta servendo come “palestra” per sperimentare alcune abilità relazionali: sta imparando a riconoscere i suoi bisogni e a chiedere per essi; sta imparando a riconoscere la propria stanchezza e a dire no quando sente di non farcela; sta imparando a prendersi del tempo solo per sé, senza necessariamente dover stare appresso ai bisogni del marito e dei figli. Mentre è ben contenta di queste nuove possibilità che si sta concedendo, sta anche facendo i conti con le reazioni degli altri (a casa e al lavoro), non sempre favorevoli al suo cambiamento. Lavori in corso…

Anche se le persone che arrivano a chiedere un aiuto terapeutico manifestano la loro sofferenza portando diversi sintomi psichici e somatici, portano sempre anche e comunque la loro ferita, il loro “bambino addolorato, spaventato, arrabbiato, solo”, i loro schemi precoci attraverso cui hanno imparato a “vivere” e da un certo momento in poi a “soffrire”.

La ferita si esprime attraverso “abitudini radicate” o “schemi persistenti” che governano il nostro pensare, sentire, agire. E il modo in cui incontriamo le altre persone e viviamo i rapporti interpersonali.

Il cambiamento e l’evoluzione personale, attraverso la psicoterapia, prevedono diverse fasi che si intrecciano l’una con l’altra in modo integrato.

  1. Riconoscere la ferita osservandola come si manifesta nel quotidiano, nella ripetizione di scelte e relazioni fonti di sofferenza, frustrazione, delusione.
  2. Comprendere le origini della ferita, nelle relazioni primarie e nelle precoci esperienze di vita, come abbia cominciato ad orientare il proprio comportamento fin dalla più tenera età.
  3. Rivisitare la ferita, in particolare legittimando i bisogni frustrati che esprime e cercando modalità per realizzarli, alternative a quelle patologiche scelte e ripetute negli anni.
  4. Sperimentare queste nuove modalità, in modo da risultare un’esperienza emotiva e relazionale nuova e sostenibile per la persona, tra conquiste e benefici perduti (prezzo da pagare, aspetti a cui rinunciare). Confrontandosi con la paura di fare qualcosa di nuovo e di lasciare il vecchio, ma anche con l’enorme aumento di benessere e felicità che questo nuovo scenario rende possibile
  5. Consolidare le nuove modalità in modo creativo, adatto alle risorse e alle possibilità individuali.

Il cambiamento: quasi mai facile, certamente possibile

Durante il percorso di psicoterapia e crescita personale, l’individuo può arrivare a comprendere quali sono i motivi del suo comportamento disfunzionale (origini infantili, stile genitoriale, esperienze traumatiche, apprendimenti adolescenziali, ecc.) e anche a definire quali potrebbero essere alcune soluzioni per ridurre la sua sofferenza, risolvere i suoi problemi e riprendere o prendere per la prima volta in mano le redini della sua felicità. Ad esempio, nei diversi ambiti di vita finora complicati e fonte di malessere, la persona può aver capito quali comportamenti deve smettere di attuare e quali azioni deve cominciare a fare, quali persone avvicinare e quali allontanare, cosa dire e cosa non dire, ecc.. In questo modo, ha compreso la persona, potrebbe smettere di commettere i soliti errori, evitare di costruire le solite relazioni disfunzionali, interrompere la ripetizione dei soliti copioni, abbandonare le solite modalità distorte di pensiero.

Certo. Ha compreso tante cose, ma quasi mai basta comprendere. Quasi mai è sufficiente aver compreso ciò che c’è da fare per riuscire a farlo. Quasi mai è facile mettere in pratica quanto compreso in teoria.

Un lavoro importante che la persona fa in terapia è quello di entrare in contatto con i propri sentimenti, conoscere il proprio mondo interiore, sentire ed esprimere le proprie emozioni, imparare a riconoscere e legittimare i propri bisogni. Anche questo è fondamentale, ma non basta. Non basta comprendere, non basta connettere i sentimenti attuali con le origini infantili.

Tra il capire e il fare c’è da affrontare la paura dell’ignoto (dell’incerto per il certo), la difficoltà ad abbandonare vecchie abitudini, la difficoltà a lasciarsi alle spalle vecchie immagini di sé, la paura della perdita e del dolore legati al cambiamento, la difficoltà a rinunciare ai benefici della situazione attuale, la difficoltà a scegliere nel conflitto tra diversi propri bisogni e desideri, la difficoltà a perseguire il desiderio se il rischio è troppo grande, in sintesi, la resistenza a pagare il prezzo della rinuncia e il rischio insito nel fare nuove scelte.

La “base sicura” della relazione terapeutica fondata sulla fiducia, sulla prevedibilità della relazione, sull’alleanza, sull’autenticità dello scambio, si pone come “palestra esperienziale” per prepararsi e fare le prove nella realtà effettiva della vita della persona. La persona non solo comprende motivi, cause, senso e significato della sua condotta, non solo costruisce nuovi significati della sua esperienza di vita attuale e passata, non solo immagina e prevede nuove possibilità di azione, ma, rassicurata, incoraggiata e sostenuta dal terapeuta, gradualmente comincia a sperimentare nuovi comportamenti. Secondo un principio di gradualità progressiva e sistematica, inizia da piccoli cambiamenti che verifica nel loro effetto sulla realtà (cosa è successo quando hai messo in pratica quello che avevamo programmato in seduta?), nelle reazioni degli altri (come hanno reagito le persone interessate?) e nel proprio sentire (cosa è successo dentro di te: cosa hai provato, cosa hai pensato, cosa hai fatto successivamente?). Seguire questo procedimento apre le porte ad una verifica concreta e sostenibile per la persona che comprende cosa succede e soprattutto impara a creare e regolare le sue nuove azioni in base all’esperienza reale. E il cambiamento desiderato si realizza progressivamente …

Quello che siamo… che avremmo potuto essere… e che possiamo essere

Quello che siamo è in parte frutto del nostro temperamento e in parte legato alle esperienze di vita. Ciascuno di noi nasce con alcuni tratti costituzionali, il cosiddetto carattere: chi è più introverso e timido e chi estroverso e aperto, chi è più dinamico e chi è più passivo, in qualcuno prevale la paura e in altri la curiosità, chi tende ad essere razionale chi è più intuitivo, chi sensibile e chi distaccato, e via così. Al tempo stesso, ciascuno di noi ha “trovato” un certo ambiente affettivo, in primis determinato dai genitori, che ha plasmato notevolmente quelle note caratteriali e ha dato forme specifiche alle potenzialità possedute in origine. Inoltre, i bambini “scelgono”, in modo quasi del tutto inconsapevole, quale genitore “seguire”, chi imitare, in chi identificarsi (è proprio come … ), in chi contro-identificarsi (è proprio l’opposto di …).

Da questi ingredienti si forma e si sviluppa la personalità infantile che progressivamente incontrerà anche altri “stimoli formativi” in figure esterne all’ambiente familiare originario, a scuola, negli insegnanti, nei coetanei, nello sport, nei gruppi di appartenenza e via così. Quando siamo in “età evolutiva”, la mente è in formazione e la personalità si dispiega in base alle esperienze che vive; crescendo sempre più verso l’età adulta, la configurazione di personalità diventa sempre più rigida e strutturata e meno suscettibile di modificazioni.

Purtroppo, a volte, questa personalità manifesta disagio e disturbi, personali e nelle relazioni. E magari l’individuo arriva a chiedere un aiuto specialistico laddove le risorse personali e dell’ambiente affettivo non sono bastate a superare le difficoltà e la sofferenza.

Il lavoro terapeutico, pur partendo dalla legittima esigenza del paziente di risolvere i problemi attuali e di eliminare la sofferenza psicologica e sintomatologica, arriva quasi sempre a toccare le radici profonde delle antiche ferite emotive sviluppate nell’itinerario di vita che a partire dai semi ha prodotto certi frutti.

Le ferite aperte nelle relazioni precoci e cresciute insieme alla persona sono potenti organizzatori dell’esperienza e del comportamento… per tutta la vita. Condizionano, in maniera più o meno evidente o mascherata, i pensieri, le emozioni, le azioni e le relazioni della persona. Tendono a riprodurre schemi e comportamenti disfunzionali e fonte di sofferenza, dirigono l’individuo verso la ricerca di persone e situazioni che ripropongono i dolori antichi, le frustrazioni originarie, nuove delusioni che assomigliano alle vecchie, abusi e traumi già noti.

La terapia è un “viaggio eroico” alla scoperta del proprio dolore originario, alla ricerca del senso della propria esperienza dolorosa, alla ricerca di ciò che in potenza avremmo potuto essere, ma che non siamo mai stati a causa di quello che abbiamo vissuto, di chi abbiamo incontrato, di “come sono andate le cose”. Un viaggio con l’idea e l’obiettivo di recuperare quanto possibile, per riprendere alcune potenzialità perdute e dare loro nuova vita!!!

A cosa hai rinunciato

A cosa hai rinunciato per NON FAR PREOCCUPARE i tuoi genitori? Volevi giocare a pallone, ma ti potevi fare male … Volevi sdraiarti sull’erba, ma era troppo pericoloso… Volevi andare sull’altalena, ma mamma aveva paura …
A cosa hai rinunciato per NON FAR ARRABBIARE i tuoi genitori? Volevi fare a botte con tuo fratello, ma così eri cattivo… Volevi cantare a squarciagola, ma papà doveva riposare… Volevi salire sull’albero, ma papà ti guardava arrabbiato…
A cosa hai rinunciato per NON RENDERE TRISTI i tuoi genitori? Volevi andare dal tuo amichetto a giocare, ma poi mamma restava sola… Volevi fare il bagno con le macchinine, ma poi facevi un macello e mamma era triste… Volevi giocare con zio, ma poi papà era triste…

I genitori hanno il sano e necessario compito di mettere i giusti limiti ai figli, per aiutarli a crescere sapendo cosa è buono e cosa non lo è. E in ciascuna famiglia esistono criteri, più o meno condivisi da altre famiglie, su cosa è sano, buono e giusto e cosa è malato, proibito e sbagliato. Come spesso accade nelle relazioni e anche nella crescita, è una questione di giusta misura. In particolare, per i genitori comprendere cosa “proibire” e cosa “permettere”… Per un sano sviluppo della personalità dei figli, sostenendo l’espressione vitale delle loro inclinazioni naturali insieme ad un sano adattamento alla realtà.

Insomma, di fronte all’emergere dei tuoi desideri e moti spontanei di bambino, hai ricevuto messaggi, diretti o indiretti, di approvazione e disapprovazione… Così erano le reazioni dei tuoi genitori… Così ti è sembrato… Così li hai interpretati… Così li hai vissuti…
E quindi… Volevi… Ma hai “scelto” di rinunciare… Hai dovuto in parte rinunciare…
Il bambino piccolo non può vivere senza sentirsi amato, protetto, approvato e stimato dai suoi genitori. Il bambino piccolo non può crescere sano senza il loro sostegno emotivo e pratico, senza la loro guida e il loro orientamento.
A tal fine si auto-costringe nell’espressione di alcune parti di sé “se intuisce” che creano disagio, emozioni negative o tensione ai suoi.
Quel bambino, ripetendo più volte questa scelta di rinuncia, in modo più o meno automatico e consapevole, sarà diventato un adulto con degli steccati ben precisi e delineati di cosa sente possibile per lui e cosa non deve fare. Probabilmente avrà imparato ad agire sempre con attenzione viva a cosa “va bene e non va bene” per non suscitare certe reazioni emotive negli altri. Anche da adulto, sarà importante capire dove sta il confine tra una sana e necessaria auto-limitazione ai fini dell’adattamento e un’eccessiva repressione di parti vitali di sé. Anche perché se l’autocostrizione riguarda troppe parti vitali di sé prima o poi sorge una malattia psicologica o somatica e la persona deve cercare aiuto. Se e quando arriva in terapia, il lavoro è quello di cercare questa “giusta misura” in modo che la persona recuperi la possibilità di vivere in modo più spontaneo e libero, sempre in contatto con la realtà, ma anche e sempre più in contatto con tutte le parti vitali di sé troppo a lungo soffocate.

Oggi è il giorno giusto per smettere!

SMETTILA DI CONSIDERARTI INFERIORE. Tutti siamo inferiori rispetto a qualcosa o qualcuno in qualche ambito della vita o in qualche prestazione. Allora, nelle aree di vita e di comportamento per te rilevanti, imposta i tuoi standard e i tuoi obiettivi, comincia ad agire e gustati il percorso per arrivare al risultato che raggiungerai. E impara ad accettare che a volte sarai il primo e a volte no. A volte anche l’ultimo.
SMETTILA DI SENTIRTI IMPOTENTE. Distingui quello che puoi fare e quello che non puoi fare. E dedica tutte la tua attenzione, le tue energie, il tuo tempo, le tue risorse per agire nella direzione della vita che vuoi.
SMETTILA DI COLPEVOLIZZARTI. Il senso di colpa è della mente infantile, cerca di comprenderlo per scioglierlo. Impegnati quindi ad essere responsabile oggi e fare quello che devi fare per arrivare dove vuoi arrivare.
SMETTILA DI FARE LA VITTIMA. È tempo sprecato. Spesso sei solo vittima di te stesso, del tuo vittimismo. Quando sei veramente vittima di qualcosa più grande e forte di te, esprimi tutta la tua rabbia e il tuo dolore, la tua paura e la tua solitudine. E attivati per andare oltre, per esprimere e realizzare i tuoi bisogni. Il vittimismo è acqua stagnante. Legittimare i tuoi bisogni e agire per essi te ne tira fuori.
SMETTILA DI EVITARE. L’evitamento nasce dalla paura. Nota tutti i tuoi piccoli e grandi evitamenti quotidiani, ce ne sono tanti nascosti e perciò insidiosi per come impattano sulla tua qualità di vita. E cogli la paura che c’è dietro ognuno di essi. Inizia dalla “paura meno spaventosa” e togli l’evitamento che l’accompagna. Inizia, prova, rifletti su quello che succede, cosa senti, cosa pensi e cosa fai… E non smettere più… Arriverai dove arriverai… Fino a quando vorrai spostare ancora i confini della tua zona di comfort.
SMETTILA DI GIUDICARE E CRITICARE. Piuttosto che focalizzare gli errori, le frustrazioni o le delusioni provenienti dagli altri, impara a sentire il tuo bisogno e il tuo desiderio e attivati per realizzarli attraverso le tue azioni concrete.
SMETTILA DI PRETENDERE che gli altri siano come tu li vuoi. Anche perché tu pure potresti anzi dovresti essere diverso ed essere come ti vorrebbero gli altri. Impara a dire amen e a trasformare la tua pretesa in accettazione di ciò che non puoi controllare (l’altro) e attivazione su ciò che veramente può cambiare il tuo senso di soddisfazione.
SMETTILA DI DIRE SÌ QUANDO VORRESTI DIRE NO. Impara a cogliere la paura dietro l’evitamento del no. Paura del conflitto, del rifiuto, del giudizio, dell’abbandono. Di sentirti colpevole o cattivo, di essere deludente e altro ancora. E procedi come sopra: inizia a dire qualche no per te più “sostenibile”.
SMETTILA DI RIMANDARE. Rifletti il giusto e agisci al tempo, per essere efficace nel raggiungimento dei tuoi obiettivi. Quando continui a rimandare, ti gonfi di tossine psicologiche, di frustrazione e insicurezza.
SMETTILA DI VOLER ESSERE PERFETTO. È la via dell’insoddisfazione cronica.
SMETTILA DI LAMENTARTI. Il lamento è buono se dura il giusto. Se ti serve a sfogarti e soprattutto a trasformare la lamentela in obiettivo e questo in azione.
SMETTILA DI VOLER AVERE TUTTO SOTTO CONTROLLO. Di onnipotente ce n’è uno, e non credo sia tu.
SMETTILA DI FARTI TRATTARE COME SEMPRE. Ti meriti di più.
SMETTILA DI METTERTI NEI GUAI. Ci sono modi infiniti per essere felici.
SMETTILA DI ANESTETIZZARTI. Se ti allontani perennemente dal dolore finisci per ucciderti lentamente…
SMETTILA DI INDUGIARE IN RELAZIONI NEGATIVE. Anche se le tue relazioni piene di sofferenza sembrano dirlo, tu non sei condannato a ripetere quello che ti è successo quando eri bambino.
SMETTILA DI INTRAPPOLARTI IN MISSIONI IMPOSSIBILI. Se credi di non essere ingaggiato in nessuna missione impossibile… Inizia a riconoscerle!

SMETTILA DI ACCETTARE L’INACCETTABILE.

SMETTILA DI COMBATTERE L’INEVITABILE.

Cos’altro vorresti smettere o dovresti smettere?
Oggi è il giorno giusto per farla finita!!!
Oggi è il primo giorno utile per “cominciare a smettere”.
Alcuni cambiamenti sono assolutamente alla tua portata, immediatamente. Altri probabilmente ti richiederanno un lavoro più intenso e profondo su te stesso. A cosa ti serve veramente quello che fai? Ci sarà un motivo… Comunque puoi iniziare a smettere da ora…
Quello che fai oggi è quello che hai deciso quando eri bambino. Quel bambino ancora vive dentro di te e ti governa con le sue paure e le sue fragilità. Così ti senti, un bambino spaventato, solo, impotente, vulnerabile, indifeso. Solo che oggi non sei più quel bambino. Oggi puoi cominciare ad agire attingendo alle tue risorse di adulto capace e responsabile.
Non è facile smettere, anche se sai come farlo. È possibile smettere se cominci a farlo…

Chi cerca trova. 4 strade per il tuo cambiamento

TROVA COSA NON VA OGGI. Di cosa è fatta la tua sofferenza, i tuoi problemi, il tuo malumore: ansia, depressione, dipendenze, ossessioni, problemi con gli altri, insoddisfazione generalizzata, tensione fisica, disturbi corporei, ecc.

TROVA L’ESSENZA, CIÒ CHE SI RIPETE, una tendenza tipica del tuo comportamento, ciò che sembra il tuo tema di vita fondamentale che ricorre in tante situazioni nel tempo, il tuo stile o modo di stare al mondo e nelle relazioni. Ecco alcuni esempi, che possono riguardare un po’ tutti, ciascuno potrebbe ritrovare il suo nodo “preferito” o tendenza “dominante” nel suo assetto di vita.
Tendi a sentirti sempre vuoto, bisognoso, mai soddisfatto.
Tendi a lamentarti continuamente per ogni cosa.
Tendi a sentirti sempre sotto giudizio, inadeguato, fallito, incapace, in colpa.
Tendi a impostare ogni rapporto in modo ansioso per la paura costante di essere lasciato perché non vai bene così come sei.
Tendi a sentirti sempre debole, fragile, inadatto alle situazioni e alle persone.
Tendi a sottometterti nelle relazioni, non riesci a dire no, metti sempre i tuoi bisogni dietro quelli degli altri.
Tendi ad impostare le relazioni come se quello che vuoi ti fosse dovuto e l’altro dovesse essere a tua disposizione.
Tendi ad appoggiarti agli altri e non riesci a prendere una decisione se non sei supportato dall’approvazione altrui.
Tendi a non fidarti degli altri fino a ridurre al minimo le tue relazioni o essere di fatto allontanato o escluso da rapporti interpersonali significativi.

TROVA nella tua STORIA di VITA, QUANDO HAI IMPARATO ad essere così, a pensare come pensi, a sentirti come ti senti, ad agire come agisci… solitamente. Quando hai imparato, ad esempio, a sentirti inadeguato e tentare di raggiungere la perfezione in tutto ciò che fai. Oppure a sentirti sbagliato e immeritevole e a temere di essere lasciato solo. Oppure a manipolare gli altri per ottenere ciò che vuoi. O anche a sottometterti agli altri pur di non essere criticato. O ancora a pretendere che gli altri siano sempre a tua disposizione. Oppure…
Quando e perché. A cosa ti è servito. Chi ti ha insegnato. Chi ti ha costretto o forzato. Cosa hai deciso fosse meglio per te e hai cominciato a praticarlo fino a renderlo il tuo personalissimo modo di stare al mondo e con gli altri. Quali tuoi bisogni hai soddisfatto cominciando fin da piccolo a praticare il tuo modo unico di essere, pensare e agire.

TROVA UNA NUOVA STRADA. Una nuova possibilità. Trova alternative per te oggi valide, utili alla soddisfazione dei tuoi bisogni e desideri, funzionali alla realizzazione dei tuoi scopi di vita e dei tuoi valori, efficaci per farti costruire la vita che vuoi, le relazioni che vuoi, la famiglia, il lavoro, gli amici, il tempo che vuoi. Trova, scegli, pratica queste nuove concrete possibilità. Vedi che succede e aggiusta il tiro in corsa ascoltando i tuoi desideri di cambiamento e anche le tue paure. Fai cose nuove e vedi l’effetto che produci nella realtà e in te stesso e senti profondamente fin dove vuoi spingerti in questo viaggio eroico di trasformazione…

Cronica-Mente. La mente fuori tempo e la riappropriazione di sé

Quello che ha funzionato un tempo per farci ottenere ciò di cui avevamo bisogno oggi è diventato “troppo”. Troppo rigido e ripetitivo. Cronicamente sempre uguale a se stesso. Siamo diventati “troppo in un unico modo di essere”. E questo non sempre funziona. Quasi l’unico modo che sentiamo di avere a disposizione per stare al mondo, per vivere la quotidianità, per affrontare i problemi, per incontrare gli altri. Per pensare e agire. E siamo sempre allo stesso modo in famiglia e al lavoro, con i figli e coi genitori, con gli amici e con gli estranei.
Il problema non è un comportamento o un modo di essere, è piuttosto “l’impossibilità avvertita internamente” o “l’incapacità di fatto” di tirarsi fuori da quel modo di essere, pensare e agire. Anzi, sembra più un “reagire automatico” che un agire consapevolmente scelto.
È il bisogno di sicurezza che ostacola la libertà.
È la paura che uccide l’autenticità.
Il vincolo che frena la creatività.
Il condizionamento che obbliga alla ripetizione.
Questo è il nocciolo della sofferenza psicologica, affettiva e interpersonale. È quasi irrilevante o comunque secondario che poi si manifesti con ansia, depressione, attacchi di panico, ossessioni, dipendenze, comportamenti antisociali, problemi interpersonali, disturbi psicosomatici o una qualsiasi altra forma di sofferenza mentale e comportamentale.
La sofferenza urla la costrizione. Il malessere è l’espressione di questo carcere interiore. Il dolore è la manifestazione del soffocamento vitale. L’insoddisfazione è il volto dell’impotenza, dell’incapacità di andare oltre i rigidi binari di quello che è sempre stato. I sintomi sono le “maschere della vita quotidiana” che esprimono la nostra difficoltà di vivere autenticamente, in contatto profondo con noi stessi.
Il lavoro su se stessi, di cura e crescita personale, con lo strumento della psicoterapia o in qualsivoglia strada e modalità, è sempre un lavoro di sviluppo personale verso il recupero di flessibilità, libertà e autenticità. Un percorso sempre impegnativo, mai facile, tra paura e dolore, verso un recupero di potenzialità originariamente oppresse e possibilità che forse oggi per la prima volta ci possiamo concedere.

Fight club

Se non ti batti non conosci veramente te stesso dice Brad Pitt in Fight Club. Film scomodo. Ti invita ad alzarti dalla tua vita comoda. O perlomeno ti invita a renderti conto della vita che fai. Delle scelte che fai. Vita probabilmente piena di comfort e sicurezze, prevedibilità e certezze, controllo di te stesso e degli altri, che se non hai ancora, sicuramente stai cercando, oggetti posseduti che in realtà posseggono te… Una vita piena di “maschere e adattamento ad una realtà” che è necessario, ma che è una realtà basata su “verità limitate e parziali”. Quelle all’interno delle quali necessariamente ciascuno di noi vive la sua vita. Prova, ad esempio, a pensare a vari ambiti della tua vita quotidiana, famiglia, lavoro, amici, attività ricreative, momenti di solitudine. E… Renditi conto delle scelte che fai… delle maschere che indossi, che, più o meno consapevolmente, scegli di indossare. Riconoscile per la funzione che svolgono, a cosa ti servono… Probabilmente sono una facciata presentabile che cela (o rivela, ad uno sguardo attento) le tue paure e debolezze.

Sai perché tendi a nascondere le tue fragilità, i tuoi difetti, le tue carenze? Che succederebbe se ti esponessi libero e nudo?

E allora, un po’ tutti, abbiamo scelto di coprirci dietro abitudini e automatismi, ciascuno ha i suoi, che ci servono ad ingannare noi stessi e manipolare gli altri (e tutti siamo a nostra volta manipolati), a seguire le solite strade note, i soliti pensieri, le solite modalità di comunicare e interagire che di fatto ci allontanano dagli altri come da noi stessi.
La psicoterapia, come la vita, è sempre un coraggioso viaggio eroico che necessita di umiltà per imparare a guardare le tue “verità parziali”; un percorso per aiutarti a vivere in una realtà condivisa che resta sempre e comunque solo “una delle infinite possibili”.
L’eroico viaggio trasformativo richiede il confronto col Drago. Con la paura, col dolore. Con la possibilità di morire. Con l’Ombra, con tutto ciò che è perturbante, inquietante, proibito, sconveniente, che scuote il nostro fragile, precario equilibrio di persone adattate ad una realtà che ci allontana di fatto da noi stessi, dalle nostre parti più autentiche.
L’adattamento è necessario, per sopravvivere in mezzo a quella che altrimenti sarebbe solo una giungla di bestie che mangiano uomini e uomini che sarebbero solo bestie. Ma qual è il prezzo che paghiamo per questo adattamento? Dobbiamo scoprirlo e mai dimenticarlo. È appunto allontanarsi un po’ dalla nostra natura. E, quando questo allontanamento è eccessivo, compare la malattia fisica, psichica o un disagio espresso nella forma di violenza, perdita di ogni orientamento e riferimento. Di ogni regola. Anzi, dove l’unica regola è che non esistono regole.
L’ evoluzione personale si fonda sulla consapevolezza che il modo in cui viviamo è solo una delle forme possibili, scelta inconsapevolmente quando eravamo piccoli e continuamente rinforzata, consolidata attraverso le esperienze successive di vita che non l’hanno mai, di fatto, messa in discussione. Almeno fino a quando decidiamo che va bene così…
Oggi, comunque, è il primo giorno del resto della nostra vita ed effettivamente abbiamo molteplici possibilità di nuove scelte. Tutte comunque rivolte verso una necessaria integrazione di parti di noi finora dissociate o represse. Del maschile e del femminile interni, a ciascuno di noi. Della forza e della tenerezza, ciascuno le intenda a suo modo. Scelte e sfide che richiedono coraggio nonostante la paura, umiltà per capire che siamo tutti uguali di fronte alla morte, nonostante la nostra irriducibile diversità. Disponibilità a rischiare perdite per ottenere conquiste.
La domanda guida è sempre la stessa, da sempre nella storia dell’umanità e del “conosci te stesso”: chi sei veramente?
Chi sei veramente oltre il tuo adattamento ad una realtà condivisa!
Chi sei veramente sotto la maschera che indossi!
Chi sei veramente mentre reciti un antico copione!
Chi sei veramente oltre quello che sei sempre stato!
Ciascuno di noi ha le proprie personalissime risposte…

La realtà… E chissà quanto altro ancora

Hai presente quell’immagine “ambigua” in cui puoi vedere una donna abbastanza vecchia o abbastanza giovane? IN REALTÀ…
La realtà si presenta oggettiva. È quella. IN REALTÀ… anche no. In special modo nel mondo delle relazioni interpersonali è importante il significato soggettivo che diamo alle cose. Il senso che diamo ai nostri comportamenti e a quelli degli altri. Molta della sofferenza o della felicità nella nostra vita quotidiana è legata a questi significati e alle azioni che ne derivano. Quello che facciamo dipende molto da come interpretiamo gli eventi, gli sguardi, le intenzioni e le azioni degli altri, anche in rapporto ai nostri sentimenti e bisogni in quel momento. E ciascuno di noi ha un proprio stile abituale di “lettura delle situazioni” e di “modalità interpersonali”, un nostro modo unico e individuale, appreso nell’infanzia e consolidato negli anni. C’è chi è più sensibile e chi è più freddo. Chi è più sospettoso e chi si apre con fiducia agli altri. Chi ama la vicinanza e chi preferisce il distacco. Chi riconduce tutto a sé e chi è sempre sintonizzato sulle esigenze degli altri. Chi ha bisogno costante degli altri per essere sostenuto o approvato e chi ha bisogno di fare da solo o stare da solo.
Insomma, quella donna di quella figura ambigua può essere vecchia e giovane, saggia e fragile, simpatica e antipatica, graziosa e scontrosa e chissà quante altre cose ancora. Sicuramente ci sta a ricordare quanto, ferma restando una certa oggettività della realtà, condivisibile da tutti, molto di ciò che viviamo e facciamo appartiene a noi. A come oggi la nostra mente funziona in base alla nostra storia di vita, alla nostra esperienza interpersonale che tendiamo a riprodurre negli scambi attuali.
Il lavoro di crescita personale, nelle più disparate forme in cui può declinarsi, è volto sempre ad imparare come oggi noi tendiamo a produrre la nostra felicità o infelicità e a come possiamo imparare ad aumentare la prima e ridurre la seconda…

Il cuore oltre la siepe

Se vuoi imparare a nuotare, dopo aver letto l’enciclopedia del nuoto devi conoscere l’acqua. Devi buttarti in acqua. Devi sentirla. Devi entrarci in contatto. Devi stabilire con essa un rapporto vero, reale, corporeo e non solo basato su immagini e parole, pensieri e previsioni. Sempre se il tuo obiettivo è imparare a nuotare o perlomeno a fare il bagno in mare, al lago o in piscina…
Fuor di metafora, dopo tanto lavoro di esplorazione in profondità, ricerca nella propria storia di vita, analisi del funzionamento mentale e interpersonale, riflessione e consapevolezza di pensieri, emozioni, bisogni, motivi e scopi, in psicoterapia e, in generale, nel percorso di crescita personale che ciascuna persona può fare in infiniti modi, giunge il momento di… Buttarsi!!!
Oltre il carattere… Oltre il destino… Oltre “io sono fatto così”… Oltre “ho sempre fatto così”…Oltre la siepe che cela l’orizzonte… Oltre quello che è sempre stato… Arriva il momento dell’esperimento. Di una nuova concreta esperienza, di un nuovo comportamento. Ad un certo punto devi cominciare a sfidare quello che sei sempre stato, ad ampliare la tua zona di comfort in cui ti senti al sicuro, ma anche chiuso ad ogni possibilità di crescita e apprendimento.
Se sei abituato ad inseguire la perfezione, concediti di sbagliare o fermarti prima, “semplicemente” all’eccellenza…
Se sei solito compiacere e sacrificarti per gli altri, datti il permesso di seguire i tuoi bisogni anche se qualcuno resta deluso…
Se fai ogni cosa in modo ordinato, preciso, corretto, allora è il momento di concederti un po’ di confusione e trasgressione…
Se corri e scappi dietro a mille impegni per non sentirti mai soddisfatto, è proprio giunta l’ora di goderti un po’ di lentezza…
Se la riflessione razionale e metodica è il tuo biglietto da visita, forse ti puoi lasciar guidare un po’ di più dall’istinto e dall’intuito…

Se sei solito…

Puoi darti il permesso di…

Quei tuoi modi di pensare, agire, sentire e relazionarti con gli altri continuano ad essere spinte ed imperativi validi nel guidare il tuo modo di essere, ma ad un certo punto possono diventare un limite, un modo rigido che ti impedisce di soddisfare veramente i tuoi bisogni e desideri e può portarti a sviluppare forme di malessere e disagio.
Insomma, giunti ad un punto del cammino, è opportuno, per non dire necessario, cominciare a sperimentare concretamente nuove possibilità, per evitare la cronicizzazione di certe condotte che rischiano di diventare malate o disfunzionali …

Comincia dunque, da ora, a fare quello che solitamente non fai e verifica l’effetto che fa, su di te, sugli altri, sulla realtà…

L’esperienza e la pratica faranno la differenza nella tua vita…