Missione indebita

Spesso, nel cercare nella storia di vita di una persona che soffre, si ritrova una missione indebita. La persona, in qualche momento della sua vita, in genere abbastanza precocemente, primi anni di vita, si è fatta carico, più o meno inconsapevolmente, di una missione che ha scelto di compiere. Una missione impossibile, ma che la persona, fin da bambino, il bambino ferito che ancora oggi guida l’adulto dal suo interno, cerca di realizzare e finisce per soffrire. Come puoi realizzare una missione impossibile? Prima o poi fai il botto. Magari non lo sai ancora che è impossibile e allora ci provi, con grande sforzo, qualche volta hai l’illusione di riuscirci e allora continui a provarci e sforzarti e ti sforzi di sforzarti fino all’impossibile che non arriva mai. Bum!
Le missioni indebite solitamente riguardano un’inversione di ruolo o una distorsione del rapporto genitori-figli e per estensione di ogni altra relazione. Esempi:
– devo occuparmi di mamma, il suo stato di benessere dipende da me
– devo prendermi cura dei fratelli, maggiori o minori
– devo essere sempre buono e fare ciò che mi dicono, sempre
– non devo esprimere ciò che sento e che voglio altrimenti gli altri soffrono
– devo salvare mio padre, dai guai in cui si caccia
– devo essere il mediatore di ogni conflitto
– devo impedire che i miei litighino
– devo essere sempre forte, con tutti
– devo rinunciare ai miei desideri e sacrificarmi per gli altri
– devo farmi carico dei problemi degli altri
– devo essere sempre il primo
Hai qualche altro esempio?
Se, con la tua mente infantile ed ingenua, non hai trovato altre strade e ti sei organizzato in questo modo per nutrire il tuo cuore d’amore condizionato e la tua autostima sempre troppo traballante, perché sotto sotto ti sentivi privo di valore oltre che non degno d’amore, è ovvio che quando non riesci a compiere la missione ti arrivi l’angoscia. Si chiama ‘la fregatura del solo ed esclusivamente’. Puoi essere ‘solo ed esclusivamente’ quella persona con quella missione. Ti ha salvato, ma è una ‘fregatura’. L’unica possibilità che ti sei scelto per sentirti ok. Altrimenti il baratro, nelle sue molteplici forme: dolore, paura, tristezza, solitudine, vergogna, colpa, vuoto, perdita di senso, confusione, smarrimento. O forse in una forma sola: l’angoscia. Quella primaria, l’originale, quella di non sentirti amato, né amabile, una nullità, priva di valore.
Ognuno ha la sua missione. Ma non basta leggerla. Non basta parlarne. La devi sentire. E la senti quando arriva. E la riconosci per come urla nel corpo: è agitazione e oppressione al petto, vuoto allo stomaco e alla testa, nervosismo diffuso che scuote l’intero corpo o spegnimento, chiusura, auto-rannicchiamento.
Anche meno. Provi a sentirla di meno. È naturale. Istinto di protezione. Sopravvivenza al proprio stesso dolore. E qui due vie ti si aprono davanti. Uno dei bivi che la vita ama presentarti. Sliding Doors. Ti va di entrarci, di starci, attraversarlo per uscirne e andare oltre? O vuoi continuare a schivarlo? Ad un certo punto ti si presenta questa possibilità… Curare o smorzare? La cura inizia quando scegli di andare a vedere cosa succede sotto la superficie… Lo trovi rappresentato anche in ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line.

… e tutto mi sembrava andasse bene…

Sei un bambino… Hai tanti bisogni… E il bisogno che qualcuno si prenda cura di te… Insomma che ti aiuti a soddisfare i tuoi bisogni… Questo qualcuno c’è… Che bello!!! Sei soddisfatto e cresci sano e libero, imparando a tollerare comunque un certo grado di frustrazione, non sempre è tutto perfetto e questa palestra fin da piccolo ti servirà per quando sarai grande, per sapere come muoverti per essere felice. Che bello!!!
Non sempre però… Non per tutti…
Sei un bambino… Hai tanti bisogni… E il bisogno che qualcuno si prenda cura di te… Insomma che ti aiuti a soddisfare i tuoi bisogni… Questo qualcuno non c’è… Che dolore!!! Sei trascurato e così ti senti… Triste… Spaventato… Arrabbiato… Ti senti rifiutato e abbandonato… Ti fai l’idea di te di non essere degno d’amore e che non vali come persona… E cominci a raggiungere altre conclusioni su come funzionano le cose, il mondo, le persone, i rapporti… Che dolore!!! È l’origine della tua ferita, della tua vulnerabilità.
Cerchi di organizzarti: cosa mi conviene fare per sopravvivere ed ottenere quel minimo indispensabile di vicinanza, protezione e cura? Questo si chiede la tua parte intuitiva, intelligente e creativa. E trova delle risposte. Diventano il tuo marchio di fabbrica, il tuo ‘carattere’, il tuo modo di essere e stare al mondo e con gli altri. Ti dai delle regole per andare avanti: questo devo fare, questo non devo fare, questo posso fare, questo è meglio di no. Impari le regole del lecito e del proibito. Devi impararle, devi seguirle, ne va della possibilità di crescere e diventare una persona, con una ferita che cerchi di ‘curare’. Fin da bambino. E così vai avanti per anni. Forse per tutta la vita, riuscendo a trovare il tuo posto nel mondo, un senso alla vita e un certo grado di realizzazione personale e soddisfazione.
Altre volte, invece (per altre persone), ad un certo punto, compaiono sintomi e una sofferenza fisica ed emotiva. Eventi di vita attuali hanno riaperto la ferita, le strategie di adattamento antiche non funzionano più, l’equilibrio precedente è incrinato. Nei comportamenti e nelle esperienze dell’adulto torna a farsi sentire, urlando, il bambino addolorato, arrabbiato, spaventato, triste, solo.
È il momento della ‘cura’. Forse di iniziare per la prima volta a riconoscere quel bambino trascurato e a prendersene cura.
La psicoterapia può fornire quella ‘esperienza emotiva correttiva’ che permette di guardare il passato con occhi diversi; non per modificarlo, è impossibile, ma per cambiare il significato attribuito a certi eventi e per rivisitare le vecchie credenze (su sé, sugli altri, sul mondo) che hanno avuto origine a quel tempo e che, dolorosamente, hanno guidato il comportamento e l’esperienza della persona da allora fino ad oggi. Per imparare a contenere e lenire quel dolore vivo ancora oggi. Per passare dalla miseria alla meraviglia: ‘Alice nel paese delle miserie’ è il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line e che può essere un’utile guida del percorso di ‘crescita e guarigione’.

“Il diavolo prenda l’ultimo. La fuga del narcisista”.

Il narcisista è un tiranno e non solo. Tratta male gli altri, fino al disprezzo. Ma, controintuitivamente, è soprattutto un bambino ferito. Una ferita da trascuratezza, da mancato accudimento. È arrabbiato per qualcosa che avrebbe dovuto ricevere in origine e non ha ricevuto.
Ha paura. Prova dolore. Un dolore nucleare, profondo, di vergogna: si sente non amato e privo di valore. Ha costruito nel tempo una corazza di arroganza a protezione della sua vulnerabilità, un guscio grandioso per schermarsi dal giudizio che colpisce chi si è sentito non amato, non apprezzato e ha imparato a credere di sé di non essere amabile né degno di stima. Un misto di arroganza e vergogna, bisogno di essere ammirati e invidia, pretesa e paura. Il tutto indossato con la più falsa delle maschere: si crede di essere, consapevolmente, chi sente di non essere, inconsapevolmente. Per questo il narcisista è ostile e aggressivo, soprattutto verso chi lo critica; ostile oltre ogni ragionevole misura: a nessuno piace essere criticati, sì poi magari impariamo ad usare la critica in modo costruttivo, ma per il narcisista sentirsi criticato equivale ad aprire la botola che lo farà precipitare nel buio più oscuro della perdita d’amore e di valore.
Il disprezzo verso l’altro è la reazione che maschera il proprio senso di profonda insicurezza. Che invita alla competizione sfrenata e ad inseguire il perfezionismo, per tentare inutilmente di lenire il dolore, dove la competizione si svolge su un campo minato, dove “non esiste qualcosa come il secondo posto, esiste il primo e l’ultimo”. Col diavolo ad aspettarti… Anzi a rincorrerti… Per cui scappi e scappi e scappi e corri e corri e corri e cerchi il primato perfetto per sfuggire al tiranno del “non sei come dovresti essere”. Di origine infantile.
Tiranneggiato in origine. Tiranno degli altri oggi. E tiranno di se stesso. Una maschera che copre una fragilità vestita di disprezzo per gli altri, quasi sempre, ma anche una facciata schiva, altre volte. Che schiva il contatto con l’altro e con se stesso, come un fiume carsico che aspetta solo il momento giusto per rivelarsi in tutto il suo disprezzo.
Questo è il narcisista che si incontra in terapia, quando ci viene, quando ce l’hanno mandato; questa la fragilità vestita di grandiosità che chiede di essere svelata, quando il narcisista rimane in terapia e i lavori sono effettivamente in corso; questo il volto della paura, del dolore e della vergogna che chiedono di essere riconosciuti, quando la cura funziona.
Questo è il narcisista che fugge, narrato da Giancarlo Dimaggio, terapeuta esperto di narcisisti, nella sua ultima opera narrativa: ‘Il diavolo prenda l’ultimo. La fuga del narcisista’ (Baldini e Castoldi). In cui l’autore, con umile competenza e vivace ironia, narra storie di vita incontrate della stanza di terapia.
Il narcisista è portatore insano di una moltitudine di sfaccettature, un misto che è un mistero, succulento da svelare per chi ha voglia di capirci di più, di comprendere la ferita dietro la barricata della pretesa: “la pretesa di essere venerati intrecciata al timore di essere presi a sputi e pietre”. Paura! Di cosa? Del caldo che diventa freddo. Anzi scoprire che forse è sempre stato solo tiepido. Meglio allora fuggire. Fuggire sì, ma dove? Da cosa, soprattutto? 
Fuggire dal dolore, dalla vergogna, dalla vulnerabilità. Prelibatezza per il diavolo. Quelli esterni di diavoli, ma soprattutto quello interiore.
Fuggire dalla paura di non essere riconosciuti se non come oggetti al servizio dell’altro, dell’altro che controlla, che manipola o che è indifferente o poco più che tollerante.
Fuggire dal senso di colpa che il narcisista vive quando prova ad immaginare una vita piena di iniziativa che però fa soffrire l’altro.
Fuggire… Prima del precipizio dell’angoscia di non conoscere l’amore. Non averlo forse mai sentito. Prima dell’abisso: sentire quel dolore di chi si sente privo di valore.
Insomma… Libro consigliatissimo… Per tutti… Per chi narciso non sa di esserlo… Per chi non riesce  ad allontanarsi dal narcisista o difficilmente potrebbe farlo… Per un regalo, della serie ” che avrà voluto dirmi!?”. Per ogni terapeuta che voglia veramente capirci qualcosa di questo dolore e del suo potere distruttivo. E anche delle possibilità reali di trattamento efficace.

Aspettative e serenità

Due principi ispiratori sono alla base di relazioni soddisfacenti e di una serenità personale di fondo. Parafrasando la preghiera delle aspettative di Fritz Perls e la preghiera della serenità resa nota dagli alcolisti anonimi.
Prima ispirazione. Io sono io, con la mia vita, con le mie scelte, con i miei pensieri, le mie emozioni, le mie passioni, i miei successi e i fallimenti, i miei rimorsi e i rimpianti, i miei sensi di colpa e la mia gratitudine. La mia storia. Le mie ferite.
E tu sei tu… Con… Le tue cose…
Per stare bene insieme e per essere felici anche oltre la relazione, dobbiamo uscire fuori dal reciproco incastro delle ferite infantili individuali e delle rispettive pretese (non sempre riconosciute) per cui tu dovresti essere come io ti voglio e io dovrei essere come tu mi vuoi. Io non sto al mondo per essere come vogliono gli altri… E nemmeno tu… Facile da capire!? Fondamentale da praticare!!!
Seconda ispirazione. Sii saggio da comprendere la differenza tra il tuo potere e la tua impotenza. Tra ciò su cui puoi intervenire e ciò su cui non hai potere di decisione. Per evitare di sbattere il muso contro il solito muro. Per smetterla di voler cambiare l’altro. Per smetterla di pretendere che la realtà si adatti sempre e continuamente ai tuoi bisogni e desideri. Facile da capire!?Fondamentale da praticare!!!
Tutto il resto è gioia… E meraviglia… Come puoi leggere anche in ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line.

Per com-prendersi cura di sé

Per prenderti cura di te devi comprenderti. Devi comprendere il tuo funzionamento attuale e la tua storia di vita e come sono collegati tra loro.
Devi esplorare e comprendere il tuo FUNZIONAMENTO ATTUALE. Cosa ti fa stare male oggi (sintomi fisici e psicologici, relazioni conflittuali a casa e al lavoro, difficoltà a farti valere, frustrazioni e delusioni ricorrenti, ecc.). Quali emozioni dolorose riempiono le tue giornate e quali situazioni e pensieri le generano. Quali comportamenti problematici sei abituato ad adottare. Quali tentativi di cambiamento hai messo in atto e perché, secondo te, non hanno funzionato a farti risolvere i tuoi problemi e ridurre il tuo malessere.
Se ciò che hai compreso non fosse stato sufficiente a farti attivare per migliorare la tua situazione allora forse sarebbe utile un ripasso della tua STORIA DI VITA.
Spesso la sofferenza che ci attanaglia nasce dalla ripetizione di vecchi schemi di pensiero e comportamento appresi tanto tempo fa come strategie che trovammo allora per risolvere il nostro dolore ma che nel tempo sono diventate disfunzionali.
Devi andare allora a cercare eventuali TRAUMI vissuti nel tuo passato (grandi incidenti in cui hai rischiato di morire o hai visto morti da vicino, lutti importanti, catastrofi naturali come terremoti, abuso fisico e anche sessuale subito, ecc.).
Trauma è qualcosa che ci è accaduto e che ci ha fatto sentire in pericolo, minacciati nella nostra stessa vita; un dolore che ha sopraffatto le nostre capacità di sostenerlo e superarlo, rimanendo dentro di noi come un ‘nodo irrisolto’ che tende a riproporsi con emozioni opprimenti, pensieri disturbanti, immagini spaventose, sensazioni corporee devastanti, fino a stati dissociativi della mente.
A volte esistono invece RELAZIONI TRAUMATICHE nella nostra storia: senza specifici eventi giganteschi, le relazioni più importanti della vita di una persona sono state caratterizzate sistematicamente da frustrazioni enormi e ripetute, trascuratezza fisica ed emotiva, negligenza o incapacità di accudimento delle persone che avrebbero dovuto prendersi cura dei bisogni del bambino e del ragazzo.
Con questi traumi, probabilmente ti porti dentro un grande ‘SENSO DI TRADIMENTO E SFIDUCIA’ e una ferita emotiva caratterizzata da IDEE ‘NEGATIVE’ sul mondo, su te stesso, sugli altri, con sensibilità a certi temi che la vita ti ha presentato e con molta probabilità ti presenterà a più riprese (perdita, abbandono, solitudine, rifiuto, costrizione, sfiducia, ingiustizia, conflitti, critica, controllo, libertà, autonomia, deprivazione emotiva e altri ancora).
Questi ‘TEMI DI VITA SENSIBILI’ riguardano tutti i legami affettivi: come li abbiamo vissuti da piccoli e come hanno creato in noi ASPETTATIVE su come dovrebbero andare le relazioni. Queste aspettative, per lo più inconsapevoli, agiscono nel FUNZIONAMENTO ATTUALE orientando quello che pensiamo, come ci sentiamo e cosa facciamo nelle nostre relazioni quotidiane.
Dunque, comprendere il presente per tornare al passato, per comprendere quanto il passato governa ancora il presente (e anche il futuro).
È un percorso di esplorazione che parte come sempre dalla sofferenza per cercare una strada verso la serenità e la libertà da vecchie catene che ci portiamo dentro da tanto tempo. Un percorso che in certe sue parti può essere fatto da soli, magari facendosi aiutare dalla lettura di qualche buon libro come ‘Alice nel paese delle miserie’ (lo puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line). Quando l’esplorazione diventa ‘troppo dolorosa’ allora può essere utile chiedere un aiuto specialistico per la cura di traumi e ferite, dolori antichi e sofferenze attuali.

Elogio della flessibilità

Spesso la vita ci chiede di cambiare. A volte, è un percorso naturale nel ciclo di vita, come quando iniziamo a lavorare o ci sposiamo; altre volte, ci è quasi ‘imposto’ da eventi negativi (come un lutto o un licenziamento o una malattia importante); altre ancora, sono eventi belli e positivi che ci richiedono comunque un adattamento, ad esempio la nascita di un figlio o quando andiamo ad abitare nella casa che tanto abbiamo desiderato.
A volte, questi cambiamenti sono abbastanza semplici, impegnativi ma assolutamente gestibili e alla nostra portata. Altre volte, un certo tipo di cambiamento e adattamento sembra assolutamente fuori dalle nostre possibilità, pratiche ed emotive, non riusciamo a gestire la nuova situazione, siamo incagliati in vecchie modalità di comportamento che sembrano scolpite nella pietra. Siamo preda della nostra rigidità. Siamo abituati a fare quello che abbiamo sempre fatto e non riusciamo a fare diversamente, a volte qualcosa di diverso non riusciamo nemmeno a concepirlo o immaginarlo.
Probabilmente in queste situazioni siamo vittime del nostro ‘passato che ritorna’. Siamo sensibili a ciò che sta succedendo oggi perché, in un modo più o meno consapevole, ci riporta a qualcosa di simile che abbiamo vissuto tanto tempo prima.
È la nostra ‘ferita emotiva che ritorna a farsi sentire’, la nostra sensibilità e vulnerabilità a certi temi ed eventi. Siamo nel nostro ‘bambino ferito’, coi suoi traumi, anche se anagraficamente siamo adulti. La frustrazione attuale ci riporta emotivamente ad antiche frustrazioni di nostri bisogni primari (quando ci siamo sentiti trascurati invece che curati con amore, ignorati invece che riconosciuti nella nostra preziosa unicità, scoraggiati o peggio umiliati nei nostri tentativi di padroneggiare il mondo).
Quello che sta succedendo oggi e stiamo vivendo ‘ora’ è connesso, dentro di noi, a ciò che vivemmo ‘allora’.
Quando il dolore si fa troppo intenso e non riusciamo a risolvere i problemi attuali allora è utile chiedere aiuto ad una psicoterapia.
Non sempre, ma spesso, la psicoterapia è la cura del ‘bambino ferito’ che dall’interno guida l’esperienza e il comportamento dell’adulto.
La cura della ‘ferita’ prevede:
– riconoscere il legame tra dolori attuali e dolori antichi
– riconoscere la tendenza automatica a risolvere i problemi e i dolori di oggi con vecchie modalità apprese tanto tempo fa ed ora non più utili
– inventare nuove modalità per curare il dolore che ritorna: nuovi modi di pensare, agire, regolare le emozioni e governare le relazioni
– sperimentare gradualmente i nuovi modi integrando il nuovo col vecchio.
Anche Alice (‘Alice nel paese delle miserie’ è il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line) è una bambina ferita; diventata adulta deve imparare a prendersi cura delle sue ferite interiori per vivere la meraviglia del mondo.

Un invito a cambiare…

Anche se non ne siamo totalmente consapevoli, soprattutto nei dettagli più specifici, noi abbiamo una vita organizzata intorno ad alcune convinzioni fondamentali e ad alcuni scopi che sono per noi importanti. Da questi scopi e convinzioni derivano i nostri comportamenti, in particolare i modi che solitamente adottiamo per risolvere i problemi, soddisfare i nostri bisogni e vivere esperienze appaganti. Queste strategie comportamentali le abbiamo apprese tempo fa, sono radicate dentro di noi, le abbiamo fatte nostre in maniera rigida, sono difficili da modificare o abbandonare. Sono diventate il nostro modo tipico di essere, pensare, agire e vivere la vita, da soli e con gli altri. Sono così forti dentro di noi che possiamo esprimerle con una serie di “devo”:
Devo essere forte, sempre
Devo riuscire in tutto quello che faccio
Devo farcela sempre da solo
Devo essere perfetto
Devo controllare tutti i miei pensieri e le mie emozioni
Devo accontentare gli altri, sempre
Devo vincere sempre
Devo essere modesto
Devo cercare sempre il quieto vivere
O anche (in maniera simile o complementare):
Non devo mostrami debole, mai
Non devo arrendermi, mai
Non devo chiedere aiuto
Non devo commettere nessun errore
Non devo perdere il controllo
Non devo deludere, mai
Non devo mostrare il mio valore e i miei successi
Non devo entrare in conflitto.
E questi sono solo alcuni esempi di quanto certi pensieri guidino il nostro sentire e agire in direzione di certi scopi, valori e convinzioni da sostenere e confermare in ogni nostra azione quotidiana.
Ovviamente non tutti abbiamo tutti questi ‘imperativi interiori’, ma tutti ne abbiamo qualcuno o più di uno.
Questi ‘rigidi doveri interiori’ a volte sono avvertiti come bussole interne di cui siamo consapevoli, altre volte, molto spesso in realtà, sono inconsapevoli, ma funzionano, comunque,  da potenti guide del nostro agire. Così potenti che le alternative, anche solo immaginate, ci spaventano. Ad esempio: “sarebbe catastrofico e insopportabile se … perdessi il controllo… chiedessi aiuto… mi mostrassi fragile… deludessi qualcuno… commettessi un errore…”.
A volte però la vita ci presenta eventi, negativi (come un lutto o una separazione o una bocciatura o una malattia importante) o anche positivi (la nascita di un figlio, una promozione al lavoro, una nuova relazione sentimentale) o semplicemente evolutivi (iscriversi all’università o iniziare a lavorare o andare in pensione), che ci richiedono un adattamento alle nuove condizioni intervenute. Questa richiesta di adattamento può implicare la necessità di una ‘rivisitazione’ di alcuni scopi, convinzioni e doveri interiori. Può richiedere una ‘flessibilità’ rispetto a quello che abbiamo sempre fatto e creduto.
Se, di fronte a questa sollecitazione del vecchio equilibrio, non riusciamo ad accedere a nuove modalità di pensiero e azione, anzi incrementiamo ulteriormente il ricorso a vecchie modalità che hanno funzionato in passato, allora, con molta probabilità, cominceranno a comparire segnali di malessere e veri e propri sintomi fisici, psicologici e nelle relazioni.
La comparsa di sintomi e sofferenza emotiva è un invito a cambiare qualcosa. Dobbiamo capire cosa. Dobbiamo capire come funzioniamo e come potremmo funzionare in modo diverso. Se non riusciamo a farlo da soli, probabilmente dobbiamo chiedere un aiuto specialistico per trasformare la rigidità in flessibilità. Da “devo…” o “non devo…” a “posso anche provare a …”.
‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, presenta numerosi esempi che sono un elogio di questa flessibilità di fronte al cambiamento delle condizioni di vita.

Il tuo potere

Quando una persona arriva a chiedere aiuto, quasi sempre sta vivendo un momento difficile, uno stato di malessere emotivo e relazionale che la porta al bisogno di lenire questo dolore. A volte, la richiesta nasce dal desiderio di un cambiamento o dalla ricerca di un senso a tanti aspetti della sua vita che non riesce a comprendere.
La tua sofferenza può nascere da diverse situazioni in qualche misura per te frustranti e deludenti; a casa, a lavoro, col partner, in altre relazioni importanti. Le emozioni che provi possono andare dalla rabbia alla tristezza, dalla preoccupazione al senso di colpa e altre ancora, più o meno intense, persistenti e invadenti la tua serenità quotidiana.
Di fronte alla tua sofferenza e al tuo bisogno o desiderio, la domanda utile che devi porti è: COSA VOGLIO CAMBIARE IN ME? Seguita, quindi, da un’ulteriore ricerca di chiarezza riguardo a COSA PUOI e COSA DEVI CAMBIARE TU. Questo è il tuo potere. Altro è fuori dalle tue possibilità. Se aspetti che cambi l’esterno da te, in particolare se aspetti che cambino le persone (per essere come tu credi che dovrebbero essere), stai scegliendo di usare in questo modo il tuo potere: aspetta pure e inizia a sperare, chissà quanto a lungo.
Il CAMBIAMENTO CHE TU PUOI ADOTTARE riguarda: nuovi modi di pensare e dare senso a quelle situazioni fonte di malessere; nuovi modi per regolare le emozioni, come le senti e come le esprimi; nuove azioni efficaci che ti permettano di aumentare le possibilità di raggiungere i tuoi obiettivi e soddisfare i tuoi bisogni.
Anche quando emergono le tue ferite antiche, il tuo bambino ferito dentro di te può essere ‘curato’ dall’adulto che sei oggi, da come riesci a prenderti il potere e la responsabilità di fare qualcosa di diverso per ottenere qualcosa di diverso. Per liberarti da vecchi copioni che tendi a riproporre da tanto tempo e che ti creano sofferenza.
In ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, ogni capitolo presenta esempi di questo cambiamento per te possibile.

Alla scoperta della propria ferita

La ferita emotiva è l’esito psicologico (accompagnato da segni nel corpo, nella postura, nell’atteggiamento fisico verso gli altri) delle nostre esperienze di vita che hanno costruito in noi una vulnerabilità specifica a certi temi ed eventi (rifiuto, abbandono, colpa, fallimento, ingiustizia, perdita, solitudine, esclusione, giudizio, incapacità, indegnità, ecc.) e una sensibilità personale a risperimentare  frequentemente, oggi, certe emozioni dolorose vissute in passato.
Per iniziare a scoprire la tua ferita, ti propongo un’autoesplorazione basata su alcune frasi che ti invito a completare.
Il mondo è…
La vita è…
Io sono…
Le persone in genere sono…
Nella vita è meglio…
Con le persone è meglio…
Ricevere critiche vuol dire…
Nella vita l’importante è…
Nella vita bisogna…
Nella vita non puoi mai…
La cosa più importante nella vita è…
La cosa più importante nei rapporti interpersonali è…
Commettere errori vuol dire…
Nella vita devi (sempre)…
Nella vita non devi (mai)…
La cosa peggiore che mi può succedere è…
La cosa che non deve succedermi mai è…
Quando qualcuno ti delude…
Quando deludi qualcuno…
Per sentirsi bene bisogna…
Per evitare di sentirsi male bisogna…
Il mio benessere dipende da…
Il mio futuro dipende da…
Per sentirmi a posto devo…
Tre cose (ma anche cinque o più) importanti nella vita sono…

Se completi queste frasi più volte, a più riprese, magari una volta al giorno per qualche tempo o anche ogni volta che ti viene in mente qualcosa di pertinente, troverai certamente un senso a certi accadimenti del passato e del presente e aumenterai la tua consapevolezza di come funzioni e perché, guidato da quali idee, convinzioni, regole, imperativi, aspettative e bisogni.
Non sempre è facile, alcune credenze sono radicate nel profondo, ci guidano in modo potente, ma non si fanno riconoscere facilmente. Per questo è importante imparare ad osservarsi, tenendo in mente quelle frasi da completare o altre che ritieni utili o per te significative.
La consapevolezza che acquisirai ti aprirà diverse possibilità di comprensione e cambiamento, a cominciare dal comprendere perché, spesso, anche se desideriamo cambiare non riusciamo a farlo.
In ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line, puoi trovare esempi sia del ponte che ciascuno di noi percorre dal ‘qui e ora’ al ‘lì e allora’, sia di come spesso ciò generi quel tipo di ‘miseria’ per cui vogliamo cambiare ma senza cambiare veramente.

Il tuo stile di reattività alla frustrazione

Tutti viviamo frustrazioni perché tutti incontriamo uno scarto tra ideale e reale, tra i nostri desideri e bisogni e l’effettiva possibilità di realizzarli e soddisfarli. A volte sono piccole frustrazioni, altre volte sono frustrazioni dolorose che lasciano ferite.
A parità di frustrazione, tuttavia, ciascuno di noi la affronta in maniera diversa e ne esce fuori in maniera diversa.
Ferma restando la necessità di distinguere da situazione a situazione e fermo restando che ciascuno di noi non sempre reagisce allo stesso modo alle frustrazioni e alle delusioni, è però utile individuare una nostra ‘tendenza tipica’ di reagire e governare quello scarto tra ciò che vorremmo e ciò che otteniamo, tra ciò che avremmo voluto e ciò che abbiamo ottenuto.
Questa diversità è rintracciabile a partire dall’osservazione del dialogo interiore della persona, i pensieri che le girano in testa.
Ad esempio, una frustrazione abbastanza comune, di rilevanza diversa a seconda dei casi, è quando ‘qualcuno fa un ritardo che ci crea difficoltà’. Intanto è utile comprendere quale difficoltà e quanto importante per noi ovvero quanto ha minacciato o pregiudicato i nostri bisogni. Ritardo di 5 minuti o di mezz’ora? Ritardo ad un caffè o ritardo sul lavoro o per prendere un treno?
A questo punto il dialogo interiore potrebbe focalizzarsi in diversi punti e assumere diverse forme. Reazioni possibili (pensieri, stati d’animo e azioni) sono: arrabbiarsi e manifestarlo direttamente oppure tenere dentro la rabbia e mettere il broncio; sentirsi non considerati e restare in silenzio a ruminare su quanto poco importanti siamo per l’altra persona; non sentirsi rispettati e ‘fare la morale’; cercare di comprendere e giustificare l’altra persona, magari invitandola ad essere più puntuale la prossima volta; non notare affatto il ritardo e non sentire la frustrazione; sentire rabbia e dispiacere, ma mantenere un comportamento accondiscendente; giudicare pesantemente la persona per la grave mancanza di rispetto; ecc. È ovvio che potrei continuare all’infinito con esempi di reazioni possibili tenendo conto della diversa importanza che quella frustrazione riveste per la persona e per il rapporto interpersonale.
Queste varie modalità, soprattutto quando sono tipiche della persona, originano nella storia dell’individuo. Quando hai imparato a reagire come reagisci? A cosa ti è servito? A cosa ti serve oggi? Potresti reagire in altri modi? Perché no? Se sì, perché non lo fai?
Quando una persona mi chiede aiuto, nella diversità dei problemi e delle situazioni riportate, lavoro per aiutarla a comprendere il suo ‘stile di reattività alla frustrazione’, per cercarne il senso e il valore per quella persona ed eventualmente per cercarne un altro più utile in termini di adattamento alla realtà, efficacia personale e serenità nei rapporti interpersonali. Verso un comportamento più maturo, consapevole e responsabile.
Le miserie che viviamo un po’ tutti nella quotidianità (‘Alice nel paese delle miserie’ è il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria oppure on line) possono essere intese anche come difficoltà che incontriamo a fronteggiare le frustrazioni che ogni giornata ci presenta.