Focus inutile e focus efficace

Esistono alcune strade scivolose nel quotidiano dei rapporti interpersonali. Strade evidenti in alcuni pensieri che tendiamo a far girare nella nostra testa.

NON DOVREI CHIEDERLO, dovrebbe capirlo da solo. Abbiamo l’aspettativa pericolosa che l’altro intuisca i nostri sentimenti, bisogni e desideri. A volte succede, forse un tempo succedeva, di fatto non sempre è possibile ottenere qualcosa senza chiederlo. Fosse un riconoscimento al lavoro. O fosse un gesto di tenerezza del partner. Fosse un invito di un amico o altro. A volte accade spontaneamente e può essere molto bello… Altre volte no… E dobbiamo scegliere cosa fare.

COME FA A NON CAPIRE. Abbiamo l’aspettativa pericolosa che l’altro abbia la stessa nostra prospettiva o cornice di riferimento oppure che l’altro abbia le nostre stesse informazioni o conoscenze per cui “dovrebbe” capire e fare quello che crediamo noi, magari senza chiarire o chiedere. Le nostre convinzioni sulla realtà sono solo ipotesi, possibilità, non certezze su una verità assoluta, la nostra, unica e incontrovertibile, valida e identica per tutti. Le nostre idee sulla realtà, interna ed esterna, sono frutto della nostra storia di vita e non Verità generali… Quello che per te è un gesto affettuoso per altri potrebbe risultare un’invadenza. Tu sei abituato ad urlare e l’altro vive con toni più pacati. Tu provieni da una famiglia unita che per l’altro è “appiccicosa”. Tu provieni da una famiglia “composta” che l’altro vive come freddezza.

COME HA POTUTO FARE UNA COSA DEL GENERE. L’aspettativa pericolosa in questo pensiero è che l’altro abbia i nostri stessi valori quindi faccia le stesse cose che facciamo o faremmo noi in una certa situazione. Pericolosissimo in ogni tipo di rapporto, alimenta conflitti e pretese perché l’altro non è come dovrebbe essere secondo ciò che io credo sia un pensiero giusto e un comportamento adeguato. Come ha potuto arrivare in così grave ritardo? Come ha potuto dimenticare ciò che gli avevo raccontato? Come ha potuto chiamarmi alle 23 della sera? Come ha potuto venirmi a svegliare alle 5 del mattino?

Quali altre aspettative pericolose ti vengono in mente e che ti portano a scivolare in rapporti interpersonali pieni di incomprensione, conflitto, delusione?

Queste situazioni esprimono lo stesso “ritornello della mente infelice”: gli altri dovrebbero essere diversi da come sono e dovrebbero essere come io li voglio, dovrebbero essere soddisfacenti invece che frustranti, corrispondenti alle mie aspettative e desideri invece che deludenti.

Una mente felice che puoi imparare a far funzionare in modo che ti porti gioia e soddisfazione è quella mente che smette di concentrarsi sul tentativo fallimentare di cambiare l’altro, il suo modo di pensare e agire. È una mente che più produttivamente può dedicarsi a:
Dare un SIGNIFICATO DIVERSO alle situazioni attraverso pensieri più realistici, meno assolutisti, più specifici, meno generalizzati e sempre uguali a se stessi. Appropriandosi della paternità del proprio pensiero rispettabile come ogni altro diverso pensiero.
Dai significati diversi potranno emergere EMOZIONI DIVERSE e anche la capacità di MODULARLE nelle loro intensità ed ESPRIMERLE in modo più efficace per risolvere i problemi interpersonali.
Per arrivare dunque a gestire le situazioni attraverso COMPORTAMENTI PIÙ ADEGUATI e mirati a raggiungere i propri SCOPI e desideri, nel rispetto dell’unicità di ognuno.

Chi cerca trova. 4 strade per il tuo cambiamento

TROVA COSA NON VA OGGI. Di cosa è fatta la tua sofferenza, i tuoi problemi, il tuo malumore: ansia, depressione, dipendenze, ossessioni, problemi con gli altri, insoddisfazione generalizzata, tensione fisica, disturbi corporei, ecc.

TROVA L’ESSENZA, CIÒ CHE SI RIPETE, una tendenza tipica del tuo comportamento, ciò che sembra il tuo tema di vita fondamentale che ricorre in tante situazioni nel tempo, il tuo stile o modo di stare al mondo e nelle relazioni. Ecco alcuni esempi, che possono riguardare un po’ tutti, ciascuno potrebbe ritrovare il suo nodo “preferito” o tendenza “dominante” nel suo assetto di vita.
Tendi a sentirti sempre vuoto, bisognoso, mai soddisfatto.
Tendi a lamentarti continuamente per ogni cosa.
Tendi a sentirti sempre sotto giudizio, inadeguato, fallito, incapace, in colpa.
Tendi a impostare ogni rapporto in modo ansioso per la paura costante di essere lasciato perché non vai bene così come sei.
Tendi a sentirti sempre debole, fragile, inadatto alle situazioni e alle persone.
Tendi a sottometterti nelle relazioni, non riesci a dire no, metti sempre i tuoi bisogni dietro quelli degli altri.
Tendi ad impostare le relazioni come se quello che vuoi ti fosse dovuto e l’altro dovesse essere a tua disposizione.
Tendi ad appoggiarti agli altri e non riesci a prendere una decisione se non sei supportato dall’approvazione altrui.
Tendi a non fidarti degli altri fino a ridurre al minimo le tue relazioni o essere di fatto allontanato o escluso da rapporti interpersonali significativi.

TROVA nella tua STORIA di VITA, QUANDO HAI IMPARATO ad essere così, a pensare come pensi, a sentirti come ti senti, ad agire come agisci… solitamente. Quando hai imparato, ad esempio, a sentirti inadeguato e tentare di raggiungere la perfezione in tutto ciò che fai. Oppure a sentirti sbagliato e immeritevole e a temere di essere lasciato solo. Oppure a manipolare gli altri per ottenere ciò che vuoi. O anche a sottometterti agli altri pur di non essere criticato. O ancora a pretendere che gli altri siano sempre a tua disposizione. Oppure…
Quando e perché. A cosa ti è servito. Chi ti ha insegnato. Chi ti ha costretto o forzato. Cosa hai deciso fosse meglio per te e hai cominciato a praticarlo fino a renderlo il tuo personalissimo modo di stare al mondo e con gli altri. Quali tuoi bisogni hai soddisfatto cominciando fin da piccolo a praticare il tuo modo unico di essere, pensare e agire.

TROVA UNA NUOVA STRADA. Una nuova possibilità. Trova alternative per te oggi valide, utili alla soddisfazione dei tuoi bisogni e desideri, funzionali alla realizzazione dei tuoi scopi di vita e dei tuoi valori, efficaci per farti costruire la vita che vuoi, le relazioni che vuoi, la famiglia, il lavoro, gli amici, il tempo che vuoi. Trova, scegli, pratica queste nuove concrete possibilità. Vedi che succede e aggiusta il tiro in corsa ascoltando i tuoi desideri di cambiamento e anche le tue paure. Fai cose nuove e vedi l’effetto che produci nella realtà e in te stesso e senti profondamente fin dove vuoi spingerti in questo viaggio eroico di trasformazione…

Crescere

Crescere significa “uscire di casa”. Non tanto o non primariamente dal punto di vista reale, fisico, effettivo, di abitare in una propria casa, da soli o con altri. Prima di tutto, uscire simbolicamente dalla casa dell’infanzia, dalla casa dei genitori.

Crescere significa “differenziarsi” dai propri genitori: riconoscersi come loro figlio, portatore dell’eredità familiare affettiva e psicologica (amore, protezione, sostegno, stima, vicinanza, insegnamenti, valori, guida, ecc.) e anche come differente, “individuo” con una propria unicità di valori, pensiero e comportamento.

Crescere significa “scegliere una vita propria”, costruire una “propria identità” più o meno vicina all’identità della famiglia; significa sapersela cavare nel mondo, portando avanti in modo autonomo la propria vita, le inclinazioni individuali, i progetti personali, in modo indipendente dall’approvazione di chi ci ha cresciuti.

Crescere significa “confrontarsi con i sensi di colpa” per essersi “allontanati” dai propri genitori, fisicamente e psicologicamente. Affrontare i sensi di colpa per averli “delusi” nella parte in cui non siamo come loro avrebbero voluto che fossimo. “Sono uguale a voi per certi versi e sono anche differente da voi”.

Quando muoiono i genitori “si smette di essere figli” e certamente cambiano certi equilibri, sia reali effettivi nei rapporti interpersonali, sia interni, come consapevolezza di sé e senso di progettualità. Ma anche no. Succede in alcuni casi che il figlio di genitori scomparsi vada alla ricerca o abbia già trovato qualche “figura genitoriale sostitutiva” che in qualche modo lo riporta ad un senso di dipendenza e scarsa autonomia, più o meno consapevole. Può essere il partner, può essere il lavoro, può essere un capo, può essere un gruppo di appartenenza, può essere un amico idealizzato; quello che non cambia è la difficoltà della persona ad essere “separato, differenziato, realmente autonomo” nella capacità di pensare e di scegliere.

Quando le persone non riescono ad attivare questo processo di sviluppo autonomo della propria identità, di un senso di sé “appartenente” e “differenziato” al tempo stesso, che si riconosce nelle radici familiari e che sa anche andare oltre la matrice delle proprie origini, allora cominciano a sorgere stati di sofferenza. Possono comparire sintomi fisici e psicologici o un malessere più o meno indefinito, un sentirsi inquieti ed irrequieti. La persona può manifestare problemi svariati in uno o più ambiti di vita; spesso ha difficoltà ad affrontare gli stress quotidiani, non riesce a risolvere problemi, non riesce a prendere decisioni. In questi momenti, in modo più o meno consapevole, si sente preda di un “conflitto tra appartenenza e individuazione”, tra strade note e nuove possibilità, tra fedeltà e senso di colpa, tra seguire gli orientamenti familiari e ascoltare la voce interna che la porta da altre parti. Se non riesce a superare questa fase di sofferenza e stallo, se non riesce a trovare nelle sue relazioni quotidiane le risorse giuste per comprendere e scegliere, probabilmente arriverà a chiedere un aiuto terapeutico.

La sofferenza mentale e fisica sarà la porta di accesso a questi dilemmi interni. Il lavoro di cura e crescita personale sarà orientato a trovare “la propria giusta misura e collocazione” tra destino e progetto, tra senso di appartenenza e prospettiva individuale.

Crescere non è semplicemente una questione anagrafica né semplicemente una questione abitativa o lavorativa. Probabilmente ciascuno di noi, in parte, anche da adulti “realizzati”, è alle prese con problemi irrisolti di separazione dalla casa dell’infanzia, di differenziazione dalla matrice familiare, di effettiva riuscita individuazione. Crescere riguarda le emozioni e la forza interiore profonda, il senso di sicurezza e competenza, il coraggio di scegliere nonostante la paura, la capacità di scegliere e sbagliare, la capacità di scegliere e deludere, la capacità di scegliere rischiando anche di restare soli.

“I genitori devono dare due cose ai figli: le radici e le ali” (proverbio del Quebec). Radici solide per affrontare le intemperie della vita e restare sufficientemente saldi. Ali leggere e potenti al tempo stesso per alzarsi in volo ed esplorare il mondo.

Le vie della manipolazione sono infinite

La manipolazione è quell’insieme di MODALITÀ COMUNICATIVE e INTERPERSONALI DEVIATE e DISTORTE, quasi completamente inconsapevoli o perlomeno automatiche ormai nel nostro repertorio di scelte ed opzioni, attraverso cui esprimiamo le nostre richieste in modo subdolo, tentiamo di gratificare la nostra autostima in modo velato e mascherato, tentiamo di affossare la stima altrui per avere il dominio della relazione, vogliamo controllare l’altro per ottenere la soddisfazione dei nostri bisogni e desideri, cerchiamo di avere un “potere” nella relazione piuttosto che soccombere al potere dell’altro.
Esistono molteplici modi attraverso cui TUTTI quanti noi MANIPOLIAMO o siamo oggetto di manipolazione da parte di altre persone.
Ecco un elenco, “non esaustivo”, accompagnato da frasi tipiche che rivelano un dialogo manipolativo.
COLPEVOLIZZARE l’altro, accusarlo, giudicarlo, svalutarlo, “non sei riuscito a combinare un bel niente”, “dovresti vergognarti per quello che hai fatto”.
Criticarlo con OFFESE dirette o sarcastiche, “sei proprio bravo a farti i fatti tuoi mentre io qui faccio tutto quello che avresti dovuto fare tu”…
Usare RICATTI diretti, MINACCE velate, ritorsioni “se non fai quello che ti ho chiesto considerami un ex amico”.
Essere AGGRESSIVI fisicamente e/o verbalmente, “sei sempre il solito guastafeste che rovina tutto”.
PRETENDERE come un bambino viziato e capriccioso “mi prendi… Mi dai… Mi fai…”. Anche se il rapporto non è quello tra un capo e un subordinato, la relazione sembra proprio organizzata da un potere gerarchico di chi pretende e chi dovrebbe (o si sente obbligato a) eseguire.
Rivendicare in modo ARROGANTE, “me lo devi per tutto quello che ho fatto per te”.
LAMENTARSI, mostrarsi sempre fragili e bisognosi e fare la VITTIMA per indurre l’altro al “soccorso”, “senza di te come farei”, “certo se potessi contare su di te riuscirei a stare meglio e riuscirei anche a lavorare”.
COMPIACERE, essere remissivo, non dire mai no “ok… Va bene… Certo…”, salvo poi accumulare emozioni non espresse che rischiano di prendere strade negative come esplosioni d’ira incontrollate e fuori luogo e fuori tempo oppure accumulo di tensione somatica che si esprime in disturbi del corpo.
FALSA MODESTIA , “non mi devi ringraziare chiunque l’avrebbe fatto”.
Fare o essere ISTRIONICO ESIBIZIONISTA … fino a mettersi al centro dell’attenzione in ogni occasione oppure usando risposte del tipo “tu?! Perché io…”.
PASSIVITÀ senza energia né entusiasmo né coinvolgimento affettivo, passività che esprime AGGRESSIVITÀ sottoforma di battute o semplici espressioni verbali appuntite e spigolose.
IDEALIZZARE l’altro, “credo che tu sia una dei migliori nel tuo campo” spesso accompagnato da comportamenti vischiosi e pressanti verso la persona idealizzata.
Fare il SALVATORE COMPULSIVO, “ci penso io… Non ti preoccupare… Io sto qui per questo…”.
Falsamente aperto e SCARSAMENTE AUTENTICO né intimo, persona piena di parole eleganti e pompose, ma vuote di contenuti e di sentimenti.
AUTOSUFFICIENZA COMPULSIVA: non saper chiedere aiuto per timore di ricevere un no e sentirsi rifiutato, non fermarsi mai altrimenti ci si sente non amati, favorire la dipendenza dell’altro perché si dipende dall’altro bisognoso.
Quali altre possibilità manipolative conosci?
E quali sei solito praticare?
Per certi versi è “NORMALE MANIPOLARE” perché lo abbiamo imparato da bambini quando abbiamo dovuto trovare modi per noi accessibili per ottenere ciò che volevamo. E non sempre eravamo capaci di fare richieste dirette o esprimere apertamente pensieri ed emozioni. Da piccoli è comprensibile.
Se queste modalità, di origine infantile, persistono da adulti sono non appropriate, esitando sostanzialmente in problemi interpersonali (conflitti, distanza, non autenticità, inganno, ecc.) e procurando un’effettiva insoddisfazione a lungo termine sia in termini di mancanza di reale stima di sé sia nelle relazioni che finiscono o si deteriorano o restano finte e basate sulla menzogna.
Del resto, se esiste un manipolatore esiste anche un manipolabile, manipolato e che si lascia manipolare (e anche questa a sua volta è una manipolazione) ovvero per creare relazioni, siano esse felici o disfunzionali, bisogna essere sempre in due, ciascuno col proprio contributo patologico alla relazione fonte di sofferenza o problemi per entrambi. Se ad un primo sguardo sembra esserci uno forte e uno che soccombe a lungo andare la relazione è malata per entrambi perché basata sull’espressione distorta dei rispettivi sentimenti e bisogni. Ad esempio, prima o poi il manipolatore apparentemente “vincente” dovrà confrontarsi con le espressioni dirette o indirette di quanto il manipolato si è tenuto dentro per troppo tempo…
Il problema non è l’utilizzo di manipolazioni, è semmai l’utilizzo rigido delle stesse modalità, sempre e con tutti. Tutti quanti noi a volte usiamo certe strategie indirette per ottenere un qualcosa. Il problema sorge quando ne siamo inconsapevoli e soprattutto quando non abbiamo altre frecce al nostro arco e un repertorio limitato di possibilità relazionali di chiedere e cercare di raggiungere in modo sano ciò che desideriamo.
In psicoterapia, la persona impara a rendersi conto delle sue modalità manipolative. Impara a riconoscerne il valore originario di strategie di sopravvivenza relazionale, la loro legittimità in quanto forme che il bambino ha trovato allora per riuscire a cavarsela (ottenere amore, stima e soddisfazione dei bisogni) in un ambiente interpersonale altrimenti frustrante o traumatizzante. Impara a trasformare queste modalità, patologiche per un adulto, in nuovi modi di agire e comunicare, più consapevoli e autentici, rispettosi di sé e dell’altro, oltre che più efficaci a lungo andare per creare e mantenere relazioni positive e gratificanti.

Il triangolo drammatico

Molte delle nostre relazioni sembrano seguire un copione organizzato secondo un cosiddetto “triangolo drammatico” (Stephen Karpman) dove esistono tre personaggi o ruoli che a rotazione chiunque può incarnare. Ad esempio, a volte ci sentiamo VITTIME impotenti. Degli altri o di circostanze sfortunate rispetto alle quali l’unica cosa che sentiamo di poter fare è quella di subire passivamente e aspettare che passi, che arrivino tempi migliori o intenzioni e comportamenti più benevoli da parte degli altri. “Altri” che viviamo come PERSECUTORI e carnefici malevoli nei nostri confronti oppure possibili sostegni fondamentali e imprescindibili per superare momenti difficili, veri e propri SALVATORI che accorrono in nostro soccorso al momento del bisogno.
A volte, invece, sembriamo noi, più che altro agli occhi altrui, dei veri e propri PERSECUTORI, privi di scrupoli o cattivi o poco comprensivi o distanti affettivamente o semplicemente deludenti. Non siamo e non facciamo quello che gli altri si aspettano da noi. Altre persone si sentono VITTIME addolorate rispetto ai nostri presunti o effettivi comportamenti “da CARNEFICE”.
Alcune volte è, invece, possibile che veniamo cercati come SALVATORI, per aiutare gli altri, per “salvarli”, per tirarli fuori dai guai o dai dolori. Veniamo considerati (e/o tendiamo a considerarci) gli unici capaci di risolvere quel problema, affrontare quella situazione, sostenere quella persona.
Gli incroci possibili tra questi ruoli sono molteplici; ciò che si ripete è la DRAMMATICITÀ DI RELAZIONI dove c’è una vittima e un persecutore e anche un salvatore, a volte presente, altre volte solo desiderato e fantasticato dalla vittima.
Un lavoro fondamentale in terapia è quello di rendere consapevole il paziente di questo DRAMMA INTERPERSONALE e farlo uscire fuori dalla gabbia di rappresentazioni di sé e degli altri troppo rigide e generali, spesso cristallizzate in visioni semplificate rispetto alla realtà complessa delle relazioni interpersonali. In particolare, il paziente viene aiutato a rendersi conto di come costruisce le immagini di sé e degli altri nei termini del triangolo drammatico ovvero di come tende a vivere le relazioni interpersonali come fossero interazioni tra sé e l’altro rigidamente percepiti in modo alternato come vittima, persecutore e salvatore.
La persona viene aiutata a valutare in modo specifico il contesto interpersonale in cui avviene l’interazione; l’azione viene considerata relativa a quel momento e a quello scambio e non come proveniente da un presunto rigido assetto della persona sempre uguale a se stessa in ogni occasione.
L’obiettivo che si persegue in modo condiviso nella relazione terapeutica è quello di una rivisitazione dell’immagine di sé rispetto ad un senso di sé negativo fondato unicamente su un limitato modo di percepirsi. Per “smontare” questa immagine monolitica di sé del paziente e “rimontare” una struttura personale più articolata e positiva.
La persona viene aiutata ad analizzare la specificità di episodi di vita piuttosto che a raccontarsi la solita storia di sé ormai frutto di ritornelli che non hanno un corrispettivo nella realtà e originano solo da relazioni antiche disturbate e ferite dolorose.
Al di fuori del contesto terapeutico, il triangolo drammatico può essere anche una metafora che possiamo usare tutti nella quotidianità per comprendere molti dei nostri scambi interpersonali. Quando ti senti e ti comporti da vittima o persecutore o salvatore? Con chi? A casa o fuori casa? Se inizi a rispondere a queste domande potrai farti un’idea alquanto utile di cosa succede nelle tue relazioni, quando ti trovi in una posizione e quando in un’altra, come questi ruoli tendono a spostarsi anche in breve tempo e nella stessa situazione. Pensa, ad esempio, alle tue relazioni sentimentali, quando ti senti vittima della freddezza del partner e diventi carnefice quando lo tradisci. E chi può intervenire a “salvarvi”? Oppure sul posto di lavoro quando un po’ tutti, soprattutto quando si lavora in gruppo, possono transitare facilmente da una posizione all’altra. Pensa ad altri rapporti… E scopri se tendi a trovarti o metterti più facilmente in un ruolo o in un altro. E come era qualche tempo fa? E cambiato qualcosa? Se sì, cosa ha generato questo cambiamento?
Altre due considerazioni in conclusione, preludio per ulteriori approfondimenti futuri: nessuna posizione è migliore di altre, perché trovarsi nel triangolo è fonte di sofferenza o problemi per tutte le persone coinvolte, prima o poi.
Questo triangolo descrive molto bene non solo le relazioni interpersonali, ma anche le relazioni tra “parti interne” dentro ciascuno di noi, quando abbiamo diversi bisogni in conflitto, diverse intenzioni tra cui scegliere, diverse possibilità di agire… E la necessità di scegliere consapevoli che ogni scelta non è perfetta, che c’è sempre una rinuncia da fare, un prezzo da pagare, qualcosa che curiamo e qualcos’altro che trascuriamo.
Occhio al triangolo…

Dalla frustrazione alla soddisfazione

Prima di tutto ti invito a fare una lista di alcuni PROBLEMI che incontri in questo momento della tua vita. Soprattutto nelle RELAZIONI. In coppia o al lavoro, come genitore o come figlio. Con gli amici o con chiunque altro tu abbia un problema, un conflitto, uno stallo. Pochi o tanti che siano, li puoi affrontare, uno alla volta seguendo la strategia che ti propongo. Una strategia in pochi semplici passi per affrontare problemi interpersonali o situazioni frustranti e stressanti che ti ritrovi a vivere nel quotidiano.
Semplice ma non facile. Per ciascuno dei passaggi fai attenzione, infatti, a cosa rende difficile metterlo in pratica. Quali muri, quali PAURE, quali convinzioni ti bloccano e ti impediscono di andare avanti… Dalla frustrazione alla soddisfazione.

Quando stai nella frustrazione di una situazione, comincia a contare fino a quando serve per ARGINARE la tua IMPULSIVITÀ. Quello che faresti immediatamente e senza pensarci troppo “quasi mai” è la cosa migliore che potresti fare.

Dedica il tempo necessario ad ANALIZZARE la SITUAZIONE, cosa ha fatto l’altra persona e cosa hai fatto tu, cosa vi siete detti, cosa sta succedendo nella realtà come da te interpretata e vissuta.

Individua chiaramente qual è la posta in gioco, quali sono i tuoi STATI D’ANIMO rispetto all’accaduto, se provi rabbia, tristezza, paura, senso di colpa, vergogna, se ti senti incompreso o minacciato o giudicato o vittima di un’ingiustizia o…

Ascolta i tuoi BISOGNI in questo momento, cosa vorresti ora visto quello che è successo.

Inizia a FARE QUELLO CHE DEVI FARE. Si tratti di agire in prima persona per ottenere ciò che vuoi oppure di chiedere qualcosa all’altro.

VERIFICA il risultato e continua fino a quando sei soddisfatto. Continua ad agire e a chiedere. FINO A QUANDO avrai risolto il problema di partenza.

Come prevedibile, nel seguire questi passi avrai incontrato ostacoli e resistenze che nascono da tre fonti:
1. Sei IMPOTENTE rispetto a qualcosa che non dipende da te
2. Hai pensieri, idee, credenze e CONVINZIONI che non ti fanno andare avanti
3. Hai PAURE che ti tengono fermo.

Per ciascuna di queste difficoltà esistono soluzioni.
1. Se non dipende da te, non puoi farci niente, se non accettare la tua impotenza. Non dico di fermarti all’inizio senza provarci. Ti invito a riflettere e AGIRE fino a quando riesci a cambiare la situazione, ma anche a SAPERTI FERMARE di fronte a ciò che ormai dipende solo da qualcosa su cui non hai potere di intervenire
2. Individuati i PENSIERI che ti impediscono di seguire quel passo, chiediti quando hai imparato a pensare così, a cosa ti è servito e a cosa ti serve ancora oggi. Trova a questo punto NUOVI MODI per ottenere quello che ti serve senza farti frenare da quelle convinzioni bloccanti
3. Da cosa ti proteggono le tue paure? Sono PAURE ancora attuali o te le porti dietro da molto tempo ma ormai non sono più sensate o utili? Cosa ti serve per superare queste paure?

Prendi uno a uno i problemi della tua lista iniziale e SEGUI questa STRATEGIA. Se la segui ti fornirà risultati illuminanti, se non la segui continuerai a stare impantanato nei soliti schemi disfunzionali.
Buon lavoro…

Il piacere è il dovere

Prima, dopo, durante il piacere e il dovere. Il dovere è il piacere. Il piacere è il dovere.

Quello che credi diventa quello che fai. Quello che fai diventa quello che ottieni. Con quello che ottieni puoi confermare o modificare le convinzioni di partenza. E ripartire con nuove azioni…

Se pensi ad alcune aree o situazioni della tua vita (lavoro, studio, coppia, amici, ecc.), oggi o in altri periodi, probabilmente noterai che hai seguito il principio (pensiero, credenza, convinzione) “PRIMA IL DOVERE E POI IL PIACERE” e questo ha funzionato nel farti raggiungere certi risultati e soddisfare certi bisogni, consapevole che hai contemporaneamente rinunciato o messo in secondo piano altri bisogni e desideri. Del resto, in altre situazioni e momenti della tua vita, ti sarai fatto guidare dal principio “PRIMA IL PIACERE …”, ottenendo sicuramente certi benefici e gratificazioni e, al tempo stesso, trascurando altre necessità o impegni. Poi probabilmente ci saranno ambiti di vita, attualmente o in altri momenti della tua vita, in cui CIÒ CHE DEVI (o dovevi) FARE COINCIDE CON CIÒ CHE TI PIACE FARE. Ovvero, in modo più o meno consapevole, riesci a trovare e a mettere “piacere”, passione, coinvolgimento, interesse, divertimento, vitalità, senso, pienezza in ciò che “devi” fare perché senti che ti fa crescere, ti fa entusiasmare, ti fa diventare la persona che in potenza sei, nella direzione della vita che vuoi vivere.

Oggi e da oggi in poi, osserva come funzioni rispetto al GIUSTO MIX PIACERE-DOVERE, GIUSTO PER TE, e fatti guidare da questa consapevolezza nell’agire per potenziare i risultati che ottieni.

La giusta sana integrazione

La sofferenza psicologica, pur nelle sue svariate forme e storie individuali, esprime una diffusa difficoltà delle persone a trovare un equilibrio tra il bisogno di ESSERE SE STESSI e il bisogno di VIVERE CON L’ALTRO. Il malessere che spesso ci accompagna quotidianamente esprime l’incapacità della persona di trovare una sana integrazione tra il bisogno di realizzare i propri sogni e la necessità di tenere conto dell’esistenza degli altri.
Un po’ tutti viviamo l’enorme fatica per mettere insieme l’ideale di soddisfazione assoluta dei nostri desideri con la realtà quotidiana della frustrazione (che viviamo quando non riusciamo ad ottenere sempre la vita che vorremmo) e della delusione (che proviene dagli altri, anche quelli che amiamo e ci amano, che non stanno al mondo per farci felici sempre e comunque).
Ciascuno di noi, nel dispiegarsi del proprio vivere quotidiano, nelle relazioni più significative e anche in quelle più superficiali, deve comporre la “giusta” DISTANZA e la “giusta” VICINANZA, GIUSTE PER SÉ, PER SÉ E PER LE PERSONE CHE APPARTENGONO ALLA PROPRIA VITA. Deve imparare ad integrare i personali bisogni di contatto con l’altro con le paure più svariate di essere inghiottiti o perdersi nella relazione. Il desiderio di solitudine che può diventare angoscia di abbandono. Il bisogno di amore che rischia di tramutarsi in paura di essere invaso. Il desiderio di realizzarsi e la paura di restare solo. Il bisogno di appartenenza e comunione e la paura di smarrire il senso della propria identità individuale.
La ricerca della felicità, comunque tu la intenda, e la ricerca del senso e del valore della vita o la ricerca di qualsiasi altra cosa tu stia cercando richiedono, dunque, la necessità di fare i conti, ciascuno a proprio modo, con la nostra conflittualità interna, con i nostri sentimenti contrastanti, con la nostra folle aspirazione alla perfezione per cui vorremmo tutto e nemmeno ci basterebbe.
E forse, semplicemente, questo impegno quotidiano che ci è richiesto, un po’ a tutti, è un’altra forma attraverso cui si manifesta il mistero della vita e della morte… E anche in questo caso, ciascuno a suo modo trova il suo senso, il significato, la strada…

Auto-centrato ed etero-centrato

Quando lavoro con le persone sulla comunicazione efficace propongo loro un esercizio “dentro/fuori” che poi diventa uno strumento di riflessione e azione, per applicarlo nei contesti quotidiani, in particolare nelle relazioni più significative, nella coppia, coi figli, al lavoro, con gli amici, ecc… Si tratta di un esercizio o, meglio ancora, di un atteggiamento da praticare con costanza per renderlo una buona abitudine relazionale che favorisce l’empatia cioè la capacità di mettersi nei panni dell’altro, permettendo di attivare una prospettiva alternativa nelle situazioni conflittuali.

Solitamente quando siamo “DENTRO” ad un litigio o in una discussione, più o meno animati e importanti per noi e per il nostro interlocutore, è piuttosto difficile “USCIRE FUORI” dal modo in cui stiamo vivendo e gestendo quella situazione (quello che stiamo sentendo, quello che pensiamo e quello che stiamo facendo) per portare avanti le nostre tesi, i nostri bisogni, le nostre ragioni, i nostri valori e punti di vista. Spesso gli individui entrano in un vicolo cieco perché entrambi hanno difficoltà a “decentrarsi” dalla loro posizione che sembra l’unica giusta o quella giusta al 99% virgola 99. Quello che succede è che le persone si ritrovano spesso artefici di “un’escalation simmetrica” che conduce entrambi a soffiare sul fuoco della frustrazione e della delusione reciproca. Un tiro alla fune, un braccio di ferro, un alzare il tiro delle critiche e delle pretese reciproche, consapevoli o inconsapevoli.

In queste circostanze diventa fondamentale rendersi conto della distinzione tra una posizione autocentrata ed una posizione eterocentrata. Entrambi legittime, entrambi da usare e valorizzare per affrontare il conflitto ed eventualmente disinnescare la bomba.

La posizione ETEROCENTRATA esprime un principio comunicativo piuttosto diffuso anche a livello di senso comune: mettiti nei panni dell’altro, cammina nelle sue scarpe, vedi la situazione come la percepisce il tuo interlocutore, immagina ciò che lui pensa, sente e vuole dalla sua posizione. Questa capacità di “decentrarsi” può aiutare a rendersi conto che esiste almeno un’altra possibilità di leggere ed interpretare ciò che sta accadendo.

La posizione AUTOCENTRATA, invece, è la posizione che occupi tu, il tuo punto di vista che è importante per te valorizzare, almeno dentro di te ed eventualmente condividerlo: ciò che pensi e ciò che senti, come interpreti e valuti la situazione.

Saper fare la spola, dentro-fuori, tra l’una e l’altra posizione, VALORIZZANDO ENTRAMBE per comprendere ciò che sta avvenendo e per governarlo in modo sufficientemente soddisfacente per entrambi, è una delle abilità relazionali e comunicative più potenti per uscire dal conflitto e risolverlo, per disinnescare il potenziale esplosivo e distruttivo, per fare un passo indietro chiedendo all’altro di fare altrettanto, per mettersi veramente in discussione, per rendersi veramente conto di quanto è importante il motivo del contendere e soprattutto la relazione in atto.

Piccolo schema per grandi cambiamenti

Nota e annota su un diario. Sempre a portata di mano, fosse anche il blocco note dello smartphone. Meglio carta e penna… Per entrare nel cuore della tua esperienza soggettiva ed interpersonale.

Pensa ad una SITUAZIONE, magari una che si ripete sistematicamente, simile a tante altre, una situazione che ti crea stress, disagio, sofferenza, malessere. Descrivila usando le domande fondamentali della cronaca (6 W). DOVE si svolge la scena, QUANDO, CHI sono le persone coinvolte, COSA succede, quali temi e contenuti, qual è il succo della questione, PERCHÉ è importante per te, quali tuoi bisogni o valori o motivi ti coinvolgono, COME avviene il tutto, quale sequenza di azioni e reazioni.
Identifica le tue SENSAZIONI ed EMOZIONI, cosa senti, cosa provi, quali stati d’animo vivi in questa situazione
Focalizza il DESIDERIO fondamentale che ti ha spinto ad agire, a fare quello che hai fatto, a dire quello che hai detto.
Prima di agire o parlare per tentare di realizzare il tuo desiderio o bisogno, nota cosa hai IMMAGINATO rispetto a come avrebbe reagito l’altra o le altre persone coinvolte.
E nota come hanno RISPOSTO EFFETTIVAMENTE GLI ALTRI.
E tu come hai REAGITO.
E con quali emozioni e pensieri si è CONCLUSA la vicenda…

Se svolgi questo esercizio e applichi con attenzione i passi suggeriti, emergeranno importanti spunti per capire come funzioni, come funziona la tua mente nelle relazioni interpersonali, cosa, in particolare, del comportamento degli altri suscita alcune tue reazioni emotive negative, qual è il tuo contributo alla tua sofferenza. Quindi, soprattutto, emergerà un insegnamento rispetto a cosa puoi PENSARE e FARE di DIVERSO DAL SOLITO per generare esperienze emotive positive e relazioni rilassate.

Ovviamente questa traccia per l’autoesplorazione e la consapevolezza puoi seguirla anche analizzando un evento passato, recente o anche molto antico, modificando in modo opportuno le domande. Sempre per capire in che modo, a partire dal comportamento più o meno stressogeno degli altri, col tuo pensiero e con le tue azioni hai contribuito a generare le tue esperienze felici e infelici.

Quindi per capire in che modo puoi intervenire sui tuoi pensieri (idee, immagini, aspettative, convinzioni, credenze) e sulle tue azioni, per avvicinarti il più possibile alla soddisfazione dei tuoi desideri, bisogni e progetti e alla tua idea di benessere e realizzazione.