Di che colore sono le tue relazioni?

Tu puoi scegliere che tipo di rapporti avere con gli altri, ma tu non puoi cambiare gli altri.

Pensa ad alcuni tuoi rapporti e nota cosa noti…
Da quali emozioni sono solitamente caratterizzati… Cosa ti fa arrabbiare… Cosa ti rende felice in quel rapporto… Cosa ti rattrista… Cosa ti preoccupa in quel rapporto…
Le emozioni sono il colore del rapporto.
Le emozioni ti segnalano cosa va e cosa non va nel rapporto. Cosa vorresti cambiare, cosa vorresti migliorare, cosa vorresti potenziare in quel rapporto. Cosa vorresti… E cosa dovresti fare per colorare quel rapporto come più ti aggrada… Cosa dovresti fare tu e cosa non dovresti fare … Cosa puoi fare e cosa non puoi fare … Ad esempio, puoi parlare, puoi dire come ti senti, puoi esprimere cosa ti piacerebbe, puoi proprio fare una richiesta specifica: io vorrei… E poi ti devi fermare e aspettare la risposta dell’altra persona.
Aspetta la risposta, ma attento alle tue aspettative verso l’altra persona. Le aspettative e le sorelle cattive, le pretese, possono essere per te e per la relazione piuttosto pericolose… Lo sai: aspettarsi è lecito come anche rispondere in modo diverso dalle aspettative altrui… Pretendere è sempre rischioso, perché di fatto stai obbligando l’altro a darti ciò di cui hai bisogno; pochi rapporti funzionano bene se basati su chi obbliga e chi esegue. Possono funzionare a breve termine, ma a lungo andare la relazione si avvelena.
Allora, consapevole che tu hai abbastanza controllo su ciò che fai, ma scarso potere su ciò che fa l’altro, inizia a notare le tue aspettative e le tue pretese e trasformale in “semplici” espressioni di desideri, bisogni e richieste. E soprattutto, mentre speri di ricevere risposte positive, mettiti anche nella giusta disposizione d’animo per accettare anche quelle negative…
Il futuro di quella relazione sarà una conseguenza di questo tuo atteggiamento…

Tu non puoi cambiare gli altri, ma tu puoi scegliere che tipo di rapporti avere con gli altri.

E che avrò detto mai!?

Spesso succede qualcosa e reagiamo in modo aggressivo. Se non fisicamente, almeno psicologicamente, ad esempio esprimiamo critiche feroci, giudizi severi, rimproveri sprezzanti a chi ci ha detto o fatto qualcosa.
A volte, è chiaro l’accaduto e anche come lo abbiamo vissuto: qualcuno ci ha offeso o insultato o danneggiato o per prima criticato ingiustamente o svalutato o minacciato o deluso o qualcos’altro che può rendere alquanto comprensibile il senso della nostra reazione di contrattacco e di difesa, di autoprotezione fisica e psicologica. Ci vogliamo far rispettare e non accettiamo che qualcuno ci tratti in quel modo.
In altri casi, la questione è un po’ più misteriosa, enigmatica. Né noi né l’altro sappiamo spiegarci in maniera chiara cosa è successo, cosa ha determinato la nostra reazione che sembra spropositata. Siamo impazziti? Abbiamo perso il controllo? Siamo permalosi fino alla sospettosità paranoica?
“E che ti ho detto cotica!?” si dice dalle mie parti… Probabilmente in altri luoghi esistono altri modi e linguaggi, ciascuna persona ne può trovare uno almeno, per esprimere sconcerto, a volte sdegnoso, a volte paura e rabbia, di fronte alla reazione eccessiva e di primo acchito incomprensibile.
In questi casi, è utile interrogare il nostro mondo interiore. Cosa mi ha attivato quello che l’altra persona ha detto o fatto? Cosa ho provato, quali emozioni e sentimenti? Cosa ho pensato? Quali bisogni ho sentito frustrati? Quali scopi ho immaginato compromessi? Qual è stata la ‘minaccia’ che ho vissuto?
Queste domande e simili, trova le tue, possono veramente illuminare ciò che all’inizio era completamente oscuro e soprattutto possono aiutare la persona a governare meglio quella frustrazione all’interno della relazione. Ad esempio, imparando a dire come si è sentita, cosa avrebbe desiderato, come avrebbe voluto essere trattata…

Il vero eroe moderno nei rapporti interpersonali

Vulnerabilità, fragilità, errore, limite, debolezza, paura, dolore, bisogno d’aiuto, confusione, imperfezione, delusione, prima o poi ti vengono a trovare. Tanto o poco che siano, è fondamentale che tu abbia la capacità di accoglierli come parte integrante del tuo essere umano, della tua esperienza di vita, dei tuoi rapporti interpersonali e della tua idea di te stesso. La capacità di accoglierli e il coraggio di integrarli dentro l’idea che hai di te stesso. Tu sei forte e fragile. Sei buono e sei cattivo. Sei imperfetto e perfetto così come sei.
Buono e cattivo sono giudizi. Sono i giudizi per eccellenza, con cui tutti siamo stati nutriti, forse intossicati, da cui discendono tutti gli altri giudizi. Il vero eroe moderno, capace di entrare in contatto intimo e di ascoltare profondamente l’altra persona, sa abbandonare la nostra umana naturale tendenza a giudicare (naturale quanto rinforzata dell’apprendimento educativo), sa essere presente all’esperienza dell’altro invece di criticarlo, sa comprenderlo invece di etichettarlo, sa condividere sofferenza e storia comune, invece che colpevolizzare ed ergersi a portatore di verità migliori.
Che non significa porgere l’altra guancia, mostrando un’accettazione di facciata che nasconde paura e pavidità, rabbia e risentimento. Che non significa giustificare chi ha ferito e disseminato dolore.
Quando ascolti profondamente l’altra persona, riesci a comprendere i motivi della sua storia e contemporaneamente la aiuti a prendersi la responsabilità delle sue azioni. Delle conseguenze di ciò che il suo comportamento ha provocato. La aiuti a diventare consapevole delle emozioni e dei bisogni che lo hanno spinto verso quel comportamento. E questo è fondamentale non solo per comprendere ciò che è avvenuto, ma anche per prevedere, con maggiore consapevolezza e responsabilità, il proprio comportamento futuro.
Colpevolizzare chi ha sbagliato è più facile, permette di scaricare la rabbia e la frustrazione, ma, nei fatti, non migliora il comportamento e nemmeno la relazione. Aiutare l’altra persona a prendersi la responsabilità significa aiutarla a confrontarsi con le conseguenze dei propri errori per prevenirne il più possibile in futuro. E questo permette un salto in avanti per la prestazione o il comportamento e per la relazione.
Prova ad applicare queste idee ai tuoi rapporti quotidiani. Tra genitori e figli. Tra partner sentimentali. Sul posto di lavoro. O nella comunità più ampia.

Puoi sintetizzare queste idee in:
– Trasforma il giudizio in comprensione. In particolare, distinguendo la valutazione del comportamento rispetto a ciò che può aver motivato l’altra persona.
– Trasforma la tua critica nell’espressione delle tue emozioni e dei tuoi bisogni. Cosa hai provato. Cosa avresti voluto.
– Trasforma l’accusa colpevolizzante in incoraggiamento all’assunzione di responsabilità. Non si tratta di colpevolizzare e odiare l’altra persona. Si tratta di aiutarla a farsi carico degli esiti delle sue azioni.
Provaci… Vedi quanto ci riesci e quanto no e perché… E verifica cosa succede in te e nelle relazioni con gli altri…

Io non so cosa fare

Io non so cosa fare… Non so cosa fare di veramente utile all’evoluzione della specie o almeno del sistema umano che stiamo vivendo…
La morte di Willy ci ha portato a contattare le parti più disparate di noi stessi. Nelle conversazioni private e in quelle social, ciascuno di noi, chi più chi meno, si è espresso in tanti modi.
Col cuore, con le emozioni, con la tristezza, lo sconcerto, la rabbia, l’indignazione, la vergogna, anche il senso di colpa e altro ancora. Sentimenti individuali più o meno in risonanza con quelli collettivi.
Con la testa, cercando di capire l’incomprensibile, di spiegare per l’ennesima volta la bestia che è parte viva del genere umano.
Con la pancia, con la paura che diventa violenza, con violenza sulla violenza, con il desiderio di vendetta e giustizia in un mondo che è ingiusto, ma non solo nella morte di Willy.
E poi i rimandi ad una società malata che ha cresciuto figli malati. La storia, in realtà, ci insegna che è sempre stato così, bestie siamo dentro. E la bestia va governata. La comunicazione e la condivisione era diversa un tempo. E oggi le storture della comunicazione rischiano di nutrire ancora di più la bestia…
E poi la politica e la strumentalizzazione politica, da Nord a Sud, da Est a Ovest di ogni paesaggio politico. E la critica al sistema giudiziario (contemporaneamente alla morte di Willy non è tornato in prigione Johnny lo zingaro, chissà com’è?).
E la retorica della politica e dell’antipolitica dei politici.
E quante altre ancora ne ho sentite e ne ho pensate.
E chissà quanto ancora diremo e potremo dire, e potremmo dire. . Così solo per sfogarci un po’…magari dimenticando tra un po’… Per l’ennesima volta!
Allora per non dimenticare veramente, forse è utile che ciascuno di noi, nessuno escluso, cominci a fare più che a dire. A dire per agire. Ad agire conseguentemente e coerentemente a quanto pensato, a quanto espresso e a quanto non espresso perché “politicamente e socialmente scorretto”.
Io non so ancora cosa fare che sia veramente utile a spostare realmente le cose. Perché anche un discorso, un pensiero condiviso che smuove le coscienze, ma non muove nient’altro, rischia di restare un puro atto intellettuale e narcisista.
Dopo l’espressione della propria parte distruttiva (rabbia, indignazione, violenza, ipocrisia, ecc.), cerchiamo dentro ognuno di noi qualcosa da costruire. E anche qualcosa a cui rinunciare veramente, se serve a dare a qualcun altro o a coinvolgere altri in un movimento trasformativo…
Io non so cosa fare… O forse lo so ma non lo posso dire… O forse lo so ma non lo posso fare… Magari non ho ancora il coraggio di farlo… Ci vuole coraggio per spostare veramente le cose. Poche parole e azioni pesanti.
A cosa siamo disposti a rinunciare per andare verso ciò che dichiariamo di volere?
Il rischio è di alimentare il vuoto inconsistente di una collettività troppo impiantata su apparire per piacere, di una collettività non collettiva, piuttosto formata da individui anonimi l’un l’altro impegnati a piacere agli altri tanto più non piacciono a se stessi.
Il rischio è diventare carnefici dei carnefici e vittima dei propri stessi processi di espressione rabbiosa quanto inconcludente di fronte ad un’impotenza che resta tale se non accompagnata da scelte consapevoli e azioni responsabili. Quali? Non lo so.
Riconosco che potrebbe sembrare rassegnazione disperata. È consapevolezza che non so cosa effettivamente fare per incidere in modo tale da trasformare questa impotenza in reale potere di trasformazione.
Non ci resta che provare… Agire… Raccogliere gli effetti e tentare di capire per aggiustare il tiro alla ricerca di reali azioni sociali per una collettività tutta da inventare.
A cosa siamo disposti a rinunciare per andare verso ciò che dichiariamo di volere?
Chi ha consigli, suggerimenti, indicAzioni?

In tanti sensi

L’uomo moderno è il più ricco della storia, ma non è felice. Anche se la vita nelle sue città è più sicura che in passato, è incalzato da una nuova paura teme di “non andare bene” ed è in perenne infruttuosa ricerca del modo giusto di apparire, amare, comunicare, essere.
Dietro questa insicurezza c’è un vuoto profondo. È quello lasciato dai sensi, antica guida dell’uomo fin da quando fissava l’impronta delle mani sulle pareti delle caverne, ma di cui ha gradualmente smesso di servirsi soprattutto negli ultimi due secoli. Sono i tuoi sensi, infatti, i primi a dirti chi sei e cosa devi e puoi fare.
L’uomo moderno ha sognato di sostituirli con strumenti tecnologici, con centrali di informazioni precise, pronte a connettersi e comunicare al suo bisogno o comando. Si è così realizzata la fantasia di collegare direttamente la mente umana al mondo, tagliando fuori il corpo, fardello da sempre ingombrante e, dopo l’abbandono dei sensi, terreno di caccia della cosmetica e della chirurgia estetica.
Sicurezza personale, spontaneità e benessere nascono dall’armonica e continua comunicazione tra la personalità individuale e i nostri sensi, antiche e perfette centrali di informazione, comunicazione e relazione con gli altri e con il mondo.
(Claudio Risé).

Chi non sta dentro questa descrizione si faccia avanti

Come ti fai guidare dai tuoi sensi?

Bussola fondamentale o perfetti sconosciuti?
Amici fidati o nemici pericolosi?
Guide utili o fonti fuorvianti?

Piccolo suggerimento: “fermati” almeno tre volte al giorno ed esplora la tua esperienza usando i 5 sensi… Disconnettiti dai soliti canali attivi di comunicazione e relazione ed entra in “contatto consapevole” attraverso i tuoi sensi …

Dialogo per un alloggio

Qualunque monaco girovago può fermarsi in un tempio Zen, a patto che sostenga coi preti del posto una discussione sul Buddhismo e ne esca vittorioso. Se invece perde, deve andarsene via.
In un tempio nelle regioni settentrionali del Giappone vivevano due confratelli monaci. Il più anziano era istruito, ma il più giovane era sciocco e aveva un occhio solo.
Arrivò un monaco girovago e chiese alloggio, invitandoli secondo la norma a un dibattito sulla sublime dottrina. Il fratello più anziano, che quel giorno era affaticato dal molto studio, disse al più giovane di sostituirlo. «Vai tu e chiedigli il dialogo muto» lo ammonì.
Così il monaco giovane e il forestiero andarono a sedersi nel tempio.
Poco dopo il viaggiatore venne a cercare il fratello più anziano e gli disse: «Il tuo giovane fratello è un tipo straordinario. Mi ha battuto».
«Riferiscimi il vostro dialogo» disse il più anziano.
«Be’,» spiegò il viaggiatore «per prima cosa io ho alzato un dito, che rappresentava Buddha, l’Illuminato. E lui ha alzato due dita, per dire Buddha e il suo insegnamento. Io ho alzato tre dita per rappresentare Buddha, il suo insegnamento e i suoi seguaci, che vivono la vita armoniosa. Allora lui mi ha scosso il pugno chiuso davanti alla faccia, per mostrarmi che tutti e tre derivano da una sola realizzazione. Sicché ha vinto e io non ho nessun diritto di fermarmi». E detto questo, il girovago se ne andò.
«Dov’è quel tale?» domandò il più giovane, correndo dal fratello più anziano.
«Ho saputo che hai vinto il dibattito».
«Io non ho vinto un bel niente. Voglio picchiare quell’individuo».
«Raccontami la vostra discussione» lo pregò il più anziano.
«Accidenti, non appena mi ha visto lui ha alzato un dito, insultandomi con l’allusione che ho un occhio solo. Dal momento che era un forestiero, ho pensato che dovevo essere cortese con lui e ho alzato due dita, congratulandomi che avesse due occhi. Poi quel miserabile villano ha alzato tre dita per dire che tra tutti e due avevamo soltanto tre occhi. Allora ho perso la tramontana e sono balzato in piedi per dargli un pugno, ma lui è scappato via e così è finita».

Una storia sul potere e sul valore dell’interpretazione nei rapporti interpersonali. E quindi nel determinare serenità o sofferenza.

Una storia per illustrare l’importanza di essere attenti ai propri contenuti mentali senza considerarli gli unici possibili, sul valore di comprendere il punto di vista dell’altro, sulla capacità di mettere insieme il tutto nel dialogo consapevole e intimo, l’unico veramente efficace per comprendersi.

L’assedio e il centro

Dall’esterno l’assedio non cambierà. Non cambia: accuse, rimproveri, critiche, giudizi, svalutazioni, colpevolizzazioni.
Inizia allora a cambiare tu. Attraverso tre strategie:
1. FILTRO. Distingui ciò che ti è utile da ciò che non lo è. Usa la critica che ti permette di imparare qualcosa e ti stimola a comprendere e crescere.
2. BARRICATE. Metti i giusti confini. Impara a conoscere le trappole azione-reazione che ti mettono e ti lasciano in circoli viziosi in cui cerchi di giustificarti e finisci per essere sempre più criticato e attaccato, sempre deludente nella percezione dell’altro. Ricordando che nessuno sta al mondo per rendere felice qualcun altro… E se così fosse sarebbe un problema…
3. DISCO ROTTO. Se proprio vuoi rispondere e immunizzarti dalle critiche altrui, trova una piccola semplice frase o espressione e ripeti solo quella come fosse un disco rotto (di quelli di tanti anni fa che si rigavano e ripetevano sempre la stessa traccia). Ad esempio, “non sono cose che ti riguardano”, “io scelgo come meglio credo”, “ho sbagliato e posso imparare”, “quando mi attacchi non ti ascolto…”.
Probabilmente tu conosci e adotti anche altre strategie, più o meno utili e sane, per fronteggiare critiche e giudizi. Molto bene. L’importante è mantenere il centro: tu puoi cambiare te stesso, come pensi e come agisci, a cominciare dal pensiero “non posso cambiare gli altri” e da ogni azione attraverso cui ti fai carico in prima persona della tua felicità…

#iorestoacasa… E racconto una storia

Conosci “Esercizi di stile”, il libro di Raymond Queneau? Te lo consiglio. È spassoso. Da questo libro traggo spunto per l’idea di questa settimana, per non andare a spasso, restare a casa e giocare.
Sempre in gruppo. Ma potresti farlo anche da solo, magari davanti allo specchio, chissà magari registrandoti. Farlo con altri potenzia certi effetti. Farlo da soli ne favorisce altri.
A turno ogni partecipante deve raccontare un evento. Potrebbe essere qualsiasi fatto. Un ricordo del passato piuttosto che un episodio di vita attuale o magari una situazione inventata. L’importante è raccontarlo, l’importante è come lo si racconta!
Come lo si racconta?
Ciascuno, a giro, riceve istruzioni da ogni altro presente che suggerisce l’evento da raccontare e la forma o modalità del racconto. In che senso? Spazio alla creatività e alla “parte folle” di ciascun partecipante, il più possibile liberi da giudizi…
Esempi. Solo qualcuno tra infinite possibilità…
Vorrei mi raccontassi la tua giornata tipo in questo periodo, però con la R moscia…
Vorrei mi raccontassi il giorno del tuo matrimonio senza usare parole che iniziano per vocale…
Vorrei mi raccontassi il tuo film preferito partendo dalla fine…
Vorrei mi raccontassi la tua ricetta del ciambellone facendo la radiocronaca di come la prepara la nonna…
Vorrei mi descrivessi il tuo gatto o il tuo cane mentre salti la corda..
Vorrei mi raccontassi la tua colazione di stamattina usando i cinque sensi…
Vorrei mi cantassi la tua canzone preferita, parlando in francese. Se non sai il francese cantala in tedesco. O in cinese. O in calabrese. Se non sei padrone di nessuna di queste lingue prova a far finta che tu le sappia e canta sta canzone… O cantala in una lingua che tu puoi inventare…
Vorrei che mi raccontassi lo sbarco sulla Luna come lo racconterebbe un orso bruno… O come lo racconterebbe il tuo amico Bruno…
Vorrei che mi presentassi il menù di questa sera, anzi no vorrei che me lo mimassi…
Vorrei che ti presentassi, che dicessi qualcosa di te… Ma usando la voce di un tuo genitore… E anche dell’altro…
Vorrei che mi raccontassi cosa hai fatto oggi … Balbettando…
Vorrei leggessi un telegiornale… Senza notizie negative…
Vorrei che mi cantassi l’inno nazionale come un inglese che parla un italiano un po’ approssimativo…
Vorrei che mi spiegassi le regole di questo gioco come le spiegherebbe un bambino di 6 anni…
Vorrei che mi dicessi la tabellina del 7 con l’acqua in bocca…
Vorrei descrivessi un tuo collega o compagno di scuola o un amico… Senza esprimere giudizi…
Vorrei che mi dicessi cos’è e con quali ingredienti si fa una macedonia… Ma senza usare nomi di frutti…
Vorrei…

Libera la tua infinita creatività…

Non ti resta che iniziare e vedere l’effetto che fa…

Tutto qui. Anzi no… Se ti va, raccontami come va… Raccontalo come meglio credi…

Buon divertimento…

PS. A casa mia è una settimana che stiamo giocando a questo gioco… Non ti racconto gli effetti… Potrebbe durare anche tutta la vita…

#iorestoacasa… Terzo gioco. Il mostro e il sole che riscalda

Altra settimana, altro gioco per tutta la famiglia. Sempre restando a casa.
Sempre un adulto è necessario a governare il percorso.
Servono tre cartoncini Bristol o simili da mettere al centro del tavolo o sul pavimento/tappeto se giocate a terra, colori a piacimento. Tanti colori e matite colorate.
Si inizia disegnando tutti insieme su un cartoncino, al centro, un mostro coi tentacoli. Fantasia al potere. Disegnate il mostro come meglio credete, l’importante è che abbia tanti tentacoli. Ogni tentacolo rappresenta una paura, un dolore, un’altra emozione che fa soffrire. Ognuno può disegnare i tentacoli che sente, che vive in questo momento, che gli saltano in testa e nel cuore. La paura, la tristezza, la solitudine, la mancanza, ecc. Ognuno disegna sul cartoncino tutti i tentacoli che vuole e lo esprime con piccole frasi, ad esempio: mi mancano i miei compagni di scuola e di sport; mi manca la mia fidanzata.

Sull’altro cartoncino, sempre al centro, disegnate un sole, con tanti raggi che riscaldano ad esprimere le emozioni positive, la fiducia, la speranza, la condivisione, la gioia, la comprensione, la solidarietà, la voglia di abbracciarsi, la compassione, il desiderio di giocare insieme, solo per fare qualche esempio.

Ognuno disegna uno o più tentacoli e uno o più raggi del sole esprimendo le proprie paure ed emozioni difficili e anche le esperienze belle, i pensieri positivi, le risorse, sempre solo per dare qualche suggerimento rispetto alle infinite possibilità per esprimere cosa ci fa stare male e soprattutto per trovare raggi luminosi, splendenti, che emanano calore e colore.

In una seconda fase ciascuno condivide con gli altri come il sole può bruciare o rendere innocuo il mostro, come immagina, desidera o già si impegna ad usare certe risorse per affrontare certi tentacoli. Libero accesso a tutta la propria fantasia e creatività per portare il desiderio a sconfiggere la paura… Per sovrastare i tentacoli coi raggi luminosi…

Ultima fase. Terzo cartoncino. Tutti insieme a fare un unico grande disegno, tutto da inventare, ad esprimere, rappresentare, condividere l’esplorazione che si è fatta tutti insieme, il viaggio dalla paura al coraggio, alla fiducia, alla speranza.
Buon divertimento…

Convivo dunque confliggo

Un pò per scherzo, un po’ seriamente, sono molti quelli che riferiscono un certo “stress da convivenza forzata”, oltre a quello già legato all’emergenza sanitaria e alle negative previsioni sull’economia e sul mondo del lavoro.
Dobbiamo restare a casa con fiducia che tutto andrà bene, lontani dalle nostre occupazioni e abitudini quotidiane, e al momento dobbiamo restare vicini ai nostri intimi. Ciò può favorire una serie di eventi stressanti e conflitti che necessitano di essere governati in modo sano ed utile al mantenimento di relazioni sufficientemente armoniche. Ecco, ad esempio, alcune brevi indicazioni nella forma di strategie comunicative concrete ed essenziali per affrontare l’emergenza della forzata convivenza.

– Osserva con cura le situazioni che sono per te fonte di stress, conflitti, tensioni, ecc.. Invece che farti guidare dai tuoi schemi mentali precostituiti, osserva in modo attento e specifico: cosa è successo, quando, dove, chi è coinvolto, perché è successo secondo te e perché è successo secondo le altre persone coinvolte
– Ascolta, quindi, prima di rispondere
– Ascolta fino alla fine e con attenzione prima di pensare a cosa rispondere
– Invece di colpevolizzare, rimproverare, giudicare, inizia prima di tutto a rispettare il punto di vista dell’altro, cercando di vedere e comprendere il mondo come può vederlo l’altro, a partire dalle sue emozioni e dai suoi bisogni frustrati
– Osserva con attenzione prima di “pre-giudicare”
– Sospendi il giudizio: l’altro, anche molto vicino, è diverso da te, non è obbligato ad essere come tu lo vuoi; ha pensieri, emozioni, bisogni, valori e prospettive sul mondo che possono più o meno sovrapporsi alle tue
– Ascolta la sua verità piuttosto che imporre la tua verità
– Quando ti arriva una critica da parte dell’altro, chiedigli qual è il suo bisogno, cosa vuole effettivamente da te, cosa vorrebbe che tu facessi (e digli, quindi, cosa puoi fare, cosa sei disposto a fare, cosa farai e cosa no…)
– Trasforma la tua critica all’altro nell’espressione del tuo bisogno e desiderio all’altro
– Trasforma la tua pretesa (che equivale ad imporre un obbligo all’altro) in una richiesta (a cui l’altro quindi può dire sì come no)
– Trasforma la tua richiesta ampia, generica, vaga in una più utile e potenzialmente efficace richiesta concreta, specifica, circostanziata: cosa desideri e cosa vorresti che l’altro facesse in termini di comportamenti visibili ed azioni precise

Leggi e rileggi queste brevi indicazioni per capire come ti comporti e come comunichi con l’altro, l’effetto che ottieni e quello che potresti ottenere se cominciassi a modificare qualcosa del tuo modo di pensare, agire, comunicare.