Quante A ha la tua felicità?

Sai quante A ha la tua felicità?
Una serie di strade da percorrere…

AUTOCONSAPEVOLEZZA. Riconoscere i tuoi stati mentali. Cosa provi. Cosa pensi. Cosa desideri. Cosa fai nelle situazioni della tua vita, quelle serene e gioiose e quelle dolorose e stressanti. Quando succede qualcosa, rintraccia le tue sensazioni, emozioni e pensieri in quella situazione. Sono il canale di accesso ai tuoi bisogni, per chiarire cosa vuoi e devi fare per affrontare quella situazione.

AGENTIVITÀ. Riconoscere, sviluppare e praticare la capacità di agire sui tuoi stati mentali. Ad esempio, regolare ed esprimere in modo sano le tue emozioni, governare i tuoi impulsi, esprimere in modo adeguato i tuoi pensieri, comportarti in modo coerente coi tuoi valori, saper mantenere la direzione e la motivazione anche di fronte alla frustrazione.

ATTENZIONE A SÉ. Invece che all’altro. Spostare la tua attenzione dall’altro (presunta fonte di stress) e concentrarti su te stesso, sul tuo funzionamento, sui tuoi modi di pensare, di agire e di reagire (reale fonte di sofferenza… E potenzialmente di gioia).

APPRENDERE ABILITÀ. Le abilità sono tutti quegli strumenti e quelle risorse che ti permettono di aggiustare le cose, risolvere problemi, affrontare ostacoli, riparare relazioni, superare paure. Abilità pratiche e di comportamenti, abilità emotive e di relazione, abilità di pensiero.

ATTIVARE STATI DI BENESSERE. Generare condizioni di pienezza, attività gratificanti, esperienze di piacere, incontri significativi e nutrienti. Riempire il tuo tempo di attività, persone ed esperienze che veramente ti procurano ciò che desideri.

ALLENARE CIÒ CHE TI FA STARE BENE. Che sia un modo di pensare o di agire, è importante che cerchi di ‘sostare’ il più possibile in quelle attività ed esperienze che ti procurano stati positivi in cui senti di realizzare una vita la più vicina possibile a come la desideri.

AAAAAAA. 7 A. Mantieni il focus sui bisogni fondamentali di ciascuno di noi:
ATTACCAMENTO. Bisogno di cure, di affetto, di protezione, di sicurezza. E il bisogno complementare di accudire, prendersi cura.
APPREZZAMENTO. Bisogno di stima. Di ambire, di scalare, di competere, di vincere.
AUTONOMIA. Bisogno di esplorare e di sperimentarsi. Di giocare, di curiosare, di creare, di cercare con passione ed entusiasmo.
APPARTENENZA. Bisogno di avere relazioni e far parte di gruppi. Di sentirsi inclusi, dentro. Di riconoscersi in un’identità comune.
AMORE. Bisogno di legami intimi, sensuali e sessuali. E tutte le forme d’amore che conosci… E puoi cercare…
ALLEANZA. Aiuto reciproco. Cooperazione, collaborazione, ricerca di alleanza in direzione di mete comuni e condivise.

AL SICURO. Scannerizzare pericoli all’integrità fisica per salvare la pelle…

Alla fine… Carpe Diem. Anzi, ATTIMO. Cogli l’attimo… Per tutto ciò che può voler dire per te…

Non è una ricetta per la felicità. Né un ‘come fare’. È una serie di strade da percorrere… Buon cammino…

… … …

Consigli bibliografici, sempre per la felicità. Se sei un tecnico in ambito psi, ti invito a leggere i lavori di Liotti e di Dimaggio. Se sei curioso e appassionato, ma non tecnico, allora leggi UN ATTIMO PRIMA DI CADERE. Di Giancarlo Dimaggio.

Colpevole e responsabile

Invece di (fermarti a) cercare il colpevole di un problema o disagio, assumiti la responsabilità di risolverlo.
Ispirazione banale quanto fondamentale. Semplice a dirsi, tutt’altro a farsi.
A volte può essere utile cercare chi ha fatto cosa, chi ha creato o alimentato un problema, ma quasi mai è la parte fondamentale della soluzione, quasi sempre richiede un dispendio di energie e porta ad accumulare rabbia, rancore, risentimento, vendetta, quasi sempre sterili.
Certo che non è facile! Cercare il colpevole è, in molti di noi, diventato un automatismo, che avrà i suoi scopi, più o meno consapevoli, ma che di fatto non è una parte utile alla soluzione effettiva del problema.
A volte è proprio difficile! Ma come si fa a lasciare andare?
In certi casi sembra proprio impossibile! Attribuire colpe, rimproverare, attaccare e comportamenti simili sono automatismi che scattano apparentemente senza alcun controllo della volontà. Non riusciamo a farne a meno, sembra.
In realtà, tu hai sempre la possibilità di prenderti la responsabilità di affrontare il problema e tentare di risolverlo. Indipendentemente dal cercare e trovare un colpevole. Il colpevole.
Prendi, ad esempio, un tuo problema e nota se e come tendi a cercare il colpevole…
Nota a che ti serve, quale tuo bisogno soddisfa…
Nota se e quanto ti è utile effettivamente a superare il problema…
Individua cosa effettivamente devi fare che sia più utile alla soluzione…
Ovviamente fallo e verifica che succede… Per correggere progressivamente il tiro fino a risolvere il problema o ad accettare che hai fatto il possibile, sei arrivato ad un punto di incontro tra potere effettivo di cambiare le cose e altrettanto reale “impotenza”… A quel punto non ti resta che imparare a convivere in quell’area, ognuno ha la sua, tra ciò che sei riuscito a realizzare e ciò che non sei riuscito ad ottenere…

Il quadernino

Recentemente, con alcuni pazienti, separatamente, abbiamo costruito questa traccia che credo possa essere utile un po’ a tutti noi per aumentare la consapevolezza e stimolare l’azione in direzione dei cambiamenti desiderati.

Cosa sai fare?

Abilità pratiche, abilità psicologiche, abilità interpersonali: usare il computer, aggiustare tubature, curare il giardino, dirigere gruppi di lavoro, visitare le persone, suonare la chitarra, giocare a tennis, cantare, cucinare, fare all’amore, portare il treno, urlare, aggredire, stare in silenzio, chattare, camminare, recitare. L’elenco rischia di non finire più ed effettivamente più che un rischio è la certezza che, se ti ci metti con attenzione, le cose che sai fare sono praticamente infinite; il mio consiglio allora è di individuare quelle abilità che sono per te più importanti o in cui sei più efficace e competente o quelle che secondo te meritano la tua attenzione perché contribuiscono a determinare i tuoi stati d’animo, la tua gioia e la tua sofferenza. Potresti iniziare ora questo elenco con un quadernino (anche elettronico), sempre a portata di mano, e completarlo per il resto della tua vita, man mano che ti rendi conto di ciò che sai fare, con le mani, con i piedi, con la testa, con il cuore, con le viscere, con tutto te stesso.  

A cosa ti serve?
Bisogni pratici, bisogni psicologici, bisogni interpersonali. In questo caso, l’elenco forse è meno ampio, ma comunque piuttosto variegato: bisogni di far funzionare le cose, bisogno di soldi, bisogno di sicurezza, di protezione, d’amore, di essere apprezzato, di essere sostenuto e incoraggiato, di mettere confini, di stare in un gruppo, di sperimentare le proprie abilità, di sentirsi realizzato, di nutrire la propria autostima, di stare da solo, di stare in compagnia, di piacere, di provare piacere, di dare piacere, di cazzeggiare, di conoscenza, di farsi rispettare,  di farsi notare, di evitare il giudizio, di svago, ecc. Hai con te il quadernino?

Cosa non sai fare?
Ambito pratico, ambito psicologico, ambito interpersonale…

A cosa ti servirebbe?
Scopi pratici, psicologici, interpersonali…

Cosa vorresti saper fare, ti piacerebbe fare o lo credi utile per te?
Le solite tre aree…

Cosa devi fare per impararlo?
Quello che ho notato è che questa domanda porta a risposte molto simili: agire, provare, affrontare la paura, sperimentarmi, sfidare le mie solite modalità, mettermi in discussione, mettermi alla prova, smettere di aspettare che siano gli altri a cambiare, smettere di cercare di cambiare gli altri… 
Seguendo questa traccia e ovviamente fornendo risposte attente, riflettute, sentite, puoi sviluppare un grado enorme di consapevolezza, di te stesso, dei tuoi schemi che tendono a ripetersi, a volte procurandoti gioia e soddisfazione, altre volte generando in te sofferenza e frustrazione. Fino ad attivare il giusto mix (giusto per te) tra riflessione attenta e azione effettiva. Il resto, come sempre, è raccogliere i risultati delle proprie azioni e imparare in corsa ad aggiustare il tiro in direzione della meta…

Quanta è bella l’ignoranza!?

C’è una voce dentro te, come in ciascuno di noi, che tende a giudicare, paragonare, svalutare, colpevolizzare, rimproverare, il tuo comportamento, il tuo modo di essere (oltre che quello degli altri). Conosci? Ok. Allora non sei ignorante!

Questo giudice interiore si esprime, da sempre, da quando è nato, molto presto nella tua infanzia, nella tua mente, nella tua vita, con parole dolci e gentili quali: “sei stupido”, “sei un fallito”, “non vali niente”, “non meriti amore”, “fai schifo”, “sei incapace”, “non ce la farai mai” e altre delicatezze simili. Conosci? Ok. Il problema si fa serio: altro che ignorante. Tu conosci molto bene come funziona la tua mente!

Le parole che ti dici sono “verità su te stesso” (magari anche sul mondo e sugli altri, ad esempio: il mondo è dei furbi, tutti sono migliori di me, chi imbroglia vince, l’onestà è degli stolti) in cui credi veramente e fermamente. Le senti proprio una descrizione precisa e calzante di te e della tua vita. Ci credi e te ne fai guidare: il tuo comportamento e i tuoi stati d’animo sono condizionati chiaramente e in modo potente da queste “verità che credi vere”. Conosci? Ok. Conosci tutto, altro che ignoranza!

Magari qualcuno che ti ha visto soffrire (stressarti, arrabbiarti, lamentarti, sentirti uno schifo, essere triste, ritirarti da solo in casa, smettere di fare cose divertenti, ecc.) ha cercato di aiutarti dicendoti qualcosa del tipo: “ma no, dai, sei bravo, sei intelligente, sei una persona in gamba, prima o poi starai meglio, la fortuna arriverà… Ci devi credere, devi credere in te stesso”. Magari hai provato a farti guidare da queste belle parole rinfrancanti e dalle pacche sulle spalle che hai ricevuto, ma non è andata come desideravi e continui a stare come uno straccio. Conosci? Ok. Quanta conoscenza, quanta consapevolezza!

Forse c’è un’altra strada. Spero che tu la conosca o possa impararla. Altro che ignoranza! E seguirla.

Fai chiarezza su cosa è veramente importante per te, su cosa deve essere prioritariamente presente nella tua vita: cose, persone, situazioni ed esperienze che veramente possono “riempire” la tua vita, creare vero “valore” nella tua vita, dare senso alle tue scelte quotidiane, ad ogni azione che compi in direzione della vita che veramente vuoi.

Ci sono molti modi (strade, percorsi, strumenti) per trovare questi valori e per agire in base ad essi. Un modo è la psicoterapia intesa come percorso che ti aiuta a comprendere veramente cosa ti fa soffrire e cosa potrebbe farti gioire, cosa ti rende “vuoto” e cosa potrebbe farti sentire “pieno”. Ma puoi trovare comunque la tua strada, un tuo itinerario, magari accompagnato dalle persone “giuste”. E l’ignoranza? Ecco: quando hai trovato veramente i tuoi valori-guida, cosa veramente può fare la differenza nella tua vita, come devi agire per realizzare il tuo progetto di vita “felice”, “serena”, “gioiosa”, “piena”, allora puoi iniziare ad ignorare ciò che hai sempre creduto vero, ciò da cui ti sei fatto guidare fino ad un attimo prima, ciò che ti ha accompagnato per una vita facendoti sentire sicuro quanto addolorato.

Puoi sempre scegliere

Puoi sempre scegliere… Oppure no…
Di continuare ad essere il nemico più acerrimo di te stesso, continuando a giudicarti ferocemente come fai da una vita…
Di continuare a credere di essere sbagliato, anche se i fatti ti smentiscono…
Di continuare a sentirti in colpa, quando di fatto non ti serve a niente…
Di continuare a lamentarti, anche se i problemi restano sempre gli stessi…
Di continuare a cercare di cambiare gli altri, anche se ancora non ci sei riuscito nemmeno una volta…
Di continuare a cercare la colpa all’esterno, anche se ciò non ti aiuta a risolvere i problemi…

Di continuare a… Anche se…
Di continuare a … Invece di…
Riempi a piacere il puntinato…

Puoi sempre scegliere di continuare a fare scelte infelici … Oppure iniziare a fare scelte diverse…

Il nucleo della sofferenza

Nella diversità di sintomi riferiti dalle persone che arrivano a chiedere aiuto, con problemi psicologici e interpersonali e storie di vita anche molto differenti tra loro, un elemento è sempre presente a contribuire alla sofferenza della persona. Per sentirsi accettato in famiglia e da altre persone importanti fuori dalla cerchia familiare (insegnanti, coetanei, gruppi vari, fino ai partner sentimentali), l’individuo, fin da bambino, ha “scelto” (con diversi gradi di consapevolezza in base all’età e alle relazioni) di sacrificare parti di sé, rinunciando spesso all’espressione autentica di sé, dei propri pensieri, emozioni, bisogni e desideri. Questa è stata una “decisione antica” che, ripetuta più volte nel tempo, è diventata la propria personalità, il proprio modo di stare al mondo, di pensare e agire e di stare con gli altri.
Per essere accettato, per sentirsi amato, per ricevere approvazione, per sostenere la propria autostima, per soddisfare certi bisogni e desideri, l’individuo ha “scelto” di pagare un prezzo più o meno elevato.
Per certi versi è un processo inevitabile per adattarsi alla vita, alla realtà, per costruire relazioni. Quando diventa eccessivo, la sofferenza esplode.
Se la persona riesce ad arrivare a chiedere un aiuto psicoterapeutico, l’obiettivo di lavoro sarà quello di trovare o ritrovare un proprio personalissimo equilibrio rispetto alle parti di sé da sacrificare in favore di parti di sé da riconoscere, legittimare, valorizzare, esprimere per realizzare una vita serena, felice, appagante.

Alla prova

Spesso il nostro comportamento è guidato da convinzioni limitanti e auto-sabotanti che ci creano problemi personali e interpersonali. Ad esempio: non valgo niente, non merito di essere amato, sono colpevole, è meglio non fidarsi di nessuno, prima o poi tutti ti tradiscono, sono difettoso, devo lavorare sodo per sentirmi a posto, sono fragile, devo andare di fretta, chi fa da sé fa per tre, nessuno ti aiuta, non sono capace, gli altri ti schiacciano se tu non schiacci loro.
Quasi sempre queste convinzioni sono inconsapevoli ed è possibile dedurne l’esistenza e il funzionamento solo a posteriori ovvero notando l’effetto che hanno sul comportamento e sull’esperienza vissuta dalla persona, anche sulle sensazioni corporee e sulla postura che “esprime” ciò che crede vero sulla vita, su se stesso, sugli altri, sul mondo. Ad esempio, se sei guidato dalla convinzione “devo essere perfetto in tutto ciò che faccio”, probabilmente otterrai risultati anche eccellenti in diversi ambiti di vita, ma di cui difficilmente resterai soddisfatto e il tuo corpo sarà continuamente in tensione. Se segui inconsapevolmente l’idea che “nessuno mi aiuta”, difficilmente ti concederai di chiedere aiuto, magari sarai molto bravo ed autonomo in molti aspetti, ma ti sentirai probabilmente anche spesso solo oltre che esausto e con una postura afflosciata.
Spesso queste convinzioni, e l’esito stressante che hanno, portano la persona a stare male, a sviluppare sintomi somatici, emotivi e comportamentali.
A volte queste persone arrivano in terapia. A volte.
Tre sono le strade su cui si può lavorare.
1. Riconoscere e legittimare il valore di sopravvivenza che queste convinzioni hanno avuto nei contesti originari in cui sono sorte e hanno cominciato a guidare il comportamento. Ad esempio, lavorare sodo mi faceva ottenere la stima di papà…
2. Riconoscere che queste convinzioni credute assolutamente vere sono solo idee, pensieri, rappresentazioni della realtà e che altre convinzioni sono possibili e altrettanto credibili come vere e utilizzabili a guida del comportamento. Ad esempio, se è vero che è meglio non fidarsi… Potrebbe essere altrettanto vero che di alcune persone ci si può fidare… A questo punto ogni nuova convinzione può essere testata nella realtà, messa alla prova, “verificata se veramente vera”.
3. Ammesso e non concesso che le vecchie convinzioni di una vita siano ancora e proprio vere, comunque la persona può sempre cercare e verificare altre convinzioni che le possono essere utili per realizzare certi bisogni, desideri e obiettivi. Ad esempio, è vero che lavorare duramente è un valore da seguire ed è anche vero (potrebbe essere vero) che a volte è fondamentale fermarsi, rilassarsi e concedersi lo svago…
Sei pronto a provare le tue vecchie e nuove convinzioni?

Ragione. Emozione. Azione. La sostanza della psicoterapia in tre fasi

Se fin da piccolo hai imparato un certo modo di stare al mondo, oggi puoi capire razionalmente che esistono per te altre possibilità da praticare e risorse da sviluppare. Ad esempio, hai imparato a dire sempre sì (per sentirti protetto, amato, stimato, sostenuto), oggi puoi imparare anche a dire no, anche no. E questo inizialmente lo capisci con la ragione…
Poi nella relazione terapeutica (accogliente, sicura, non giudicante) hai la possibilità di sperimentare emotivamente che è proprio così. Puoi, ad esempio, imparare a dire no e sentirti comunque sicuro e protetto, superando angosce antiche di rifiuto e abbandono. Anche l’emozione ti dice che un altro modo è possibile…
Terzo. Non ti resta che sperimentare quanto appreso (con la testa e col cuore) nelle tue relazioni reali, nelle tue scelte quotidiane, nelle tue azioni concrete. Ad esempio, cominci gradualmente a dire no e vedi l’effetto che fa, cosa succede con l’altro reale e nel tuo mondo interno di pensieri, emozioni e sensazioni. Ti sperimenti, raccogli l’informazione che proviene dal tuo nuovo modo di agire, correggi il tiro e cominci ad allenare (praticare ripetutamente) le tue nuove abilità e risorse. Fino a quando avrai sviluppato le tue nuove abitudini sane, al servizio del tuo benessere, di relazioni appaganti e di scelte sempre più consapevoli e utili rispetto ai tuoi bisogni, desideri e valori.

Allenatori del benessere

Sei capace a guardare degli oggetti, ad indicarli col dito e a non ripetere, anche solo dentro te stesso, il loro nome, per come li conosci? Provaci e verifica l’effetto che ottieni. Il nome è la ‘mappa’, l’oggetto è il ‘territorio’. Infatti, di fronte ad un oggetto sferico con cui i bambini (e gli adulti) solitamente giocano, lanciandoselo l’un l’altro, tu pensi a “palla”, un inglese a “ball”, uno spagnolo a “pelota”. È sempre lo stesso oggetto o la stessa cosa (lo chiami “coso” se non sai il nome e “cosare” è l’attività relativa), ma ha nomi diversi ovvero mappe ‘linguistiche’ diverse dello stesso territorio.

Ancora una volta uno spunto dal libro FACCI CASO del collega Gennaro Romagnoli che ho già presentato nel post di giovedì 17 settembre.
L’idea è quella di imparare a prestare attenzione ai ‘processi’ della mente, a come la mente funziona, spesso, purtroppo, a come funziona come fonte di sofferenza. Lo scopo è quello di aumentare la confidenza con la nostra mente e la capacità di padroneggiarla al servizio di scelte consapevoli, responsabili, efficaci rispetto ai nostri obiettivi e valori. In particolare, qui, ora, l’obiettivo concreto è ‘allenare l’attenzione’.
Allenare l’attenzione‘ con pratica intenzionale e deliberata significa concentrarsi sul territorio attraverso i sensi e non attraverso le mappe, per percepire quello che c’è (vedere, udire, sentire, odorare, gustare); quello che c’è e non quello che pensiamo dovrebbe esserci o siamo abituati a vedere.
In terapia, questo significa sviluppare le abilità ‘autoriflessive’ fondamentali a farci rendere conto di come siamo guidati da schemi che tendono a ripetersi e a farci interpretare il mondo sempre allo stesso modo, a guidare le nostre azioni sempre in una medesima direzione, a farci incontrare gli altri (oltre che noi stessi) sempre con le stesse lenti, più o meno distorcenti, apprese in passato, ma ormai non più utili ad un sano adattamento alla realtà attuale (UN ATTIMO PRIMA DI CADERE. Giancarlo Dimaggio, altro libro straconsigliato, intrigante e utile per tutti).
In senso operativo, significa che la persona in terapia impara a rendersi conto di ‘come tende a vivere la vita’, per imparare a ‘cambiare qualcosa’ in modo da ridurre la sofferenza e fare scelte più consapevoli, responsabili e felici. Significa ‘uscire dalla storia che siamo abituati a raccontarci’ e iniziare a fare ‘esperienza diretta’ del mondo e delle relazioni, meno mediata dai soliti schemi mentali, per iniziare a ‘scrivere una nuova storia’ con cui raccontarsi, piena di possibilità e risorse invece che di limiti e impedimenti.
Allenare l’attenzione sostenuta diventa allora una vera e propria meditazione alla portata di tutti. Di tutti quelli che vogliono praticarla in modo “attento”, intenzionale, deliberato, costante. Addestrare l’attenzione diventa una pratica di meditazione potente impiantata sulla capacità (tutta da allenare) di accorgersi quando finiamo nelle nostre mappe e di riportare ‘gentilmente’ l’attenzione ai sensi.
Attenzione sostenuta… Pratica meditativa… Siamo nel campo della mindfulness: la capacità di portare intenzionalmente la propria attenzione al presente, momento per momento, senza giudicare ciò che osserviamo (VIVERE MOMENTO PER MOMENTO. Jon Kabat-Zinn). E dell’acronimo IOS di Gennaro Romagnoli: Intenzione – Ora (nel presente, qui) – Senza giudicare.
Tenere l’attenzione al presente… Accorgersi delle distrazioni… Ritornare ‘gentilmente’, senza giudizio, al focus… Senza farsi ingaggiare dal dialogo massacrante col giudice interiore che ci vuole raccontare le solite storie che ci procurano sofferenza.
‘Attenzione non giudicante’ è attenzione a ciò che è e non a ciò che dovrebbe essere, ad esempio, l’attenzione al respiro come avviene naturalmente e non a come dovrebbe avvenire o vorremmo che avvenisse. Se cerchi di modificare il tuo respiro (e potrebbe essere un obiettivo plausibile) stai seguendo la mappa: “modificare il respiro”; se, invece, osservi al presente il respiro come avviene, senza giudicarlo e senza intenzione alcuna se non quella di osservarlo, allora sei in contatto attraverso i tuoi sensi.
Ecco la struttura base di ogni pratica di attenzione sostenuta o meditativa o mindfulness:
inizia a respirare in modo consapevole (consapevole di tutte le sensazioni che avverti mentre respiri, a cominciare dal percepire l’aria che entra e l’aria che esce) senza interferire, in modo intenzionale e notando tutti i giudizi e i commenti che emergono dalla tua mente (pensieri sostanzialmente, ma anche fantasie, ricordi, preoccupazioni, ecc.). Quando li noti devi lasciarli da parte, gentilmente, e sempre con gentilezza, ritornare al tuo respiro, ogni volta, ancora e ancora e ancora; il compito più importante è notare proprio quando la tua mente inizia a vagare, è quello il momento centrale dove stai davvero allenando la tua attenzione”.
Lo scopo dell’attenzione intenzionale presente e non giudicante è quello di connetterci a noi stessi e notare le sensazioni che esistono già, prestare attenzione a ciò che c’è, nel presente, ma che non siamo abituati a cogliere. Ad esempio, anche nella ‘scansione corporea’ (prestare attenzione intenzionale, non giudicante, ora, qui, al corpo, dalla punta delle dita dei piedi fino alla cima dei capelli…), lo scopo non è sentire il corpo scoprendo nuove sensazioni, ma notare le sensazioni che già si provano e “arrivano dal corpo”.
Lo scopo non è restare sempre focalizzati; è accorgersi di quanto ci distraiamo e tornare gentilmente (senza giudicarci) al focus.
Accogliendo con gentilezza i benefici che arriveranno… Senza aspettarseli… Imparando semplicemente a coglierli…

Storie di vita: dalla risorsa al sintomo, dal sintomo alla risorsa

Un bambino trascurato, traumatizzato, abusato emotivamente, se non fisicamente, cresce sentendosi “non amato” e “senza valore”, con sentimenti di inadeguatezza, incompetenza, colpa e vergogna, con un senso di difettosità oltre che di impotenza.

Traumi psicologici e fisici e trascuratezza emozionale sensibilizzano la mente del bambino prima e dell’adulto poi a “focalizzare errori e difetti personali” e a “trascurare qualità e valore personali”.

Imparare a riconoscere le proprie risorse è un passaggio fondamentale per potenziare il senso del proprio valore (autostima), di essere amabile e di poter affrontare la vita con senso di competenza ed efficacia.

Risorsa è tutto ciò che è utile a raggiungere scopi. Le risorse possono essere sane o problematiche.

Riconoscere le risorse comincia dal riconoscere il valore che hanno avuto in passato quelli che oggi sono diventati comportamenti problematici e sintomatici: comportamenti scoperti e appresi allora come utili a regolare le emozioni, a calmare il corpo, ad affrontare le difficoltà e a governare le relazioni. La domanda guida diventa: a cosa ti è servito imparare a fare quello che fai? Ad esempio: controllare, cercare la perfezione, fare da solo, chiuderti in te stesso, dire sempre sì, reprimere emozioni e pensieri, compiacere, dipendere, cercare sempre attenzione, urlare, pretendere, non esprimerti, non prendere decisioni. Da questo riconoscimento del “valore di sopravvivenza” anche di modalità problematiche, la persona può cominciare a riconoscere i bisogni che stanno sotto i sintomi e a trovare modalità e comportamenti più adattivi per rispondere a quei bisogni. Quindi la domanda successiva è: quali tue modalità sono ancora utili a soddisfare tuoi importanti bisogni e quali, invece, sono sostanzialmente disfunzionali e fonte di sofferenza?

Spesso le persone hanno organizzato un’intera storia di vita e struttura di personalità intorno a queste “decisioni precoci di adattamento”. Oggi quella storia e quella personalità condizionano le scelte e le relazioni attuali e quindi il grado di benessere/malessere che la persona vive. Terza domanda fondamentale diventa allora: cosa puoi cominciare a mettere in discussione del tuo modo di stare al mondo, di pensare e agire?

Mettere in discussione necessita di due ingredienti fondamentali: riflessione e azione. Riflettere per comprendere e dare senso. Agire per sperimentarsi concretamente in nuove modalità e scelte: fare qualcosa di diverso (non patologico e distruttivo, come da allora e fino ad ora) per soddisfare bisogni importanti e ancora validi, ora come allora. Ad esempio, se cercare a tutti i costi di essere perfetto ti è servito nel tentativo di sentirti amato in modo condizionato (il bambino in origine ha pensato inconsapevolmente: sarò amato “se e solo se” sarò perfetto), oggi puoi cercare amore autentico (affetto, relazioni appaganti, stima, ecc.) anche senza necessariamente dover essere perfetto. Altro esempio: se hai imparato a fare sempre e tutto ciò che gli altri (genitori in primis) ti chiedevano diventando esperto della compiacenza e della sottomissione (perché credevi così di guadagnarti briciole d’amore e apprezzamento), oggi puoi imparare anche a dire no, anche no e comunque sentirti amato e stimato in relazioni importanti (o perdere persone che evidentemente non ti meritavano). Terzo esempio: se sei cresciuto in una famiglia “imprevedibile” (es. papà fortemente violento, mamma profondamente depressa), è comprensibile che tu abbia imparato a “non dare fastidio e controllare tutto, anche l’incontrollabile” (con l’idea sensata che così avresti salvato la pelle ovvero avresti ottenuto il minimo indispensabile di amore e apprezzamento): oggi puoi comunque esprimere te stesso (pensieri ed emozioni) e abbandonare la necessità di controllare tutto. Ultimo esempio: da piccolo (e da grande) hai imparato a “volare basso”, ad avere poche ambizioni, ad essere modesto perché a casa dominava il valore dell’umiltà e della cautela non rischiosa (in altre famiglie invece regnava la ricerca del successo e del prestigio); quindi sei diventato una formichina, con i suoi pro e i suoi contro; oggi puoi comunque dare ascolto anche ad altre parti di te, più intraprendenti e più gaudenti.

Risorsa è tutto ciò che è utile a soddisfare bisogni. Risorsa è ciò che rende sopportabile ciò che sembra schiacciarci, che permette di superare una difficoltà che sembrava insormontabile, che permette di adattarci invece di soccombere. Ed è importante imparare a riconoscere le proprie risorse per utilizzarle. Ed è importante imparare a lasciarsi alle spalle risorse disfunzionali in favore di nuove risorse creative, efficaci e fonte di benessere.

Anche la persona più problematica e piena di limiti possiede delle risorse che deve imparare a riconoscere. Anche i comportamenti più problematici che oggi una persona vuole cambiare, un tempo sono stati risorse che hanno aiutato la persona ad affrontare situazioni difficili. Oggi la persona può riconoscere il valore di quei comportamenti e cercare di sostituirli con altri comportamenti più sani e altrettanto utili a soddisfare i bisogni originari e attuali.