I comportamenti autosabotanti

A volte non riusciamo a capire certi nostri comportamenti, soprattutto una certa categoria di azioni che possiamo chiamare auto-sabotanti, autodistruttive, che vanno in direzione contraria al volerci bene, al fare qualcosa di buono per no stessi, a prenderci cura di noi stessi. Quasi che una parte di noi rifiutasse di prendersi cura di noi. Magari sappiamo cosa ci farebbe stare bene, sappiamo cosa dobbiamo fare, ad esempio, fare quella telefonata a quella persona, andare a correre, cucinare sano, parlare chiaro con qualcuno, occuparsi della casa, ecc. eppure finiamo sempre per fare qualcosa di diverso da quello che noi stessi riteniamo la cosa giusta e la cosa buona. Evidentemente dobbiamo ipotizzare la presenza dentro di noi di un’altra parte che “ci vuole male”, che non vuole prendersi cura di noi, che ci danneggia attraverso pensieri, più o meno consapevoli, del tipo “lascia perdere”, “tanto a che serve?!”, “sarà il solito fallimento” “anche questa volta non riuscirai” “non sei all’altezza” “che provi a fare?” “è tutto inutile” “non hai diritto a prenderti cura di te” e chissà quanti altri pensieri auto-sabotanti simili che frenano “da dentro” la possibilità di volerci bene…

In questi casi un primo livello di intervento per migliorare la situazione ovvero per aiutare la persona a sviluppare pensieri e azioni nella direzione del benessere è quello di renderla consapevole di questo “dialogo interiore” tra le parti che fanno il tifo per il sé (impegnati e prenditi cura di te) e le parti avversarie, belligeranti, ma sempre parti interne, che boicottano, che remano contro, che tengono la persona al palo, che la vogliono far essere, pensare e agire come ha sempre fatto per ottenere i risultati che ha sempre ottenuto ovvero sofferenza emotiva, bassa autostima, problemi di relazione, ecc… I soliti problemi che si porta appresso da tempo immemore. La verità del piffero. Quando è difficile cambiare…

A volte questo tipo di intervento sullo “scontro tra parti di sé” può essere sufficiente per aiutare la persona a rendersi conto di quale teatro conflittuale interiore sia attivo e darle la giusta scossa per dar retta alle parti di sé “positive” e cominciare ad agire di conseguenza…

In altri casi, invece, questo non basta. Magari cominciamo ad agire dando retta alle parti supportive che ci vogliono far stare bene e agire per migliorare la qualità della nostra vita… ma prima o poi finiamo per abbandonare l’impresa, smettiamo di fare qualcosa di buono per noi stessi e ricaschiamo in vecchie abitudini disfunzionali di pensiero e azione, finendo per provare le solite emozioni dolorose e per vivere relazioni e contesti di vita pieni di malessere, frustrazione, delusione, rabbia, tristezza, angoscia, senso di colpa, vergogna ecc.. Ci ricasco sempre…

Ognuno di noi, probabilmente, può trovare nella propria storia di vita, attuale e passata, esempi di questo tipo di scenario e comportamento… che si conclude sempre allo stesso modo. In questi casi, probabilmente, dobbiamo scendere un po’ più in profondità a rintracciare quale altra dinamica interiore sia responsabile di tale comportamenti di auto-sabotaggio. La fonte della verità Scendiamo a livello delle credenze patogene inconsce (che possiamo e dobbiamo rendere consapevoli) che guidano dal profondo il nostro pensare e il nostro agire. Ad esempio, “se mi prendo cura di me gli altri non mi vorranno più bene…”, “se mi prendo cura di me gli altri ne soffriranno…”, “se mi prendo cura di me non posso prendermi cura degli altri…”, “se mi prendo cura di me sono cattivo, egoista e verrò punito”, “se mi prendo cura di me resterò solo”, ecc..

Anche se consapevole del suddetto andirivieni di modalità disfunzionali di azione ovvero il finire sempre per fare quello che ci fa stare male… queste credenze, di origine infantile, non sono chiaramente accessibili ad un primo sguardo e solitamente emergono dopo che la persona ha fatto un lavoro su di sé.

Inoltre, queste credenze sono sclerotizzate spesso da anni e hanno favorito l’organizzazione della persona e del sistema di relazioni di cui fa parte (famiglia in primis) intorno ad un funzionamento che è duro a cambiare. La famiglia, ormai, si è assestata su un insieme di “ruoli” che nel tempo hanno creato il loro equilibrio, disfunzionale, in cui ognuno, in maniera pressoché inconsapevole, recita una parte di un copione che tiene tutti impantanati, incastrati, nella rigidità di dover comportarsi sempre allo stesso modo. E, spesso, la persona che arriva in seduta ha portato l’intero sistema in terapia ovvero esprime individualmente il disagio e la sofferenza che in forme e gradi diversi appartengono a tutti i membri della famiglia.

La persona che arriva in terapia è stato, “inconsciamente”, “eletto paziente” dall’intera famiglia, investito del ruolo e della funzione di esprimere la malattia del sistema familiare nel suo complesso. Un capro espiatorio, un parafulmine, che si fa carico di dolori e rabbie, rancori e risentimenti, angosce e sensi di colpa che non appartengono solo a lui ma che lui è stato “designato” a portare come una croce…

L’accesso a questo tipo di consapevolezza può essere particolarmente illuminante per le persone che, letteralmente, in questi momenti della terapia “iniziano a lacrimare dal profondo”, anche a “singhiozzare” o si aprono ad un “sorriso amaro” o ad un “sospiro di sollievo”. Hanno individuato un potente fattore che, evidentemente insieme ad altri, “dal basso” guida le azioni quotidiane e il modo di creare e vivere le relazioni, non solo a casa, ma dopo tanti anni, anche al lavoro e in altre relazioni e contesti affettivi. La persona è “illuminata” da questa consapevolezza, da queste credenze in precedenza inconsapevoli e che ora sembrano così evidenti e chiare alla sua attenzione. “Illuminata” anche rispetto al da farsi da qui in avanti. Oggi è il primo giorno del resto della nostra vita

Probabilmente il sistema opporrà resistenza al cambiamento, di certo non saranno gli altri a cambiare, Come si fa a cambiare gli altri?!?!? sicuramente è la persona che è chiamata a fare qualcosa di diverso… per spostare gli equilibri. La persona deve iniziare ad elaborare in modo diverso le credenze individuate. Ad esempio, se la credenza “patologica” è “se mi devo prendere cura di te non posso prendermi cura di me” o similmente “se mi voglio prendere cura di te devo smettere di pensare prima di tutto a me”, la persona potrebbe rivedere questa equazione soggettiva, in modo più sano o perlomeno utile, ad esempio in “è proprio prendendomi cura di me che potrò meglio prendermi cura di te”.

Inoltre, la persona potrebbe sviluppare alcuni dubbi che la portebbero ad una seconda “illuminazione” che trasforma l’esclamativo in interrogativo. La persona potrebbe mettere in dubbio la prima parte della credenza, “devo prendermi cura di te?”, “voglio prendermi cura di te?” “solo io devo o voglio prendermi cura di te?”.

Queste elaborazioni, in genere, aprono lo sguardo della persona verso un orizzonte comportamentale concreto diverso ovvero cominciano ad emergere in lei chiaramente nuove possibilità concrete di agire, nuove azioni che la persona può fare per cambiare le cose, per attivare il cambiamento, con cui gli altri membri del sistema dovranno necessariamente confrontarsi. Ad esempio, l’individuo potrebbe cominciare a comunicare in modo più assertivo e chiaro, potrebbe cominciare a chiedere quello che non ha mai chiesto o anche a dire di no laddove ha detto sempre sì, potrebbe cominciare a fare qualcosa per sé di diverso dal solito. Imparando “ovviamente” a prendersi il rischio di deludere gli altri (che per tanto tempo ha fatto contenti…).

Quasi sempre il cambiamento non avviene dalla mattina al pomeriggio né basta una seduta, anche se alcune possono essere veramente “spartiacque”. La persona, comunque, ad un certo punto comincia ad intravedere delle possibilità nuove realisticamente praticabili, possibilità che evidentemente la devono vedere in prima persona ad assumersi la responsabilità di fare nuove azioni per cambiare ciò che la fa soffrire. Da qui inizia quel processo di “sperimentazione” per prove ed errori Le cinque O della crescita personale attraverso cui la persona “si dà il permesso” di fare qualcosa di nuovo e verifica cosa succede dentro di sé (quanto riesce a superare paure, ad agire nonostante la paura e a sostenere l’ansia del cambiamento) e fuori di sé, come reagiscono gli altri, quanto resistono al cambiamento, quali ostacoli frappongono tra il “vecchio patologico ma sicuro” e il “nuovo possibile, potenzialmente fonte di benessere ma tutto da conoscere…”.

La psicoterapia funziona per aggiunta e non per sostituzione. Per integrazione di nuove possibilità e non per eliminazione di vecchie modalità. I pensieri auto-sabotanti interni e le persone esterne che remano contro continueranno ad esserci, ancora a lungo, forse per sempre. Ciò che cambia è la capacità della persona di farsi guidare dai suoi nuovi modi di pensare e agire in direzione di ciò che veramente ha individuato buono per sé, la strada della propria rinascita e felicità.

Ricordati che devi vivere

La frustrazione, la delusione, la non perfezione della vita sono ineliminabili. Può essere scontato o, forse utile, ricordare che alcune ciambelle vengono senza buco La bomba , che le giornate sono storte e dritte, che le persone ci cercano e ci allontanano, a volte ci evitano proprio, che la vita ci applaude e ci fischia. Quando la realtà ti delude Che una cosa almeno non dobbiamo dimenticarla Ricordati che devi morire. E che dobbiamo imparare a dire è andata così

Dice il saggio: “la felicità è dentro di te” … ma tu non riesci a trovarla Istruzioni per rendersi infelici . La felicità, la vita che vogliamo vivere, è all’interno di ciascuno di noi quando accettiamo la non perfezione delle cose Depressione ed esperienza depressiva , quando accogliamo ogni esperienza come un dono, quando riconosciamo la legittimità di ogni aspetto di noi stessi, anche quelli “sconvenienti” Figli della propria famiglia, tra lecito e proibito . Quando ci liberiamo di ogni aspettativa su come dovrebbe essere la vita, quando ci svincoliamo dall’obbligo di “dover essere” in questo o in quest’altro modo “per andare bene” Essere e dover essere, per sentirci ok, per ottenere amore e approvazione L’insegnamento della cacca.

E poi c’è l’amore a condire la felicità!!! Love is the answer… L’amore sentimentale, romantico, sensuale e sessuale. L’amore per i figli. L’amore per i genitori. L’amore per gli amici. L’amore per il lavoro. L’amore per tutte le creature dell’universo. L’amore per la vita. Come possiamo non celebrare l’amore?!?! Fino all’amore primario, fino al desiderio inconscio (ma nemmeno tanto), di ciascuno di noi, di un ritorno all’onnipotenza perfetta del mondo intrauterino, all’amore ideale del “tutto e subito”.

E, difatti, quando usciamo da quel posto cominciamo a piangere… Da lì, da quel momento, di fatto, comincia un’altra vita. Oltre l’illusione della totalità perfetta dell’amore che tutto dà e nulla chiede. Un “vuoto”, più o meno ampio, con cui tutti, chi in un modo chi in un altro, faremo i conti per tutto il resto della nostra esistenza 3 tipi di lamentela. Per molti, anzi, quell’amore originario si rivela ben presto un’illusione drammatica, una realtà drammatica, un bisogno di accudimento “mancato” che lascerà i segni dolorosi di un vuoto “irrisarcibile” La bambina che costruiva aquiloni

Messa così può apparire uno scenario alquanto deprimente… Oppure no?!?!!!

È vero che la vita, nel suo quotidiano dispiegarsi, nella concretezza delle situazioni che viviamo, può essere intesa come un continuo processo di lutto, un continuo vivere la perdita del paradiso, vivere passaggi dolorosi, rotture, separazioni, vivere lo scarto tra ciò che desideriamo e ciò che realisticamente riusciamo ad ottenere. E quindi richiede di vivere un’esperienza depressiva.

Al tempo stesso, è anche vero che tutto questo potrebbe non essere vero La storia siamo noi . È vero se ci credo. È vero se mi faccio guidare da questa visione della realtà Il punto da cui guardiamo il mondo.

Non è vero se non ci credo. O meglio posso credere anche ad una visione alternativa delle cose 5 motivi e 5 motivi , una visione parimenti legittima e “realistica” della realtà da cui posso farmi guidare nel modo di pensare, di sentire, di agire, di vivere la vita.

A cosa “scegli” di credere?

La fonte della verità Nuovi genitori di se stessi

Da quali “valori” scegli di farti guidare?

Come sono gli abitanti di questa città? L’undicesimo comandamento

Di cosa deve essere “piena” la vita che vuoi?

Una vita su misura La felicità esiste

Come “ti puoi organizzare” per creare e realizzare la vita che vuoi?

Le cinque O della crescita personale Oggi è il primo giorno del resto della nostra vita

Cosa “concretamente devi” fare per vivere la vita che vuoi vivere?

Preghiera dell’azione efficace GOAL

Un genitore sufficientemente perfetto

Ecco cosa significa il mestiere più difficile del mondo. Spesso, nel mio lavoro, mi chiedono consigli su come essere un buon genitore, su come comportarsi in questa o quest’altra situazione coi figli. Sono genitore anch’io e professionista dei rapporti umani! Non è sufficiente. Cosa rende il mestiere di genitore un lavoro ben fatto? Figli sani e liberi, sereni e felici, educati e rispettosi, capaci ed efficienti, consapevoli e responsabili? Chi più ne ha più ne metta… E che vuol dire? Che vuol dire per te? Ognuno deve cercare nella propria vita, nella propria storia, nella propria quotidianità il modo migliore possibile per essere un genitore che cresce i figli. La consapevolezza di sé del proprio essere (essere stato) figlio dei genitori che si hanno (avevano) è un passaggio fondamentale. Per avere indicazioni su come si fa (e su come non si fa) il genitore. Ma soprattutto come bacino di informazioni preziose sul ruolo complesso, sfaccettato, misterioso e anche meraviglioso di genitore che accompagna i figli nel mondo, a cercare il loro posto nel mondo.
Quali sono le caratteristiche di un figlio sano? Cosa rende un figlio, un individuo autonomo, libero? Da cosa è composta la serenità? Qual è la tua ricetta della felicità con cui nutrire i tuoi figli?
Forse per molti sarebbe auspicabile un ricettario, come si fa a … Quando… In questa o quest’altra situazione. Regole e indicazioni specifiche per ogni istante della vita insieme ai figli. Dove si trova questo “manuale del genitore che dovresti essere”?
Per imparare a fare il genitore è importante confrontarsi con altri genitori, è utile leggere libri così come ascoltare esperti, ma resta fondamentale il lavoro di esplorazione e consapevolezza di sé, della propria storia di figlio almeno tra 4 generazioni, passando quindi attraverso i nostri nonni e i nostri genitori, nel nostro vissuto di figlio e in quello attuale di genitore. Ad esempio, per aiutare questo viaggio interiore e intergenerazionale si può seguire questa traccia. Come sono stati come genitori i miei nonni? Come sono stati come figli i miei genitori? Già solo fino a qui si è aperto un mondo. Nonni materni e paterni? Nonno e nonna? In che modo simili in che modo differenti? Quanti figli? Figlio unico?
In modo ancora più operativo e concreto possiamo chiederci: quando ero bambino che significava per i miei essere “sano”? Mangiare, dormire… E far di conto?! Cosa significa per me oggi come genitore crescere un figlio sano? Cosa posso conservare dei valori e dell’insegnamento dei miei? Cosa voglio scartare perché non lo condivido? Quando ero bambino che significava per i miei essere “libero”? Respirare, giocare e fare puzzette?! Cosa significa per me oggi come genitore crescere un figlio libero? Cosa posso conservare dei valori e dell’insegnamento dei miei? Cosa voglio scartare perché non lo condivido? Quando ero bambino che significava per i miei essere “sereno, felice, educato, rispettoso, capace, efficiente, consapevole, responsabile”? Come è per me oggi che sono genitore?
Questo non è un ricettario di regole specifiche sempre valide e di indicazioni buone per ogni figlio in ogni circostanza. È piuttosto una griglia di orientamento valoriale, solo una tra le possibili, ciascun genitore può costruirsi la propria con i personali valori e orientamenti con cui vuole crescere i figli. Ed ogni risposta alle precedenti domande non diventa immediatamente una soluzione ad un problema. Ogni risposta va fatta decantare dentro di sé, va compresa appieno nel senso profondo che racchiude.

Infine, tre considerazioni che meritano la massima attenzione:

1. Le domande, le risposte e le riflessioni che attivano sono sempre e comunque parziali perché capire come essere genitore deve attingere anche al piano inconsapevole di sé, del proprio modo di pensare, sentire e agire.

2. Diventa fondamentale riconoscere che dentro due adulti genitori agiscono sempre due bambini feriti con le loro rispettive angosce antiche e i loro dolori da curare.

3. Last but not least, quanto incide la presenza di problemi nella coppia, di dolori e rancori irrisolti? Quanto rischiamo inconsapevolmente  di usare i figli per risolvere problemi tra partner?

Ecco che significa il mestiere più difficile del mondo…

Cos’è veramente l’autostima?

L’autostima, probabilmente uno dei concetti più conosciuti in psicologia, può essere intesa in tanti modi.

Per potenziare la tua autostima prima di tutto devi chiarire cosa significa per te autostima, che idee hai sull’autostima. Ad esempio, l’autostima è:

  • la valutazione che fai di te stesso
  • l’insieme di opinioni e giudizi che sei abituato ad avere di te stesso
  • la fiducia nelle tue capacità
  • piacerti e accettarti per quello che sei
  • l’esito del confronto tra come sei e ti senti e come vorresti o dovresti essere
  • la sensazione di essere una persona di valore e degna d’amore
  • essere perfetti
  • l’esito del confronto tra aspettative e risultati personali
  • stare bene sempre e comunque anche di fronte ad eventi dolorosi e angoscianti
  • migliorare le proprie abilità
  • come mi sento nella consapevolezza delle mie caratteristiche positive e negative
  • l’insieme dei miei pregi e difetti
  • la capacità di raggiungere i miei obiettivi
  • essere sempre più ambiziosi
  • essere autentico e in linea coi miei bisogni e desideri
  • la sicurezza in me stesso
  • volersi bene e rispettarsi per la propria unicità irripetibile
  • sentirsi sempre più bravi, impegnati e performanti
  • sentirsi liberi da ogni standard di come dover essere
  • prendersi cura di sé
  • l’esito del confronto tra me e gli altri in una o più caratteristiche
  • smettere di voler essere perfetti

Chissà quante altre definizioni o significati o idee sull’autostima puoi avere?! Tutte sono utili e parziali al tempo stesso, nessuna esprime veramente tutto ciò che può voler dire autostima. Ciascuna di queste definizioni può essere più o meno utile per sostenere la tua autostima, anche solo se ti fa comprendere quanto quell’idea di autostima che hai o che persegui, in realtà, ti allontana dal benessere e dalla soddisfazione.

In quali di questi significati ti ritrovi maggiormente? Scrivine almeno tre.

Per ogni significato per te rilevante definisci come si sviluppa concretamente nelle aree di vita per te primarie o nei ruoli che svolgi. Ad esempio, come amico i miei pregi e difetti sono… come genitore i giudizi che ho di me stesso sono … dal punto di vista della forma fisica ed estetica su una scala da 1 a 10 mi valuto…, come partner le mie caratteristiche positive e negative sono …, al lavoro sono abituato a pensare di me che…

Individua gli ostacoli alla realizzazione della tua autostima nei vari ruoli e ambiti … quali pensieri auto-svalutanti e auto-sabotanti, quali paure, sensi di inadeguatezza, difficoltà, impedimenti e limiti incontri che minano la tua autostima.

Cosa dovrebbe succedere per migliorare la tua autostima in ciascuna area… ad esempio, se vuoi potenziare la tua autostima come amico cosa dovrebbe succedere? Se vuoi potenziare la stima di te come amante cosa deve accadere? Se vuoi accrescere la tua autostima come genitore? Se vuoi …

Cosa dovresti fare tu per potenziare la tua autostima nelle aree di vita per te più importanti attualmente? Cosa dovresti pensare di diverso dal solito e in che nuovo modo dovresti agire?

Quando cominci la pratica?

4 passi per imparare a fallire…

Non esistono fallimenti esistono solo risultati. Nella leggenda, questa è una frase attribuita a Thomas Edison quando dopo aver inventato la lampadina (forse) disse che in precedenza aveva semplicemente scoperto molteplici modi in cui non funzionava una lampadina!!! Nel campo della crescita personale questa frase è un principio di riferimento, una credenza guida per lavorare sul raggiungimento dei propri obiettivi, del proprio successo in qualsiasi ambito o area di vita: lavoro, relazioni, tempo ricreativo, ecc..

Forse possiamo anche dire che, il fallimento esiste nella misura in cui lo confronti con la tua aspettativa, con cosa volevi ottenere quando sei partito. È ovvio se io voglio guadagnare 100 e invece guadagno 80 allora il fallimento è semplicemente lo scarto tra aspettativa e risultato. In un altro senso, il fallimento è l’errore che compio nel raggiungimento di una certa meta e da cui posso imparare per avvicinarmi progressivamente a ciò che voglio.

Allora ecco 4 passi concreti per imparare a “fallire”:

  1. comincia ad usare quotidianamente frasi di questo tipo: ho ottenuto il risultato di essere… di avere… di fare… di essere estremamente affaticato… di essere arrivato a creare la famiglia che volevo… di avere tanti soldi per fare le cose che mi piacciono… di avere sempre meno tempo per giocare coi miei figli… di avere tanti amici con cui crescere insieme… di fare tante cose per gli altri e poche per me… di pesare 90 kg… di fare il lavoro che ho sempre desiderato… di aver avuto 13 relazioni sentimentali … di fare l’orto insieme a mio figlio… di guadagnare 1660 euro al mese… di ricevere apprezzamenti da tante persone su come parlo l’ungherese… di ricevere critiche per il mio modo di fare il genitore … di essere guardata ogni volta che mi vesto per una festa… di avere il conto in rosso… di avere la casa al mare … di essere rimasto solo… di avere le analisi sballate…
  2. chiediti cosa hai fatto per ottenere tutto ciò … quali pensieri e azioni ti hanno portato a questo punto? Nota cosa succede in te: cosa provi? cosa pensi? Di cosa avresti bisogno? Cosa vorresti?
  3. Quindi stabilisci in modo specifico, misurabile, realistico, sfidante cos’altro vuoi ottenere e cosa devi fare per arrivarci: azioni concrete e specifiche … da fare prima di subito!!! GOAL
  4. Verifica i risultati che ottieni… gli insegnamenti che ne trai… l’esperienza che vivi… Come sopravvivere ai buoni propositi

 

Sette volte grazie… 

Ci sono dei giorni in cui sai che devi fare una cosa anche se non ti va. Sembra proprio che non ce la puoi fare, ma sai che è “il tuo dovere”. Ritornare al lavoro oppure a scuola, riprendere un’alimentazione sana e consapevole, fare almeno un po’ di attività fisica per mantenere vivo il metabolismo, ecc..

Abbiamo visto che in queste situazioni abbiamo almeno due possibilità Quando proprio non ti va…

Del resto, possiamo sempre scegliere su cosa focalizzare la nostra attenzione … 5 motivi e 5 motivi 

Proprio in questi momenti diventa fondamentale l’atto “concreto” della gratitudine. Ovvero riconoscere il valore delle cose che appartengono alla nostra vita.

Impara ad apprezzare le cose buone di una persona antipatica, impara ad apprezzare il valore che offre alla tua vita, fosse anche solo perché ti permette di capire che è meglio non aver a che fare con quel tipo di persona…

Impara ad apprezzare il tuo rientro al lavoro anche solo perché non è così scontato che tutti  oggi vadano a lavorare…

Impara ad apprezzare i doni che ti provengono dalle altre persone, non solo a Natale…

L’elenco potrebbe continuare molto a lungo… ciascuno di noi può fare il suo elenco di persone o situazioni a cui dire grazie…

Oggi, e ogni oggi da qui in poi, impara a dire grazie almeno sette volte al giorno… per tutte le cose che danno valore alla tua vita e di cui puoi essere grato… Se credi di non aver ricevuto tanto per dire queste sette volte grazie… impara a guardare meglio ciò che arricchisce la tua vita …

Sogno dunque sono 

I sogni sono l’attività psichica durante il sonno. Attraverso le immagini, essi esprimono le nostre preoccupazioni e i nostri problemi, i nostri pensieri e obiettivi, bisogni e desideri; conseguentemente, anche le nostre paure e difficoltà a realizzare la vita che vorremmo. Esprimono il conflitto tra diverse parti di noi che vogliono cose diverse, persino opposte e in contrasto con altre parti di noi.
Il sogno è una comunicazione con se stessi e un insieme di messaggi che mandiamo a noi stessi su come fronteggiare una serie di questioni che ci riguardano.

Il sogno è in parte autobiografia, in parte la trascende per offrire altro.

Il sogno è la via regia di accesso all’inconscio” (Sigmund Freud)

Esistono simboli “universali” della psiche collettiva, ma nel sogno sono comunque sempre filtrati dalla persona che li incarna e li esprime in quello specifico sogno vissuto in quello specifico momento di vita. Per questo, piuttosto che chiedere a qualcun altro cosa voglia dire un nostro sogno o cercare significati generali di questa o quest’altra immagine del sogno, è più utile cercare il significato nascosto del sogno attraverso “l’intervista” al proprio sogno per coglierne le espressioni individuali, il significato per noi, il valore di comunicazione: cosa mi vuole dire questo sogno? Cosa sto esprimendo attraverso questo sogno?

È importante notare il contenuto e la forma del sogno: cosa ho sognato, le parole dette e quelle sottintese, le immagini nitide e quelle sfocate, le figure ambigue e quelle che “dicono tutto chiaramente”, i comportamenti evidenti e quelli appena accennati, le sensazioni vissute durante il sogno e durante il racconto del sogno, le sensazioni che ci ha lasciato, ecc.

Il sogno fa riferimento ad una mia preoccupazione attuale o è legato ad una mia situazione antica che mi porto dentro da sempre? I propri sogni vanno esplorati, letti e interpretati alla luce della propria storia e del momento di vita che stiamo attraversando. Possono, ad esempio, fare riferimento anche a vecchie questioni che ogni tanto ci vengono a trovare in sogno… E, del resto, i sogni riguardano anche il futuro: il sogno è pieno di tentazioni, inviti, seduzioni a seguire traiettorie evolutive interiori appena abbozzate. E anche invito all’azione, motivazione ad agire nella direzione dei propri desideri… dei propri scopi… dei propri valori …

A tutto so resistere tranne alle tentazioni” (Oscar Wilde)

Gli elementi del sogno rappresentano aspetti o parti di noi. Una persona a noi cara, nel sogno, può rappresentare una nostra parte che amiamo oppure un nostro desiderio. Una persona a noi antipatica può rappresentare una nostra paura, ma anche una parte di noi che temiamo di conoscere. E chissà che altro …  E se sogniamo una persona che ci è cara in vita ma nel sogno assume sembianze “cattive”? Un bambino rappresenta il mio bambino ferito o la mia parte infantile repressa o la mia parte che mi mette sempre nei guai o il mio bisogno di recuperare l’amore che non ho ricevuto. E chissà che altro … Un tiranno feroce sta per il mio giudizio interiore severo o per mio padre che era esigente e svalutante o per la mia rabbia che non riesco ad esprimere in altro modo. E chissà che altro … Il sogno di un rapporto sessuale esprime il mio desiderio. Ma chi sta facendo all’amore sono io? Mio padre? Il mio partner che mi tradisce? Mia madre col mio migliore amico? Dobbiamo essere curiosi di fronte al nostro sogno, dobbiamo ri-viverlo mentre lo raccontiamo, anche solo a noi stessi. Posso sognare il mare perché oggi sono stato al mare, ma quel mare chissà quanta altre suggestioni mi sta segnalando … E gli incubi? Dobbiamo accogliere lo stato di angoscia e agitazione che ci portano e lasciarlo defluire dentro di noi mentre cerchiamo di coglierne il senso… il valore per noi… quello che ci sta a dire o a ricordare …

Il sogno è il nostro mondo culturale, le nostre origini familiari, e anche le nostre origini mitiche, è portatore di immagini universali. Il sogno è una fonte perenne di significati e stimoli, le sue immagini partono da noi e fuori di noi per parlare a noi e oltre noi … Le immagini, le trasfigurazioni, le associazioni, i simboli, le combinazioni sono pressoché infiniti perché infinito è il cervello e infinita la nostra psiche. E questo può scoraggiare ed entusiasmare al tempo stesso. Ci scoraggia se abbiamo la pretesa di comprendere il sogno alla perfezione e di tenere tutto sotto controllo. Ci entusiasma se il sogno può essere qualcosa di noi con cui giocare, con cui divertirsi, quasi un compagno nel gioco di comprendere se stessi… Che si sa quando inizia ma non quando finisce!!!

Diventa importante il racconto che facciamo del sogno e anche il racconto che ne deriva dopo aver messo insieme i pezzi. Il sogno può diventare veramente una storia che esprime alcuni contenuti importanti della nostra vita. Può diventare una metafora che esprime sé e la propria personalità. Può venir fuori una storia che racconta la propria visione del mondo. Noi siamo fatti di storie: quelle che ascoltiamo e quelle che raccontiamo, quelle che hanno caratterizzato la nostra infanzia e quelle che quotidianamente inventiamo o riscriviamo a partire dalle storie precedenti.

In terapia le persone cercano di trovare il senso personale del proprio sogno e il valore per sé, il proprio benessere, la propria evoluzione. Tenendo conto che un sogno come ogni altro comportamento è pluri-determinato ovvero prende spunto da tanti stimoli della vita reale e dalla nostra percezione della vita che viviamo. Inoltre, ha più significati e letture possibili e magari lo stesso sogno riletto e ricordato dopo diverso tempo può assumere per noi significati ulteriori e fornirci informazioni e indicazioni nuove rispetto alle precedenti.

Il sogno esprime diverse parti di noi che hanno bisogno di manifestarsi. Quindi, un sogno, prima o piuttosto che interpretato, quasi come fosse una rivelazione, può essere esplorato per offrirci spunti e illuminazioni su noi stessi, sulla vita che stiamo conducendo, sulle scelte che ci aspettano, sui cambiamenti che vogliamo attivare, sulle emozioni che hanno bisogno di essere “curate”.

Soprattutto durante la terapia in gruppo, l’interpretazione dei sogni diventa una drammatizzazione dei sogni: le immagini dei sogni vengono “rappresentate” come fossero parti all’interno di una scena attraverso cui la persona, con l’aiuto degli altri partecipanti, “guarda in faccia” le proprie immagini interiori e le riconosce o le conosce, forse per la prima volta, e se ne appropria. Il sogno sono io!!!

Le immagini dei sogni vengono accolte per fare il loro corso nella vita psichica della persona, per coglierne il senso soggettivo, per farne guida interiore; si lasciano “decantare” le immagini dentro di sé, si rendono vive nel corpo e nelle sensazioni, per lasciar emergere delle indicazioni interiori, delle suggestioni, delle strade abbozzate nel più profondo dell’intimo.

Chi cerca una strada nuova deve violare i divieti e assumersi per intero la responsabilità di quella trasgressione” (Peter Schellenbaum)

Esiste un sogno vero? Esiste una verità del sogno? In realtà, esistono tanti significati del sogno quanti sono gli utilizzi che se ne fanno, le interpretazioni che se ne danno, le espressioni e le suggestioni che se ne traggono. Ogni modo di “leggere” il sogno può essere utile: la risposta è nelle sensazioni e negli sviluppi ulteriori della persona, in come questo sogno continua a vivere nel tempo e ad offrire doni alla persona che lo utilizza in qualche modo per spunti di consapevolezza, di appropriazione di sé e d’azione.

“Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e la nostra breve vita è circondata da un sonno” (William Shakespeare)

 

Sei capace a dire no?

Nei diversi contesti di vita, nelle relazioni e nei ruoli che incarniamo ogni giorno ci confrontiamo con continue “richieste” che ci vengono fatte (dal capo, dall’amico, dal partner, dal figlio, dal genitore, dallo sconosciuto, dal fruttivendolo, ecc.) e anche noi facciamo “richieste a noi stessi” nella forma di pensieri, più o meno consapevoli, su come dovremmo comportarci in questa o quella situazione.

È vitale saper dire sì e no a queste richieste in modo tale che la nostra risposta sia utile e sana per noi invece che essere fonte di tensione, stress, insoddisfazione, rabbia, senso di colpa, ecc.. “Saper dire no” è un’abilità fondamentale per preservare il nostro equilibrio psicofisico e può essere appresa.

Il punto di partenza è l’auto-esplorazione: cosa provi (sensazioni, emozioni, stati d’animo) quando vorresti dire no e finisci per dire sì? Cosa provi quando dici no?

Immagina uno o più contesti e ruoli … e le richieste che ti sono state fatte … una richiesta specifica e tu: cosa provi? Cosa pensi? Cosa fai?

Come reagirebbero gli altri se dicessi no? E tu come reagiresti alle loro reazioni? cosa proveresti? Quale prezzo paghi se dici no? Quale prezzo paghi se dici sì? Costa di più l’autenticità (la fedeltà a se stessi) che ci allontana dagli altri o la compiacenza verso gli altri (essere come ci vogliono) che ci fa tradire noi stessi?

Cosa ti impedisce di dire no? Di cosa hai paura?

  • del giudizio degli altri da cui temi di essere criticato, rifiutato, abbandonato, non amato, non stimato (originario scenario infantile)
  • del giudizio interiore che ti porta a sentirti in colpa, brutto, sporco, cattivo, sbagliato, ingrato, egoista, aggressivo, menefreghista, e chissà ancora quante altre cose negative …
  • di ferire gli altri, di non prenderti cura dei loro bisogni e della loro felicità
  • di restare solo in quanto deludente e traditore
  • di fare una brutta figura perché “non ci si comporta così…”

Ogni paura di dire no può essere espressa anche nella forma di una credenza disfunzionale “se… allora…”:

  • se dico no allora l’altro mi giudicherà in qualche modo per me sgradevole …
  • se dico no allora sono/mi sentirò cattivo, egoista, menefreghista, riprovevole, balordo, matto, anormale, ecc..
  • se dico no allora mi considereranno aggressivo
  • se dico no allora potrò ferire l’altro
  • se dico no allora verrò criticato
  • se dico no allora verrò rifiutato
  • se dico no allora mi sento in colpa
  • se dico no allora resterò solo
  • se dico no allora deludo l’altro
  • se dico no allora chissà cosa mi farà l’altro
  • se dico no allora l’altro si arrabbia, si rattrista, si spaventa, si vergogna
  • se dico no allora me ne pentirò
  • se dico no allora farò una brutta figura
  • se dico no allora vuol dire che sono un mostro …
  • se dico no allora non vado bene per me e per gli altri
  • se dico no allora entro in conflitto con l’altro

Da piccoli ci hanno insegnato che i bisogni degli altri sono più importati dei nostri e da adulti non riusciamo a riconoscere i nostri bisogni e desideri tanto meno a legittimarli come sani e giusti né sappiamo esprimerli.

Oggi non diciamo “no” per paura che si verificherà qualcosa di tremendo, una sciagura, una catastrofe che noi non saremo in grado di sostenere né affrontare. IN REALTÀ:

  1. spesso la reazione temuta non si verifica…
  2. se si verifica sappiamo comunque affrontarla e riusciamo comunque a sostenerla…

Vuoi IMPARARE A DIRE NO?

Trasforma ogni pensiero “se… allora…” come lo hai formulato in un possibile pensiero alternativo del tipo “posso anche dire no e non succederà niente di tragico … sarò comunque in grado di sostenere tutto ciò che accadrà … affrontarlo, governarlo, superarlo …”

Ci credi? Credi in te stesso e in questa tua nuova possibilità di pensare e agire? Come puoi mettere in atto questo nuovo modo di pensare? Puoi sperimentarti nel cominciare a dire no laddove prima finivi quasi sempre per dire sì?

Ogni cambiamento richiede sempre:

  • una comprensione concettuale del problema (Perché dico sì quando vorrei dire no?)
  • un’elaborazione emotiva del problema (Cosa succede se comincio ad agire diversamente? Cosa provo? Come mi sento?)
  • una pratica costante del nuovo comportamento sperimentato per renderlo abituale o comunque agevole da mettere in atto.

Quando iniziamo a cambiare, a fare qualcosa di nuovo, anche piccolo, incontriamo quasi inevitabilmente frustrazione, difficoltà, paure … da cui dobbiamo farci incoraggiare invece che frenare, da cui trarre nuova linfa per il nostro desiderio di cambiamento invece che restare bloccati di fronte al primo ostacolo; ad esempio, facendoci aiutare da domande quali: cosa ottengo dicendo sì? Cosa ottengo a breve termine dicendo sì e cosa mi precludo a lungo termine dicendo sì? Cosa otterrò dicendo no? Quale prezzo a breve termine per un grande vantaggio a lungo termine dicendo no? In che modo cominciando a dire no mi muovo nella direzione della persona che voglio essere?

Dire “no” e dire “sì” sono scelte e ogni scelta quasi sempre fa riferimento ad un conflitto, ad un bivio, a prendere una strada sapendo che si rinuncia all’altra, si perde qualcosa, si paga comunque un prezzo. Certo che non è facile cambiare… certo che non è facile imparare a dire no… Sono la consapevolezza delle parti in gioco e la responsabilità di fare scelte non perfette che ci possono aiutare a cominciare a dire no in qualche ambito di vita dove fino a ieri dicevamo sempre sì…

Del resto, non tutti i no sono uguali da dire e da imparare: alcuni sono facili, altri difficili; di alcuni siamo convinti, altri si tramutano facilmente in sì; altri ancora sanno di “nì” di compromesso, “no, ma ti offro un’altra soluzione”; “no, per ora”…

La vita quotidiana può essere concepita come una serie di richieste a cui dobbiamo rispondere e a cui scegliamo di rispondere. E la scelta che facciamo di dire no e sì a certe richieste determina il nostro stress e la qualità della nostra vita.

 “Dire no” in modo fermo, onesto e rispettoso, come “chiedere” in modo chiaro, limpido e autentico sono modi fondamentali attraverso cui definiamo noi stessi e la relazione con l’altro, chiarendo a noi stessi e all’altro, limiti e confini, questo sì e questo no, questo sono io, questa è la relazione che voglio con te. L’altro potrà in questo modo fare i conti chiaramente con ciò che noi esprimiamo in modo autentico e rispettoso.

L’altro ha tutto il diritto di chiedere … noi abbiamo tutto il diritto e la responsabilità di dire NO!!!

Impara a dire no: impara a mantenere nella tua vita solo quegli obiettivi e quelle attività ad essi connesse che ti danno veramente pienezza e valore, che sono in linea coi tuoi valori e scopi primari, con la persona che vuoi essere.

Impara a dire no agli altri e alle cose non importanti per te.

Impara a dire sì a te stesso, ai tuoi bisogni e desideri, ai tuoi valori e scopi, al tuo progetto esistenziale: chi voglio essere e diventare, cosa voglio realizzare, cosa voglio lasciare, cosa mi riempie.

Impara a perseguire il tuo sano egoismo ed affermare te stesso e le tue esigenze (bisogni, desideri, valori, obiettivi) senza calpestare quelle degli altri.

Esci dalla trappola auto-imposta di lasciare agli altri, all’esterno, alla fortuna e alle circostanze il governo della tua vita.

Assumiti la responsabilità delle azioni necessarie per soddisfare le tue esigenze e diventare la persona che vuoi essere. O essere la persona che vuoi diventare. Agisci da subito come la persona che vuoi diventare… sii semplicemente ora la persona che vuoi essere. In questo modo ti assumi la responsabilità, il carico e la pienezza di tracciare concretamente il tuo destino, di crearlo attraverso le azioni che compi, le attività che svolgi, come concretamente fai quello che devi fare perché lo vuoi fare. Per te prima di tutto. Ed esci fuori dalla trappola degli opposti, quella dell’onnipotenza infantile irrealistica del tipo “faccio tutto ciò che mi pare e non guardo affatto gli altri” e del suo opposto della compiacenza annichilente del tipo “faccio ciò che vuoi tu e dimentico me stesso, non mi guardo, non mi ascolto, non mi sento, non esisto, esisto solo per te…”.

 

Focus 

Concentrati sulla tua responsabilità di riflettere e agire ora piuttosto che sprecare tempo a colpevolizzare te o gli altri sul latte versato, sul latte non avuto, sul passato traumatico.

Concentrati sulle azioni necessarie ora per spostare realmente le cose piuttosto che su tanti pensieri che all’infinito restano chiacchiericcio interiore sterile, sul peso del passato e sull’incertezza del futuro, e chiacchiere inutili con gli altri o sugli altri.

Concentrati su ciò che devi fare tu ora per cambiare le cose che non ti piacciono piuttosto che continuare ad alimentare aspettative inutili su cosa dovrebbero fare o avrebbero dovuto fare gli altri o su altre aspettative magiche di cambiamento che dovrebbe provenire dall’esterno.

Concentrati su cosa ha funzionato di quello che hai fatto e goditi il risultato raggiunto.

Concentrati su ciò che non ha funzionato e consideralo come un’occasione per apprendere dagli errori e dagli insuccessi, per migliorare, per comprendere cosa fare di diverso la prossima volta…

Anno nuovo …

“L’autodisciplina pesa grammi, il rimpianto pesa tonnellate” (Jim Rohn).

Questa è una delle massime più note nel campo della crescita personale e nel lavoro sugli obiettivi. Il miglior augurio che possiamo fare a noi stessi è proprio quello di “interiorizzare” questo principio e farne “profondamente” guida del nostro agire quotidiano. Farlo veramente nostro. Prima di ogni buon proposito. Come sopravvivere ai buoni propositi Prima di ogni pianificazione strategica degli obiettivi per l’anno appena iniziato. Prima di ogni piano concreto di azioni per raggiungere i risultati desiderati in qualsivoglia campo della nostra vita (salute e forma fisica, lavoro e denaro, relazioni e affetti, spiritualità e tempo libero, ecc.). GOAL

Autodisciplina significa darsi delle regole e seguirle con costanza. Ma prima che essere un sistema di regole e strategie, l’autodisciplina prende forza dalla consapevolezza accurata dei nostri valori, di cosa è veramente importante per noi. Senza direzione consapevole sprechiamo tempo ed energie a vuoto. Cosa stai aspettando per essere felice?

Il rimpianto è lo stato d’animo che nasce dalla consapevolezza di ciò che non abbiamo fatto anche se avremmo voluto e dovuto fare nella direzione dei nostri valori.

Per essere disciplinati (voglio e faccio) e lasciarsi alle spalle il rimpianto (volevo, ma non ho fatto) sono fondamentali le risposte a tre domande banali (può essere un esercizio da fare, con disciplina, per iscritto, quotidianamente, almeno due volte al dì… col tuo quadernino… cartaceo o elettronico poco importa):

  1. Quanto sono disposto a sacrificarmi ora, giorno per giorno (dolore a breve termine) in direzione della persona che voglio essere tra uno, tre, cinque, venti anni (piacere a lungo termine)?
  2. Quanto sono disposto a sacrificarmi per creare un “nuovo stile di vita” in ciascuna delle aree importanti della mia vita?
  3. Quali paure e conflitti interni mi impediscono di creare nuove abitudini sane e vitali nelle diverse aree della mia vita?

Le risposte, mai definitive, come sempre, daranno il via all’esplorazione interiore …