La vita che vuoi

Tra ciò che succede prima di te e fuori di te e ciò che tu fai succedere, ora, adesso, da adesso in poi, c’è tutta la tua libertà, il tuo potere, la tua responsabilità.

Entro quei due o tre limiti fondamentali, di tipo esistenziale (la morte e i suoi derivati ), etico (la tua coscienza morale individuale e sociale), storico e socio-culturale (che comunque puoi contribuire a spostare con la tua azione sociale e politica), hai la possibilità concreta di creare la vita che vuoi. Consapevole che come individuo hai le tue risorse e abilità così come i tuoi limiti e impedimenti…
Girando intorno ai suddetti confini fondamentali, comunque sempre in movimento, ad un livello individuale hai uno spazio di manovra che è più o meno ampio a seconda di cosa decidi tu… Di cosa ti va di rischiare, di quale impegno e fatica sei disposto a portare avanti…
Altrimenti ci sono:
lamentela sterile, “lo sapevo io, capitano tutte a me, è proprio vero che…”. E compagnia lamentando… cuocendo se stessi nel brodo della frustrazione e delusione vissute come completamente non arginabili
generalizzazioni disfunzionali, “va sempre tutto male e niente si potrà mai cambiare”
impotenza pregiudiziale e pregiudizievole… senza averci nemmeno provato
deresponsabilizzazione, “non dipende da me”
ansia e continuo stato di apprensione con sensazioni di assoluta incertezza e sensazione di non aver alcun controllo o di avere un controllo non sufficiente
depressione, “niente sarà più come prima, niente sarà perfetto, io sono un fallito, la vita fa schifo”
aggressività e violenza, “niente ha senso, tutto è da distruggere”
qualche sindrome di onnipotenza che ci fa perdere il contatto con la realtà e con i limiti sani e anche il contatto con gli altri e con la vita
l’angoscia del “non senso”, l’impossibilità vissuta di dare senso alla vita, la perdita di contatto con le proprie emozioni, il mancato ascolto dei propri bisogni, la sterilità dei propri pensieri, l’impossibilità di accedere al desiderare, lo smarrimento di ogni riferimento valoriale e l’immobilismo dell’azione.

È importante comprendere “dove” abbiamo potere e possiamo impegnarci per realizzare ciò che vogliamo e “dove”, invece, questo potere non lo abbiamo e dobbiamo accettare che le cose siano governate da altro, da altri. Possiamo provare sempre a spostare il limite per ampliare il nostro potere di creare la vita che vogliamo… Ma un limite prima o poi lo incontriamo. E dobbiamo rispettarlo. Accettarlo. Anche onorarlo…

Che manovra ti impegni a fare per creare la vita che vuoi?

Diario delle emozioni quotidiane

Ogni sera prima di andare a dormire scrivi su un quadernino tre cose che ti hanno reso felice durante la giornata e le emozioni relative (gioia orgoglio amore stima eccitazione curiosità estasi entusiasmo, ecc ). Quindi scrivi anche tre cose della tua giornata per cui ti sei sentito infelice e le emozioni relative (tristezza, paura, rabbia, senso di colpa, vergogna, ecc). È importante questo diario delle emozioni quotidiane perché ti permette di renderti conto di dove focalizzi la tua attenzione… Per essere felice o infelice. Se inizi a farlo con costanza ti sarà più chiaro cosa succede fuori e dentro te. Gli accadimenti esterni al lavoro, in famiglia, con gli amici, nel tempo di svago, ecc. e quelli interni: cosa percepisci, cosa pensi, cosa provi, cosa fai a partire da quegli eventi esterni.
Spesso, soprattutto quando viviamo infelicità e malumore, diamo per scontato il significato di quello che succede e lo attribuiamo a qualcosa su cui non abbiamo potere e controllo: quello che ha detto o fatto il capo, il collega, il collaboratore, il partner, il figlio, l’amico, il fruttivendolo, la signorina della posta, l’omino che porta il bus, il guardiano del centro sportivo e chi più ne incontra più ne metta. Ma anche la pioggia o la neve, il freddo o il caldo, gli immigrati o i fascisti, i portaborse e i comunisti…
Questo esercizio ti aiuterà a scoprire come stanno le cose… Sempre se lo fai…

Come puoi creare il tuo destino?!?!

Se è vero che oggi è il primo giorno del resto della tua vita comincia a creare il tuo destino partendo dalla fine, dall’ultimo al primo giorno del resto della tua vita
Vai a lezione dalla morte
• per iniziare a vivere la vita che vuoi basata sui tuoi valori, bisogni e desideri autentici e non come reazione alle aspettative altrui, non per compiacere gli altri, non per cercare spasmodicamente l’approvazione come fossi ancora quel bambino che sei stato…
• per scegliere in modo consapevole come impiegare il tuo tempo, il tempo per te e per le persone che ami, il tempo per te e per le attività che ami, tempo per il dovere e tempo per il piacere, tempo per lavorare e tempo per amare, tempo per produrre e tempo per giocare, tempo per stare in compagnia e tempo per stare soli…
• per esprimere, a te stesso e al mondo, chi sei, cosa vuoi, cosa pensi, in cosa credi, per cosa combatti
• per imparare dai rimorsi e dai rimpianti, per non incappare nei soliti automatismi disfunzionali, per non ripetere i soliti errori, per iniziare a fare quello che non hai fatto ma avresti voluto fare, per iniziare a vivere partendo dal centro di te stesso (pur senza dimenticare un rapporto adeguato con la realtà) …
• per cominciare veramente a costruire la felicità come tu la intendi: ciò che ti dà piacere, ciò che ti nutre e ti riempie profondamente, ciò che ti fa evolvere; a parte il rispetto di un rapporto con la realtà materiale e interpersonale, solo tu (e nessun altro) puoi autorizzare la tua felicità …

Cosa significa per te vivere una vita ben vissuta? Com’è la tua vita ideale? E la vita che non vorresti cambiare con niente altro?
Ti offro qualche suggerimento:
• quella nella quale esprimi al massimo il tuo potenziale…
• quella in cui svolgi attività che ti appassionano…
• quella in cui passi il tempo con le persone che ami…
• quella in cui giochi…
• quella in cui …
• e quella in cui …

Ed è tua la responsabilità di fare tutto il possibile per creare questa vita per te, una vita nella quale sei tu a decidere quello che vuoi profondamente. Rispondendo alla tua bussola interna e non ai molteplici condizionamenti sociali e pressioni alle quali tutti siamo sottoposti.

Allora … Carta e penna. Immagina di essere al tuo funerale e di vederlo dall’esterno. I tuoi cari ad onorarti e ad apprezzarti. Prenderanno la parola quattro persone:
 un congiunto molto vicino, figlio, genitore, partner
 il tuo migliore amico, la persona che ti conosceva meglio
 un collega di lavoro
 un membro dell’associazione o gruppo di cui hai fatto parte o il fruttivendolo sotto casa …

Cosa ti piacerebbe che ciascuna di queste persone dicesse di te e della tua vita?
In ogni ruolo (partner, figlio, genitore, amico, collega, ecc.) che tipo di persona vorresti apparire attraverso le loro parole? In che modo vorresti aver influito sulla loro vita?
Dalle risposte a queste domande otterrai la tua direzione di vita ideale, la tua visione.
Inizia oggi ad avere l’immagine della tua morte come quadro di riferimento della tua vita, di come interpretare le cose, il mondo, te stesso, gli altri. Della tua vita come la vuoi vivere: cosa conta di più per te, quali sono i tuoi valori più profondi.
Partendo dalla chiarezza su come vorresti essere ricordato alla fine dei tuoi giorni puoi valutare ogni tua azione da ora in avanti per quanto e come soddisfa le cose veramente importanti per te, puoi valutare ogni tua azione come ogni tuo giorno per quanto contribuisce alla visione che hai della tua vita.
Sapere la tua destinazione ti permette di compiere ogni passo in quella direzione. Sapere cosa vuoi veramente nel profondo ti permette di impegnarti ad ottenere quello che veramente per te è importante, piuttosto che essere iper-affaccendato a raggiungere obiettivi e a fare cose che non ti soddisfano e che anche quando raggiunti non ti offrono le esperienze e le emozioni che veramente desideri.
Ogni tua azione a breve termine “deve” avere come riferimento il “tuo” progetto “finale” a lungo termine.
Per andare oltre un progetto “iniziale” inconsapevole creato da altri per te o scelto da te inconsapevolmente quando eri bambino, guidato dal tuo bisogno di amore, approvazione, accettazione, stima e appartenenza che ti ha portato a fare “scelte precoci” e a recitare copioni scritti da altri per te e che hai inconsapevolmente accettato e “deciso” che andava bene per te.
Oggi, da adulto, hai il potere e la responsabilità di riappropriarti di quei copioni, di quelle scelte precoci, delle abitudini che ne sono derivate per ri-decidere, per riappropriarti della creazione del tuo progetto di vita e per la strutturazione da oggi in poi di nuove azioni consapevoli in relazione ai bisogni antichi legittimi e fondamentali e anche in relazione a nuovi bisogni emergenti.
Partire dalla fine equivale ad una dichiarazione di missione personale. La tua filosofia di vita, il tuo credo esistenziale, il senso (il significato e la direzione) della vita per te. Ciò che voglio essere e ciò che voglio fare. La tua dichiarazione di intenti esistenziali. È la tua “costituzione” personale da cui discendono le altre regole di vita. È il fondamento, il criterio, l’orientamento, il presupposto, il perno, un nucleo quasi immutabile che definisce la tua identità e intorno a cui ruotano cambiamenti e mutamenti più esterni o periferici. Ciò che dà ordine e senso a ciò che fai. Ogni decisione e azione viene, più o meno consapevolmente, da te valutata e governata in relazione a questa dichiarazione di valori e scopi personali.
La vita ci chiede continuamente: che vuoi farne di me? E noi dobbiamo rispondere con la nostra responsabilità, con la consapevolezza dei nostri principi ispiratori che ci permettono di integrare piacere e realtà e creare la nostra vita e noi stessi.
E la nostra mission è sempre in progress negli anni…
Questa dichiarazione di intenti personale può essere fatta globalmente e anche pensando per obiettivi specifici in ogni ruolo della propria vita. In ogni ruolo in cui sei impegnato (figlio, partner, genitore, amico, lavoratore, studente, ecc.) puoi accedere alla tua capacità di guidare la tua azione in direzione dei valori profondi che ti orientano.
Chiediti per ogni ruolo: quali valori mi guidano? Cosa voglio ottenere? Che persona voglio essere rispetto a questo specifico ruolo? Cosa debbo fare per realizzare ciò che voglio in base ai miei valori guida?
È fondamentale trovare un equilibrio nel tempo, nell’energia, nell’attenzione che dedichiamo ai diversi ruoli senza sbilanciamenti eccessivi in una direzione e senza trascurare alcuni ruoli. Per ogni ruolo chiediti: quali obiettivi a lungo termine?
Specifica tre obiettivi a lungo termine per ogni ruolo e ottieni già un senso di direzione chiaro e specifico su cui impostare un piano e le azioni conseguenti.

Un obiettivo efficace è focalizzato sui risultati che vuoi ottenere piuttosto o prima che sulle attività che devi fare:
• dove sono? (Situazione Attuale)
• dove voglio essere? (Situazione Desiderata)
• cosa debbo fare per arrivarci? (Attività e azioni specifiche)

Pronti… partenza… via

Piccole suggestioni per grandi cambiamenti

Diventa consapevole che alcuni tuoi comportamenti e/o evitamenti, quali fumare, mangiare in modo insano, trattenere le emozioni, evitare di affrontare conflitti relazionali a casa o al lavoro, evitare di chiedere ciò di cui hai bisogno, difficoltà a mettere limiti alle richieste altrui, ecc., rispondono a certi tuoi bisogni come restare calmo e tranquillo, mantenere rapporti equilibrati, non perdere relazioni importanti, non perdere la stima di te stesso, regolare le emozioni, lenire il dolore emotivo, evitare le angosce di rifiuto e abbandono, ecc.. e, al tempo stesso, hanno tutti un prezzo da pagare nella forma di qualche sofferenza fisica, emotiva, relazionale, sintomatica, ansiosa, depressiva, ecc..

Quando hai deciso di contrastare questi comportamenti deleteri per il tuo equilibrio psicofisico individua nuovi comportamenti più sani e adeguati (comunicare in modo efficace e non aggressivo, trovare forme di regolazione emozionale basate sull’espressione emotiva invece che sulla repressione, imparare a dire no, imparare a fare richieste, sostituire fumo e cibo in eccesso con comportamenti alternativi come regolatori emotivi dell’ansia e della depressione, ecc.), che siano in grado di soddisfare gli stessi bisogni in maniera più efficace e meno autodistruttiva.

Focalizza almeno tre nuovi comportamenti alternativi per soddisfare i tuoi bisogni:

Verifica interiormente la tua disponibilità effettiva ad assumerti l’impegno e la responsabilità di mettere in atto i nuovi comportamenti.

Interpella le parti di te che mostrano resistenza al cambiamento: quali paure? Quali conseguenze catastrofiche immaginate e temute? Quale prezzo da pagare? Quale comfort da abbandonare? Per cosa e da chi temi di essere giudicato se cominci ad agire in modo differente?

Chiama a raccolta le parti di te che ti sostengono in questo cambiamento: cosa ne puoi ricavare dall’abbandono di vecchie abitudini nocive? In che modo migliorerebbero le tue relazioni? In che misura si potenzierebbe la tua auto-stima e quella che gli altri hanno di te?

Immagina di interloquire con ciascuna di queste parti, quelle frenanti e quelle incoraggianti, fino a quando sarai sufficientemente sicuro di iniziare a fare qualcosa di diverso da ciò che hai sempre fatto… anche piccolo, ma comunque nuovo e potenzialmente utile.

Agisci nell’immaginazione. Immagina mentre sei alle prese coi tuoi bisogni emergenti e pressanti, immagina che metti in pratica i tuoi nuovi comportamenti individuati. Immagina che stai nel solito scenario… solo che invece dei soliti vecchi comportamenti negativi metti in atto le tue nuove azioni, scegli diversamente. Nell’immaginazione… sperimenta i benefici che ne trai, ascolta le sensazioni che avverti. Immagina più scene che puoi e sperimenta il maggior numero di nuove azioni possibili che hai individuato essere a tua disposizione e per le quali hai tutto il sostegno e la collaborazione delle parti alleate del tuo cambiamento…

Probabilmente le voci interiori bloccanti ti metteranno in guardia sui benefici secondari associati al vecchio comportamento. Cosa ti dicono? Cosa stai perdendo? Sei disposto a pagare il prezzo del nuovo comportamento? È importante che tu faccia chiarezza su questo altrimenti il vecchio tenderà a tornare. Come deve essere il nuovo comportamento per offrirti i benefici del vecchio senza portare con sé gli aspetti dannosi? Quanto sei disposto a rinunciare a dei benefici parziali in nome di benefici maggiori e più ampi per te e per il tuo benessere?

Ora è il momento di agire concretamente. Metti in atto le tre azioni in precedenza focalizzate e da cui vuoi cominciare il percorso di nuove possibilità per te …

Verifica i risultati che ottieni … Come rispondono gli altri? Cosa provi? Cosa ottieni coi nuovi comportamenti? 5 passi verso la felicità

Tanti buoni motivi per essere (in) felici

Tutti noi siamo abituati a darci delle spiegazioni rispetto a qualcosa che è successo. È una necessità della mente umana che soddisfa il nostro bisogno di “prevedere”, “controllare” e “dare senso” al mondo. È quello che ci ha permesso di sopravvivere ed evolverci dalle “bestie” che eravamo a quelle che siamo… Fa parte del “bisogno di controllo” tanto importante e, spesso, tanto disfunzionale quando è eccessivo. Ad esempio, ciascuno di noi può raccontarsi la storia della propria vita facendo riferimento a momenti significativi, eventi importanti, incontri “casuali”, scelte cruciali che hanno determinato, nel bene e nel male, la situazione attuale. Se quel giorno… Se in quell’occasione… Se avessi dato retta… È proprio grazie a … Fortuna ha voluto che… È stato il destino a … Probabilmente, ciascuno di noi può completare queste frasi con riferimento a crocevia e scelte fondamentali della propria vita che lo hanno condotto ad essere quello che è oggi. Nel bene e nel male.
Spesso, questa nostra esigenza e modalità di dare senso al mondo, purtroppo, diventa anche un modo per criticare, colpevolizzare, giudicare se stessi e gli altri, a colpi di stereotipi, pregiudizi e generalizzazioni. Solo per fare qualche esempio. “Sono stato proprio un cretino a lasciare gli studi, ma nessuno mi ha incoraggiato a fare diversamente”. “Ma chi me lo ha fatto fare a cambiare lavoro?! Non mi dovevo fidare del mio fidanzato di allora!”. “Le persone non hanno meglio da fare che spettegolare: è questo che mi porta ad essere estremamente schivo e diffidente”. “I miei vicini sono le persone più fredde che io abbia mai incontrato… del resto sono settentrionali”. “Solo un meridionale può urlare a squarciagola alle due di notte…”. “Mio nonno era un debole, mio padre era un debole, io come potevo venir fuori?”.
Ciascuno di noi si porta dietro un’immagine di sé, degli altri e del mondo che deriva dal modo in cui da sempre, fin da bambini, siamo (stati) abituati a darci delle spiegazioni, a trovare dei motivi e delle cause della nostra felicità e della nostra sofferenza, della nostra vita e di quella degli altri, del mondo, del passato, del futuro. In base a queste spiegazioni ci siamo fatti un’idea di come funzionano le persone e le cose, ci siamo costruiti una mappa per girare il mondo.
Bene, potremmo dire. Quando questa mappa ci aiuta ad essere felici, a creare la vita di valore che desideriamo, a vivere in pace con noi stessi e con gli altri, con Dio o con chi per Lui.
Male, dobbiamo dire, quando, più che un’utile rappresentazione della realtà e una guida per il nostro benessere, diventa una storia che ci ingabbia, ci blocca, ci spegne, ci rende sterili e ci tiene assai lontani dalla vita desiderata e dalla persona che vogliamo essere. Ad esempio, invece che offrirci delle soluzioni, ci propina degli alibi, delle giustificazioni e delle scuse per la nostra infelicità. “A causa dei miei genitori mi ritrovo pieno di rabbia cronica”. “La mia infanzia infelice ha danneggiato irreversibilmente la mia autostima”. “La precoce separazione dei miei ha precluso ogni mia possibilità di successo”. “La depressione in cui sono incappato per colpa dei miei mi ha impedito di realizzarmi nel lavoro”. “L’ansia che mi porto appresso fin da bambino ha colorato tutta la mia vita di grigio”. Ti vengono in mente altri esempi?
Nel lavoro terapeutico con queste “mappe interne” si possono seguire, almeno, due strade, distinte e integrabili, al tempo stesso, magari in diversi momenti della terapia:
1. Posso guidare la persona a “rivisitare criticamente” questa mappa, a mettere in discussione i suoi presupposti, a considerarla come solo una delle molteplici mappe possibili per orientarsi nella realtà. Posso aiutarla, insomma, a costruire una nuova lettura della realtà maggiormente “utile” e “realistica” per gli scopi e le caratteristiche della persona. Ad esempio, posso aiutarla a “smontare” la verità assoluta che “tutti” i settentrionali sono freddi e “tutti” i meridionali fanno trambusto, che nella vita “è meglio non fidarsi” e “io sarò sempre infelice a causa della mia infanzia traumatica”.
2. Cerco di sensibilizzare la persona rispetto a questo suo funzionamento mentale e la invito a “fare un passo indietro” rispetto a questi racconti su sé, gli altri e la vita. La aiuto a guardare “dall’esterno” queste storie trite e ritrite su come “la malattia (o mio padre, gli altri, la crisi o qualsiasi altro elemento “causale”) ha rovinato la mia possibilità di una vita piena, ricca ed appagante”. In questa seconda opzione terapeutica non è primariamente importante la verità della mappa, quanto la sua “utilità pragmatica”: a che mi serve vederla in questo modo? Mi è utile veramente rispetto ai miei scopi e bisogni? A cosa mi serve continuare a raccontarmi come una vittima sfigata del mio passato? A cosa mi serve “effettivamente” trovare tutte queste ragioni, motivi e cause del mio e dell’altrui comportamento? Mi è utile “concretamente” per agire allo scopo di raggiungere ciò che desidero? Questa mia descrizione di fatti, eventi, persone e intenzioni mi serve a trovare una soluzione ai miei problemi o mi trattiene semplicemente in un vittimismo sterile? Anche se questa mia spiegazione degli eventi e rappresentazione della realtà delle cose fosse “realmente vera” a cosa mi servirebbe effettivamente? In che modo favorirebbe la creazione della vita che voglio e della persona che voglio essere?

Nella nostra testa (e nel nostro cuore) possiamo trovare sempre dei buoni motivi per compiere un’azione. Si tratti di fare una carezza o picchiare una persona, regalare un fiore o rubare. Ma, abbiamo sempre altrettanti buoni motivi, nella nostra testa, come nel nostro cuore, per non farla. Da cosa ti vuoi far guidare nella scelta delle azioni che quotidianamente creano la tua vita?

Strategie concrete per essere “emotivamente” intelligenti

L’intelligenza serve a risolvere i problemi, l’intelligenza emotiva serve a vivere pienamente la vita, con consapevolezza, assumendosi la responsabilità di renderla realmente degna di essere vissuta.

L’intelligenza emotiva è la capacità di usare le proprie emozioni al servizio di scelte consapevoli e coerenti con la persona che vogliamo essere e la vita che vogliamo vivere.

L’intelligenza emotiva è composta da diverse abilità:

  • Essere consapevoli delle proprie emozioni in modo articolato e specifico: riconoscerle, identificarle, valutarne l’intensità, differenziarle, nominarle, esprimerle, governarle e metterle a disposizione del proprio adattamento creativo alla realtà. Confidenza con se stessi
  • Autoregolazione delle emozioni: capacità di sperimentarle, viverle appieno e tollerarne l’intensità La via della terapia
  • Auto-contenimento degli stati emotivi più complicati, intensi, difficili (ansia, angoscia, dolore, sconforto, rabbia, agitazione, ecc.) Chi rassicura l’ansioso?
  • Controllo degli impulsi: usare la riflessione tra l’impulso e l’azione La bomba
  • Agire con determinazione, perseveranza e autodisciplina per raggiungere i propri scopi e obiettivi Anno nuovo …
  • Attribuire senso alle proprie emozioni in relazione alla situazione attuale e alla propria storia di vita Guarire le ferite dell’infanzia
  • Riconoscere le emozioni degli altri e utilizzarle per comprenderli, per comunicare efficacemente e per creare relazioni soddisfacenti Un potente strumento di consapevolezza e cambiamento

In pratica, è importante seguire questa traccia per l’auto-consapevolezza emotivamente intelligente:

  • Cosa provo? Quale stato d’animo soggettivo, ad esempio: mi sento triste, provo rabbia, mi sento al settimo cielo, sono spaventato, sto sotto un treno, impazzisco di gioia, ecc.
  • Quali sensazioni fisiche avverto? Ad esempio, sento le braccia tese, le spalle pesanti, le gambe flosce, calore alle mani, sudore, tachicardia, farfalle allo stomaco
  • Quali situazioni esterne hanno stimolato la mia reazione emotiva? Quali eventi, qualcosa che è successo, una conversazione con qualcuno, ecc.
  • Quali pensieri hanno generato la mia emozione? Cosa ho pensato, cosa ho immaginato, quale ricordo mi è venuto in mente, ecc.. Alcuni pensieri sono chiari, consapevoli e immediatamente individuabili per come hanno influenzato l’emozione emersa: mi sono arrabbiato pensando che non è giusto che io debba sempre aspettare il mio amico che fa regolarmente ritardo agli appuntamenti; altre volte invece i pensieri sono annidati più profondamente dentro di sé e non immediatamente riconoscibili: probabilmente il ritardo del mio amico mi porta a sentirmi arrabbiato e anche non rispettato e mi porta a pensare a quante volte succedeva così con la mia prima fidanzata… o con mamma che tardava sempre a venirmi a prendere a scuola quando avevo 8 anni…
  • Quali scopi, bisogni e desideri sono emersi dentro me rispetto all’emozione che vivo? Ad esempio, sono triste e ho bisogno di essere consolato, mi sento solo e ho bisogno di essere confortato, mi sento non rispettata da mio marito e ho bisogno di mettere in chiaro alcune cose, mi sento pressata dal capo e voglio staccare la spina, sono spaventato e ho bisogno di essere rassicurato, sono felice e desidero vedere il mio fidanzato, mi sento invaso dai vicini e voglio chiarire alcune regole di buon vicinato, mi sento carico di energia e voglio andare a correre in bicicletta, mi sento in colpa per come ho trattato il mio amico e desidero recuperare il rapporto.
  • Quali azioni sono necessarie e quali possibili rispetto a ciò che provo e a ciò che voglio? Cosa devo o posso fare io per soddisfare il mio bisogno e desiderio, per raggiungere il mio scopo e per regolare la mia emozione.
  • Come posso esprimere al meglio la mia emozione? Una persona emotivamente intelligente deve saper distinguere l’emozione che prova dalla capacità di esprimerla in modo utile per sé, efficace nella comunicazione e rispettosa delle altre persone coinvolte nella situazione. Altrimenti, come comunemente noto, si passa “dalla ragione al torto”: quando l’emozione “legittima” viene espressa in modo “scomposto”, eccessivo, fuori controllo, non rispettosa di sé e degli altri, al limite anche pericolosa per sé e per gli altri. Oppure nella situazione altrettanto nota del “conta fino a 10” prima di esprimere quello che pensi e quello che provi… ovvero usa la riflessione tra impulso e azione.
  • Cosa sta provando l’altra persona (mentre mi sta parlando o sta agendo in un certo modo)? Spesso i problemi nelle relazioni interpersonali nascono dall’incapacità di vedere il mondo dal punto di vista dell’altro; siamo tutti capaci di criticare l’altro e di giudicarlo in quanto il suo comportamento è lontano da come noi pensiamo sia giusto e ci dimentichiamo di fare quello sforzo “empatico” di metterci nei suoi panni per tentare di comprendere quali bisogni muovono le sue azioni.

Questa è solo una traccia tra le molteplici possibili per favorire l’esplorazione del mondo soggettivo della persona. Cronache dalla psiche Ogni domanda è uno stimolo per andare a cercare dentro di sé le risposte più utili alla conoscenza di sé che possa supportare un comportamento responsabile e orientato dai valori personali consapevolmente scelti.

In terapia, si lavora per potenziare l’intelligenza emotiva: in maniera diretta come obiettivo specifico dichiarato e condiviso o anche solo indirettamente come potenziamento della propria capacità di governo delle emozioni. L’intelligenza emotiva favorisce ogni altro processo di consapevolezza di sé e il raggiungimento degli obiettivi terapeutici.

I comportamenti autosabotanti

A volte non riusciamo a capire certi nostri comportamenti, soprattutto una certa categoria di azioni che possiamo chiamare auto-sabotanti, autodistruttive, che vanno in direzione contraria al volerci bene, al fare qualcosa di buono per no stessi, a prenderci cura di noi stessi. Quasi che una parte di noi rifiutasse di prendersi cura di noi. Magari sappiamo cosa ci farebbe stare bene, sappiamo cosa dobbiamo fare, ad esempio, fare quella telefonata a quella persona, andare a correre, cucinare sano, parlare chiaro con qualcuno, occuparsi della casa, ecc. eppure finiamo sempre per fare qualcosa di diverso da quello che noi stessi riteniamo la cosa giusta e la cosa buona. Evidentemente dobbiamo ipotizzare la presenza dentro di noi di un’altra parte che “ci vuole male”, che non vuole prendersi cura di noi, che ci danneggia attraverso pensieri, più o meno consapevoli, del tipo “lascia perdere”, “tanto a che serve?!”, “sarà il solito fallimento” “anche questa volta non riuscirai” “non sei all’altezza” “che provi a fare?” “è tutto inutile” “non hai diritto a prenderti cura di te” e chissà quanti altri pensieri auto-sabotanti simili che frenano “da dentro” la possibilità di volerci bene…

In questi casi un primo livello di intervento per migliorare la situazione ovvero per aiutare la persona a sviluppare pensieri e azioni nella direzione del benessere è quello di renderla consapevole di questo “dialogo interiore” tra le parti che fanno il tifo per il sé (impegnati e prenditi cura di te) e le parti avversarie, belligeranti, ma sempre parti interne, che boicottano, che remano contro, che tengono la persona al palo, che la vogliono far essere, pensare e agire come ha sempre fatto per ottenere i risultati che ha sempre ottenuto ovvero sofferenza emotiva, bassa autostima, problemi di relazione, ecc… I soliti problemi che si porta appresso da tempo immemore. La verità del piffero. Quando è difficile cambiare…

A volte questo tipo di intervento sullo “scontro tra parti di sé” può essere sufficiente per aiutare la persona a rendersi conto di quale teatro conflittuale interiore sia attivo e darle la giusta scossa per dar retta alle parti di sé “positive” e cominciare ad agire di conseguenza…

In altri casi, invece, questo non basta. Magari cominciamo ad agire dando retta alle parti supportive che ci vogliono far stare bene e agire per migliorare la qualità della nostra vita… ma prima o poi finiamo per abbandonare l’impresa, smettiamo di fare qualcosa di buono per noi stessi e ricaschiamo in vecchie abitudini disfunzionali di pensiero e azione, finendo per provare le solite emozioni dolorose e per vivere relazioni e contesti di vita pieni di malessere, frustrazione, delusione, rabbia, tristezza, angoscia, senso di colpa, vergogna ecc.. Ci ricasco sempre…

Ognuno di noi, probabilmente, può trovare nella propria storia di vita, attuale e passata, esempi di questo tipo di scenario e comportamento… che si conclude sempre allo stesso modo. In questi casi, probabilmente, dobbiamo scendere un po’ più in profondità a rintracciare quale altra dinamica interiore sia responsabile di tale comportamenti di auto-sabotaggio. La fonte della verità Scendiamo a livello delle credenze patogene inconsce (che possiamo e dobbiamo rendere consapevoli) che guidano dal profondo il nostro pensare e il nostro agire. Ad esempio, “se mi prendo cura di me gli altri non mi vorranno più bene…”, “se mi prendo cura di me gli altri ne soffriranno…”, “se mi prendo cura di me non posso prendermi cura degli altri…”, “se mi prendo cura di me sono cattivo, egoista e verrò punito”, “se mi prendo cura di me resterò solo”, ecc..

Anche se consapevole del suddetto andirivieni di modalità disfunzionali di azione ovvero il finire sempre per fare quello che ci fa stare male… queste credenze, di origine infantile, non sono chiaramente accessibili ad un primo sguardo e solitamente emergono dopo che la persona ha fatto un lavoro su di sé.

Inoltre, queste credenze sono sclerotizzate spesso da anni e hanno favorito l’organizzazione della persona e del sistema di relazioni di cui fa parte (famiglia in primis) intorno ad un funzionamento che è duro a cambiare. La famiglia, ormai, si è assestata su un insieme di “ruoli” che nel tempo hanno creato il loro equilibrio, disfunzionale, in cui ognuno, in maniera pressoché inconsapevole, recita una parte di un copione che tiene tutti impantanati, incastrati, nella rigidità di dover comportarsi sempre allo stesso modo. E, spesso, la persona che arriva in seduta ha portato l’intero sistema in terapia ovvero esprime individualmente il disagio e la sofferenza che in forme e gradi diversi appartengono a tutti i membri della famiglia.

La persona che arriva in terapia è stato, “inconsciamente”, “eletto paziente” dall’intera famiglia, investito del ruolo e della funzione di esprimere la malattia del sistema familiare nel suo complesso. Un capro espiatorio, un parafulmine, che si fa carico di dolori e rabbie, rancori e risentimenti, angosce e sensi di colpa che non appartengono solo a lui ma che lui è stato “designato” a portare come una croce…

L’accesso a questo tipo di consapevolezza può essere particolarmente illuminante per le persone che, letteralmente, in questi momenti della terapia “iniziano a lacrimare dal profondo”, anche a “singhiozzare” o si aprono ad un “sorriso amaro” o ad un “sospiro di sollievo”. Hanno individuato un potente fattore che, evidentemente insieme ad altri, “dal basso” guida le azioni quotidiane e il modo di creare e vivere le relazioni, non solo a casa, ma dopo tanti anni, anche al lavoro e in altre relazioni e contesti affettivi. La persona è “illuminata” da questa consapevolezza, da queste credenze in precedenza inconsapevoli e che ora sembrano così evidenti e chiare alla sua attenzione. “Illuminata” anche rispetto al da farsi da qui in avanti. Oggi è il primo giorno del resto della nostra vita

Probabilmente il sistema opporrà resistenza al cambiamento, di certo non saranno gli altri a cambiare, Come si fa a cambiare gli altri?!?!? sicuramente è la persona che è chiamata a fare qualcosa di diverso… per spostare gli equilibri. La persona deve iniziare ad elaborare in modo diverso le credenze individuate. Ad esempio, se la credenza “patologica” è “se mi devo prendere cura di te non posso prendermi cura di me” o similmente “se mi voglio prendere cura di te devo smettere di pensare prima di tutto a me”, la persona potrebbe rivedere questa equazione soggettiva, in modo più sano o perlomeno utile, ad esempio in “è proprio prendendomi cura di me che potrò meglio prendermi cura di te”.

Inoltre, la persona potrebbe sviluppare alcuni dubbi che la portebbero ad una seconda “illuminazione” che trasforma l’esclamativo in interrogativo. La persona potrebbe mettere in dubbio la prima parte della credenza, “devo prendermi cura di te?”, “voglio prendermi cura di te?” “solo io devo o voglio prendermi cura di te?”.

Queste elaborazioni, in genere, aprono lo sguardo della persona verso un orizzonte comportamentale concreto diverso ovvero cominciano ad emergere in lei chiaramente nuove possibilità concrete di agire, nuove azioni che la persona può fare per cambiare le cose, per attivare il cambiamento, con cui gli altri membri del sistema dovranno necessariamente confrontarsi. Ad esempio, l’individuo potrebbe cominciare a comunicare in modo più assertivo e chiaro, potrebbe cominciare a chiedere quello che non ha mai chiesto o anche a dire di no laddove ha detto sempre sì, potrebbe cominciare a fare qualcosa per sé di diverso dal solito. Imparando “ovviamente” a prendersi il rischio di deludere gli altri (che per tanto tempo ha fatto contenti…).

Quasi sempre il cambiamento non avviene dalla mattina al pomeriggio né basta una seduta, anche se alcune possono essere veramente “spartiacque”. La persona, comunque, ad un certo punto comincia ad intravedere delle possibilità nuove realisticamente praticabili, possibilità che evidentemente la devono vedere in prima persona ad assumersi la responsabilità di fare nuove azioni per cambiare ciò che la fa soffrire. Da qui inizia quel processo di “sperimentazione” per prove ed errori Le cinque O della crescita personale attraverso cui la persona “si dà il permesso” di fare qualcosa di nuovo e verifica cosa succede dentro di sé (quanto riesce a superare paure, ad agire nonostante la paura e a sostenere l’ansia del cambiamento) e fuori di sé, come reagiscono gli altri, quanto resistono al cambiamento, quali ostacoli frappongono tra il “vecchio patologico ma sicuro” e il “nuovo possibile, potenzialmente fonte di benessere ma tutto da conoscere…”.

La psicoterapia funziona per aggiunta e non per sostituzione. Per integrazione di nuove possibilità e non per eliminazione di vecchie modalità. I pensieri auto-sabotanti interni e le persone esterne che remano contro continueranno ad esserci, ancora a lungo, forse per sempre. Ciò che cambia è la capacità della persona di farsi guidare dai suoi nuovi modi di pensare e agire in direzione di ciò che veramente ha individuato buono per sé, la strada della propria rinascita e felicità.

Ricordati che devi vivere

La frustrazione, la delusione, la non perfezione della vita sono ineliminabili. Può essere scontato o, forse utile, ricordare che alcune ciambelle vengono senza buco La bomba , che le giornate sono storte e dritte, che le persone ci cercano e ci allontanano, a volte ci evitano proprio, che la vita ci applaude e ci fischia. Quando la realtà ti delude Che una cosa almeno non dobbiamo dimenticarla Ricordati che devi morire. E che dobbiamo imparare a dire è andata così

Dice il saggio: “la felicità è dentro di te” … ma tu non riesci a trovarla Istruzioni per rendersi infelici . La felicità, la vita che vogliamo vivere, è all’interno di ciascuno di noi quando accettiamo la non perfezione delle cose Depressione ed esperienza depressiva , quando accogliamo ogni esperienza come un dono, quando riconosciamo la legittimità di ogni aspetto di noi stessi, anche quelli “sconvenienti” Figli della propria famiglia, tra lecito e proibito . Quando ci liberiamo di ogni aspettativa su come dovrebbe essere la vita, quando ci svincoliamo dall’obbligo di “dover essere” in questo o in quest’altro modo “per andare bene” Essere e dover essere, per sentirci ok, per ottenere amore e approvazione L’insegnamento della cacca.

E poi c’è l’amore a condire la felicità!!! Love is the answer… L’amore sentimentale, romantico, sensuale e sessuale. L’amore per i figli. L’amore per i genitori. L’amore per gli amici. L’amore per il lavoro. L’amore per tutte le creature dell’universo. L’amore per la vita. Come possiamo non celebrare l’amore?!?! Fino all’amore primario, fino al desiderio inconscio (ma nemmeno tanto), di ciascuno di noi, di un ritorno all’onnipotenza perfetta del mondo intrauterino, all’amore ideale del “tutto e subito”.

E, difatti, quando usciamo da quel posto cominciamo a piangere… Da lì, da quel momento, di fatto, comincia un’altra vita. Oltre l’illusione della totalità perfetta dell’amore che tutto dà e nulla chiede. Un “vuoto”, più o meno ampio, con cui tutti, chi in un modo chi in un altro, faremo i conti per tutto il resto della nostra esistenza 3 tipi di lamentela. Per molti, anzi, quell’amore originario si rivela ben presto un’illusione drammatica, una realtà drammatica, un bisogno di accudimento “mancato” che lascerà i segni dolorosi di un vuoto “irrisarcibile” La bambina che costruiva aquiloni

Messa così può apparire uno scenario alquanto deprimente… Oppure no?!?!!!

È vero che la vita, nel suo quotidiano dispiegarsi, nella concretezza delle situazioni che viviamo, può essere intesa come un continuo processo di lutto, un continuo vivere la perdita del paradiso, vivere passaggi dolorosi, rotture, separazioni, vivere lo scarto tra ciò che desideriamo e ciò che realisticamente riusciamo ad ottenere. E quindi richiede di vivere un’esperienza depressiva.

Al tempo stesso, è anche vero che tutto questo potrebbe non essere vero La storia siamo noi . È vero se ci credo. È vero se mi faccio guidare da questa visione della realtà Il punto da cui guardiamo il mondo.

Non è vero se non ci credo. O meglio posso credere anche ad una visione alternativa delle cose 5 motivi e 5 motivi , una visione parimenti legittima e “realistica” della realtà da cui posso farmi guidare nel modo di pensare, di sentire, di agire, di vivere la vita.

A cosa “scegli” di credere?

La fonte della verità Nuovi genitori di se stessi

Da quali “valori” scegli di farti guidare?

Come sono gli abitanti di questa città? L’undicesimo comandamento

Di cosa deve essere “piena” la vita che vuoi?

Una vita su misura La felicità esiste

Come “ti puoi organizzare” per creare e realizzare la vita che vuoi?

Le cinque O della crescita personale Oggi è il primo giorno del resto della nostra vita

Cosa “concretamente devi” fare per vivere la vita che vuoi vivere?

Preghiera dell’azione efficace GOAL

Un genitore sufficientemente perfetto

Ecco cosa significa il mestiere più difficile del mondo. Spesso, nel mio lavoro, mi chiedono consigli su come essere un buon genitore, su come comportarsi in questa o quest’altra situazione coi figli. Sono genitore anch’io e professionista dei rapporti umani! Non è sufficiente. Cosa rende il mestiere di genitore un lavoro ben fatto? Figli sani e liberi, sereni e felici, educati e rispettosi, capaci ed efficienti, consapevoli e responsabili? Chi più ne ha più ne metta… E che vuol dire? Che vuol dire per te? Ognuno deve cercare nella propria vita, nella propria storia, nella propria quotidianità il modo migliore possibile per essere un genitore che cresce i figli. La consapevolezza di sé del proprio essere (essere stato) figlio dei genitori che si hanno (avevano) è un passaggio fondamentale. Per avere indicazioni su come si fa (e su come non si fa) il genitore. Ma soprattutto come bacino di informazioni preziose sul ruolo complesso, sfaccettato, misterioso e anche meraviglioso di genitore che accompagna i figli nel mondo, a cercare il loro posto nel mondo.
Quali sono le caratteristiche di un figlio sano? Cosa rende un figlio, un individuo autonomo, libero? Da cosa è composta la serenità? Qual è la tua ricetta della felicità con cui nutrire i tuoi figli?
Forse per molti sarebbe auspicabile un ricettario, come si fa a … Quando… In questa o quest’altra situazione. Regole e indicazioni specifiche per ogni istante della vita insieme ai figli. Dove si trova questo “manuale del genitore che dovresti essere”?
Per imparare a fare il genitore è importante confrontarsi con altri genitori, è utile leggere libri così come ascoltare esperti, ma resta fondamentale il lavoro di esplorazione e consapevolezza di sé, della propria storia di figlio almeno tra 4 generazioni, passando quindi attraverso i nostri nonni e i nostri genitori, nel nostro vissuto di figlio e in quello attuale di genitore. Ad esempio, per aiutare questo viaggio interiore e intergenerazionale si può seguire questa traccia. Come sono stati come genitori i miei nonni? Come sono stati come figli i miei genitori? Già solo fino a qui si è aperto un mondo. Nonni materni e paterni? Nonno e nonna? In che modo simili in che modo differenti? Quanti figli? Figlio unico?
In modo ancora più operativo e concreto possiamo chiederci: quando ero bambino che significava per i miei essere “sano”? Mangiare, dormire… E far di conto?! Cosa significa per me oggi come genitore crescere un figlio sano? Cosa posso conservare dei valori e dell’insegnamento dei miei? Cosa voglio scartare perché non lo condivido? Quando ero bambino che significava per i miei essere “libero”? Respirare, giocare e fare puzzette?! Cosa significa per me oggi come genitore crescere un figlio libero? Cosa posso conservare dei valori e dell’insegnamento dei miei? Cosa voglio scartare perché non lo condivido? Quando ero bambino che significava per i miei essere “sereno, felice, educato, rispettoso, capace, efficiente, consapevole, responsabile”? Come è per me oggi che sono genitore?
Questo non è un ricettario di regole specifiche sempre valide e di indicazioni buone per ogni figlio in ogni circostanza. È piuttosto una griglia di orientamento valoriale, solo una tra le possibili, ciascun genitore può costruirsi la propria con i personali valori e orientamenti con cui vuole crescere i figli. Ed ogni risposta alle precedenti domande non diventa immediatamente una soluzione ad un problema. Ogni risposta va fatta decantare dentro di sé, va compresa appieno nel senso profondo che racchiude.

Infine, tre considerazioni che meritano la massima attenzione:

1. Le domande, le risposte e le riflessioni che attivano sono sempre e comunque parziali perché capire come essere genitore deve attingere anche al piano inconsapevole di sé, del proprio modo di pensare, sentire e agire.

2. Diventa fondamentale riconoscere che dentro due adulti genitori agiscono sempre due bambini feriti con le loro rispettive angosce antiche e i loro dolori da curare.

3. Last but not least, quanto incide la presenza di problemi nella coppia, di dolori e rancori irrisolti? Quanto rischiamo inconsapevolmente  di usare i figli per risolvere problemi tra partner?

Ecco che significa il mestiere più difficile del mondo…

Cos’è veramente l’autostima?

L’autostima, probabilmente uno dei concetti più conosciuti in psicologia, può essere intesa in tanti modi.

Per potenziare la tua autostima prima di tutto devi chiarire cosa significa per te autostima, che idee hai sull’autostima. Ad esempio, l’autostima è:

  • la valutazione che fai di te stesso
  • l’insieme di opinioni e giudizi che sei abituato ad avere di te stesso
  • la fiducia nelle tue capacità
  • piacerti e accettarti per quello che sei
  • l’esito del confronto tra come sei e ti senti e come vorresti o dovresti essere
  • la sensazione di essere una persona di valore e degna d’amore
  • essere perfetti
  • l’esito del confronto tra aspettative e risultati personali
  • stare bene sempre e comunque anche di fronte ad eventi dolorosi e angoscianti
  • migliorare le proprie abilità
  • come mi sento nella consapevolezza delle mie caratteristiche positive e negative
  • l’insieme dei miei pregi e difetti
  • la capacità di raggiungere i miei obiettivi
  • essere sempre più ambiziosi
  • essere autentico e in linea coi miei bisogni e desideri
  • la sicurezza in me stesso
  • volersi bene e rispettarsi per la propria unicità irripetibile
  • sentirsi sempre più bravi, impegnati e performanti
  • sentirsi liberi da ogni standard di come dover essere
  • prendersi cura di sé
  • l’esito del confronto tra me e gli altri in una o più caratteristiche
  • smettere di voler essere perfetti

Chissà quante altre definizioni o significati o idee sull’autostima puoi avere?! Tutte sono utili e parziali al tempo stesso, nessuna esprime veramente tutto ciò che può voler dire autostima. Ciascuna di queste definizioni può essere più o meno utile per sostenere la tua autostima, anche solo se ti fa comprendere quanto quell’idea di autostima che hai o che persegui, in realtà, ti allontana dal benessere e dalla soddisfazione.

In quali di questi significati ti ritrovi maggiormente? Scrivine almeno tre.

Per ogni significato per te rilevante definisci come si sviluppa concretamente nelle aree di vita per te primarie o nei ruoli che svolgi. Ad esempio, come amico i miei pregi e difetti sono… come genitore i giudizi che ho di me stesso sono … dal punto di vista della forma fisica ed estetica su una scala da 1 a 10 mi valuto…, come partner le mie caratteristiche positive e negative sono …, al lavoro sono abituato a pensare di me che…

Individua gli ostacoli alla realizzazione della tua autostima nei vari ruoli e ambiti … quali pensieri auto-svalutanti e auto-sabotanti, quali paure, sensi di inadeguatezza, difficoltà, impedimenti e limiti incontri che minano la tua autostima.

Cosa dovrebbe succedere per migliorare la tua autostima in ciascuna area… ad esempio, se vuoi potenziare la tua autostima come amico cosa dovrebbe succedere? Se vuoi potenziare la stima di te come amante cosa deve accadere? Se vuoi accrescere la tua autostima come genitore? Se vuoi …

Cosa dovresti fare tu per potenziare la tua autostima nelle aree di vita per te più importanti attualmente? Cosa dovresti pensare di diverso dal solito e in che nuovo modo dovresti agire?

Quando cominci la pratica?