AnCoraggio

Ci vuole coraggio per abbandonare i propri schemi di funzionamento mentale, emotivo, comportamentale a cui siamo profondamente e potentemente ancorati.
Ci vuole coraggio per abbandonare ciò che ci fa soffrire, anche se ci fa soffrire, perché, più o meno consapevolmente, abbiamo paura delle conseguenze di togliere l’ancora.
Spesso, in terapia, le persone combattono una battaglia interiore tra “voglio cambiare” e “ho paura di cambiare”. Questa battaglia non sempre è evidente. Soprattutto all’inizio, la persona vede solo il suo desiderio di modificare certi suoi comportamenti o modi di pensare. Ad esempio, voglio smettere di: fumare… reagire sempre aggressivamente… tenere tutto sotto controllo… evitare… reprimere la mia rabbia… sottomettermi… dire sempre sì… fare sempre tutto da solo… accontentare sempre gli altri… inseguire risultati perfetti… E sono solo pochi esempi di una questione che si presenta a molte persone. Nonostante tanti sforzi e tentativi, la persona non riesce a cambiare ciò che pure sta cercando con tutte le sue forze di cambiare.
L’attenzione a quel punto si sposta sulla paura di cambiare. Nonostante la forza del desiderio e il prezzo che paga nel continuare ad indugiare in modi problematici di pensiero e comportamento, la persona è frenata, più o meno consapevolmente, dalla paura delle conseguenze del cambiamento, conseguenze più o meno immaginate e previste con accuratezza.
A volte succede che quando la persona è riuscita ad abbandonare un comportamento che gli creava problemi, la paura del cambiamento pure raggiunto diventa evidente. E ora? E ora che ho smesso di …? E ora che non faccio più…? E ora che non penso più come prima?
E per te com’è? Quali credenze e convinzioni verresti a mettere in discussione a cambiamento avvenuto?
Ti suggerisco un’esplorazione.
Quando immagini di cambiare un comportamento, immaginati senza quel comportamento e chiediti: cosa significa per me? Cosa vuol dire per me come persona?
Quando, invece, sei già riuscito a fare dei cambiamenti che tanto desideravi, chiediti: ora cosa è cambiato oltre al comportamento che ho abbandonato? Cosa vuol dire per me come persona? Oltre ai benefici del cambiamento, c’è qualche conseguenza negativa?
Queste domande esplorative ti apriranno certamente orizzonti lontani verso cui salpare…
Ti suggerisco una mappa per il viaggio: ‘Alice nel paese delle miserie’, il mio libro che puoi ordinare direttamente in libreria o sul sito dell’editore youcanprint.it o anche su Amazon.

Antidepressivo

Una cura efficace per la depressione è fondata su cinque punti, che potremmo siglare con 5 A per ricordarli meglio. Prima però una premessa. Non esiste un’unica depressione, esistono svariate forme e manifestazioni depressive. Per cui i seguenti passaggi possono essere validi tenendo conto di una precedente valutazione del tipo specifico di fenomeno depressivo di cui si tratta.
Ecco le 5 A.

ACCETTARE lo SCARTO tra reale e ideale (perdite, fallimenti, limiti personali e della realtà, imperfezioni del mondo e delle persone, compreso se stessi). Incontriamo nella vita situazioni di più o meno grande frustrazione e delusione con cui dobbiamo fare i conti; proviamo a ridurre lo scarto e impariamo ad accettare ciò che non siamo riusciti a cambiare.

Mantenere sempre ATTIVA una PROGETTUALITÀ, di piccoli e grandi progetti, a breve e lungo termine. Imparando a spostare il futuro al presente: cosa vorrei ora!

ATTIVARE RISORSE, personali e interpersonali, materiali e psicologiche. Tutto ciò che serve per affrontare il buio, la tristezza, l’angoscia, la solitudine, l’impotenza.

AGIRE. Svolgere attività per sentirsi vivi e vitali, agire PER RIFLETTERE e poi agire di nuovo. Fare quanto necessario per portare avanti i progetti personali.

ACCUDIRE SE STESSI. È il pezzo di lavoro sulle proprie ferite, sui traumi di vita e su come hanno condizionato l’evoluzione della personalità e le scelte di vita, da allora fino ad oggi. Curare le ferite per donare energia al presente e speranza al futuro.

Dentro questa cornice generale si svolge la cura della propria specifica situazione depressiva.

La cronaca e la storia dello stress

Esistono molteplici modi per conoscere il proprio stress…
Ti invito a notare le PRESSIONI che appartengono alla tua vita. Attualmente. Da cosa ti senti pressato e da chi. Cosa ti senti pressato a fare e perché… E come reagisci: cosa provi, pensi e fai…
Ti invito anche a notare le ASPETTATIVE che hanno gli altri su di te. Attualmente. Chi si aspetta cosa da te e perché… E come reagisci: cosa provi, pensi e fai…
Ti invito, quindi, a notare le PRETESE che senti da parte degli altri. Chi pretende cosa da te e perché… E come reagisci: cosa provi, pensi e fai…
In più ci sei anche tu. Con le tue pressioni, aspettative e pretese rivolte a te stesso. E come reagisci: cosa provi, pensi e fai…
Cosa accomuna tutto quanto visto finora?
Ti invito a notarlo…
Ti invito a notare che tutto ciò converge in ciò che  DOVRESTI fare. DEVI fare. Sei assolutamente OBBLIGATO a fare… Altrimenti… … …
Altrimenti?
Ti invito, allora, a ricordare le PRESSIONI che hai incontrato negli anni, da quel tempo antico ad oggi. Storicamente. Cosa, più o meno da sempre o da un momento preciso della tua vita, sei stato PRESSATO a fare, da chi e perché… E come reagivi…
Ti invito, avrai ora capito, a ricordare le ASPETTATIVE che hanno avuto gli altri su di te. Storicamente. Chi si aspettava cosa da te e perché… E come reagivi…
Ti invito, infine, a ricordare le PRETESE che hanno segnato la tua infanzia. Storicamente. Chi pretendeva cosa da te e perché… E come reagivi…
Ecco come hai imparato ad essere pieno di pressioni, aspettative e pretese nei tuoi confronti… Ieri come oggi…
Ecco come hai imparato a seguire RIGIDE REGOLE DI COMPORTAMENTO per essere ciò che DOVEVI ESSERE…
Ecco come oggi continui a seguire RIGIDE STRESSANTI REGOLE DI COMPORTAMENTO per essere chi DEVI ESSERE… Altrimenti… … …
Altrimenti?

Cosa succede se non sei ‘ligio al dovere’?
Cosa succedeva se provavi ad ‘uscire dalle rigide regole’ di comportamento che ti erano imposte?
Cosa succede oggi se ‘immagini di trasgredire’ le regole autoimposte?

Esistono, allora, molteplici modi per combattere lo stress…
PUOI imparare a riconoscere i tuoi funzionamenti rigidi cercando di capirne il senso e il valore per te, oggi come allora…
PUOI immaginare di cambiare qualcosa e sentire l’effetto che fa… Cosa senti nel corpo, quali emozioni provi, quali pensieri emergono… Solamente ad immaginare un cambiamento…
PUOI provare nel concreto a cambiare qualcosa e verificare l’effetto che fa, come reagiscono gli altri e come reagisci tu… Cosa senti nel corpo, quali emozioni provi, quali pensieri emergono…
Questo è già il tuo viaggio di sviluppo personale verso la LIBERAZIONE da condizionamenti indigesti e verso una maggiore FLESSIBILITÀ di pensiero e comportamento…
Certo se poi leggessi ‘Alice nel paese delle miserie’, il viaggio sarebbe meraviglioso… Puoi ordinarlo direttamente in libreria o sul sito dell’editore youcanprint.it. Finalmente anche su Amazon lo trovi scontato e arriva in tre giorni…

Agenti, sorgenti, miserie e meraviglie

Noi esseri umani siamo agenti attivi dei nostri processi di pensiero e dei nostri comportamenti. È dentro di noi che sorgono stati emotivi e sensazioni corporee generate dai nostri pensieri, siamo noi la fonte delle nostre decisioni. Siamo portatori, più o meno sani, di credenze, convinzioni, scopi, valori, obiettivi, azioni. Siamo noi ad avere il controllo di cosa facciamo con ciò che ci succede.
Sì, è vero tutto questo… e anche no.
Abbiamo il controllo, ma non il totale controllo. Siamo consapevoli di cosa viviamo e cosa scegliamo, ma non del tutto. Qualcuno lo chiama inconscio, qualcuno la chiama conoscenza implicita, qualcuno la chiama memoria corporea tacita. Qualcuno parla di “essenziale invisibile agli occhi”.
Io ti sto parlando di come, molto spesso, il nostro comportamento è guidato da automatismi inconsapevoli che fanno scattare in noi reazioni (emotive, di pensiero e di azione) su cui abbiamo inizialmente poco o alcun controllo. E questo accade soprattutto quando siamo coinvolti in relazioni interpersonali. Come, ad esempio, in alcune ‘miserie’ tipiche nella nostra mente.
Quando, senza rendercene conto:
– vogliamo controllare ciò che non è in nostro potere controllare
– vogliamo cambiare pensieri e comportamenti dell’altra persona
– giudichiamo gli altri perché sono per noi brutti sporchi e cattivi
– giudichiamo noi stessi perché non siamo come vorremmo e dovremmo essere
– ci lamentiamo in modo sterile senza mai passare ad un’azione risolutiva che provi a risolvere il problema per cui ci lamentiamo
– ci sentiamo vittime degli altri e delle circostanze avverse e non sappiamo assumerci la responsabilità del nostro cambiamento
– cerchiamo in tutti i modi di accontentare gli altri per restare sempre insoddisfatti e stressati
– non sappiamo riconoscere i nostri bisogni
– non sappiamo legittimare i nostri bisogni anche quando li abbiamo riconosciuti
– non sappiamo chiedere per i nostri bisogni che pure sentiamo legittimi
– non sappiamo dire no alle richieste degli altri che sentiamo eccessive
– agiamo in modo impulsivo senza riflettere
– rimuginiamo all’infinito senza mai rassicurarci
– ruminiamo su quanto accaduto senza mai trovare pace
– ci aspettiamo o addirittura pretendiamo che gli altri pensino e agiscano come noi
– pretendiamo dagli altri invece di farci carico di ciò che vogliamo ottenere
– vogliamo ottenere tutto e subito ma finiamo per sentirci sempre insoddisfatti e impotenti
– corriamo appresso al tempo ma il tempo non ci basta mai
– aggiungiamo sensi di colpa, vergogna e fallimento ad un dolore che non riusciamo ad accettare
– vogliamo cambiare senza cambiare…

L’esito comune a questi automatismi disfunzionali inconsapevoli e miserevoli è un grado più o meno elevato di frustrazione, delusione, ansia, rabbia, tristezza, sensi di colpa e inadeguatezza, vergogna, fallimento, ecc.

Il lavoro di crescita personale e cura di sé parte proprio dalla consapevolezza dei nostri automatismi, spesso disfunzionali e invisibili ad un occhio non attento. Imparare a notare le nostre tendenze automatiche sia del pensiero sia del comportamento e conseguentemente nell’emozione che proviamo, è un primo  passaggio fondamentale per migliorare il nostro benessere individuale e interpersonale.
Non ti resta a questo punto che andare in libreria (anche on line) e ordinare ‘Alice nel paese delle miserie’, il libro che propone un viaggio di crescita personale che prima o poi tutti dobbiamo compiere…

La sofferenza ci invita ad un cambiamento

Tutti noi soffriamo. Quando ci capitano cose dolorose e frustranti proviamo emozioni di tristezza, paura, angoscia, rabbia, solitudine, sensi di colpa, vergogna, ecc. Fino a sviluppare sintomi di ansia, depressione, ossessioni e dipendenze.
La sofferenza ci invita ad un cambiamento.
Il cambiamento è fondato su 6 punti tra loro integrati.

1. Distinguere quello che ti succede da come interpreti quello che ti succede. C’è uno stress oggettivo e una percezione soggettiva che rende gli eventi fortemente stressanti per noi.

2. Le tue interpretazioni possono essere messe in discussione e/o considerate solo come pensieri sulla realtà e non verità assolute sulla realtà, su te stesso, sugli altri, sul mondo. Le vie dell’interpretazione sono infinite… Anche se esistono eventi e situazioni che potremmo considerare ‘universalmente stressanti’.

3. Le tue interpretazioni o credenze e convinzioni (su te stesso, gli altri, il mondo, ecc.) oggi possono crearti problemi, ma sono nate in un momento della tua vita in cui avevano senso, un senso e una funzione per te importante, ti hanno aiutato a comprendere come funzionavano le cose e le persone.

4. Oggi, come allora, tu puoi agire su te stesso (credenze e comportamenti), ma non sugli altri. Quello che ti succede è in parte controllabile da te e in parte no. E tu hai comunque un certo grado di potere, di dare senso agli eventi e di impegnarti ad agire per perseguire i tuoi desideri e bisogni.

5. Esistono conflitti dentro di noi tra diversi bisogni e desideri, così come esistono conflitti con i desideri e i bisogni degli altri. Ogni scelta ha un prezzo da pagare, una rinuncia da scegliere.

6. Da ultimo, ma primariamente importante (anche perché più difficile da interiorizzare): il nostro essere, profondamente, persone degne di amore e stima “non dovrebbe” essere subordinato ad alcuna scelta, ad alcun errore, ad alcun comportamento problematico che pure mettiamo in atto.
Dobbiamo prenderci la responsabilità delle conseguenze delle nostre azioni… Ricordando, al contempo, che partiamo tutti dall’essere stati ‘bambini innocenti e amabili’… Anche chi uccide è nato come chiunque altro in condizioni di innocenza… Allora magari è più utile interrogarsi su cosa sia successo dalla nascita fino al comportamento ‘colpevole’… ‘sbagliato’… ‘fallimentare’…
Non per giustificare… Non per assolvere chi deve pagare la giusta sanzione per il proprio comportamento… O prendersi il carico delle conseguenze delle proprie azioni… O assumersi la responsabilità di riparare ciò che ha rotto… Non per dire “va tutto bene…”… Ma per comprendere… Quindi magari per prevenire e ridurre la probabilità che si ripetano certe situazioni… Certi errori… Certi comportamenti inadeguati… Certe azioni violente…

Consapevole di queste distinzioni non ti resta che   pensare e agire per affrontare ciò che ti fa soffrire…
Pensando ad un esempio della tua vita, attuale o passata… Oppure pensando ad un problema futuro… Segui lo schema seguente:
Qual è il fatto? Qual è la mia interpretazione o lettura del fatto?
Quali sono le mie interpretazioni negative  (catastrofiche, di fallimento, di fine, di insopportabilità) e quali altre interpretazioni sono possibili?
Quando ho imparato a pensare in questo modo? A cosa mi è servito a quel tempo? A cosa mi serve oggi avere ancora questo modo di vedere e interpretare la realtà?
Quali sono i miei bisogni ora nella situazione e cosa posso fare io per cercare di soddisfarli?
Cosa voglio scegliere? A cosa devo rinunciare?
Da ultimo: nonostante la situazione difficile, le conseguenze negative, il prezzo da pagare, le responsabilità che devo assumermi, cosa posso dire a me stesso per salvaguardare il senso più profondo del mio valore e dignità come persona? Cosa posso dire a me stesso per sentirmi amabile nonostante i miei comportamenti?
Esercizi e riflessioni di questo tipo puoi trovarli anche nel libro ‘Alice nel paese delle miserie’. Puoi averlo in pochi giorni ordinandolo direttamente in libreria o sulle librerie on line.

Perché e non solo

Molto probabilmente una delle domande più frequenti che ti ritrovi a fare a te stesso è: perché ho agito in questo modo?
Altrettanto probabilmente ti chiederai frequentemente: perché quella persona ha agito in quel modo?
Domande semplici attraverso cui cerchiamo di comprendere il comportamento e dare senso alle esperienze che viviamo.
Il “perché?” conduce ai motivi di un certo comportamento ovvero ai bisogni che una persona ha cercato di soddisfare con quel comportamento ovvero alle credenze e alle convinzioni che hanno spinto quella persona ad agire in un certo modo per realizzare i suoi scopi e desideri.
Quindi dal “perché?” possiamo rintracciare l’idea, consapevole o implicita, che la persona ha dei motivi che la guidano ad agire in un certo modo per ottenere certi risultati.
Quindi il “perché?” è un ponte verso la comprensione della mente umana e del suo funzionamento quotidiano alla ricerca di soddisfazioni e felicità.
Ma non è così semplice. Almeno non sempre… Anzi quasi mai. La domanda “perché?” a volte è fuorviante… Perché permette di accedere quasi esclusivamente ai motivi consci che una persona può conoscere e riconoscere. A spiegazioni razionali del comportamento che sono utili, necessarie, ma non sufficienti per comprendere perché facciamo quello che facciamo.
Dobbiamo andare oltre.
Verso la ricerca del senso nascosto del nostro agire. E per fare questo due strade sono importanti:
1. considerare il nostro comportamento, soprattutto quello problematico, come un tentativo, per lo più inconsapevole, di evitare qualcosa; evitare una paura, un conflitto, un dolore, una consapevolezza, ecc.
2. interrogare la nostra storia di vita.
Per capire il mio comportamento e ciò che voglio evitare è importante considerare cosa ha preceduto il comportamento (fatti, eventi, pensieri, emozioni, chi ha detto e/o fatto cosa, ecc.) e cosa ha fatto seguito al mio comportamento (effetti, conseguenze, reazioni mie e degli altri, ecc.).
La mia storia di vita, inoltre, mi permette di inquadrare antecedenti e conseguenze del mio comportamento; la mia storia di vita mi informa sulle mie sensibilità e ferite, sui temi per me più significativi, sui momenti più significativi che ho vissuto e su come hanno influenzato la mia mente, le mie idee sul mondo e sulla vita, oltre che l’immagine che ho costruito di me e le strategie che nel tempo ho scoperto, inventato e consolidato per cavarmela nel mondo.
Questo interrogare se stessi non prevede una prestazione da compiere e un voto da guadagnare. Prevede piuttosto l’attivazione di tutta la nostra curiosità al servizio della conoscenza di noi stessi e il premio di potenziare il nostro benessere e la nostra qualità di vita.

La grande bruttezza

Chi più, chi meno, chi in modo consapevole, chi in modo automatico, ciascuno di noi è abituato a giudicare. La nostra mente funziona così. Per sopravvivere come specie abbiamo dovuto imparare a distinguere i buoni dai cattivi, gli amici dai nemici, per avvicinarci ai primi in uno scambio reciproco di protezione e nutrimento e per allontanarci dai secondi, fonte di minaccia e pericolo. Diciamo quindi grazie alla nostra mente giudicante…
Al tempo stesso, ai giorni nostri, la nostra abilità nel giudicare ci è sfuggita di mano, è diventata eccessiva anche di fronte a situazioni e persone che non sembrerebbero per noi un pericolo o non dovrebbero rappresentare per noi una minaccia. Evidentemente in qualche forma o misura ‘noi ci sentiamo minacciati’. Ad esempio, dal partner quando è poco amorevole, dal capo quando ci fa richieste eccessive, dal collaboratore scansafatiche, dall’amico che ci delude. E chissà quanti altri esempi potrai trovare nella tua vita quotidiana o nel passato in cui ti sei sentito frustrato e deluso da una persona. Certo non è la minaccia di un animale feroce che vuole azzannarci, come succedeva milioni di anni fa quando la nostra mente giudicante ha cominciato a farsi strada. Comunque proviamo un certo grado di stress e minaccia.
Quando ti trovi in queste condizioni e ti ritrovi a criticare, giudicare, colpevolizzare, rimproverare qualcuno nella tua vita, esprimendoti chiaramente o anche solo tenendo per te il tuo giudizio, è importante chiederti: “qual è il mio BISOGNO MINACCIATO per cui considero in qualche modo l’altra persona come minacciosa ovvero frustrante e deludente?”
È importante rispondere a questa domanda per capire che il giudizio verso l’altro ti serve come porta d’accesso al tuo bisogno. Diventare consapevole del tuo bisogno ti permette a quel punto di capire cosa ti manca, cosa non va, cosa puoi fare per cercare la soddisfazione di quel bisogno.

Come sempre la soluzione potrebbe essere a portata di mano o richiedere un percorso più tortuoso. Comunque la ‘consapevolezza del tuo bisogno frustrato’ è un primo fondamentale passaggio per cercare di trasformare quella ‘mancanza pericolosa’ in una situazione di ‘appagamento e sicurezza’. Qualcosa tipo trasformare ‘una miseria in una meraviglia’…
A tal proposito mi permetto di ricordarti ‘Alice nel paese delle miserie’, il libro che ho pubblicato a febbraio 2021, libro che ti propone un viaggio di consapevolezza delle tue (nostre) miserie umane (anche il ‘giudizio eccessivo’ tra queste) e come trasformarle in meraviglie.
Lo puoi ordinare direttamente in libreria o sul sito dell’editore youcanprint.it o anche su Amazon. 

Cosa fare col dolore

Ciascuno di noi vorrebbe allontanare il dolore emotivo. Ciascuno di noi non vorrebbe vivere emozioni di tristezza e angoscia, rabbia e paura, senso di colpa e vergogna, tantomeno sentirsi incompreso, trascurato, criticato, disprezzato, ostacolato, escluso, emarginato, lasciato solo.
A volte, usiamo strategie inefficaci per fronteggiare il dolore emotivo: tentativi fallimentari che ci danno un sollievo a breve termine che ci illude che le cose siano cambiate veramente. In realtà, il dolore presto tornerà e farà anche più male perché non abbiamo sradicato i motivi generanti quel dolore e tendiamo a tornare ai soliti schemi di pensiero e comportamento. Ecco alcuni esempi di strategie ‘apparentemente utili’ per governare il dolore: EVITARE sistematicamente situazioni e persone, fino al ritiro completo in 4 mura solide, rassicuranti per un attimo, ma piene di solitudine, tristezza e rabbia repressa. Sottomettersi, COMPIACERE ed essere iper-disponibile per elemosinare approvazione e amore ‘condizionati’ (se faccio il bravo e il buono mi vogliono bene…). Dare DI PIÙ e ancora di più, fare di più e ancora di più, con la sensazione ultima che non è mai abbastanza, che dobbiamo sempre alzare l’asticella per sentirci amati, apprezzati e soddisfatti, ma non basta mai a farci sentire sereni e appagati. STORDIRSI nei più svariati modi: alcol, droghe, cibo, attività compulsive varie quali gioco d’azzardo, social media, shopping, ma anche seduttività sessuale e attività fisica che non bastano mai. Fino ad atti di AUTOLESIONISMO fisico come tagli, bruciature, piercing oltre misura.
È importante a quel punto, a questo punto di raggiunta consapevolezza di come funzioniamo e tendiamo, nostro malgrado, ad alimentare la sofferenza che vorremmo scacciare, individuare altre strategie realmente efficaci per padroneggiare la sofferenza. In particolare:
– dobbiamo capire quale dolore possiamo realmente SCACCIARE VIA definitivamente e cosa dobbiamo fare per ottenere questo risultato
– dobbiamo capire quale dolore possiamo RIDURRE  e cosa dobbiamo fare per imparare ad ALLEVIARE la nostra sofferenza
– dobbiamo capire quale dolore è da ACCETTARE come parte della nostra esperienza e capire cosa possiamo fare e cosa non possiamo fare.
Una strategia utile a fronteggiare il dolore nelle sue varie forme e intensità è la MINDFULNESS, una pratica fondata su tre principi fondamentali, semplici da capire e semplicemente da applicare quotidianamente per diventare capaci di fare qualcosa di utile col nostro dolore:
1. Prestare ‘attenzione’ alla propria mente qui e ora in modo intenzionale, ‘momento per momento’ (titolo di un libro che ti consiglio di leggere, di Jon Kabat-Zinn creatore della mindfulness), partendo da un focus scelto che potrebbe essere il respiro, ma anche sensazioni del corpo come quelle provenienti da una mano…
2. Notare le ‘distrazioni’ dell’attenzione ovvero la mente vagabonda in giro tra pensieri, emozioni, ricordi, immaginazioni, ecc.
3. Riportare l’attenzione al focus scelto in modo gentile ovvero ‘senza giudicare’: ciò che avviene è ciò che avviene, non è né più né meno rispetto a ciò che dovrebbe essere…
Buona pratica…

Chi lascia la strada vecchia…

Certamente anche tu ti confronterai quasi quotidianamente, anche più volte al giorno, con quella che qualcuno chiama la ‘verità del piffero’: se continui a fare ciò che hai sempre fatto o che fai da tempo immemore, continuerai ad ottenere i soliti esiti. Se vuoi eliminare la frustrazione e alleviare il dolore, ma continui a comportarti sempre allo stesso modo, finirai per mantenere e addirittura alimentare proprio ciò che vuoi combattere e allontanare dalla tua vita. Esempi.
Ti arrabbi e spacchi tutto, nella realtà o nella fantasia (di vendetta e di rivalsa).
Cerchi di alzare ancora e ancora e ancora di più il livello delle tue prestazioni e dei tuoi sforzi.
Cerchi di essere sempre più ineccepibile, senza macchia, lindo e pinto.
Vai in giro con scritto in fronte ‘zerbino’: servizievole, sottomesso, compiacente, al limite del sacrificio.
Pensi, in maniera ripetitiva quanto sterile, a ciò che poteva essere e non è stato.
Pensi, in maniera ripetitiva quanto sterile, a ciò che potrebbe essere, ma su cui nessuno ti può dare risposte certe e totalmente rassicuranti.
Fai tutto e sempre da solo e non riesci a riconoscere i tuoi bisogni e chiedere aiuto quando serve (non sia mai).
Lavori 48 ore al giorno e sei costantemente iper-affaccendato, che tu sia il presidente di una multinazionale o una casalinga o un tuttofare iper-disponibile.
Eviti di frequentare persone, ti ritiri in casa, ti chiudi in te stesso, nel tuo mondo fantastico, che forse tanto fantastico non è.
Pratichi qualche forma di dipendenza: alcol, droghe, cibo, gioco d’azzardo, shopping, sesso, social media, attività fisica compulsivi.
Hai altri esempi?
La soluzione, allora, tu mi dirai, è presto fatta: comincia a cambiare qualcosa del tuo modo di pensare e di comportarti e così arriveranno risultati diversi, finalmente riuscirai ad eliminare la tua sofferenza o perlomeno a battere una strada nuova per iniziare a sconfiggere ciò che ti fa soffrire. Giusto! In teoria. In pratica, cambiare richiede di accedere al proprio sano coraggio per affrontare la paura del cambiamento. Perché se a parole incontriamo il nostro desiderio (a volte, a dire il vero, nemmeno a parole), nei fatti ci viene a trovare la paura di perseguire quel desiderio. L’abbiamo appresa nella nostra storia di vita…
Consapevoli di ciò, ti suggerisco l’inizio della strada nuova… Che sta a due passi:
1. Individua il comportamento fallimentare attraverso cui tenti inutilmente di fronteggiare frustrazione, delusione e sofferenza. E anzi finisci per alimentarle. Ti ho dato qualche suggerimento…
2. Prova a non metterlo in atto. Prova ad astenerti. Non ci devi riuscire, ma ci devi provare. Che tu ci riesca o meno e per quanto tempo eventualmente, sarà comunque utile a raccogliere informazioni preziose su di te. Su cosa è successo nella tua mente: cosa hai pensato, quali emozioni e sensazioni hai provato. E su cosa è successo nella realtà esterna, nelle tue relazioni, come hanno reagito altre persone coinvolte. Informazioni fondamentali per comprendere come funzioni e come puoi cambiare alcuni modi di pensare e agire, effettivamente ed efficacemente, in direzione del tuo benessere soggettivo e interpersonale.

Se sei ancora più curioso del rapporto tra strada vecchia e nuova, ti suggerisco la lettura di ‘Alice nel paese delle miserie’ (Lino Fusco, youcanprint, 2021).

Per i lettori tecnici e colleghi che volessero approfondire, suggerisco la lettura di “Corpo, immaginazione e cambiamento” di Dimaggio e colleghi (Raffaello Cortina, 2019).

È andata così… Ma almeno ci hai provato… E tanto hai imparato…

Due tipi di problemi sostanzialmente … e la soluzione

I nostri problemi originano sostanzialmente da due fonti: l’insicurezza e il fallimento.
Prendi un tuo problema e chiediti: riguarda l’insicurezza o il fallimento?
L’INSICUREZZA riguarda il sentirti in qualche modo minacciato, in pericolo; sentire che non hai il pieno controllo della situazione e hai difficoltà a governare i vari aspetti del problema. Può trattarsi di una questione lavorativa o affettiva, col capo o col partner, coi colleghi o coi figli, con gli amici, ma anche con te stesso, ad esempio un cambiamento improvviso che arriva, una malattia che sopraggiunge, sei ingrassato, piuttosto che minacce esterne come virus e lockdown.
Le emozioni che provi probabilmente sono la paura, l’ansia, l’impotenza, rabbia e disgusto, dolore e smarrimento.
Il FALLIMENTO riguarda il sentirti non realizzato e vedere uno o più dei tuoi obiettivi sfumare; sentirti non all’altezza, criticarti ed essere criticato per quello che avresti dovuto raggiungere e che non sei riuscito ad ottenere. Anche in questo caso, può trattarsi di un insuccesso sul lavoro o di un fallimento affettivo, sentirti inadeguato in uno o più dei ruoli che incarni (lavoratore, partner, figlio, genitore, fratello, amico, ecc.). Magari non riesci a tenerti in forma o non riesci a governare il tuo tempo come vorresti. Per non parlare di virus e lockdown che hanno messo a repentaglio molta della nostra progettualità e dei nostri obiettivi.
Le emozioni che provi probabilmente sono sensi di colpa e vergogna, rabbia e impotenza, autodisprezzo, dolore e smarrimento.
Focalizza ancora un tuo problema e nota quanto contiene di insicurezza e quanto di fallimento. Probabilmente ogni nostro problema contiene o evoca queste due grandi fonti. Ci sentiamo sempre un po’ minacciati, frustrati, ansiosi e un po’ falliti, delusi, abbattuti, con emozioni di rabbia che a volte sono più dirette verso gli altri e l’esterno e altre volte sono più indirizzate contro noi stessi.
Che fare?
Certamente è importante riconoscere i propri problemi e la propria sofferenza. Poi è importante impegnarsi a comprenderli per cercare soluzioni, a volte da soli, quasi sempre imparando a chiedere aiuto, iniziando dalle persone vicine e fidate ed eventualmente, in un momento successivo, chiedere un aiuto specialistico.
Al tempo stesso, anzi primariamente, è importante sviluppare verso di sé un atteggiamento COMPASSIONEVOLE. Un atteggiamento amorevole verso se stessi, sensibile rispetto alla propria sofferenza, accedendo al profondo desiderio di prenderci cura della nostra sofferenza e impegnarci concretamente per alleviarla. Con saggezza, gentilezza, forza e coraggio al tempo stesso. Risorse già presenti o da sviluppare dentro di sé.
Come?
Lo sviluppo della compassione può essere un percorso fatto all’interno della psicoterapia, un vero e proprio ‘addestramento’ ad essere compassionevoli con se stessi e con gli altri.
La compassione è una pratica, una potenzialità presente in ciascuno di noi che aspetta solo di essere ‘allenata’.