Interrogare gli attacchi di panico

Gli attacchi di panico sono manifestazioni estremamente diffuse a livello sociale. La persona che soffre di panico vive un’esperienza soggettiva devastante dal punto di vista psicologico e fisico. L’attacco di panico si è presentato come paura di morire, di perdere il controllo, di impazzire, di non essere più se stessi. Successivamente al primo (a volte unico) attacco di panico, la persona comincia ad aver paura di risperimentare quella paura originale e finisce per organizzare il suo comportamento intorno a massicci e progressivi evitamenti di situazioni, luoghi, persone. La vita diventa estremamente limitata e insoddisfacente. La depressione fa capolino per lo stravolgimento di vita che la persona subisce.

Quando la persona arriva in terapia sta portando un’intera esperienza di vita segnata dal panico. Ovviamente la sua richiesta è di “guarigione”, di eliminazione del sintomo e della sofferenza.

Ogni approccio terapeutico ha un suo modo di concepire e affrontare il panico, più o meno condiviso e integrabile con altri approcci. La ricerca scientifica va nella direzione di validare maggiormente alcuni approcci (cognitivo-comportamentale, strategico breve, integrazione della farmacoterapia) focalizzati primariamente sulla riduzione sintomatica, anche se poi in questi “casi risolti” sono frequenti “spostamenti” dell’area della sofferenza, per cui una persona riduce certi aspetti sintomatici sicuramente invalidanti solo che la sua qualità di vita migliora in minima parte sul piano affettivo e interpersonale. A quel punto appare necessario integrare altri interventi terapeutici che, oltre alla riduzione sintomatologica, invitino ad un lavoro su di sé a livello esistenziale, relazionale.

La persona assediata dal panico ha una visione del mondo come pericoloso e un senso di sé come debole e incapace di affrontare le potenziali esperienze minacciose; focalizza e ingigantisce esperienze e scenari catastrofici immaginati, ha difficoltà a dare la giusta rilevanza alle esperienze che vanno in una direzione contraria al pericolo. Tipicamente il panicato manifesta un certo grado di incapacità a “leggere” le proprie emozioni; in particolare, le sensazioni fisiologiche dell’emozione “paura” (tachicardia, sudorazione eccessiva, rossore, tremori, mancanza d’aria, ecc.) le interpreta in modo distorto: non come segnali del timore che qualcosa accada, ma come prova che tale terribile minaccia sia proprio in corso. In tale quadro, la persona avvolta e stesa dal panico interpreta come gravemente minaccioso per la propria sopravvivenza ogni evento o stimolo in grado di attivare il funzionamento neurovegetativo. Mantiene un’osservazione ossessiva di controllo sulle proprie sensazioni fisiche e psichiche e interpreta ogni movimento interno ed esterno come minaccia potenziale.

La persona panicata adotta comportamenti che ricercano rassicurazione e di fatto finiscono per alimentare il vissuto di insicurezza e le credenze di auto-svalutazione e vulnerabilità di fronte a qualcosa di insormontabile. Ogni tentativo di raccogliere fonti di sicurezza esterne finisce per confermare un vissuto di sé incapace di governare da solo il proprio stato, la propria vita.

La persona in preda al panico, con l’obiettivo di non risperimentare la paura di perdere il controllo e morire, organizza la sua vita sull’evitamento. Ma ciò non garantisce di fatto una sensazione di reale rassicurazione (nucleo centrale dell’ansia patologica rispetto all’ansia “normale” in cui la persona riesce a trovare e utilizzare fonti di rassicurazione) e finisce solo per restringere il proprio spazio vitale ed espressivo.

La terapia può aiutare la persona a cercare qualcosa di più del pur legittimo desiderio di eliminare il sintomo. La persona può essere guidata a superare la cura del sintomo per imparare prendersi cura di sé, non solo eliminare il disagio e la limitazione, ma farsi carico in toto delle proprie angosce quotidiane, di come si sta affrontando la vita, di quali scelte stanno determinando il proprio malessere e di quali altre possibilità ci sono per creare una vita veramente calata sui propri bisogni e valori.

È possibile allora portare il paziente a sviluppare ed elaborare una lettura diversa sul senso dell’esperienza panico. Un modello di lettura simbolico-relazionale-esistenziale valido per gli attacchi di panico e, più in generale, per le forme del mal-essere psichico.

L’attacco di panico, così come ansia e depressione, altre etichette diagnostiche di cui si fa un ab-uso “troppo generalizzato e generico” (dagli studi dei medici di base fino alla diffusione nei mass media), richiamano l’importanza di un atteggiamento di decodifica del “messaggio espresso dai sintomi”. Sono segnali del mal-essere di una persona, espressioni del suo modo di condurre la vita di sofferenza, disagio, limitazione e perdita di creatività e vitalità.

L’attivazione fisiologica del sistema nervoso autonomo ha un corrispettivo specifico nella formazione dei sintomi che appartengono all’esperienza (sensazioni soggettive vissute) del panico e questi appaiono fenomeni simbolici rispetto al mondo affettivo e relazionale della persona.

Il messaggio “esistenziale” fondamentale del mal-essere è: “guarda che qualcosa nella tua vita non va, qualcosa nella tua vita va messo in discussione, qualcosa nella tua vita va modificato”.

Il panico segnala ed esprime una crisi del proprio modo abituale di essere, di stare al mondo e nelle relazioni, richiama alla necessità di un superamento di sé, quindi invita a seguire le opportunità che la crisi contiene, gli elementi di “rottura” per “re-impostare” la direzione della propria vita.

Il panico è un richiamo alla propria liberazione: inizialmente può sembrare solo portatore di sofferenza, di fatto offre l’indicazione di una o più strade percorribili verso un rinnovato ben-essere, per uscire fuori da gabbie e prigioni auto-imposte, oltre vecchie norme e forme di sé, oltre vecchi ruoli, oltre vecchi imperativi interiorizzati sul dover essere e dover fare.

I sintomi tipici dell’attacco di panico, come riconosciuti e definiti a livello internazionale, offrono spunti esplorativi ad uno sguardo attento alle dinamiche affettivo-relazionali.

La sensazione generale di chi vive il panico è di un attacco sconvolgente di paura. La paura è l’emozione che sperimenta ogni organismo animale di fronte alla percezione di un pericolo o di una minaccia e prepara ad affrontare quel pericolo allo scopo di favorire la sopravvivenza e l’adattamento. Come tutte le emozioni, la paura è associata all’emergere di un bisogno fondamentale rispetto a cui funziona da segnale per attivare i comportamenti necessari a rispondere a quel bisogno. La paura attiva un bisogno di protezione a cui l’organismo risponde con una reazione di attacco o fuga rispetto al pericolo e con la ricerca di vicinanza ad una figura di attaccamento e protezione.

Da un punto di vista simbolico-relazionale, attraverso l’uso di domande specifiche che focalizzano l’attenzione su aspetti di vita sensibili, il terapeuta guida il paziente ad adottare uno sguardo esplorativo sul suo mondo interno (pensieri, emozioni) e su come gestisce attualmente la sua vita quotidiana (relazioni, famiglia, lavoro, tempo, ecc.). Ad esempio, si accompagna la persona che soffre di “paura della paura” con queste domande: di cosa ho paura in questo momento della mia vita? Cosa mi stressa? Cosa rappresenta una minaccia per me nelle mie relazioni attuali? Quali richieste eccessive sento di dover fronteggiare, al lavoro, in famiglia, in altri ruoli o situazioni? Quali mie relazioni rappresentano un carico di richieste e prestazioni “al limite del possibile”?

Per rispondere a queste richieste del quotidiano, del momento di vita attuale o recente (richieste altrui e richieste “auto-imposte”) l’individuo deve attivarsi, ha bisogno di energia; il suo corpo si attiva attraverso un aumento della frequenza respiratoria che garantisce l’ossigeno necessario: la sensazione soggettiva è la “fame d’aria”, quasi un senso di soffocamento. Quali miei spazi vitali sento “soffocati” attualmente? Quali relazioni sono “soffocanti” per me oggi? In quali strettoie mi sono messo nei vari contesti di vita quotidiana?

La percezione di pericolo attiva nell’organismo una necessità di “fronteggiare” a cui di fatto non corrisponde una minaccia reale (come poteva esistere per i nostri antenati). Le “sfide” della vita, gli “alti standard” che poniamo a noi stessi richiedono quindi un’attivazione psicofisiologica a cui non corrisponde una reale possibilità di “espressione e scarica”: da cosa mi sento pressato? In che cosa sto perdendo l’equilibrio? In che cosa sono disorientato e smarrito?

Le aumentate necessità di ossigeno dell’attacco-fuga attivano il funzionamento del cuore che deve aumentare i carichi di lavoro per pompare il sangue con maggiore frequenza e intensità per garantire un afflusso significativo dell’ossigeno ai distretti corporei interessati al maggior fabbisogno, in particolare i muscoli periferici per essere pronti alla competizione e il cervello per governare adeguatamente il comportamento: il correlato fisiologico di questo lavoro extra del cuore è la sensazione di tachicardia, le palpitazioni. In che cosa e da che cosa mi sento oppresso e costretto? Cosa vorrebbe uscire e non riesce ad uscire? Cosa non mi sto permettendo in questo momento?

Ancora seguendo le vie simboliche indicateci da altri sintomi del panico: in che modo sto perdendo contatto con la realtà? Con la realtà delle piccole grandi cose del quotidiano? In che modo tutto questo sconquassa il mio senso d’identità, ciò che so di me stesso e chi credo di essere? In che modo stanno traballando alcune mie certezze? In che modo sono sollecitato a cambiare alcuni miei atteggiamenti fondamentali? Sollecitato da chi? Da quali mie esigenze emergenti? In che modo sto rivisitando o devo rivisitare la gerarchia dei miei bisogni, delle mie priorità, dei miei valori?

Con chi devo “combattere”? Da chi e da cosa devo “fuggire”? Quanto sto indossando o ho indossato una maschera di efficienza che non corrisponde ad una sensazione interna di sicurezza e solidità? In che modo sto indossando una maschera che non corrisponde ai miei moti interni più autentici e ai miei bisogni più importanti ora? Come sto “manipolando” le mie relazioni per apparire ciò che non sono?

Cosa non mi va giù? Cosa non riesco a digerire? Cosa mi crea tensione? Da quali pesi sono gravato? Da cosa sono appesantito? Di cosa è necessario che io mi alleggerisca? Cosa devo lasciare indietro? Cosa devo abbandonare per andare avanti in maniera efficace?

Quali sono i rami secchi che devo togliere dalla mia vita? Relazioni aride? Rapporti stantii? Ripetizioni sterili di situazioni e rapporti?

Cosa sto focalizzando in questo momento della mia vita? A cosa devo prestare veramente attenzione? Cosa mi mette in allarme? In che modo sono focalizzato su esperienze che distolgono la mia attenzione da cose veramente significative per il mio benessere? In che modo devo cambiare e ho paura di cambiare? Quali conflitti assalgono la mia esistenza ora?

In sintesi: di fronte a un pericolo reale, realizzato o incipiente, l’attivazione corporea è necessaria per approntare la risposta che garantisce la sopravvivenza e l’attacco o la fuga rappresentano le naturali azioni di sfogo dell’attivazione fisiologica. Il soggetto tendente al panico, invece, interpreta erroneamente, in senso catastrofico, le fisiologiche temporanee modificazioni dell’equilibrio psicofisico legate alle necessità di far fronte alle evenienze stressanti della vita. L’attivazione somatica non trova un reale pericolo da fronteggiare e resta “bloccata in se stessa” fino ad alimentare un circolo vizioso di amplificazione dell’attivazione fisica che sfocia nell’attacco di panico come sfogo necessario e utile per scaricare l’accumulo di energia e attivazione.

Che fare?

Seguendo un approccio integrato al mal-essere esistenziale del panico esistono diverse linee evolutive della cura, diversi ambiti di intervento sempre presenti, diverse aree di sé cui prestare attenzione:

  • cura dei sintomi: integrazione del farmaco se necessario, tecniche di respirazione e rilassamento, esposizione graduale alla paura e alle situazioni temute
  • relazioni di attaccamento primarie e rappresentazioni interne: lavoro sul copione di vita per “ri-scrivere” modi fondamentali di stare al mondo e governare se stessi nelle relazioni. Cura delle ferite antiche e recupero di un assetto di personalità adulto che sa stare nella realtà, consapevole dei propri valori e bisogni, responsabile di agire in base ad essi
  • cura e sviluppo dell’intelligenza emotiva: capacità di conoscere ed esprimere in modo adeguato le proprie emozioni
  • ristrutturazione del dialogo interno: pensieri disfunzionali e convinzioni limitanti
  • training di comunicazione efficace nelle relazioni: imparare a fare richieste e a dire no
  • approccio motivazionale focalizzato sull’azione: la persona è guidata più direttamente ad agire in maniera diversa dal solito, a modificare concretamente atteggiamenti, comportamenti e stili relazionali, a sperimentare specificamente nuove modalità di comportarsi.

Il panico come metafora del restringimento vitale ed espressivo richiama in generale ad un concetto trasversale ad ogni percorso di crescita: quando indossiamo certe “maschere” le nostre parti “tras-curate” reclamano soddisfazione. Noi siamo sostanzialmente conflittuali per cui ogni scelta prevede una soddisfazione e un “prezzo da pagare”, parti di noi soddisfatte e parti di noi a cui dobbiamo rinunciare. Queste parti “sacrificate” vanno comunque “curate”, dobbiamo prendercene cura anche perché in un modo o nell’altro, in una forma o nell’altra, con un certo grado d’intensità, più o meno imperioso, reclamano soddisfazione, chiedono di essere riconosciute, guardate, ascoltate, curate.

Infine, se è vero che il messaggio “esistenziale” fondamentale del mal-essere è “guarda che qualcosa nella tua vita non va, va messo in discussione, va modificato”, è, in particolare, vero che questo è un invito diretto alla persona a prendersi cura di sé: a chiedere aiuto e sostegno affinché qualcuno si prenda cura di sé. Al tempo stesso, è un invito alla responsabilità personale di mettere in discussione i propri assetti abituali, ad agire concretamente per modificare certi sentieri comportamentali, relazionali, affettivi.

Chi rassicura l’ansioso?

L’ansioso si sente fragile, incapace di vivere in un mondo pericoloso, considera gli altri come minacciosi in quanto cattivi, giudicanti, rifiutanti, pronti a fregarlo. Questo suo mondo interiore si traduce quasi sempre in comportamenti di evitamento e ritiro interpersonale che finiscono per confermare la “verità” dei suoi vissuti. Qualcosa del tipo: “È proprio vero che io sono inetto, gli altri sono avvoltoi e il mondo è dei furbi e di chi sa aggredire”. La persona ha questa rappresentazione della realtà che difficilmente riesce a scalfire, anche perché spesso nemmeno la conosce o la riconosce. Vivere in un mondo così “rappresentato” è vivere in una giungla piena di insidie imprevedibili e incontrollabili rispetto alle quali l’ansioso si sente piccolo e indifeso; niente riesce a rassicurarlo e vive costantemente in attesa della catastrofe. Della morte.

In questo assetto interiore si percepisce l’impronta profonda di originarie relazioni fonte di insicurezza. Quando il bambino ha sperimentato per la prima volta queste sensazioni? Probabilmente in un tempo non archiviato nella “memoria cosciente”, sicuramente presente nella “memoria corporea”, nelle sensazioni di paura e angoscia difficili da definire eppure così devastanti, per una persona che avverte, vive, sperimenta il mondo pericoloso e sé piccolo e incapace.

Chi ha rassicurato quel bimbo da piccolo? Quanto era sicuro e tranquillo chi accudiva quel bambino? Quanto era in grado di calmare la paura del bambino e rassicurarlo? Quanto era capace quell’adulto, i genitori innanzitutto, di rassicurare prima di tutto se stesso? Come poteva funzionare da figura rassicurante se non era sicuro e tranquille esso stesso? Quali “decisioni precoci” ha preso quel bimbo per cavarsela, per trovare il modo migliore possibile di stare al mondo? Come ha imparato a governare situazioni e rapporti interpersonali? 

Spesso, vediamo oggi quel bambino nell’adulto ansioso che adotta UNO STILE comportamentale organizzato intorno all’azione ripetuta DI EVITAMENTO. I vari comportamenti di evitamento, ad esempio evitare luoghi e situazioni temute in quanto associate all’attacco d’ansia, evitare attività che provocano emozioni intense (arrabbiarsi, ma anche fare l’amore), evitare persone perché se ne teme il giudizio, evitare di stare soli, purtroppo non garantiscono di fatto una sensazione di reale rassicurazione. E ciò distingue proprio l’ansia “patologica” rispetto all’ansia “normale” in cui la persona riesce a trovare e utilizzare fonti di rassicurazione. Questi evitamenti finiscono solo per restringere lo spazio vitale ed espressivo della persona che progressivamente si riduce a vivere una vita sempre più piena di limiti e angoscia, vuota di soddisfazioni, relazioni, realizzazioni di sé. È il paradosso: l’evitamento offre un beneficio a breve termine (placare l’ansia) che a lungo termine amplifica il circolo vizioso che alimenta l’ansia in quanto la persona non si espone a situazioni che potrebbero rassicurarla in cui sperimenterebbe che non si muore di ansia e che i pericoli temuti non si realizzano.

La persona progressivamente arriva a vivere esperienze emotive quasi esclusivamente colorate di ansia e paura, alla ricerca della rassicurazione che non arriva mai. E di conseguenza cominciano ad emergere anche vissuti depressivi, senso di colpa e d’inadeguatezza, limitazioni gradualmente crescenti, insoddisfazioni sempre più frequenti, rapporti che si fanno sempre più tesi: sempre meno comprensione e sempre più distanza degli altri, rabbia, sconforto, solitudine.

Con questi accadimenti esterni ed interiori, l’ansia non è più solamente un disturbo psichico, è diventata sempre più un modo di stare al mondo. In psicoterapia si lavora per ridurre la sofferenza della sintomatologia ansiosa e, più profondamente, affinché la persona acquisisca un nuovo modo di percepire la realtà e vivere la vita, di stare con gli altri e con se stessa, di incontrare il giorno e governare la notte.

Il circolo vizioso dell’ansia

L’ansioso si sente debole e incapace in un mondo minaccioso rispetto al quale quasi sempre vive l’impossibilità di sentirsi rassicurato.

La persona ansiosa ha una visione del mondo come pericoloso e un senso di sé fragile e incapace di affrontare le “potenziali” esperienze minacciose; focalizza e ingigantisce esperienze e scenari catastrofici immaginati, ha difficoltà a dare la giusta rilevanza alle esperienze che vanno in una direzione contraria al pericolo.

La persona assediata dall’ansia interpreta come gravemente minaccioso per la propria sopravvivenza ogni evento o situazione in grado di attivare il suo funzionamento corporeo. La persona soggetta all’ansia mantiene una continua “attenzione allarmata” sulle proprie sensazioni fisiche e psichiche e interpreta ogni movimento interiore ed esterno come minaccia potenziale.

Tipicamente l’ansioso manifesta un certo grado di incapacità ad accogliere ed elaborare le proprie emozioni, in particolare scambia le sensazioni corporee che si attivano quando proviamo una certa emozione come segnali di qualcosa di catastrofico che sta per accadere. La persona ha difficoltà a riconoscere e a definire adeguatamente le proprie emozioni fino a commettere un’erronea attribuzione di senso: considera l’emozione e i suoi aspetti fisiologici non come “segnale del timore” che qualcosa accada, ma come “prova” che tale terribile minaccia sia effettivamente già in corso.

La persona in preda all’ansia adotta comportamenti che ricercano rassicurazione (evitamento, richiesta di essere accompagnati da persone di fiducia, richiesta di confronto con l’altro rassicurante), ma non riesce veramente a rassicurarsi, nulla la rassicura e di fatto questi comportamenti finiscono per alimentare il vissuto di insicurezza e le credenze di auto-svalutazione e vulnerabilità di fronte a qualcosa di insormontabile. Ogni tentativo di raccogliere fonti di sicurezza esterne finisce per confermare un vissuto di sé incapace di governare da solo il proprio stato psicofisico, per estensione la propria vita.

In terapia si lavora su vari aspetti della persona:

  • apprendimento di abilità di rilassamento
  • sfida al dialogo interno disfunzionale
  • elaborazione del rapporto tra sintomo ansioso, emozioni vissute e temi di vita, attuali e storici
  • sviluppo della capacità di rassicurazione
  • esposizione graduale alle situazioni temute per sfidare i comportamenti di evitamento e la paura che alimentano il circolo vizioso.

L’ansia e i “doveri” della vita quotidiana

Esistono svariate manifestazioni dell’esperienza ansiosa ed ogni persona esprime l’ansia in maniera unica e specifica. Chi sviluppa una fobia, chi ha frequenti attacchi d’ansia, chi è in preda al panico, chi è perennemente agitato, chi non trova mai pace, chi è ossessionato dal fare le cose in maniera perfetta, chi continuamente rimugina su ciò che ha fatto o avrebbe dovuto fare, chi non è mai soddisfatto del suo corpo o delle sue prestazioni. Ciò che, invece, accomuna le persone ansiose la difficoltà a fare i conti con le richieste quotidiane.

La vita quotidianamente ci chiede di rispondere a delle richieste. Dobbiamo andare a scuola o a lavorare, dobbiamo tenere un comportamento “educato e corretto”, dobbiamo tenere pulita la casa, dobbiamo occuparci dei figli, del partner o dei genitori. Dobbiamo guadagnare quello che ci fa vivere bene. Gli amici non vanno trascurati e una giusta attività fisica deve far parte delle nostre abitudini. E tante altre attività che dobbiamo svolgere e richieste a cui dobbiamo far fronte per vivere la vita che vogliamo o almeno crediamo di volere o almeno crediamo sia giusta per noi.

Le richieste non sono altro che dei “doveri”. E poi esistono le “richieste interiori”: quello che dobbiamo fare lo dobbiamo fare in modo perfetto; non dobbiamo fare qualcosa che fa rimanere male l’altra persona; non dobbiamo perdere tempo, non dobbiamo pensare a noi e trascurare gli altri, ecc..

L’ansia esprime la sofferenza di chi non riesce a stare appresso alle piccole e grandi richieste della vita quotidiana. E progressivamente tutto diventa ansioso e ansiogeno per la persona. Con diverse emozioni dolorose associate al carico ansioso: rabbia, tristezza, sensi di colpa, sfinimento psicofisico, tensione corporea, ecc..

In terapia, la persona viene aiutata a trovare un rapporto più sano e utile con le richieste del vivere quotidiano. In alcuni casi questo obiettivo si può realizzare con “piccoli” cambiamenti di abitudini, come ad esempio organizzare il proprio tempo in modo diverso dal passato trovando un nuovo equilibrio rispetto alle attività fondamentali. In altre situazioni, per ridurre l’ansia e trovare sollievo dal peso delle richieste quotidiane, la persona deve imparare a sviluppare un nuovo dialogo con se stessa, meno severo nelle eccessive richieste di cui si carica, più flessibile rispetto ai modi per portare avanti gli impegni quotidiani. Ad esempio, la persona impara a fare le cose “sufficientemente” bene invece che doverle fare necessariamente perfette. O anche la persona impara a chiedere aiuto e a con-dividere certe incombenze, o anche impara a dire di no a qualcuno o per qualcosa. Molte volte succede, invece, che lo stress e l’ansia legati alle richieste del vivere conducono la persona a confrontarsi con aspetti di sé molto profondi, con i suoi modi di essere che ha costruito da tempo e consolidato nel corso degli anni. L’ansia diventa allora, paradossalmente, un alleato per la persona, il canale d’accesso ai meccanismi interni più importanti che generano la sofferenza attuale e che possono essere “rivisitati” per diventare fonte di benessere e trasformazione.

 

Il funzionamento ansioso

Una delle richieste più frequenti in terapia è la cura dei disturbi ansiosi. Pur nella diversità della storia di ciascuna persona, nei vari disturbi d’ansia sono rintracciabili alcuni ingredienti tipici, comuni alle varie manifestazioni ansiose:

  • la persona percepisce, più o meno consapevolmente, una minaccia nell’ambiente, nella situazione
  • la persona si percepisce, più o meno consapevolmente, incapace di fronteggiare efficacemente quell’ambiente o situazione “minacciosi”
  • la minaccia esiste rispetto ad uno o più scopi della persona
  • uno scopo è percepito minacciato quando la persona prevede il fallimento nel perseguirlo
  • tanto più è vitale, centrale, importante lo scopo tanto più è intensa l’ansia
  • spesso l’evento che attiva la percezione di uno scopo minacciato è un pensiero o un’immagine interna più che un evento esterno
  • la persona è in uno stato di continuo allarme, a volte più acuto, a volte sotterraneo ma sempre presente e disturbante
  • la persona è sempre sul chi va là, attento a ogni possibile segnale di minaccia e pericolo, anzi con un’attenzione distorta e focalizzata che finisce per creare una profezia che si auto-avvera: chi cerca trova...
  • ogni forma di rassicurazione viene sottovalutata e respinta
  • la persona progressivamente evita ogni situazione che anche lontanamente può avvicinarsi ad una percezione di minaccia e alimenta un circolo vizioso: ha paura di qualcosa che non conosce e più la evita più non la conosce più aumenta l’ansia
  • la persona sente confermate le posizioni/convinzioni di partenza: il mondo è pericoloso e io sono incapace di affrontarlo e padroneggiarlo

 

L’ansia

Ansia, paura, angoscia, fobia, panico, terrore fanno parte di una stessa famiglia di emozioni, simili e non sempre distinguibili in modo netto. Sono accomunate dal riferirsi ad un pericolo imminente, una minaccia, il pensiero di qualcosa di catastrofico o comunque doloroso.

Quando proviamo queste emozioni siamo guidati dall’idea, più o meno consapevole, e dalla sensazione, più o meno intensa, che qualcosa di pericoloso potrebbe presentarsi a minacciare la nostra vita o i nostri cari o comunque a minacciare un nostro bisogno o scopo importante. L’ansia da esame contiene la minaccia della bocciatura, della figuraccia e della perdita di stima e autostima. La paura dell’aereo minaccia la vita. Chi ha il panico ha paura di impazzire, di perdere il controllo, di non essere più se stesso, di morire.

Quello che scatta è la reazione d’allarme che ci porta, come i nostri antenati che vivevano con animali feroci e intemperie devastanti, a:

  • fuggire dal pericolo, evitare
  • provare a combattere la minaccia, attaccare
  • congelarsi, restare fermi e immobili, nell’attesa di non essere investiti dal pericolo.

Ma le reazioni di attacco, fuga e congelamento oggi non sono più utili e adeguate come potevano esserlo quando il rischio di essere annientati era enorme e reale. Purtroppo questa strategia di difesa è rimasta automatica dentro di noi e scatta di fronte alla percezione di una minaccia, anche se nel mondo attuale i tipi di minacce sono differenti rispetto ad allora. Abbiamo meno probabilità di essere uccisi da una belva feroce o da una tempesta assassina, ma ci sentiamo minacciati nelle relazioni quotidiane, al lavoro, rispetto alla nostra autostima, quando non ci sentiamo all’altezza, ecc.

Ciò che caratterizza le persone ansiose è il modo in cui affrontano il quotidiano, certi aspetti di vita riguardanti sé e i rapporti interpersonali che tutte le persone si trovano ad affrontare. Le persone che sviluppano ansia affrontano queste realtà fino a trasformare, in modo involontario, una situazione comune in una situazione ansiosa e spesso una situazione ansiosa in un disturbo d’ansia con specifici sintomi e malesseri.