Dal sintomo al senso

Vita “stressante”, ritmi quotidiani frenetici, tempo che non basta mai, insoddisfazione in una o più relazioni personali e lavorative; crisi economica e criminalità, terrorismo internazionale e violenza domestica, varie forme di dipendenza e un senso di inadeguatezza dilagante (in diversi ambiti e ruoli della propria vita, ciascuno ha il proprio). “Mascheramenti” vari come modo per affrontare le proprie fragilità non riconosciute, perdita del senso di sicurezza, smarrimento di vecchi riferimenti valoriali non sostituiti da altri parimenti validi. Vite racchiuse in un selfie o in un like o in attesa del prossimo aperitivo. Chi più ne ha più ne metta… e dilagano ansia e depressione, ormai diffuse come il raffreddore.

Ansia e depressione sono diventate due “categorie sintomatiche” massicciamente usate soprattutto dai medici di base, dai medici non specialisti della salute mentale e, più in generale, dai non addetti ai lavori, dalla gente comune che contribuisce a diffondere sempre più, nell’immaginario collettivo, l’idea di un mondo di depressi e ansiosi.

E si arriva nello studio dello psicoterapeuta.

Arriva la persona con disturbi gastrici e ipocondria, quella con difficoltà di memoria e concentrazione, chi non riesce più a stare sul posto di lavoro o chi è rimasto senza amici e senza partner. Arriva la coppia che vuole recuperare il rapporto, la ragazza con problemi di sovrappeso, la donna con gli attacchi di panico, l’uomo (di solito spinto da qualcun altro) con problemi di alcol, di gioco d’azzardo o che abusa di sostanze. Arriva la persona con problemi di autostima e insicurezza, quello con vissuti di impotenza e fallimento, chi si vergogna e chi si sente in colpa. Arrivano persone che soffrono di un malessere generalizzato indefinito e chiedono di “stare meglio”, di capire ciò che sta succedendo nella propria vita e magari di apprendere abilità e strategie “per essere felici” o perlomeno per non soffrire troppo. Esistono, insomma, mille e una depressione, una o centomila ansie.

Con l’aiuto del terapeuta, le questioni critiche sono inquadrate in modo più specifico e articolato, al fine di andare oltre l’etichetta di malato ansioso e depresso, per rintracciare, in maniera chiara, il tipo di situazione presente e individuare il modo più efficace per affrontarla e superarla. Sempre più, inoltre, negli ultimi anni si presentano in terapia anche persone che chiedono di fare un “percorso di crescita personale”, chiedono di essere accompagnati in un viaggio di “sviluppo personale ed esistenziale”, chiedono di migliorare la comprensione di sé per migliorare la propria qualità della vita.

Ogni forma di malessere o disagio o richiesta “nasconde” e “rivela”, al tempo stesso, un “messaggio per la persona”, un messaggio che, decodificato, può fornire indicazioni fondamentali per affrontare e superare il momento critico o evolutivo che ha portato alla richiesta d’aiuto.

Preso atto della sofferenza specifica e di come si annida nelle relazioni della persona, nel suo modo di pensare di agire, si tratta di cogliere il senso del messaggio contenuto nel disagio per “tracciare e riprendere le linee evolutive dello sviluppo bloccato”, impedito, represso, che i sintomi stanno a segnalare.

Rintracciare ed esplorare i “nodi emotivi” che la persona presenta (dolore, rabbia, paura, tristezza, vergogna, preoccupazione, frustrazione, delusione, vuoto, smarrimento, ecc.) è un modo per togliere ai sintomi la fonte del loro (ri-)presentarsi.

Il malessere sintomatico è il modo in cui la persona comunica a se stessa e al mondo che c’è qualcosa nella sua vita che non va, che alcuni bisogni e parti vitali di sé stanno soffrendo eccessivamente, quindi è un richiamo a mettere in discussione il suo attuale assetto di abitudini di comportamento e di pensiero, il modo in cui la persona porta avanti la sua vita, le sue relazioni, i suoi affetti.

Capire il senso del sintomo vuol dire togliergli il motivo del suo esistere.

La terapia aiuta la persona a trovare il senso del sintomo per riprendere il senso e la direzione della sua vita…

Oltre l’etichetta stigmatizzante

Molte persone che arrivano in terapia portano con sé una diagnosi, alcune volte fatta da soli, via internet (sigh!), spesso fatta da qualche altro specialista consultato precedentemente o fatta dal medico di base (solitamente una generica “forma ansiosa e/o depressiva”). Se non hanno questa diagnosi, spesso è la prima cosa che chiedono. Cos’ho? Qual è il mio disturbo?
Per molte persone avere una diagnosi, rientrare in una categoria, è importante; li rassicura rispetto all’avere questa o quest’altra “malattia” e in qualche modo offre loro un certo grado di prevedibilità perché se sanno “quello che hanno”, sanno anche o dovrebbero sapere quale sia la cura appropriata.
Di fatto non è proprio così. Non è propriamente così che funziona la psicoterapia. La diagnosi può essere importante come riferimento, se fatta in modo opportuno. Resta comunque un riferimento. Nel campo psichico, molto più che in campo medico biologico, le diagnosi rappresentano grandi contenitori che vanno riempiti con la specificità della persona. Forse chi soffre di gastrite ha molti tratti in comune con tante altre persone che “hanno” la gastrite. In campo psicologico, due depressi possono essere molto differenti tra loro, così come due ansiosi, due ossessivi, due borderline, due dipendenti e così via. La specificità della persona, della sua storia, della personalità fa la differenza. Un’enorme differenza.
La psicoterapia si basa, più che sulla conoscenza delle caratteristiche della categoria diagnostica (spesso solo un’etichetta fuorviante), molto di più sul funzionamento specifico di quella persona nel suo ambiente di vita (famiglia, lavoro, amicizie, ecc.): i suoi modi di pensare, i suoi modi di interagire e reagire agli altri, i suoi modi di vivere ed esprimere le emozioni, i suoi modi di comportarsi, le sue abitudini tipiche, la sua visione del mondo e della vita, i suoi scopi e valori fondamentali. Su questi aspetti si concentra in maniera fondamentale il lavoro psicoterapeutico. Sull’aiutare la persona a “prendere dimestichezza col suo mondo interiore” (pensieri, emozioni, ferite, traumi, bisogni, desideri, progetti, sogni, ecc.), a conoscere le sue “abitudini” sane e insane, i suoi “punti di forza e le sue fragilità”, le sue risorse e i suoi limiti, in che modo l’ambiente materiale e affettivo in cui vive può essere di “sostegno” o di “ostacolo” alla piena realizzazione del suo progetto di vita.
Questa enorme differenza tra “etichetta giudicante e stigmatizzante” (solo parzialmente rassicurante) e “funzionamento specifico della persona nella sua unicità irripetibile” è fondamentale prima di tutto per il paziente che impara a conoscersi meglio, per imparare a guidare con maggiore “consapevolezza” la sua vita, ad agire con maggiore “responsabilità”, non in base ad una diagnosi o al nome di una malattia, come nemmeno in base al nome di tre o cinque caratteristiche della personalità (pigro, estroverso, brillante, irrequieto, cupo, entusiasta, ecc.), piuttosto in relazione ad una “conoscenza di sé più appropriata, fine, sottile e profonda”.

Di cosa hai paura quando ti senti in ansia?

Per affrontare l’ansia è importante individuare, il più chiaramente possibile, quali paure proviamo quando ci sentiamo ansiosi.

Spesso tendiamo ad usare indifferentemente le espressioni “ho l’ansia” e “ho paura”. È importante distinguere le due esperienze soggettive e comprendere i nessi tra loro. In particolare, l’ansia contiene sempre una o diverse paure che possono essere più o meno consapevoli e chiare nella mente della persona.

Di cosa hai paura quando sei in ansia per un nuovo appuntamento sentimentale? Cosa temi quando sei in ansia per un colloquio di lavoro? Quale bisogno senti minacciato quando sei in ansia per un esame? Cosa ti spaventa quando sei in ansia per la “prima volta”? Da cosa sei terrorizzato quando sei in ansia rispetto al prendere l’aereo? Cosa temi quando sei in ansia “da gelosia”? Di cosa hai paura quando sei in ansia per la tua salute o per quella di un tuo caro? Cosa temi possa accadere quando sei in ansia di fronte alla possibilità di dire chiaramente cosa pensi ad una persona? Cosa ti angoscia quando sei in ansia per ciò che una persona per te importante potrebbe dire o fare? In tutte le situazioni in cui provi ansia di cosa effettivamente hai paura? Cosa potrebbe succedere di “negativo” e che tu vorresti non accadesse? Che potrebbe succedere se perdessi il controllo? La tua paura di impazzire quando sei preda del panico è paura di che cosa?
La paura accompagna sempre un desiderio, un bisogno, uno scopo, qualcosa che vogliamo fare, uno stato che vogliamo raggiungere ed esprime sempre l’anticipazione o la previsione di:

una minaccia ad uno scopo personale (potrei non ottenere quel lavoro)

la possibilità di un danno (potrei scoprire di avere una malattia)

la mancata soddisfazione di un bisogno (potrei non piacere all’altra persona)

la mancata realizzazione di un desiderio (potrei non essere capace o all’altezza della situazione).

La previsione negativa che spaventa riguarda, insomma, l’immagine o l’idea di uno scarto tra una situazione desiderata “positiva” ed una situazione “negativa” che si potrebbe verificare. Ad esempio, stasera hai un appuntamento con una persona che ti piace tanto e sei un po’ in ansia. Un po’ poco? Un po’ tanto? Di che hai paura? Qual è la cosa peggiore che potrebbe succedere? Cosa rischi di perdere o non ottenere?
In alcuni casi, lo scopo in gioco è la salute e quindi la vita, la sopravvivenza, propria o di persone care. Sto in ansia per un responso medico che deve arrivare…

In altri casi, temiamo per la nostra reputazione, temiamo il giudizio degli altri e quindi temiamo di perdere o affossare la nostra immagine sociale “buona e positiva”. Sto in ansia per una figuraccia che potrei fare…

Altre volte, temiamo di perdere la stima di noi stessi, di non sentirci all’altezza dei nostri standard, del valore a cui aspiriamo come persona. Sto in ansia per il risultato del mio esame o per come potrebbe essere andato il concorso…

In altri ancora, la paura più grande è di perdere l’affetto e la stima di persone importanti per noi. Sto in ansia perché se mi bocciano chissà come reagiranno i miei… Sto in ansia perché se il mio amico si accorge che l’ho tradito…

Conoscere precisamente di cosa abbiamo paura ci permette di capire di cosa effettivamente abbiamo bisogno per fronteggiarla e cosa possiamo efficacemente fare per eliminarla o ridurla ai minimi termini o quali altre strategie ci possono essere utili per rassicurarci e rasserenarci. O per “sopravvivere”, “vivere” e “andare avanti” nonostante il verificarsi del danno temuto… Della serie: solo alla morte non c’è rimedio!!! Solo alla morte non c’è rimedio? Ogni persona ha la sua personalissima risposta… Che può anche modificarsi nel tempo…

Fobico

Le persone fobiche vivono dentro un guscio. Protettivo e limitante al tempo stesso. Ne hanno bisogno eppure desiderano romperlo, uscire fuori, vivere liberi.
Una persona può essere “fobica” come modo di essere nel mondo, come modo di interagire con gli altri, come modo di pensare e agire, anche se nell’arco della vita potrebbe non sviluppare mai una sintomatologia fobica. È più una struttura di personalità, un modo di dare significato alla vita, agli eventi, a se stessi, al mondo.
Il fobico lotta continuamente tra bisogno di sicurezza, prevedibilità, protezione da un mondo vissuto come pericoloso e bisogno di libertà, autonomia, espressione di sé. Tenta di conciliare questi due bisogni che in qualche modo percepisce come inconciliabili, ai quali non sa comunque rinunciare, non riesce, non può rinunciare in quanto entrambi fondamentali. Sentendosi piccolo e fragile al cospetto di una realtà minacciosa, ha bisogno di una figura protettiva; il prezzo da pagare per sentirsi protetto è un senso di soffocamento, costrizione, limitazione. Il bisogno di protezione presenta il conto della limitazione e della dipendenza. Il bisogno di essere liberi mette di fronte alla paura di essere soli.
Il fobico ha una paura generalizzata di un mondo minaccioso, anche se questa minaccia non sempre è chiara nella sua testa. Ha paura di sé, dei suoi pensieri, delle sue emozioni, di ciò che potrebbe fare. Della propria debolezza e incapacità a fronteggiare i pericoli. Ha paura degli altri alternativamente vissuti come pericolosi, inaffidabili, giudicanti, imprevedibili, rifiutanti. Ha paura del mondo e della vita troppo pieni di insidie, sorprese, trabocchetti, incertezze, contrasti.
Il fobico ha sempre con sé l’immagine di una futura catastrofe imminente, più che possibile, gravissima, molto più che probabile e che non sarà in grado di affrontare, non potrà reggere, rispetto alla quale non ci sarà via di ritorno, né possibilità di uscirne salvo. Laddove questa salvezza a volte può intendersi rispetto alla paura della morte vera e propria, altre volte rispetto ad un’immagine di sé che potrebbe uscirne devastata da umiliazione e vergogna, altre ancora la mancata salvezza deriverebbe dal giudizio altrui, tanto temuto rispetto ad una propria perdita di controllo che porterebbe la persona a mettere in atto comportamenti bizzarri folli, riprovevoli.

Il fobico, come ogni essere umano, desidera naturalmente esplorare e conoscere il mondo, se stesso, gli altri, la diversità esterna e lontana da sé. Al tempo stesso, fin da bambino, ha imparato ad aver paura dell’esplorazione. I suoi genitori (più di frequente, ma non necessariamente, la madre) , temevano si facesse male, piccolo e fragile di fronte ad un mondo troppo minaccioso per lui; i suoi genitori non riuscivano a stare soli e lo tenevano a sé; i suoi genitori erano imprevedibili e lui non poteva rischiare di allontanarsi con la paura di non ritrovarli. Quindi, precocemente, per rassicurare e rassicurarsi, per consolare e consolarsi, il bambino si è organizzato per intrattenere relazioni basate sulla stretta vicinanza e il controllo. E il desiderio esplorativo che fine ha fatto?
Il fobico tende, in modo più o meno consapevole, a creare relazioni (nelle amicizie, in coppia, sul lavoro, ecc.) basate sulla necessità avvertita come irrinunciabile di una completa disponibilità dell’altro, spesso in un rapporto in cui non esiste reciprocità (due pesi e due misure). L’impronta originaria, come accennato, è quella di relazioni primarie ansiose e ansiogene quando i genitori del futuro fobico gli presentarono un mondo minaccioso, imprevedibile, pieno di insidie al cospetto di un sé debole, incapace di fronteggiarlo… senza la presenza di un altro “protettivo”. Oggi, nelle relazioni attuali, l’altro, sia esso amico o partner, genitore maturo o collega, è avvertito dal soggetto come indispensabile regolatore della propria ansia e paura e con ciò vissuto come fonte di rassicurazione, ma anche di rabbia per la dipendenza.
Il fobico ha paura della costrizione (sentirsi obbligato, vincolato, in trappola …) come ha paura della libertà (sentirsi in potere di… liberare i propri desideri… ).

Il fobico, oltre che un tipo di personalità e un quadro sintomatologico, è anche… ciascuno di noi che, nell’arco di tutta la vita, cerca di integrare sicurezza e libertà, questi due grandi contenitori esistenziali che tanta parte hanno nel regolare il nostro comportamento e le nostre relazioni.

La terapia con le persone con un’organizzazione fobica della personalità ovvero che tendono a guardare il mondo e vivere la vita in modo fobico si basa su alcuni riferimenti essenziali:
– connettersi con e rielaborare la propria storia di vita, di relazioni insicure, di latte e ansia, di ferite dolorose e scelte “prudenti”
– integrare una giusta dose di sicurezza e libertà, ad avere punti di riferimento stabili, ma anche a sviluppare una certa propensione a scelte coraggiose, in vista dell’ignoto, in previsione di qualcosa di stupendo che però ancora non è perfettamente conosciuto
ampliare la propria zona di comfort, lasciando albergare dentro di sé pensieri nuovi e sconosciuti, emozioni mai provate prima, desideri ed eccitazione, comportamenti tutti da inventare, luoghi da visitare, sorprese da scoprire, paure da ingannare
accogliere dentro di sé la molteplicità contraddittoria dell’essere umano, dell’essere umani e quindi imperfetti, ambivalenti, plurali, esploratori e stanziali, puliti e sporchi, precisi e caotici, forti e deboli, “buoni” e “cattivi”, abitudinari e creativi, simpatici e antipatici, generosi ed egoisti, affidabili e imprevedibili, paurosi e coraggiosi, liberi e vincolati, autonomi e dipendenti, fedeli e traditori, solidi e anche in trasformazione, con le radici e con le ali
rivisitare in modo critico e autenticamente fondato il sistema di “regole” di pensiero e d’azione con cui la persona è cresciuta e che oggi possono essere riscritte alla luce di una nuova consapevolezza di sé, meno ancorate al bisogno di prevedibilità e controllo e maggiormente ispirate dal desiderio di esplorare, di conoscere, di vivere ed esprimere se stessi in modo creativo
– prendere dimestichezza col proprio mondo interiore che non è fatto solo di paura, catastrofe, minaccia. Superare la paura delle proprie emozioni. Imparare a conoscerle ed esprimerle in modo sano, utile ed efficace. Riconoscere i propri bisogni imparando a chiedere e a dire no quando è sano, utile, necessario. Legittimare i propri desideri, creando occasioni per realizzarli. Scoprire i propri valori più autentici e farne guida del proprio stare al mondo, con se stessi e con gli altri
superare la visione rigida delle relazioni e abbandonare “la manipolazione delle relazioni”: imparare a stare in relazioni intime, soddisfacenti e protettive senza sentirsi soffocati; imparare ad essere autonomi e indipendenti, all’interno di relazioni comunque appaganti affettivamente, senza sentirsi soli e abbandonati
– imparare a percepire il mondo meno minaccioso e se stessi comunque più capaci di affrontarlo, di cavarsela e di rassicurarsi
imparare a stare con gli altri, nell’amore, nella condivisione, nel gioco e non solo per sentirsi sicuri e protetti
imparare a stare anche da soli, una solitudine che nasca non dall’evitamento, dal ritiro interpersonale e dalla chiusura in se stessi, ma che possa essere una solitudine attivamente ricercata, fonte di gioia, pienezza e creatività

Ovviamente il tutto al servizio di scelte consapevoli e responsabili, basate sulla ricerca della soddisfazione di bisogni e desideri autentici all’interno di un rapporto adeguato con la realtà, in cui farsi carico delle conseguenze delle proprie azioni, nel rispetto di sé e degli altri…

Bibliografia di riferimento
Attili G. Attaccamento e costruzione evoluzionistica della mente. 2007. Cortina
Bara B. G. Nuovo manuale di psicoterapia cognitiva. 2005. Bollati Boringhieri
Bowen M. Dalla famiglia all’individuo. 1979. Astrolabio
Bowlby J. Una base sicura. 1989. Cortina
Guidano V. F. La complessità del sé. 1988. Bollati Boringhieri
Guidano V. F. Il sé nel suo divenire. 1992. Bollati Boringhieri
Lichtenberg J. Psicoanalisi e sistemi motivazionali. 1995. Cortina
Lorenzini R., Sassaroli S. La paura della paura. 1987. NIS
Lorenzini R., Sassaroli S. Cattivi pensieri. 1992. NIS
Stolorow R. D., Atwood G. I contesti dell’essere. 1995. Bollati Boringhieri
Ugazio V. Storie permesse storie proibite. 2012. Bollati Boringhieri

5 STRATEGIE PER FRONTEGGIARE IL LOGORIO DEI TEMPI MODERNI …

Ansia, panico, stress, depressione, sensi di colpa, senso di inadeguatezza sono parole abusate nel linguaggio comune, sono espressioni linguistiche di un mal-essere originato dalle vicissitudini quotidiane in questi “tempi moderni”.
Queste “parole carrozzone” contengono il riferimento, quasi sempre inconsapevole, a stati d’animo negativi ed emozioni tossiche che ci assediano da più parti. Lo stress delle corse quotidiane, il tempo che non basta mai, la coperta sempre troppo corta, la gente che non si rende conto di come agisce, chi parla senza connettere lingua e cervello. Tutte espressioni e immagini che fanno riferimento al nostro comune stress quotidiano. E progressivamente corpo e mente si ammalano. Cominciamo a sviluppare piccoli grandi acciacchi a livello somatico (stanchezza diffusa e permanente, difficoltà di respirazione e sospiri continui, tachicardia, mal di testa costante, disturbi gastrointestinali, incapacità di rilassarsi, tensione muscolare in diversi distretti corporei), piccole e grandi lacerazioni dell’anima (irritabilità, agitazione, suscettibilità, ansia continua o facilmente attivabile, sfiducia, insoddisfazione, malcontento, bassa autostima, senso di impotenza e impossibilità al cambiamento), abitudini malsane (sonno disturbato, alimentazione dis-regolata, difficoltà a concentrarsi e a prendere decisioni, incapacità di risolvere i problemi, continua corsa appresso al tempo, incapacità di dedicarsi o di godere di attività di svago e relax, tendenza all’autoisolamento sociale) associate a conflitti nelle relazioni, frustrazioni all’ordine del minuto e delusioni sempre dietro l’angolo perché, ahinoi, stiamo scoprendo solo oggi che la realtà non è sempre (o quasi mai) come la vorremmo.
In particolare, un elemento problematico è il conflitto che nasce dalle energie, mentali e fisiche, che dedichiamo a curare l’immagine esteriore a discapito della cura del mondo interiore.
La necessità, soggettivamente avvertita, “socialmente orientata”, più o meno consapevolmente perseguita, di corrispondere ai modelli sociali, culturali e storici di “come dover essere” per essere “vincenti” ci procura:
stress – esaurimento di energie fisiche ed emotive con sviluppo di sintomi somatici e psichici, compresi abuso di sostanze e dipendenze varie
ansia – la prestazione deve essere sempre al limite dell’impossibile
panico – aiuto!!! Sto perdendo il controllo, sto impazzendo, sto morendo, sto perdendo me stesso
senso di inadeguatezza – sarò mai all’altezza?
senso di colpa – sono “out”, “dislike”, “pollice verso”, incapace, brutto, sporco, cattivo, perdente
depressione – non ce l’ho fatta, sono un fallito
calo dell’autostima – non valgo niente
solitudine – senso di esclusione e rifiuto, distacco e chiusura verso il contatto autentico e vitale con il mondo, con gli altri e con se stessi.
Sei consapevole di quello che “scegli”?
Quali risposte necessarie, utili e percorribili a questo progressivo ammalarsi?
Quale terapia? Quale prevenzione? Quali modelli educativi? Quali modelli di crescita “per adulti”? Quali strategie concrete?
Qual è l’atteggiamento corretto rispetto ai suddetti stress della vita quotidiana?
Cosa possiamo fare?
Ecco 5 strategie fondamentali:
1. Rallentare, fermarsi, stare. Imparare a stare nel qui-e-ora, semplicemente per vivere appieno quello che ci sta accadendo, al centro di noi stessi e della nostra vita, senza fuggire nel futuro delle cose da fare e nel passato degli errori commessi che ci perseguitano con sensi di colpa e di fallimento
2. Ascoltare le nostre emozioni, i nostri bisogni, i nostri valori. La nostra paura, il nostro dolore, la sensazione di essere alienati dalla nostra natura più squisitamente umana. Ciò che ci rende più vivi e vitali
3. Riconoscere i nostri pensieri distorti, deleteri, disfunzionali, le modalità tossiche che abbiamo di percepire il mondo e noi stessi
4. Individuare azioni più a misura “umana”, diverse da tutti quei comportamenti francamente malati (esistono altri termini per definirli?) che riempiono la nostra quotidianità di “corri e scappa”, “devi e resisti” e che ci fanno arrivare a fine giornata quasi sempre con la sensazione di frustrazione, insoddisfazione, esaurimento, “non ancora abbastanza”.

5. Governare il proprio tempo in modo più consapevole. Equilibrare le attività di dovere con quelle di piacere. Le attività solitarie con quelle che prevedono l’incontro “reale” con gli altri.

In terapia aiuto le persone a declinare “operativamente” queste cinque strategie: cosa fare? In linea con quali valori personali? In vista di quali scopi e obiettivi? Quali azioni concrete e specifiche? Quando? Dove? Con chi? In che situazioni? Sfidando quali abitudini? Affrontando quali paure? Prendendo quali rischi? Con quale prezzo da pagare?

Le maschere

Le maschere del disagio quotidiano sono tutte quelle forme attraverso cui manifestiamo il nostro mal-essere. I vari sintomi e disagi che affliggono le persone sono spesso leggibili come segnali che qualcosa nel proprio modo di condurre la vita va rivisto e regolato in modo più sano ovvero il sintomo chiama la persona a gettare la maschera, perlomeno a prenderne coscienza, verso la ricerca di un modo di essere, di pensare, di sentire di comportarsi che sia più autentico rispetto ai propri bisogni e ai propri desideri.

Le maschere che esprimono il disagio psichico sono le più svariate e hanno a che fare con l’impossibilità avvertita soggettivamente di uscire fuori da ruoli rigidi, di svincolarsi da copioni antichi, di emanciparsi da relazioni dannose.

L’ansia, da cui tutti, chi più chi meno, prima o poi, siamo assaliti, è una forma di auto-tortura, il segnale di un blocco profondo che ingabbia la nostra esistenza. L’ansia, nelle sue varie forme, è un segnale che richiama l’attenzione sul modo in cui stiamo conducendo la nostra vita. L’ansia segnala che stiamo fuggendo da noi stessi. L’ansia segnala che la persona ha incanalato la sua energia vitale in percorsi obbligati legati al “dover essere” e lontani da un reale contatto coi propri bisogni.

L’ansia è un segnale che invita ad andare oltre le proprie maschere per mettersi in contatto con la propria autenticità ovvero chiama la persona a confrontarsi con le sue scelte, con le sue ripetitività fonte di sofferenza, con la sua emotività compressa che chiede di essere ascoltata.

L’ansia è un invito all’ascolto di sé, a prendere confidenza con i propri stati d’animo e con le proprie emozioni come richiami ai bisogni, ai desideri, alla vitalità inespressa, al piacere, alla spontaneità.

L’ansia lascia intravedere la possibilità di un altro sé, tutto da costruire. L’ansia è un invito a cambiare, a rinnovarsi, a distaccarsi da vecchie abitudini e modalità.

L’ansia esprime la paura di vivere “pericolosamente” ed è un invito a rischiare; ad esplorare territori sconosciuti, a liberarsi da modelli ingabbianti; a tradire, a ribellarsi, ad emanciparsi da vincoli rigidi. A re-inventarsi. A creare una nuova forma di sé e una nuova norma per sé (riscrivere i propri “comandamenti”). A creare uno spazio personale di espressione e creatività in cui costruire continuamente la propria identità in trasformazione ed evoluzione.

Il processo di costruzione di sé, che dura tutta la vita, può essere concepito come un processo di continue identificazioni e disidentificazioni rispetto a ruoli, modelli e maschere che vengono gradualmente assimilate e interiorizzate.

Questo processo può svilupparsi attraverso un’adesione passiva, acritica, totale e totalizzante a una “maschera” (ideologie, ruoli sociali, modelli di comportamento, stili di vita) o invece come possibilità di costruzione attiva di una propria unicità e singolarità all’interno di quella “maschera”: un processo di costruzione attiva del proprio modo unico di essere al mondo.

Da un punto di vista sociale, le maschere servono alla persona per assumere ruoli e per avere un riconoscimento, mentre su un versante intrapsichico chiamano la persona ad una continua spola tra aspetti di sé autentici e aspetti di sé più di “facciata”. Il Falso sé espresso dalle maschere si struttura a partire dall’infanzia come risposta “adattiva” alle richieste dell’ambiente non sintonizzato sui bisogni del bambino, ambiente incapace di rispettarne l’unicità e di offrire un contesto favorevole allo sviluppo delle sue potenzialità innate (esperienze di non riconoscimento).

Ogni persona ha uno spazio interiore autentico, potenzialmente infinito, che nel tempo ha imparato a nascondere dietro maschere sociali, consapevoli o inconsapevoli, culturalmente condivise e avvertite come necessarie, pena il rifiuto e la disapprovazione. Oltre questa facciata c’è la propria profondità vitale che può essere ricercata affrontando la paura della solitudine e dell’incomprensione.

Il problema non è indossare una maschera, ma confondersi totalmente con essa fino a smarrire la propria identità genuina.

Le maschere nascono da come siamo abituati a vederci e a farci vedere, a essere trattati, ad essere visti in un certo modo che crea una maschera ingabbiante (lo scapestrato, il preciso, la mantide, il salvatore, il timido, la crocerossina, il malvagio, la bambola, ecc. ) che oggi ci sta stretta ma che non riusciamo o non vogliamo buttare.

Le maschere possono essere abitudini in cui ci si identifica (abiti), che danno sicurezza e orientamento, un senso di continuità e identità, ma racchiudono anche la persona in una ripetitività sempre uguale a se stessa. Un ruolo abitualmente giocato offre prevedibilità, ma limita la possibilità di accedere alla propria originale unicità. Diventiamo così schiavi di “abitudini padrone” che ci svuotano della nostra autenticità.

Le maschere, del resto, possono essere recitate consapevolmente o adottate inconsciamente. “Recitare” maschere significa anche poter accedere a diverse parti di sé, ogni maschera esprimendo un qualche aspetto di sé di cui ci si può “appropriare” in maniera più consapevole. Un gioco tra il sé che “dobbiamo essere”, il sé che “vorremmo essere” e il sé che nella realtà di fatto esprimiamo… Questo sono io, io sono la mia maschera… Questo è il mio carattere… io sono fatto così… io sono sempre stato uno che… io sono sempre io… tra maschere a cui ci sentiamo “costretti” e difficoltà a prendere contatto, conoscere e integrare diverse parti di sé che possono piacere o non piacere.

Nel percorso di crescita personale, questo io rigido e fissato su abitudini e mascheramenti vari, sempre uguale a se stesso, che offre prevedibilità e sicurezza, ma mette le catene in una sorta di auto-ingabbiamento, può gradualmente lasciare il posto ad un io multidimensionale, libero e creativo, capace di esporsi nella propria spontanea verità e rischiare giudizio e disapprovazione, rifiuto e scherno, in nome di un ampliamento delle possibilità di espressione e realizzazione di sé.

Indossare le maschere per scelta consapevole e con lo sguardo attento a come si va in giro per il mondo, con la propria maschera, può essere una strada per accedere alle diverse possibilità di espressione di sé, del proprio essere, per dare vita agli infiniti personaggi che abbiamo dentro. E questo non significa nascondersi dietro la maschera, ma “svelare. Per conoscersi e farsi conoscere. Non avere paura di sé, essere presenti a se stessi con la propria nuda essenza, con la propria interiorità profonda.

Tentare di eliminare lo stress provoca stress

In maniera intuitiva, un po’ tutti pensiamo che una cosa che ci fa male è da eliminare. Sarebbe da eliminare. Si tratti di un cibo o di un vizio, di una persona o di una cattiva abitudine, se qualcosa che è presente nella nostra vita ci danneggia in qualche modo siamo portati ad eliminarla o perlomeno a metterla in discussione, a considerarla criticamente in quanto ci crea sofferenza emotiva e/o fisica. Mangiare male ci porta in sovrappeso e ci crea problemi di salute; vizi vari (fumare, bere, eccedere in comportamenti rischiosi, ecc.) danneggiamo il nostro benessere psicofisico; alcune persone sono chiaramente per noi fonte di tensione, si tratti del partner o del capo, del vicino o di qualche categoria sociale verso la quale siamo “intolleranti”: verso queste persone tendiamo naturalmente ad avere l’idea di eliminarle, espellerle dalla nostra vita.

Questo “comprensibile” atteggiamento di eliminazione nasconde delle insidie. Come se dicessimo a qualcuno “sii spontaneo”, inducendolo quindi a comportarsi non spontaneamente perché segue le nostre direttive di essere spontaneo; o similmente, se dicessimo a qualcuno “disubbidiscimi”, lo metteremmo in una situazione paradossale, irrisolvibile (se mi disubbidisce mi sta ubbidendo…).

Fin dalla metà del secolo scorso questa modalità di comunicazione che crea un “doppio legame” è stata riscontrata in certe famiglie problematiche con membri “portatori” di gravi malattie mentali, quali la schizofrenia… Eppure sembra che tutti siamo impostati per seguire queste regole di buon senso “se una cosa ti crea sofferenza eliminala“. Non fa una piega.

Il problema, tra l’altro, è che per arrovellarci intorno a questa missione (che sa di impossibile) ci perdiamo il gusto della vita. Ci perdiamo per strada la nostra responsabilità di creare, veramente e profondamente, la vita che vogliamo.

Fai conto di avere una bacchetta magica con cui puoi eliminare ogni tuo stress, emozione negativa, persone deleterie, abitudini dannose, pensieri angoscianti e malanni fisici. Che resterebbe? Come organizzeresti la tua vita, la tua giornata, il prossimo minuto? Ecco da qui devi partire per dirigerti verso la vita che vuoi… nonostante tu ancora non abbia eliminato completamente lo stress dalla tua vita!

Quando ti si presenteranno sintomi, pensieri ed emozioni disturbanti… osservali e procedi… facendo estrema attenzione a non usarli come scuse, alibi e giustificazioni… per quello che non fai, per la vita che non vivi. Alla fine della vita dovrai rendere conto solo a te stesso di quello che hai vissuto o non hai vissuto… A lezione dalla morte

Un esempio concreto spero mi aiuti a spiegare meglio. Un paziente mi dice “mia figlia si sposa in Brasile… Ma io non riesco a prendere l’aereo… “. Partecipare lo renderebbe felice, ma non riesce a prendere l’aereo. Ha diverse possibilità.

Prendere l’aereo affrontando la sua fobia, in particolare abbandonando la credenza disfunzionale che “una cosa la devi fare senza ansia” oppure la credenza negativa che “l’ansia sarà insostenibile” (e su questi temi si lavora in terapia). In particolare, in questo caso, come in altri simili, è importante distinguere se hai paura che l’aereo cada (evento improbabile, ma assolutamente grave, da scongiurare e rispetto al quale sarebbe difficile fare qualcosa per arginare il danno temuto) o se hai paura di stare chiuso diverse ore in aereo e temi di soffocare o qualcosa del genere (evento certo quello di stare chiuso, evento grave quello di soffocare, ma quanto probabile?). Puoi distinguere la paura di soffocare dal soffocare realmente? Puoi distinguere la sensazione di soffocamento dall’effettivo soffocamento che porta alla morte? Quale certezza hai che lo stare chiuso ti porterà a “soffocarti”?

Se, per fare certe esperienze, vuoi escludere completamente la possibilità che si verifichi qualcosa che temi allora probabilmente farai ben poche cose…

Se credi di non riuscire a sopportare l’ansia dello stare chiuso in aereo e immagini di morire non lo prenderai mai in quanto l’evento che temi, la morte, è “effettivamente grave” … Sei disposto a rischiare di sperimentare ansia? Ansia equivale necessariamente a morire? Probabilmente sono pochissime le situazioni in cui ciò che temiamo ha il livello di gravità della morte…

Hai paura di morire o hai paura di morire di paura?

Quanto ti rassicura sapere che di paura non si muore? Che di paura non è morto mai nessuno? Quanto puoi tollerare l’ansia e l’incertezza rispetto a quello che accadrà?

Si tratta allora, tornando al nostro paziente la cui figlia si sposerà in Brasile,
di vivere il dolore di non riuscire a prendere l’aereo, accettarlo; vivi l’esperienza depressiva “sana” del lutto per una cosa che vorresti ma che non riesci a realizzare (prendere l’aereo e in quel modo far felice te stesso e tua figlia ). Succede. Lo so che non è facile da accettare. Ma questo è. Se diversamente non è (e anche in questo caso ci si lavora in terapia).

Contemporaneamente, puoi cercare molteplici altri modi che puoi praticare per essere felice (anche senza prendere l’aereo… o puoi andare in Brasile in altro modo o chiedi a tua figlia di sposarsi dove non devi prendere l’aereo). Puoi trovare altri molteplici modi per essere felice e realizzare la vita che vuoi, ad esempio essere un padre amorevole, anche se non sarai presente al matrimonio di tua figlia…

L’errore è pensare che la tua felicità dipenda solo ed esclusivamente da quell’aereo… Che essere un padre affettuoso dipenda solo da quel viaggio…

Da cosa dipende per te essere la persona che vuoi essere?

Quale prezzo scegli di pagare per realizzare la vita che vuoi?

La felicità non equivale a zero stress (niente ansia, niente paura, niente tristezza, niente rabbia, niente di niente…). Niente di niente sarebbe la vera morte.

La felicità è fare scelte nella direzione di ciò che per te è importante… nonostante stress, ansia e i suoi derivati.

“Tra vent’anni sarai deluso non delle cose che hai fatto ma da quelle che non hai fatto, leva l’ancora abbandona i porti sicuri cattura il vento nelle tue vele esplora sogna scopri” (Mark Twain).

Perché le persone si ammalano e … come possono guarire

Ciascuno di noi alla nascita presenta “naturalmente” caratteristiche sane, positive, “buone”. L’essere umano è dotato di propensioni all’adattamento evolutivo, tendenze innate a cavarsela e a creare un ambiente adatto alle proprie esigenze, orientamenti fondamentali alla vita e all’evoluzione, spinte interne a proteggersi e sentirsi sicuri, a crescere, ad imparare, a creare legami, ad affermarsi nel mondo e a realizzare la propria natura e le proprie inclinazioni potenziali. Di fronte all’ambiente familiare, sociale e culturale, queste disposizioni di fondo trovano maggiore o minore accoglienza e vengono più o meno agevolate nella loro espressione naturale piuttosto che frustrate, bloccate, inibite, represse. Figli della propria famiglia, tra lecito e proibito

La crescita personale, attraverso la psicoterapia o anche attraverso altri strumenti, metodi e vie, è sostanzialmente un recupero di queste potenzialità perdute, una sorta di “liberazione” del bambino naturale che eravamo in origine, ovviamente all’interno di un processo sano di adattamento alla realtà dei contesti in cui ci troviamo a vivere. L’Ombra e le maschere della vita quotidiana

Il bambino è “naturalmente” giocoso, curioso, vitale, energico, eccitato, entusiasta, ecc.. Quando viene frustrato dall’ambiente affettivo in cui cresce (famiglia e anche scuola), diventa più o meno deviato, sottomesso, adattato, represso, a seconda dell’intensità della frustrazione. Il bambino naturale “trascurato”, “non visto”, “non ascoltato”, “non considerato”, insomma frustrato nei bisogni fondamentali di crescita, impara a stare al mondo in base alle condizioni ambientali, affettive e materiali che ha incontrato. La scelta più intelligente che hai fatto È sulla ferita infantile che quel bambino impara a sentirsi non amato e non meritevole, a sentirsi colpevole e sbagliato, a non dare valore a ciò che pensa, a non legittimare ciò che prova, a non saper esprimere le proprie emozioni e i propri pensieri, a non agire per soddisfare i propri bisogni e desideri, che ha imparato a credere non importanti. Il bambino ferito Questi sentimenti antichi, in particolare l’angoscia di rifiuto e abbandono che il bambino ha vissuto per paura delle conseguenze nel caso avesse agito in modo “naturale”, determinarono in lui una “selezione inconscia” di ciò che era possibile e ciò che non era consentito, di cosa poteva dire e cosa non poteva dire, di cosa poteva fare e cosa no.

Tanto più la frustrazione del bambino è precoce tanto maggiori saranno le difficoltà che incontrerà come adulto in futuro. Il repertorio comportamentale attuale si è creato in quelle condizioni e successivamente consolidato negli anni. Più la ferita è stata precoce e intensa e maggiormente ha sollecitato reazioni problematiche di adattamento che sono nel tempo diventate “automatismi inconsapevoli” presenti anche nei comportamenti adulti. I comportamenti autosabotanti

Le metodologie terapeutiche (individuale, coppia, famiglia, gruppo) agiscono a diversi livelli di profondità per andare a rintracciare le origini antiche della ferita primaria. In particolare, la persona in terapia viene aiutata a “ricontattare” la sofferenza antica, proprio a “risentire qui e ora ciò che sperimentò lì e allora”. Per “darsi il permesso interiore” che i propri genitori non le diedero, non diedero al bambino che è stato. Per “riscrivere le decisioni” prese allora sul modo migliore per cavarsela. Guarire le ferite dell’infanzia

Il cambiamento è possibile proprio grazie al rivivere, nel contesto protetto e sicuro della relazione terapeutica, certe esperienze emotive in cui quelle decisioni antiche vennero prese. Solo ricontattando quel nocciolo emotivo la persona riesce veramente a cambiare, a sentire che ce la può fare, a fare qualcosa di diverso, a superare la paura di agire come non ha mai fatto per timore di ciò che poteva accadere.

Messa così sembra la solita retorica dei genitori colpevoli di figli di un’infanzia infelice. In realtà, tranne alcune situazioni di palese disturbo psicopatologico del genitore e conseguente comportamento trascurante e negligente (violenza o assenza o distorsione di una funzione genitoriale sana), ricontattare il bambino ferito per prendersene cura (in terapia e poi nella vita quotidiana) non significa colpevolizzare i propri genitori o il passato in genere. Riprendere contatto con la ferita antica rischierebbe di essere solo uno sterile sfogo nemmeno troppo catartico, nemmeno troppo soddisfacente, sicuramente poco efficace per curare la ferita. 3 tipi di lamentela Significa, piuttosto, accettare ciò che è successo come … ciò che è successo. È andata così…

Se possiamo rintracciare effettivamente alcune carenze dei nostri genitori, che sono stati iperprotettivi o poco presenti, indulgenti o eccessivamente severi, senza regole o troppo rigidi, possiamo comunque anche realizzare che ci hanno amato come sapevano fare, ci hanno amato come ci hanno amato.

Per una cura della ferita realmente trasformativa in terapia, accanto a sentimenti dolorosi di tristezza, angoscia, rabbia, paura, ecc. che vanno visti e affrontati affinché la persona possa finalmente “chiudere conti in sospeso” (e spesso questo non ha bisogno necessariamente di un confronto reale con il proprio genitore, che può essere anche morto), è anche importante far emergere sentimenti di profonda comprensione e gratitudine per come i nostri genitori hanno svolto il loro ruolo con amore. Amore…

Per chi ha la fortuna di essere genitore probabilmente è anche più “facile” comprendere come sono stati i propri genitori, quello che ci hanno dato, come ci hanno cresciuto, come ci hanno aiutato ad essere la persona che siamo… Un genitore sufficientemente perfetto Possiamo ricordare diverse esperienze negative, quando ci siamo sentiti incompresi o giudicati, non considerati o maltrattati, ma probabilmente ciascuno di noi, anche la persona più ferita, addolorata e rancorosa coi propri genitori, accanto al necessario processo di lutto per il genitore di cui aveva diritto e bisogno e che forse non ha mai avuto, può accedere anche a ricordi di momenti piacevoli e gesti d’amore, durezza insieme a tenerezza, distanza e anche calore…

Integrare dentro di sé questo genitore “buono” col genitore “cattivo” ci apre la strada ad una maggiore compassione verso il nostro bambino ferito, ma anche verso la ferita dei nostri genitori, e ciò ci permette di liberarci anche di tante catene di odio, rancore, risentimento, ingiustizia che per troppo tempo ci siamo portati dietro…

Interrogare gli attacchi di panico

Gli attacchi di panico sono manifestazioni estremamente diffuse a livello sociale. La persona che soffre di panico vive un’esperienza soggettiva devastante dal punto di vista psicologico e fisico. L’attacco di panico si è presentato come paura di morire, di perdere il controllo, di impazzire, di non essere più se stessi. Successivamente al primo (a volte unico) attacco di panico, la persona comincia ad aver paura di risperimentare quella paura originale e finisce per organizzare il suo comportamento intorno a massicci e progressivi evitamenti di situazioni, luoghi, persone. La vita diventa estremamente limitata e insoddisfacente. La depressione fa capolino per lo stravolgimento di vita che la persona subisce.

Quando la persona arriva in terapia sta portando un’intera esperienza di vita segnata dal panico. Ovviamente la sua richiesta è di “guarigione”, di eliminazione del sintomo e della sofferenza.

Ogni approccio terapeutico ha un suo modo di concepire e affrontare il panico, più o meno condiviso e integrabile con altri approcci. La ricerca scientifica va nella direzione di validare maggiormente alcuni approcci (cognitivo-comportamentale, strategico breve, integrazione della farmacoterapia) focalizzati primariamente sulla riduzione sintomatica, anche se poi in questi “casi risolti” sono frequenti “spostamenti” dell’area della sofferenza, per cui una persona riduce certi aspetti sintomatici sicuramente invalidanti solo che la sua qualità di vita migliora in minima parte sul piano affettivo e interpersonale. A quel punto appare necessario integrare altri interventi terapeutici che, oltre alla riduzione sintomatologica, invitino ad un lavoro su di sé a livello esistenziale, relazionale.

La persona assediata dal panico ha una visione del mondo come pericoloso e un senso di sé come debole e incapace di affrontare le potenziali esperienze minacciose; focalizza e ingigantisce esperienze e scenari catastrofici immaginati, ha difficoltà a dare la giusta rilevanza alle esperienze che vanno in una direzione contraria al pericolo. Tipicamente il panicato manifesta un certo grado di incapacità a “leggere” le proprie emozioni; in particolare, le sensazioni fisiologiche dell’emozione “paura” (tachicardia, sudorazione eccessiva, rossore, tremori, mancanza d’aria, ecc.) le interpreta in modo distorto: non come segnali del timore che qualcosa accada, ma come prova che tale terribile minaccia sia proprio in corso. In tale quadro, la persona avvolta e stesa dal panico interpreta come gravemente minaccioso per la propria sopravvivenza ogni evento o stimolo in grado di attivare il funzionamento neurovegetativo. Mantiene un’osservazione ossessiva di controllo sulle proprie sensazioni fisiche e psichiche e interpreta ogni movimento interno ed esterno come minaccia potenziale.

La persona panicata adotta comportamenti che ricercano rassicurazione e di fatto finiscono per alimentare il vissuto di insicurezza e le credenze di auto-svalutazione e vulnerabilità di fronte a qualcosa di insormontabile. Ogni tentativo di raccogliere fonti di sicurezza esterne finisce per confermare un vissuto di sé incapace di governare da solo il proprio stato, la propria vita.

La persona in preda al panico, con l’obiettivo di non risperimentare la paura di perdere il controllo e morire, organizza la sua vita sull’evitamento. Ma ciò non garantisce di fatto una sensazione di reale rassicurazione (nucleo centrale dell’ansia patologica rispetto all’ansia “normale” in cui la persona riesce a trovare e utilizzare fonti di rassicurazione) e finisce solo per restringere il proprio spazio vitale ed espressivo.

La terapia può aiutare la persona a cercare qualcosa di più del pur legittimo desiderio di eliminare il sintomo. La persona può essere guidata a superare la cura del sintomo per imparare prendersi cura di sé, non solo eliminare il disagio e la limitazione, ma farsi carico in toto delle proprie angosce quotidiane, di come si sta affrontando la vita, di quali scelte stanno determinando il proprio malessere e di quali altre possibilità ci sono per creare una vita veramente calata sui propri bisogni e valori.

È possibile allora portare il paziente a sviluppare ed elaborare una lettura diversa sul senso dell’esperienza panico. Un modello di lettura simbolico-relazionale-esistenziale valido per gli attacchi di panico e, più in generale, per le forme del mal-essere psichico.

L’attacco di panico, così come ansia e depressione, altre etichette diagnostiche di cui si fa un ab-uso “troppo generalizzato e generico” (dagli studi dei medici di base fino alla diffusione nei mass media), richiamano l’importanza di un atteggiamento di decodifica del “messaggio espresso dai sintomi”. Sono segnali del mal-essere di una persona, espressioni del suo modo di condurre la vita di sofferenza, disagio, limitazione e perdita di creatività e vitalità.

L’attivazione fisiologica del sistema nervoso autonomo ha un corrispettivo specifico nella formazione dei sintomi che appartengono all’esperienza (sensazioni soggettive vissute) del panico e questi appaiono fenomeni simbolici rispetto al mondo affettivo e relazionale della persona.

Il messaggio “esistenziale” fondamentale del mal-essere è: “guarda che qualcosa nella tua vita non va, qualcosa nella tua vita va messo in discussione, qualcosa nella tua vita va modificato”.

Il panico segnala ed esprime una crisi del proprio modo abituale di essere, di stare al mondo e nelle relazioni, richiama alla necessità di un superamento di sé, quindi invita a seguire le opportunità che la crisi contiene, gli elementi di “rottura” per “re-impostare” la direzione della propria vita.

Il panico è un richiamo alla propria liberazione: inizialmente può sembrare solo portatore di sofferenza, di fatto offre l’indicazione di una o più strade percorribili verso un rinnovato ben-essere, per uscire fuori da gabbie e prigioni auto-imposte, oltre vecchie norme e forme di sé, oltre vecchi ruoli, oltre vecchi imperativi interiorizzati sul dover essere e dover fare.

I sintomi tipici dell’attacco di panico, come riconosciuti e definiti a livello internazionale, offrono spunti esplorativi ad uno sguardo attento alle dinamiche affettivo-relazionali.

La sensazione generale di chi vive il panico è di un attacco sconvolgente di paura. La paura è l’emozione che sperimenta ogni organismo animale di fronte alla percezione di un pericolo o di una minaccia e prepara ad affrontare quel pericolo allo scopo di favorire la sopravvivenza e l’adattamento. Come tutte le emozioni, la paura è associata all’emergere di un bisogno fondamentale rispetto a cui funziona da segnale per attivare i comportamenti necessari a rispondere a quel bisogno. La paura attiva un bisogno di protezione a cui l’organismo risponde con una reazione di attacco o fuga rispetto al pericolo e con la ricerca di vicinanza ad una figura di attaccamento e protezione.

Da un punto di vista simbolico-relazionale, attraverso l’uso di domande specifiche che focalizzano l’attenzione su aspetti di vita sensibili, il terapeuta guida il paziente ad adottare uno sguardo esplorativo sul suo mondo interno (pensieri, emozioni) e su come gestisce attualmente la sua vita quotidiana (relazioni, famiglia, lavoro, tempo, ecc.). Ad esempio, si accompagna la persona che soffre di “paura della paura” con queste domande: di cosa ho paura in questo momento della mia vita? Cosa mi stressa? Cosa rappresenta una minaccia per me nelle mie relazioni attuali? Quali richieste eccessive sento di dover fronteggiare, al lavoro, in famiglia, in altri ruoli o situazioni? Quali mie relazioni rappresentano un carico di richieste e prestazioni “al limite del possibile”?

Per rispondere a queste richieste del quotidiano, del momento di vita attuale o recente (richieste altrui e richieste “auto-imposte”) l’individuo deve attivarsi, ha bisogno di energia; il suo corpo si attiva attraverso un aumento della frequenza respiratoria che garantisce l’ossigeno necessario: la sensazione soggettiva è la “fame d’aria”, quasi un senso di soffocamento. Quali miei spazi vitali sento “soffocati” attualmente? Quali relazioni sono “soffocanti” per me oggi? In quali strettoie mi sono messo nei vari contesti di vita quotidiana?

La percezione di pericolo attiva nell’organismo una necessità di “fronteggiare” a cui di fatto non corrisponde una minaccia reale (come poteva esistere per i nostri antenati). Le “sfide” della vita, gli “alti standard” che poniamo a noi stessi richiedono quindi un’attivazione psicofisiologica a cui non corrisponde una reale possibilità di “espressione e scarica”: da cosa mi sento pressato? In che cosa sto perdendo l’equilibrio? In che cosa sono disorientato e smarrito?

Le aumentate necessità di ossigeno dell’attacco-fuga attivano il funzionamento del cuore che deve aumentare i carichi di lavoro per pompare il sangue con maggiore frequenza e intensità per garantire un afflusso significativo dell’ossigeno ai distretti corporei interessati al maggior fabbisogno, in particolare i muscoli periferici per essere pronti alla competizione e il cervello per governare adeguatamente il comportamento: il correlato fisiologico di questo lavoro extra del cuore è la sensazione di tachicardia, le palpitazioni. In che cosa e da che cosa mi sento oppresso e costretto? Cosa vorrebbe uscire e non riesce ad uscire? Cosa non mi sto permettendo in questo momento?

Ancora seguendo le vie simboliche indicateci da altri sintomi del panico: in che modo sto perdendo contatto con la realtà? Con la realtà delle piccole grandi cose del quotidiano? In che modo tutto questo sconquassa il mio senso d’identità, ciò che so di me stesso e chi credo di essere? In che modo stanno traballando alcune mie certezze? In che modo sono sollecitato a cambiare alcuni miei atteggiamenti fondamentali? Sollecitato da chi? Da quali mie esigenze emergenti? In che modo sto rivisitando o devo rivisitare la gerarchia dei miei bisogni, delle mie priorità, dei miei valori?

Con chi devo “combattere”? Da chi e da cosa devo “fuggire”? Quanto sto indossando o ho indossato una maschera di efficienza che non corrisponde ad una sensazione interna di sicurezza e solidità? In che modo sto indossando una maschera che non corrisponde ai miei moti interni più autentici e ai miei bisogni più importanti ora? Come sto “manipolando” le mie relazioni per apparire ciò che non sono?

Cosa non mi va giù? Cosa non riesco a digerire? Cosa mi crea tensione? Da quali pesi sono gravato? Da cosa sono appesantito? Di cosa è necessario che io mi alleggerisca? Cosa devo lasciare indietro? Cosa devo abbandonare per andare avanti in maniera efficace?

Quali sono i rami secchi che devo togliere dalla mia vita? Relazioni aride? Rapporti stantii? Ripetizioni sterili di situazioni e rapporti?

Cosa sto focalizzando in questo momento della mia vita? A cosa devo prestare veramente attenzione? Cosa mi mette in allarme? In che modo sono focalizzato su esperienze che distolgono la mia attenzione da cose veramente significative per il mio benessere? In che modo devo cambiare e ho paura di cambiare? Quali conflitti assalgono la mia esistenza ora?

In sintesi: di fronte a un pericolo reale, realizzato o incipiente, l’attivazione corporea è necessaria per approntare la risposta che garantisce la sopravvivenza e l’attacco o la fuga rappresentano le naturali azioni di sfogo dell’attivazione fisiologica. Il soggetto tendente al panico, invece, interpreta erroneamente, in senso catastrofico, le fisiologiche temporanee modificazioni dell’equilibrio psicofisico legate alle necessità di far fronte alle evenienze stressanti della vita. L’attivazione somatica non trova un reale pericolo da fronteggiare e resta “bloccata in se stessa” fino ad alimentare un circolo vizioso di amplificazione dell’attivazione fisica che sfocia nell’attacco di panico come sfogo necessario e utile per scaricare l’accumulo di energia e attivazione.

Che fare?

Seguendo un approccio integrato al mal-essere esistenziale del panico esistono diverse linee evolutive della cura, diversi ambiti di intervento sempre presenti, diverse aree di sé cui prestare attenzione:

  • cura dei sintomi: integrazione del farmaco se necessario, tecniche di respirazione e rilassamento, esposizione graduale alla paura e alle situazioni temute
  • relazioni di attaccamento primarie e rappresentazioni interne: lavoro sul copione di vita per “ri-scrivere” modi fondamentali di stare al mondo e governare se stessi nelle relazioni. Cura delle ferite antiche e recupero di un assetto di personalità adulto che sa stare nella realtà, consapevole dei propri valori e bisogni, responsabile di agire in base ad essi
  • cura e sviluppo dell’intelligenza emotiva: capacità di conoscere ed esprimere in modo adeguato le proprie emozioni
  • ristrutturazione del dialogo interno: pensieri disfunzionali e convinzioni limitanti
  • training di comunicazione efficace nelle relazioni: imparare a fare richieste e a dire no
  • approccio motivazionale focalizzato sull’azione: la persona è guidata più direttamente ad agire in maniera diversa dal solito, a modificare concretamente atteggiamenti, comportamenti e stili relazionali, a sperimentare specificamente nuove modalità di comportarsi.

Il panico come metafora del restringimento vitale ed espressivo richiama in generale ad un concetto trasversale ad ogni percorso di crescita: quando indossiamo certe “maschere” le nostre parti “tras-curate” reclamano soddisfazione. Noi siamo sostanzialmente conflittuali per cui ogni scelta prevede una soddisfazione e un “prezzo da pagare”, parti di noi soddisfatte e parti di noi a cui dobbiamo rinunciare. Queste parti “sacrificate” vanno comunque “curate”, dobbiamo prendercene cura anche perché in un modo o nell’altro, in una forma o nell’altra, con un certo grado d’intensità, più o meno imperioso, reclamano soddisfazione, chiedono di essere riconosciute, guardate, ascoltate, curate.

Infine, se è vero che il messaggio “esistenziale” fondamentale del mal-essere è “guarda che qualcosa nella tua vita non va, va messo in discussione, va modificato”, è, in particolare, vero che questo è un invito diretto alla persona a prendersi cura di sé: a chiedere aiuto e sostegno affinché qualcuno si prenda cura di sé. Al tempo stesso, è un invito alla responsabilità personale di mettere in discussione i propri assetti abituali, ad agire concretamente per modificare certi sentieri comportamentali, relazionali, affettivi.

Chi rassicura l’ansioso?

L’ansioso si sente fragile, incapace di vivere in un mondo pericoloso, considera gli altri come minacciosi in quanto cattivi, giudicanti, rifiutanti, pronti a fregarlo. Questo suo mondo interiore si traduce quasi sempre in comportamenti di evitamento e ritiro interpersonale che finiscono per confermare la “verità” dei suoi vissuti. Qualcosa del tipo: “È proprio vero che io sono inetto, gli altri sono avvoltoi e il mondo è dei furbi e di chi sa aggredire”. La persona ha questa rappresentazione della realtà che difficilmente riesce a scalfire, anche perché spesso nemmeno la conosce o la riconosce. Vivere in un mondo così “rappresentato” è vivere in una giungla piena di insidie imprevedibili e incontrollabili rispetto alle quali l’ansioso si sente piccolo e indifeso; niente riesce a rassicurarlo e vive costantemente in attesa della catastrofe. Della morte.

In questo assetto interiore si percepisce l’impronta profonda di originarie relazioni fonte di insicurezza. Quando il bambino ha sperimentato per la prima volta queste sensazioni? Probabilmente in un tempo non archiviato nella “memoria cosciente”, sicuramente presente nella “memoria corporea”, nelle sensazioni di paura e angoscia difficili da definire eppure così devastanti, per una persona che avverte, vive, sperimenta il mondo pericoloso e sé piccolo e incapace.

Chi ha rassicurato quel bimbo da piccolo? Quanto era sicuro e tranquillo chi accudiva quel bambino? Quanto era in grado di calmare la paura del bambino e rassicurarlo? Quanto era capace quell’adulto, i genitori innanzitutto, di rassicurare prima di tutto se stesso? Come poteva funzionare da figura rassicurante se non era sicuro e tranquille esso stesso? Quali “decisioni precoci” ha preso quel bimbo per cavarsela, per trovare il modo migliore possibile di stare al mondo? Come ha imparato a governare situazioni e rapporti interpersonali? 

Spesso, vediamo oggi quel bambino nell’adulto ansioso che adotta UNO STILE comportamentale organizzato intorno all’azione ripetuta DI EVITAMENTO. I vari comportamenti di evitamento, ad esempio evitare luoghi e situazioni temute in quanto associate all’attacco d’ansia, evitare attività che provocano emozioni intense (arrabbiarsi, ma anche fare l’amore), evitare persone perché se ne teme il giudizio, evitare di stare soli, purtroppo non garantiscono di fatto una sensazione di reale rassicurazione. E ciò distingue proprio l’ansia “patologica” rispetto all’ansia “normale” in cui la persona riesce a trovare e utilizzare fonti di rassicurazione. Questi evitamenti finiscono solo per restringere lo spazio vitale ed espressivo della persona che progressivamente si riduce a vivere una vita sempre più piena di limiti e angoscia, vuota di soddisfazioni, relazioni, realizzazioni di sé. È il paradosso: l’evitamento offre un beneficio a breve termine (placare l’ansia) che a lungo termine amplifica il circolo vizioso che alimenta l’ansia in quanto la persona non si espone a situazioni che potrebbero rassicurarla in cui sperimenterebbe che non si muore di ansia e che i pericoli temuti non si realizzano.

La persona progressivamente arriva a vivere esperienze emotive quasi esclusivamente colorate di ansia e paura, alla ricerca della rassicurazione che non arriva mai. E di conseguenza cominciano ad emergere anche vissuti depressivi, senso di colpa e d’inadeguatezza, limitazioni gradualmente crescenti, insoddisfazioni sempre più frequenti, rapporti che si fanno sempre più tesi: sempre meno comprensione e sempre più distanza degli altri, rabbia, sconforto, solitudine.

Con questi accadimenti esterni ed interiori, l’ansia non è più solamente un disturbo psichico, è diventata sempre più un modo di stare al mondo. In psicoterapia si lavora per ridurre la sofferenza della sintomatologia ansiosa e, più profondamente, affinché la persona acquisisca un nuovo modo di percepire la realtà e vivere la vita, di stare con gli altri e con se stessa, di incontrare il giorno e governare la notte.