Come superare la paura

Quando ti senti bloccato o pensi a tante cose a cui hai rinunciato nella vita, a tante potenzialità perdute, da bambino e poi da adulto, invece di prendertela con qualcuno o qualcosa di esterno a te, focalizza la tua attenzione sulla tua PAURA che ti ha IMPEDITO di REALIZZARE UN’ALTRA VITA, un altro tipo di vita. Interroga questa tua paura, chiedile da cosa ti ha protetto e da cosa ti protegge ancora oggi quando non riesci a cambiare, a fare qualcosa di nuovo che vorresti o dovresti fare ma non ci riesci.
Solitamente le varie paure, più o meno consapevoli, si riducono ad una PAURA ESSENZIALE; la paura è una e protegge dalla minaccia, avvertita profondamente, di NON ESSERE AMATO e STIMATO, dal pericolo “infantile” perché così percepito dalla mente infantile che alberga ancora nell’adulto, di essere rifiutato, abbandonato, non amato, non apprezzato. Una paura INSOSTENIBILE, anzi INCONCEPIBILE, per il bambino allora e per il bambino dentro l’adulto oggi. Ad esempio, la paura di essere sbagliato, cattivo, colpevole e per questo non essere più amato…
Come superarla? Focalizza lo scenario temuto e cerca la RASSICURAZIONE che non si avvererà oppure ACCETTA IL RISCHIO ovvero comincia a comprendere che seppure si verificasse un aspetto della minaccia temuta non è detto che l’intero scenario catastrofico sarebbe realizzato. Oppure comincia a realizzare che anche si manifestasse la peggiore delle catastrofi comunque per te sarebbe SOSTENIBILE e soprattutto RIPARABILE, con la “possibilità di un dopo” tutto da costruire. Un esempio per tanti, anche la peggiore delle rotture relazionali può essere un’opportunità, un portone che si apre…

La matassa. Dal presente al passato verso il futuro

Le persone che arrivano in terapia chiedono aiuto per risolvere qualche problema attuale. Un problema esistenziale o relazionale legato al momento di vita, una sofferenza emotiva legata alle vicissitudini quotidiane, sintomi e malesseri del corpo e della mente …

All’inizio la maggior parte delle persone non sa di preciso dove andrà a parare. È ovvio che l’obiettivo è stare meglio, eliminare problemi e sviluppare capacità di risolverli, ridurre la sofferenza e prevenirne in futuro.

A volte, bastano poche mosse strategiche e la persona riesce a trovare soluzioni ai suoi malesseri. Con poche sedute o qualche dialogo mirato, la persona riesce a trovare risorse e alternative di pensiero e comportamento per cambiare quello che c’è da cambiare nei suoi atteggiamenti, nelle sue abitudini, nelle sue azioni, nelle sue modalità di affrontare i problemi quotidiani … e i problemi in poco tempo smettono di essere tali. A volte, basta cambiare tono o atteggiamento col capo o col partner, essere meno aggressivi e meno colpevolizzanti, fare richieste più chiare e precise e la soluzione arriva; a volte, per mettere a posto le relazioni, basta usare una comunicazione più efficace e consapevole o apprendere l’abilità di esprimere nel giusto modo le emozioni e i pensieri. A volte si tratta di acquisire nuove abilità o di usare quelle già possedute ma non utilizzate per migliorare notevolmente la propria efficacia e soddisfazione, a casa o al lavoro, col partner o con i figli.

A volte non funziona in modo così immediato né è indolore. Un campanello d’allarme che è utile ascoltare è quando di fronte ad una certa situazione, “apparentemente neutra o innocua”, alla quale molti rispondono in modo “tranquillo”, “pacato”, “sereno”, “sufficientemente razionale e ragionevole”… la persona si blocca o va su tutte le furie o si ritira nel silenzio o comincia a sbraitare come un ossessionato o si ritrova ad avere un qualche altro tipo di reazione “scomposta”, diversa da quella degli altri, da quella che gli altri si aspetterebbero e che la persona stessa probabilmente si aspetterebbe da sé… Cosa sta succedendo?

Bisogna cominciare a sbrogliare la matassa.

Gradualmente la matassa si dipana e dal capo iniziale, un sintomo ansioso o un umore depresso, un malessere somatico o un problema relazionale, un’“uscita dai gangheri”, la persona si addentra progressivamente nei meandri della sua storia personale, per capire cosa genera al momento questa reazione “eccessiva” nei modi e nel grado di sofferenza che suscita alla persona, fino a ricontattare il sé che è stato nelle diverse fasi della propria vita, fino a raggiungere il bambino addolorato, ferito da un mancato accudimento, da genitori inadeguati o trascuranti o violenti, da esperienze drammatiche a cui non è riuscito a dare senso, da dolori mai accolti, da emozioni troppo spesso represse, da pensieri mai condivisi o mai ascoltati, da comportamenti sempre troppo dolorosi e disturbanti.

La psicoterapia diventa la ricostruzione di una storia di vita al servizio del futuro. La persona può far tesoro della sua stessa esperienza di vita, senza giudizio o colpevolizzazione, per imparare ad abbandonare comportamenti negativi e a sviluppare nuovi modi di pensare e agire, nuove modalità per affrontare i problemi e i diversi ambiti di vita, per liberarsi da vecchi automatismi del passato, per disinnescare il solito ripetersi di comportamenti distruttivi e per ampliare il ventaglio delle possibilità a propria disposizione: nuove azioni per nuovi orizzonti di vita.

La persona non solo diventa consapevole di come funziona, di come tende a pensare, sentire, agire e reagire; impara anche a prevenire il ripetersi dello stesso scenario che da sempre tormenta e genera situazioni difficili. In particolare, la persona impara a “spezzare vecchie catene associative” per cui uno stimolo attuale scatena automaticamente una reazione appresa tanto tempo fa e consolidata da anni di ripetizione inconsapevole e involontaria. La nuova consapevolezza raggiunta permette di confrontarsi con la possibilità, anzi con la necessità, di attivare una risposta differente di fronte al solito stimolo attivante. In questo modo si inizia a costruire una nuova immagine di sé maggiormente positiva, capace, forte e in grado di governare la propria vita in maniera consapevole e basata su bisogni, desideri e valori autentici. Una vita meno inquinata dal ritorno del passato e più orientata dal richiamo del futuro: cosa voglio realizzare, cosa per me è importante, cosa vorrei fosse presente nella mia vita, come vorrei essere come persona tra 3, 5, 10, 20 anni.

La paura dello tsunami

Prima o poi in terapia la persona si confronta con la necessità di agire come non ha mai fatto…
Dopo tanto lavoro di consapevolezza ed elaborazione, dopo aver compreso il proprio funzionamento individuale e nelle relazioni, dopo aver trovato il senso di tanti comportamenti recenti e antichi, per realizzare la vita che vuole la persona deve cominciare a fare qualcosa che fino a quel momento non ha fatto o smettere di fare scelte improduttive e disfunzionali… Comunque si tratta di un cambiamento necessario che solitamente si accompagna ad una o più paure.

Che succederà? Come mi sentirò? Come reagiranno gli altri? Cosa perderò?

Spesso queste paure, nella mente delle persone, hanno la forma, l’immagine e l’intensità di uno TSUNAMI. Esistono come rappresentazione di una “catastrofe gravissima e probabilissima”, anzi “certa”. Inoltre, gli individui, solitamente, si percepiscono, rispetto a tale sciagura, come assolutamente “piccoli, indifesi, incapaci”, impossibilitati ad affrontarla, a sostenerla, a superarla, a sopravvivere. Paura uguale morte. Quindi cambiamento uguale resistenza. Meglio il noto, doloroso e duraturo, piuttosto che il nuovo, potenzialmente positivo, ma anche rischioso fino alla morte.

In terapia, si lavora per elaborare questi vissuti, per dare senso a queste paure e oltrepassare l’angoscia. Fino a rendersi conto che lo tsunami non esiste … Se non in condizioni estreme che non fanno parte della vita ordinaria e reale della persona … In realtà, lo tsunami da cui la persona è terrorizzata è solamente una piccola mareggiata o anche una tempesta a cui si sopravvive … Anche perché la persona, nel frattempo, in terapia ha scoperto di avere risorse e ha appreso strumenti che la rendono più forte e capace di prendersi il rischio di affrontare il mare… In terapia, la persona impara proprio a “de-catastrofizzare” lo tsunami… a ridurlo, nella propria mente, a qualcosa di improbabile, sostanzialmente impossibile da verificarsi nelle proprie condizioni di vita, un’esperienza emotiva sostenibile e affrontabile e il cui superamento apre le porte ad una qualità di vita enormemente più ricca e piena, dove i limiti creduti veri fino ad un momento prima diventano possibilità in precedenza credute non alla propria portata …

Il focus della psicoterapia

Oggi presento uno schema che sarà per te immediatamente comprensibile e fruibile al fine di conoscere COME FUNZIONA LA PSICOTERAPIA. Schema semplice e generale entro il quale deve essere considerata la specificità del funzionamento mentale della singola persona e la sua storia di vita assolutamente unica e irripetibile.

Generalmente una persona arriva a CHIEDERE AIUTO PER UN PROBLEMA CHE PUÒ RIGUARDARE UNO O PIÙ AMBITI DELLA SUA VITA, una o più relazioni importanti in cui l’individuo vive stati d’animo negativi quali insoddisfazione, frustrazione, malumore, delusione, tristezza, rabbia, bassa stima di sé, preoccupazione, senso di colpa, vergogna, invidia, senso di inadeguatezza. E può riferire uno o più COMPORTAMENTI PROBLEMATICI CHE VORREBBE MA NON RIESCE A CAMBIARE: alcune condotte che vorrebbe smettere, ad esempio, essere violento o taciturno; alcune abilità che vorrebbe, invece, imparare, ad esempio, comunicare in modo efficace per farsi rispettare e valere; alcuni impulsi che non riesce a controllare, ad esempio, bere e giocare d’azzardo in modo compulsivo.

A fronte di questa sofferenza riferita e vissuta attraverso emozioni disturbanti, comportamenti negativi e rapporti interpersonali difficili, gradualmente, in terapia, emerge il pensiero problematico della persona, associato al suo malessere, un PENSIERO DISTORTO, abnorme, spesso distante da una valutazione realistica delle cose, dei fatti e degli eventi. In particolare, abbiamo tre categorie fondamentali di pensiero “negativo” spesso tra loro combinate:

  1. Un pensiero DEPRESSIVO in cui la persona è assorbita in “valutazioni negative del passato”, anche recente, che la portano a provare “sentimenti di tristezza, angoscia e disperazione” per ciò che non è andato come si aspettava, per i desideri frustrati e insoddisfatti, per aver perso relazioni importanti, per non aver raggiunto mete desiderate, ecc. Il focus del pensiero negativo depressivo è sul “vuoto”, sulla “perdita”, sulla “mancanza”, sul “fallimento”, sul “senso di inadeguatezza personale”, su ciò che non c’è o non basta mai, fino a percepire se stesso come disgustoso e privo di valore … Il vissuto è spesso di “rovina globale”, “degrado totale”, “danno irreparabile”, “sciagura irrimediabile”, “devitalizzazione insostenibile”, “futuro totalmente, insopportabilmente e irrimediabilmente nero”, ecc. … Tutto è nero e ha perso senso e valore. E così sarà per sempre!!!
  2. Un pensiero ANSIOSO in cui la persona è assediata da “previsioni catastrofiche sul futuro”, anche immediato, che la portano a “stati di preoccupazione e angoscia, senso di minaccia e pericolo” di vita per sé e per i propri cari. Il focus del pensiero negativo è sulla “minaccia incombente”, rispetto alla quale la persona “si sente fragile, indifesa, impotente”. Il vissuto è di “attesa di una sciagura”, “estremamente grave” fino alla morte ed “estremamente probabile”, quasi certa, con un senso di sé percepito “incapace di sostenere l’esito funesto” e assolutamente “non in grado di porre rimedio” a quanto “sicuramente” accadrà.
  3. Un pensiero RIGIDO, tipico delle personalità disturbate, in cui la persona “legge sempre allo stesso modo la molteplicità dei fatti”, degli accadimenti e delle relazioni. Tende a ricondurre tutto e tutti ad alcuni temi specifici che si ripetono e che la persona utilizza per dare “significato al mondo”. Alcuni individui tendono ad essere sempre “diffidenti e sospettosi”, altri a sentirsi sempre e comunque “fragili, deboli, bisognosi, incapaci di farcela da soli” senza l’appoggio fondamentale di qualcuno altro da cui finiscono per dipendere. Altre persone si sentono “superiori e speciali”, pretendono applausi e approvazioni per ogni loro azione, anche la più normale; sotto un’apparente forza nascondono una fragile autostima. Altri, al contrario, si sentono “sistematicamente inferiori, inadeguati, falliti, colpevoli” e non sono mai soddisfatti di sé. Altri hanno “paura estrema del giudizio degli altri” fino a condurre una vita organizzata intorno al tentativo di evitare ogni possibile critica e valutazione negativa delle proprie azioni. Altre persone, invece, hanno un pensiero orientato a “controllare tutto affinché sia preciso, ordinato, pulito, corretto, moralmente ineccepibile”. In generale, queste persone che hanno un pensiero rigido e fisso su alcuni temi tendono ad avere enormi problemi di autostima e relazioni interpersonali difficili, conflittuali o carenti. Vivono quindi emozioni negative quali paura, angoscia, rabbia, tristezza, dolore, rifiuto, ecc.. Quasi costantemente e con difficoltà riescono a condurre una vita personale, relazionale e professionale “normale”.

Il lavoro iniziale della psicoterapia è quello di portare la persona “sofferente” a rendersi conto di questi suoi “pensieri estremi, distorti, negativi” e dell’impatto che hanno sui suoi comportamenti e sulla qualità della sua vita, delle sue emozioni e delle sue relazioni. Lo scopo generale del lavoro terapeutico è aiutare la persona a trovare “altri pensieri più realistici e utili” da cui discendano “comportamenti più sani, funzionali all’adattamento e al raggiungimento dei propri scopi di vita”, al fine di portare avanti una quotidianità “reale” in cui l’individuo faccia spazio alla gioia e sappia accettare il dolore, in cui i problemi sono percepiti come affrontabili, le frustrazioni digeribili, le delusioni superabili, sviluppando, al contempo, la capacità di raggiungere obiettivi e un senso di sé sufficientemente realizzato e sereno.

17. Trasforma l’ansia per il futuro in responsabilità al presente. Un’azione al giorno per ricominciare alla grande

La nostra mente per come si è evoluta nell’arco di milioni di anni ci ha garantito la sopravvivenza e l’adattamento all’ambiente minaccioso e pericoloso. La nostra mente ci ha fornito l’equipaggiamento necessario per prevenire pericoli, controllare i nemici, proteggerci dalle aggressioni degli animali feroci, permetterci di vivere al riparo di fenomeni naturali potenzialmente catastrofici e via così… La nostra mente dunque è impostata per proteggerci prevedendo catastrofi. Per proteggerci attraverso tre modalità fondamentali: attacco, fuga e congelamento (immobilismo, mimetismo).

Grazie mente… ma falla finita.

Non viviamo più fianco a fianco di animali dalle zanne appuntite; sì, magari esistono specie moderne di questo tipo… ma abbiamo tanti modi per affrontarli. Le esigenze di protezione e controllo sono cambiate nel tempo. Anche il tuo lavoro, mente cara, dovrebbe essere cambiato negli anni… eppure continui a farci vivere sempre nella giungla, sempre spaventati, sempre allerta, sempre sul chi va là… E spesso questo ci allontana da noi stessi… dai nostri bisogni più vitali… dai nostri desideri più autentici… anche dal nostro potere di creare la vita come la vogliamo…

Nota come funziona la tua mente… quanto è rivolta a prevedere e controllare il “poi” e si allontana dall’ “ora”… quanto è impegnata ad evitare danni potenziali in un futuro tutto da definire e intanto perde il contatto col momento presente che non riesci a vivere…

Oggi e da oggi scegli di stare nel presente… il futuro tanto arriverà… e sarà un altro presente da vivere… e che tu tenderai ad evitare per proiettarti in un futuro che di fatto esiste solo nella tua paura…

È importante prevedere, progettare, immaginare, desiderare… se e solo se ben accompagnati da una giusta necessaria attenzione al presente da vivere…

Oggi e da oggi inizia ad occuparti delle cose presenti invece di preoccuparti delle cose inesistenti …

Come si fa? Ad ognuno il suo modo… per ciascuno la sua strada…

Impara a notare nel “qui e ora” cosa senti, cosa pensi, cosa vuoi e cosa tendi a fare mentre ti impegni a stare nel presente e a “prenderti cura di ciò che c’è” piuttosto che ad agitarti per ciò che potrebbe esserci e che forse non ci sarà mai …

Stare nel presente non è una cosa che riesce o non riesce… è semplicemente un modo di stare e di essere che ci possiamo impegnare a praticare consapevolmente… vedendo l’effetto che fa …

Grazie anche per oggi…

Dal sintomo al senso

Vita “stressante”, ritmi quotidiani frenetici, tempo che non basta mai, insoddisfazione in una o più relazioni personali e lavorative; crisi economica e criminalità, terrorismo internazionale e violenza domestica, varie forme di dipendenza e un senso di inadeguatezza dilagante (in diversi ambiti e ruoli della propria vita, ciascuno ha il proprio). “Mascheramenti” vari come modo per affrontare le proprie fragilità non riconosciute, perdita del senso di sicurezza, smarrimento di vecchi riferimenti valoriali non sostituiti da altri parimenti validi. Vite racchiuse in un selfie o in un like o in attesa del prossimo aperitivo. Chi più ne ha più ne metta… e dilagano ansia e depressione, ormai diffuse come il raffreddore.

Ansia e depressione sono diventate due “categorie sintomatiche” massicciamente usate soprattutto dai medici di base, dai medici non specialisti della salute mentale e, più in generale, dai non addetti ai lavori, dalla gente comune che contribuisce a diffondere sempre più, nell’immaginario collettivo, l’idea di un mondo di depressi e ansiosi.

E si arriva nello studio dello psicoterapeuta.

Arriva la persona con disturbi gastrici e ipocondria, quella con difficoltà di memoria e concentrazione, chi non riesce più a stare sul posto di lavoro o chi è rimasto senza amici e senza partner. Arriva la coppia che vuole recuperare il rapporto, la ragazza con problemi di sovrappeso, la donna con gli attacchi di panico, l’uomo (di solito spinto da qualcun altro) con problemi di alcol, di gioco d’azzardo o che abusa di sostanze. Arriva la persona con problemi di autostima e insicurezza, quello con vissuti di impotenza e fallimento, chi si vergogna e chi si sente in colpa. Arrivano persone che soffrono di un malessere generalizzato indefinito e chiedono di “stare meglio”, di capire ciò che sta succedendo nella propria vita e magari di apprendere abilità e strategie “per essere felici” o perlomeno per non soffrire troppo. Esistono, insomma, mille e una depressione, una o centomila ansie.

Con l’aiuto del terapeuta, le questioni critiche sono inquadrate in modo più specifico e articolato, al fine di andare oltre l’etichetta di malato ansioso e depresso, per rintracciare, in maniera chiara, il tipo di situazione presente e individuare il modo più efficace per affrontarla e superarla. Sempre più, inoltre, negli ultimi anni si presentano in terapia anche persone che chiedono di fare un “percorso di crescita personale”, chiedono di essere accompagnati in un viaggio di “sviluppo personale ed esistenziale”, chiedono di migliorare la comprensione di sé per migliorare la propria qualità della vita.

Ogni forma di malessere o disagio o richiesta “nasconde” e “rivela”, al tempo stesso, un “messaggio per la persona”, un messaggio che, decodificato, può fornire indicazioni fondamentali per affrontare e superare il momento critico o evolutivo che ha portato alla richiesta d’aiuto.

Preso atto della sofferenza specifica e di come si annida nelle relazioni della persona, nel suo modo di pensare di agire, si tratta di cogliere il senso del messaggio contenuto nel disagio per “tracciare e riprendere le linee evolutive dello sviluppo bloccato”, impedito, represso, che i sintomi stanno a segnalare.

Rintracciare ed esplorare i “nodi emotivi” che la persona presenta (dolore, rabbia, paura, tristezza, vergogna, preoccupazione, frustrazione, delusione, vuoto, smarrimento, ecc.) è un modo per togliere ai sintomi la fonte del loro (ri-)presentarsi.

Il malessere sintomatico è il modo in cui la persona comunica a se stessa e al mondo che c’è qualcosa nella sua vita che non va, che alcuni bisogni e parti vitali di sé stanno soffrendo eccessivamente, quindi è un richiamo a mettere in discussione il suo attuale assetto di abitudini di comportamento e di pensiero, il modo in cui la persona porta avanti la sua vita, le sue relazioni, i suoi affetti.

Capire il senso del sintomo vuol dire togliergli il motivo del suo esistere.

La terapia aiuta la persona a trovare il senso del sintomo per riprendere il senso e la direzione della sua vita…

Oltre l’etichetta stigmatizzante

Molte persone che arrivano in terapia portano con sé una diagnosi, alcune volte fatta da soli, via internet (sigh!), spesso fatta da qualche altro specialista consultato precedentemente o fatta dal medico di base (solitamente una generica “forma ansiosa e/o depressiva”). Se non hanno questa diagnosi, spesso è la prima cosa che chiedono. Cos’ho? Qual è il mio disturbo?
Per molte persone avere una diagnosi, rientrare in una categoria, è importante; li rassicura rispetto all’avere questa o quest’altra “malattia” e in qualche modo offre loro un certo grado di prevedibilità perché se sanno “quello che hanno”, sanno anche o dovrebbero sapere quale sia la cura appropriata.
Di fatto non è proprio così. Non è propriamente così che funziona la psicoterapia. La diagnosi può essere importante come riferimento, se fatta in modo opportuno. Resta comunque un riferimento. Nel campo psichico, molto più che in campo medico biologico, le diagnosi rappresentano grandi contenitori che vanno riempiti con la specificità della persona. Forse chi soffre di gastrite ha molti tratti in comune con tante altre persone che “hanno” la gastrite. In campo psicologico, due depressi possono essere molto differenti tra loro, così come due ansiosi, due ossessivi, due borderline, due dipendenti e così via. La specificità della persona, della sua storia, della personalità fa la differenza. Un’enorme differenza.
La psicoterapia si basa, più che sulla conoscenza delle caratteristiche della categoria diagnostica (spesso solo un’etichetta fuorviante), molto di più sul funzionamento specifico di quella persona nel suo ambiente di vita (famiglia, lavoro, amicizie, ecc.): i suoi modi di pensare, i suoi modi di interagire e reagire agli altri, i suoi modi di vivere ed esprimere le emozioni, i suoi modi di comportarsi, le sue abitudini tipiche, la sua visione del mondo e della vita, i suoi scopi e valori fondamentali. Su questi aspetti si concentra in maniera fondamentale il lavoro psicoterapeutico. Sull’aiutare la persona a “prendere dimestichezza col suo mondo interiore” (pensieri, emozioni, ferite, traumi, bisogni, desideri, progetti, sogni, ecc.), a conoscere le sue “abitudini” sane e insane, i suoi “punti di forza e le sue fragilità”, le sue risorse e i suoi limiti, in che modo l’ambiente materiale e affettivo in cui vive può essere di “sostegno” o di “ostacolo” alla piena realizzazione del suo progetto di vita.
Questa enorme differenza tra “etichetta giudicante e stigmatizzante” (solo parzialmente rassicurante) e “funzionamento specifico della persona nella sua unicità irripetibile” è fondamentale prima di tutto per il paziente che impara a conoscersi meglio, per imparare a guidare con maggiore “consapevolezza” la sua vita, ad agire con maggiore “responsabilità”, non in base ad una diagnosi o al nome di una malattia, come nemmeno in base al nome di tre o cinque caratteristiche della personalità (pigro, estroverso, brillante, irrequieto, cupo, entusiasta, ecc.), piuttosto in relazione ad una “conoscenza di sé più appropriata, fine, sottile e profonda”.