Ragione. Emozione. Azione. La sostanza della psicoterapia in tre fasi

Se fin da piccolo hai imparato un certo modo di stare al mondo, oggi puoi capire razionalmente che esistono per te altre possibilità da praticare e risorse da sviluppare. Ad esempio, hai imparato a dire sempre sì (per sentirti protetto, amato, stimato, sostenuto), oggi puoi imparare anche a dire no, anche no. E questo inizialmente lo capisci con la ragione…
Poi nella relazione terapeutica (accogliente, sicura, non giudicante) hai la possibilità di sperimentare emotivamente che è proprio così. Puoi, ad esempio, imparare a dire no e sentirti comunque sicuro e protetto, superando angosce antiche di rifiuto e abbandono. Anche l’emozione ti dice che un altro modo è possibile…
Terzo. Non ti resta che sperimentare quanto appreso (con la testa e col cuore) nelle tue relazioni reali, nelle tue scelte quotidiane, nelle tue azioni concrete. Ad esempio, cominci gradualmente a dire no e vedi l’effetto che fa, cosa succede con l’altro reale e nel tuo mondo interno di pensieri, emozioni e sensazioni. Ti sperimenti, raccogli l’informazione che proviene dal tuo nuovo modo di agire, correggi il tiro e cominci ad allenare (praticare ripetutamente) le tue nuove abilità e risorse. Fino a quando avrai sviluppato le tue nuove abitudini sane, al servizio del tuo benessere, di relazioni appaganti e di scelte sempre più consapevoli e utili rispetto ai tuoi bisogni, desideri e valori.

Due strategie per neutralizzare i pensieri negativi

Conosco due fondamentali strategie per neutralizzare i pensieri negativi. Prese singolarmente funzionano in modo efficace, ma integrate creano un potente sistema per rendere innocuo ogni pensiero che viene a disturbarti.
Prendi qualche pensiero negativo che ogni tanto o spesso viene a trovarti. Qualche pensiero fonte di ansia, depressione, rabbia, vergogna, senso di colpa, angoscia, ecc. Ad esempio: non sono all’altezza, non riesco, non è giusto, ma come è possibile che la gente si comporti in quel modo, che figuraccia, l’ho trattato male, gli altri hanno sempre una marcia in più, il mondo è pieno di insidie, se non sei al top sei un perdente, solo le cose perfette hanno valore. Tu hai qualche altro esempio di pensieri negativi che ti vengono a trovare?
Focalizzati su un pensiero alla volta e:
1. CREA UN’ALTERNATIVA. Un pensiero che potrebbe descrivere te stesso, gli altri o la situazione in modo per te più realistico, funzionale, utile. Comincia a crederci e ad agire in base a questo nuovo pensiero. Verificando ovviamente gli effetti sulla realtà, sui risultati che ottieni, sulle emozioni che provi, sul senso di soddisfazione che sostituisce il senso di frustrazione. Mettendo in relazione ciò che pensi, ciò che fai e ciò che senti, puoi trovare progressivamente i pensieri utili e le azioni efficaci per il tuo benessere ovvero per esperienze gratificanti ed emozioni nutrienti.
2. DISTACCATI DAL PENSIERO. È solo un pensiero. Un pensiero negativo, ma tu non sei quel pensiero. Tu sei molto di più. Sei altro. La tua identità è fondata sui tuoi valori. Su ciò che è importante per te. Sul tuo essere unico e meritevole d’amore, a prescindere dalle tue prestazioni e dai tuoi risultati… E mentre ignori “tutta la solita negatività”, comincia ad agire in direzione di ciò che veramente conta e può fare la differenza per te e per la vita che vuoi…

Vecchi ritornelli e nuova vita

Sono vecchi ritornelli che ritornano a trovarci. Meglio ancora sono sempre con noi e riemergono disturbanti soprattutto in situazioni sociali quando qualcuno dice o fa qualcosa e noi ci lasciamo ingaggiare da quel ritornello; ad esempio “lei mi fa sentire uno stupido”, “lui mi fa credere che non valgo niente”. O anche in situazioni in cui dobbiamo fare delle prestazioni, lavorative o scolastiche, in cui spesso, indipendentemente dagli accadimenti reali, siamo catturati da pensieri autosvalutanti (non sono capace, sono sempre il solito), depressivi (non riesco, come sempre, come ho potuto caderci di nuovo), ansiogeni (non ce la farò mai) e rabbiosi (capitano tutte a me, ce l’hanno con me).
Il problema non è il pensiero, ma il rimuginare sul pensiero. Lasciarsi catturare in un tentativo mai soddisfacente di controbattere a questi pensieri e sensazioni negative.
Allora ti suggerisco un esercizio.
Scrivi tre cose per te importanti… Tre cose di VALORE che rendono (o renderebbero) la tua vita veramente piena e degna… Ad esempio: amore… curiosità… equilibrio…
Per ogni valore scrivi tre OBIETTIVI per te importanti… Tre traguardi che una volta raggiunti ti faranno sentire appagato quel valore… Ad esempio: per appagare l’amore devo amare i figli e il partner… Avere pochi ma buoni amici intimi… Lavorare con passione…
Per ogni obiettivo scrivi tre ATTIVITÀ per te importanti… Ad esempio: giocare coi miei figli, aiutarli a studiare, insegnare loro qualche abilità; andare al mare col mio partner, fargli una sorpresa, organizzare un viaggio; invitare a cena gli amici, ascoltarli quando ne hanno bisogno, andare insieme al concerto.
A questo punto prenditi un po’ di tempo per trascrivere alcuni dei PENSIERI INVASIVI che vengono a trovarti, non invitati, ma che tu poi non lasci andare via. Ad esempio, non riuscirò… È troppo più grande di me… Sono così e non posso farci niente… Gli altri mi fregano sempre…
Quindi, dopo averne individuati almeno una decina (se vuoi prenditi anche uno o più giorni per creare questa lista, massimo tre giorni), REGISTRALI con la tua voce… Ancora meglio se puoi farli recitare anche da altri e tu registri queste VOCI DISTURBANTI…
Quindi inizia ad ascoltarle… Metti la registrazione… E nota come reagisci: cosa pensi, provi e fai, soprattutto cosa ci fai con questi pensieri… Sono ospiti indesiderati, ma, una volta arrivati, li tratti come i tuoi migliori amici… Solo che non è una festa… Anzi…
Allora… Riprendi i tuoi valori, obiettivi e attività e semplicemente AGISCI DI CONSEGUENZA, ignorando attivamente chi viene a romperti la vita…
Piuttosto che distruggerti nel tentativo (fallimentare) di eliminare la sofferenza, spesso con lo scopo irrealistico di toglierla totalmente dalla tua vita, inizia a dedicare le tue risorse ad impegnarti concretamente per realizzare la tua gioia…

FACCI CASO

Oggi la mia sintesi del libro del collega Gennaro Romagnoli: FACCI CASO Come non farti distrarre dalle sciocchezze e dare attenzione a ciò che conta davvero nella vita. Che potremmo anche chiamare: la meditazione alla portata di tutti! Un libro che consiglio: per gli interessanti concetti espressi; per la sua forma ‘pragmatica’ (a tratti anche divertente), pieno di esercizi che invitano alla sperimentazione concreta per capire ‘con tutto se stessi’ cosa abbiamo letto e capito con la testa; perché è molto vicino al mio modo di intendere sia la crescita personale sia la psicoterapia. Per essere veramente ‘attenti’ a come portiamo avanti la nostra quotidiana impresa alla ricerca di ciò che vogliamo!

Perché tutti abbiamo ‘bisogno di attenzione’… L’attenzione è ‘stare presente’ a quello che stai facendo. È un dono che puoi fare a te stesso e agli altri, la base iniziale del prendersi cura. È un ‘dono’ nel momento in cui ti permette di funzionare efficacemente (a qualunque cosa tu ti stia dedicando) e di essere veramente presente all’esperienza con l’altro. Sei stato attento finora a quello che hai letto? Potresti ripeterlo a qualcuno?

L’attenzione è un processo, attivo e passivo, di selezione delle informazioni. È ‘catturata’ e orientata da:

  • curiosità, interessi, passioni
  • conoscenze possedute, esperienze di vita, cultura di appartenenza
  • valori, scopi e obiettivi
  • bisogni e desideri, più o meno consapevoli

Esiste un’attenzione esplicita (volontaria, intenzionale, controllata) e una implicita (involontaria, automatica). La prima è consapevole, la seconda lo diventa facilmente nel momento in cui siamo ‘catturati’ da stimoli rilevanti per la nostra sopravvivenza e più in generale per i nostri bisogni, interessi e valori. Ad esempio, quando il sibilo di un serpente cattura la tua attenzione mentre stai prendendo il sole in giardino.

L’attenzione guida il comportamento. La qualità della tua attenzione determina la qualità della tua consapevolezza e, per estensione, la qualità delle tue scelte e della tua vita… In queste poche parole, a mio parere, c’è l’essenza dell’insegnamento fondamentale del libro. Facci caso!

L’attenzione è un’abilità allenata ‘evolutivamente’. Focalizzare cose negative e pericolose è stato fondamentale per garantirci la sopravvivenza. Per questo siamo ancora oggi abituati ad essere più facilmente catturati dalle informazioni negative. Siamo mossi prima dalla paura (bisogno di protezione, sicurezza, evitamento del dolore) e poi dalla ricerca del piacere. Prima salviamo la pelle e poi cerchiamo la felicità… Chi comunica “cattura la paura”, ad esempio chi crea slogan pubblicitari o politici.

È una risorsa limitata: non puoi essere attento a tutto, ma puoi essere attento in modo volontario, consapevole. E anche no. Esiste infatti una parte di attenzione ‘implicita’ che monitora costantemente l’ambiente in cui sei immerso, per notare eventuali pericoli o cambiamenti ‘potenzialmente minacciosi’. Di fatto, le informazioni che ci circondano sono infinite, ma l’attenzione, per essere efficace, deve selezionare, filtrare, dare priorità, in base alla rilevanza degli scopi attivi al momento.

L’attenzione è un ‘muscolo’: più la usi, più la alleni, meglio funziona, meglio la puoi utilizzare. È un processo di ‘focalizzazione intenzionale’. Il focus può essere diretto al mondo esterno (esperienza sensoriale basata sui 5 sensi) e al mondo interno (pensieri, emozioni). ‘Allenare l’attenzione’ come abilità di spostamento volontario del focus o ‘fascio di luce attentivo’ è una strategia fondamentale per governare il proprio comportamento in direzione di risultati desiderati.

Esiste l’attenzione volontaria e consapevole e anche gli automatismi, ad esempio la guida. Guidi in automatico, senza necessaria attenzione consapevole, ma se stai guidando in mezzo ad un forte temporale devi riprendere il ‘controllo consapevole e attento’ della guida…

Gli automatismi sono delle ‘mappe’ del mondo che facilitano il nostro muoverci nel mondo, ad esempio l’automatismo ‘guida’ (paradossalmente chi ha imparato a guidare col cambio manuale può dover imparare a guidare col cambio ‘automatico’) o l’automatismo ‘il fuoco brucia non toccarlo’. O l’automatismo ‘linguaggio parlato e scritto’ che ti permette antana spirillo di leggere o conversare in modo sufficientemente automatico fino a quando ti accorgi di qualcosa che non quadra, che viola le tue aspettative rispetto all’automatismo.

Il nostro comportamento è pieno di automatismi appresi grazie all’esercizio ripetuto. L’esercizio è il padre e la ripetizione è la madre di ogni nostro apprendimento quindi anche del modo che, attraverso innumerevoli ripetizioni, ci ha permesso di imparare come stare al mondo, cosa aspettarci dagli altri, come comportarci.   

Le nostre mappe del mondo non sono fotografie del mondo, ma sono nostre ipotesi e interpretazioni che vanno sempre confrontate con la realtà, soprattutto quando ‘il mondo tradisce la mappa’.  La mappa è un filtro che seleziona informazioni il più possibile coerenti con la mappa stessa. La mappa è uno schema che il cervello usa per risparmiare energia, per non dover ogni volta analizzare la singola situazione nei dettagli. Lo schema quindi è una convinzione acquisita su se stessi, sugli altri, su come funziona il mondo; è dunque una previsione che aiuta, ma che a volte porta fuori strada arambombò ed è importante che tu te ne accorga altrimenti potresti finire nel burrone… Sarebbe stato uguale se avessi detto ‘terminare nel grande burro’? Insomma, affidiamoci agli automatismi schematici, ma con attenzione!!! Gli automatismi ci permettono di risparmiare energie, esempio di attenzione, ma a volte ostacolano proprio l’attenzione al mondo circostante.
‘Prestare attenzione’ vuol dire notare, osservare, sentire, senza giudicare, ciò su cui stiamo portando la nostra attenzione.

Ecco allora uno schema essenziale per allenare l’attenzione, la consapevolezza, il ‘non giudizio’:

respira in modo consapevole… (consapevole di tutte le sensazioni che avverti mentre respiri, a cominciare dal percepire l’aria che entra e l’aria che esce)… Senza interferire, in modo intenzionale e notando tutti i giudizi e i commenti che emergono dalla tua mente (pensieri sostanzialmente: “non ci riesco”, “è difficile”, “è una perdita di tempo”, “stasera devo lavorare”, “sono in ritardo”, “chissà se le sono piaciuto”, “domani sarà una giornata infinita”, “mi sembro uno scemo” e via così…). Quando li noti devi metterli da parte, gentilmente: il compito più importante è notare proprio quando la tua mente inizia a vagare, è quello il momento centrale dove stai davvero allenando la tua attenzione. Focalizzi il respiro, noti le distrazioni e, con gentilezza, ritorni al tuo respiro, ogni volta, ancora e ancora e ancora…” 

Paradossalmente, per allenare l’attenzione devi diventare esperto nell’essere capace di notare (prestare attenzione) a quante volte perdi l’attenzione. Inizia a leggere, con attenzione… e nota quando perdi l’attenzione… Più volte perdi l’attenzione, più volte lo noti, più la recuperi e maggiore è la tua abilità di prestare ‘attenzione in modo sostenuto’.
Non devi cercare di spiegare la perdita di attenzione (i motivi possono essere vari e dipendono dal tuo rapporto “interessato” o meno con l’oggetto della tua attenzione, oltre che da altri fattori fisiologici, ad esempio la stanchezza); devi ‘semplicemente’ riportare la tua attenzione sul focus scelto. Meglio se il focus è su una sensazione fisica, ad esempio, le sensazioni che provengono dalle mani e dai piedi. È fondamentale che, di fronte alla tua perdita di attenzione, tu adotti un modo gentile (auto-compassionevole invece che auto-rimproverante) di notarlo e riporti l’attenzione dove hai scelto di focalizzarti. La distrazione non è un fallimento in quest’ottica: è un apprendimento di abilità.

Più noti la tua distrazione o perdita di attenzione, più gentilmente lo noti e riporti l’attenzione su ciò che stavi facendo e maggiore diventa l’abilità di essere attento e di usare l’attenzione come strumento. Strumento al servizio di? Ovvero: a che mi serve tutto ciò? Secondo paradosso: più ti alleni a prestare attenzione al tuo focus, a recuperarla con gentilezza e mantenerla anche se la perdi, più la tua attenzione vagherà alla ricerca di stimoli. La nostra mente è naturalmente curiosa e ciò favorisce il nostro essere esploratori del mondo, esterno e interiore. Esploratori, conoscitori, abili nell’arte di padroneggiare sempre meglio porzioni del mondo sempre più ampie. Ecco il superpotere dell’attenzione sostenuta. E tra i tanti benefici di una consapevole abilità di prestare attenzione c’è l’acquisizione e l’affinamento progressivo della capacità di essere consapevoli di sé, del proprio mondo interno e del mondo esterno in cui viviamo, ‘momento per momento’. La base per la conoscenza di sé e quindi della capacità di prendersi cura di sé. Parafrasando il collega: “chi erra erra”, chi sbaglia si muove, sbagliando si cresce!!!

L’attenzione è sempre sul ‘presente’. Qui-e-ora. Ciò che stai facendo… Ciò che stai sentendo…  Ciò che stai pensando… Gli stimoli che la catturano sono i contenuti come emergono alla mente, all’attenzione. La distrazione, invece, magari parte da qualcosa nel presente (uno stimolo distraente), ma spesso ci porta nel futuro, per prevedere e organizzare, per procurarci ansia… E nel passato, per usare le informazioni in memoria utili al comportamento di previsione e controllo al fine dell’adattamento, ma anche per attivare rimorsi e rimpianti.

L’attenzione è un’abilità che funziona al meglio quando è allenata, con una pratica intenzionale e deliberata. L’intenzionalità e la pratica costante permettono il continuo affinamento della competenza, con tutti i benefici che arreca. L’attenzione è la capacità di notare ciò che ci passa per la testa, comprese le interruzioni e le distrazioni. È la capacità dunque di notare contenuti e processi della mente: cosa sto pensando, cosa sto facendo, cosa sto facendo con la mia mente (capacità ‘metacognitiva’). L’attenzione saltella da un focus all’altro ed è del tutto normale che faccia ciò, come è quindi naturale la distrazione. Allenare l’attenzione significa imparare a notare i saltelli: “nota la distrazione e mettila gentilmente da parte…”. Ecco il ciclo dell’attenzione sostenuta: focus, perdita del focus o distrazione, accorgersi della perdita o metacognizione, tornare gentilmente al compito.

Non ci resta che iniziare… a leggere FACCI CASO. E soprattutto a PRATICARE…

Grazie Genna!

Cronicamente in-felice

Fin da piccolo hai imparato e hai deciso che invece di… È meglio che… Completa a piacimento…
Così imparando divieti e obblighi… Ciò che non devi… Ciò che devi… Trova i tuoi…
Così imparando a realizzare le aspettative degli altri invece che a rendere conto ai tuoi bisogni e desideri autentici… Puoi elencare per ogni aspettativa che hai scelto di compiacere un bisogno e un desiderio che hai finito per trascurare…
Così imparando a vivere tra espressioni proibite e comportamenti leciti… Decidendo che fossero gli altri a decidere cosa fosse per te giusto e cosa sbagliato… Avrai certamente qualche esempio di questo…
Così imparando ad adattarti alle condizioni che hai incontrato e anche a sacrificare parti di te che hai soffocato, represso, messo a tacere, mandate nel dimenticatoio…
Così pagando salato il prezzo dell’amore, dell’approvazione, del sostegno e rinunciando a parti vitali di te che non piacevano a chi aveva il potere di elargire quell’amore…
E oggi?
E oggi spesso è un copione che reciti a memoria per cui però non vincerai l’Oscar.
E quindi?
E quindi il tuo percorso di crescita, comunque tu scelga di farlo, ti richiede di andare a ripescare ciò che hai smarrito per strada e a darti il permesso di recuperare tante potenzialità di benessere che nel tempo hai imparato a sacrificare sull’altare dell’adattamento confuso con la felicità.

‘P – factor’. Un viaggio

Il dolore fa crescere e anche la paura, anche se probabilmente un po’ tutti vorremmo crescere senza incontrarne più di tanto. Crescere ti richiede di mettere ordine nel caos e nell’imprevedibilità che ti arrivano, prima o poi, tanto o poco, anche se un po’ tutti vorremmo crescere sperando di schivare il più possibile la sofferenza e imparando a cogliere le opportunità. Così è la vita… Certo è meglio la serenità che la tragedia, diremmo tutti.
La nostra vita ci fornisce sostanzialmente interrogativi a cui noi “dobbiamo” rispondere, siamo chiamati ad affiancare punti esclamativi.
La nostra vita si svolge tra ciò che troviamo e ciò che non troviamo. Tra ciò che lasciamo e ciò che troviamo. E ogni tanto ci interroghiamo sulla distanza che esiste tra ciò che siamo e ciò che vorremmo e avremmo voluto essere. Ma anche tra ciò che siamo stati e ciò che non siamo più. E a volte questi temi ci procurano gioia, molto più spesso dolore.
Chi veramente fa i conti con dolore, paura, malattia, perdita, disillusione (tutti noi?) deve necessariamente cercare la luce dentro al buio… Per non sprofondare nell’oscurità, qualunque forma essa possa assumere…
E quindi ognuno ha il suo viaggio da compiere… Eroico o meno che sia… Di cui conosciamo, forse, l’inizio, ma la cui fine dobbiamo cercare di inventare…
Viaggio che si svolge sempre tra regole e immaginazione, tra testa e cuore, tra ragione e sensazioni.
Viaggio in cui devi saperti muovere dentro le certezze rassicuranti e i confini che delineano il percorso, per imparare gradualmente a sfidare i tuoi limiti, imposti e autoimposti, senza mai perdere la testa, qualità che ti permette di perderla solo al momento giusto…
Viaggio che ciascuno compie col personale bagaglio. Di predisposizioni caratteriali ed esperienze precoci, di tendenze innate e di abilità acquisite. Doti naturali e percorsi evolutivi. Bagaglio di dolore e paura e di strategie che abbiamo inventato per cavarcela. Bagaglio di risorse e di limiti personali. Bagaglio in cui ognuno ha messo anche un po’ di certezze su cui poggiarsi e un po’ di imprevisti da imparare a governare.
Fino a quando non funziona qualcosa. Qualcosa non funziona più. Il controllo che, anche solo inconsapevolmente, hai avuto finora lascia il posto a qualcosa che sfugge, che ti sfugge. L’imprevisto diventa ingovernabile.
Prima alcuni segni che non sempre riesci ad interpretare… Poi segnali più chiari, che magari vedi, riconosci come anomalie, ma che tendi a trascurare… Quindi i sintomi, stai male, esprimi una qualche forma e grado di malessere: sei sempre stanco e deconcentrato, il lavoro diventa sempre più “l’attesa del fine settimana”, ciò che fino a ieri ti appassionava ora lo vivi in modo spento, demotivato. Sei costantemente annoiato, quasi sempre incazzato, anche tristezza e ansia ti vengono a trovare sempre più spesso. Ogni relazione ne risente, a casa, al lavoro, in coppia, coi figli, con gli amici. I pilastri in cui ti sei finora riconosciuto e identificato sembrano scricchiolare. Ti senti diverso dal solito, diverso da come sei sempre stato e anche gli altri, più o meno vicini, cominciano a vedere che qualcosa non va nel tuo modo di stare al mondo, nelle relazioni, nella quotidianità.
Il tuo corpo si lamenta, la tua mente si lamenta, tu ti lamenti. Lamenti che hanno bisogno di ascolto. Lamenti che sembrano inascoltabili.
Gradualmente insidiosa, una “parte malata” sta invadendo la tua personalità. Malessere fisico, emotivo, relazionale. Qualcosa è cambiato, si è rotto, si è inceppato o qualcosa del genere. Lo smarrimento che altre volte hai incontrato lungo il viaggio e che hai sempre superato con un senso di sfida, evoluzione, potenza e controllo, oggi è uno smarrimento in cui ti senti “profondamente” perso…
Ora comincia un altro viaggio. In almeno tre tappe, da percorrere necessariamente, anche se, come sempre, ciascuno a suo modo.
Prima. Sto male…
Seconda. Ho bisogno di aiuto…
Terza. Devo farmi aiutare…
Il resto è tutto da percorrere… in infinite forme possibili…
Grazie Luca per il tuo insegnamento…
Grazie Luca per il tuo libro, che invito tutti a leggere e diffondere: ‘P-Factor. La variabile Parkinson nella mia vita’. (Luca Berti. Youcanprint Edizioni).
Grazie per aver condiviso con noi la tua esperienza, il viaggio che stai facendo, forse unico e diverso da altri viaggi, forse simile al viaggio che ciascuno di noi compie…

Io non so cosa fare

Io non so cosa fare… Non so cosa fare di veramente utile all’evoluzione della specie o almeno del sistema umano che stiamo vivendo…
La morte di Willy ci ha portato a contattare le parti più disparate di noi stessi. Nelle conversazioni private e in quelle social, ciascuno di noi, chi più chi meno, si è espresso in tanti modi.
Col cuore, con le emozioni, con la tristezza, lo sconcerto, la rabbia, l’indignazione, la vergogna, anche il senso di colpa e altro ancora. Sentimenti individuali più o meno in risonanza con quelli collettivi.
Con la testa, cercando di capire l’incomprensibile, di spiegare per l’ennesima volta la bestia che è parte viva del genere umano.
Con la pancia, con la paura che diventa violenza, con violenza sulla violenza, con il desiderio di vendetta e giustizia in un mondo che è ingiusto, ma non solo nella morte di Willy.
E poi i rimandi ad una società malata che ha cresciuto figli malati. La storia, in realtà, ci insegna che è sempre stato così, bestie siamo dentro. E la bestia va governata. La comunicazione e la condivisione era diversa un tempo. E oggi le storture della comunicazione rischiano di nutrire ancora di più la bestia…
E poi la politica e la strumentalizzazione politica, da Nord a Sud, da Est a Ovest di ogni paesaggio politico. E la critica al sistema giudiziario (contemporaneamente alla morte di Willy non è tornato in prigione Johnny lo zingaro, chissà com’è?).
E la retorica della politica e dell’antipolitica dei politici.
E quante altre ancora ne ho sentite e ne ho pensate.
E chissà quanto ancora diremo e potremo dire, e potremmo dire. . Così solo per sfogarci un po’…magari dimenticando tra un po’… Per l’ennesima volta!
Allora per non dimenticare veramente, forse è utile che ciascuno di noi, nessuno escluso, cominci a fare più che a dire. A dire per agire. Ad agire conseguentemente e coerentemente a quanto pensato, a quanto espresso e a quanto non espresso perché “politicamente e socialmente scorretto”.
Io non so ancora cosa fare che sia veramente utile a spostare realmente le cose. Perché anche un discorso, un pensiero condiviso che smuove le coscienze, ma non muove nient’altro, rischia di restare un puro atto intellettuale e narcisista.
Dopo l’espressione della propria parte distruttiva (rabbia, indignazione, violenza, ipocrisia, ecc.), cerchiamo dentro ognuno di noi qualcosa da costruire. E anche qualcosa a cui rinunciare veramente, se serve a dare a qualcun altro o a coinvolgere altri in un movimento trasformativo…
Io non so cosa fare… O forse lo so ma non lo posso dire… O forse lo so ma non lo posso fare… Magari non ho ancora il coraggio di farlo… Ci vuole coraggio per spostare veramente le cose. Poche parole e azioni pesanti.
A cosa siamo disposti a rinunciare per andare verso ciò che dichiariamo di volere?
Il rischio è di alimentare il vuoto inconsistente di una collettività troppo impiantata su apparire per piacere, di una collettività non collettiva, piuttosto formata da individui anonimi l’un l’altro impegnati a piacere agli altri tanto più non piacciono a se stessi.
Il rischio è diventare carnefici dei carnefici e vittima dei propri stessi processi di espressione rabbiosa quanto inconcludente di fronte ad un’impotenza che resta tale se non accompagnata da scelte consapevoli e azioni responsabili. Quali? Non lo so.
Riconosco che potrebbe sembrare rassegnazione disperata. È consapevolezza che non so cosa effettivamente fare per incidere in modo tale da trasformare questa impotenza in reale potere di trasformazione.
Non ci resta che provare… Agire… Raccogliere gli effetti e tentare di capire per aggiustare il tiro alla ricerca di reali azioni sociali per una collettività tutta da inventare.
A cosa siamo disposti a rinunciare per andare verso ciò che dichiariamo di volere?
Chi ha consigli, suggerimenti, indicAzioni?

Al sicuro… ma non troppo al sicuro.

La terapia, come la vita, è sempre una danza tra sicurezza e capacità di rischiare (in modo sufficientemente sano e appropriato), tra comfort e coraggio di sfidare (con gradualità e tenacia al tempo stesso), tra controllo e imprevedibilità (provando ad aumentare il primo andando incontro alla seconda), tra sentirsi incapaci ed essere competenti (trovando l’equilibrio e la pace), tra essere limitati e potercela fare (imparando a cercare le risorse dove stanno e a rispettare i limiti che non si riescono a superare).

La terapia, come la vita, ci invita ad ampliare progressivamente e continuamente ciò che per noi è tollerabile, sostenibile emotivamente, confortevole. Ovvero ad allargare la nostra zona di comfort, a starci comodi in questi nuovi confini (nuovi modi di pensare e agire), ad essere pronti a superarli di nuovo e anche ad essere capaci di accettarli per sempre.

Laddove la tua storia ti ha portato a credere una serie di cose su te stesso, sugli altri, sul mondo e sulla vita, la vita stessa, anche grazie a percorsi di terapia e crescita personale, ti porta a mettere in discussione queste credenze, per confermarne alcune e trasformarne altre, fino ad ampliare (recuperare) il ventaglio delle possibilità a tua disposizione per impegnarti a creare la vita piena, degna, felice che vorresti.

Fin da piccolo ti sei fatto una serie di aspettative su come vanno le cose, su come dovrebbero andare, su come vorresti che andassero; su queste aspettative, a volte consapevoli, a volte meno, hai basato le tue azioni e le tue scelte. Pagando il prezzo della rinuncia, dei rimorsi per le scelte fatte e dei rimpianti per quelle non fatte. Una banalità fondamentale che è bene ricordare dice che “non esistono scelte perfette”. Da oggi in poi puoi rivisitare queste aspettative, queste azioni, queste scelte, scegliendo di curare ciò che finora hai trascurato. Consapevole che non sei onnipotente (ricordati anche che devi morire) e che qualche cosa resterà comunque trascurato. Qualcuno ci resterà male (frustrato, deluso, triste, arrabbiato, dispiaciuto, angosciato, ecc.) e qualcun altro resterà contento, appagato, soddisfatto. Conosci altre possibilità per stare al mondo? Altre possibilità concretamente realizzabili?

Serenità e pace con se stessi e con gli altri

La vera serenità o pace, con se stessi e con gli altri, dicono quelli che la stanno assaporando, consiste in tre passaggi chiave.
1. Smetti di tentare di cambiare ciò che non è in tuo potere cambiare.
2. Inizia ad agire concretamente e subito su ciò che puoi effettivamente modificare.
3. Accetta l’impotenza e impegnati ad agire guidato dalla ricerca di ciò che è veramente importante per te.

Ovviamente ognuno di questi tre “semplici” passaggi richiede a sua volta di “comprendere chiaramente” i fattori in gioco e “agire concretamente” per realizzare i propri obiettivi.
Prendi un tuo problema o sofferenza attuale e applica questo schema essenziale e fammi sapere come va…

La differenza

Quando lasceremo questo mondo ci porremo una domanda: qual è la differenza? Che differenza ho fatto vivendo? La risposta a questa domanda sarà essa stessa la differenza. Tutti i nostri pensieri e sentimenti non contano più quando in punto di morte ci poniamo questa domanda. Quello che conta sono le azioni che abbiamo compiuto e la differenza che hanno fatto. Avremmo potuto fare la differenza ogni ora, ogni giorno, se lo avessimo voluto (Steve Chandler).
Sembra un’ispirazione tanto semplice da seguire…
Tu in cosa hai fatto la differenza?
In cosa stai facendo la differenza?
In cosa vorresti fare la differenza?
Cosa ti serve per agire e fare la differennza?
Cosa ti ostacola e ti blocca nell’azione efficace a fare la differenza?