Smetti di fare la cosa “sbagliata” e inizia quella “giusta”

Ogni persona ha le sue aree di dolore e fonte d’angoscia e utilizza tipicamente certi modi per prendersene cura. La psicoterapia aiuta a:

  • riconoscere le proprie ferite o sensibilità personali o angosce profonde
  • abbandonare i modi disfunzionali con cui solitamente le affrontiamo
  • imparare nuove modalità sane e utili per curarle.

Se temi che gli altri (partner, amici, altri “fidati”), prima o poi, si prenderanno gioco di te, ti inganneranno o tradiranno, smetti di aspettarti che l’altro sia totalmente trasparente o affidabile in ogni aspetto e comportamento, impara a fidarti con sufficiente apertura e disponibilità, distinguendo chi ti tradisce profondamente e che vuoi allontanare dalla tua vita da chi, semplicemente, non sempre e non necessariamente corrisponde a ciò che tu vuoi, ma può offrirti comunque la possibilità di una relazione amorevole.

Se temi di essere lasciato e sei costantemente preda della paura di perdere qualcuno per te importante, smetti di controllare l’altro in modo possessivo, impara a creare relazioni stabili e anche a sostenere momenti di solitudine. Impara a comprendere ed accettare che gli altri, affidabili e presenti, hanno comunque il diritto di mettere limiti e crearsi spazi di vita personali in cui tu non ci sei dentro. Non tutto è prevedibile controllabile: perdite, distacchi, separazioni, ma anche tradimenti, e delusioni fanno parte della vita di ciascuno di noi, dobbiamo imparare a farci i conti, ad accettarle quando arrivano, a smettere di controllare l’incontrollabile.

Se temi di creare un rapporto con una persona che non ti comprende e non sa prendersi cura di te e dei tuoi bisogni e desideri (nella coppia, come al lavoro o in altri ambiti), smetti di aspettarti che gli altri siano sempre e comunque a tua disposizione e cerca le persone che sanno amarti e prendersi cura di te, nei tuoi bisogni e desideri, materiali ed emotivi; smetti, del resto, di aspettarti che gli altri capiscano al volo ciò che vuoi e impara ad esprimere chiaramente ciò che desideri e a chiedere, smettendo anche di confrontare sempre in modo negativo ciò che hai ricevuto con ciò che desideravi e imparando a godere di quello che gli altri e la vita ti danno.

Se temi continuamente di non essere all’altezza delle varie situazioni della tua vita (coppia, lavoro, amici, ecc.), se sei assediato dai sensi di inferiorità e di inadeguatezza, se hai l’autostima sotto i piedi, smetti di chiederti di essere perfetto (e di chiederlo agli altri), sempre, comunque, in ogni cosa che fai o circostanza che vivi, impara a migliorarti mentre riconosci e rispetti i tuoi limiti e quelli degli altri, impara ad amare ugualmente le persone (te stesso in primis e gli altri) per quello che sono e non per quello che dovrebbero essere; impara a valorizzare le critiche costruttive e a respingere le critiche aggressive che ricevi, impara ad essere meno autocritico, meno severo e spietato con te stesso (e a fare lo stesso con gli altri); impara a distinguere la critica al comportamento, da accogliere e utilizzare, dal giudizio sulla persona, da respingere in modo assoluto.

Se temi di non farcela da solo e di avere sempre bisogno di qualcuno che ti accompagni, ti sostenga e, a volte, faccia le cose per te (relazioni di dipendenza in cui ti senti come un bambino assolutamente inetto e incapace), smetti di evitare il confronto con la realtà, smetti di appoggiarti sempre, impara a fare da solo, impara a sbagliare per crescere, impara a distinguere quando il sostegno dell’altro è necessario e quando invece devi fare da solo e ce la puoi fare. Inizia a sperimentare nuove azioni per te possibili, gradualmente ma in modo determinato, per lasciare andare le convinzioni auto-svalutanti (“non riesco”) e cominciare a credere in te stesso, a fare tue credenze su di “te come capace”, autonomo, in grado di riuscire a portare avanti la tua vita in modo “adulto e responsabile”.

Se ti senti osteggiato dagli altri e dal mondo perché non sempre sono disposti a seguire le tue indicazioni o i tuoi imperativi, smetti di pretendere che gli altri siano a tua immagine e somiglianza, smetti di manipolarli, smetti di pretendere che gli altri siano sempre a tua disposizione per renderti onore e merito o che gli altri apprezzino sempre e comunque ciò che pensi e che fai; impara a tollerare una certa quota di frustrazione e delusione, impara a guardare l’altro nella sua individualità, fatta di pensieri e bisogni che meritano la stessa attenzione che meriti tu, impara a guardare te stesso nei tuoi limiti e debolezze e anche nel tuo valore, impara a guardare il mondo anche dal punto di vista degli altri, per crescere insieme, magari attraverso il conflitto, ma sempre nel rispetto reciproco. Quello che vale per te vale anche per gli altri…

Se hai paura di esprimere i tuoi bisogni e desideri perché temi di essere criticato o giudicato o rifiutato dagli altri o lasciato solo, smetti di cercare persone da cui ti fai manipolare e sottomettere, smetti di regolare il tuo comportamento sempre in base a ciò che gli altri desiderano e vogliono da te, impara a riconoscere ciò che tu vuoi e ciò che puoi fare per ottenerlo; smetti di farti schiacciare, impara a legittimare i tuoi bisogni e desideri e anche ad esprimere la tua rabbia quando ti serve per raggiungere ciò che desideri, rispettando gli altri, al contempo rispettando te stesso.

Qual è la cosa “sbagliata” che tendi a ripetere continuamente?

Quale cosa “giusta” puoi cominciare a fare per cominciare ad essere felice?

Saper godere e saper accettare

Le persone, in genere, arrivano in terapia con uno stato di sofferenza di cui ignorano gran parte dei motivi. Possono individuare alcune fonti di stress che generano in loro tensione, ansia, malumore; possono conoscere le difficoltà che incontrano nella coppia, in famiglia, al lavoro o in altri ambiti di vita, ma di fatto, nello specifico, cosa li fa soffrire e perché resta qualcosa di oscuro e nebuloso.

Dopo uno o pochi incontri, è possibile rintracciare alcune “modalità ripetitive” attraverso cui la persona manifesta e alimenta la sua sofferenza. Ogni persona tende a funzionare in base a degli “schemi che si ripetono”, dei modelli di comportamento e di pensiero che tendono a riproporsi in ogni ambito di vita e nelle varie relazioni significative.

Questi schemi o “copioni” hanno la loro origine nell’infanzia e vengono “attivati da situazioni attuali” che la persona vive nei suoi contesti di vita, qualcosa che accade o qualcosa che la persona prova e pensa in relazione a qualcosa che è accaduto. Ad esempio, potrebbe essere un capo che urla, un partner freddo e distante, un amico particolarmente critico e giudicante, osservare interazioni che riguardano altre persone o anche eventi apparentemente neutri e insignificanti che, invece, nel profondo vanno a toccare le corde più sensibili della persona.

Questi “eventi attivanti” suscitano, in modo abbastanza automatico e inconsapevole, una serie di reazioni da parte della persona, a livello di “sensazioni fisiche” avvertite in una o più parti del corpo, a livello di “emozioni e stati d’animo”, a livello dei “pensieri” che la persona si ritrova a fare e a livello di “azioni concrete e specifiche” attraverso cui la persona risponde a quello stimolo attivatore.

La persona certe volte sembra “re-agire” come un bambino piccolo, indifeso, vulnerabile, addolorato, spaventato, passivo, remissivo; in altri momenti sembra guidata da una parte di sé che si comporta come un bambino viziato, impulsivo, arrabbiato, pretenzioso, sfrontato, indisciplinato e invadente. In altri casi, ancora, invece si attiva nella persona una modalità piuttosto critica e rimproverante che ricorda quella di un genitore avuto nell’infanzia; altre occasioni, invece, sono buone per far emergere modalità più tenere, protettive e accudenti tipiche di un genitore buono, amorevole, affettuoso.

Queste ed altre modalità di reazione da parte dell’individuo alla situazione attuale sono evidentemente in diversa misura e forma “tutte parimenti inadeguate” perché non rappresentano un modo utile per rispondere a quella situazione.

In generale, l’obiettivo di ogni percorso terapeutico è aiutare il paziente a costruire dentro di sé una parte “sana” o “adulta” in grado di agire in modo consapevole, responsabile e utile in quella specifica situazione. Ad esempio, se il capo urla devo capire bene per cosa sta urlando, se si riferisce a me o ad un mio comportamento o ad un’altra persona, se ha ragione, come posso rispondere in modo adeguato ed efficace, se devo invece riconoscere che le sue urla sono il suo modo problematico per risolvere i problemi e gestire i conflitti. Altro esempio: se il partner è freddo e distante, è improduttivo, per non dire controproducente, reagire da bambino viziato o offeso o vendicativo o altre modalità simili; diventa invece fondamentale “affrontare” la questione “da adulti” imparando a comunicare in modo intimo, non aggressivo, determinato e rispettoso al tempo stesso (anche se non ci si riesce immediatamente né sempre). È importante, ad esempio, invitare il partner a comprendere insieme cosa sta succedendo, quali sono le emozioni in gioco, le frustrazioni e le delusioni reciproche, se sono accaduti fatti recenti o se è “una storia” che va avanti da tempo (sperando che sia la propria storia e non quella con altri…). Altro esempio: se ci sentiamo particolarmente criticati e rimproverati da un amico, è fondamentale scoprire insieme i termini della questione; cosa ho fatto? Cosa fa arrabbiare il mio amico? È qualche sua sensibilità o effettivamente mi sono comportato in modo sleale, inaffidabile, l’ho tradito o l’ho deluso in qualche modo? Qual è il suo bisogno? E il mio? E che si può fare?

L’Adulto, “presente in modo potenziale in ciascuno di noi”, contrasta le modalità ripetitive disfunzionali del Bambino ferito e tende in qualche modo a “riscrivere nuove regole di pensiero e comportamento”, oltre le vecchie e rigide regole imparate nell’infanzia e portate avanti per una vita.

Chi si comporta da Adulto sa “comprendere e rispettare ciò che ognuno sta provando e pensando”, sa “riconoscere i bisogni degli interlocutori in gioco”, sa “trovare delle soluzioni” ai problemi e ai conflitti. Soluzioni “mai perfette”, in cui ciascuno deve “saper apprezzare e godere di ciò che ha ottenuto” e anche “saper accettare ciò che è frustrante e deludente”.

6 passi da allenare per il tuo cambiamento nelle relazioni

Allenarsi significa affinare progressivamente un’abilità attraverso l’uso regolare, costante e disciplinato della stessa.

1. Allenati ad osservarti nelle relazioni.

Poni “l’attenzione consapevole” sulle tue interazioni quotidiane e abituali nei diversi ambiti di vita (famiglia, lavoro, coppia, amici, tempo ricreativo, ecc.) o anche su alcune situazioni nuove, uniche, insolite che ti ritrovi a vivere.

Cosa succede nella specifica situazione? Chi è coinvolto insieme a te? Quali sensazioni fisiche avverti? Cosa provi emotivamente? Da quali impulsi ti senti spinto? Cosa pensi? Cosa vuoi? Cosa fai?

Allenati ad osservarti ed ascoltarti mentre interagisci.

Ad esempio, nota se tendi a sentire spesso “le stesse sensazioni fisiche” localizzate in specifiche parti del corpo (mal di testa, senso di svenimento o confusione, tensione al collo, schiena dolorante, spalle pesanti, bruciori di stomaco, gambe irrigidite, sudorazione eccessiva, mani e piedi freddi, ecc.).

Nota se ti ritrovi a vivere quasi sempre “lo stesso tipo di emozione”, magari di intensità diversa a seconda delle situazioni (se sei quasi sempre triste, deluso, arrabbiato, impaurito, preoccupato, ecc.).

Nota se “il tuo pensiero è quasi sempre orientato in una certa direzione” (tendi ad essere sospettoso verso gli altri, ti percepisci fragile, tendi a sentirti in colpa e ad auto-svalutarti, ti senti diverso dagli altri ed escluso, tendi a credere che ti manchi qualcosa, tendi a sentirti deluso nelle relazioni, ti credi quasi sempre diverso in quanto superiore, sei spesso pessimista o fatalista, ecc.).

Nota se tendi “spesso ad avere reazioni comportamentali di un certo tipo”, come, ad esempio, reagire impulsivamente, aggredire verbalmente gli altri, ritirarti in silenzio, mantenerti al centro dell’attenzione, soffocare l’espressione delle tue emozioni, sottometterti, essere eccessivamente disponibile, ecc..

2. Impara a riconoscere la parte di te che sta interagendo in modo “adulto, consapevole, responsabile” e la parte di te che sta interagendo in modo infantile, “dalla posizione del bambino interiore ferito”, addolorato, vulnerabile, triste, spaventato, arrabbiato, solo, non visto, non ascoltato, non compreso.

3. Riconosci e legittima i “bisogni” di quella parte di te ferita che sta “pretendendo” che qualcuno si prenda cura di lei, dei suoi bisogni frustrati, di quello che vorrebbe ma non riesce ad avere.

4. Riconosci il “tuo contributo” alla “relazione frustrante e deludente”: identifica cosa fai tu per “alimentare il circolo vizioso della relazione” che si conclude, al solito, in emozioni dolorose di tristezza, rabbia, paura, vergogna, senso di colpa, solitudine, ecc..

5. Impara a trasformare la tua “pretesa infantile” in una “richiesta adulta”: cosa vuoi, cosa puoi chiedere, come lo puoi chiedere in modo da massimizzare la probabilità che l’altro risponda positivamente alla tua richiesta.

6. “Accogli” con gratitudine ciò che ricevi e “accetta” la realtà anche quando non sei pienamente soddisfatto. Imparando a “dare senso” a quello che è successo nell’interazione concreta; a comprendere che ciò che accade ora nelle relazioni attuali trova la sua origine nelle relazioni primarie antiche che hanno creato la tua “personalissima sensibilità” e tendenza a pensare ed agire. In tal modo, l’esperienza emotiva che vivi non è più devastante e ingovernabile come in passato, ma può essere da te vissuta, affrontata e superata.

Così potrai coltivare la speranza che le cose potranno andar meglio di prima e, soprattutto, potrai adottare azioni concrete per determinare attivamente quanto da te desiderato.

3 abitudini per la tua efficacia

1. Chiarisci. Ti è chiaro quali sono le cose importanti che creano la qualità della tua vita? Ti è chiaro per cosa vale la pena alzarti la mattina? Ti è chiaro cosa vuoi realizzare ora, oggi, tra un anno, tra tre anni e tra cinque? Ti è chiaro chi vuoi essere, quali caratteristiche devi avere perché vuoi essere quella persona?
2. Pulisci. Impara a distinguere cosa è veramente importante e cosa è secondario, in ogni ambito della tua vita, a casa e al lavoro, col partner e con gli amici, sul piano fisico e dal punto di vista psicologico e morale. Per essere la persona che vuoi essere. Non puoi stare appresso a tutto e a tutti. Allora è fondamentale impiegare le tue risorse di tempo, attenzione ed energia personale sulle cose che veramente “spostano” l’equilibrio del tuo benessere.
3. Agisci. Inizia ad agire prima di subito. Non indugiare eccessivamente nella riflessione. Anche i grandi progetti partono da azioni piccole e immediate che permettono di avvicinarsi gradualmente a quanto desideri. Non aspettare il momento” giusto” e la scelta perfetta”. Non esistono. Esiste quello che fai e come ti permette di capire quello che devi fare dopo. Sbaglia per imparare a fare meglio…
Efficacia personale non significa felicità immediata o “regalata”, vuol dire inizia a camminare ora in quella direzione invece di aspettare chissà cosa e chi… Significa chiarezza in quello che vuoi, distinzione tra cosa è importante e cosa non lo è, azione determinata e disciplinata.

Incastri patologicamente perfetti

Gli “incastri patologicamente perfetti” sono quelle modalità di relazione tipiche nelle coppie, ma presenti anche sul lavoro o nelle amicizie.

Sono quelle modalità relazionali per cui una persona “tende” ad agire in certi specifici modi e l’altra persona “tende” ad agire in modo complementare. L’esito è la fine della relazione o la sofferenza reciproca protratta. Ecco alcuni esempi.

  • Una persona ha un bisogno estremo di amore e cura e l’altro ha un bisogno altrettanto estremo di amare e curare
  • Uno pretende la completa e assoluta attenzione su di sé e l’altro ha bisogno di ammirare e vivere all’ombra dell’altro
  • Uno è sensibile ad ogni minima critica e aggancia l’altro abituato a criticare ogni comportamento
  • Chi è abituato a sottomettersi e a subire passivamente il volere altrui incontra chi tende a dominare ed imporsi aggressivamente
  • Chi ha bisogno di un altro che si prenda totalmente carico di sé trova chi tende a portarsi addosso tutto il peso del mondo
  • Chi si sente un incapace e fallito finisce per avvicinarsi a chi tende ad essere estremamente severo e svalutante.

La “cura” prevede di aiutare le persone, singole o in coppia, nell’acquisire:

  • la consapevolezza dei “meccanismi ripetitivi in atto”, in particolare di come ciascuno “chieda” (inconsciamente) all’altro di essere la fonte del bisogno frustrato anticamente (ferita) o la fonte di autostima
  • la capacità di essere empatici con “la prospettiva dell’altro”, senza cadere nella sua trappola. Se fa così ci sarà un perché, uno scopo.
  • aiutare le due persone a identificare i “propri bisogni/scopi” e a chiedere per essi attraverso modalità più sane, adulte e funzionali rispetto al ritrovarsi in circuiti relazionali patogeni.

Le chiacchiere stanno a zero

Dopo tanto lavoro sui pensieri e sulle emozioni, sui bisogni frustrati e sulle delusioni incontrate, sulla ferita e sul progetto di vita, è importante passare all’azione. “L’azione è eloquenza” (W. Shakespeare). Un’azione parla più di mille parole.

Nella diversità del punto di partenza di ogni percorso terapeutico (ansia, depressione, dipendenze, problemi interpersonali, problemi sul lavoro, problemi di coppia, crisi esistenzaili, smarrimento dell’identità, ecc.), l’elemento che accomuna quasi tutti gli individui è che, ad un certo punto, la persona deve imparare a sostituire vecchi comportamenti problematici con nuovi comportamenti più sani, utili, funzionali, adattativi e fonte di benessere invece che di malessere.

“Per poter veramente cambiare ciò che ti fa soffrire, devi essere disposto a rinunciare allo scopo che soddisfa il tuo comportamento problematico. O trovare un modo più sano per realizzare il tuo scopo e soddisfare il tuo bisogno”.

Oltre la ferita e il trauma antichi, oltre il vittimismo e la sfortuna, oltre frustrazione e delusione, la persona deve concretamente farsi carico di nuove decisioni e nuove azioni di cui essere consapevole e responsabile. Ovvero deve avere chiarezza dei valori e dei bisogni che orientano le sue nuove azioni e deve assumersi l’onore e l’onere della sua scelta, mai perfetta, sempre in direzione di un beneficio auspicato e di un prezzo da pagare …

Dopo aver fatto chiarezza sui motivi della sua sofferenza, delle sue scelte, della storia di vita, ecc. la persona deve metterci il suo pezzo, il suo contributo al cambiamento, oltre le aspettative magico-infantili che il mondo cambi, che gli altri capiscano, che le cose vadano “da sole” per il meglio. Il paziente deve rendersi conto di come egli stesso contribuisca al perpetuarsi della sofferenza e di meccanismi interni e interpersonali distruttivi attraverso il suo continuare ad agire sempre allo stesso modo.

Conosci l’aneddoto di Woody Allen (croce e delizia degli psicoterapeuti) per cui “sono otto anni che faccio analisi personale e ho finalmente capito il perché della mia pipì a letto… ma continuo a farla a letto…”?

Ad un certo punto del percorso terapeutico, il focus si orienta sul “tradire se stessi”, abbandonando quello che abbiamo sempre fatto e che ci ha portato nel tempo a soffrire. La persona impara ad esprimere emozioni e bisogni e a superare convinzioni radicate, facendo qualcosa di nuovo. Oltre gli imperativi e i divieti interiori, oltre le proibizioni e le ingiunzioni che da una vita si porta dentro, la persona si dà il permesso di abbandonare il copione che recita da sempre, di riscriverlo in base a nuovi presupposti: una consapevolezza ampliata, una forza conquistata, una ferita curata, una direzione più autentica. I bisogni anticamente frustrati possono così finalmente diventare soddisfazione piena e realizzazione delle proprie potenzialità.

Non tutto sarà possibile. Ma molto sarà realizzabile. Frustrazione, delusione e impotenza saranno sempre una parte della vita, ma sempre meno, ora affiancate da nuove possibilità concrete di creare la vita che vogliamo. Una felicità non perfetta, ma finalmente una vita maggiormente a misura dei propri bisogni reali, dei propri desideri autentici, delle proprie potenzialità e risorse.

Ma quando guarisco?

Questa è una domanda frequente che mi fanno i pazienti, soprattutto quelli che, attraverso la psicoterapia e altri percorsi di crescita personale, hanno lavorato molto su di sé e, “pur avendo migliorato notevolmente la qualità della loro vita”, continuano a confrontarsi con la loro ferita primaria, col dolore antico di sentirsi non amati, rifiutati, abbandonati, non visti, non riconosciuti, non apprezzati, ma anche giudicati, rimproverati, invasi, “abusati” emotivamente se non fisicamente.

La persona ha lavorato tanto sulla sua ferita.

Eppure ogni tanto il dolore ritorna, la ferita riappare, vecchi schemi e situazioni sembrano ripresentarsi identiche a se stesse. Per cui la persona si chiede: ma quando finirà tutto questo? Quando guarisce la ferita? Quando guarirò?

La persona, allora, si risponde in modo utile quando “impara veramente a valorizzare i suddetti cambiamenti che ha realizzato” a livello di: comportamenti più efficaci e sani; pensieri più chiari e lucidi; emozioni più regolate e meno distruttive; relazioni più appaganti; maggiore capacità di fare scelte in modo consapevole, centrato e responsabile. In definitiva, “la ferita è qualche cosa che ritorna, a volte ritorna, anche se sempre meno frequentemente, sempre meno invadente, sempre più agevole da governare” per la persona che è cresciuta e conosce meglio se stessa e i propri meccanismi interni e interpersonali. Di fatto, la ferità è qualcosa che ci appartiene, è la nostra sensibilità personale, è la nostra reattività che ci caratterizza, ce la portiamo con noi da sempre, da quando da piccoli abbiamo imparato a stare al mondo. In qualche modo, è la nostra identità, un pezzo importante del nostro senso di identità, di chi siamo e sentiamo di essere. È difficile rinunciarci definitivamente. Sarebbe come privarci di un pezzo del nostro corpo. Di fatto, è parte integrante del nostro modo di essere; abbandonarla completante, in modo controintuitivo, potrebbe destabilizzarci, farci smarrire, farci sentire persi. Se non sono più quello che sono sempre stato chi sono allora? Sarebbe uno stravolgimento troppo estremo della visione di sé, della vita, del mondo, degli altri. Un nostro bisogno fondamentale sappiamo essere quello di controllo, prevedibilità e coerenza interiore.

Il cambiamento terapeutico e di sviluppo personale, allora, si sostanzia nella:

  • riduzione della sofferenza legata alla ferita
  • riduzione della frequenza e dell’intensità con cui si riattiva la ferita
  • capacità di padroneggiare in modo più efficace le emozioni connesse al dolore antico
  • capacità di “riconoscersi identici a se stessi pur avendo fatto tanti cambiamenti”.

Ti stai obbligando a fare la maratona?

Secondo una saggezza antica “ogni maratona inizia con un primo passo”. E questo spesso è un principio ispiratore di ogni impresa, di ogni lavoro per raggiungere i propri obiettivi, di ogni progetto personale per passare da una situazione attuale che si vuole migliorare ad una situazione desiderata che si vuole vivere. Per definire scopi, obiettivi e soprattutto azioni necessarie per raggiungere i traguardi personali e professionali desiderati, rifletti e agisci… ma anche… Agisci e rifletti. Quindi, come si dice in gergo, “inizia prima di subito” ad agire nella direzione da te desiderata. Compi il primo passo. Sbaglia il prima possibile per capire come procedere in avanti…
Purtroppo spesso un certo modo di pensare ci blocca dal fare il primo passo; è il tipico modo di pensare “tutto o niente” per cui “o facciamo la maratona o sprofondiamo sul divano”. In medio stat virtus dei latini (la virtù è nel mezzo … nelle molteplici strade per arrivare ad essere felici) non è per niente contemplato e la persona ragiona (e agisce) per estremi polarizzati: “o divento un maratoneta o è meglio che compro un paio di pantofole nuove”. È quel modo tipico di funzionare “o… o …” che non prevede alternative sane e realistiche, ma solo “missioni impossibili” destinate ad affollare il parco dei falliti. Di chi si sente fallito perché non è Superman o Wonder woman.
In terapia, la persona impara a funzionare secondo un principio di pensiero e azione “e … e…” ovvero “esistono molteplici possibilità tra i due estremi della perfezione e del fallimento, dell’onnipotenza e dell’impotenza assolute”. Della felicità e della tragedia. La persona può imparare in ogni ambito e ruolo di vita ad “essere sufficientemente” capace, brava, buona, bella, adeguata, ecc. ecc. e spesso “quando impara ad accettare di essere sufficientemente” qualche cosa, l’asticella del proprio limite si alza e le realizzazioni in ogni ambito di vita e il senso di soddisfazione personale si accrescono.

3 passi per togliere una piccola grande dipendenza. Esercizio

Ogni emozione conduce al cibo o a qualche altra forma di “dipendenza”, qualcosa che facciamo per rispondere a quella emozione. Sono triste e mangio (o fumo o bevo o divento violento o gioco d’azzardo o vado su facebook o vado su internet o mi compro un vestito o … ), sono arrabbiato e mangio… (o tutto il resto) sono preoccupato e mangio o tutto il resto… sono angosciato e… sono solo e … mi sento in colpa e… mi sento una schifezza e… mi sento un fallito e… chi più ne ha più ne metta, sia di stati d’animo negativi “attivatori” del comportamento problematico sia di comportamenti “critici” “abituali” da cui ormai siamo dipendenti.

Le dipendenze, intese in tal modo, non sono altro che “canali abituali attraverso cui rispondiamo alle emozioni dolorose”. Abitudini ormai consolidate e divenute inconsapevoli itinerari che ci portano ad alimentare la sofferenza invece che a trovare modi utili per rispondere allo stato d’animo generatore iniziale.
Quando decidi di farci qualcosa è importante che inizi a guardarti dentro con domande semplici, chiare, essenziali. Le risposte che troverai amplieranno la tua consapevolezza e le possibilità di cambiamento.

1. “Quando mi ritrovo nel mio comportamento dipendente o compulsivo o abituale e nocivo cosa sto provando emotivamente?

2. E quando hai identificato le tue emozioni: sono triste, sono arrabbiato, sono angosciato, mi sento vuoto, mi sento in colpa, mi vergogno, mi annoio, ecc. … chiediti: di cosa ho bisogno (che solitamente mi illudo, più o meno consapevolmente, di soddisfare con quel comportamento dipendente o abitudine malsana)? “Di cosa ho bisogno veramente che non può trovare risposta efficace nel comportamento dipendente?”

3. Identificato quel bisogno (essere rassicurato, protetto, consolato, confortato, essere in compagnia invece che solo, vitalizzarmi, placare il mio dolore, farmi rispettare, difendere il mio spazio, valorizzare i miei pensieri, legittimare i miei bisogni, ecc.) chiediti: “cosa posso fare di veramente efficace ed utile per questo mio bisogno?” Quale azione sana (invece che il mio solito abituale comportamento dannoso) posso mettere in pratica per ottenere o realizzare ciò di cui ho veramente bisogno?

E poi ancora una volta tocca a te …

Pratica pratica pratica fino a rendere questi 3 passi le tue nuove abitudini mentali e comportamentali.