Il funzionamento ansioso

Una delle richieste più frequenti in terapia è la cura dei disturbi ansiosi. Pur nella diversità della storia di ciascuna persona, nei vari disturbi d’ansia sono rintracciabili alcuni ingredienti tipici, comuni alle varie manifestazioni ansiose:

  • la persona percepisce, più o meno consapevolmente, una minaccia nell’ambiente, nella situazione
  • la persona si percepisce, più o meno consapevolmente, incapace di fronteggiare efficacemente quell’ambiente o situazione “minacciosi”
  • la minaccia esiste rispetto ad uno o più scopi della persona
  • uno scopo è percepito minacciato quando la persona prevede il fallimento nel perseguirlo
  • tanto più è vitale, centrale, importante lo scopo tanto più è intensa l’ansia
  • spesso l’evento che attiva la percezione di uno scopo minacciato è un pensiero o un’immagine interna più che un evento esterno
  • la persona è in uno stato di continuo allarme, a volte più acuto, a volte sotterraneo ma sempre presente e disturbante
  • la persona è sempre sul chi va là, attento a ogni possibile segnale di minaccia e pericolo, anzi con un’attenzione distorta e focalizzata che finisce per creare una profezia che si auto-avvera: chi cerca trova...
  • ogni forma di rassicurazione viene sottovalutata e respinta
  • la persona progressivamente evita ogni situazione che anche lontanamente può avvicinarsi ad una percezione di minaccia e alimenta un circolo vizioso: ha paura di qualcosa che non conosce e più la evita più non la conosce più aumenta l’ansia
  • la persona sente confermate le posizioni/convinzioni di partenza: il mondo è pericoloso e io sono incapace di affrontarlo e padroneggiarlo

 

Le emozioni ci segnalano i nostri bisogni insoddisfatti

La mente è orientata a raggiungere degli scopi . Il comportamento mira a soddisfare bisogni, a trasformare una situazione attuale in una situazione desiderata. Ad ogni azione corrisponde uno scopo, esplicito o implicito. 

Ogni scopo è presente, in modo consapevole o meno, nella mente dell’individuo ed è accompagnato da una serie di credenze e convinzioni su di sé, sull’altro, sul mondo che regolano le strategie comportamentali che la persona utilizza per raggiungere quello scopo.

L’emozione che viviamo ci dice come stiamo rispetto ai nostri scopi, l’emozione espressa lo dice agli altri.

Per ogni emozione potremmo dire quale scopo è minacciato o fallito. Solo per fare qualche esempio: la paura ci avverte della minaccia alla sopravvivenza, la tristezza ci segnala una mancanza o una perdita, la vergogna si prova quando si sente attaccata l’immagine sociale, il senso di colpa o inadeguatezza nascono quando percepiamo di aver fallito rispetto a certi standard, la rabbia quando ci sentiamo vittime di situazioni ingiuste o quando veniamo invasi nei nostri confini. Le emozioni positive e gradevoli ci informano che le cose stanno andando bene e che stiamo raggiungendo i nostri obiettivi e scopi ovvero stiamo avendo successo.

Infine, l’emozione ci attiva rispetto alle strategie comportamentali per raggiungere uno o più scopi; ci indica la strada utile per rimettere a posto le cose. Se siamo arrabbiati vogliamo risanare quella situazione ingiusta o proteggerci da chi vuole fare il padrone a casa nostra. Se siamo spaventati dobbiamo agire al meglio per allontanare la minaccia fuggendo o lottando. Se siamo tristi cerchiamo conforto, quando ci vergogniamo vogliamo ristabilire il valore della nostra immagine esterna, se ci sentiamo in colpa vogliamo riparare a ciò che di sbagliato sentiamo di aver fatto.

Il lavoro su di sé, in terapia e più in generale nella vita, parte dalla consapevolezza del proprio mondo emotivo, dalla capacità della persona di conoscere ed esprimere le emozioni che vive nei suoi contesti di vita. L’emozione è la base di partenza per comprendere ciò che fa stare male e ciò che dobbiamo fare per stare bene.

L’ansia

Ansia, paura, angoscia, fobia, panico, terrore fanno parte di una stessa famiglia di emozioni, simili e non sempre distinguibili in modo netto. Sono accomunate dal riferirsi ad un pericolo imminente, una minaccia, il pensiero di qualcosa di catastrofico o comunque doloroso.

Quando proviamo queste emozioni siamo guidati dall’idea, più o meno consapevole, e dalla sensazione, più o meno intensa, che qualcosa di pericoloso potrebbe presentarsi a minacciare la nostra vita o i nostri cari o comunque a minacciare un nostro bisogno o scopo importante. L’ansia da esame contiene la minaccia della bocciatura, della figuraccia e della perdita di stima e autostima. La paura dell’aereo minaccia la vita. Chi ha il panico ha paura di impazzire, di perdere il controllo, di non essere più se stesso, di morire.

Quello che scatta è la reazione d’allarme che ci porta, come i nostri antenati che vivevano con animali feroci e intemperie devastanti, a:

  • fuggire dal pericolo, evitare
  • provare a combattere la minaccia, attaccare
  • congelarsi, restare fermi e immobili, nell’attesa di non essere investiti dal pericolo.

Ma le reazioni di attacco, fuga e congelamento oggi non sono più utili e adeguate come potevano esserlo quando il rischio di essere annientati era enorme e reale. Purtroppo questa strategia di difesa è rimasta automatica dentro di noi e scatta di fronte alla percezione di una minaccia, anche se nel mondo attuale i tipi di minacce sono differenti rispetto ad allora. Abbiamo meno probabilità di essere uccisi da una belva feroce o da una tempesta assassina, ma ci sentiamo minacciati nelle relazioni quotidiane, al lavoro, rispetto alla nostra autostima, quando non ci sentiamo all’altezza, ecc.

Ciò che caratterizza le persone ansiose è il modo in cui affrontano il quotidiano, certi aspetti di vita riguardanti sé e i rapporti interpersonali che tutte le persone si trovano ad affrontare. Le persone che sviluppano ansia affrontano queste realtà fino a trasformare, in modo involontario, una situazione comune in una situazione ansiosa e spesso una situazione ansiosa in un disturbo d’ansia con specifici sintomi e malesseri.

Le vie dell’autostima

Il percorso dell’autostima sviluppato da ciascuno di noi, in modo più o meno sano e positivo, è solo uno di quelli possibili. Sicuramente il nostro modo di essere è impiantato su fondamenta solide, al tempo stesso il cambiamento è sempre possibile, una sana e vitale stima di sé si può sempre costruire, un senso di sé amato e stimato può sempre essere sviluppato, attraverso vie e possibilità più o meno impegnative da percorrere e da realizzare.

In ogni momento della vita si può iniziare a modificare i messaggi negativi ricevuti attraverso lo sviluppo e l’interiorizzazione di un dialogo interno positivo che utilizzi messaggi d’apprezzamento e conferma del proprio valore e vada a modificare l’architettura interna delle convinzioni su di sé e sul proprio valore e anche su chi sono gli altri, come funziona il mondo, cosa davvero è importante nella vita.

Per svilupparsi e radicarsi dentro la persona e affinché possa condurre a nuovi modi di agire e creare la propria qualità della vita, è importante che questo nuovo modo di pensare e di sentire sé e il mondo faccia affidamento su un contesto affettivo nuovo, “rigenerante, curativo, riparativo”. Un’esperienza affettiva ristrutturante, diversa da quella interiorizzata che la persona si porta dietro fin da piccola, può essere trovata nella relazione di cura terapeutica e, più in generale, in relazioni ed esperienze in cui la persona viene aiutata a lavorare in modo equilibrato sulle diverse componenti dell’autostima, quelle più intime legate al senso di sé e del proprio valore e quelle più pratiche legate a comportamenti, azioni, abitudini, abilità. Entro una cornice affettivamente nutriente e stimolante è possibile cominciare a ri-organizzare le coordinate del proprio modo di stare al mondo, a coltivare un nuovo senso di sé maggiormente capace di cercare il benessere, sentirsi bene e godersi la vita.

L’autostima è un cammino oltre il bisogno assoluto di accettazione esterna, verso l’emergere di un sé:

  • differenziato dalla matrice affettiva originaria
  • individuato rispetto a relazioni con-fusive e a modelli antichi di relazione
  • autonomo nel farsi carico delle propria esistenza in modo libero, sano e responsabile.

Ogni via di miglioramento dell’autostima tocca necessariamente l’articolazione globale ed essenziale di sé: l’identità, i valori, chi siamo, cosa è importante per noi, cosa vogliamo nella vita.

Ogni percorso di potenziamento dell’autostima passa attraverso nuovi modi di pensare ed agire che conducono allo sviluppo di nuove abitudini di sentire e dare senso alle cose per arrivare a toccare le origini più antiche del nostro posto nel mondo.

 

 

Amore “condizionato”: il secchio bucato dell’autostima

Il sentimento di non valere, di essere incapaci e indegni, così come sentirsi inadeguati alla vita, sentirsi non amabili non dipendono tanto dalle frustrazioni esterne attuali che inevitabilmente la vita porta con sé, ma da una frustrazione assai precoce, da parte delle figure affettive di riferimento, del bisogno di riconoscimento della propria unicità e del proprio valore intrinseco.

Spesso i genitori, soprattutto attraverso il comportamento non verbale, al di là di ogni buona intenzione, trasmettono il messaggio: “ti voglio bene e ti stimo quando …” finendo per legare, almeno nella mente del bambino, l’amore e la stima del proprio figlio ad uno o più comportamenti che il bambino sente di dover adottare per essere stimato e amato. Un messaggio che realmente nutre l’autostima può essere qualcosa del tipo: “ti voglio bene e ti stimo perché sei tu … solo perché esisti sei importante per me … sei una persona importante degna d’amore e stima in assoluto solo perché esisti!!!”

Il bambino, col suo fondamentale bisogno di sicurezza e col suo funzionamento “tutto o nulla”, di fronte a questi messaggi, così come arrivano dai genitori e/o come li percepisce la sua mente acerba, giunge alla conclusione estrema, rigida, irrealistica (decisione esistenziale precoce): “potrò essere amato se, e soltanto se, farò tutto quello che mi dicono o che va bene per gli altri”, sviluppando un atteggiamento di compiacenza verso chi sente la fonte fondamentale di sicurezza e amore. In questo modo sono poste le basi della bassa autostima, del bisogno assoluto di essere approvato per sentirsi bene, della sensazione che questa stima dall’esterno non basti mai perché di fatto non può nutrire un senso di sé fragile all’interno.

Il bambino prima e l’adulto poi finirà per percepirsi come un secchio bucato che non riesce mai a riempirsi …

 

Autostima: il desiderio di accettazione e il bisogno

Il bambino che cresce matura un legittimo, sano, stimolante desiderio di essere apprezzato e accettato dagli altri, un desiderio che permette di attivare un’altrettanto sana spinta verso il miglioramento di sé e lo sviluppo di talenti, capacità, abilità. È importante, tuttavia, che questo desiderio di essere rispecchiato nelle proprie qualità non si trasformi in un bisogno assoluto e imperioso di essere accettato dagli altri. Il rischio è che questo bisogno imperativo lo spinga ad essere come vogliono i genitori (“io sono come tu mi vuoi, io sono come devo essere per te …”), creando in tal modo le condizioni per lo sviluppo di una maschera che nel tempo il bambino sente il bisogno di alimentare per sentirsi amato, una facciata che nasconde il nucleo più intimo dei propri desideri e delle autentiche spinte interiori.

Quando sarà adulto, per sentirsi accettato e amato, modificherà il suo comportamento in modo da manipolare l’impressione che dà agli altri, ma a qual punto qualsiasi rimando positivo sulle sue caratteristiche e azioni sarà un riflesso della facciata piuttosto che una lode per qualità stabili e autentiche. Questa tendenza ad adeguarsi alle aspettative degli altri per ottenerne l’approvazione esprime la paura di essere rifiutati (l’angoscia primaria del rifiuto e dell’abbandono da parte dei genitori) e conduce all’alienazione da se stessi, soffocati dalla necessità di corrispondere agli altri per essere amati.

Questo sistema di convinzioni e di comportamenti che il bambino si porta dietro fin dalle origini più precoci del suo stare al mondo finisce per facilitare la costruzione progressiva di una falsa immagine di sé, esternamente presentata e interiormente vissuta, un’immagine interna vissuta in modo fortemente lacerante e conflittuale che comunque protegge dal grave pericolo di non esistere nella mente e nel cuore degli altri (“meglio così che niente”). Un falso sé che paga il prezzo, più o meno elevato a seconda delle circostanze, della rinuncia alla propria genuina autenticità. E che manifesta la sua sofferenza attraverso svariate forme di malessere psichico e fisico.

Le fondamenta dell’autostima

Le fondamenta di una sana autostima si costruiscono in un ambiente adeguato alla crescita del bambino.

Quando il bambino è circondato da atteggiamenti e comportamenti negativi nei suoi confronti da parte di altre persone importanti, questi comportamenti funzionano come attacchi distruttivi all’immagine di sé che viene costruita su fondamenta fragili che sostengono una profonda insicurezza.

È fondamentale che il bambino senta di essere accolto nella sua individualità unica (per quello che è, non per quello che dovrebbe essere) e sostenuto rispetto ai suoi movimenti nel mondo, alle sue sperimentazioni attraverso cui impara a capire chi è, cosa gli piace, che posto occupa nel mondo.

È fondamentale che sperimenti un mondo materiale e affettivo pieno di stimoli che lo aiutino a crescere, a comprendere la realtà, a sperimentare la frustrazione e a saperla superare; che viva in un ambiente che lo spinge ad imparare e al tempo stesso lo protegge da rischi e pericoli troppo grandi per la sua età, protetto da relazioni minacciose e da eventi che potrebbe non essere in grado di affrontare con le risorse del momento.

È fondamentale che riceva affetto incondizionato e autentico attraverso lo sguardo attento di chi si prende cura di lui in modo che egli possa percepire di essere riconosciuto, accettato, di ricevere gratificazioni e avere valore per gli altri, di essere stimato come persona degna di valore per il solo fatto di esistere.

Esisto dunque valgo. Come si sviluppa l’autostima

Le interazioni precoci con le persone importanti del nostro ambiente (genitori, nonni, educatori, insegnanti, altre figure di accudimento, cura e formazione) hanno un’influenza fondamentale sullo sviluppo dell’autostima. L’autostima riflette la stabilità e l’integrità di sé che si sono costruite nel corso della propria esistenza, a partire dalle prime interazioni significative con le persone più importanti per noi, ma anche successivamente come adattamento tra le caratteristiche personali e l’ambiente circostante.

Le interazioni con gli altri ci rimandano chi siamo e chi dovremmo essere (in base alle opinioni e al volere altrui). Più siamo piccoli e più siamo plasmati da come gli altri ci guardano, ci considerano e ci trattano. Progressivamente il giudizio e la valutazione altrui diventano il sentimento interiore di chi sono e chi devo essere. I bambini imparano ciò che vivono. Ciascuno di noi è stato modellato in base ai valori, ai pensieri, ai sentimenti vissuti e respirati in famiglia. Soprattutto nei primi anni di vita, le percezioni dei genitori e di altre persone importanti tendono a diventare interiorizzazioni, più o meno integrate dentro di sé, che definiscono il concetto di sé (chi sono) e il sentimento di sé (quanto mi sento amato e stimato).

Non c’è niente da meritare. L’amore non va guadagnato. Purtroppo il sentirsi “amabili” e “degni di stima” discende dall’esperienza d’accettazione “condizionata” sperimentata con le persone significative. L’immagine di sé e il valore di sé, più o meno positivi o negativi, sono frutto delle esperienze di vita in cui la persona ha sentito di essere stata:

  • riconosciuta (o non considerata)
  • stimata (o svalutata)
  • amata (o odiata o ignorata)
  • accettata (o rifiutata).

Tali esperienze, nella forma di accadimenti reali o di vissuti interiori, nel tempo si sono strutturate in sentimenti, profondi, stabili e consolidati, di autostima o auto-svalutazione.

 

L’autostima è il respiro della psiche

L’autostima è il respiro della psiche nel mondo. È il pensiero di noi stessi che forma la nostra identità. È il sentimento del nostro valore. È il modo in cui andiamo in giro  per il mondo, il modo in cui incontriamo l’altro.

L’autostima influenza in maniera determinate il nostro modo di stare al mondo, quello che facciamo e come ci sentiamo, chi incontriamo e quanto sappiamo vivere una vita che vale. L’autostima condiziona tutti i nostri ruoli di vita: in famiglia, a scuola e al lavoro, con gli amici e col partner, anche il modo in cui scegliamo di vivere il nostro tempo e di seguire i nostri interessi.

L’autostima è il valore vissuto di sé; è il sentimento interiore di essere una persona che vale, degna di essere amata e accettata nella propria unicità. È il permesso dato a se stessi di essere ciò che si è. È l’accettazione di sé che discende dall’aver interiorizzato l’accettazione “incondizionata” degli altri.

Avere stima di sé significa utilizzare la propria esperienza soggettiva come riferimento del proprio essere al mondo in dialettica continua e dinamica con i dati di realtà e con le prospettive soggettive altrui. I pensieri e le opinioni degli altri sono importanti da considerare così come i fatti che fanno parte della realtà oggettiva condivisa da tutti. Tuttavia, i pensieri più importanti sono quelli che noi facciamo su noi stessi, quelli che ci possono guidare verso le mete che scegliamo come adatte a noi.

Avere stima di sé coincide col sentirsi amabile e degno di stima, a prescindere dai propri comportamenti, dalle proprie prestazioni, dai personali successi, dal successo sociale. Se è vero che una quota importante della nostra felicità dipende dai risultati che otteniamo nelle diverse aree della nostra vita e nei diversi ruoli che incarniamo, è anche vero che il senso del proprio valore e la fiducia in se stessi, nelle proprie risorse e capacità, devono funzionare da stimolo e motore per ottenere i risultati piuttosto che essere dipendenti dai risultati ottenuti. Ciascuno di noi vale ed è degno di amore e stima a prescindere da ciò che fa e da ciò che ottiene.

La scelta più intelligente che hai fatto

Ogni scelta ha un prezzo da pagare. Qualsiasi scelta andrai a fare, a qualcos’altro dovrai rinunciare. È una lezione di vita importante: non siamo onnipotenti. Abbiamo un certo grado di potere e di potenza che possiamo sviluppare a amplificare per realizzare la vita che vogliamo, al tempo stesso abbiamo una quota di limiti che ci dicono che non tutto possiamo ottenere, molto sì, ma non tutto.

Una parte importante dello scarto tra desiderio e realtà è il prezzo da pagare.

Che prezzo pagheresti se dicessi finalmente al tuo collega quello che vorresti dirgli da mesi? Che prezzo stai pagando nel non dirglielo? Che prezzo pagheresti se decidessi finalmente di lasciare il tuo lavoro insoddisfacente? Che prezzo stai pagando continuando a fare questo lavoro? Che prezzo pagheresti se finalmente vuotassi il sacco? Che prezzo stai pagando portando quel sacco pesante?

Gli esempi sono pressoché infiniti nella vita di ciascuno di noi, il senso è sempre quello di una scelta che ci porta in una direzione e non in un’altra con i relativi prezzi da pagare. E questo del resto ci riporta ad un discorso altrettanto fondamentale legato alle nostre scelte di vita (inconsapevoli), in particolare alle nostre “decisioni precoci” sul modo migliore di stare al mondo. Ad un certo punto della nostra vita, nei primi sei anni di vita come arco temporale fondamentale, abbiamo preso (inconsapevolmente) la decisione sul modo migliore di stare al mondo facendoci guidare dalle nostre parti intuitive, creative e intelligenti su quale potesse essere la scelta migliore per soddisfare i nostri bisogni di amore e stima, per ottenere l’affetto e la vicinanza delle persone per noi importanti e per ottenere la loro approvazione.

Che prezzo hai pagato in quella scelta precoce?

Che prezzo continui a pagare rinnovandola a più riprese fino a farla diventare il tuo copione esistenziale, le tue regole-base di condotta?

Come puoi scegliere diversamente?

Quale altro prezzo sei disposto a pagare?