Ci ricasco sempre…

Spesso ci ritroviamo a vivere situazioni sempre uguali a se stesse. Spesso ci ritroviamo a commettere gli stessi errori. Di sempre. Spesso ciascuno di noi, chi più chi meno, continua a perseverare in due abitudini dannose per la propria vita psichica e relazionale: l’abitudine del fare (cioè ripetere con regolarità qualche azione negativa per sé); l’abitudine del non fare (continuare a non fare ciò che sarebbe utile fare). Spesso tutti noi continuiamo ad attuare comportamenti che pure sappiamo essere negativi per la nostra salute, per la nostra felicità e per le persone che ci circondano.

Ci diciamo “ecco lo sapevo…” e continuiamo a cadere nelle stesse trappole che noi stessi ci mettiamo. Ci chiediamo “perché?” e non troviamo una risposta oppure troviamo risposte di giustificazione o colpevolizzazione o di altro tipo ancora che sono di scarso aiuto per un reale cambiamento del comportamento problematico o per lo meno per una reale comprensione di ciò che veramente viviamo quando ripetiamo le cose che ci fanno stare male. Appare utile invece un’altra domanda: come posso imparare a far tesoro delle mie esperienze?

Ciascuno di noi vive la sua vita svolgendo diversi ruoli e intessendo diverse relazioni, personali e professionali, pubbliche e private, più o meno significative all’interno dell’esperienza soggettiva: siamo figli, genitori, fratelli, sorelle, partner, amici, colleghi, capi, subordinati, ecc.. E ogni ruolo è per noi il campo d’azione di nostri “errori ripetuti”. Un po’ dappertutto ci ritroviamo a commettere gli stessi errori. Ci ritroviamo o ci mettiamo? Finiamo per cascarci o il nostro inconscio sa benissimo dove ci sta guidando malgrado la nostra coscienza andrebbe verso altri lidi?

Le stesse abitudini negative. Gli stessi scenari. Le solite storie. La solita storia personale. Il ritrovarsi all’interno di un copione già scritto.

Ogni errore o ripetizione andrebbero visti nello specifico del significato relazionale e nel contesto di ruolo in cui avvengono, al tempo stesso, è possibile identificare una tendenza generalizzata, al di là dei significati specifici nei vari ruoli. È la regola del “CI RICASCO SEMPRE”, un club per niente esclusivo in cui prima o poi sembra transitare la maggior parte delle persone.

L’essere umano è una creatura meravigliosa, piena di molteplici potenzialità. Funziona in maniera estremamente creativa e flessibile, ha la possibilità di inventare il futuro e per certi versi anche il passato nel momento in cui lo può narrare e ri-narrare costruendo nuove storie di sé e della propria vita, quindi nuovi significati potenzianti e riparativi, nuove risposte a vecchi stimoli, possibilità assolutamente originali di stare al mondo e di creare la propria felicità. Al tempo stesso, ciascuno di noi ha anche bisogno di creare un ambiente prevedibile, controllabile, governabile, per sentirsi protetto e sicuro, per sentire di avere padronanza sul proprio mondo interno ed esterno e di fatto per poter vivere la vita scegliendo in base ai propri desideri e valori, orientato il più possibile da qualcosa che può governare, dirigere e indirizzare.

Ciascuno di noi segue percorsi di pensiero e di comportamento che sono tracciati della memoria che hanno origini molto antiche nella storia personale, solchi molto profondi che la persona percorre rigidamente. È il necessario corollario per adattarsi ad un ambiente il più prevedibile e governabile possibile. La storia della nostra infanzia è la storia di come rendere il proprio ambiente, fisico e affettivo, il più prevedibile possibile e il più governabile per ottenere la soddisfazione dei bisogni primari di vicinanza e protezione. Quindi per noi avere un repertorio di risposte automatiche è fondamentale, solo che a volte finisce per diventare qualcosa da cui è molto difficile staccarsi ed uscire, anche laddove si sperimentano situazioni fonte di sofferenza e tensione.

E finiamo per chiederci: perché non cambia niente della mia vita? Perché mi ritrovo sempre nelle stesse situazioni? Come è possibile che nella società attuale delle infinite possibilità e degli illimitati stimoli ci ritroviamo a percorrere sempre le stesse strade, a creare sempre gli stessi scenari personali e interpersonali?

Si tratta allora di re-interpretare in maniera nuova questi “errori” considerandoli come utili messaggeri su noi stessi e sul nostro stile di vita.

La capacità di fare scelte e prendere decisioni accurate richiede di prevedere e valutare costi e vantaggi del comportamento. In genere, facciamo del nostro meglio o comunque quello che ci sembra più conveniente in base alle valutazioni del momento. E anche il nostro inconscio ci guida con le sue “intenzioni protettive”. Quando scegliamo di agire in un certo modo specifico, sapendo, più o meno chiaramente, che non è una scelta adeguata alla situazione, o rendendocene conto immediatamente dopo, la nostra capacità di scegliere è influenzata da una motivazione più forte e profonda che orienta la condotta. Si tratta dunque di ampliare la nostra consapevolezza sul senso di questi nostri comportamenti che si ripetono anche quando li riconosciamo come non funzionali, se non addirittura dannosi. In questo modo possiamo diventare realmente responsabili di ciò che ci accade sapendo che a qualche livello quello che ci accade è governato dai nostri bisogni e dai nostri scopi più profondi, ancora da comprendere appieno. Come quando non riusciamo a smettere di fumare, come quando litighiamo sempre per le stesse cose senza impegnarci realmente a trovare una soluzione, come quando con il partner, con i figli, coi genitori, con il capo… è sempre la stessa storia.

Sempre la stessa storia. La stessa difficoltà ad uscire da canali rigidi di espressione di sé e dai soliti tentativi di affrontare i problemi senza realmente cambiare le cose. Voglio cambiare senza cambiare. O aspettare che cambino gli altri.

Allora per ampliare la consapevolezza è utile chiedersi: ho mai sperimentato una situazione analoga prima d’ora? Quali possono essere le conseguenze negative della scelta che intendo fare? Ne vale ancora la pena? Conosco un’alternativa migliore? Qual è il bisogno che cerco di soddisfare con la mia scelta? Cerco di proteggermi e di sentirmi sicuro? Di evitare la paura e il dolore? Di piacere agli altri? Di evitare la solitudine? Di crescere? Di acquisire potere? Di essere notato? Questi bisogni sono alla base di altri “errori” che ho commesso?

È importante essere consapevoli dei nostri bisogni e di come cerchiamo di soddisfarli per poter riconoscere le nostre azioni inefficaci. Spesso è proprio la mancanza di consapevolezza dei nostri bisogni che ci porta ad agire in maniera inefficace e a compiere delle scelte inadeguate. Può trattarsi di bisogni importanti, ma le modalità e i mezzi con cui cerchiamo di soddisfarli possono essere poco funzionali. Come posso soddisfare questi bisogni importanti per me attraverso altre modalità più soddisfacenti e positive? Come posso soddisfare lo stesso bisogno utilizzando altre strade e modalità per me più adatte e funzionali? Quali altre possibilità di pensiero e azione ho a mia disposizione?

Come posso “uscire dai blocchi”? Come posso cambiare le relazioni che voglio cambiare? Come posso affrontare i problemi che vivo per arrivare dove voglio? Come posso superare le solite insoddisfazioni e creare scenari soddisfacenti? Come posso uscire dai soliti schemi mentali, affettivi, comportamentali? Come posso uscire dal film della mia vita scritto tanto, troppo tempo fa? Come posso uscire da vestiti che mi stanno stretti e che qualcun altro ha cucito per me?

Come posso integrare il mio desiderio di cambiamento con la mia tendenza-bisogno di restare sempre uguale a me stesso? Come posso tradurre il mio desiderio di cambiamento in un processo concreto di ri-scrittura della mia vita? Come posso abbandonare la strada vecchia insoddisfacente per iniziare una nuova sfidante strada nuova tutta da costruire?

Quali resistenze esterne e interne rendono difficile percorrere la strada che pure coscientemente vorrei percorrere per arrivare alla meta desiderata?

Alcune resistenze sono più consapevoli, altre sono inconsapevoli, alcune sono più facilmente accessibili alla coscienza, altre sono assolutamente distanti dalla nostra possibilità di dar loro un senso, a volte dobbiamo semplicemente accettare che se qualcosa che voglio non accade è perché “più profondamente ho paura”!!!

Alcune resistenze riguardano la nostra difficoltà personale ad affrontare i rischi connessi a ogni processo di cambiamento. Questi rischi riguardano sia aspetti della nostra vita e della nostra personalità a cui non vogliamo rinunciare, sia il dover affrontare le reazioni delle altre persone intorno a noi che potrebbero riempire di ostacoli la nostra strada della felicità e della crescita.

Che succede se cambio? Che succede se comincio a dire quello che penso e quello che sento? Che succede se comincio ad agire in base a quello che voglio veramente? Che succede se comincio ad arrabbiarmi invece che a tenere tutto dentro? Come reagirò io ad un mio comportamento arrabbiato palesemente espresso? Come reagiranno gli altri? Cosa perderò? Cosa rischio di perdere? E se poi le persone, quelle importanti per me, non mi vorranno più bene? E se poi gli amici mi allontaneranno? E se il mio partner si stufa? E se i miei genitori non mi vorranno più bene? E se non mi sosterranno più nelle mie scelte?

Entriamo in un gioco sempre presente nella vita di ciascuno di noi, a volte esplicito, spesso implicito: la ricerca di un delicato equilibrio tra adattamento (“sono come tu mi vuoi”) e libera autentica espressione di sé (“sono come voglio io autenticamente”). È su questo campo da gioco che si svolge la partita quotidiana del “bisogno di accettazione” rispetto alla “libertà di essere se stessi”. Come posso vincere questa partita? Come possiamo vincere entrambi?

È una partita sicuramente impegnativa che tutti comunque dobbiamo giocare.

Quale parte di me non vuole cambiare? Quale parte di me ha paura di cambiare?

Si tratta allora di interrogare queste resistenze, di farsele amiche, alleate verso il cambiamento piuttosto che nemiche da combattere.

Cosa mi stanno dicendo le mie resistenze? Come mi vogliono proteggere? Da cosa mi vogliono allontanare? Quali sono i pericoli da cui mi mettono in guardia?

Che succede se cambio? Che reazioni dovrò sostenere da parte dell’ambiente esterno? Quanto sarò capace di adattarmi? Quanto vorrò adattarmi? Quanto sarò in grado di portare avanti nuovi ruoli, nuove azioni, nuovi assetti relazionali?

Quanto ho paura dell’ignoto? E che mai mi potrà succedere? Cosa temo specificamente?

Spesso la situazione attuale, pure insoddisfacente, è in qualche modo la situazione che sentiamo la migliore possibile al momento!  Le “solite” scelte sbagliate sono anche le scelte migliori di cui disponiamo al momento!

In che modo le scelte attuali sono una riproposizione di scelte antiche che “all’epoca” mi garantirono la sopravvivenza psichica? Come posso cambiare certe cose e conservarne altre?

Che penserà “la gente”, “gli altri” se cambio? Mi accetteranno? Quanto temo il loro giudizio? Quanto ho bisogno della loro approvazione? Mi vorranno ancora bene?  Continueranno a stimarmi?

Quanto migliorerà la situazione? Quanto peggiorerà la situazione? E se mi vedono come un fallito? Come un pazzo, uno strano? Meglio il noto insoddisfacente? E se il nuovo sarà terribile oltre ogni mia capacità d’immaginazione e previsione? E se poi tradisco le attese di chi mi vuole bene? Mi posso permettere di tradire chi mi vuole bene? Sarei “egoista”? Mi posso permettere di tradire le regole familiari e quelli che sono gli insegnamenti della mia storia, della mia famiglia, della mia tradizione?

Come posso trasformare le mie resistenze da ostacoli alla crescita in alleati verso il mio percorso di trasformazione interiore e cambiamento verso la vita che desidero?

 

La storia siamo noi 

Stai camminando nel bosco, è il crepuscolo, ti rendi conto che hai percorso un sentiero che non conoscevi e ora si è fatto tardi, sta arrivando l’oscurità. I suoni del bosco li conosci eppure un po’ ti spaventano, immagini qualche animale pericoloso, ti accorgi che il cuore corre veloce mentre le gambe tremano. Hai paura. A casa ti stanno aspettando, il telefono non ha segnale. Cominci a sudare, la bocca si secca e fa pure un po’ freddo… senti un urlo arrivare da lontano… e ti svegli. Era solo un sogno, diciamo un incubo, ti senti agitato, hai il respiro affannato… ti alzi per bere un bicchiere d’acqua… e cominci a sorridere “dell’accaduto”… il peggio è passato… anche se un po’ di inquietudine resta…

L’accaduto non è veramente accaduto, era solo un sogno, pensieri e immagini nella tua testa, eppure la paura è reale.

Così come mentre leggevi di quel sogno probabilmente hai provato sensazioni simili… Come quando vedi un film e ci “entri dentro”, ti identifichi con qualcuno e fai tua “l’esperienza soggettiva” di quel personaggio. In realtà, parliamo solamente di un sogno raccontato, di un film visto o di parole scritte. Quando quelle parole, quelle immagini, quei pensieri entrano nella tua testa reagisci come fossi il protagonista della vicenda. Per non parlare di quando leggi o ascolti una poesia…

Le parole, i pensieri, le immagini attivano sensazioni, multisensoriali: vedi ciò che vede il protagonista, senti ciò che sente, percepisci le sue stesse sensazioni, a seconda dei casi anche i profumi e i sapori rientrano nell’esperienza che vivi… a partire dalle parole.

Le parole sono simboli che evocano pensieri, immagini e significati, suoni o segni (sulla carta o su uno schermo) che hanno il potere di indurre certe azioni e certe esperienze emotive. Cosa succede in te se ti dico “snack”? Probabilmente sentirai l’acquolina in bocca, sentirai una leggera sensazione di fame, magari ti verrà voglia di mangiare qualcosa e andrai a procurartela. E se ti dico “snake”? Probabilmente se non conosci questa parola in inglese resterai semplicemente incuriosito e vorrai sapere che vuol dire. E se ti dicessi “serpente”? Forse avresti un’altra serie di reazioni: sensazioni di disgusto o paura (o chissà curiosità e attrazione), immagini di uno o più serpenti (dove? Vicino a me? Nella jungla? Sotto i piedi?), pensieri del tipo “c’è un serpente!?! ?” “ora che faccio?”, azioni quali scappare, urlare, provare ad accoppare il serpente, restare immobile. Ma dove sta sto serpente? Sicuramente nella tua testa. Forse solo nella tua testa!!!
Nella nostra testa girano pensieri e parole attraverso cui noi ci raccontiamo la vita. Prova a leggere i giornali che “raccontano” lo stesso “fatto”. Prova a sentire due persone che raccontano lo stesso fatto. È proprio lo stesso? Resta il fatto che noi siamo guidati dalle nostre storie, da ciò che gira nella nostra testa sotto forma di parole, pensieri, significati.
I bambini imparano a stare al mondo attraverso le storie che sono state raccontate loro. Da bambini ci hanno raccontato tante storie, quelle fantastiche e quelle reali, che ci hanno aiutato a dare senso al mondo, a trovare dei significati utili a cavarcela e ad agire in base ad essi. Chi si è preso cura di noi ci ha raccontato storie che riguardano la vita e la morte, il bene e il male, cosa è giusto e cosa è sbagliato, chi siamo e chi dovremmo essere. Quali sono i comportamenti da tenere e quali quelli da evitare. La nostra testa oggi è piena di storie che contengono valori, convinzioni, principi di vita, atteggiamenti, giudizi, indicazioni su cosa è sano, buono, giusto e su come vivere la vita.
Queste storie ci sono state raccontate così tante volte che le sappiamo a memoria. In automatico ci dicono chi siamo, cosa dovremmo essere. Com’è la vita, come sono gli altri, come va il mondo. E ciascuno possiede le sue storie. Qualcuno ha storie simili all’amico, mentre altre storie sono completamente diverse o anche opposte tra loro.
Queste storie ci offrono una rappresentazione della realtà che guida il nostro comportamento. Ciascuno di noi è così fortemente identificato nelle storie che si racconta, ora e da sempre, che le considera espressione della verità assoluta.
Purtroppo a volte queste storie generano scarsa autostima e sofferenza legata a convinzioni su di sé (sono stupido, non ce la farò mai), sugli altri (gli altri sono furbi, gli altri ti vogliono fregare, gli altri sono a tua disposizione), sul mondo (il mondo è di chi schiaccia le persone) e sulla vita (la vita prima o poi ti toglie quello che ti ha dato); portano con sé emozioni dolorose, creano limiti e impedimenti ad azioni efficaci, lasciano la persona in balia degli altri e delle circostanze.

Queste storie che ci raccontiamo definiscono chi siamo e che vita possiamo vivere, escludendoci da molteplici altre possibilità. Se penso che sono incapace allora probabilmente nemmeno ci provo; se credo che gli altri sono migliori di me allora probabilmente nemmeno mi metto in gioco, se credo che il mondo sia dei violenti e io mi sento mite allora quasi sicuramente resterò all’angolo. Se … allora … ciascuno ha le sue storie e da esse è guidato.
In terapia la persona impara a “conoscere approfonditamente” le storie che si racconta, di cui in gran parte è inconsapevole, a capire quando sono nate e il valore che hanno avuto e hanno tuttora per sé. La persona non abbandona completamente le vecchie storie perché comunque ci è affezionata, rappresentano la sua “storia di vita”, la sua identità. Quello che la persona impara a fare è creare storie alternative a cui credere e da cui farsi orientare.

La terapia non lavora per sostituzione, lavora per aggiunta. La persona impara a raccontarsi storie nuove dove i limiti lasciano il posto al possibile, storie in cui la persona impara a guidare il proprio comportamento in modo più sensibile e attento a ciò che veramente è importante per lei.
Quanti anni ha quella donna? Cosa faresti con lei?

La via della terapia

Le persone che arrivano a chiedere un aiuto terapeutico sono in qualche modo e misura insoddisfatte di come sta andando attualmente la loro vita. Possono avere un problema di lavoro o un momento difficile nella relazione di coppia, possono soffrire di solitudine e avere difficoltà a trovare un partner; possono avere un problema di salute oppure aver subito un lutto importante. Alcuni raccontano vissuti di scarsa autostima, fallimento e difficoltà a realizzare un progetto, altri presentano problemi di dipendenza affettiva o non riescono ad avere amici oppure problemi di dipendenza da sostanze o altri tipi di dipendenza (internet, pornografia, gioco d’azzardo). Solitamente, all’inizio, le persone riferiscono manifestazioni di ansia e depressione, sensazioni di “esaurimento” e perdita di vitalità sotto le quali si nascondono (o si rivelano) i suddetti problemi legati ad una o più aree di vita. Qualcuno arriva a chiedere aiuto perché sente di aver smarrito la retta via: “non so più chi sono e cosa voglio veramente”.

Quali che siano i problemi portati in consultazione, la persona riporta sentimenti spiacevoli, emozioni dolorose, pensieri negativi e chiede di eliminarli. Comprensibilmente vuole risolvere i problemi e allontanare il dolore da essi creato. Solo che il mondo interno, la mente, funziona diversamente dal mondo esterno in cui quotidianamente ciascuno di noi risolve problemi passando da una situazione insoddisfacente ad una migliore.

La mente funziona in maniera contro-intuitiva: devi fare spazio al dolore affinché si esaurisca la sua carica di sofferenza, devi accettare la situazione per iniziare a cambiarla. Spesso succede che i nostri tentativi di risolvere il problema lo amplificano secondo un circolo vizioso che alimenta la sofferenza invece che ridurla. Hai paura del giudizio degli altri? Tendi ad evitare persone e situazioni sociali varie, ma così facendo aumenti la sensazione che gli altri abbiano l’idea di te come uno “strano” o la sensazione di non essere tra i più simpatici. Hai paura di trovarti in mezzo a tante persone? Bevi per abbassare l’ansia, fino a quando diventi dipendente dall’alcol, con annessi e connessi, mentre l’ansia ritorna comunque. Vivi una situazione di tensione sul posto di lavoro ma hai paura di tirare fuori ciò che pensi e senti, solitamente rabbia, perché non sai come andrà a finire? Tieni tutto dentro, oggi, domani e pure dopodomani fino a quando finisce che “scoppi”: vieni assalito da qualche disturbo psicosomatico (gastrite, mal di testa, dolori articolari, fiacchezza, irritazioni cutanee, ecc.) o finisci al pronto soccorso con la paura di un attacco cardiaco ma ti dicono che è “solo un attacco di panico” o ci mandi qualcun altro al pronto soccorso perché la tua “sana” rabbia è esplosa in un comportamento violento.

In terapia si lavora per aiutare la persona a rendersi conto che:

  • i sintomi così disturbanti e fonte di sofferenza arrivano per comunicarci che qualcosa nella nostra vita non va e dobbiamo metterci mano (metterci in discussione);
  • le soluzioni che finora abbiamo adottato non hanno funzionato;
  • i sintomi non vanno soppressi, ma vanno ascoltati, interrogati, compresi;
  • il dolore dei sintomi esprime emozioni non (ri)-conosciute e non espresse che vanno individuate;
  • le emozioni più importanti sono paura, rabbia, tristezza, le altre fanno parte di una di queste tre famiglie;
  • ogni emozione è sana e utile in quanto esprime qualcosa di noi in rapporto con gli eventi che viviamo e le cose che ci accadono;
  • il modo di esprimere le emozioni può essere più o meno adeguato, sano, utile e funzionale;
  • ad ogni emozione corrispondono uno o più bisogni importanti che attualmente sono insoddisfatti;
  • individuati i bisogni è fondamentale definire le azioni che noi dobbiamo compiere per tentare di realizzarli;
  • non esiste un unico modo per ottenere ciò che desideriamo, alcune strade sono più agevoli, altre sono più impervie;
  • ogni scelta ha un prezzo da pagare: possiamo scegliere di fare qualcosa di nuovo per realizzare un nostro bisogno o desiderio e possiamo anche scegliere di continuare a stare nelle stesse condizioni, facendo quello che abbiamo sempre fatto;
  • quando cominciamo ad esprimere le emozioni e a mettere in atto le azioni necessarie per soddisfare i nostri bisogni dobbiamo anche saper affrontare la frustrazione (non tutto va come vorremmo, ostacoli e impedimenti sono sempre all’angolo) e la delusione: spesso gli altri sono diversi da come noi pensavamo e volevamo; noi siamo responsabili dei nostri comportamenti, ma non abbiamo il potere di cambiare le altre persone. E nemmeno possiamo pretenderlo!!!

Alcune volte riusciamo a percorrere fino in fondo questo processo di consapevolezza che ci porta a mettere in atto le azioni utili ad ottenere ciò che vogliamo. Altre volte, anche se abbiamo chiara la situazione, non riusciamo ad agire efficacemente: conosciamo i nostri pensieri e le nostre emozioni, sappiamo cosa vogliamo e cosa dovremmo fare per arrivarci, ma non riusciamo a mettere in atto i comportamenti necessari a soddisfare i nostri bisogni. Siamo bloccati da paure profonde che hanno origini antiche nella nostra storia personale, che appartengono al “bambino ferito” che ci portiamo dentro e di cui dobbiamo “prenderci cura”. La situazione attuale ci riporta a quando eravamo bambini (o poco più che bambini) e incontrammo per la prima volta la paura di agire. In terapia, ci si riconnette a quel bambino, in quel tempo, in quella situazione, per “sbloccare” quelle paure…

 

Essere e dover essere

La relazione genitori-figli è il modello di tutte le future relazioni fiduciarie, orienta il modo in cui la persona tenderà a creare legami e a governare le relazioni interpersonali.

Quando siamo piccoli ci affidiamo inevitabilmente all’adulto che si prende cura di noi. Il bisogno del piccolo è di essere amato incondizionatamente, senza se e senza ma. Il piccolo implicitamente chiede all’adulto di essere all’altezza delle sue aspettative di fiducia che si sostanziano fondamentalmente nella richiesta inconsapevole: “riconoscimi e accettami per quello che sono, unico e irripetibile, degno d’amore e stima a prescindere” (amore e accettazione incondizionati). “Aiutami a crescere, insegnami a stare al mondo, ad essere autonomo nella testa e nel cuore, ad essere felice”. “Dammi regole e modelli, orienta il mio comportamento, insegnami il bene e il male, ciò che è giusto e sbagliato, buono e cattivo, mentre accogli totalmente il mio modo di essere”. “Aiutami ad essere autonomo e anche ad affidarmi agli altri, a creare legami”.

Le ferite, con cui faremo i conti per tutta la vita, si creano quando il genitore “tradisce” queste aspettative implicite e comincia a proporre modelli e regole che non riconoscono e non accettano l’individualità, la giudicano, la disapprovano, la svalutano, la colpevolizzano, la mistificazione.

Le ferite del resto sono inevitabili. Il mestiere di genitore è veramente il più difficile del mondo: quanto sono elevate le aspettative di “come dover essere genitore” capace di rispondere ad una richiesta di fiducia assoluta? Dove sono i confini della fiducia e quindi del tradimento? Quanto la richiesta è di essere un genitore perfetto? Non solo: ciascun genitore è stato a sua volta figlio e porta dentro le personali ferite del bambino che è stato.
In situazioni “normali” i genitori agiscono in buona fede con l’idea di educare il figlio secondo valori e principi sani e buoni. Purtroppo la buona fede non immunizza dagli errori, molte scelte sono fatte “per il bene del figlio”, ma incapaci di “guardare” con attenzione i bisogni di chi hanno davanti, ancora imbrigliati nel proprio passato del figlio che sono stati e dei genitori che hanno avuto.
Il genitore esterno reale concreto che, attraverso rimproveri, disapprovazioni, critiche, ha tradito le aspettative di fiducia del figlio, gradualmente diventa genitore-giudice interno, presentandosi a sua volta con un certo grado di severità, rimbombando nel mondo interiore con una voce gigantesca: NON SEI COME DOVRESTI ESSERE, NON FAI QUELLO CHE DOVRESTI FARE. Un Giudice Interno che per tutta la vita continuerà a chiedere un dover essere spesso dai confini illimitati e confusi … per cui alla fine “sentiamo che non va bene mai… che non siamo mai abbastanza!!!”.

In nome dell’amore-accettazione di cui ha bisogno, il bambino arriva al tradimento di se stesso e ad un grado, più o meno massiccio, di compiacenza e falso sé: “devo essere come vogliono i miei genitori”. “Se non faccio ciò che li rende felici e tranquilli non mi ameranno più”.

Nel vissuto del piccolo, il prezzo da pagare di una coerenza pura, ideale alla propria autenticità sarebbe l’impossibilità di un abbraccio accogliente dell’altro… la solitudine, il non sentirsi amati. Inconcepibile per il cuore di ogni umano. Sicuramente non possibile per il bambino piccolo e indifeso che ha bisogno di un adulto che lo conduca con amore verso la vita.

Si crea in questo modo un circolo vizioso: il piccolo “chiede” al genitore di essere perfetto e a sua volta il genitore “chiede” al figlio di essere perfetto secondo regole del dover essere che sfuggono a una “realistica” definizione e finiscono inevitabilmente per essere “irrealistiche”, “irraggiungibili” (una missione impossibile). Si viene a creare, in tale dinamica, un terreno fertile per la frattura della fiducia, per le ferite interne da una parte e per sentirsi dolorosamente imperfetti dall’altra.

In terapia ci si trova prima o poi a fronteggiare il giudice interiore. A seconda della propria storia personale, il lavoro col giudice sarà più o meno importante, faticoso e profondo. Come con i nostri genitori reali dobbiamo imparare a riconoscere gli aspetti positivi del giudice: ci guida, ci orienta, ci pone sani limiti per confrontarci con la realtà e per questo possiamo essergli grati. Del resto può essere molto severo, rigido, punisce e pretende l’impossibile. Per questo possiamo arrabbiarci col giudice perché ci sentiamo pressati a corrispondere alle sue aspettative, perché temiamo di perdere la sua fiducia, stima e amore se non facciamo sempre ad ogni costo quello che pretende da noi. Se non ci adeguiamo alle sue pretese il suo giudizio è spietato e ci sentiamo rifiutati, abbandonati, non amati. Oggi come ieri la lotta è la stessa, tra autenticità e dover essere…
Gratitudine e rabbia ci aiutano a ridefinire la persona che vogliamo essere oggi, quanto vogliamo mantenere e valorizzare di ciò che ci hanno trasmesso, quanto vogliamo scartare e lasciarci alle spalle perché non va più bene per noi.
La terapia aiuta a diventare nuovi genitori di se stessi…

Il rifugio sicuro

Dopo quasi due anni di terapia della “sua” depressione, con risultati soddisfacenti in termini  di ampliamento dei suoi spazi vitali (sta uscendo con un ragazzo, ha ripreso a comprarsi dei vestiti “colorati”, sta prendendo informazioni per un nuovo corso che le dovrebbe consentire di acquisire competenze per il lavoro), Nadia porta un sogno.  “Dopo aver gettato la spazzatura mi ritrovo a rincorrere il camioncino che l’ha appena ritirata… ho bisogno di riprenderla per vedere se ho gettato anche qualcosa che non dovevo… un sasso trovato da bambina che da sempre è stato per me un talismano scaccia mostri…”. L’elaborazione successiva ci permette di rintracciare significati che Nadia sente particolarmente rilevanti per lei e che le suscitano emozioni contrastanti. Di dolore e paura. Di stupore e serenità. Il sogno racconta il paradosso del rifugio sicuro, tipico dell’esperienza depressiva.

La depressione, il crogiolarsi in sentimenti depressivi, la difficoltà a starci e anche a lasciarli, esprimono l’ambivalenza di un rifugio sicuro di cui si ha bisogno e che si teme al tempo stesso. Se ne ha bisogno per “fermarsi e stare”, per accedere al nucleo più autentico, profondo di sé, quello “paradossalmente” connesso alle istanze più vitali. Si teme perché porta stagnazione, sprofondamento continuo (vorrei uscire ma è l’unico posto sicuro che conosco). Il depresso è attaccato in modo ambivalente alla sua malattia di cui si lamenta e al tempo stesso teme di lasciar andare, per i vantaggi secondari più o meno grandi che comporta e per la difficoltà ad abbandonare una sorta di zona di sicurezza. Il noto e prevedibile, fonte di dolore e anche di riconoscimento di sé, una sorta di casa sicura sempre difficile da lasciare, una barriera difensiva tra sé e il mondo. Il posto dove si sente veramente se stesso. Libero, naturale. Fino al punto di pensare che non sia possibile vivere in altro modo.

Come rispondere con strade alternative ai bisogni che sembra soddisfare il rifugio nei sentimenti depressivi? Questa è la domanda che guida l’esplorazione terapeutica quando il paziente porta questi contenuti, attraverso i sogni o per altre vie, vissuti contemporaneamente di desiderio e paura di “lasciar andare” la propria depressione.

Istruzioni per rendersi infelici 

Allora è vero che non bisogna credere alle favole. Ci hanno insegnato che “… vissero tutti felici e contenti”. Ma questa è solo la fine della favola, l’illusione che serve ai bambini per indurre in loro uno spirito di speranza e possibilità. E questo è sicuramente un valore. Al tempo stesso, dall’inizio a prima della fine le favole sono piene di mostri e cattivi, dolore e paura, ingiustizie ed inganni. E anche questo è un valore. La vita è questa. È anche questa. La vita richiama la morte, l’amore invita prima o poi l’odio. È la natura umana. Imperfetta. Perfettamente ambivalente, sia mezza piena che mezza vuota, piena e vuota al tempo stesso. La vita è piena di dolore, sofferenza, tradimenti, delusioni. Le cose non sempre (quasi mai?) vanno come vorremmo che andassero. Le persone molto spesso sono diverse dal nostro ideale, da come vorremmo che fossero. Anche le persone a noi più vicine. E quando la vita è perfetta… dura poco. Per essere infelici dobbiamo credere alla felicità, al fatto che alla fine vivremo felici e contenti, mentre la realtà ci dice che la fine è un’altra, la fine è nota. La fine è la morte. E la morte è simbolo della perdita, del dolore. E come si fa ad essere felici?!? Ecco in terapia si lavora per imparare ad essere felici. Veramente. E di solito si comincia ad essere felici quando si smette di volerlo essere. Quando si comincia a comprendere effettivamente cos’è la felicità. Di cosa è fatta una vita che vale la pena di essere vissuta? Comprendere cos’è la felicità significa creare la propria felicità, definire esattamente cosa è importante per sentirsi felici. Cosa ci spinge ogni giorno, dal profondo, a fare quello che facciamo? Cosa deve succedere per essere felici? Cosa dobbiamo far accadere per essere felici? E ciascuno di noi ha la propria ricetta per la felicità.

Per essere felici bisogna pensare positivo dice il poeta. Bisogna cercare gioia, serenità, amore, pace e tranquillità. E dove stanno? Dove le andiamo a cercare? Spesso dimentichiamo che durante il viaggio alla ricerca della felicità incontriamo mostri maligni e draghi voraci, fosse piene di serpenti e sabbie mobili. Le esperienze della vita sono pacchetti completi: vuoi solo il bello? La famiglia, la coppia, il lavoro, gli amici, progetti di vita, ecc. sono ambiti in cui accanto a momenti di gioia e pienezza, prima o poi vivi anche situazioni di dolore, angoscia e amarezza. La vita ogni giorno ci regala una certa quota di frustrazioni e delusioni, di conflitti e tradimenti, di disillusioni e sconfitte. L’obiettivo non è quello di eliminare queste esperienze negative (chi sa come si fa?), ma di vivere la vita nonostante esse. Di affrontarle e superarle agendo nella direzione di ciò che è veramente importante per sé.

In terapia si impara a riconoscere e accettare il dolore insito nell’esperienza di vita, senza farsene sovrastare. Il dolore è parte della vita, ma non è la lente attraverso cui dobbiamo guardare il mondo. In terapia le emozioni dolorose sono solo il punto di partenza e non il punto di arrivo a cui rassegnarsi passivamente. Attraverso esse si accede ai bisogni della persona e si possono pensare e realizzare azioni utili al loro soddisfacimento. Consapevoli che la felicità non sta nella piena completa assoluta e perenne soddisfazione dei bisogni, sta piuttosto nella capacità di godere di ciò che si è raggiunto (e non è così scontato che lo si sappia fare) e di accogliere anche ciò che non è andato come speravamo. Imparare a dire “è  andata così” … e guardare avanti.

Figli della propria famiglia, tra lecito e proibito 

La famiglia definisce ciò che è buono e ciò che è cattivo, il valore e il disvalore, ciò che è lecito e ciò che è inaccettabile, ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, premiato o punito, definendo e determinando il mondo interno della persona che vi appartiene. Ad esempio, a parità di comportamento, in una famiglia si è cocciuti, in un’altra si è fermi di carattere; creativi o perditempo, esuberanti o disturbanti, teneri o ambigui, ecc.. Per alcune persone, cresciute in uno specifico contesto familiare e culturale, “è sbagliato” chiedere, soddisfare i propri bisogni, manifestare affetto, ecc.. Per altri “non si deve” parlare ad alta voce, esprimere le proprie emozioni, mostrare le propria fragilità, ecc.. Per alcuni un certo comportamento o atteggiamento è un pregio e un valore da coltivare, per altri lo stesso comportamento è un difetto da nascondere o un sintomo di perversione.

Ogni famiglia è portatrice/creatrice di norme e di forme ovvero definisce il modo in cui una persona e una famiglia “devono” funzionare e che direzione dare alla vita e alle relazioni. E questo è un processo normale e ineliminabile, fa parte del processo di socializzazione, della trasmissione di cultura e tradizione e del più generale processo di educazione e sostegno allo sviluppo della personalità dei singoli appartenenti a quel gruppo familiare.

I problemi nascono quando queste norme e queste forme “non guardano” gli individui, sono rigidamente imposte e trasmesse ai membri della famiglia senza tener conto delle specificità dei singoli, senza guardarne i bisogni, senza ascoltare la voce delle diverse posizioni soggettive che compongono lo stesso gruppo familiare. Allora in ogni famiglia alcuni sentimenti sono leciti, altri sono da bandire, alcuni pensieri si possono avere, altri sono negativi, certi comportamenti sono consentiti, altri sono assolutamente censurati. Molte volte l’adulto deve “acquisire” il permesso (“non ricevuto” da bambino) di pensare, di sentire e di agire in maniera autentica e di esprimere i sentimenti in precedenza nascosti per timore del giudizio e della punizione.

Come cresce una persona all’interno della sua famiglia? La crescita è un processo di adattamento alla realtà cui apparteniamo, necessario alla sopravvivenza e alla salute. Ognuno compie questo percorso nel modo migliore che gli è concesso, facendo le migliori scelte possibili in quel contesto, tra costrizioni e libertà, permessi e divieti, sicurezza-protezione e rischio della solitudine.

Da piccoli siamo vulnerabili e dipendenti, incapaci di sopravvivere senza le figure adulte di riferimento. C’è il bisogno di nutrimento e il bisogno di essere visto, stimolato, riconosciuto. Per vivere il bambino ha bisogno di “carezze” ovvero di affetto, amore, approvazione, stima, riconoscimento (Tu esisti), dello specchio dell’altro, mai dell’indifferenza (Tu non esisti). Quando siamo piccoli, i grandi ci appaiono e realmente sono la fonte della nostra soddisfazione o frustrazione, felicità e infelicità. Hanno un potere straordinario. Dobbiamo rendere il mondo comprensibile e prevedibile, in qualche modo controllabile e tranquillizzante e dobbiamo trovare una strategia di sopravvivenza per soddisfare i nostri bisogni e desideri. È importante acquisire alcune certezze e chiarezza su chi siamo, chi sono gli altri, come vanno le cose, come funzionano le relazioni, cosa succede come conseguenza di un certo comportamento. La prevedibilità è rassicurante, l’incertezza mette paura.  Il bambino “piccolo” di fronte agli adulti “grandi” (genitori, nonni, insegnanti, ecc.) ha bisogno di piacere loro per essere amato, stimato e protetto. Impara presto quali sono le cose che riscuotono successo e approvazione in chi si prende cura di lui e comincia a regolare il suo comportamento di conseguenza, in base alle richieste esplicite o implicite che avverte nei grandi che lo possono proteggere.

Il “contenitore del proibito” comincia a riempirsi man mano che il bambino si adegua ai messaggi diretti o indiretti, chiari o ambigui che le sue figure significative gli mandano su ciò che è buono e ciò che è disapprovato, proibito o permesso, gratificato o punito, ciò che è consentito o vietato.

“Dietro ogni malattia c’è il DIVIETO di fare qualcosa che desideriamo oppure l’ordine (OBBLIGO) di fare qualcosa che non desideriamo. Ogni cura esige la disobbedienza a questo divieto o a quest’ordine. E per disobbedire è necessario abbandonare la paura infantile di non essere amati; vale a dire di essere abbandonati. Questa paura provoca una mancanza di coscienza: non ci si rende conto di quello che si è davvero, cercando di essere quello che gli altri si aspettano che noi siamo. Se si persiste in questa attitudine, si trasforma la propria bellezza interiore in malattia. La salute si trova solo nell’autentico, non c’è bellezza senza autenticità, ma per arrivare a quello che siamo davvero dobbiamo eliminare quello che non siamo. Essere quello che si è: questa è la felicità più grande” ( Alejandro Jodorowsky).

La terapia è un modo per rovistare in quel contenitore e recuperare ciò che ci rende più vitali e allineati alla nostra natura. Per imparare da adulti ad assumersi la responsabilità di cosa portare in soffitta o in cantina e cosa invece mantenere a disposizione del proprio vivere quotidiano.