Storie di vita: dalla risorsa al sintomo, dal sintomo alla risorsa

Un bambino trascurato, traumatizzato, abusato emotivamente, se non fisicamente, cresce sentendosi “non amato” e “senza valore”, con sentimenti di inadeguatezza, incompetenza, colpa e vergogna, con un senso di difettosità oltre che di impotenza.

Traumi psicologici e fisici e trascuratezza emozionale sensibilizzano la mente del bambino prima e dell’adulto poi a “focalizzare errori e difetti personali” e a “trascurare qualità e valore personali”.

Imparare a riconoscere le proprie risorse è un passaggio fondamentale per potenziare il senso del proprio valore (autostima), di essere amabile e di poter affrontare la vita con senso di competenza ed efficacia.

Risorsa è tutto ciò che è utile a raggiungere scopi. Le risorse possono essere sane o problematiche.

Riconoscere le risorse comincia dal riconoscere il valore che hanno avuto in passato quelli che oggi sono diventati comportamenti problematici e sintomatici: comportamenti scoperti e appresi allora come utili a regolare le emozioni, a calmare il corpo, ad affrontare le difficoltà e a governare le relazioni. La domanda guida diventa: a cosa ti è servito imparare a fare quello che fai? Ad esempio: controllare, cercare la perfezione, fare da solo, chiuderti in te stesso, dire sempre sì, reprimere emozioni e pensieri, compiacere, dipendere, cercare sempre attenzione, urlare, pretendere, non esprimerti, non prendere decisioni. Da questo riconoscimento del “valore di sopravvivenza” anche di modalità problematiche, la persona può cominciare a riconoscere i bisogni che stanno sotto i sintomi e a trovare modalità e comportamenti più adattivi per rispondere a quei bisogni. Quindi la domanda successiva è: quali tue modalità sono ancora utili a soddisfare tuoi importanti bisogni e quali, invece, sono sostanzialmente disfunzionali e fonte di sofferenza?

Spesso le persone hanno organizzato un’intera storia di vita e struttura di personalità intorno a queste “decisioni precoci di adattamento”. Oggi quella storia e quella personalità condizionano le scelte e le relazioni attuali e quindi il grado di benessere/malessere che la persona vive. Terza domanda fondamentale diventa allora: cosa puoi cominciare a mettere in discussione del tuo modo di stare al mondo, di pensare e agire?

Mettere in discussione necessita di due ingredienti fondamentali: riflessione e azione. Riflettere per comprendere e dare senso. Agire per sperimentarsi concretamente in nuove modalità e scelte: fare qualcosa di diverso (non patologico e distruttivo, come da allora e fino ad ora) per soddisfare bisogni importanti e ancora validi, ora come allora. Ad esempio, se cercare a tutti i costi di essere perfetto ti è servito nel tentativo di sentirti amato in modo condizionato (il bambino in origine ha pensato inconsapevolmente: sarò amato “se e solo se” sarò perfetto), oggi puoi cercare amore autentico (affetto, relazioni appaganti, stima, ecc.) anche senza necessariamente dover essere perfetto. Altro esempio: se hai imparato a fare sempre e tutto ciò che gli altri (genitori in primis) ti chiedevano diventando esperto della compiacenza e della sottomissione (perché credevi così di guadagnarti briciole d’amore e apprezzamento), oggi puoi imparare anche a dire no, anche no e comunque sentirti amato e stimato in relazioni importanti (o perdere persone che evidentemente non ti meritavano). Terzo esempio: se sei cresciuto in una famiglia “imprevedibile” (es. papà fortemente violento, mamma profondamente depressa), è comprensibile che tu abbia imparato a “non dare fastidio e controllare tutto, anche l’incontrollabile” (con l’idea sensata che così avresti salvato la pelle ovvero avresti ottenuto il minimo indispensabile di amore e apprezzamento): oggi puoi comunque esprimere te stesso (pensieri ed emozioni) e abbandonare la necessità di controllare tutto. Ultimo esempio: da piccolo (e da grande) hai imparato a “volare basso”, ad avere poche ambizioni, ad essere modesto perché a casa dominava il valore dell’umiltà e della cautela non rischiosa (in altre famiglie invece regnava la ricerca del successo e del prestigio); quindi sei diventato una formichina, con i suoi pro e i suoi contro; oggi puoi comunque dare ascolto anche ad altre parti di te, più intraprendenti e più gaudenti.

Risorsa è tutto ciò che è utile a soddisfare bisogni. Risorsa è ciò che rende sopportabile ciò che sembra schiacciarci, che permette di superare una difficoltà che sembrava insormontabile, che permette di adattarci invece di soccombere. Ed è importante imparare a riconoscere le proprie risorse per utilizzarle. Ed è importante imparare a lasciarsi alle spalle risorse disfunzionali in favore di nuove risorse creative, efficaci e fonte di benessere.

Anche la persona più problematica e piena di limiti possiede delle risorse che deve imparare a riconoscere. Anche i comportamenti più problematici che oggi una persona vuole cambiare, un tempo sono stati risorse che hanno aiutato la persona ad affrontare situazioni difficili. Oggi la persona può riconoscere il valore di quei comportamenti e cercare di sostituirli con altri comportamenti più sani e altrettanto utili a soddisfare i bisogni originari e attuali.

FACCI CASO

Oggi la mia sintesi del libro del collega Gennaro Romagnoli: FACCI CASO Come non farti distrarre dalle sciocchezze e dare attenzione a ciò che conta davvero nella vita. Che potremmo anche chiamare: la meditazione alla portata di tutti! Un libro che consiglio: per gli interessanti concetti espressi; per la sua forma ‘pragmatica’ (a tratti anche divertente), pieno di esercizi che invitano alla sperimentazione concreta per capire ‘con tutto se stessi’ cosa abbiamo letto e capito con la testa; perché è molto vicino al mio modo di intendere sia la crescita personale sia la psicoterapia. Per essere veramente ‘attenti’ a come portiamo avanti la nostra quotidiana impresa alla ricerca di ciò che vogliamo!

Perché tutti abbiamo ‘bisogno di attenzione’… L’attenzione è ‘stare presente’ a quello che stai facendo. È un dono che puoi fare a te stesso e agli altri, la base iniziale del prendersi cura. È un ‘dono’ nel momento in cui ti permette di funzionare efficacemente (a qualunque cosa tu ti stia dedicando) e di essere veramente presente all’esperienza con l’altro. Sei stato attento finora a quello che hai letto? Potresti ripeterlo a qualcuno?

L’attenzione è un processo, attivo e passivo, di selezione delle informazioni. È ‘catturata’ e orientata da:

  • curiosità, interessi, passioni
  • conoscenze possedute, esperienze di vita, cultura di appartenenza
  • valori, scopi e obiettivi
  • bisogni e desideri, più o meno consapevoli

Esiste un’attenzione esplicita (volontaria, intenzionale, controllata) e una implicita (involontaria, automatica). La prima è consapevole, la seconda lo diventa facilmente nel momento in cui siamo ‘catturati’ da stimoli rilevanti per la nostra sopravvivenza e più in generale per i nostri bisogni, interessi e valori. Ad esempio, quando il sibilo di un serpente cattura la tua attenzione mentre stai prendendo il sole in giardino.

L’attenzione guida il comportamento. La qualità della tua attenzione determina la qualità della tua consapevolezza e, per estensione, la qualità delle tue scelte e della tua vita… In queste poche parole, a mio parere, c’è l’essenza dell’insegnamento fondamentale del libro. Facci caso!

L’attenzione è un’abilità allenata ‘evolutivamente’. Focalizzare cose negative e pericolose è stato fondamentale per garantirci la sopravvivenza. Per questo siamo ancora oggi abituati ad essere più facilmente catturati dalle informazioni negative. Siamo mossi prima dalla paura (bisogno di protezione, sicurezza, evitamento del dolore) e poi dalla ricerca del piacere. Prima salviamo la pelle e poi cerchiamo la felicità… Chi comunica “cattura la paura”, ad esempio chi crea slogan pubblicitari o politici.

È una risorsa limitata: non puoi essere attento a tutto, ma puoi essere attento in modo volontario, consapevole. E anche no. Esiste infatti una parte di attenzione ‘implicita’ che monitora costantemente l’ambiente in cui sei immerso, per notare eventuali pericoli o cambiamenti ‘potenzialmente minacciosi’. Di fatto, le informazioni che ci circondano sono infinite, ma l’attenzione, per essere efficace, deve selezionare, filtrare, dare priorità, in base alla rilevanza degli scopi attivi al momento.

L’attenzione è un ‘muscolo’: più la usi, più la alleni, meglio funziona, meglio la puoi utilizzare. È un processo di ‘focalizzazione intenzionale’. Il focus può essere diretto al mondo esterno (esperienza sensoriale basata sui 5 sensi) e al mondo interno (pensieri, emozioni). ‘Allenare l’attenzione’ come abilità di spostamento volontario del focus o ‘fascio di luce attentivo’ è una strategia fondamentale per governare il proprio comportamento in direzione di risultati desiderati.

Esiste l’attenzione volontaria e consapevole e anche gli automatismi, ad esempio la guida. Guidi in automatico, senza necessaria attenzione consapevole, ma se stai guidando in mezzo ad un forte temporale devi riprendere il ‘controllo consapevole e attento’ della guida…

Gli automatismi sono delle ‘mappe’ del mondo che facilitano il nostro muoverci nel mondo, ad esempio l’automatismo ‘guida’ (paradossalmente chi ha imparato a guidare col cambio manuale può dover imparare a guidare col cambio ‘automatico’) o l’automatismo ‘il fuoco brucia non toccarlo’. O l’automatismo ‘linguaggio parlato e scritto’ che ti permette antana spirillo di leggere o conversare in modo sufficientemente automatico fino a quando ti accorgi di qualcosa che non quadra, che viola le tue aspettative rispetto all’automatismo.

Il nostro comportamento è pieno di automatismi appresi grazie all’esercizio ripetuto. L’esercizio è il padre e la ripetizione è la madre di ogni nostro apprendimento quindi anche del modo che, attraverso innumerevoli ripetizioni, ci ha permesso di imparare come stare al mondo, cosa aspettarci dagli altri, come comportarci.   

Le nostre mappe del mondo non sono fotografie del mondo, ma sono nostre ipotesi e interpretazioni che vanno sempre confrontate con la realtà, soprattutto quando ‘il mondo tradisce la mappa’.  La mappa è un filtro che seleziona informazioni il più possibile coerenti con la mappa stessa. La mappa è uno schema che il cervello usa per risparmiare energia, per non dover ogni volta analizzare la singola situazione nei dettagli. Lo schema quindi è una convinzione acquisita su se stessi, sugli altri, su come funziona il mondo; è dunque una previsione che aiuta, ma che a volte porta fuori strada arambombò ed è importante che tu te ne accorga altrimenti potresti finire nel burrone… Sarebbe stato uguale se avessi detto ‘terminare nel grande burro’? Insomma, affidiamoci agli automatismi schematici, ma con attenzione!!! Gli automatismi ci permettono di risparmiare energie, esempio di attenzione, ma a volte ostacolano proprio l’attenzione al mondo circostante.
‘Prestare attenzione’ vuol dire notare, osservare, sentire, senza giudicare, ciò su cui stiamo portando la nostra attenzione.

Ecco allora uno schema essenziale per allenare l’attenzione, la consapevolezza, il ‘non giudizio’:

respira in modo consapevole… (consapevole di tutte le sensazioni che avverti mentre respiri, a cominciare dal percepire l’aria che entra e l’aria che esce)… Senza interferire, in modo intenzionale e notando tutti i giudizi e i commenti che emergono dalla tua mente (pensieri sostanzialmente: “non ci riesco”, “è difficile”, “è una perdita di tempo”, “stasera devo lavorare”, “sono in ritardo”, “chissà se le sono piaciuto”, “domani sarà una giornata infinita”, “mi sembro uno scemo” e via così…). Quando li noti devi metterli da parte, gentilmente: il compito più importante è notare proprio quando la tua mente inizia a vagare, è quello il momento centrale dove stai davvero allenando la tua attenzione. Focalizzi il respiro, noti le distrazioni e, con gentilezza, ritorni al tuo respiro, ogni volta, ancora e ancora e ancora…” 

Paradossalmente, per allenare l’attenzione devi diventare esperto nell’essere capace di notare (prestare attenzione) a quante volte perdi l’attenzione. Inizia a leggere, con attenzione… e nota quando perdi l’attenzione… Più volte perdi l’attenzione, più volte lo noti, più la recuperi e maggiore è la tua abilità di prestare ‘attenzione in modo sostenuto’.
Non devi cercare di spiegare la perdita di attenzione (i motivi possono essere vari e dipendono dal tuo rapporto “interessato” o meno con l’oggetto della tua attenzione, oltre che da altri fattori fisiologici, ad esempio la stanchezza); devi ‘semplicemente’ riportare la tua attenzione sul focus scelto. Meglio se il focus è su una sensazione fisica, ad esempio, le sensazioni che provengono dalle mani e dai piedi. È fondamentale che, di fronte alla tua perdita di attenzione, tu adotti un modo gentile (auto-compassionevole invece che auto-rimproverante) di notarlo e riporti l’attenzione dove hai scelto di focalizzarti. La distrazione non è un fallimento in quest’ottica: è un apprendimento di abilità.

Più noti la tua distrazione o perdita di attenzione, più gentilmente lo noti e riporti l’attenzione su ciò che stavi facendo e maggiore diventa l’abilità di essere attento e di usare l’attenzione come strumento. Strumento al servizio di? Ovvero: a che mi serve tutto ciò? Secondo paradosso: più ti alleni a prestare attenzione al tuo focus, a recuperarla con gentilezza e mantenerla anche se la perdi, più la tua attenzione vagherà alla ricerca di stimoli. La nostra mente è naturalmente curiosa e ciò favorisce il nostro essere esploratori del mondo, esterno e interiore. Esploratori, conoscitori, abili nell’arte di padroneggiare sempre meglio porzioni del mondo sempre più ampie. Ecco il superpotere dell’attenzione sostenuta. E tra i tanti benefici di una consapevole abilità di prestare attenzione c’è l’acquisizione e l’affinamento progressivo della capacità di essere consapevoli di sé, del proprio mondo interno e del mondo esterno in cui viviamo, ‘momento per momento’. La base per la conoscenza di sé e quindi della capacità di prendersi cura di sé. Parafrasando il collega: “chi erra erra”, chi sbaglia si muove, sbagliando si cresce!!!

L’attenzione è sempre sul ‘presente’. Qui-e-ora. Ciò che stai facendo… Ciò che stai sentendo…  Ciò che stai pensando… Gli stimoli che la catturano sono i contenuti come emergono alla mente, all’attenzione. La distrazione, invece, magari parte da qualcosa nel presente (uno stimolo distraente), ma spesso ci porta nel futuro, per prevedere e organizzare, per procurarci ansia… E nel passato, per usare le informazioni in memoria utili al comportamento di previsione e controllo al fine dell’adattamento, ma anche per attivare rimorsi e rimpianti.

L’attenzione è un’abilità che funziona al meglio quando è allenata, con una pratica intenzionale e deliberata. L’intenzionalità e la pratica costante permettono il continuo affinamento della competenza, con tutti i benefici che arreca. L’attenzione è la capacità di notare ciò che ci passa per la testa, comprese le interruzioni e le distrazioni. È la capacità dunque di notare contenuti e processi della mente: cosa sto pensando, cosa sto facendo, cosa sto facendo con la mia mente (capacità ‘metacognitiva’). L’attenzione saltella da un focus all’altro ed è del tutto normale che faccia ciò, come è quindi naturale la distrazione. Allenare l’attenzione significa imparare a notare i saltelli: “nota la distrazione e mettila gentilmente da parte…”. Ecco il ciclo dell’attenzione sostenuta: focus, perdita del focus o distrazione, accorgersi della perdita o metacognizione, tornare gentilmente al compito.

Non ci resta che iniziare… a leggere FACCI CASO. E soprattutto a PRATICARE…

Grazie Genna!

Cronicamente in-felice

Fin da piccolo hai imparato e hai deciso che invece di… È meglio che… Completa a piacimento…
Così imparando divieti e obblighi… Ciò che non devi… Ciò che devi… Trova i tuoi…
Così imparando a realizzare le aspettative degli altri invece che a rendere conto ai tuoi bisogni e desideri autentici… Puoi elencare per ogni aspettativa che hai scelto di compiacere un bisogno e un desiderio che hai finito per trascurare…
Così imparando a vivere tra espressioni proibite e comportamenti leciti… Decidendo che fossero gli altri a decidere cosa fosse per te giusto e cosa sbagliato… Avrai certamente qualche esempio di questo…
Così imparando ad adattarti alle condizioni che hai incontrato e anche a sacrificare parti di te che hai soffocato, represso, messo a tacere, mandate nel dimenticatoio…
Così pagando salato il prezzo dell’amore, dell’approvazione, del sostegno e rinunciando a parti vitali di te che non piacevano a chi aveva il potere di elargire quell’amore…
E oggi?
E oggi spesso è un copione che reciti a memoria per cui però non vincerai l’Oscar.
E quindi?
E quindi il tuo percorso di crescita, comunque tu scelga di farlo, ti richiede di andare a ripescare ciò che hai smarrito per strada e a darti il permesso di recuperare tante potenzialità di benessere che nel tempo hai imparato a sacrificare sull’altare dell’adattamento confuso con la felicità.

Come iniziare a risolvere i tuoi problemi

Prendi un problema e analizzalo seguendo i seguenti utili passi. Per comprendere e agire efficacemente al fine di risolverlo.

Cosa è successo? Evento. Situazione. Episodio. Ad esempio, il tuo capo è stato molto duro con te, estremamente critico sul tuo operato, usando parole pesantemente offensive e minacciandoti di cambiarti di posizione…

Cosa hai provato? Esperienza soggettiva. Pensieri. Emozioni. Frustrazioni. Sensazioni corporee. Giudizi. Autocritiche. Ad esempio, ti sei sentito sorpreso per quella reazione del capo, un po’ in colpa e un po’ arrabbiato… Ti sei agitato e il tuo corpo è diventato prima molto teso e poi molto scarico… Hai pensato di aver fatto un grave errore, anche se in buona fede… Ti sei dato dell’imbecille…

Cosa hai fatto? Come hai risposto a quel problema. Hai fatto qualcosa di concreto. Hai compreso la situazione e agito di conseguenza in tempi celeri. Hai rimuginato incessantemente su cosa sarebbe potuto accadere. Hai ruminato a lungo sul perché sia successo quello che è successo. Ad esempio, hai pensato per due ore ininterrottamente al tuo errore e alla reazione che reputi comunque esagerata e ingiusta da parte del capo…

Quali costi hai pagato? Emozioni sofferenti, pensieri negativi, sensazioni disturbanti, sintomi psicosomatici, problemi con gli altri. Ad esempio, ti sei torturato con sensi di colpa e giudizi sprezzanti verso te stesso, hai smesso di fare ciò che stavi facendo rimandando un compito importante, credi di aver minato notevolmente la stima che il capo aveva di te… Ti senti uno straccio…

Cosa ha sostenuto le tue strategie di risposta? Quali bisogni ti hanno spinto a fare quello che hai fatto. Con quali risultati e conseguenze. Quali pensieri ti hanno indirizzato a fare quello che hai fatto. Qual è stato l’esito. Ad esempio, credevi che pensando e ripensando al problema avresti trovato una soluzione e un sollievo, ma non è successo né l’una né l’altra cosa.

Sintesi. Cosa ne è del problema iniziale? Risolto? Compreso? Peggiorato? Nota cosa lo ha risolto… Nota cosa lo ha peggiorato… Nota cosa hai fatto tu… Che tipo di reazioni hai suscitato negli altri e quali sequenze di azioni e reazioni hanno portato all’esito positivo o negativo… Ad esempio, hai capito che per recuperare all’errore e ricucire la relazione col capo devi aspettare che si calmino gli animi e chiedere un colloquio al capo per chiarire e trovare soluzioni efficaci…

Questo è un ciclo di analisi e azione che puoi ripetere fino ad ottenere il risultato che desideri e capire cosa ha funzionato, cosa non funziona e cosa devi cambiare…
Ti ho presentato solo un esempio, ma è uno schema applicabile a diversi problemi in tutte le aree di vita…

Anche nelle migliori famiglie

I bambini, si sa, hanno bisogno di attenzioni. Hanno bisogno di essere accuditi, protetti, curati, stimolati, incoraggiati, sostenuti, apprezzati. Hanno bisogno di genitori con uno “sguardo attento”, capaci di rispondere in modo sollecito e adeguato ai bisogni dei figli e anche di fornire una giusta dose di frustrazione dei bisogni, in modo che il bambino crescendo sappia anche vivere l’esperienza che non tutto è ottenibile, né subito, né sempre facilmente. E ciò lo fortifica e lo prepara alla vita.

Purtroppo a volte succede che i genitori (per una serie svariata di motivi) non abbiamo quella giusta capacità di dare ai figli le giuste e sane attenzioni… E allora i figli devono imparare un modo per ottenere la soddisfazione dei loro bisogni di amore, vicinanza, conforto, sostegno e via dicendo. Questo modo, quando funziona, viene ripetuto, fino a consolidarsi e diventare il proprio modo di stare al mondo e di stare nelle relazioni interpersonali per ottenere la gratificazione dei bisogni. Da bambino come da adulto. E questo modo può essere più o meno sano oltre che più o meno consapevole. Allora abbiamo il perfezionista schizzato, il narcisista borioso, il controllante esaurito, l’istrionico disperato, l’evitante distaccato, il rabbioso cronico, il passivo ritirato, l’ossessivo ossessionato, l’eccentrico sulla luna, il dipendente sanguisuga, il ragioniere delle relazioni, l’ingegnere dell’intimità, e via dicendo. Tanto per usare “etichette semplificanti” che aiutino a capire come ciascuno di noi può essere un tipo di questi e ciascuno di noi può essere circondato da questa “strana gente”. 
Spesso le persone arrivano a chiedere aiuto per la loro sofferenza emotiva e nei rapporti con gli altri perché quel modo, anticamente trovato e ripetuto, oggi è diventato così rigido e inflessibile da creare molti più problemi di quanti bisogni riesce a soddisfare.
La persona, in terapia o con altri strumenti, deve lavorare sulle sue “maschere”, sui suoi “ruoli sclerotizzati”, sulle sue “ferite ancora sanguinanti”, sulle sue “modalità ripetitive di manipolare” gli altri. Per sviluppare una maggiore flessibilità per chiedere, in modo sano, consapevole, adulto, responsabile, ciò di cui ha bisogno, per re-imparare a governare la frustrazione e la delusione che si incontrano nelle relazioni, per fare scelte felici ed efficaci diverse da quelle del passato, anche se mai perfette.

Quando hai un problema, hai anche la soluzione!

Quando hai un problema, hai anche la soluzione. In tre passi fondamentali.
1. Chiediti veramente qual è il problema.
2. Focalizza cosa puoi fare e cosa devi fare
3. Inizia a farlo

Questa è la struttura essenziale dei nostri problemi e delle soluzioni che dobbiamo adottare. Che puoi applicare in ogni ambito di vita: affetti, lavoro, relazioni in genere, cura di sé, organizzazione del tempo.
1. Qual è il problema? Di cosa si tratta nello specifico? Chi è coinvolto? Quali miei bisogni sono frustrati? Perché?
2. Cosa posso fare e cosa non posso fare? Cosa dipende da me e cosa no? Cosa devo fare quindi? Quali azioni concrete e specifiche devo intraprendere? Quando?
3. Qual è la prima azione che posso fare subito? Agendo capisci e vai avanti… Il più vicino possibile alla soluzione desiderata. Sperando di godere appieno dei risultati sperati e raggiunti. Imparando eventualmente ad accettare ciò che non va come avresti voluto…

‘P – factor’. Un viaggio

Il dolore fa crescere e anche la paura, anche se probabilmente un po’ tutti vorremmo crescere senza incontrarne più di tanto. Crescere ti richiede di mettere ordine nel caos e nell’imprevedibilità che ti arrivano, prima o poi, tanto o poco, anche se un po’ tutti vorremmo crescere sperando di schivare il più possibile la sofferenza e imparando a cogliere le opportunità. Così è la vita… Certo è meglio la serenità che la tragedia, diremmo tutti.
La nostra vita ci fornisce sostanzialmente interrogativi a cui noi “dobbiamo” rispondere, siamo chiamati ad affiancare punti esclamativi.
La nostra vita si svolge tra ciò che troviamo e ciò che non troviamo. Tra ciò che lasciamo e ciò che troviamo. E ogni tanto ci interroghiamo sulla distanza che esiste tra ciò che siamo e ciò che vorremmo e avremmo voluto essere. Ma anche tra ciò che siamo stati e ciò che non siamo più. E a volte questi temi ci procurano gioia, molto più spesso dolore.
Chi veramente fa i conti con dolore, paura, malattia, perdita, disillusione (tutti noi?) deve necessariamente cercare la luce dentro al buio… Per non sprofondare nell’oscurità, qualunque forma essa possa assumere…
E quindi ognuno ha il suo viaggio da compiere… Eroico o meno che sia… Di cui conosciamo, forse, l’inizio, ma la cui fine dobbiamo cercare di inventare…
Viaggio che si svolge sempre tra regole e immaginazione, tra testa e cuore, tra ragione e sensazioni.
Viaggio in cui devi saperti muovere dentro le certezze rassicuranti e i confini che delineano il percorso, per imparare gradualmente a sfidare i tuoi limiti, imposti e autoimposti, senza mai perdere la testa, qualità che ti permette di perderla solo al momento giusto…
Viaggio che ciascuno compie col personale bagaglio. Di predisposizioni caratteriali ed esperienze precoci, di tendenze innate e di abilità acquisite. Doti naturali e percorsi evolutivi. Bagaglio di dolore e paura e di strategie che abbiamo inventato per cavarcela. Bagaglio di risorse e di limiti personali. Bagaglio in cui ognuno ha messo anche un po’ di certezze su cui poggiarsi e un po’ di imprevisti da imparare a governare.
Fino a quando non funziona qualcosa. Qualcosa non funziona più. Il controllo che, anche solo inconsapevolmente, hai avuto finora lascia il posto a qualcosa che sfugge, che ti sfugge. L’imprevisto diventa ingovernabile.
Prima alcuni segni che non sempre riesci ad interpretare… Poi segnali più chiari, che magari vedi, riconosci come anomalie, ma che tendi a trascurare… Quindi i sintomi, stai male, esprimi una qualche forma e grado di malessere: sei sempre stanco e deconcentrato, il lavoro diventa sempre più “l’attesa del fine settimana”, ciò che fino a ieri ti appassionava ora lo vivi in modo spento, demotivato. Sei costantemente annoiato, quasi sempre incazzato, anche tristezza e ansia ti vengono a trovare sempre più spesso. Ogni relazione ne risente, a casa, al lavoro, in coppia, coi figli, con gli amici. I pilastri in cui ti sei finora riconosciuto e identificato sembrano scricchiolare. Ti senti diverso dal solito, diverso da come sei sempre stato e anche gli altri, più o meno vicini, cominciano a vedere che qualcosa non va nel tuo modo di stare al mondo, nelle relazioni, nella quotidianità.
Il tuo corpo si lamenta, la tua mente si lamenta, tu ti lamenti. Lamenti che hanno bisogno di ascolto. Lamenti che sembrano inascoltabili.
Gradualmente insidiosa, una “parte malata” sta invadendo la tua personalità. Malessere fisico, emotivo, relazionale. Qualcosa è cambiato, si è rotto, si è inceppato o qualcosa del genere. Lo smarrimento che altre volte hai incontrato lungo il viaggio e che hai sempre superato con un senso di sfida, evoluzione, potenza e controllo, oggi è uno smarrimento in cui ti senti “profondamente” perso…
Ora comincia un altro viaggio. In almeno tre tappe, da percorrere necessariamente, anche se, come sempre, ciascuno a suo modo.
Prima. Sto male…
Seconda. Ho bisogno di aiuto…
Terza. Devo farmi aiutare…
Il resto è tutto da percorrere… in infinite forme possibili…
Grazie Luca per il tuo insegnamento…
Grazie Luca per il tuo libro, che invito tutti a leggere e diffondere: ‘P-Factor. La variabile Parkinson nella mia vita’. (Luca Berti. Youcanprint Edizioni).
Grazie per aver condiviso con noi la tua esperienza, il viaggio che stai facendo, forse unico e diverso da altri viaggi, forse simile al viaggio che ciascuno di noi compie…

Io non so cosa fare

Io non so cosa fare… Non so cosa fare di veramente utile all’evoluzione della specie o almeno del sistema umano che stiamo vivendo…
La morte di Willy ci ha portato a contattare le parti più disparate di noi stessi. Nelle conversazioni private e in quelle social, ciascuno di noi, chi più chi meno, si è espresso in tanti modi.
Col cuore, con le emozioni, con la tristezza, lo sconcerto, la rabbia, l’indignazione, la vergogna, anche il senso di colpa e altro ancora. Sentimenti individuali più o meno in risonanza con quelli collettivi.
Con la testa, cercando di capire l’incomprensibile, di spiegare per l’ennesima volta la bestia che è parte viva del genere umano.
Con la pancia, con la paura che diventa violenza, con violenza sulla violenza, con il desiderio di vendetta e giustizia in un mondo che è ingiusto, ma non solo nella morte di Willy.
E poi i rimandi ad una società malata che ha cresciuto figli malati. La storia, in realtà, ci insegna che è sempre stato così, bestie siamo dentro. E la bestia va governata. La comunicazione e la condivisione era diversa un tempo. E oggi le storture della comunicazione rischiano di nutrire ancora di più la bestia…
E poi la politica e la strumentalizzazione politica, da Nord a Sud, da Est a Ovest di ogni paesaggio politico. E la critica al sistema giudiziario (contemporaneamente alla morte di Willy non è tornato in prigione Johnny lo zingaro, chissà com’è?).
E la retorica della politica e dell’antipolitica dei politici.
E quante altre ancora ne ho sentite e ne ho pensate.
E chissà quanto ancora diremo e potremo dire, e potremmo dire. . Così solo per sfogarci un po’…magari dimenticando tra un po’… Per l’ennesima volta!
Allora per non dimenticare veramente, forse è utile che ciascuno di noi, nessuno escluso, cominci a fare più che a dire. A dire per agire. Ad agire conseguentemente e coerentemente a quanto pensato, a quanto espresso e a quanto non espresso perché “politicamente e socialmente scorretto”.
Io non so ancora cosa fare che sia veramente utile a spostare realmente le cose. Perché anche un discorso, un pensiero condiviso che smuove le coscienze, ma non muove nient’altro, rischia di restare un puro atto intellettuale e narcisista.
Dopo l’espressione della propria parte distruttiva (rabbia, indignazione, violenza, ipocrisia, ecc.), cerchiamo dentro ognuno di noi qualcosa da costruire. E anche qualcosa a cui rinunciare veramente, se serve a dare a qualcun altro o a coinvolgere altri in un movimento trasformativo…
Io non so cosa fare… O forse lo so ma non lo posso dire… O forse lo so ma non lo posso fare… Magari non ho ancora il coraggio di farlo… Ci vuole coraggio per spostare veramente le cose. Poche parole e azioni pesanti.
A cosa siamo disposti a rinunciare per andare verso ciò che dichiariamo di volere?
Il rischio è di alimentare il vuoto inconsistente di una collettività troppo impiantata su apparire per piacere, di una collettività non collettiva, piuttosto formata da individui anonimi l’un l’altro impegnati a piacere agli altri tanto più non piacciono a se stessi.
Il rischio è diventare carnefici dei carnefici e vittima dei propri stessi processi di espressione rabbiosa quanto inconcludente di fronte ad un’impotenza che resta tale se non accompagnata da scelte consapevoli e azioni responsabili. Quali? Non lo so.
Riconosco che potrebbe sembrare rassegnazione disperata. È consapevolezza che non so cosa effettivamente fare per incidere in modo tale da trasformare questa impotenza in reale potere di trasformazione.
Non ci resta che provare… Agire… Raccogliere gli effetti e tentare di capire per aggiustare il tiro alla ricerca di reali azioni sociali per una collettività tutta da inventare.
A cosa siamo disposti a rinunciare per andare verso ciò che dichiariamo di volere?
Chi ha consigli, suggerimenti, indicAzioni?

Al sicuro… ma non troppo al sicuro.

La terapia, come la vita, è sempre una danza tra sicurezza e capacità di rischiare (in modo sufficientemente sano e appropriato), tra comfort e coraggio di sfidare (con gradualità e tenacia al tempo stesso), tra controllo e imprevedibilità (provando ad aumentare il primo andando incontro alla seconda), tra sentirsi incapaci ed essere competenti (trovando l’equilibrio e la pace), tra essere limitati e potercela fare (imparando a cercare le risorse dove stanno e a rispettare i limiti che non si riescono a superare).

La terapia, come la vita, ci invita ad ampliare progressivamente e continuamente ciò che per noi è tollerabile, sostenibile emotivamente, confortevole. Ovvero ad allargare la nostra zona di comfort, a starci comodi in questi nuovi confini (nuovi modi di pensare e agire), ad essere pronti a superarli di nuovo e anche ad essere capaci di accettarli per sempre.

Laddove la tua storia ti ha portato a credere una serie di cose su te stesso, sugli altri, sul mondo e sulla vita, la vita stessa, anche grazie a percorsi di terapia e crescita personale, ti porta a mettere in discussione queste credenze, per confermarne alcune e trasformarne altre, fino ad ampliare (recuperare) il ventaglio delle possibilità a tua disposizione per impegnarti a creare la vita piena, degna, felice che vorresti.

Fin da piccolo ti sei fatto una serie di aspettative su come vanno le cose, su come dovrebbero andare, su come vorresti che andassero; su queste aspettative, a volte consapevoli, a volte meno, hai basato le tue azioni e le tue scelte. Pagando il prezzo della rinuncia, dei rimorsi per le scelte fatte e dei rimpianti per quelle non fatte. Una banalità fondamentale che è bene ricordare dice che “non esistono scelte perfette”. Da oggi in poi puoi rivisitare queste aspettative, queste azioni, queste scelte, scegliendo di curare ciò che finora hai trascurato. Consapevole che non sei onnipotente (ricordati anche che devi morire) e che qualche cosa resterà comunque trascurato. Qualcuno ci resterà male (frustrato, deluso, triste, arrabbiato, dispiaciuto, angosciato, ecc.) e qualcun altro resterà contento, appagato, soddisfatto. Conosci altre possibilità per stare al mondo? Altre possibilità concretamente realizzabili?

Autoinganno

Ho ricevuto una critica ingiusta dal capo; provo rabbia (di intensità 8 su una scala da 1 a 10), preoccupazione (6), vergogna (7); sento la temperatura generale del mio corpo che sale insieme alla tensione a livello del collo e delle braccia, le mie gambe sono un po’ flaccide, mentre mi tremano le mani e sento il battito del cuore accelerato e il respiro spezzettato… Sto in silenzio e fermo alla mia scrivania… Penso che non sia giusto il modo in cui mi ha trattato davanti agli altri, penso che avrebbe potuto dirmi tutto in un altro modo più rispettoso, credo di aver fatto una figuraccia davanti ai colleghi perché non ho detto una parola e probabilmente si vedeva che ero agitato, un fascio di nervi trattenuti… Sono il solito deficiente e sottomesso, incapace di reagire e farmi rispettare; del resto, le persone sono spietate e ti affossano, fregandosene di cosa stai vivendo; la vita è veramente ingiusta… Mi sembra la solita storia che si ripete, come quando da bambino mio padre s’infuriava e mi metteva all’angolo, non dandomi la possibilità di spiegare il mio punto di vista, dicendomi che ero il solito casinaro, affogandomi di insulti. Oggi so che io non sono più quel bambino e il mio capo non è mio padre; oggi ho più risorse e capacità per farmi rispettare o perlomeno posso imparare a parlare invece che a stare zitto, posso esigere rispetto anche se ho sbagliato, posso esprimere il mio pensiero e ho diritto di essere ascoltato!!!

Percepisco freddezza e distacco nel mio partner… Sono molto triste (9) e preoccupato (9) per come sta evolvendo il nostro rapporto. Mi sento molto giù, il mio corpo è completamente abbattuto, sento un vuoto a livello del petto e mi viene da piangere. Ormai nemmeno ci provo a risolvere questa situazione, nemmeno le chiedo più come va, come stai, che hai fatto? Credo che siamo arrivati al capolinea, ormai non parliamo più, nemmeno litighiamo, nulla condividiamo… Lo sapevo che sarebbe andata a finire così, non merito una storia importante, come è successo altre volte, alla fine si stancano di me; è giusto forse, gli altri sono sempre pieni di passioni e interessi, io invece sono vuoto, noioso, non ho niente da dare. La vita è così, premia alcuni e affossa altri. È il mio ritornello di una vita, sono destinato a restare solo… Del resto ci sarà un motivo se mio padre è andato via con un’altra donna e non mi ha cercato più… Non merito di essere amato perché non valgo niente… Oggi faccio fatica a credere di poter cambiare le cose, anche se so che non sono più quel bambino e che la scelta di mio padre evidenzia solo i suoi limiti e la sua incapacità di assumersi le responsabilità di un adulto. Vorrei tanto riuscire a parlare con lei… Vorrei tanto dirle: cerchiamo di capire insieme se possiamo riprovarci in modo nuovo o se tra noi è finita veramente…

Il tuo corpo mantiene in vita le tue esperienze passate…

Il tuo comportamento mantiene sempre vive le tue convinzioni apprese in passato…

Le tue emozioni tendono a ripetersi come se stessi rivivendo ogni volta il passato…

Spesso quasi tutti ci auto-inganniamo col tempo: quello che sta succedendo ora ci riporta (attraverso i pensieri che facciamo, le azioni che mettiamo in atto, le sensazioni che viviamo e le emozioni che proviamo) a ciò che successe allora, in un tempo passato, più o meno recente o anche molto antico…

Oggi ti suggerisco, allora, un esercizio di auto-esplorazione che può essere uno strumento molto potente per la tua consapevolezza e per il tuo benessere… se lo applichi con attenzione, disciplina e costanza…

Prendi un’esperienza attuale che ti ha creato una o più emozioni spiacevoli quali: tristezza, dispiacere, rabbia, preoccupazione, senso di colpa, vergogna, paura, panico, angoscia, solitudine, abbandono, rifiuto, ecc….

Prendi nota di queste emozioni… descrivile… e valutale nella loro intensità da 1 a 10…

Prendi nota di come reagisce il tuo corpo… scannerizza il tuo corpo per cogliere le sensazioni fisiche e descrivile…

Prendi nota dei tuoi pensieri… descrivili…

Prendi nota di cosa hai fatto, di come ti sei comportato nella situazione…

Ora… più in particolare… lascia emergere le tue credenze e convinzioni… nello specifico ciò che credi vero e di cui sei proprio convinto riguardo a te stesso… gli altri… il mondo… la vita… la realtà… il futuro…

Una volta individuate queste credenze e convinzioni chiediti se sono proprio adatte a descrivere l’esperienza attuale o se magari sono più adatte a descrivere situazioni del tuo passato, momenti della tua infanzia, ricordi più o meno recenti della tua vita…

Alla luce della consapevolezza finora maturata, trova pensieri, credenze e convinzioni per te più adatte e utili a comportarti in questa situazione attuale che hai vissuto e in altre future che potrebbero ripresentarsi in modo simile…

I due esempi iniziali sono ripresi da vere storie di vita… Ognuno può prendere in mano la propria storia e cominciare a riscrivere una diversa sceneggiatura…